VIRGIN STEELE

Burn The Sun

1984 - Maze Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
05/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Una copertina rossa sulla quale svetta, in nero, lo stemma Virgin Steele e il titolo "Burn The Sun". No, non è un album di inediti ma soltanto mero prodotto collezionistico destinato al mercato canadese, il quale, nel lontano 1984, si trova a smerciare una versione alternativa dell'ottimo "Guardians Of The Flame", emblema della prima ondata di epic metal che ha travolto prima gli U.S.A. e poi il resto del mondo. Il lavoro vede la fusione tra il secondo capitolo della band newyorkese e l'ep "Wait For The Night", con l'eliminazione di tre brani originari e l'inclusione dei tre inediti presenti sull'ep. Poco cambia in termini di qualità, visto che l'album è quasi lo stesso, salvo un differente ordine di track-list, anche se ci si potrebbe lamentare dell'assenza di una delle più belle composizioni della prima incarnazione dei Virgin Steele, ossia la splendida "The Redeemer", canzone epic metal dall'incedere maestoso e solenne. A produrlo, in formato vinile e in musicasetta, è la Maze Music, sussidiaria della SPV, con la quale DeFeis e compagni incideranno il possente "Age Of Consent", album della discordia, un capolavoro assoluto che, per ironia della sorte, fa sprofondare il combo in una crisi che più nera non si può causa il fallimento dell'etichetta, costretta ad annullare la distribuzione delle copie dell'album e trascinando tutti i suoi artisti, Virgin Steele compresi, a sobbarcarsi debiti esosi per programmare tour e pubblicità. Molte di quelle band trovano l'oblio, il colpo è talmente grande che ben pochi hanno il coraggio di rialzarsi, persino DeFeis è costretto a lasciare il progetto per qualche tempo, rituffarsi negli studi al conservatorio e ricominciare daccapo, forse perdendo il treno del successo commerciale per sempre. Ma tutto ciò avverrà nel 1988, intanto, nel 1984, la band deve attraversare un'altra crisi, questa volta umana, perché Jack Starr se ne va mandando al paese tutti quanti, minacciando di portarli in tribunale per l'utilizzo improprio del marchio Virgin Steele, che possiede al 50%, a metà con David DeFeis. Non c'è pace per questi ragazzi, Starr ha un'ottica differente rispetto al vocalist, vuole continuare a suonare hard & heavy contaminato dal blues, DeFeis invece è deciso a gettarsi nella narrazione epica e flirtare con la musica classica. Il tour che segue "Guardians Of The Flame" è il canto del cigno della formazione classica e prende il biennio 1983-1984, periodo nel quale l'epic metal trova la sua genesi e il conseguente riscontro col pubblico, forte anche di una serie di dischi fondamentali sfornati l'uno di seguito all'altro: Manowar, Manilla Road, Omen, Warlord, Medieval Steel e pochi altri, tutti uniti sotto lo stesso vessillo a sostenere, assieme ai Virgin Steele, la forza indomita di un sottogenere che si svilupperà su più fronti, trovando vasta audience soprattutto in Europa, nel vecchio continente, terra di miti, leggende e racconti mitologici. Insomma, questa specie di raccolta è l'ultima testimonianza del chitarrista Jack Starr all'interno della band americana e, mentre questo lavoro esce nei negozi canadesi, la band è costretta a prendersi un lungo riposo lontano dalle scene per via dei già citati cavilli burocratici che legano mani e polsi ai nostri ragazzi, impazienti di chiudere la rognosa pratica e gettarsi completamente nel progetto musicale che cambierà le sorti di tutto l'epic, facendo vedere al mondo che persino un genere duro e potente come l'heavy può flirtare con la musica classica, unendo la ruvidezza dell'uno con la delicatezza dell'altro attraverso un matrimonio colto, complesso e (almeno per l'epoca) originale.

Don't Say Goodbye (Tonight)

Don't Say Goodbye - Tonight (Non Dire Addio - Stanotte) si figura come una cavalcata metal originata da tastiere infuocate, suonante come fossero proiezione delle chitarre. La notte è il tema prediletto dal cantore DeFeis, concepito come scenario per lo struggimento emotivo. Qui un sentimento tragico e depresso prende vita quando la donna va via di casa sbattendo la porta con forza. Resta il silenzio a crogiolare i pensieri dell'uomo ed ecco la realizzazione che tutto sia finito nel peggiore dei modi. I tremori dell'odio recano sussulti che colpisco dritti al cuore, tremori scaturiti dalla chitarra terremotante di Starr che si agita in questa strana notte in pulsazioni frenetiche. Implorare di restare sembra inutile, tanto che la fanciulla ha la paura negli occhi, come se avesse risvegliato il male col suo addio sofferto. Tutto è stato perso in un solo istante, per colpa della gelosia, l'uomo non ha imparato dagli errori precedenti e allora la sua donna è sparita definitivamente nel buio della sera, sulle ali dell'oscurità. Il lungo addio notturno, l'anima lacerata dalla sofferenza, un'esplosione di sangue bollente schizza nell'aria della città, il basso di Joe O'Reilly grasso e orgoglioso, la chitarra violentata, la voce squillante e implorante di un DeFeis cresciuto tecnicamente che intona un ritornello magico e paradisiaco, dalla melodia intensa e dai toni aulici. E proprio quei toni si smorzano per un solo istante quando le tastiere riprendono vita, godendo del loro spazio magico; il cuore salta in gola, le lacrime fuoriescono dagli angoli degli occhi e scendono a solcare le guance. Starr scaglia la sua ascia nel cosmo, nella narrazione diegetica del brano, eseguendo un assolo ragionato e quasi depresso, dove la malinconia affoga nella totalità dei suoni. Il vocalist riprende, amareggiato e un poco adirato, mentre Joey Ayvazian irrompe con clamore dietro le pelli; tutto è perduto, purtroppo. Adesso il nome di lei riecheggia nell'aria, portato a spasso dal vento caldo dell'estate, e velenosamente si ripete una sola domanda: riusciremo mai ad imparare ad amare?

A Cry In The Night

A Cry In The Night (Un Pianto Nella Notte) è un grande canto poetico, uno dei tanti capolavori concepiti da David DeFeis seduto al piano. La ballata è intensa e intrisa di una malinconia che lacera l'anima. Un pianto nella notte emerge dal silenzio, l'amore è bello che perduto e allora non resta che sognare, sognare che lei sia ancora lì, accanto al suo uomo, ancora in vita. Perduto in una foschia di strane passioni attraverso cui aleggiano amore, dolore, gioia e sorrisi, il mondo sprofonda e tutto diventa gelido e buio: è il regno della morte. Non resta che gridare il suo nome e restare in ascolto. Attacca il ritornello, geniale, da capogiro, dove la batteria di Ayvazian rintocca leggiadramente senza mai invadere lo spazio delle tastiere, la voce sublime di DaFeis ritorna più corposa e magnetica e incita la sua donna a piangere nell'oscurità, in modo tale da poterla raggiungere, abbracciarla per donarle calore, per restarle accanto illuminandola con la luce della vita. Ombre e luci, vita e morte messi in scena dalla mente di un artista sensibile e dal raro talento. Lui la incita a resistere, non deve arrendersi all'oblio, deve credere nella forza dell'amore, utilizzare l'amore come scudo col quale proteggersi dagli influssi della notte. Saranno ancora insieme, questa è la promessa che lui le fa. Volti astratti compaiono tra le fiamme, se tutto fosse una sporca bugia? Se la realtà non esistesse più? No, bisogna combattere e lasciarsi andare tra le braccia della speranza, gli occhi di quei volti sono ciechi, la loro è un'espressione di disprezzo, disprezzano tutto ciò che abbia a che fare con la vita, con la gioia, per questo bisogna ignorarli, non ascoltare le loro minacce, quindi non c'è altro modo che urlare il proprio nome. La chitarra di Starr esegue uno splendido e passionale assolo, dal classico sapore anni 80, per una ballad tipica dell'epoca ma sempre toccante. La ragazza apre il suo cuore che trasuda amore, e allora, con un filo di voce in corpo, urla e urla il nome del suo compagno, cercando la luce. I demoni dell'oblio continuano a distogliere l'attenzione dei due amanti, ma nulla può contro l'amore eterno, nulla, nemmeno l'oblio.

I Am The One

I Am The One (Sono Il Prescelto) è anche un canto di vendetta divina, una parabola biblica che narra di una donna uccisa e di un uomo condannato al calvario di quella perdita, dove godiamo di una melodia incantata declamata da un DeFeis femmineo e dalla voce acuta. Un bagliore improvviso immerge l'ambiente in una luce paradisiaca e le voci degli angeli chiamano da lontano il nome del giovane affacciato alla finestra e con la mente sognante e sprofondata nei ricordi passati. Il suo corpo ha perso peso e ha assunto una consistenza gassosa, tanto che, proprio come gli uccelli, ha potuto spiccare il volo e raggiungere quelle voci soavi librandosi in cielo. L'uomo è stato trasformato in angelo, perché è lui il prescelto, colui che dovrà badare per sempre alla sua donna defunta. L'arpeggio sognante e morbido eseguito da Starr presto si trasforma in un riffing ipnotico e magmatico che ci trasporta in un'altra dimensione, da quella onirica a una infernale e fin troppo terrena, così il pezzo si evolve in una cavalcata heavy che spezza il fiato. Defeis lancia acuti sanguinolenti descrivendo la sensazione del ragazzo-angelo che solca i cieli e delinea arcobaleni come ruggito di tuoni. Ormai ha raggiunto l'immortalità, l'inconsistenza dell'essere, poiché è diventato una creatura divina capace di illuminare il cammino del terrestre. Il fuoco dell'odio, il calore del sole, il coro degli angeli, lo accolgono con canti e lodi: egli è il prescelto ma adesso ha una missione precisa. Il racconto mistico-religioso prosegue tra fraseggi incandescenti, rullate animalesche e melodie eccelse, dove trasuda tutta l'alchimia della band, coadiuvata da una tecnica fenomenale. Il ritornello è pazzesco, un vero capolavoro di epic metal primordiale. Il suono dell'ira è come una cannonata nel vento, l'angelo è il vendicatore mandato dagli Dei, per proteggere la sua amata ma anche per fare giustizia in un mondo intriso di odio e di peccato. DeFeis minaccia i peccatori, i miserabili, con voce arcigna e mefistofelica, e dalle casse dello stereo scalpitano riff abrasivi e accordi di basso sofferenti.

Life Of Crime

Life Of Crime (Vita Di Crimine) ha una ritmica suadente, legata al rock 'n' roll e con una bella coda finale molto blues. Il tutto è costruito su fraseggi liberatori di Starr, il quale ci diletta con una serie di sezioni strumentali che vanno via via intensificandosi. Il pezzo si evolve di strofa in strofa, aumentando nell'incedere fino a giungere al buon ritornello. Apparentemente un pezzo sempliciotto ma strutturato piuttosto bene e dal gusto che resta piacevole e delicato sul palato. A parlare è un imbroglione, uno che con le bugie ci campa, che basa la sua esistenza sul volere sempre di più, perché questo istinto è una vera e propria malattia, e allora cerca in tutti i modi di far quadrare il punteggio, prefissandosi una meta da raggiungere. Eppure, nonostante tutto, avviene il pentimento, l'uomo ha ecceduto, ha fatto il bilancio della propria vita e ha capito di essere incappato nell'errore, oltrepassando la linea che lo porterà all'autodistruzione. La melodia seduce come una donna dalle forme generose, la sezione ritmica è in pace con se stessa, non eccede, non spinge sull'acceleratore, è aleatoria e ciò basta, giostrando tutto sulla chitarra del prode Jack Starr, alle prese con un ritmo scanzonato e hard rock vecchio stampo. DeFeis fa di tutto per ricevere attenzioni, urla sbraita e lancia urletti femminei, come sedotto dalla bella melodia di base. L'animo blues emerge presto, specie nella fase centrale quando O'Reilly si palesa alternandosi con Starr nella prima serie di assoli. Il protagonista, il bugiardo truffatore, colui che è dedito a una vita di crimine, infame e maledetta, paga una prostituta per sopperire ai suoi istinti carnali. Non si cerca amore, l'amore è andato ormai a farsi fottere, qui ci vuole azione, tutto qua; tanto non si ha più nulla da perdere, la linea dell'onestà è stata oltrepassata da tanto e la vita è andata in malora. Solo la morte porterà giustizia, c'è pentimento ma non rammarico per ciò che si è fatto, l'uomo è in pace con se stesso, ha accettato il suo destino e, durante il bridge, ottimo e ben calibrato, egli ci rivela che è salito sul treno che non ha meta, quello che porta alla disfatta, e che si è reso conto di aver fatto già il primo passo per l'inferno.

Burn The Sun

Burn The Sun (Brucia Il Sole) vede la chitarra di Jack Starr eternamente protagonista, indomita come non mai, in grado di dirigere una sezione ritmica da cardiopalma. Dopo tutto le liriche mettono in scena un'ambientazione apocalittica: il sole, fonte di vita, è esaurito, massacrato in miliardi di stelle: il trono del mondo ora è vacante, chi governerà un mondo di ossa bruciate e spezzate? L'amara domanda giunge più volte a interrogare il pubblico, laddove il singer spinge al limite attraverso una voce celestiale che ha dell'incredibile, talmente potente da pensare a un miracolo. Il doppio pedale di Ayvazian è terremotante e infausto, capace di anticipare le composizioni power metal che prenderanno piede, in Europa, grazie agli Helloween. Una potenza così terremotante, nel 1983, era davvero rara, la potenza di fuoco scaturita dai musicisti crea un muro di suono duro come il cemento armato. Al di sopra di tutto si staglia un DeFeis mefistofelico, dalle corde vocali che sputano veleni e che infine esplodono in un acuto spaccatimpani che va a suggellare lo splendido refrain. I fraseggi di chitarra elettrica fanno coppia con le pulsazioni di basso, erigendo un corpo musicale massiccio e sferzato da gelidi interludi strumentali e grida lancinanti che assomigliano molto a un'opera horror per la sua atmosfera tenebrosa e letale. Dopo tutto in scena sta prendendo vita una catastrofe, l'apocalisse terrestre, dove il sole esplode in milioni di scintille massacrando ogni essere vivente e lasciando posto alla notte eterna. Pistole fumanti si aggirano nel buio, creando disastri e illuminando la notte con la fiamma delle polveri da sparo, e allora DeFeis prende in pugno la situazione, erigendosi sulla folla in delirio, formando la sua truppa d'assalto. Egli è diventato il frantumatore dei mondi, una creatura senza sentimenti, che ha bisogno di sangue di violenza per sopravvivere. Il chorus è tempestoso, un vortice di violenza heavy metal che fuoriesce dalla casse dello stereo e invade l'ambiente spazzando via la vita stessa, producendo un devastante buco nero che inghiotte tutto. Niente più giorni né notti da vegliare, il nulla cosmico si avvicina facendoci sparire tutti insieme.

Birth Through Fire

Birth Through Fire (Nascita Nel Fuoco) è una intro composta soltanto da pochi secondi di tastiere che ci scaraventano in un posto immaginario, lontano millenni, lo stesso luogo che sarà territorio della possente "Guardians Of The Flame", che segue in scaletta, essendo questi due pezzi legati tra di loro. In questi 40 secondi David DeFeis mette il carico da dieci sull'utilizzo massiccio del suo strumento preferito, evidenziando un amore incondizionato per la classica e per l'opera lirica che apriranno la strada per nuove e future sperimentazioni in campo heavy. Ormai, già dall'anno precedente, con il debutto discografico della band, il mondo si è abituato all'inserimento delle tastiere nel mondo metal, perciò il tutto è stato sdoganato, anche se non in maniera definitiva. Per l'accettazione dei synth nell'heavy metal bisognerà attendere ancora qualche anno, la seconda metà degli anni 80, quando tantissime metal band condiranno il proprio sound con tastiere sempre più presenti, assottigliando maggiormente il divario stilistico che c'è tra heavy e tutti i generi più melodici che ne fanno abbondante uso. Eppure, i Virgin Steele se ne fregano, inseriscono le tastiere sin da subito, sin dall'esordio nel 1982, creando una nuova scintilla creativa che influenzerà migliaia di gruppi nel corso degli anni, conquistando migliaia di fans che proprio da loro si aspettano interludi orchestrali e intermezzi di natura classica.

Guardians Of The Flame

Guardians Of The Flame (Guardiani Della Fiamma) attacca come un semplice brano hard rock ma lentamente cambia forma subito dopo il termine della prima strofa, gonfiandosi di significato e sfociando nell'epic metal più puro e incontaminato appena si aggancia il primo refrain, dotato di sfolgorante magia e di una melodia strepitosa che si memorizza all'istante e che ci narra di una guerra leggendaria. L'evoluzione è in atto, la grandezza della band è palese. Venti di ghiaccio che ululano sotto la tempesta, il sole tramonta dietro una coltre grigia oltre l'orizzonte, centinaia di occhi fissano un solo uomo, il loro comandante. Nella sua bocca non c'è amore, non ci sono emozioni, c'è solo angoscia e dolore per la situazione catastrofica in cui versa la terra. I guardiani della fiamma sono pronti a schierarsi per combattere il nemico e per salvare il mondo, per proteggere il regno della luce dalle tenebre che avanzano. I signori degli antichi riti pagani hanno un dovere da svolgere e sono pronti a sacrificarsi. Il mondo si trasforma in una dimensione oscura e pericolosa, i famelici lupi della guerra aspettano fuori in cerca di vittime, di cibo fresco, i cancelli della saggezza stanno per essere abbattuti, proiettando tutti nel nulla totale che tutto divora. Gli umani perdono speranza, sono in preda alla disperazione, ma hanno ancora un asso nella manica, basta chiamare i guerrieri della fiamma, eroi impavidi e immortali, i quali sono destinati a portare salvezza, a uccidere i profanatori e a cacciarli per sempre. Spade innalzate al cielo, spade infuocate, come quella rappresentata sulla cover del disco, dall'acciaio magico forgiato nella notte dei tempi, che emana incanto e potere assoluti. Le spade brillano al buio, illuminando le tenebre e scoraggiando il nemico, anche quello più temibile. "Guardians Of The Flame" è un canto di speranza, coronato dall'assolo centrale di tastiere, ancora una volta protagoniste principali, che sfrecciano nell'aria sommergendo una sezione ritmica forsennata dominata da un Joey Ayvazian scatenato. Ma DeFeis è il maestro assoluto, guida la sua band con il coraggio della sperimentazione, facendo ululare le sue tastiere e poi intonando il fantastico bridge, melodico ma che non disdegna potenza, prima di riprendere col geniale ritornello, accompagnato da cori eseguiti da lui stesso in falsetto. Epicità ai massimi livelli, sia per quanto riguarda la musica che per le liriche, dove il vocalist osanna l'impresa di questi maestri protettori del regno della luce, gli unici in grado si scacciare le forze del male.

Wait For The Night

Wait For The Night (Attendi La Notte) ha una ritmica tipicamente hard rock, velatamente solare, dotata di una melodia trascinante, specie nel refrain, bello e d'impatto e da cantare a squarciagola, nel quale DeFeis intona un inno alla notte e ai peccati che contraddistinguono questa fase del giorno. L'andamento danzereccio, molto semplice e genuino, portato avanti da un comparto strumentale assai vigoroso ma mai troppo complesso, tanto che troviamo una struttura semplicissima e altamente classica. È il momento per far scatenare il vocalist, illuminando la scena con i suoi tecnicismi, conditi da gridolini femminei, acuti impressionanti e ruggiti barbarici. Le strofe fondono acuti e urletti con pulsazioni di basso e cladi riff di chitarra, e dato il tema trattato il tutto ci sta alla perfezione; si parla di un uomo che lavora duro tutto il giorno, e che non vede l'ora di tornare a casa per stare con la compagna. Purtroppo, il poco tempo da trascorrere insieme, per colpa dei loro lavori, è una cosa frustrante, che lo innervosisce, tanto che lui vorrebbe stare con lei ogni giorno, ogni ora, e condividere così il suo amore. Non resta che attendere la notte, quando i due amanti potranno coricarsi e fare l'amore. Certo è che le ore passano lentamente, guardare le lancette dell'orologio, a lavoro, è una vera agonia e allora emerge la consapevolezza di barattare un'esistenza noiosa e difficile per pochi soldi. La vita, invece, dovrebbe essere diversa, circondata da passione, amore, relax e divertimento, da vivere affianco alla donna amata e stringerla forte nella notte. La notte, da scenario di guerriglia urbana, in questo caso si trasforma in periodo di amore, di profondo sentimento, lo stesso sentimento contrastato dalla quotidianità frenetica della vita moderna. Quando l'orario di lavoro termina, ecco la libertà, i cori invadono lo spazio, le asce svettano nell'aria, DeFeis ci accompagna ancora una volta nel ritornello, intonandolo a cappella, contornato da cori che aumentano il pathos.

Metal City

Metal City (Città Del Metallo) divampa in un acuto infernale di DeFeis, pe runa minaccia metallica dalla forza trascinante. Ayvazian pesta alla grande col doppio pedale e Joe O'Reilly lo segue a ruota con la sua ascia pompatissima. Il tema è quello dell'ascesa del metallo, in un'epoca in cui non era così scontato parlare dell'importanza sociale e culturale dell'heavy metal. E così, oltre ai Manowar anche i Virgin Steele hanno la loro canzone di omaggio al genere: un po' tamarra, spaccona, a tratti sempliciotta, ma dotata di una botta incredibile, dal passo pesante e fagocitante, frutto della mente di Jack Starr, ovvero l'animo più diretto e meno poetico della band, quello più legato alla tradizione hard rock, perciò abbastanza diverso dal concetto musicale elaborato dal guerriero DeFeis. Due strofe e due ritornelli per questo pezzo dall'impatto devastante, dove il leader ci invita ad aprire bene le orecchie ed ascoltare quello che ha da dire, è un messaggio ovviamente diretto a tutti gli appassionati di musica dura, perciò dice di prepararsi alla carica dei loro strumenti e di godersi la performance sotto palco. Il tempo va goduto, e allora il pubblico deve prenderselo, deve divertirsi, deve essere pronto a godere di ogni attimo, pur di servire la causa del metallo. Tutto pronto? Okay, allora si parte per la città del metallo, dove tutto brilla e tutto segue il ritmo, si beve e si fa festa. Il ritornello è autoesaltazione pura, laddove la band si mette in gioco scherzando sulle proprie abilità concertistiche, affermando che dove arriva, la città si trasforma in un inferno sonoro. E allora il conto è stato pagato, da bravi ragazzi i musicisti si sono trasformati in belve omicide con l'idea di incendiare palchi e stordire gli ascoltatori. Dove passano loro tutto è dato alle fiamme. Questo pezzo è heavy metal al 100%, è un bicchiere di whiskey bevuto in un sorso solo, roba da infiammare la gola e stordire la mente, un calcio in culo diretto e spietato, goliardico e tronfio, che certamente stona con la raffinatezza della band, ma qui i nostri sono ancora ragazzini e qualche piccola ingenuità di troppo gliela si perdona.

Go Down Fighting

Go Down Fighting (Scendi A Combattere) è primordiale heavy metal e si snoda sinuoso su un tappeto sonoro costruito dall'affilata ascia di Starr che ricalca uno stile tipicamente 70s.. Il corpo del brano assomiglia a una vipera che striscia suadente e che sibila velenosa e letale grazie a una serie di serrati riffs partoriti dal chitarrista e da ripetute raffiche scandite dai tamburi di Ayvazian. Su tutto spicca la possente voce di DeFeis, imbarbarito e cazzuto che racconta di un mondo selvaggio, di città infestate da balordi il cui unico scopo è quello di mettere a soqquadro la città. Sopravvivere alle angherie e alla delinquenza è una vera missione. Scenari post apocalittici si amalgamano in un pezzo hard & heavy dall'impatto inaudito e che non accenna a spiragli melodici, se non nel meraviglioso bridge, quando il vocalist alza il tiro e si inerpica in falsetti spaccatimpani. Il resto è quadrato, strofe monolitiche poggiate su una valanga di riffs che prendono vita piano piano e su un ritornello non proprio memorabile ma sincero. A nessuno importa se questi ragazzi di strada vivano o muoiano, sono combattenti, reietti della società e allora si devono adeguare alle leggi della giungla d'asfalto. Soldi e cose materiali, sesso e droghe, sono gli elementi che scandiscano l'esistenza di questi ragazzacci, ma per prenderseli bisogna prima combattere, una lotta fino all'ultima goccia di sangue è ciò che ci vuole per imporre la propria reputazione. In una New York degli anni 80 assistiamo allo scontro brutale tra gang di vari ghetti, come nel film "The Warriors", una di quelle pellicole che ha influenzato prepotentemente la generazione di tutti i giovani dell'epoca. La chitarra di Starr svetta incontrastata sulla narrazione, dapprima facendo capolino tra una strofa e l'altra e poi insistendo nella seconda metà del pezzo, dove si inerpica in un assolo che mette in risalto tutta la classe che contraddistingue il musicista. Non solo Jakc Starr, ma anche Joe O'Reilly svolge un lavoro pazzesco, sono loro due, infatti, i leoni di questa canzone, i quali si scatenano in duelli impressionanti facendo stridere le asce.

Conclusioni

Mentre "Burn The Sun" viene pubblicato dalla Maze Music, il destino dei Virgin Steele è incerto. DeFeis, terminato il tour promozionale di "Guardians Of The Flame" nell'estate 1984, prosegue il cammino musicale reclutando un suo vecchio amico di scuola, Edward Pursino, maestro della sei-corde, sostituendo il dimissionario Jack Starr e iniziando subito, al termine dello stesso anno, i lavori per un nuovo album. Proprio l'uscita del nuovo lavoro viene ostacolata da Starr, che non vuole cedere l'utilizzo del monicker ai suoi ex compagni di avventura, e allora i Virgin Steele si trovano, già nell'autunno del 1985, con un album completo ma che non può ancora vedere la luce. Il ritardo sarà comunque di qualche mese e nella primavera del 1986, finalmente, il materiale inedito riesce a varcare i confini dello studio di registrazione e arrivare ai timpani di tutti fans in trepida attesa. L'album in questione non è un disco qualunque, è iconografia stessa di epic metal, è sinonimo di grandezza artistica e genio barbarico frutto di parecchio studio e idee all'avanguardia. Il titolo scelto è "Noble Savage", una di quelle opere destinate alla leggenda, tanto da diventare materiale di culto che va a identificare un'epoca; un'epoca che oggi appare così lontana e magica, velata da malinconia e accompagnata da ricordi sbiaditi ma sicuramente ancora vivi in tutti coloro che quei tempi li hanno vissuti. "Burn The Sun" non aggiunge nulla al già importante "Guardians Of The Flame", figurandosi come una copia alterata e ben poco utile se non per fini collezionistici. Il chitarrista Jack Starr, nello stesso anno pubblica il suo primo album da solista, "Out Of The Darkness", un lavoro rock blues dove la chitarra è sempre protagonista e che entra in simbiosi con la voce di Rhett Forrester, cantante proveniente da un'altra grandissima band americana, i fenomenali Riot. Inoltre, nello stesso periodo Starr avvia il suo progetto metal, denominato Burning Starr, autori di una manciata di album e in uno dei quali suonerà persino DeFeis in qualità di tastierista, a testimonianza di un rapporto di odio/amore costante tra i due musicisti, che più e più volte si riappacificano, collaborano e poi di nuovo litigano. Un esempio di questa complicata convivenza artistica è la collaborazione alla fine degli anni 80, quando, a causa del periodo lontano dalle scene per i motivi già elencati nell'introduzione, quelli relativi al fallimento dell'etichetta discografica, i due musicisti mettono in piedi un progetto part-time, ossia una band che nel tempo libero gira per i locali newyorkesi suonando uno squisito blues-rock vecchio stampo. L'idillio però dura ben poco, meno di un anno, perché un nuovo litigio è dietro l'angolo, e porterà DeFeis e Starr a non parlarsi per più di dieci anni, fino al nuovo millennio, quando i due si accordano per la ristampa dei primi due lavori dei Virgin Steele ad opera della T&T, ripulendo quanto più possibile il suono originale e inserendo interessanti bonus tracks e demo del periodo. Proprio in questa occasione i fans possono non solo recuperare in cd gli album "Virgin Steele I" e "Guardians Of The Flame", ma persino gustarsi l'intero secondo capitolo discografico con l'aggiunta dell'ep "Wait For The Night" e in più l'intervista rilasciata da DeFeis e inclusa nel singolo "A Cry In The Night". Insomma, nella ristampa del 2002 tutto il materiale rilasciato nel 1983, singoli, ep e album, viene ridistribuito in un unico dischetto, lo stesso sparito dalla circolazione solo un paio di anni dopo a causa dell'ennesimo, snervante litigio con Starr, che ancora una volta proibisce al compagno qualsiasi utilizzo del materiale rilasciato tra il 1981 e il 1984. Ad ogni modo, la raccolta qui presente e appena analizzata, è il prodotto più raro della formazione americana, perciò tutti gli eventuali possessori di questa chicca possono ritenersi fortunati, se non dal punto di vista artistico (essendo una compilation) almeno da quello collezionistico.

1) Don't Say Goodbye (Tonight)
2) A Cry In The Night
3) I Am The One
4) Life Of Crime
5) Burn The Sun
6) Birth Through Fire
7) Guardians Of The Flame
8) Wait For The Night
9) Metal City
10) Go Down Fighting
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