U2

War

1983 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
01/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

"Ero stufo del verde-bianco-arancione, ero stufo dell'union jack e delle stelle e strisce. Avrei voluto che i colori venissero prosciugati lasciando soltanto la bandiera bianca. Il nuovo disco non tratta di guerra, bensì di resa. La resa è una sorta di principio, oltre la bandiera bianca, un modo per ricominciare tutto". Le parole di Bono Vox sono emblematiche e ricche di significato, specchio di un'epoca di transizione, instabile e dai tempi sofferti. Questa volta il volto del bambino in copertina è impaurito, l'apparente rilassatezza, ma che trasuda comunque incomprensione, è andata a sostituirsi a un'espressione imbronciata: la ferita sul labbro, gli occhi umidi e colmi di tensione, i capelli spettinati e il volto in preda al panico. La posa è la stessa che troviamo sulla cover dell'album "Boy", ma la visione negli occhi del piccolo Peter Rowan è totalmente diversa. Nelle iridi azzurre è scolpita la tragedia della guerra, e anche della resa, dichiarate sin dall'imponente e sintetico titolo del terzo album degli U2: "War", ovvero l'opera che consacra definitivamente il quartetto irlandese, proiettandolo sulla bocca di tutti e nell'olimpo delle celebrità musicali. Ci vogliono tre anni affinché gli U2 prendano pienamente possesso delle proprie facoltà e si dichiarino politicamente di fronte al mondo intero. Guerra e politica eternamente unite in un vincolo sanguinolento e spietato, lo stesso declamato nelle tracce di questo splendido lavoro. La guerra fredda, la rivoluzione nord-irlandese, il pericolo dell'energia nucleare, il terrorismo in Medio Oriente e in sud Africa, il movimento sindacalista polacco che si batte per i diritti dell'uomo; tutte problematiche affrontate nell'album, intuibili dall'affascinante e minimale fotografia in bianco e nero della copertina, e rievocate da una band ancora giovanissima ma che comincia a godere di un certo peso mediatico che smuove le coscienze. È l'estate del 1982 quando, dopo il rilascio di un singolo, "A Celebration", non contenuto in nessun disco perché considerato insoddisfacente, e un breve tour di spalla ai Police di Sting, la formazione decide di rientrare nei Windmill Lane Studios di Dublino per iniziare le registrazioni del nuovo materiale. Nel frattempo, il 21 agosto dello stesso anno Bono Vox si sposa con Allison Stewart, la donna della sua vita, che frequenta sin dalla tenera età, e parte in vacanza per riordinare le idee. "Se le parole impiegano molto tempo a venir fuori, significa che c'è voluto molto tempo a immergersi nell'argomento". Ci vogliono mesi affinché "War" sia pronto a cavalcare le classifiche mondiali con i suoi quattro singoli di successo, ma quando, il primo gennaio 1983, "New Year's Day" viene pubblicato, gli ascoltatori capiscono immediatamente che la nuova fatica degli U2 è destinata ad entrare nella storia della musica. Basterebbero soltanto il primo singolo e il seguente, altrettanto leggendario, "Sunday Bloody Sunday", per capire la caratura dell'opera di cui stiamo parlando, un'opera che rende i quattro giovani musicisti star planetarie, qui consapevoli, forse per la prima volta, dell'importanza dei messaggi veicolati dalle loro canzoni. Ma "War" non è solo un disco di protesta e incentrato sulla politica, bensì si pone come raccoglitore di rabbia giovanile, un mezzo attraverso il quale urlare il disagio di un'intera generazione, stufa della guerra, stufa della violenza, stufa della miseria delle periferie e del razzismo imperante, dove l'amore emerge con prepotenza. Quest'ultimo principio risalta quando è costruito sullo sfondo di una lotta, la lotta è l'essenza dell'amore, della fede, della speranza per il futuro. "La forza dell'amore è più dirompente quando si staglia sullo sfondo del realismo piuttosto di quando è costruita sulla fuga dalla realtà", è solito dire Bono, e nell'album, l'amore riempie ogni solco del disco, poiché è sempre presente, con tutte le sfumature di cui è composto, e lo si percepisce traccia dopo traccia, parola dopo parola, in un susseguirsi di emozioni che ritraggono un'era. "War" trasuda amore incondizionato e rabbia feroce, amore e rabbia, ragione e sentimento, e si palesa come il primo album nel quale emergono non solo le visioni interiorizzate di una società in declino, già raffigurate negli istintivi "Boy" e "October", ma idee più dirette e specifiche, adeguandosi al tempo in cui viene pubblicato, ponendosi come un album spoglio, scarno, proprio come la bella cover, che pone innocenza e violenza sullo stesso piano, riempiendo il suono con colori essenziali e con composizioni a tre dimensioni: sessuale, politica e spirituale; dimensioni, queste, sbandierate sul palco durante le performance live tramite un vessillo bianco, segno di resa, immortalato dalle numerose testimoniante video e fotografiche che hanno accompagnato il mitologico tour dell'album.

Sunday Bloody Sunday

Il 30 gennaio 1972, nella cittadina nordirlandese di Derry, l'esercito britannico spara su una folla radunata per una manifestazione pacifica contro il governo di Londra. Il risultato di tale scempio, passato alla storia col nome di "Bloody Sunday", è di quattordici civili uccisi e altri quattordici feriti. All'epoca, i componenti degli U2 hanno soltanto undici anni ma l'impatto mediatico e il trauma devono essere stati davvero forti per dei ragazzini irlandesi di periferia, tanto che dieci anni dopo Bono rievoca quella drammatica sensazione di disgusto attraverso il brano Sunday Bloody Sunday (Domenica Sanguinosa Domenica). Il pezzo è uno dei più popolari della storia del rock, dall'incedere minaccioso e dal testo impegnato, viene scelto come secondo singolo per incrementare le già numerose copie vendute dell'album, ma non solo, poiché si tratta di un vero e proprio atto di protesta contro una società cinica e crudele. Non si tratta di una canzone di ribellione, come specificato durante i live, piuttosto del resoconto incredulo da parte di un giovane, scandalizzato da cotanta violenza. Il rifiuto alla violenza è indirizzato non solo agli unionisti, cioè gli inglesi che hanno tentato di assoggettare l'Irlanda del Nord, ma anche verso gli stessi irlandesi, terroristi dell'IRA che in tanti anni hanno sparso sangue innocente. Presentata in anteprima proprio a Belfast, "Sunday Bloody Sunday" viene accolta con grida di giubilo e applausi scroscianti. Larry Mullen introduce la marcia, poi la chitarra di The Edge si stende in un canto malinconico che rievoca quella maledetta domenica. Adam Clayton interviene producendo strani effetti in sottofondo, come dei lamenti, dunque emerge la potente voce di Bono Vox: "Non riesco a credere alla notizia di oggi, non posso chiudere gli occhi e dimenticare. Per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone? Stanotte dobbiamo essere uniti", recita la prima incredibile strofa, dove la domanda "Per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone?" proviene direttamente dal salmo numero 40 della bibbia, e sarà ripresa anche nell'ultimo brano dell'album: "40", appunto. Mullen prende il sopravvento con una raffica di colpi, la chitarra elettrica svetta nell'aria accompagnando dei cori epici in lontananza, allora si attacca con la seconda strofa. "Bottiglie rotte sotto i miei piedi, corpi sparsi ai lati della strada, la lotta mi mette con le spalle al muro ma non darò ascolto a quel richiamo". È qui che emerge il senso di "resa", di negazione della violenza. Il non volere prendere parte alla guerra, alla battaglia scoppiata in strada, è significativo. Bono ci invita ad abbassare i pugni, a unirci in un canto di protesta, ma pacifico e consolatorio dopo tanto sangue versato. La chitarra si quieta, rimane il basso che gronda sangue e sudore come fosse vivo, The Edge accompagna in coro un Bono scatenato che intona il leggendario refrain. Interviene l'ospite in studio, Steve Wickham, col suo violino elettrico che aumenta il sentore epico attraverso delle "pizzicate" metalliche, rendendo il tutto più folkloristico. Procedendo con lo stesso passo, chitarra, basso e violino, ci conducono nel campo di battaglia: "La battaglia è iniziata, ci sono molte perdite, ma dimmi, chi ha vinto? Trincee scavate nei cuori, madri, figli, fratelli e sorelle separate dalla sanguinosa domenica", dove viene rievocato il dramma di quel giorno non troppo lontano. Famiglie separate, cuori spezzati, lacrime versate. Il basso di Clayton si prende la scena in una lunga parentesi strumentale, poi la batteria di Mullen ci porta al bridge: "Asciuga le lacrime dagli occhi", suggerisce Bono, ripetendo la frase molte volte. Chitarra e violino tornano alla ribalta per il gran finale, dove il vocalist canta di una società perduta, che ha confuso realtà e finzione, che ha affamato i propri cittadini, li ha costretti al pianto, e conclude dicendo che la battaglia vera è appena iniziata: quella per la pace.

Seconds

I tamburi di Larry Mullen rimbombano per prepararci alla dirompente Seconds (Secondi), scandita dalla chitarra acustica di The Edge che contempla lo spettro della minaccia atomica. Quando subentra il basso di Clayton, si inizia a declamare la prima strofa, piuttosto danzereccia: "Basta un secondo per dire addio. Lampi e fulmini solcano il cielo, est e ovest, farcela o morire. Come un ladro nella notte, vedo il mondo a lume di candela". La critica nei confronti della politica e dei politici è potente, visto che basterebbe il comando di un solo uomo per ridurre il mondo in cenere. La paura più grande degli anni 80 è infatti quella della bomba nucleare, ed è quasi paradossale che, soltanto tre anni dopo, nel 1986, avvenga l'esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, come se tutte le paure gridate in questo pezzo abbiano anticipato l'immane tragedia ucraina. I giri di basso e la tecnica utilizzata da Mullen creano un andamento particolare, un funky rock di grande impatto e che si adatta perfettamente alle parole profuse da Bono. La strofa viene spezzata da cori angelici proveniente in lontananza, dunque si prosegue con la seconda parte: "In un appartamento a Time Square, possono essere riuniti tutti. Rapirli per riscatto, imprigionarli, rivoluzionare tutto. Loro sono marionette che tirano i fili". In questa occasione di fa riferimento al desiderio di rapire tutti i potenti della terra, rinchiuderli in una stanza e minacciarli al fine di farli ragionare, cercando di cambiare il mondo. La rabbia e l'impotenza di fronte alle decisioni prese da poche persone risaltano nella voce del leader degli U2 quando afferma che siamo tutti burattini in mano loro. The Edge è sofisticato, la sua chitarra acustica ci diletta e ci fa intuire il male della guerra, una voce registrata, appena percettibile, si stanzia in sottofondo: è la voce di un addestratore militare che fa cantare i suoi allievi nella tipica marcia statunitense. "Cadi e rialzati", ripete Bono, chiudendo con l'ultimo monito: "Stanno costruendo la bomba atomica, loro voglio che cantiamo tutti in coro come soldatini". Le persone comuni sono soldatini di plastica manovrati dai politici, soldatini che cadono e che poi si rialzano, dal destino regolato dalle loro avide mani. Tre minuti trascorrono velocemente, l'alchimia della band irlandese è straordinaria, così come straordinario è il testo accusatorio che non riesce a nascondere paure e follie legate al genere umano.

New Year's Day

Adam Clayton, quasi per gioco, inventa un giro di basso clamoroso, chiede al compagno The Edge di passare alle tastiere e insieme generano uno degli attacchi più famosi di sempre. New Year's Day (Capodanno) è uno dei più grandi capolavori mai composti dagli U2, scelto come primo singolo per lanciare il disco e dedicato al sindacalista polacco Lech Walesa, fondatore del sindacato indipendente Solidarnosc che, tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, si batte per i diritti dei lavoratori. La rivolta popolare polacca tocca profondamente Bono, scuote la sua coscienza, soprattutto quando l'attivista Walesa viene fatto arrestare dal primo ministro Jaruzelski nel dicembre 1981. La carica oscura della new wave emerge prepotente in questa canzone, dove basso e tastiere flirtano per tutta la sua durata, creando un momento intenso e magico. Bono si augura che il politico venga rilasciato col nuovo anno, perciò intona questo canto di pace in suo favore: "Tutto è quieto a capodanno, un mondo bianco si rimette in moto. Voglio essere con te, giorno e notte. Ma niente cambia a capodanno". Il primo giorno dell'anno è ben illustrato nelle liriche, la neve della Polonia, l'atmosfera calma e sonnolenta delle città, la nazione che sta per rimettersi in moto per incominciare un nuovo anno. The Edge esegue un magico fraseggio e si pone al microfono, facendo da corista, il basso di Clayton continua sparato la sua corsa e Mullen accelera il passo. Il ritornello è storia della musica, tanto semplice quanto meraviglioso: "Sarò di nuovo con te" dice Bono gridando al cielo, in modo tale che l'amico sindacalista possa sentirlo. La melodia si smorza quasi subito, restituendoci il suggestivo e riflessivo momento della strofa: "Sotto un cielo rosso sangue, una folla si è radunata a braccia conserte. Insieme possiamo fare breccia, possiamo essere uniti". Ancora una volta, la band ci sprona ad unirci, perché l'unione fa la forza. La forza può cambiare il mondo intero, sovvertire le folli regole imposte dai potenti, restituire giustizia a una società corrotta. Mentre Bono grida, dimostrando la sua potenza vocale, The Edge esegue un assolo breve e pungente, gelido come la neve accumulata in Polonia durante l'inverno, gelido come le riprese del relativo videoclip effettuate in Svezia durante una giornata glaciale che ha debilitato i quattro musicisti a causa dell'esposizione all'aria fredda per troppe ore. Gli effetti metallici di The Edge creano un momento suggestivo, incrementato da un Adam Clayton in grande spolvero che dà il via alla seconda fase strumentale, per poi essere ripreso da Bono che ripropone il trascinante chorus. "Ci hanno detto che questa è l'età dell'oro e l'oro è la ragione per cui facciamo le nostre guerre", in questa frase geniale c'è tutta l'amarezza dei ragazzi, la disillusione di un mondo di pace e di armonia. Il brano sfuma ed è bello apprendere che, per una strana coincidenza, proprio nel capodanno 1983, cioè quando esce il singolo, la corte marziale viene abolita in Polonia, e quindi Lech Walesa viene rimesso in libertà. Inoltre, nello stesso anno, all'uomo viene assegnato il premo Nobel.

Like A Song...

Like A Song... (Come Una Canzone...) è un proiettile veloce e potente che sconfina addirittura nell'hard rock. Un inno alle battaglie quotidiane, alle lotte meno eclatanti a livello mediatico ma non meno importanti a livello personale. Un pezzo che si dichiara contro ogni forma di guerra o di violenza, un pezzo ribelle e funambolico che parte in quarta con la batteria di Mullen, qui in grande spolvero. Clayton e The Edge creano un tappeto sonoro claustrofobico e oscuro, sul quale si staglia rabbiosa la voce di Bono: "Come una canzone che devo cantare, la canto per te, come le parole che devo pronunciare, le pronuncio per te" coinvolgendo tutto il suo pubblico, una schitarrata tenebrosa e si riprende senza fiato: "In cuoio, lacci e catene, accampiamo le nostre pretese. Ancora una volta una rivoluzione alla quale non prenderò parte. Non credo a ciò che dici, chi sei, esattamente? Troppo vecchio per essere ascoltato". Bono grida la delusione di fronte all'ennesima rivoluzione in atto, ma decide di non prendervi parte, accampando le sue pretese e invitando i ragazzi che lo seguono a fare altrettanto. Chiede, probabilmente al politico di turno, chi sia con esattezza, ma gli sembra troppo vecchio per essere capito dai giovani come lui, così decide di non ascoltarlo, di non fare ciò che gli viene imposto dalla politica. Quello che dovrebbe essere il ritornello, in realtà, è l'aggancio per la seconda parte della canzone. Velocità e potenza unite per un brano spietato e dalla struttura originale. "Amiamo portare una spilla, un'uniforme, amiamo sventolare una bandiera. Non lasciamo vivere gli altri all'inferno mentre noi ci fronteggiamo combattendo tra noi stessi, convinti al punto di non accettare il cambiamento". Le parole del testo sono esplicite, chiare a tutti, e svettano nell'aria proprio come un proiettile pronto a conficcarsi nella mente della gente che sta lottando per un ideale, per una spilla o una bandiera che lo identificherà in un gruppo. Siamo dei ribelli, ma dobbiamo essere inclini al cambiamento, dobbiamo confrontarci con altri che la pensano in modo diverso e giungere a un compromesso. È l'unico modo per vivere in pace. La batteria si quieta, emergono i cori, resta il basso imperioso di Adam, ed ecco l'etereo bridge: "In questa canzone di rivolta lasciate che suonino le campane. Che cos'è rimasto? C'è ancora qualcosa? È l'onesta ciò che cercate?", chiede Bono con aria amareggiata. The Edge si lancia in un bel assolo e Larry riprende a picchiare duramente per introdurre l'ultima fase del brano: "Una generazione senza nome, violentata e divisa. Niente da perdere, niente da guadagnare. Niente di niente. Se non vuoi aiutare te stesso, guardati attorno e aiuta gli altri" e mentre tutto sta per concludersi si aggiunge una frase emblematica: "Ho bisogno di un nuovo cuore. Oh Dio, fallo sanguinare. C'è rimasto qualcosa?". Insomma, la fede è sempre presente, anche sul campo di battaglia, perché vista come ancora di salvezza da una quotidianità difficile che schiaccia i giovani, la generazione X, come veniva chiamata all'epoca, priva di speranze, disillusa e cresciuta in una modernità violenta e confusa. Larry Mullen è il vero protagonista del brano, tant'è che si concede le ultime battute in solitaria, stordendo con i suoi possenti colpi, mai stati così duri in tutta la sua carriera.

Drowning Man

La mistica chitarra acustica di The Edge genera Drowning Man (Uomo Che Annega), disperata traccia dedicata da Bono al compagno Adam Clayton, in quel periodo un po' troppo ribelle per i piani della band, depresso e dedito all'alcool. Interessante notare la duplicità del titolo, il cui senso identifica sia un uomo preda della depressione, soffocato da problematiche generiche, sia quello di un uomo che affoga i dispiaceri negli alcolici. L'annegamento ha più significati, ben rappresentati dalla chitarra e dal basso che sembrano vengano inghiottiti dal mare, e dal violino elettrico di Steve Wickham, lo stesso presente in "Sunday Bloody Sunday", che aggiunge emozione e straniamento all'atmosfera generale. I suoni dell'Irlanda vengono alla ribalta attraverso questa semi-ballata folk, le nebbie della baia di Dublino, l'odore della birra e i fumi delle fabbriche dei quartieri industrializzati evidenziano la grande carica emotiva di questo gioiello misconosciuto. "Prendi la mia mano" pronuncia Bono con tono delicato "Sai che ci sarò. Attraverserò il cielo per amor tuo, perché avevo promesso di essere con te stasera e per tutto il tempo che verrà". Sin dalle prime righe si denota la forza indomita dell'amicizia, quando un umico tende la mano per afferrare quella dell'uomo che è in in difficoltà. Trattasi di un canto di aiuto, un testo di conforto per tutti coloro che sentono di stare per annegare nella disperazione della vita. Violino e chitarra creano un sottile strato mistico che ottenebra la mente e culla nella sua morbidezza soave. "Conosco bene questi venti e queste correnti, questo cambio di tempi che cerca di trascinarti via. Tieniti stretto a me, non lasciare il mio amore, la tempesta passerà e resterà l'amore", Bono afferma che è al corrente del momento cupo che ha colpito l'amico, perché può colpire chiunque; lo stesso momento è capitato anche a lui, soprattutto con la morte della madre, gettandolo nello sconforto e nella disperazione più nera. Ma lui c'è e ci sarà sempre, insieme al suo amore e alla sua amicizia. Mentre Bono pronuncia queste potenti parole, ritorna il violino elettrico, con i suoi arpeggi metallici che ci conducono in una dimensione eterea e affascinante, molto cupa, dove però si intravedono spiragli di luce. La speranza è affidata a una frase di stampo biblico, ripresa proprio dal testo sacro: "Sollevati con ali di aquila, corri, corri, corri e non ti stanchi", dove secondo il passo di Isaia, coloro che si affidano al Signore ritrovano forza, mettono ali come aquile, corrono e non si stancano. I toni si acuiscono quando svetta il violino su tutti gli altri strumenti, regalando un meraviglioso epilogo folk. Un pezzo stupendo, purtroppo poco conosciuto dai più.

The Refugee

L'animo punk degli U2 torna con la dinamica The Refugee (La Profuga) che, attraverso un tripudio di cori, narra sin da subito il dramma della guerra e della fuga di un popolo. Una mamma e la sua figlioletta partono verso l'America, vista come terra di speranza e di rinascita, dopo che l'uomo di casa, il marito di lei, è partito per la guerra. "Guerra, lei è profuga, vedo il tuo volto, ti vedo che mi fissi. Sua mamma dice che, un giorno, lei riuscirà a vivere in America". Le liriche si riferiscono alla piccola profuga, in preda al disagio e alla disperazione di aver perduto un padre chiamato alle armi. Il basso di Clayton si dondola in un giro abbastanza sereno, trasmettendo non tensione ma spensieratezza, Bono abbassa il tuo timbro e con delicatezza declama il bridge: "Al mattino lei sta aspettando che la nave salpi via", ovviamente la nave che salperà dalla terra in conflitto per poi approdare in una nazione pacifica. Seconda strofa, pregna di incomprensione: "Suon padre è andato in guerra, è andato a combattere, ma non sa per cosa. Sua madre dice che l'uomo, un giorno, riuscirà a tornare da lontano". Il ritmo è scanzonato, le linee melodiche stranissime, le parole vanno a colpire l'ascoltatore, in sintonia con i colpi inferti da Mullen dietro le pelli, le stesse che, a questo punto, vengono percosse con maggiore foga. Adesso l'attenzione si sposta verso la donna, la mamma della bimba, che attende il suo uomo, lo attende nella foschia della sera, con gli occhi umidi. La donna aspetta che l'uomo faccia ritorno dalla guerra per condurla nella terra promessa, richiamando ancora una volta l'aspetto biblico della nerrazione. L'andamento sornione viene costruito non solo dal basso e dalla batteria, ma è qui che The Edge sperimenta abilmente i suoni della sua chitarra, creando strani effetti che ricordano il suono della sirena di una nave in partenza. Tra coretti e strofe disordinate, "The Refugee" è il pezzo minore dell'album, limitato anche da una produzione non all'altezza degli altri pezzi, non a caso l'unico prodotto da Bill Whelan e non da Steve Lillywhite.

Two Hearts Beat As One

Scritta da Bono durante il viaggio di nozze in Giamaica, Two Hearts Beat As One (Due Cuori Battono Come Uno) è una energica e profonda dedica d'amore nei confronti della bella Allison. Il giro di basso di Clayton è fenomenale, così come la ritmica imposta dal drumming di Mullen. Le strofe sono poggiate tutte sulle quattro-corde del riccioluto bassista: "Io non so da che parte sto, non distinguo la destra dalla sinistra o la ragione dal torto. Dicono che sono un folle, dicono che non valgo nulla, ma se sono folle di te è già qualcosa". Qui Bono si mette a nudo di fronte all'amata, rivelando dubbi e debolezze che affollano il suo cuore. Questa volta le tematiche giovanili, le proteste politiche e i problemi della società, lasciando spazio ai dolori dell'animo, all'amore di coppia. Il refrain giunge impetuoso come un fiume in piena, rivelando tutta l'attitudine punk della band: "Due cuori battono come uno", grida il vocalist contornato dai cori dei compagni di squadra. Poi si riprende il rigore della strofa, giostrata sul cupo rintocco di basso: "Non posso smettere di danzare. Dolcezza, questa è la mia ultima possibilità", dove la danza è, molto probabilmente, sinonimo di viaggio, di tour con la band, di impegni lavorativi che inevitabilmente sottraggono tempo per stare in famiglia. Un breve assolo di chitarra ed ecco che troviamo la seconda parte del brano: "Non so come dire ciò che deve essere detto, non so se è bianco o nero. Ci sono altri che vedono rosso, ma io non trovo risposte. Il nostro amore è fuorimoda, te lo concedo, e queste parole sono confuse". In questo passo Bono afferma che il loro è un amore pulito, puro, all'antica, e che stona fortemente con i tempi moderni, dove tutto magari appare più facile e superficiale. Il ragazzo è confuso, non sa esprimere bene il proprio amore, i propri sentimenti, ma è convinto delle sue emozioni e della sua devozione alla donna. Adam Clayton si prende la scena finale, dominando su tutti, ma anche Mullen si destreggia bene dietro ai piatti, mostrando una buona tecnica esecutiva. Un ottimo pezzo, diretto e meno impegnato degli altri, scelto come terzo singolo per rappresentare "War".

Red Light

Il popolare trio femminile delle Coconuts, ospite in studio nel ruolo di coriste, apre il sipario con Red Light (Luce Rossa), brano che parla dell'amore di un uomo nei confronti di una prostituta. Le liriche sono ispirate al capolavoro di Martin Scorsese, "Taxi Driver", con protagonisti dei giovani Robert De Niro e Jodie Foster. L'ossessione e la follia tratteggiate nel film sono riprodotte dai cori femminili claustrofobici e sensuali che spuntano di qua e di là, mentre la parte sessuale è richiamata dalla tromba di Kenny Fradley, famoso trombettista amico degli U2, che qui si destreggia alla grande regalandoci ottimi momenti jazz. La serietà del brano è tutta riscontrabile nella prima strofa, dove Bono alterna tonalità aspre, ruvide, con altre morbide che sfiorano il falsetto: "Parlo con te e tu te ne vai. Sei depressa e dici che non vuoi il mio aiuto. Non puoi scappare se stai già scappando da te stessa. Io concedo il mio amore, te ne faccio dono", da queste frasi viene tratteggiato il ritratto della giovane prostituta, depressa e impaurita, gettata in strada a fare marchette, a combattere con i clienti maldestri, con il degrado della periferia. La ragazza sta scappando da se stessa, dalla vita misera che possiede, figuriamoci se è in grado di scappare dalla realtà. È troppo giovane ancora per capire, ma nonostante ciò rifiuta l'aiuto dell'uomo, un cliente innamorato di lei. Il dramma della vita è concentrato tutto nella seconda strofa, dove la prostituta è in preda alla depressione più nera, scaraventata in un incubo che prende vita sul palco/strada come in un teatrino degli orrori. Il refrain è sottile: "Ti concedo il mio amore", ripete Bono in falsetto, accompagnato dai cori femminili. Arriva la tromba di Fradley, mentre la chitarra elettrica di The Edge si fa da parte, dunque i cori aumentano, così come il suono del basso, introducendoci la coda finale, dove si ripetono le parole del ritornello, quasi sfocate in mezzo ai cori, al basso, alla batteria e alla tromba, in un'orgia sonora che rispecchia la carica sessuale di una casa chiusa. Ottimo dal punto di vista strumentale, in grado di creare un effetto molto particolare grazie all'inserimento della tromba, quasi dall'impronta funky-jazz, ma un po' povero dal punto di vista contenutistico, dato che il testo si esaurisce in poche righe, collegandosi, forse per una strana coincidenza, con il testo del seguente brano.

Surrender

Surrender (Arrenditi) è la storia di una giovane ragazza, Sadie, che non riesce ad integrarsi nella società, e quindi viene schiacciata dalle regole imposte, ritrovandosi a fare la prostituta per guadagnarsi qualche soldo. Questa volta, a dirigere la band è la chitarra di The Edge, solenne e un po' inquieta, mentre i cori in sottofondo sono delle stesse Coconuts. Le linee melodiche conquistano subito, la melodia è vincente, l'atmosfera che si respira è magica, nonostante il clima malsano evocato nel testo. "La città è accesa con amanti e bugie e occhi blu. È più luminosa del giorno, stanotte". Eh sì, la città è illuminata dai fari delle auto in transito che illuminano il buio della via. Stanotte c'è molto movimento e la povera Sadie è costretta a lavorare. Il trio delle Coconuts si palesa subito nel nebuloso ritornello, sussurrando, come parole al vento, la parola "Surrender". Si procede con lo stesso impeto: "Sadie diceva che non avrebbe potuto trovare la soluzione a tutto ciò che c'era intorno, così ha rinunciato. Ora Sadie è in strada. Ha provato ad essere una brava ragazza, una buona moglie, crescere una buona famiglia, condurre una bella vita". In questo punto c'è tutta la frustrazione di una vita andata in malora, riversata nella calda voce di Bono e suggellata dai cori. La sezione ritmica è abbastanza blanda, ogni tanto la chitarra elettrica sferza l'aria e si inerpica in fraseggi mistici che danno la sensazione di spaesamento, lo stesso provato da Sadie, che tra l'altro, è un nome che conserva alla radice la parola "sad", ossia triste, come fosse una maledizione affibbiata alla donna sin dalla nascita. The Edge esegue un assolo catartico, divincolandosi tra i cori delle tre donne ospiti in studio. "La città è incendiata, una fiamma passionale che mi conosce per nome. La città è desiderio di essere me stesso. La mia essenza è nelle strade, nell'aria, ovunque io ti cerchi, nelle cose che faccio e che dico. Se devo morire morirò da me stesso". La città, così luminosa, stimola i ragazzi a crearsi un futuro, perché bisogna battersi sempre per imporre se stessi alla società, senza farsi schiacciare come la povera Sadie. Il finale è particolare, molto spensierato e giocoso, dove i cori accompagnano Bono in una cantilena tribale sulla quale The Edge e Clayton costruiscono bellissimi riff che evocano un senso di abbandono, tanto sono nostalgici e amari.

40

Terminate le sessioni dell'album, alla band non resta che chiudere il lavoro. Il produttore Lillywhite, però, consiglia di inserire in extremis una traccia conclusiva, tanto per allungare di poco il minutaggio. Bono ha un'idea, prende la bibbia e inizia a cantare un verso che gli è rimasto impresso: è il salmo 40. 40 è praticamente una preghiera improvvisata, dove il testo è fedele al passo della bibbia e dove la band inventa sul momento la delicata e paradisiaca musica in sottofondo, nella quale Clayton e The Edge, per la prima e unica volta, si scambiano le asce. "Ho aspettato pazientemente il Signore, lui si è chinata e ha sentito il mio grido. Mi ha tirato su dalla fossa, dall'argilla melmosa". Il basso pulsante è un cuore deliziato dal dono della fede, la chitarra emette fraseggi morbidi e toccanti, come echi mai invadenti. Ecco il delicato refrain, che riprende le stesse parole già pronunciate in "Sunday Bloody Sunday": "Canterò una nuova canzone. Per quanto canterò questa canzone?". The Edge fa da contro-canto a Bono creando un momento suggestivo e altamente spirituale, quasi gospel. "Tu posasti i miei piedi sulla roccia e rendesti sicuri i miei passi. Molti vedranno e sentiranno la canzone", qui il pover'uomo è stato tratto in salvo dal Signore, che ne ha sollevato il corpo, quasi nella fossa, sporco di terra bagnata, e lo ha portato in salvo sulla solida roccia. La fede come salvezza è il tema portante del disco, la fede non come limite o debolezza, come lo era nel precedente "October", ma come segno di forza e di lotta. I due evocativi minuti trascorrono in fretta, nella magia più pura, chiudendo un album fenomenale, così come "40" va a chiudere, da questo momento in poi, tutti i concerti degli U2, almeno quelli degli anni 80, inteso forse come una sorta di commiato dalla "messa musicale". Inoltre, questo brevissimo e sommesso brano viene scelto, nell'agosto 1983, come quarto ed ultimo singolo atto a pubblicizzare l'album. Contrariamente alla sua carica introspettiva, a dire la verità, poco adatta alle classifiche, "40" viene passato spesso nelle radio, mostrando al mondo intero il lato più spirituale ed intimo degli U2? che avrà sfogo totale di lì a poco con l'uscita del quarto lavoro: "The Unforgettable Fire".

Conclusioni

Se i primi album sono istintivi e instabili e mettono in musica i dubbi e le incertezze dei giovani, parlando più che altro di anima e di condizioni personali, intime, "War" è un disco che parla a tutti, perché tratta di argomenti che sconvolgono il mondo intero e che delineano l'epoca in cui è prodotto. La maturità della band è finalmente completa, ogni musicista è padrone del proprio strumento e Bono controlla meglio la sua potentissima voce. La ribellione e i disagi adolescenziali cantati in "Boy" e l'introspezione malinconica e sofferta di "October", qui si uniscono in un album più compatto e potente che fa fare agli U2 un ulteriore passo in avanti, sperimentando nuove sonorità, decisamente più robuste rispetto al passato, e anche al futuro, poggiate sulla batteria di Larry Mullen, qui vero protagonista, ma sempre ancorate al post-punk grazie alla produzione di Steve Lillywhite. Isolati dal mondo per qualche mese, la band affitta prima una casetta sulla spiaggia a nord di Dublino, dove raccoglie ispirazione e sentimento, e poi entra in studio di registrazione con le idee chiare. Tra le canzoni presenti in scaletta, i ragazzi riversano pensieri e opinioni riguardati l'anno trascorso, soffermandosi sullo stato della loro società: gli atti terroristici, la disoccupazione della classe operaia, il degrado delle periferie, la morte del giovane attivista nordirlandese Bobby Sands, deceduto dietro le sbarre a seguito di uno sciopero della fame, il cui estremo atto di coraggio risveglia le menti di una generazione e infonde ai ragazzi irlandesi una nuova consapevolezza e una nuova forza d'animo. Gli U2 assorbono le sensazioni che aleggiano nell'aria e le fanno proprie, unendosi come non mai nel vincolo della sacra amicizia, la stessa che era stata messa in discussione durante la lavorazione del precedente album, intriso di dubbi esistenziali e del malessere inflitto dall'appartenenza alla fede religiosa. Le risposte alle crisi e alle separazioni interne, alle fratture con la famiglia e con il gruppo di Shalom, vengono concentrate in "War", laddove la fede è concepita non più come principio che limita l'espressione umana ma come salvezza dai momenti bui. "Il secolo in cui viviamo è il più barbarico in assoluto. Nel passato, gli uomini non erano pienamente consapevoli delle atrocità che compivano. Oggi gli uomini sono istruiti, ma le atrocità continuano ad esserci", dice Bono, presentando il nuovo album. Queste atrocità sono scandite e contrastate grazie a una scaletta perfettamente equilibrata, che mette in scena argomenti di attualità ed emozioni più o meno generali, alla portata di tutti. In questo disco c'è spazio per ogni tematica: l'evento biblico di "40", dove Bono prende la bibbia e inizia a declamare l'omonimo salmo, l'amore di coppia, puro come in "Two Hearts Beat As One", dedicato da Bono alla moglie, e quello profano descritto in "Red Light", ispirato al film "Taxi Driver", dove un uomo è innamorato di una prostituta. Poi c'è il tema dell'amicizia, scandito nella meravigliosa "Drowning Man", canzone scritta per Adam Clayton, all'epoca depresso e fuori di testa, oppure la disamina delle classiche difficoltà quotidiane, come l'integrazione e l'appartenenza a una società, illustrate nel potente brano hard rock "Like A Song.." o nella suadente "Surrender", infine i canti di protesta "The Refugee", punk song che parla di profughi scappati da una nazione in guerra per cercare pace altrove, "Seconds", che tratta del pericolo incombente di una guerra nucleare dove il potente di turno può, in un solo secondo, distruggere l'intero pianeta, e ancora le leggendarie "New Year's Day", scritta in onore del sindacalista polacco e premio Nobel 1983 Lech Walesa, e "Sunday Bloody Sunday", che ricorda la tragedia del 30 gennaio 1972, quando l'esercito inglese spara su una folla radunata per una manifestazione pacifica a Derry, cittadina dell'Irlanda del nord, uccidendo quattordici persone. "War" è un disco completo, potente e maturo, che consolida il nome degli U2 all'interno dello star system. L'album vende milioni di copie, delineando l'inarrestabile ascesa di quella che ben presto diventa una delle band più popolari della storia. Con i primi guadagni la formazione irlandese si imbarca in un lungo e trionfale tour, confluito poi nell'estratto live "Under A Blood Red Sky", terminato il quale Bono si trasferisce con la moglie in una casa sulla spiaggia a sud di Dublino e The Edge sposa la compagna Aislinn. Con questo splendido affresco musicale si chiude la prima parte di carriera; la vena punk, scatenata e ribelle, viene smorzata quando, in produzione, Lillywhite esce di scena, venendo sostituito dal prodigioso Brian Eno, che plagerà il suono della band, smussandone gli angoli rendendolo più spirituale e astratto, dando inizio alla seconda fase artistica che nascerà col capolavoro "The Unforgettable Fire" e che culminerà alla fine degli anni 80 con la grande danza rock-blues di "Rattle And Hum".

1) Sunday Bloody Sunday
2) Seconds
3) New Year's Day
4) Like A Song...
5) Drowning Man
6) The Refugee
7) Two Hearts Beat As One
8) Red Light
9) Surrender
10) 40
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