VIRGIN STEELE

Age Of Consent

1988 / 1997 - Maze / T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
09/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Certe opere hanno un destino segnato ancor prima di essere pubblicate. Certe band lo stesso. Ma quando ci si mette di mezzo la sfortuna c'è poco da fare. Non bastano il talento, la genialità, il rispetto e la stima della critica, quando tutto deve andare storto non se ne esce, allora si perde il treno per il successo commerciale una volta per tutte e per riuscire a rialzarsi bisogna avere una forza disumana. Così, da che doveva essere l'album della consacrazione, della maturità, delle vendite possibilmente milionarie, "Age Of Consent" si trasforma nel disco della discordia. Non certo per la qualità espressa, come al solito eccellente, ma per una serie di sfortunate situazioni venutesi a creare proprio nel periodo della sua uscita. Nel 1987 i Virgin Steele sono reduci dal successo di vendite e di critica del pluriosannato "Noble Savage", opera entrata nella storia dell'epic metal e di tutto l'heavy metal americano. La band, dopo l'uscita del chitarrista Jack Starr, è in forma smagliante, ispirata e carica di adrenalina. Il tour in compagnia degli amici Manowar e poi dei Black Sabbath è il coronamento di una brillante carriera che, nel giro di poco tempo, ha posto i Virgin Steele sui gradini più alti dello U.S. power degli anni 80. La canadese Maze Music, costola nord americana della vecchia Steamhammer, confida nella band, e confida talmente tanto in DeFeis e soci da investire una montagna di dollari per le registrazioni del nuovo album e per un imponente tour che avrebbe dovuto coprire decide e decine di città sparse nel mondo. È il momento decisivo per spiccare il volo, per fare i numeri e per imporsi una volta per tutte, perciò obbliga il gruppo a piegarsi al mercato imperante in quel momento, ordinando di virare su un'hard rock di stampo americano e di mescolarlo con il tradizionale heavy metal, un po' come nel caso di "Fighting The World" dei Manowar, "Fight For The Rock" dei Savatage o "Rock The Nations" dei Saxon, ma gli esempi potrebbero infiniti. Insomma, la moda è quella di ammorbidire il suono cercando di scalare le classifiche per ottenere guadagni facili. DeFeis, ispirato dalle spiagge di Long Island, dai tramonti del suo quartiere e dalla bellezza della natura, scrive e compone numerosissime tracce sul tema della maturità, sull'età della conoscenza, del rispetto e della caducità della vita, partendo dal presupposto che "il mondo è nostro solo per una stagione". Ha in mente una specie di concept sulla giovinezza, sull'energia e sul vero senso della vita, legata alla morte in un eterno e mutevole divenire. Dopo accese discussioni con lo staff della casa di produzione, decide di accontentare il volere dell'etichetta, inserendo in mezzo ai brani epici alcuni smaccatamente hard rock. Nell'ottobre 1988, "Age Of Consent" vede la luce dopo una lunga gestazione, vende discretamente ma scontenta tutti i fans proprio per la virata stilistica che vede in apertura alcuni dei pezzi più commerciali, tanto che le copie scemano dopo qualche mese fino a ridursi drasticamente. È un disastro senza precedenti, la Maze Music, già altamente indebitata, è costretta a dichiarare fallimento, trascinando la band in una crisi incolmabile, sommergendola di debiti, costringendola ad annullare il tour pianificato dopo qualche tappa e trascinandola nell'oblio. Rimasti senza distribuzione, i Virgin Steele escono di scena e l'album, non più ristampato, sparisce dai negozi di musica, trasformandosi in breve in una rarità. L'opera che avrebbe dovuto consacrare a livello mainstream i Virgin Steele, in realtà si dimostra un flop madornale, senza promozione e senza distribuzione, trascinando in un mare di debiti i quattro musicisti, i quali non posso far altro che separarsi momentaneamente per riordinare le idee. Il futuro è incerto, lo split dietro l'angolo, il treno per la gloria, quella vera, sfreccia via senza fermarsi. Rimasto senza contratto, David DeFeis riprende gli studi al conservatorio diplomandosi in pianoforte e composizione, inoltre, dopo aver riallacciato i rapporti con Jack Starr, mette su la band blues rock Smoke Stark Lightining, con la quale gira i piccoli locali di New York per qualche tempo e riaccendendo la sua anima blues che rigetterà nell'album del ritorno: "Life Among The Ruins" (1993). Ma intanto, tra il 1989 e il 1991, il monicker Virgin Steele è sospeso in un limbo oscuro, per la seconda volta a distanza di pochi anni, e tutto fa presagire risvolti negativi dai quali nessuno è in grado di rialzarsi. Dalle stelle alle stalle. Il fato, scontroso e funereo, ci mette lo zampino, ma la band non molla e dopo quasi tre anni di silenzio risorge dalle proprie ceneri, continuando la propria storia con un'altra serie di incredibili capolavori. Bisogna attendere il 1997, proprio in piena ascesa epic/power, affinché sia "Noble Savage" che "Age Of Consent" ritornino sugli scaffali dei negozi, ristampati dalla T&T e riproposti con una scaletta alterata e arricchita con numerose tracce inedite. In particolare, l'album del 1988 viene totalmente stravolto: le tracce aumentano grazie a nuove composizioni, la scaletta viene reimpostata come avrebbe voluto DeFeis in origine, l'art-work fantasy cancellato e sostituito da uno fresco fresco, disegnato sempre dall'illustratrice Marisa Jacobi, a indicare un album completamente differente da quello primordiale, tanto da diventare questa seconda versione quella definitiva e quella che prenderemo in esame in questa recensione. Adesso, nella nuova veste grafica e sonora, "Age Of Consent" risplende di un bagliore epico fenomenale che non aveva in origine, e si palesa, ispirato dagli Dei, come contenitore di composizioni heavy tra le più grandi e imponenti del periodo, frutto del genio incommensurabile di DeFeis, vocalmente unico, liricamente sopraffino, della tecnica spaventosa dei singoli musicisti, e di tanta tantissima passione dei nostri per i poemi epici, per la musica classica e per le tempeste metalliche, elementi questi legati da una forza celestiale, tenuti saldi tra loro come i tentacoli stretti attorno alla lama della spada alata visibili sul bellissimo art-work.

The Burning Of Rome (Cry For Pompei)

The Burning Of Rome - Cry For Pompei (L'Incendio Di Roma - Piango Per Pompei) è uno degli inni più belli e indimenticabili della storia del metallo. Una pietra miliare, famosissima, perfetta, emozionante, dove si palesa in tutto il suo splendore il genio incontrastato di questa band. Cavalcata metallica, riffing prepotente, liriche magiche e melodia che colpisce al cuore. Il ritmo apocalittico e battagliero è introdotto dal suono di una spada, una delle tante collezionate da DeFeis, sfregata su un'asta di ferro, e subito si capisce che siamo in terrori lontani, in un'epoca leggendaria. Veniamo condotti per mano nell'antico impero romano, precisamente a Pompei, la notte precedente alla tragica eruzione del Vesuvio che sommerse la città, e con essa tutti i suoi abitanti, sorpresi nel sonno. Ayvazian e Pursino accompagnano DeFeis, in questo caso anche bassista, data l'assenza di O'Reilly per motivi di salute, nell'epos più tradizionale, raccontando una storia d'amore immortale. Amore e morte, come al solito tematiche predilette dalla band, e un DeFeis semplicemente divino nel raccontare questa storia. Il brano è un canto in onore alla bellezza del mondo e dei rapporti umani, una lotta contro la violenza della natura, vista come madre orgogliosa e impertinente. Dopo un'introduzione epicissima, attaccano le strofe, cattive, dirompenti, fameliche, declamate da un vocalist che sbraita, ruggisce, mostrando un talento quasi sovrumano. La melodia è sempre in primo piano e cattura sin dal primo ascolto, e ci fa immaginare una dimensione infernale: cielo terso, venti di guerra che corrono riscaldando l'aria, lampi di fuoco rigettati dalle viscere della terra e pronti a inghiottire la città di Pompei. È l'apocalisse. Il dio Ares è irritato, se la prende con gli uomini della terra. Un uomo si sveglia nel cuore della notte e nota la scia rossa in cielo, le scintille che presto divoreranno la sua città. Sa che sta per giungere la fine, paura, odio, morte e distruzione sono le prime percezioni, dunque pensa alla sua donna, in quel momento lontana da casa, fortunatamente. Lei è incinta, e così il ragazzo pensa al figlio che prestò nascerà, continuando la linea di sangue. Nel momento più cupo, l'uomo pensa alla vita, pensa alla vita nel momento della morte, dichiarando amore eterno nel suggestivo ed etereo pre-chorus e poi nel sublime, geniale, immortale refrain, dominato da un senso di distruzione e di perdizione, ma che conserva il seme della speranza. "Mi rivedrai attraverso gli occhi di nostro figlio. Ricordagli il prezzo che abbiamo pagato" urla DeFeis con una potenza devastante, scandendo bene un testo favoloso che fa venire i brividi sulla pelle. Ci pensa Pursino a suggellare il momento con un assolo fantasmagorico, in cui palesa la sua grandissima tecnica e il suo gusto melodico impressionante. Questo pezzo è un capolavoro assoluto, probabilmente il più amato di tutta la carriera dei Virgin Steele. Richiesto a gran voce in tutti i concerti, conosciuto da quasi tutti i metallari del mondo, e uno dei tanti sfornati dalla penna del menestrello DeFeis a rappresentare tutto lo spirito della sua band. Questo è epic metal al massimo splendore, di fronte a certe perle bisogna sempre inchinarsi. La coda finale, protratta da un riff ipnotico, dalla magia della batteria e da sommesse tastiere, con l'entrata in scena di celestiali cori angelici, è la ciliegina sulla torta che va ad incoronare un sogno divenuto realtà. L'uomo, sepolto dalla cenere incandescente, chiude gli occhi e si abbandona alla morte proprio quando suo figlio viene alla luce, sorridendo alla vita che ha generato.

Let It Roar

Lei It Roar (Lascia Che Rombi) è U.S power devastante. I ruggiti di DeFeis, non a caso soprannominato "The Lion", prendono lentamente vigore, dando inizio a una bordata metallica fiera, letale e battagliera. Il pezzo evidenzia un rapporto speciale tra l'essere umano, gli animali e la natura. È la nostra parte selvaggia che ogni tanti si risveglia e ci richiama a gran voce. L'idea è stata ispirata in aereo, durante il tour europeo, mentre la scintilla che ha fatto nascere il testo è stata afferrata dal vocalist sorvolando l'Islanda, terra selvaggia e quasi primordiale, specialmente all'epoca. Siamo nel mezzo di un campo di battaglia, dove gli eroi si stanno sfidando in un duello all'ultimo sangue. È una chiamata alle armi, laddove un esercito di uomini impavidi marcia contro il nemico, spade alzate in cielo e cuori ribelli che ruggiscono come leoni. Scorrerà del sangue e ci saranno incendi, tutto verrà raso al suolo; tutto, solo per la libertà e per la pace. È il drammatico tributo che gli Dei esigono dal genere umano, e noi non siamo altro che adepti che devono assolvere al proprio obbligo. La vita e la morte, l'amore e l'odio, anime indistinte della nostra razza e di tutto il regno animale. L'andamento è frenetico, basso e chitarra in primo piano per sfornare riff a ripetizione, ma è Ayvazian che si erige sugli altri con una prestazione incredibile, dove picchia sulle pelli come un indemoniato. Il ritornello è funesto, cattivissimo, violentissimo, privo di melodia, dove DeFeis urla a squarciagola incoraggiandoci a tirare fuori il leone che è in noi e a unirci alla guerra per la sopravvivenza. Dal campo di battaglia, in epoca lontana, alla quotidianità dei tempi moderni: la storia è sempre quella. Dunque "Let It Roar" è un richiamo alla vita, un'esortazione ad impugnare le armi e a scendere in strada per riprenderci la libertà, perché la vita picchia duro con pugni di fuoco, ci stritola, ci sottomette ed esige il suo prezzo. "Il mondo è popolato da Re assassini sulle cui teste ci sono corone di odio, ma insieme possiamo spezzare l'incantesimo, riprenderci la libertà. Anche la morte può prendersi una vacanza e lasciarci agire" udiamo nel bridge, unico spiraglio melodico di tutto il brano, e poi veniamo travolti da un'ondata di acciaio prodotto dalla sezione ritmica, governata da indomito potere, incandescente e terremotante, dove Pursino improvvisa un solo al cardiopalma che ci trasporta verso la fine, mentre il singer continua a ripetere, alzando sempre più la tonalità, la parola "Roar", per spronarci definitivamente a unirci a lui in questo canto liberatorio.  Tre minuti e mezzo tesissimi per un gioiello dalla potenza assoluta, tra i più potenti mai concepiti dai Virgin Steele.

Prelude To Evening

Prelude To Evening (Preludio Alla Sera) è un interludio composto appositamente per la versione del 1997, e si palesa come una brevissima introduzione al pianoforte, dalle tinte nostalgiche, che rievoca tutti i colori dell'orizzonte, la magia del tramonto, l'inquietudine del crepuscolo. Da qui inizia quella che DeFeis definisce "trilogia della natura", che si prende tutta la parte centrale dell'album, dove ogni brano è introdotto appunto da un breve interludio. Qui troviamo un minuto di piano che mette in evidenza la grandezza compositiva dell'artista, un vero mago della tastiera. L'intro è evocativa al massimo, tanto che essa stessa è stata ispirata guardando il sole tramontare dietro la collina, illuminando con i suoi rosei raggi luminosi tutto il parco e la vegetazione che si staglia davanti casa del vocalist, a Long Island. David cattura il momento e lo riproduce al pianoforte di casa, guardando fuori, attraverso il vetro della finestra. È una gelida ma solare giornata invernale, sentiamo i brividi sulla pelle, la nostalgia che accompagna questa stagione. E allora veniamo trasportati nel cuore dell'inverno.

Lion In Winter

Lion In Winter (Leone In Inverno) è il cuore dell'inverno. Inverno inteso come vecchiaia, terza età, quando un uomo orgoglioso ed eroico non si arrende agli anni e decide comunque di combattere per la vita. Stanco e acciaccato, non è disposto ad abbandonarsi alla morte. Il vecchio leone non ha timore del crepuscolo, anzi, si sente ancora in forze e cavalca ancora sogni di gloria. Combatte per non soccombere, combatte anche per vivere un giorno in più. Anche qui ci troviamo di fronte a un canto di vita e di speranza, il trono sul quale sediamo è quello della vita, la nostra personale, e non dobbiamo mai abbandonarlo. "Griderò contro il vento per ottenere anche un solo giorno in più" ruggisce DeFeis, proprio come un leone della savana che sente che sta per morire ma, nonostante ciò, è desideroso di godersi gli ultimi attimi con spensieratezza. E poi arriva il clamoroso ritornello che toglie il fiato in gola e fa pulsare velocemente il cuore, ricco di passione e di genialità, la cui scintilla viene scaturita dall'incontro di chitarra e batteria, dove Ayvazian fa un lavoro spaziale. DeFeis è unico, inimitabile, urla e spara acuti a raffica, regalandoci uno dei tanti capolavori magici prodotti dal suo genio. Corriamo liberi, corriamo fieri di noi, anche se la vita è dura il sole splende sulle nostre teste, bisogna sempre mettersi in gioco e giocare fino alla fine. La sezione ritmica è grassa e monumentale, un muro di suono che fuoriesce dalle casse dello stereo, comportando le turbolenze del vecchio leone, ancora vitale, ancora affamato di gloria, proprio come un vecchio guerriero. Ma l'ombra della morte è vicina, la collina affianco si colora con centinaia di rose, centinaia di donne, vedove dei propri uomini caduti in battaglia, che pregano e piangono le anime dei loro cari, e poi delle voci sofferte si diffondono nell'aria buia e fredda della notte, quando si sta preparando a nevicare. Il leone abbandona il suo corpo e vola in cielo, vede il suo mondo da un'altra prospettiva: adesso gli alberi attorno alla sua casa sono d'oro e tutto il resto è messo in ombra. Le tenebre regnano sulla vallata, la natura giace sotto coltri di neve, e lui è diventato una stella che brilla in cielo. Ma sa che l'inverno passerà presto e la primavera riporterà colore e serenità. Il brano è una delle tante hit partorite dalla band americana e che, nonostante il tema cupo in cui la morte è vera protagonista, brilla timidamente un barlume di fierezza e di speranza. Il respiro della vita, che poi è l'elemento che spinge tutti noi ad affrontare le giornate, tra gioie e dolori, ma quel flebile alito di vita è destinato a finire, abbandonando il corpo e facendo fuggire l'anima nei cancelli dell'oltretomba.

Stranger At The Gate

I cancelli dell'oltretomba sono rappresentati dall'interludio Stranger At The Gate (Uno Straniero Al Cancello), altro brevissimo pezzo al piano composto nel 97, definito dal vocalist come una splendida marcia improvvisata che conduce alla fossa, dritto nel regno degli immortali. Questa strumentale cattura la bellezza del giorno, dell'ultimo momento di vita di un essere umano, quello che precede il trapasso. Il mondo è più bello, più colorato, non c'è dolore. Il cuore è invaso per l'ultima volta da una serie di emozioni profonde che scaldano le carni, le viscere e sprigionano energia positiva e calorosa che si tramuta in anima. Un minuto di piano, improvvisato come sempre nello studio di DeFeis e composto in base alle sensazioni del momento. Non si prova paura, l'ombra della morte sembra infatti docile, amichevole, ci trasmette tanta passione e tanto calore, ci conduce per mano nella zona d'ombra alla quale siamo tutti destinati. La dimora perfetta, quella paradisiaca, dai palazzi d'oro che rispendono al buio, dove tutto è pacifico e caloroso.

Perfect Mansions (Mountain Of The Sun)

Perfect Mansions - Mountain Of The Sun (Dimore Perfette - La Montagna Del Sole) è la dimora dell'oltretomba, paragonabile all'Olimpo dove risiedono gli Dei della mitologia greca. Questo brano è un inno al cielo, probabile seguito di "The Burning Of Rome", quando l'uomo, morto sotto la lava del vulcano, raggiunge il regno dei cieli. Power ballad di ben otto minuti in cui l'indole epica trasuda in ogni singola nota creando così una vera e propria opera d'arte. DeFeis scrive il brano per la riedizione dell'album, pensando di concludere definitivamente un argomento iniziato durante le sessioni della prima versione e poi obbligato dall'etichetta ad accantonare tutto per strizzare l'occhio al mercato. Avendo un minutaggio limitato, la band ha dovuto rinunciare a una buona dose di epicità, recuperata con forza in seguito con l'inserimento di splendidi pezzi più in linea con l'attitudine del combo newyorkese. Le tastiere emergono dalla foschia, in lontananza si odono le onde del mare che fanno da cornice a un'ambientazione suggestiva. DeFeis intona un canto delicato e oscuro, aumentando il pathos attraverso il falsetto, poi, sovrastando le tastiere, alza il tiro e introduce le prime due stupefacenti strofe, cantate col solo ausilio del piano, anche se l'entrata in scena di tutti gli strumenti è dietro l'angolo, proprio quando giunge il glorioso ritornello. Tra le note si ha un sentore di libertà, siamo al tramonto e il sole cala oltre l'orizzonte, una leggiadra foschia scende sulla terra, annebbiando la vista. L'uomo sta per morire, si guarda le ferite sul corpo e nota che sono molte. Giunge il tempo del trapasso, ma ha l'animo sereno, la sua vita si è compiuta, il volere degli Dei è stato esaudito. Adesso ha davanti a sé un sentiero cosparso di rose mistiche, oltre c'è solo l'infinito, e la montagna del sole, immagine stessa del paradiso, è davanti a lui. L'uomo sa che presto ritroverà tutti i suoi cari perduti nel corso dell'esistenza. Ayvazian esplode con irruenza e Pursino esegue un riff carico di adrenalina, donando potenza alla ballata. DeFeis intona, in un falsetto molto suggestivo, lo splendido refrain: "Stasera mi ritroverò nella dimora perfetta, dove cavalli d'argento corrono liberi. Riposerò nei gloriosi palazzi del cielo". Un breve assolo e poi si procede con la seconda parte, dove il dramma diventa ancora più reale, perché veritiero, legato al mondo della materia e al rapporto dell'uomo deceduto con la sua donna. Mentre questi chiude gli occhi e si abbandona all'oblio, pronuncia le più belle parole che un uomo possa dedicare all'amata: "Ditele che mi ha reso orgoglioso, ditele che avete visto i mei occhi mentre si chiudevano e non v'era traccia alcuna di paura. Ditele che quando sono morto ho pronunciato il suo nome, e che la rivedrò, un giorno, nel regno della luce". Un DeFeis altamente ispirato, unico nella creazione di questo misterioso legame tra amore e morte. Nella coda finale tornano le onde del mare a suggellare un solo di chitarra strepitoso, l'acqua come elemento di vita, dunque Poseidone richiama a sé il figlio guerriero appena spento, per portarlo nel mondo divino. La piroga bianca brucia nel mare e viene risucchiata delle onde che piovono giù come lacrime. Il Dio dell'inverno ha compiuto la sua missione, prendendosi l'ennesima vita. Il brano prosegue il discorso di "Lion In Winter", per una parentesi musicale frammentata che assomiglia molto a una veglia funebre e un inno alla vecchiaia. "Perfect Mansions" è una delle ballate metal più belle e commoventi della storia, di cui i Virgin Steele hanno realizzato anche un recente videoclip (molto amatoriale, a dire la verità) per il lancio dell'ultima riedizione del disco pubblicata dalla SPV nel 2011.

Coil Of The Serpent

Coils Of The Serpent (Le Spire Del Serpente) è ancora una volta un'introduzione, questa volta recitata da un DeFeis demoniaco che, sempre al pianoforte, pronuncia inquietanti parole profetiche che riproducono un paragrafo della bibbia quando, nel giardino dell'Eden, il serpente incarnazione di Lucifero, induce Eva a peccare. La voce manipolata rappresenta il peccato originario, il male insito nell'uomo. Il vocalist scrive questa intro e ovviamente il seguente brano "Serpent's Kiss" pensandolo proprio come fosse un brevissimo poema religioso, ossia con dei veri dialoghi espressi sotto forma di strofe e con l'alternanza dei personaggi protagonisti. Insomma, tutta roba che poi svilupperà nelle magnifiche metal-opere che prenderanno vita dagli anni 90 in poi. La dimora perfetta del precedente brano è proprio il regno dei cieli, l'Eden, ma non è tutto così perfetto come sembra, poiché il male, ossia Lucifero, si nasconde sotto le sembianze di un animale: un serpente. Il serpente si rivolge a se stesso, scocciato: "La rabbia, l'ira e la furia ribollono in me. Io sono destinato all'inferno, mentre gli esseri umani vivono in paradiso" e poi tenta Eva con la mela della conoscenza, dicendole di cogliere il frutto d'oro dall'albero, per poter diventare una dea dotata di straordinari poteri. Intanto il pianoforte emette degli strani sibili, molto inquietanti, che fanno presagire un pericolo imminente.

Serpent's Kiss

Un colpo di frusta ed esplode Serpent's Kiss (Il Bacio Del Serpente), epicissimo pezzo dove la progressione, nel senso letterale del termine, è il punto chiave. Otto minuti di sali e scendi, di accelerazioni improvvise e rallentamenti, mid-tempo e bridge sospesi che denotano la grandezza della band e la continua voglia di sperimentare. Il basso imperioso conduce il gioco e allora entra in campo DeFeis, cattivo come non mai, che flirta con l'aggressiva chitarra di Pursino e recita le parole del serpente rivolte ad Adamo ed Eva: "La morte è un sogno e la cattiva virtù non è ciò che sembra. Nel bianco della pace le anime rubano stelle creando il peccato". In breve ci si inerpica nel primo velenoso refrain, piuttosto cauto e costruito su un riff glaciale: "Figli di Caino, mortali e delicati, si diffonderanno nel mondo grazie al bacio del serpente", dove Caino rappresenta il peccato nel quale il serpente luciferino sguazza perché sa che Adamo ed Eva cadranno in tentazione. Il basso di Rob DeMartino è feroce e lo stile vocale di DeFeis maturo e viscerale, e allora si intuisce facilmente che questo pezzo non fa parte della prima stampa di "Age Of Consent" ma è una delle tante bonus track realizzate per la versione del 97. Le chitarre sono ancora più aggressive del solito e la batteria è suonata dal grande Frank "The Kraken" Gilchriest, che si unirà alla band dal 1995. Questa volta è Eva a pronunciarsi: "Combatto la superstizione attraverso questo elisir d'oro che tu mi offri, faccio in fretta e mi abbandono alla passione e alla gioia". Mentre Eva assaggia inconsapevolmente la mela del peccato, condannando così tutta l'umanità, il serpente esulta con grida (manipolate in studio creando un effetto spaventoso) e lancia il rimprovero: "Hai generato i figli del dolore, hai condannato la tua razza ed ora tu condividerai la mia caduta dal cielo, moltiplicando i dolori dell'uomo". Un cambio di tempo repentino e ci ritroviamo catapultati in questa rovinosa discesa verso gli inferi. Doppia cassa sparata a velocità inaudita, chitarra e basso che esplodono in una rocambolesca cavalcata, e allora giunge la geniale fase centrale nella quale si scatena il panico. Adamo esordisce rimproverando la donna "Abbiamo sbagliato ad ascoltare le parole della bestia dal cuore nero e dalla lingua falsa, dobbiamo abbandonare l'Eden per non farvi più ritorno. Siamo destinati alla morte" e il serpente risponde: "La luce della mia caduta vi offuscherà, da oggi soffrirete e piangerete per ciò che avete perduto". Pursino esegue uno dei suoi assoli più belli di sempre, mentre dietro di lui la band crea l'inferno. Intanto DeFeis spara acuti velenosissimi, riprendendo poi a cantare senza prendere respiro, l'andamento è ancora velocissimo, dunque il pathos cresce d'intensità, arrivando al refrain, questa volta più funesto e irascibile. Dio si palesa e scaglia il serpende Lucifero giù negli inferi: "Cadi giù nel fuoco, miserabile, sprofondando nella terra e chiudendoti nella notte incontaminata, circondato dalle fiamme eterne" ma Lucifero risponde piccato durante la discesa: "Da oggi inizia il mio regno. Meglio regnare che servire. Il mio odio farà cadere le pietre dei Campi Elisi, dunque assapora il bacio del serpente". Il ritmo decelera e torniamo alla situazione iniziale, con un mid-tempo oscuro e letale, per terminare con inquietanti note di pianoforte e ruggiti che mettono i brividi.

On The Wings Of The Night

On The Wings Of The Night (Sulle Ali Della Notte) apre la parentesi hard rock, quella voluta fortemente dall'etichetta discografica nel 1988, atta ad aprire l'album strizzando l'occhio alle classifiche. Siamo in territori più commerciali, ma la qualità resta comunque alta, testimoniando che la band americana è divina anche in un settore diverso dal solito e che sarà sperimentato in maniera trionfale nel seguente album "Life Among The Ruins". Le tastiere aprono il brano e si ha subito una sensazione strana, molto legata all'AOR, in voga nel periodo, anche se un sentore epico aleggia nell'aria attraverso i bei cori in sottofondo. DeFeis canta in modo più pulito e delicato, anche se non rinuncia ai suoi immancabili ruggiti in più parti, portandoci in un luogo buio e sognante. Un inno alla notte, vista come una divinità incantata da venerare, durante la quale fuoriesce la passione ancestrale e l'istinto primordiale dell'uomo. Quando il giorno va a dormire e appaiono le stelle in cielo, allora quello è il momento di lasciarsi andare, di sentirsi vivo davvero. L'anima allarga le sue ali di corvo e così scatta la splendida dedica d'amore all'amata di turno. Nel pre-chorus si evidenzia questa irrefrenabile voglia di amore, di possessione carnale, poi ci si immerge nel bellissimo ritornello, piuttosto arioso e dalla melodia conquistatrice: "Siamo abbastanza maturi per cavalcare le ali della notte, abbandonandoci a noi stessi. Sono qui per te e tu sai che ti desidero". Si procede velocemente verso l'apice di questo amore tormentato da parte di un uomo nei confronti di una giovanissima ragazza; qui fuoriesce la parte selvaggia di lui, deciso a conquistare il suo amore, nonostante le malelingue che lo vorrebbero stroncare e che lo riterrebbero un bugiardo privo di emozioni. Edward Pursino si inerpica nel primo ottimo assolo, conducendo una interessante battaglia con Ayvazian alla batteria. Questa è una splendida e classicissima cavalcata hard rock, atta a conquistare cuori e a studiata per colpire al primo ascolto. Come al solito, la coda finale costruita da questi musicisti è eccellente, ricca di significato e di magia, così parte il secondo assolo di Pursino e David si lancia in acuti sofferti e gemiti di piacere. "Cavalchiamo la notte, dove due cuori collidono. Voglio sentirti nell'oscurità" sono le ultime parole prima della chiusura. Un grandissimo pezzo che all'epoca sorprese tutti i fans della band per via del cambio di rotta, ma che risulta comunque una perla melodica non indifferente.

Seventeen

Seventeen (Diciassette) continua sulla scia hard rock e, contro ogni previsione, questa si pone come title-track dell'album, perché le parole del ritornello sono emblematiche. Il ritmo è scanzonato, la chitarra elettrica infuocata, il vocalist scatenato e in preda all'eccitazione. "Seventeen" è una riflessione generale della nostra energia giovanile, è un canto all'innocenza e al passaggio tra giovinezza e maturità. L'età del consenso è la maggiore età. Parla di una sensuale ragazza, di nome Janey, una rocker vestita di pelle e borchie, che utilizza la sua sensualità ed eleganza per entrare nel mondo degli adulti. Sa di essere desiderata e che ha tutti gli occhi addosso, le piace piacere, le piace sedurre. DeFeis ulula di piacere e le intona un canto d'amore: "Voglio gustare la magia nascosta del tuo fascino, mentre il tuo corpo arde di passione nella notte. Dolce diciassettenne, sei nell'età della consapevolezza, nell'età del consenso". Sebbene le liriche siano le meno profonde e sicuramente meno complesse di tutto il disco, la sensazione di benessere che un pezzo del genere trasmette è innegabile. Diciamo che si tratta di un hard rock molto gustoso, decisamente minore rispetto al contesto generale evocato dall'album, e che stona di brutto per la tematica trattata, ma i Virgin Steele riescono comunque a metterci una pezza risultando piacevoli. Inoltre, troviamo un brillante assolo di Pursino, come al solito impeccabile, maestro assoluto della sei-corde. Fare l'amore sotto la luna estiva, col caldo e l'afa, dove i corpi scivolano in un fuoco liquido, togliendosi vestiti di seta e agitandosi con movimenti felini. Riverberi nell'aria e gemiti felini fuoriescono dalle casse dello stereo, dunque un cambio di tempo ci coglie di sorpresa, l'atmosfera è sognante e delicata, ma si ha il presagio che tutto stia per ricominciare, e ancora più animalesco di prima, dove gli istinti animali potranno sfogarsi. Resta un mistero del perché la casa di produzione abbia voluto commissionare un pezzo del genere, che per carità, resta un discreto brano, ma che non può né rappresentare l'album, essendone la traccia dalla quale viene fuori il titolo stesso dell'opera, né presentare il lavoro, venendo messa in apertura, come seconda in scaletta. Da ciò si può comprendere lo sconcerto dei fans dell'epoca, sentitisi traditi. Di epos qui dentro non c'è nemmeno l'ombra, e resta il rammarico delle tante tracce escluse dall'opera primordiale per colpa di un minutaggio limitato. Fortuna che nella versione definitiva dell'album "Seventeen" viene relegata a decima traccia, il cui valore oggettivo viene decisamente nascosto dai monumentali brani precedenti, destando meno scalpore che in origine.

Tragedy

Tragedy (Tragedia) è un gioiello poetico che solo il genio di DeFeis sa ricreare. Una semiballata magica e drammatica, dotata di un'anima oscura e malinconica. Delicate tastiere danno inizio alla tristezza infinita che coglie il nostro protagonista, distrutto per la perdita della donna della sua vita. DeFeis è delicato e poetico e piange il suo amore, interrogandosi sul motivo per il quale è morto sul nascere. Chi è da incolpare? Chi ha ucciso il nostro amore? Cuori spezzati e sogni infranti, il disegno del destino è stato compiuto, il mondo andato alla deriva e le cicatrici sono ancora fresche. Su un'interessante arrangiamento che vede tastiere, chitarra e batteria collidere e sfidarsi, nasce il clamoroso ritornello, anticipato da una strofa apocalittica: "Non sono pronto a perderti, cado al tuo tocco, è una tragedia che il nostro amore si sia spezzato, i sogni infranti al suolo, la nostra passione è dolore". La melodia è celestiale, paradisiaca, ricca di incanto. Siamo di fronte a una classe e un'eleganza immense che si palesano in una delle migliori ballad della band. Si continua sempre su territori romantici, l'agonia si fa ancora più claustrofobia e letale, la donna è tra le braccia di un altro. Chi è costui? Assomiglia al nostro uomo ferito? Come si comporta? Un vetro rotto, una rosa calpestata, il sangue scorre nell'anima del sofferente, lui è agonizzante, soffre ed ha il cuore lacerato, ma non deciso a morire. No, non verrà ucciso, anche se il peso della perdita è atroce, una vera tragedia. In breve si consumano le liriche, profonde e tese, poiché mancano le parole per esprimere la perdita di questo grande amore. "Tragedy" è una ballata dal testo piuttosto classico, ma costruita su atmosfere epicheggianti che si addicono perfettamente alla linea dell'album e scaturite da sommessi cori in sottofondo e dall'utilizzo morbido delle tastiere. Come al solito, quando DeFeis si siede al piano non ce n'è per nessuno, capace di ricreare ambientazioni struggenti e disperate, come solo i grandi poeti sanno fare. Questo pezzo è un autentico capolavoro, molto sottovalutato non solo dal pubblico ma persino dalla stessa band, quasi mai eseguita dal vivo e forse troppo snobbata, nonostante la classe cristallina che traspare grazie a dei musicisti in grande spolvero. Le stesse tematiche, quelle del rimpianto, della tragedia e di un amore perduto per sempre, saranno poi sviluppate nel seguente disco, affogato nella disperazione per via della situazione personale del vocalist, un dramma atroce che farà la sua comparsa da lì a breve e che lo segnerà per molto tempo.

Stay On Top

Stay On Top (Resta In Cima) è la cover di un discreto brano degli Uriah Heep, maestri assoluti dell'hard rock esoterico e dalla natura magica, anche se qui ripresi nella parte di carriera meno attraente e meno ispirata. La traccia è estrapolata dal buon album "Head First", di certo non un lavoro fondamentale e anzi, considerato addirittura uno dei minori partoriti dalla band inglese, uscito nel 1983, in un periodo in cui la band di Mick Box combatte con le critiche della stampa ed è una realtà frammentata a causa dei numerosi cambi di formazione. Durante le sessioni di "Age Of Consent", DeFeis compra il vinile degli Heep e, mentre si concede una pausa in studio di registrazione ascolta il vinile, dunque inizia a suonare questo brano, attratto dalla grande energia scaturita. Gli altri componenti gradiscono subito e in pochissimi minuti iniziano a riarrangiare la traccia, improvvisando sul posto. Il risultato è talmente buono che tutti insieme decidono di inserire la cover sull'album. In realtà non si tratta di un grandissimo pezzo, né di uno di quelli complessi, e si perde nella magnificenza delle opere degli Uriah Heep, autori di veri capolavori immortali. Tuttavia il remake accontenta le esigenze dell'etichetta, decisa a inserire tutti brani hard rock nel lato A del disco, contribuendo inconsciamente al flop commerciale. Dal punto di vista strumentale siamo a livelli elementari, dove il tutto è costruito sa un buon riff di chitarra, abbastanza energico e fresco, ma purtroppo senza grossi cambi di tempo e in più con una linea melodica non delle migliori, dove persino il refrain stenta a decollare. Lo stile della band, però, si sposa bene con lo spirito dell'originale, anche grazie all'utilizzo delle tastiere e all'indole blues rock dei musicisti coinvolti. Il testo è un poco banale, nel quale si evidenziano le difficoltà che ognuno di noi incontra nella vita. Ognuno ha qualcuno che gli mette i bastoni tra le ruote, che prova a fargli del male, che gli parla alle spalle, ma non bisogna demordere, bisogna lottare e fregarsene degli ostacoli. "Bisogna essere forti, non andare giù al tappeto, non abbatterti prima di sentire il tuono. Resta in piedi, resta in cima" sono gli ordini da seguire, le parole da incidersi bene in mente. Bisogna nascondersi i soldi in tasta e non farsi prendere in giro da nessuno, bisogna tenere la testa alta, avanzare con orgoglio, ritenersi i numeri uno, facendosi gli affari propri. È una semplice e banale lezione di vita, un insegnamento che da sempre il rock impone ai suoi seguaci. Ci sono degli ottimi momenti, come il buon assolo o il melodico bridge, la prestazione dei nostri è perfetta come al solito tanto che l'ascolto del brano è piacevole. In definitiva un discreto momento, che nulla aggiunge e nulla toglie al valore dell'album.

Chains Of Fire

Con Chains Of Fire (Catene Di Fuoco) i Virgin Steele chiudono la parentesi hard rock e tornano su lidi a loro più congeniali, e lo fanno con un pezzo da novanta, un possente e incazzato brano epico e animalesco basato su un riffing portentoso e raffiche incontrollate di batteria. Irruenza barbarica concentrata in un breve minutaggio, visto che parliamo di soli tre minuti. DeFeis ruggisce e ci porta sul campo di battaglia, ma questa volta non risuonano echi di grida vichinghe, zoccoli di nobili cavalli o scintillii di spade, ma piuttosto emerge una dimensione intimista, legata ai dolori amorosi. Il cuore si trasforma metaforicamente in un campo di guerra dove impazzano alla rinfusa sentimenti profondi. Occhi di fuoco, labbra fiammeggianti, una donna luciferina cammina nelle tenebre e ci addomestica, condannandoci allo stato di schiavitù permanente dove la nostra mente è legata alla sua. Si tratta di una bellezza fatale che viene avvolta dall'estasi divina, come dea della discordia alla quale dobbiamo portare doni e recitare preghiere. Ubriachi d'amore, gli uomini si abbandonano tra le sue braccia, gustando il sapore del paradiso e bruciando di ardore. "Catene di fuoco, sono prigioniero del desiderio, la notte è viva e sta bruciando, il nostro amore è un figlio lascivo. Bruciamo insieme" dice lo splendido ritornello, cattivo ma melodico, che si instaura nel cervello come virus letale. Assolo prepotente e tempo sospeso in cui emerge la chitarra acustica, l'estasi divina dura qualche secondo, scandito dai gemiti del cantante, e poi si riattacca con il delizioso refrain che ci conduce alla seconda parte. Il ritmo è serrato, DeFeis alza il tiro e palesa la sua innata potenza vocale, mentre dietro la sezione ritmica scalcia che è una bellezza, fomentando l'ascoltatore. Tre minuti sono pochi per ulteriori sviluppi, e così il pezzo scorre tranquillo nella sua semplicità: due corpi speculari intervallati da una bella fase strumentale, un testo conciso ma allegorico e profondo che racconta dell'ennesimo amore sofferto, legato da catene di fuoco che trattengono, o almeno cercano di farlo, l'istinto umano. Le liriche della band vanno sempre prese come allegoria, come metafore mitologiche ed evocative che si aprono a scenari lontano nel tempo, quasi astratti, ma che sono più reali di quanto sembrino. La crisi esistenziale e amorosa è sicuramente molto vicina alla nostra epoca, perché l'animo umano, nonostante il corso dei secoli, le evoluzioni scientifiche e sociali, resta sempre uguale; un istinto ancestrale, che ci portiamo dietro sin dalla notte dei tempi. Spezzando quelle robuste catene di fuoco e di luce saremo liberi dalla tentazione e ribelli nei confronti delle emozioni, e solo una volta liberati raggiungeremo quella che gli antichi definivano come atarassia, ovvero l'assenza di emozioni e dunque pace e armonia totali. Ma quelle catene mai cederanno.

Desert Plains

Desert Plains (Pianure Deserte) è la seconda cover del disco. Nel 1997 i Virgin Steele vengono contattati per partecipare a un album-tributo ai giganti Judas Priest, e allora i nostri si danno subito da fare ri-arrangiando due pezzi della band di Halford: "Desert Plains", appunto, e "Screaming For Vengeance", che sarà inserita nell'ultima ristampa dell'album, quella in doppio cd. Nella metà degli anni 80 DeFeis ricorda di aver sentito questa traccia eseguita dal vivo da una band di New York. Non sapeva di chi fosse l'originale, dato che si tratta di un pezzo poco conosciuto dei Priest e contenuto in un disco poco brillante come "Point Of Entry", dall'attitudine radiofonica e decisamente poco ispirato, e pensò subito che fosse un grandissimo brano. Una volta scoperta la paternità, decise di suonarla per diletto; poi, quando arrivò l'occasione di partecipare all'album-tributo non ebbe nessun dubbio su quale brano proporre. Ed ecco che "Desert Plains" viene trasformata per l'occasione, il testo un po' alterato, gli arrangiamenti differenziati e inoltre un tappeto inedito di tastiere viene inserito per rendere il suono più epico. Un bellissimo risultato, dall'aspetto affascinante e magnetico, incentrato su angeliche tastiere e su vocalizzi sensuali. Il ritmo è più sognante e più rallentato rispetto all'originale, mentre si nota il grandissimo lavoro dietro le pelli di Gilchriest e di DeMartino al basso. La luna piena è sorta, il cielo è diventato nero, la strada è stata tracciata. Il vento soffia tra gli occhi, e allora si ode la chiamata dell'amante. "Attraverso pianure deserte ti porto l'amore" dice il refrain, tanto semplice quanto bello, dotato di una magia ancora più esasperata nella versione dei Virgin Steele. Il tuono della montagna selvaggia riecheggia nell'aria, il cuore soffre e schizza sangue, c'è un sentiero di luce che brilla nella notte. Bisogna seguirlo per arrivare a quella voce soave che chiama da lontano. Si attende l'alba, oltre l'orizzonte, e alla fine ecco la donna/dea che corre incontro al suo uomo. L'abbraccio sa di immortalità. Nella pianura deserta l'amore esplode in un miliardo di scintille. Gli amanti di abbracciano in trionfo, sulle ali dell'alba, quando la notte incontra il giorno. Il momento è evocativo e intriso di romanticismo.

Cry Forever

Cry Forever (Piango Per Sempre) è una strepitosa ballata, ancora una perla melodica regalataci da DeFeis e dal suo piano. La drammaticità e la sofferenza sono emblematiche, tanto che anche il vocalist canta con voce rotta dal pianto, in un'interpretazione stupefacente che narra di un amore perduto. L'uomo avrebbe dovuto saperlo già da tempo, guardando attraverso i suoi occhi di luce, che tutto sarebbe finito per sempre. Impossibile dimenticare l'amore condiviso, i momenti trascorsi insieme, gli istanti in cui lui la stringeva forte tra le sue braccia. Sembra ieri che lei sussurrava che non lo avrebbe mai lasciato, e invece il destino ha voluto la fine di questo amore. La sua morte. Dopo la struggente strofa arriva la poesia nera, intrisa di tristezza, del clamoroso e sublime ritornello: "Piango per i sogni che avevamo, piango per i sogni che mai più condivideremo. Ci siamo amati ed ora è tutto finito. Mi pensi ancora?" si interroga l'uomo tra le lacrime, per poi ricordare quei magici momenti in cui era con la sua amata, il suo viso d'angelo, le bugie raccontate, i battiti del suo gentile cuore, la passione di quando erano liberi e felici. Emergono dal nulla le chitarre, il basso e la batteria e il pezzo si rafforza, caricando un maggiore senso di malinconia. "Ora l'orologio batte lentamente i suoi colpi in questa stanza vuota. Le immagini di noi aleggiando come fuochi di candele nella fochia" declama un DeFeis disperato, anticipando l'intermezzo strumentale e lasciando il palco al compagno Pursino, il quale si scatena un virtuoso assolo blues. La tempesta si infrange presto, la sezione ritmica ritorna nel suo dolce dormiveglia, i toni si abbassano, l'energia sembra esaurita; resta solo il rimpianto della perdita, l'amarezza di fondo, decantata con fiato spezzato: "Ho sognato la nostra ultima notte insieme, la visione era chiara, e non c'erano lacrime o dolore o menzogne. Mi sono svegliato pensando a te e avrei giurato che tu fossi lì con me, ma poi se svanita nel nulla come un frammento nella notte". Infine, la ballata si chiude con un quesito, il protagonista si chiede se la donna, in quello stesso momenti, stia pensando a lui. Poi le lacrime tornano a scorrere impetuosamente come un torrente in piena. Questo splendido pezzo d'amore, scritto in un lampo di genio durante una sera primaverile, verrà inserito anche nella versione europea di "Life Among The Ruins", risultando di fatto un doppione, mentre nella versione americana e asiatica dell'album del 1993, ci sarà, al suo posto, il singolo stesso dell'opera, "Snakeskin Voodoo Man", composizione hard-blues inspiegabilmente inedita in Europa, almeno fino alla reissue del 2012 da parte della SPV, quando la scaletta originale verrà reintegrata rispettando la stampa americana. "Cry Forever" è una ballata di successo, una delle più conosciute e amate della band.

We Are Eternal

We Are Eternal (Siamo Eterni) chiude l'album con toni solenni ed epici, in un inno alla vita e all'immortalità delle gesta. È una dedicata a tutti noi, fan della band e appassionati di musica, eseguita dal vivo sempre in versione acustica, il cui ritornello è cantato da tutta la platea, per un'esperienza maestosa davvero efficace. Ancora una volta le tastiere danno il via all'esecuzione, ma vengono raggiunte immediatamente dalla chitarra di Pursino, fedele compagno di squadra. L'atmosfera è mistica, il ritmo non troppo veloce, ed ecco che ci immaginiamo questo paesaggio astratto, col sole alto in cielo, aria tiepida e nessuna ombra a fare da contorno. Siamo vivi, siamo liberi e in armonia col mondo. Le sabbie del tempo non ricopriranno i nostri corpi perché non siamo destinati a soccombere. Niente polvere alla polvere, cenere alla cenere, l'estate è per sempre, l'inverno lontano. Il trapasso degli anni non ci scalfisce perché "Noi siamo eterni, siamo immortali, siamo giovani e forti e la forza della vita è nelle nostre mani", come recita il glorioso e impavido refrain, dotato di una melodia poco accentuata ma decisamente trascinante. È l'emblema della musica targata Virgin Steele, è il trionfo dello spirito umano e della forza della vita. Tutto è nelle mani del Nobile Selvaggio che risiede in noi. Attraversiamo gli oceani del tempo, ascoltiamo le voci dei cieli, beviamo il vino, nettare degli Dei, bruciamo i mali e liberiamo gli innocenti, cogliamo l'attimo e sfuggiamo alla morte. La band è in pompa magna, non eccede in virtuosismo ma l'aspetto regale non l'abbandona, Ayvazian esplode con una raffica che accresce il pathos e viene seguito a ruota dal riffing imponente dell'ascia. Il basso gronda sangue e ingrassa l'atmosfera. È estasi divina, è foga collettiva, le tastiere riemergono placide dopo aver ripreso fiato e aumentano d'intensità assieme all'intonazione di David: "Siamo la fiamma che non morirà mai. Siamo ancora vivi!" grida l'eroe nell'ultima fase, seguendo il tracciato scavato dallo stupendo assolo chitarristico. Quattro minuti che scorrono veloci come un lampo, quattro minuti di epos magniloquente e oscuro ma che rivela un baglio re di luce, un inno alla vita, alla bellezza del mondo, alla melodia del cosmo. Un messaggio positivo, quando l'epic metal non è solo morte e sangue e spade, ma qualcosa che va oltre, illuminandoci il cammino con parole d'amore, di trionfo, di gloria eterna.

Conclusioni

L'età del consenso, nelle note espresse dal leader DeFeis, appartiene ormai a un'epoca lontana, quasi sprofondata nel mito. Il consenso tanto cercato, nel 1988, viene invece negato e l'album "Age Of Consent" si perde come per magia raggiungendo un ingiusto oblio per quasi un decennio. L'opera viene immessa sul mercato senza alcuna promozione e senza grossi cerimoniali, gli stessi che dovrebbero spettare a ogni eccelso lavoro, e viene lanciata allo sbaraglio come un soldato inesperto in prima linea a combattere un nemico invisibile. Molte persone, all'epoca, nemmeno vengono a conoscenza della nuova creazione firmata Virgin Steele, tanto che quando l'album ritrova la luce, nel restauro del 1997, molti pensano si tratti di un disco inedito e appena uscito. La Maze Music combina un bel disastro, e nel suo fallimento trascina non solo la band newyorkese ma tutti gli artisti che al momento sono legati contrattualmente ad essa, tra cui Exciter, Coroner, Kreator, Tankard, Savage Steel, Rage e Voivod. I Virgin Steele però sono la band di punta, quella su cui l'etichetta punta maggiormente e investe di più, ed è per questo che i nostri eroi dell'epic risentono più di tutti della caduta. Più è grande il successo e più grande è la caduta, seguita dalla crisi più nera che si annida nella mente dei quattro ragazzi per molti mesi, che li travolge, che li investe come un treno in corsa e li riduce in brandelli. Il futuro, ora più che mai, è incerto e molti vociferano di uno split, in più il bassista Joe O'Reilly, già latitante per motivi di salute durante le registrazioni dell'album, lascia definitivamente la band, accrescendo questa sensazione di smarrimento che tutti, musicisti e fans, temono. Siamo a un punto di non ritorno, ma grazie all'impegno di DeFeis, Pursino e il batterista Ayvazian, la band tiene duro, si prende una lunga pausa, riordina le idee, e all'inizio della nuova decade è pronta a tornare in pista, anche se il momento buio e l'ombra della tragedia, specie nella vita personale di DeFeis, è sempre presente, soprattutto durante le registrazioni del seguente lavoro "Life Among The Ruins" e che racconterò in un altro momento. "Age Of Consent", ovviamente nella sua versione definitiva, rappresenta il salto di qualità, capace addirittura di migliorare le piccole imperfezioni presenti in un gioiello che ha fatto scuola come "Noble Savage". L'aspetto epico è ancora più marcato, la produzione è cristallina, DeFeis è vocalmente al suo apice, capace di cantare quasi ogni pezzo con tonalità altissime e facendo intravedere un ulteriore sviluppo lirico che esploderà definitivamente in tutti i concept-album mitologici che vedranno la luce qualche anno più tardi. Edward Pursino e Joey Ayvazian sono due artisti incredibili, tecnicamente impeccabili e in grado di assecondare ogni volere del mastermind; purtroppo O'Reilly è poco presente in studio di registrazione, e allora molte parti di basso sono suonate dallo stesso cantante, mentre nelle tracce aggiunte nella seconda versione troviamo le incursioni di Rob DeMartino in sostituzione del bassista originario, con il quale i Virgin Steele registreranno "Life Among The Ruins" e "Invictus", mentre gli altri album del periodo li registreranno in una insospettabile formazione a tre, mettendo in evidenzia alcune problematiche legate all'inserimento di un bassista stabile che investiranno la band dalla fine degli anni 80 in poi, almeno fino all'entrata in scena di Joshua Block, nel 2001, ma che si riproporranno lo stesso nel corso del tempo. Se "Noble Savage" testimonia il primo passo per l'immortalità, un nuovo inizio di carriera dopo la parentesi con Jack Starr, e anche una nuova concezione filosofica e artistica, "Age Of Consent" rappresenta la sua ulteriore evoluzione. Sicuramente meno importante a livello storico, decisamente sfortunato nella realizzazione primordiale, ma questa è l'opera più difficile della band, se non nel processo creativo almeno in quello commerciale, inteso come mero prodotto artistico, poiché vede la luce per ben due volte, la prima fallimentare, preludio di un periodo nerissimo, la seconda gloriosa, pubblicata nel momento d'oro, durante il brillante ritorno a determinate sonorità grazie all'ondata heavy/power di fine anni 90, tra l'altro scandita dalle opere massime dei Virgin Steele: la trilogia del matrimonio e dell'inferno e la trasposizione musicale dell'Orestea di Eschilo esposta nei due imponenti e sublimi "The House Of Atreus", vere e proprie metal-opere. "Age Of Consent" è una sorta di rinascita, una parabola sulla rivincita di una band che non si è mai arresa ai colpi inflitti dal fato, che si è rimboccata le maniche, ha lottato per ritornare sul gradino che gli spetta e che ha vinto, imponendosi tra i giganti dell'Olimpo metallico. Questo disco è un capolavoro senza tempo, una perla capace di inanellare una serie consecutiva di brani imponenti, tanto belli da togliere il fiato, che si stagliano sulle nostre teste come inni all'acciaio più epico. "The Burning Of Rome", "Lion In Winter", "Perfect Mansions", "Tragedy", "Serpent's Kiss", "Cry Forever" o "Chains Of Fire", sono tutti brani che fanno gridare al miracolo e che sono impossibili da ignorare. Chi nel 1988 se l'è perso lo ha potuto recuperare alla fine del millennio, chi lo perduto alla fine del millennio oggi lo può trovare ridistribuito, come tutto il catalogo della band newyorkese, in doppio cd-digipack dalla SPV, una delle industrie più importanti del panorama hard rock, arricchito con altrettante bonus-tracks, per un'esperienza uditiva dannatamente epica. L'età del consenso è finalmente giunta, ed è più bella che mai.

1) The Burning Of Rome (Cry For Pompei)
2) Let It Roar
3) Prelude To Evening
4) Lion In Winter
5) Stranger At The Gate
6) Perfect Mansions (Mountain Of The Sun)
7) Coil Of The Serpent
8) Serpent's Kiss
9) On The Wings Of The Night
10) Seventeen
11) Tragedy
12) Stay On Top
13) Chains Of Fire
14) Desert Plains
15) Cry Forever
16) We Are Eternal
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