ULVER

ATGCLVLSSCAP

2016 - House of Mythology

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
04/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Gli Ulver continuano a sperimentare, c'è sempre una qualche novità pronta a sconvolgere il modo di intendere la musica, ed "ATGCLVLSSCAP" (2016) è un'altra novità pronta a gettare nel panico chiunque. L'album è stato pubblicato dalla neonata londinese "House of Mythology" - difatti questo album è la seconda pubblicazione dell'etichetta - e non sorprende che gli Ulver, che sempre hanno avuto un legame particolare con Londra, abbiano iniziato un sodalizio con un'etichetta basata proprio là. CD, cassetta, digitale e poi vinile... l'etichetta sarà nata da poco, ma non fa mancare nulla ai paladini della musica Sperimentale. Fare un riassunto dell'evoluzione del gruppo, fino a questo lavoro, richiederebbe una recensione a parte; in questa sede ci limiteremo a ricordare che abbiamo lasciato i pionieri all'indomani del solenne "Messe I.X-VI.X" (2013) per poi ritrovarli in un campo molto diverso con "Terrestrials" (2014), frutto della collaborazione coi celebri Sunn O))), punto di riferimento nel Drone. L'album del quale ci occupiamo adesso si presenta criptico già nel titolo, un acronimo ottenuto mettendo in fila le iniziali dei nomi dei segni zodiacali, ma questa è solo una curiosità e non costituisce il nucleo fondamentale della sperimentazione proposta. La particolarità di questo lavoro sta, quindi, nel fatto che tutti i brani proposti sono il frutto di un remix di improvvisazioni eseguite live, durante un tour europeo, e registrate in multitraccia. Insomma, gli Ulver hanno fatto un tour esibendosi in improvvisazioni, registrando individualmente ogni strumento in una traccia separata; successivamente hanno preso quel materiale e l'hanno rielaborato, stravolto, tirando fuori quello che possiamo ascoltare in ATGCLVLSSCAP. Basterebbe già solo questa circostanza per inneggiare al genio, chiudere la recensione e finirla di scrivere inutili parole... ma queste tracce meritano di essere sentite ed analizzate una per una! Sul palco hanno prestato la loro arte: Kristoffer Rygg (elettronica, percussioni e voce), Tore Ylvisaker (tastiere ed elettronica), Daniel O'Sullivan (chitarra e basso), Jørn H. Sværen (voce), Ivar Thormodsæter (batteria), Ole Alexander Halstensgård (elettronica) entra in formazione Anders Møller - percussionista - che aiuterà il gruppo in sede live. Merita una menzione a parte Seth Beaudrealt che, nei concerti, cura la parte visuale dello spettacolo. A rielaborare questo materiale ci hanno pensato Rygg, Ylvisaker, O'Sullivan e Sværen. Bisogna tenere a mente che considerare questo un "album di remix" è totalmente errato, perché l'intenzione (ed il risultato) era quella di creare qualcosa di totalmente nuovo; anche perché - sebbene alcuni passaggi prendano ispirazione da brani che già conosciamo - ci sono delle evoluzioni imprevedibili, frutto dell'improvvisazione, che hanno dato ai nostri del materiale del tutto inedito da rielaborare. La copertina di questo album richiama, in modo anche spudorato, un concetto grafico molto caro ai Sunn O))), abbastanza simile a quanto abbiamo trovato in "Terrestrials". È rappresentato infatti un cerchio riempito di nero, su sfondo bianco; da questo cerchio perfetto emanano altri cerchi (non pieni) che sembrano rappresentare delle onde sonore. Questi cerchi, man mano che si allontanano dal centro, dal luogo di origine, si fanno sempre più chiari fino a diventare di colore grigio; non solo, allontanandosi dall'origine i cerchi si fanno sempre meno spessi, diventano sottili... scompaiono. Ad essere rappresentata, in questa grafica minimale di Paschalis Zervas, è indubbiamente una fonte sonora. Perfezione minimale, questo gusto per un'estetica priva di orpelli, ridotta all'essenziale e gloriosa nella sua semplicità, l'essenza del wabi-sabi di scuola giapponese. Guardando questa grafica non si può non pensare a quella perfezione, di ispirazione zen, che caratterizza il karesansui, quella sabbia che sembra fatta di acqua, che si atteggia ad onde perfette, dall'aspetto sinuoso. Altro aspetto da non trascurare in questo album è l'ingente mole: un'ora e venti di durata. Si può anticipare immediatamente che le sonorità non sono affatto Drone, o almeno non solo, e che l'Elettronica gioca un ruolo assolutamente fondamentale in questo lavoro; caratteristica che, per certi versi, rende immediato riferirsi a " Perdition City" (2000) per rintracciare un prototipo. Ma un paragone del genere, sia pure considerando che diversi brani rielaborati contengono spunti improvvisativi eseguiti proprio su basi tratte da quell'album, rischia di svilire il lavoro degli Ulver, che punta in avanti e raramente si guarda indietro (se non per stravolgere, sovvertire). Occorre precisare che, se nella formazione dei live abbiamo visto tutti quei componenti, in studio i quattro già segnalati artisti si sono dedicati principalmente alla programmazione. I brani sono quasi tutti strumentali, fatta eccezione per la decima traccia in cui c'è la voce di Rygg.

England's Hidden

Iniziamo il viaggio con "England's Hidden (L'Inghilterra è nascosta)", un titolo che si potrebbe anche tradurre come "La parte nascosta dell'Inghilterra", dipende dal significato che si attribuisce alla 's che potrebbe essere un is abbreviato, o un genitivo sassone (ma anche un has, aprendo le porte ad un'ulteriore traduzione, sebbene meno probabile). Festose campane richiamano i fedeli, prima lontane e poi sempre più vicine man mano che la gente si avvicina al luogo di culto; a mescolarsi a questo tripudio, ci sono degli effetti elettronici che mimano il timbro delle campane tubolari. Mentre il suono delle campane occidentali, classicamente in bronzo, presenti nei campanili delle chiese, è molto squillante ed esplosivo; il suono delle campane tubolari è diverso, più delicato, più ovattato, anche per via del fatto che - come il nome stesso suggerisce - hanno la forma di un cilindro. Storicamente, nell'orchestra, le campane tubolari sono state creare per simulate il suono delle campane tradizionali (che di certo non si potevano portare e suonare sul palco); per certi versi anche lo xilofono svolge una funzione simile, con la differenza che il suono dello xilofono e più secco e cristallino (ha una coda più corta), mentre quello delle campane tubolari ha più risonanza. Una mescolanza di tradizione ed innovazioni che convivono per lunghi e significativi secondi: mentre le campane continuano a risuonare in festa, seguendo la stessa tradizionale melodia, la trama dei suoni sintetici si infittisce, con ulteriori elementi che si inseriscono e proseguono nel loop. Ad un certo punto il volume delle due componenti si eguaglia, la componente moderna sembra iniziare a prendere il sopravvento e tutto il riverbero delle campane tubolari satura l'ambiente, lo rende complesso, spazioso, etereo. Le campane tubolari cedono il passo a quelle che sembrano delle atmosfere che evocano un brusio, si immagina la folla dei fedeli che accede ai locali sacri e vi prende posto con pacata naturalezza. Suoni più umidi, le campane tubolari si trasformano ed ora pare di sentire delle percussioni sottomarine: bolle d'aria esplodono e noi siamo immersi. Una nota di distorsione: è una chitarra che appare progressivamente a spezzare l'idillio, dei rumori improvvisi e disturbanti caricano l'atmosfera - che prima era paradisiaca - in un principio di disastro. Sembra quella scena in cui si vede una comunità, tutta sorrisi e strette di mano, ignara del pericolo che incombe, del disastro tremendo che si sta per abbattere. Si crea così suspense, si trasmette effettivamente l'idea di un qualcosa di nascosto, un male che si cela agli occhi dei fedeli. I suoni aumentano di intensità, sollevando così il volume complessivo che ora pare assordante. Un glorioso tripudio, con delle note distorte che molto devono alle influenze Drone quanto a lentezza e disturbante solennità. Ecco che il synth tira fuori delle sinfonie calde, che contrastano col sottofondo; taglienti affettatrici metalliche che ruotano funeste, che affascinano con la loro mortale bellezza e precisione. Siamo a metà brano ed il culmine è stato abbondantemente raggiunto, restano le campane in sottofondo, che ormai si sono stampate in mente e sono la premessa e costante del brano. Una lenta nenia, una melodia triste, riverberi ed atmosfere sature di armonici che si arricchiscono ad ogni passaggio, un'enorme camera di risonanza che amplifica e restituisce in modo caotico. Diversi elementi sintetici prendono parte al caos musicale, poi si distingue il suono di un organo che, ostinato, si inserisce nel rintocco di campane fino a sostituirlo... il modo costante genera delle onde di risposta, da parte della risonanza. Tutto ciò genera, appunto, queste onde binaurali: in cui due onde sonore - di frequenza poco differente - dai toni bassi e sovrapposte (o mandate in stereo) vengono percepite come un'unica onda dominante, per l'effetto della retroazione del sistema nervoso. Delle voci sembrano intonare note con timbriche gregoriane, sono voci tratte dal brano "England", contenuto in Wars of the Roses (ciò spiega anche il titolo di questo pezzo). tutto oscilla lontano, rarefatto, tutto intorno c'è un'atmosfera nebulosa, viva ed in continuo mutamento; l'aria è un reflusso continuo, come le onde sulla spiaggia, in un modo ondulatorio che si fa sempre più lento. Suoni elettronici, nel finale introducono delle timbriche più tipicamente associate al futurismo ed alle macchine. Questo è un primo brano che ci presenta le doti di mostri della programmazione di suoni sperimentale, possiamo anche notare che in un certo modo si sono riprese anche le suggestioni introdotte con "Messe I.X-VI.X".

Glammer Hammer

"Glammer Hammer (Martello Glammer)" è di difficile traduzione, in letteratura il termine glammer compare nella saga fantasy di Stephen King: "The Dark Tower"; in quel contesto è un termine che si riferisce ad incantesimi oltre la comprensione dei semplici umani. Nello slang appaiono rari utilizzi sostantivati che stanno ad significare "ciò che rende glam", spesso riferito a gioielli anche per via dell'assonanza con glimmer che sta ad indicare lo scintillio. L'associamento con hammer, il martello, forse mirava all'assonanza (una curiosità: esiste in effetti un martello frangivetro di emergenza, dal look molto kitsch, che si chiama proprio glammer hammer); ma è anche un modo per far riferimento a "Glamour Box (Ostinati)", il brano dal quale prevalentemente deriva questa improvvisazione rielaborata Una volta esaurite le inutili speculazioni passiamo alla musica: appare immediatamente essere la continuazione di quanto abbiamo lasciato alla fine del precedente brano, gradualmente si inseriscono delle percussioni, dal sapore tribale, delle pelli che sembrano percosse a mano. Poi una batteria vera e propria che suona con cassa, rullante e piatti, i suoni sintetici si fanno veloci e moderni, c'è frenesia. Se nel brano precedente era tutto molto lento, con le campane a scandire una tradizione millenaria, adesso è tutto in movimento, è il futuro e non si può stare fermi un attimo! Suoni cristallini, melodie rilassanti, sopra delle quali l'incalzante incedere del progresso. Il rullante scandisce con precisione ogni battuta, il colpo secco e la risonanza ampia che suggerisce uno spazio vasto, pieno di possibilità. Il suono del rullante è al centro dell'attenzione e non poteva essere altrimenti: lo strumento a percussione che, meglio di altri, può rappresentare il martello che colpisce, mentre tutto attorno vi è lo scintillio di cristalli che, delicati, brillano di mille sfumature e danzano nell'aria. A metà brano un intervento microtonale ci restituisce delle sonorità enigmatiche, spezzando l'incantesimo luccicante ed il fascino da esso evocato. Rumori, il suono di un clacson che ci riporta alla mente i paesaggi urbani di "Perdition City", colpi di bacchette e poi la botta: un riffone di chitarra si schianta sulla scena, sonorità Sludge invadono la città, percussioni tribali pregne di frenesia rispondono alla chitarra. È tutto un brulicare di sonorità, l'alternanza tra l'imponente chitarra ed il rullo delle percussioni si ripete a rotazione, presto accompagnato da melodie al synth; tutto cambia, si evolve e presto i colpi del martello sono dei suoni sintetici che devastano l'ambiente con epica solennità. È il futuro che avanza, prepotente: a tutte le creature non resta altro che adattarsi perché altrimenti verranno cancellate dall'evolversi degli eventi e dimenticate; è la potenza spaventosa del progresso che presenta infinite incognite, dilemmi. Il suono si fa presto Industrial, la chitarra dialoga con invadenti rumori di distruzione, la produzione, la fabbrica: madre e matrigna della società che per soddisfare la propria ingordigia dell'effimero si sottopone a condizioni innaturali. Di colpo tutto tace e si sentono solo i vivaci richiami di uccelli. Un brano dalle interessanti e coinvolgenti contraddizioni, il martellante avanzare di un qualcosa che luccica... ma non è oro.

Moody Stix

Passiamo a "Moody Stix (Stige lunatica)", con una nota sulla traduzione del titolo: molti conoscono il fiume Stige - anche grazie all'evocativo racconto di Dante nella sua Divina Commedia - come il fiume solcato dalla nave di Caronte, il traghettatore di anime; nella tradizione greca, però, Stige era anche una Dea. Nella mitologia antica accade spesso che vi sia un'identificazione tra divinità e determinati luoghi, siano essi esistenti o frutto della mitologia stessa. Poiché il titolo associa al nome Stige un aggettivo che ne connota caratteristiche senzienti, è parso più opportuno considerare il nome nell'accezione che si riferisce alla Dea. Già dalla lettura del titolo possiamo prefigurarci l'immagine di una Dea lunatica, capricciosa, ma anche piena di fascino e seduzione - ricordiamo infatti come sia stata amante di Zeus (tra le tante altre in effetti, ma subito appena dopo la titanomachia; quindi perlomeno potrà vantare di essere stata tra le prime). Anche in questo caso il titolo mostra similitudini col nome del brano al quale si ispira: "Doom Sticks" tratto dall'EP "A Quick Fix of Melancholy". Una melodia metallica, tagliente, delle percussioni elettroniche che ricordano una certa breakcore minimale, così inizia il brano che cresce in intensità man mano che le melodie si arricchiscono di particolari. Dinamiche guizzanti rendono bene il fluire delle acque che caratterizzano l'essenza stessa della divinità che, appunto, è la più illustre tra le oceanine. Un brano in piena progressione, con le percussioni che sembrano tanti barattoli che rotolano, poi toni più Industrial regalati da una chitarra dalle ampie plettrate che poi concede qualche variazione più vibrante. La musica continua a crescere, come una marea che avanza inesorabilmente ma in modo impercettibile; una calma apparente che cela un qualcosa pronto a sommergerci. Adesso la batteria si fa più presente, con delle pacate scariche di rullante che aggiungono carattere Jazz alla proposta musicale; un basso pulsa in sottofondo con fare abissale. Un moltiplicarsi di suggestioni sonore ci accompagna nell'esplorazione sottomarina, non siamo neanche a metà che la complessità poliritmica ci sommerge, la corrente melodica ci trascina e ci strapazza dolcemente portando i nostri sensi alla deriva. A metà brano il brano si fa intenso, travolgente nella suo epico montare, un ruolo fondamentale è svolto dai bassi che pompano; la chitarra sfodera sensazioni Fusion che ben si spendono in questo impianto atmosferico che non lesina certo in ritmo. La chitarra si rende protagonista con melodie vagamente mediorientali, supportate da percussioni incalzanti; Stige sa come affascinare, danza senza pudore ed i movimenti dei suoi fianchi ondeggianti sono scanditi da percussioni tribali. Componenti moderne invadono la scena con distorsioni che sporcano la visione estatica e ci portano in un'era moderna in cui le percussioni sono le macchine produttive. Niente più danza del ventre, in cui il ritmo scandisce sinuosi movimenti ammiccanti; questa è la danza dell'industria: lavora, consuma e crepa. Il finale ci lascia un lungo delay per meglio riflettere sulla miseria umana.

Cromagnosis

Un suono ostinato, con una componente ritmica ed una fastidiosa melodia cantilenante, crescendo dinamici che sfumano: così si presenta "Cromagnosis (Cromagnosi)". Il titolo si riferisce all'Uomo di Cro-Magnon, ossia il precursore dell'umano moderno. C'è sofferenza nella musica, un'ostinazione cupa rappresentata da un basso che non smette di sferragliare, pulsare, alla ricerca di qualcosa. Urla distanti, è uno strazio, una lotta per la sopravvivenza dentro una natura ostile che nasconde pericoli mortali. È paura ancestrale, quel continuo terrore e quella veglia perenne perché un attimo di distrazione potrebbe costare la vita. Il pezzo prende una piega decisamente Stoner, un ritmo vintage in cui basso e batteria vanno controtempo, e poi si incontrano per procedere spediti, all'unisono: questo passaggio trasmette un'idea di evoluzione, trasmette il senso stesso dell'industriarsi inteso come "darsi da fare", elevarsi, trovare soluzioni, adattarsi, crescere e prosperare grazie all'ingegno e l'audacia. Batteria e basso, ancora assieme nella loro marcia, incursioni melodiche sembrano divertirsi a danzare attorno a questa marcia, guardandola dall'alto; le melodie formano figure guizzanti, arpeggi che si librano leggeri nell'aria mentre basso e batteria procedono per la loro strada, coi paraocchi. La testardaggine tutta umana! Questo voler proseguire per la propria strada senza mai fermarsi, nemmeno per guardarsi attorno e godere delle meraviglie della natura... no: l'uomo deve andare avanti, deve costruire, non può fermarsi, ha un progetto da realizzare! Gli arpeggi si fanno sempre più arditi, ci si mettono anche delle percussioni acute, la marcia continua la sua corsa metodica; tutto attorno il mondo non fa più paura ma è ricco di possibilità, potenzialità da sfruttare. Una chitarra effettata regala veloci plettrate alternate che si prendono il tempo di modularsi in ricchi armonici, come fosse un sitar. La marcia testarda prosegue, le chitarre tutto attorno diventano psichedeliche ed ipnotiche, l'uomo sembra essere assuefatto dal suo stesso cammino, dal progresso tecnologico: le lucine colorate degli schermi, tanti bottoni colorati da premere, altre lucine, tutto è fantastico. Ci si perde tra la meraviglia del creato dell'uomo, come una Las Vegas piena di luci, tutto brilla, tutto è invitante, scelte infinite, infinite possibilità, tutto è a portata di mano: il ritmo cambia e la marcia si perde. Adesso c'è un tribale, un trillo da flipper apre le porte ad una giungla urbana fatta di caotici divertimenti: vinci, spendi, divertiti! Un'orgia di divertimento e spasso, l'uomo interrompe il suo cammino e rimane assuefatto da tutta questa abbondanza di modernità, di progresso, di benessere. Ci sono ancora un sacco di cose da fare! Il ritmo incalza: è un parco divertimenti, pieno di gente che si diverte, una frenesia, si passa da una giostra all'altra: montagne russe a tutta velocità. Il ritmo aumenta, le percussioni sono sempre più veloci, si fatica a star dietro a tutto questo macello, rumori disturbano l'ascolto ma chi se ne frega? C'è un'altra giostra da provare, viene il fiatone a furia di star dietro a tutti queste fantastiche attrazioni, ci stiamo proprio ammazzando di divertimento! Di colpo finisce tutto, resta solo un fischio e poi un vuoto cosmico con riverberi eterni, è la fine di tutto? Il brano rappresenta la vita che, dalle lente difficoltà iniziali, diventa infine una frenetica corsa cui consegue l'ineluttabile silenzio, nel quale continua a riverberarsi l'eco di quanto prima avvenuto.

The Spirits That Lend Strength Are Invisible

Ancora una volta il brano appare essere la continuazione del precedente, questo si intitola "The Spirits That Lend Strength Are Invisible (Gli spiriti che conferiscono forza sono invisibili)". Anche in questo caso troviamo un sottofondo etereo, umido e soffuso. Parte della critica ha contestato agli Ulver di essersi dimostrati un po' troppo autoindulgenti con questa pubblicazione; comportandosi da Re Mida della musica, pretendendo di trasformare in oro qualsiasi cosa per il sol fatto di averla toccata. Questo brano potrebbe prestarsi a questo tipo di lettura, se vogliamo essere cattivi. Certo: il titolo (questa volta molto eloquente) ci offre le suggestioni adatte a bene interpretare i suoni spettrali che vengono proposti; sentiamo schianti, corde stonate, un disturbo di sottofondo che fa immaginare ad un canale di comunicazione sovrannaturale. In questo brano il mondo naturale e sovrannaturale si incontrano, in un disturbo dimensionale dal quale è possibile percepire un barlume della vastità che si cela agli abitanti del mondo terreno. Sentiamo rumori che appaiono in modo casuale, caotico, imprevedibile, disturbante... ci impegniamo a cercare uno schema, una chiave di lettura, ma ogni sforzo è vano. Presenze sovrannaturali aleggiano nell'aria attorno a noi, lo possiamo intuire dalla sensazione di freddo che ci pervade, fischi e ronzii acuti, striduli, rumori di strofinamento, limpide campane tubolari dai riverberi innaturali. Lo strofinare si fa sempre più frenetico, come quello che sentiremmo se l'aria attorno a noi ricevesse l'attrito di esseri sfreccianti a grande velocità. Ora a destra, ora a sinistra, queste presenze sono tutto intorno a noi e non le possiamo vedere. Impossibile stabilire una comunicazione, un contatto, rimane solo il senso di inquietudine, poi ad un tratto il ronzio si fa pressante, si divide in due linee ben definite che - sovrapposte - infastidiscono. L'atmosfera è carica, vibrante, elettrostatica, le corde si affievoliscono e poi lasciano spazio a delle percussioni improvvise, poi altri arpeggi spettrali. Nel finale viene lasciato largo spazio al silenzio. Un brano che si atteggia ad intermezzo: durata contenuta e pochi colpi di scena.

Om Hanumate Namah

Proseguiamo col misterioso "Om Hanumate Namah (Ogni gloria ad Hanuman)", il quale merita una traduzione non certo sbrigativa. La frase riportata è parte del mantra che in lingua originale suona così: "om hum hanumate namaha", è rivolto al dio-scimmia Hanuman, figlio del vento, il devoto, l'umile, depositario delle virtù. Perfetto silenzio, i suoni spettrali che abbiamo lasciato nel precedente brano si avvicinano lentamente, assieme a fischi statici, suoni cristallini e poi una lontana voce salmodiante. Arpeggi di corde, lenti e minimali, percussioni cristalline, sembrano ciotole sacre, ancora una volta l'atmosfera è satura d'intensità mentre quella che sembra una voce continua a salmodiare in sottofondo. La chitarra poi prende forza e comincia un arpeggio che procede vivace, andante, dal sapore Folk/Rock che contrasta non poco col sottofondo misterioso. Tutto continua, poi la batteria irrompe con uno stacco, assieme ad essa il basso, l'aria si carica di allegria e quello che ascoltiamo è un inno alla vita, alla purezza. Percussioni e chitarre riverberate che si lasciano andare in vibrati e scale decisamente indiane, il ritmo avvolge tutto, il gusto dell'improvvisazione è evidente e conferisce alla musica una dimensione più rilassata. È la vita che si esprime in modo genuino ed immediato, senza alcun calcolo ma in un fiorire di fraseggi ritmici e melodici, ancora lunghe espressioni melodiche in improvvisazioni in cui c'è tanto spazio per riverberi ed echi atmosferici. Ritmo e melodia si mescolano in un tripudio, parti che sembrano vocali (anche se irriconoscibili) risuonano in uno spazio sterminato mentre ci sono virtuosismi si chitarra e suoni programmati. Continua, per davvero tanto tempo, la stessa parte che si ripete come appunto un mantra; ad ogni ripetizione si rafforza, come la convinzione estatica nel recitare sempre la stessa formula: om hum hanumate namaha. Come sappiamo "om" è il suono vibrante della creazione, una cosa che non è da ritenersi così "esotica" visto che anche la Bibbia esordisce dichiarando "In principio era il Verbo". Nel suono è stato individuato, in più di una cultura, la fonte stessa del creato, della vita, dell'universo... un concetto che assume un significato davvero importante, specie per noi appassionati di musica. Il ritmo si fa più incalzante, pressante, le percussioni colpiscono in raffiche potenti. Anche in questo caso si può ipotizzare una certa autoindulgenza: il precedente brano era breve e - se letto come intermezzo ma anche alla luce del tema - poteva essere benissimo concepito come un profluvio di rumori disturbanti ed ossessivi... Questo trionfo della vita e della creazione, invece, lascia a desiderare proprio in materia di creatività: le parti sono belle, i suoni curatissimi, ma il tutto continua ad andare avanti - senza variazioni - per troppo tempo. Ancora parti vocali effettati, poi solo percussioni, colpi di voce distorta, quindi solo rumori indistinti ed ondulatori, fino ad una conclusione con colpo sui piatti. Un brano niente male, ma con dei limiti: in questo caso la durata non è espressione di un viaggio evolutivo ricco di cambiamento, ma è mera prosecuzione della stessa linea che si protrae... un po' troppo.

Desert/Dawn

Cerchiamo di capire se "Desert/Dawn (Deserto/Alba)" riesce a risollevare il livello. Interminabili secondi di silenzio, poi dei suoni acuti (difficili da percepire all'inizio) si fanno strada, si sente il frinire dei grilli, il gracchiare delle rane; tutto appare molto naturalistico ma presto dei suoni sintetici si uniscono a questo risveglio. In questo quadro viene rappresentata la natura che si desta, l'alba, mentre gli animali si scrollano il torpore di dosso, si accendono anche le macchine. Ci sono questi bip, che ricordano davvero tanto l'ottimo lavoro di Perdition City, che pulsano timidamente; si può immaginare le macchine che si avviano, sempre con più potenza e sicurezza, il suono sintetico si arricchisce e si fa più deciso. Ormai gli animali sono passati in secondo piano, la prepotenza meccanica, percussioni si fanno strada: colpi di legni e spazzole, rimbombi lontani, poi suoni sintetici che per certi versi fanno pensare agli alieni, acuti e striduli. Anche in questa circostanza si è scelto uno stile minimale con una base ostinata che fa da sottofondo a piccole variazioni ed improvvisazioni elettroniche. La modernità ormai ha il controllo della scena, melodie e percussioni fanno la loro fugace comparsa: talvolta rimanendo stabili per qualche battuta, altre continuando a variare nel tono, nel timbro, nel volume... I suoni sembrano evocare quel cielo, dell'alba, in cui si può scorgere il sole sorgente ma, al contempo, si riescono ancora a vedere le costellazioni se ci si volta dall'altra parte. Un cielo terso, privo di nuvole, come solo nel deserto si può vedere, in cui tutto appare più nitido, più chiaro, giochi di luce quando un oggetto dallo spazio si infiamma dell'attrito atmosferico, illuminandosi. In un contesto del genere la distruzione diventa uno spettacolo suggestivo, affascinante, luminoso. I granelli di sabbia assumono colori sempre più definiti, restituiscono degli occasionali bagliori, ancora l'incedere della base musicale è immutato quando vi si aggiunge quello che sembra essere un organo, che resta solenne al centro del sound, muovendosi delicatamente. Ancora una volta il classico ed il moderno convivono, altri rumori, un crescendo di intensità carica l'aria di aspettativa mentre il volume progressivamente sale. Minime variazioni all'organo sono il sottofondo ad uno spettacolo che lascia senza parole, il suono si riscalda come se il sole stia accarezzando coi suoi raggi le onde sonore; tonalità basse si fanno strada mentre il ritmo si accenda ma il volume si placa. Un Drone sperimentale, struggente, solenne: il sole che sorge, una potenza astrale fonte di vita, portatore di luce e di ogni energia che conosciamo. Poi il volume cala e c'è spazio per qualche sottofondo cristallino, torniamo a sentire i grilli ma è un attimo: altra esplosione di suono che, con maestosità, ci riporta davanti l'enormità astrale. Magniloquente crescendo di vita, terrificante ed abbagliante manifestazione di eternità. Effettivamente questo brano mostra una progressione, un'evoluzione degna di nota che ci permette di vivere - aiutati dalla scelta del titolo - un viaggio degno di nota; le scelte però non sono fortunate come nei primi brani. Si è spezzata la monotonia, questo sì, ma non si è tornati al genio.

D-Day Drone

"D-Day Drone (G-Giorno Drone)" ha un titolo che non promette certo tempi vorticosi e frenetici, ma si presenta col silenzio che prende poco a poco forma per diventare una complessa sinfonia dal gusto vagamente neoclassico/contemporaneo. Si distingue una melodia stridula, in primo piano, tremolante come la fiammella di una candela davanti alla finestra aperta durante l'inverno. L'atmosfera fredda circostante fa tremare quella melodia calda, facendola diventare stridula ma alimentandola, conferendole una vita guizzante in costante movimento. Il lento si esalta grazie al contrasto col veloce, un basso possente in sottofondo sfodera accordi solenni e catacombali, i suoni striduli assumono i connotati di una chitarra psichedelica. Suoni ambientali creati dal programmatore restituiscono ambienti indefiniti: c'è un qualcosa di inesplorato ed indescrivibile in questi suoni. La solennità di quegli accordi interminabili fa da sfondo ad un tremolante improvvisare, sporco, distorto, mutevole ed imprevedibile, insensato: è la vita umana che appare troppo veloce rispetto alla natura, è la vita umana che appare sgraziata e sporca rispetto all'armoniosa perfezione della natura. La componente Drone è ovviamente forte, sta nei bassi dall'incedere lentissimo e solenne, un inno all'immobilità della roccia eterna sulla quale tentiamo di aggrapparci, con le unghie, mentre cadiamo... così causando quei rumori striduli e fastidiosi mentre scivoliamo inesorabilmente. La vita umana in questo contesto appare come sgraziata, inadeguata e perfino fastidiosa. Un pulsare insistente trasmette un messaggio in codice Morse, punti e linee si susseguono per trasmettere un qualcosa di inutile, di secondario rispetto all'immobile magnificenza della natura. Feedback alla chitarra, armonici e distorsione si incontrano e si mescolano in modo imprevedibili, la durata estenuante di questa fase è la quintessenza del Drone più intransigente ove ogni nota va dosata con parsimonia sfiancante, straziante. L'intervento del basso porta un po' di movimento nelle tonalità più gravi che si riscuotono dal torpore, distorsioni aleggiano nell'aria e viaggiano in tondo, senza meta, come avvoltoi che sorvolano i resti dell'umanità. Si può immaginare uno scenario desolato, volendo anche i resti di un terribile incendio, in cui la portata distruttiva ha devastato la natura, facendone piazza pulita; quella stessa natura saprà ridestarsi e l'episodio - nel corso naturale - avrà la stessa rilevanza che in dieci minuti di brano assume uno stridio fastidioso. Possiamo sentire una voce parlare a mezzo di radiotrasmissione, la voce è disturbata e le parole non si colgono, non sono importanti. Ancora desolazione sonora, disturbi dei segnali radio, una stasi ipnotica, rumori che evocano evoluzioni su velivoli in picchiata. Pulsazioni basse, atmosfere ricche di armonici acuti, poi un decrescendo carico di solennità che porta ad un lungo e sofferto finale. Un brano del genere ricorda in qualche modo quanto sentito in "Shadows of the Sun"; la creatività non è geniale ma è suggestiva al punto giusto, rapisce ed accompagna per la lunga durata del pezzo che, in alcuni momenti, sfugge via dalla mente perché è davvero ostico da seguire. Se inizialmente i suoni erano freddi e cristallini, glaciali e puri, adesso sono caldi, roventi e sporchi.

Gold Beach

Il calore non mancherà di certo in "Gold Beach (Spiaggia d'oro)", che si presenta con un incantevole suono che sembra avere il timbro del violoncello, poi si fa più chiaro, flautato, trasformandosi in quello che sembra un organo. Atmosfera soffusa, con un sottofondo gravissimo che ne esalta il calore e maestosità: ricerca di suoni e proposta minimale, scarna di orpelli e ricolma di sensazioni avvolgenti. Ancora una volta è il caso di richiamare alla mente quel concetto di semplicità del ???: una distesa di onde di sabbia immobile, la battigia spianata dall'azione delle onde, poi la distesa delle onde del mare. L'essenza dell'immobilità data dalla sabbia, l'essenza del moto perpetuo data dal mare, al centro la battigia come un terreno neutrale in cui gli opposti si incontrano: la battigia è fatta di sabbia impregnata di acqua, la battigia è a tratti immobile ed a tratti solcata e modellata dalle onde. Anche in questo brano c'è lo stesso dualismo rappresentato dall'azione del ritmo, mobile, e della melodia  vagamente statica. Particolarmente significativo poi il passaggio in cui si sente il suono delle onde, che scandiscono il ritmo, ma come potevano gli Ulver farci sentire il suono della sabbia immobile? Qua la trovata geniale: accordi microtonali, solenni e perpetui, con cambiamenti minimi che non ne intaccano la nota fondamentale. L'immobilità della sabbia è rappresentata proprio da questo concetto, gli accordi dovevano essere micro-tonali perché la sabbia è un insieme di tanti minuscoli granelli; questi accordi poi formano una nota fondamentale che permane, immobile e quieta, mentre altri armonici mutano come se fossero dei piccoli granelli spazzati dal vento che, allontanandosi, non mutano poi di tanto lo scenario complessivo. Ma adesso passiamo all'altro lato, il rovescio della medaglia: l'impercettibile cambiamento della sabbia è pur sempre un movimento, lento ma pur sempre esistente, che viene rappresentato da un'evoluzione sinfonica che ci porta forme sempre nuove. L'azione delle onde, invece, è ripetitiva ed apparentemente stabile perché è un ciclo che si ripete e si ripresenta in un modo che sembra quasi identico, un modo perpetuo ed ostinato. I suoni lavorano, ci fanno apprezzare le vibrazioni dei granelli di sabbia, poi qualche fugace passaggio improvviso ci fa pensare al volo dei gabbiani. Una visione idilliaca, una fotografia che cattura un istante carico di eternità: dobbiamo pensare al fatto che quella spiaggia è un fenomeno che va avanti sin dagli albori e continuerà ad andare avanti anche dopo di noi. Si tratta ancora di caldo Drone sperimentale, ottenuti da suoni sintetici, ondeggianti, che sfumano nel silenzio finale.

Nowhere (Sweet Sixteen)

È la volta di "Nowhere (Sweet Sixteen) [Da nessuna parte (Dolce sedicenne)]", un brano frutto della rielaborazione di parti tratte da "Nowhere/Catastrophe" (di Perdition City), che - essendo uscita nel 2000 - a questo punto ha compiuto sedici anni. Unico brano del lotto ad avere un testo, pur essendo questo testo perfettamente identico a quello del brano del 2000. Un inizio sinfonico, corde pizzicate dal sapore vagamente orientale, poi subito la voce di Rygg che si presenta con un andamento da Rhythm'n'Blues, molto pulito e delicato, di classe, con risposte in un timbro più scuro. Riverberi dolci e significativi tradiscono influenze anni '60, così come la chitarra decisamente influenzata dalle radici Jazz. Tutto è vibrante, in continuo movimento, un pezzo che si differenzia molto dagli altri nella parte principali, si arriva al ritornello in cui possono trovare spazio dei riferimenti Drone in sottofondo, che si presentano sotto forma di accordi microtonali come quelli sentiti nel precedente brano, epici e solenni nella loro immobilità; creando quindi un bel contrasto col ritmo acceso e vivace della strofa. La voce è onnipresente nel brano, una bella sorpresa visto che è stata quella componente assente, più di altre, nell'ascolto fino ad ora. Poi una chitarra con forti delay psichedelici, uno stile Rock sperimentale, la voce che passa a tonalità acute rimanendo morbida e cantabile, anche nelle fasi più sofferte ed interpretate. Un sapore Progressive, di colpo a metà pezzo l'incantesimo si spezza ed abbiamo un silenzio pieno di atmosfere. Si riprende appieno il brano che, in questa fase, propone una vocalità più oscura e gutturale; è proprio questa alternanza a conferire al pezzo una dimensione più complessa e ricca di sfaccettature. Il testo descrive un'emozione, si rivolge all'ascoltatore con fare quasi ipnotico e gli dice: tu fluttui in una stanza buia, enorme e piena di rumori, glissando infiniti, pizzicati, turbolenze di note gravissime; sei in un posto indefinito senza spazio e senza tempo dove una nuvola di musica si addensa, pronta ad esplodere. All'interno di questa stanza la nostra coscienza ci abbandona, il corpo stesso evapora ed i nostri ultimi pensieri esprimono la consapevolezza di essere trasportati dalle onde sonore, di essere mescolati alle particelle che trasmettono questi rumori. Un testo davvero psichedelico che rende perfettamente bene con questo riarrangiamento, la catastrofica esplosione che espande il suono, accumulatosi in una nube indefinita di timbri ed espressioni. La voce si lancia in un crescendo di intensità e tonalità, il coro continua a rispondere sussurrando, la chitarra è cristallina con un suono pulito, la batteria è affidabile e statica sul rullante. La voce si prolunga nel finale, allontanandosi sempre di più, dando l'impressione dell'infinito che si espande, di un orizzonte inesplorato che si staglia dinanzi a noi, ricco di possibilità da esplorare; rumori ambientali ci avvolgono, ci pervadono, diventano parte di noi mentre noi diventiamo parte di essi. Un pezzo indimenticabile che, in questa sua nuova veste, non smette di appassionare.

Ecclesiastes (A Vernal Catnap)

Passiamo ad "Ecclesiastes (A Vernal Catnap) [Ecclesiaste (Un pisolino primaverile)]", un brano che reinterpreta "Tomorrow Never Knows" (brano strumentale tratto da Perdition City). Il libro Ecclesiaste, o Qohèlet, è un libro comune alla Bibbia ebraica e cristiana; un testo che propone delle riflessioni - a volte enigmatiche - sulla vita, spesso apparentemente pessimistiche e fatali. Le scelta di reinterpretare questo brano alla luce delle nuove sonorità ma anche dei nuovi temi evocali in "Messe I.X-VI.X", incuriosisce; possiamo subito sentire un inizio atmosferico, avvolgenti sinfonie e qualche disturbo occasionale. Poi una voce recita, legge, lentamente dei versi con approccio intenso, pesando ogni parola, dandole spazio per permetterci di riflettere; un estratto di tale libro viene letto, con passione, in norvegese. Il tema di piano è tratto da "Tomorrow Never Knows", mentre tutto il resto è inedito, il brano procede con delicatezza: parole e note si muovono in maniera indipendente ma pur sempre collegata, grazie alle atmosfere che riempiono ogni spazio. L'inutilità di ogni sforzo, davanti all'ineluttabile fine; l'insignificanza di ogni pensiero umano di fronte alla perfezione divina che ha determinato il tutto. In sottofondo si possono sentire, di tanto in tanto, sinfonie che sembrano cori, oppure voci pesantemente effettate come se fossero avvolte nella nebbia, poi percussioni. Una sfilata di elementi improvvisi accompagna la lettura, poi un canto in inglese che ci ricorda che ogni cosa ha la sua stagione, ogni cosa ha il suo scopo nel piano divino ed alla fine arriverà il tempo di morire; il canto è dolce, melodico e morbido. Un'improvvisazione, c'è un tempo per uccidere ed uno per curare, un tempo per tutto: nell'Ecclesiaste si insiste sul concetto che non esista un "bene" ed un "male", perché tutto è stato previsto dal disegno divino così com'è e non sta di certo a noi giudicare, né capire. Non ne abbiamo la capacità, il creato è un qualcosa che supera, di gran lunga, le nostre capacità di comprensione, tutto quello che possiamo fare è affidarci, con fede, alla volontà divina. Un testo mistico, che apre le porte ad un'interpretazione per certi versi lontana da quella che ormai è diventata tradizionale... un dilemma su tutti: uccidere. L'Ecclesiastes ci direbbe che c'è un tempo per uccidere ed un tempo per guarire, ma noi tutti sappiamo che un comandamento vieta espressamente di uccidere; ciononostante nella Bibbia non mancano episodi in cui Dio stesso uccide, in vista di un bene superiore. Un antico romano, più prosaicamente, direbbe "SI·VIS·PACE·PARA·BELLUM". Si continua con una nenia che elenca, ancora, le diverse cose che si possono fare a loro tempo, perché c'è un tempo per fare qualsiasi cosa. Il sottofondo è soft, la voce si esprime in acuti flautati, morbidi e dolci, per noi italiani potrebbe essere facile far riferimento alla voce di Pino Daniele, con lo stesso tocco Blues ricercato. Percussioni danno vivacità e ci accompagnano verso la parte finale del pezzo; in cui la voce tace e si sentono le atmosfere assieme a qualche sporadica percussione. Un brano intenso, che modifica pesantemente il pezzo che conoscevamo.

Solaris

Giunti alla fine troviamo il breve "Solaris", un tocco neoclassico, atmosfere caldissime e vagamente mediorientali nelle sinfonie. Un pezzo toccante sin dal principio, vibrante di calda intensità, violini si mescolano a suoni elettronici in un tripudio, un crescendo epico in cui una voce femminile incanta con impostazione lirica. Perfezione estetica resa con un ritmo incalzante, futuristico; cosa ancora più assurda: è il silenzio che dà ritmo! Si pensi ai raggi solari che emanano ad ondate, come le stesse onde del mare, come le onde disegnate dal vento sulla sabbia dorata, come le onde del suono che si propagano ad intervalli di materia e di vuoto. Questa alternanza tra vuoto e pieno, tra bene e male, questo continuo avvicendarsi di opposti che solo convivendo ed alternandosi possono creare. Come lo stesso atomo, formato di due parti opposte di cui una è immobile e l'altra è in continuo movimento: l'essenza stessa della creazione postula la convivenza, la coesistenza, di opposti che - interagendo - creano ogni cosa. Un ritmo ostinato, incalzante, spietato, solenne: tonalità basse da Drone vengono spezzettate e trasmesse ad ondate: siamo in presenza dell'abbagliante magnificenza del sole, accecante colosso. Non sorprende che gli antichi abbiano sempre visto una divinità nel sole, manifestazione di potenza infinita, impossibile sostenere il suo sguardo senza chinarsi un attimo dopo; fonte di vita e di morte. La voce femminile incarna quella soave perfezione divina, quella lode che tanta magnificenza ispira in tutti noi, la natura che - devota - sboccia rigogliosa al passare del sole. Sonorità moderne, sapientemente combinate col classico, un tempo da breakcore o goa trance, poi il silenzio.

Conclusioni

Abbiamo appena finito di ascoltare un album notevole, non c'è dubbio. Una larga dose di genialità ha ispirato quest'opera, sia nella sua concezione improvvisativa, sia nel suo complessivo aspetto concettuale. Questa particolare attenzione per il sole fa tornare alla memoria quanto realizzato in "Shadows of the Sun", ed i riferimenti religiosi ci ricordano il solenne "Messe I.X-VI.X". Diversi brani attingono a "Perdition City", dal quale vengono prelevate melodie poi arricchite con spunti Drone, figli anche della recente esperienza coi Sunn O))). Disco complesso, imprevedibile, dalle diverse sfaccettature. Nella fase centrale non ha dato il meglio, c'è stato un calo di ispirazione, per il resto i livelli sono rimasti molto alti. Spunto di innumerevoli riflessioni, l'album non sembra voler avere un concept ben preciso, anche se finisce con l'ispirare riflessioni esistenziali, filosofiche, mistiche addirittura. L'unico brano che ha un testo (volendo escludere l'Ecclesiaste) è un inno al suono, aspetto che mette in luce gli Ulver come dei pionieri che hanno consacrato la propria vita al suono, innalzandolo a divinità. Difatti, in copertina possiamo vedere una rappresentazione, perfetta ed armoniosa, del suono che si propaga da un centro - che potrebbe essere il sole, altro grande protagonista concettuale - tendendo all'infinito. Il mistero della creazione, della vita, l'essenza stessa di ogni cosa viene rintracciata nel suono, in questo alternarsi ciclico di spazio e vuoto, di essere e non-essere. Un album che, tranne un'eccezione, non ha testi... semplicemente perché non ne ha bisogno: è un inno al suono, non alla musica. Il suono creatore di tutto, ma anche misura di tutto; il suono visto come l'alfabeto che forma tutti gli esseri animati ed inanimati. In questo album, oltre al suono, è il paesaggio che trova davvero molto spazio: visto che non ci sono parole sono i suoni a raccontare lo spazio, a descriverne i contorni attraverso il riverbero. Siamo capaci di percepire l'estensione degli spazi grazie a ciò che l'ambiente fa al suono e ciò che il suono fa all'ambiente. Nei primi brani le suggestioni musicali sono più evidenti e richiamano alla mente situazioni e luoghi che tutti ricordiamo: il suono delle campane, i grilli ed altre cose che riusciamo ad interpretare bene. Andando avanti con l'album i luoghi, ed i concetti implicati, si fanno sempre più astratti, lontani, indefiniti... e così il suono che li rappresenta. Musicalmente l'album ha spazio per molteplici stili: una perenne base Drone che non si fossilizza sui suoni bassi ma sperimenta, riuscendo ad esprimere la stessa solenne ostinazione con dei suoni più acuti; un approccio ricercato e dotto incorpora suoni da goa trance, suoni binaurali sfruttati sia per la loro valenza estetica che per il loro significato concettuale; elementi neoclassici vengono spesi per dare virtù e sottolineare i momenti festosi; percussioni di ogni tipo, ottenute con la programmazione, scandiscono tempi a volte costanti, altre volte in continuo mutamento; suggestioni di Psychedelic Rock e Blues offrono varietà e conferiscono spessore. In questo album troviamo di tutto e di più, in una lenta e spaziosa analisi estetico-concettuale; una durata impegnativa, poi, conferisce ulteriore dimensione al carico che viene affidato all'ascoltatore. Album ostico, da lasciar stare se si cerca l'ascolto facile ed immediato, da amare se si vuole affondare in ogni sfumatura sonora messa mai per caso, ma sempre posta a suggerire emozioni. Un album da vivere ed interpretare, da assimilare, da riascoltare lasciandosi andare. Un vero peccato che i brani centrali pecchino un po' di autoindulgenza, contenendo delle ripetizioni che stentano a diventare particolarmente significative. La stessa autoindulgenza può diventare un momento (auto)celebrativo che non lascerà indifferenti i fan appassionati del gruppo, i quali avranno modo di ritrovare, immersi nella trama dei pezzi, alcuni brani che hanno già imparato ad amare e che hanno ampiamente assimilato. Per chi segue il gruppo questa evoluzione non è una sorpresa, è stata largamente anticipata dalla recente collaborazione coi Sunn O))); la sorpresa è stata, semmai, il modo. Il fatto che questo album è stato creato attingendo a sessioni dal vivo, improvvisazioni, pezzi tratti da brani a volte di sedici anni prima, sono tutte cose che fanno pensare: gli Ulver sono stati capaci di fare tutto, il contrario di tutto e poi ribaltarlo ancora una volta. Fortunata questa reinterpretazione di brani di sedici anni prima: una prova, questa, capace di far cadere anche i più abili ed attenti artisti, una prova che gli Ulver hanno affrontato e vinto senza il minimo sforzo. Un album difficile da pronunciare, difficile da ascoltare, ma capace di dare grandi soddisfazioni.

1) England's Hidden
2) Glammer Hammer
3) Moody Stix
4) Cromagnosis
5) The Spirits That Lend Strength Are Invisible
6) Om Hanumate Namah
7) Desert/Dawn
8) D-Day Drone
9) Gold Beach
10) Nowhere (Sweet Sixteen)
11) Ecclesiastes (A Vernal Catnap)
12) Solaris
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