U2

Songs Of Innocence

2014 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
20/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Stare al passo coi tempi, sfruttare pienamente le tecnologie che l'epoca moderna offre, poterselo permettere in quanto band dal potere enorme. Lasciamo stare le sterili critiche, poiché oggi, qualsiasi cosa facciano gli U2 viene contestato a prescindere, suscitando così tanto odio che è sbalorditivo e persino fastidioso. Il motivo può essere riconducibile alla troppa esposizione mediatica, soprattutto quella di inizio millennio che, complice anche un calo di ispirazione, ha quasi condannato una band dal passato solido e dalla storia incredibile, forse mai eguagliata da nessun'altra. Non è facile restare in piedi per quaranta anni, non è facile vendere milioni di copie e riempiere gli stadi di tutto il mondo per quattro decadi, non è facile restare sulla cresta dell'onda per così tanto tempo. Gli U2 sono riusciti in questa impresa quasi impossibile e di fatto, da almeno tre decenni, sono la più grande band del pianeta, almeno per quanto concerne numeri e primati. Parliamoci chiaramente, chiunque avrebbe sfruttato l'occasione avuta dalla band dublinese, c'è chi può e chi non può, e allora loro, che sono U2, appunto, mica un gruppetto qualsiasi, ne hanno approfittato, cavalcando l'onda tecnologica che in parte ha contribuito ad affossare il mercato artistico, specie quello musicale, inghiottendo etichette, artisti, tv musicali e tutto ciò che ruota attorno a questo magico mondo. Terminato il 360° World Tour, che ha fatto il giro del globo con incassi record ovunque, e una volta spenti i riflettori, gli U2 si prendono due anni per riordinare le idee, concentrandosi sul nuovo materiale. Le voci di corridoio si rincorrono compulsivamente, il tredicesimo album in studio viene continuamente rimandato, susseguendosi in una lista di titoli presi in esame con i quali battezzarlo. Alla fine, tutto ciò che viene confermato è il ritiro dello storico manager Paul McGuinness nel 2013, deciso a terminare qui l'esperienza più bella e stimolante della sua vita. Lui che ha scoperto e puntato tutto sugli U2, colui che è stato artefice del successo planetario della band irlandese, quel giovane dal ghigno sornione che, da una semplice intuizione e con un sogno in tasca, ha messo in piedi una leggenda contemporanea. Bono, The Edge, Larry e Adam, orfani di McGuinness e dei produttori Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite, radunano attorno a loro una serie di produttori, Flood, Danger Mouse, Paul Epworth e Ryan Tedder e attaccano col nuovo lavoro, un lavoro che proprio per via di tutte queste menti messe in sinergia, gode di numerose soluzioni sonore, risultando eterogeneo ma comunque compatto. La sorpresa, che solleva una marea di polemiche, sterili e ridicole, come dicevo pocanzi, avviene il 9 settembre 2014, durante la conferenza di presentazione del nuovo iPhone 6, quando a seguito di un contratto multimilionario, "Songs Of Innocence" viene caricato gratuitamente nell'archivio Apple di cinquecento milioni di utenti. Alla fine, sono quasi quaranta milioni a scaricare l'album, facendo, come da pronostico, diminuire inevitabilmente le vendite delle copie fisiche, lanciate in tutti i negozi a distanza di un mese e che, nel giro di un anno, arriveranno alla soglia di un milione e mezzo di copie. Registrato tra Dublino, New York, Los Angeles e Londra e ispirato al titolo di una raccolta di poesie di William Blake, nonché prima parte di un doppio album gemello, "Songs Of Innocence" prende in esame tematiche personali legate all'infanzia e all'adolescenza, le stesse liriche intimiste e sentimentali che si potevano trovare nei primi due album. "Gli U2 sono sempre stati una famiglia e allora il nuovo album si presenta genuino, nudo e anche grezzo, ridotto all'essenziale" afferma Bono in un'intervista, e, al di là di suoni iperprodotti e modernisti, che di grezzo ed essenziale hanno poco, si riesce a cogliere la stessa esperienza intima e genuina immortalata nella foto di Glen Luchford che vede il batterista Larry Mullen abbracciare il figlio diciottenne Aaron Elvis, a indicare la disperazione di un padre nel vedere il proprio figlio crescere, passando dall'adolescenza all'età adulta e il conseguente distacco dalla famiglia. Un'immagine sacra che, in un certo modo, richiama le prime leggendarie cover della band, quando a campeggiare in bella vista era il faccino dolce e spaurito del piccolo Peter Rowan. Così come l'artwork, semplice e profondo ma che ha creato anch'esso molteplici polemiche, è la musica a parlare, identificandosi con le parole dei singoli testi, che riflettono sui primi anni della band, ancora prima di sfondare, quando non era altro che un gruppo di ragazzini con tanti sogni in testa e talento da affinare. Tre singoli estratti e tre momenti differenti: "The Miracle (Of Joey Ramone)", che traduce la rabbia punk di un concerto dei Ramones in una canzone rock commerciale e insufficiente, brutto biglietto da visita per il disco, "Every Breaking Wave", ottima semiballata ispirata all'omonimo film del regista Aoife McArdle sul conflitto nordirlandese degli anni 70-80, e "Song For Someone", delicato inno che celebra il primo incontro, ai tempi del liceo, di Bono con la futura moglie Allison.

The Miracle (Of Joey Ramone)

Coretti invadenti, poco consoni per l'occasione, introducono in modo fin troppo scanzonato il singolo The Miracle - Of Joey Ramone (Il Miracolo - Di Joey Ramone), pezzo rock di poche pretese, composto per puntare le classifiche. Gli U2 tornano adolescenti e mettono in musica un ricordo vivido nella loro mente: il concerto dei Ramones, visto nel lontano 1976 in quel di Dublino. La carica della band di Joey Ramone era talmente trascinante che i quattro ragazzi irlandesi vennero incendiati dal punk prodotto dagli americani. Un evento importante per la formazione culturale di Bono e soci, innamorati folli del punk e del rock n' roll, delle liriche scanzonate e dirette, della musica scarna ed essenziale. "The Miracle" cerca di riprenderne l'attitudine ma senza riuscirci, risultando un brano banale e scontato. La chitarra di The Edge graffierebbe anche a dovere, se non fosse sepolta da un mare di coretti che ne stemperano gli intenti. Bono attacca con la prima strofa, un vero e proprio omaggio alla figura di Joey Ramone, immortalato sul palco come una divinità, la cui immagine strega il giovane artista. "Stavo inseguendo giorni colmi di paura, cercavo di afferrare i sogni prima che scomparissero, soffrivo e volevo essere lì sopra con te. La tua voce era tutto ciò che sentivo, mi scuoteva dentro, mi stregava come uno spettro. Mi faceva sentire la melodia sopra il dolore". Il ritratto del cantante dei Ramones è bellissimo, e subito capiamo l'importanza della band americana nei confronti degli U2, all'epoca innamorati follemente del punk perché visto come un genere musicale trasgressivo, di protesta, con argomentazioni profonde da gridare alle masse. Sullo sporco riff di chitarra si insinuano batteria e basso, conducendoci al pre-chorus, molto più melodico rispetto alle strofe: "Ero giovane ma non scemo. Volevo solo essere accecato da te, che eri una novità. Noi eravamo pellegrini in cammino". I ragazzi erano giovani ma già in cammino per crescere e formarsi, alla continua ricerca di se stessi. Nel ritornello il rock flirta con l'elettronica, scaturendo in una melodia non proprio memorabile, più che altro commerciale e piatta, nonostante la profondità del momento descritto. "Mi sono svegliato quando il miracolo si è compiuto, ho sentito una canzone che dava significato al mondo. Ogni cosa che ho perduto adesso è stata restituita, nel più bel suono che abbia mai sentito". Il miracolo è quello del potere salvifico della musica, capace di infondere sicurezze e di indicare la strada da seguire. Basta una sola canzone per colpire dritti al cuore, per plasmare giovani menti, per arricchire vite, per dare un senso alle cose. Si riparte dai coretti ed ecco la seconda metà, dove a emergere sulla chitarra è il basso di Clayton: "Abbiamo un linguaggio con cui comunicare, una religione comune che ci fa amare e odiare. La musica può esagerare il mio dolore e dargli un nome". Da adolescenti siamo tutti pellegrini in cerca di una meta, la musica è importante per la formazione del singolo, ne detta le scelte e i comportamenti, perché da giovani si è spaesati e insicuri. La musica dà forma ai sentimenti, ci fa odiare e ci fa amare, ci parla col suo linguaggio poetico e si pone come un vero credo, una religione. La chitarra di The Edge irrompe ancora in un grezzo riff, per poi essere spazzato via dal ritorno dei cori e di un nuovo ritornello.

Every Breaking Wave

La difficoltà della comunicazione all'interno di un rapporto è il tema di Every Breaking Wave (Ogni Onda Che Si Infrange), che si basa sull'intima esperienza dell'impossibilità di concedersi al partner in maniera completa. Bono definisce le liriche come una sorta di fallimento personale che genera però una rinascita spirituale. L'atmosfera è sognante, il basso di Adam ci culla in questa intima dimensione accompagnata da timide tastiere che rievocano lo spirito della grande "With Or Without You", anche se poi il brano prenda un'altra piega. Bono esordisce in maniera leggiadra, scandendo parole di rimpianto: "Ogni onda che si infrange a riva ne porta un'altra che segue lo stesso corso. In estate eravamo intrepidi. Sei rimasta là ed io sono al telefono e parlo con la segreteria telefonica. L'inverno la porterà via come una foglia secca". Bono mette in evidenza questo gioco di stagioni, estate e inverno, a indicare l'animo umano in base al clima e alla stagione. L'estate rappresenta spensieratezza, coraggio e sicurezza, l'inverno è il suo opposto. Il refrain è lungo e sofferto, si palesa improvvisamente in tutta la sua foga, con tutta la sezione ritmica a pompare al seguito della batteria di Mullen, che ci trascina in un momento intenso, acuito dall'inserimento delle tastiere che donano un tocco ancora più tragico. "Se te ne vai? Se vai per la tua strada ed io per la mia? Siamo indifesi contro la corrente. Siamo innamorati della sconfitta, siamo pronti ad essere spazzati via, dobbiamo smettere di infrangerci come onde". Le parole professate da Bono sono disilluse, come se avesse accettato il triste destino, e allora ecco che scatta la proposta di separazione, la resa di fronte al fato. Gli umani sono come onde che si infrangono sulla battigia, basta fermarsi e cambiare corso per evitare il fallimento e ricominciare da capo. Terminato il melodico e splendido ritornello restano le tastiere a condurre la riflessione, poi Larry Mullen torna in scena e rilancia tutti i compagni. "Ogni marinaio sa che il mare è un amico che può diventare nemico, e ogni anima naufragata sa com'è vivere senza intimità. È difficile sentire la voce del capitano, le onde si infrangono e fanno rumore". L'amore è rappresentato dall'oceano, un oceano misterioso e infinito, anche pericoloso, che da amico si può trasformare in un istante in un nemico, in un mostro che tutto divora. Noi non siamo altro che marinai, sempre in pericolo di naufragio, e le onde fanno talmente baccano che bisogna prestare attenzione per ascoltare le direttive del capitano. A volte la sua voce viene nascosta dal rumore dell'acqua e allora perdiamo la via, dispersi in balia del mare. Il bridge è sognante: "Il mare sa dove sono le rocce e annegare non è peccato. Tu sai dove è il mio cuore, è nello stesso posto del tuo. Entrambi sappiamo di aver paura di vincere e così ci fermiamo ancora prima di iniziare", canta Bono, contornato dal coro di The Edge, seguendo le note delle tastiere e dei tamburi di Mullen, per un passaggio oscuro e profondo davvero toccante. Melodia eccezionale, arrangiamento sopraffino, è la classica grande ballad targata U2.

California (There Is No End To Love)

Il racconto della prima volta che la band sbarcò in California è contenuto nel brano California - There Is No End To Love (California - Non C'è Fine All'Amore), quando i ragazzi intrapresero il tour mondiale del primo indimenticabile album, nel 1980-1981. Bono descrive l'entusiasmo del sogno californiano, le emozioni provate dai musicisti, l'incredulità della loro esperienza, e lo fa citando apertamente il brano simbolo di quella parte di America, "Barbara Ann" dei mitici Beach Boys, una delle tante band che hanno contribuito a forgiare i giovani U2. Il ritornello della leggendaria canzone dei Beach Boys viene qui filtrato dall'elettronica, palesandosi come un qualcosa di astratto, sfocato, che ben introduce le sensazioni e le tematiche del brano. Il rintocco delle campane e poi la band si lancia in questo ritornello, evocando le spiagge della California, le acqua tiepide, se serate magiche, totalmente differenti dagli ambienti di una Dublino industrializzata e cupa. Il tutto viene indicato con un leggero tocco di malinconia, lo stesso sottolineato prima dalle note delle tastiere e poi dall'ingresso di batteria e basso. Quando la sezione ritmica è al completo, vigorosa e tronfia, Bono attacca: "California, cademmo nel mare brillante. Il peso che trascina a fondo il tuo cuore mi ha portato ad essere qui, adesso, sulla spiaggia di Zuma. Ti guardo piangere come una bimba, sotto le luci dell'alba". Bono descrive il momento in cui vide per la prima volta la spiaggia della California, in particolare quella di Zuma, una delle più belle e famose della regione, dalle acque brillanti illuminate dalla luce dell'aurora. Gli U2 piansero di fronte a quella bellezza, tornando per un attimo bambini piccoli. Il vocalist sottolinea queste sensazioni intonando i versi in modo delicato, senza eccedere, seguendo le linee impartite dal basso di Clayton, che sembrano pulsazioni di un cuore emozionato. Segue il fantastico refrain, immaginifico e solare, che ci conduce dritti su quelle spiagge dorate, sotto il sole cocente, contornati da magia e stupore, ma è un ritornello che non ha nulla a che vedere con "Barbara Ann" dei Beach Boys: "Tutto quello che so, e tutto ciò che desidero sapere è che non c'è fine all'amore" canta Bono lanciandosi nel suo bel falsetto, che dona maggiore delicatezza alle parole. Lo stupore nella voce di Bono prosegue nella seconda strofa, adagiata sui leggiadri tocchi di The Edge, semplice e lineare come suo solito, ma dotato di grande gusto melodico. "Non ti ho chiamata, le parole hanno formato un pensiero. Siamo stelle in città, dalle luci soffuse che si rischiarano nella stanza da letto e attraverso uno specchio. California, dal tramonto rosso sangue che mette in ginocchio. Non c'è fine al dolore". Mentre la band suona ci immaginiamo perfettamente questo tramonto di fuoco che si staglia sulla spiaggia, cullando i nostri pensieri e i nostri lontani ricordi. Questa nostalgica sensazione è tutta incarnata dalle note dell'assolo di The Edge, che sperimenta suoni metallici duellando col compagno Mullen, conducendoci all'ultima fase: "Non c'è fine all'amore, noi andiamo e veniamo, i giorni rubati non li avrai mai indietro, i giorni rubati sono già abbastanza" e nell'ultima frase è contenuta tutta l'amarezza della vita, la caducità dell'esistenza, la forza del rimpianto.

Song For Someone

Uno dei momenti più intimi dell'album arriva con la delicata e scarna Song For Someone (Canzone Per Qualcuno), che sarà resa ancora più scarna nell'arrangiamento che troveremo nel disco "Songs Of Experience", dove Bono racconta, cuore in mano e voce sospirata, del primo incontro con Allison, sua futura moglie e compagnia dell'intera vita, quando non erano altro che due liceali. L'arpeggio di chitarra è delicato, morbido come il velluto, Bono prende parola e subito risalta una melodia spaziale, tremendamente bella, scandita da coro e contro-coro: "Avevi un viso pieno di bellezza, il mio era rovinato da qualche cicatrice. Avevi occhi che potevano vedere attraverso di me, non avevi paura di nulla. Ti dissi che non avevo sentito nulla la prima volta, non sapevo come guarire questi tagli, ma in te ho trovato una rima". Bono ricorda di quando era un giovane punk, selvaggio e irrequieto, dedito a risse e fughe dalla scuola. Il corpo ricoperto da cicatrici per le azzuffate che contrasta con la pelle delicata e perfetta di Allison. Due persone totalmente differenti che si trovano però a condividere l'emozione più grande della vita, quella dell'amore. Allison riesce in breve a sanare le ferite del ribelle Paul Hawson e a riportarlo sulla retta via. Il ritornello si divide in due parti, la prima più morbida e giocata tutte sull'accordo della chitarra di The Edge, la seconda più esplosiva, dove è tutta la band a scendere in campo. "Se c'è una luce che non puoi sempre vedere, e c'è un mondo in cui non possiamo sempre stare, se c'è un'oscurità di cui non possiamo dubitare, e c'è una luce che non dobbiamo lasciare spenta" e ancora "E questa è una canzone, una canzone per qualcuno". Il gioco di luci e ombre è una costante dei testi degli U2, Bono spesso dipinge l'esistenza come un pendolo tra oscurità e luce, dove ovviamente il buio simboleggia il negativo, le amarezze, i dolori, mentre la luce è la gioia, la fede, l'amore, il divertimento. La riflessione scaturita nel chorus è deliziosa, ma questa ambivalenza della vita, che poi rappresenta le due metà della stessa mela, in questo caso Bono e Allison, si traduce in un canto d'amore. Se Allison è la rima alla poesia che l'artista cercava da tempo, allora questo canto è solo per lei. Ma la dimensione personale può diventare generica, destinata a tutti gli amanti, a quando da ragazzi ci si innamora per la prima volta. I toni si smorzano per qualche secondo, l'arpeggio di chitarra viene affiancato da un tappeto tastieristico quasi impercettibile, sul quale rimbombano degli echi. "Mi fai entrare in una conversazione che soltanto noi possiamo avere, tu irrompi nella mia immaginazione e mi rubi tutto. Non avrei mai pensato di provare qualcosa ma tu ti sei avvicinata lentamente per guarirmi le ferite". La chitarra di The Edge è sempre toccante, con pochissimi accordi riesce sempre a toccare le corde del cuore, a smuovere sentimenti di malinconia e a far scendere le lacrime. L'assolo ci accompagna al gran finale: "Sono lontano dal calvario, sono lontano da dove ero e da dove dovrei essere. Se c'è un bacio che ho rubato alle tue labbra, e se c'è una luce tu non lasciarla spegnere".

Iris (Hold Me Close)

L'inno alla figura materna non può mancare quando si tratta di rievocare il lontano passato, e allora Bono ricorda il dolore più grande della sua vita, omaggiando sua madre Iris, morta quando lui era solo un ragazzino. Iris - Hold Me Close (Iris - Stringimi Forte) è un pezzo elettro-rock danzereccio e molto sottovalutato, ma di indubbio valore, dotato poi di un testo che è uno degli inni all'amore più belli mai scritti dalla band irlandese. L'andamento è oscuro, nonostante un vago ritmo dance, il tutto filtrato dall'elettronica che confonde strumenti e voci. L'introduzione è mistica, dunque Clayton irrompe con un giro di basso muscoloso, seguito dalla chitarra elettrica. Bono è cupo e solenne: "La stella che chi ha dato la luce se ne è andata, ma non è stata un'illusione. Il dolore nel mio cuore fa parte della mia esistenza. Qualcosa nei tuoi occhi ci ha messo un migliaio di anni per arrivare qui". Iris è la stella che ha creato la vita, ma proprio come una stella si è spenta, ha esaurito la sua energia e si è eclissata, lasciando solo disperazione nel cuore del piccolo Paul, che non hai mai superato il trauma. La seconda parte della strofa è più allegra e spensierata, apparentemente, ma la realtà è che la band sta preparando l'arrivo del fantastico ritornello, gridato col cuore in gola: "Stringimi forte, stringimi forte e non lasciarmi andare. Stringimi forte come qualcuno che potresti conoscere. L'oscurità ci lascia appena vedere chi siamo, ho la tua vita dentro di me". Bono chiede soltanto un abbraccio, un abbraccio nell'oscurità del suo animo, orfano della luce divina. La vita di sua madre Iris scorre nel suo sangue. Le atmosfere di "Where The Streets Have No Name" fanno capolino nelle strofe di "Iris", andamento sacro e clima di amarezza, ma un sogno di speranza che si affaccia dietro l'angolo, con un nuovo abbraccio. "Appena nati dimentichiamo tutto, la vera ragione per cui siamo venuti al mondo, ma sono sicuro di averti incontrata molto prima della notte in cui le stelle si spensero. Ci incontreremo ancora". Le tastiere si prendono la scena: "Le stelle sono luminose, l'universo è bello ma freddo". L'universo rappresenta la morte, l'infinito, l'immortalità dell'anima, e da qui incomincia la bellissima coda finale, costruita sulla batteria di Mullen e sulla chitarra di The Edge. "Tu mi prendesti per mano, credevo che fossi io a guidarti, invece eri tu che mi stavi rendendo uomo. Ti sogno, dove sei? Iris è in piedi nella sala, mi dice che posso farcela. Iris mi risveglia dai miei incubi, mi dice di non aver paura di un mondo che non c'è". La sensazione è talmente profonda e chiara che sembra di vedere il piccolo Bono che stringe la mano di sua madre, e lei che lo rincuora proteggendolo da un mondo freddo che produce incubi. Bono è disperato, alza il timbro, gli strumenti si fanno più energici, ed ecco vivido l'ultimo struggente ricordo: "Iris gioca sulla spiaggia, seppellisce il ragazzo sotto la sabbia. Iris dice che sarò la sua morte, ma non sono io. Iris, liberati in modo tale da essere te stessa". La donna seppellisce il ragazzo, quando questi si rialzerà sarà un uomo, benedetto dalla sabbia della spiaggia. Ma le onde trascineranno via la donna, libera dal dolore una volta per tutte.

Volcano

Un potente giro di basso e dei colpi secchi ai piatti, Volcano (Vulcano) parte in quinta, prefigurandosi come il pezzo più forzuto del disco. Bono indossa i panni di quando era ragazzo e si identifica in quel giovane sfrontato e spericolato pronto a far festa. L'arrangiamento è simile a quello di "Vertigo", ma qui c'è meno furia e più oscurità di fondo, il che non guasta, anche se il pezzo è stato fortemente criticato per la sua ruffianeria. Tutto sommato una canzone rock discreta, dai bei passaggi, condita da buone linee vocali. Bono tira fuori il timbro da seduttore e intona le strofe: "Il mondo gira veloce stasera, potresti ferirti se provi a fermarlo. Sono contento che il passato sia andato. Sei stato fuori in strada, nella notte, folle. Adesso vivi qui o sei in vacanza?". Il vocalist cerca di parlare al suo io giovane, lo rimprovera per le stronzate commesse, le notti folli e selvagge trascorse molto tempo prima, ed è contento che quei giorni siano finiti. Eppure, qualcosa in lui si ribella ancora, sente una spinta vitale che ribolle dentro il suo animo, e che adesso sta per esplodere, così come gli strumenti, pronti alla foga sonora, guidati dall'ascia di The Edge. "Vulcano, tu non vuoi sapere, qualcosa in te sta per esplodere, ma tu non lo vuoi sapere". In effetti il chorus non è proprio memorabile, ma si memorizza all'istante, semplice e diretto, e riesce persino a sollevare un certo gusto grazie alla squillante voce in falsetto del cantante. The Edge si lancia in un gradevole fraseggio dal sapore western, per poi insistere col main riff. "I tuoi occhi erano come luci di atterraggio" riferisce il Bono descrivendo se stesso quando era giovane "Erano del blu più trasparente, ora non ci vedo così tanto bene e il futuro sta planando su di te". Su questa presa di coscienza, la chitarra e il basso festeggiano squillanti, duellano nel polverone, per poi stemperarsi nell'ipnotico bridge: "Tu eri solo, ora non lo sei più. Eri solo e adesso sei rock n roll. Tu ed io siamo rock n roll". In un certo senso, il giovane Bono e quello di adesso si completano, unendo gli animi e condividendo la passione per il rock. Il Bono di oggi non ha comunque dimenticato il Bono adolescente, in lui c'è ancora la stessa fame di musica. Un brano piuttosto semplice, arrangiato bene, dalla struttura ridotta all'osso.

Raised By Wolves

Le tastiere cupe e amare ci portando indietro nel tempo, durante il fatidico pomeriggio del 1974 a Dublino, quando una serie di attacchi terroristici uccisero 33 civili. Raised By Wolves (Cresciuto Dai Lupi) è raccontata attraverso gli occhi di un amico di infanzia di Bono, Andy Rowen, fratello maggiore di Peter, il bambino che campeggia sulle prime copertine degli U2, che a causa del timore terroristico del periodo si è gettato nell'eroina, divenendone schiavo. "Faccia a terra in una strada senza uscita, c'è un uomo all'angolo, io sono in un van bianco quando un mare rosso ricopre la terra. C'è uno schianto metallico, lancio un'occhiata e maledico di averlo fatto. Le 5:30 di venerdì pomeriggio e 33 persone abbattute". Attraverso gli occhi di Andy Rowan, soprannominato Guggi, riviviamo quel terribile momento, in cui un'autobotte esplose in una via di Dublino. Il ragazzo è alla guida di un pulmino bianco e non appena sente l'esplosione ingrana la marcia e scappa. Il trauma dell'evento e la paura costante a seguito dell'attacco lo condussero all'uso di droghe pesanti, le stesse condannate dagli U2 nella canzone "Bad". La chitarra di The Edge per un solo momento stride emettendo un verso punk e riportandoci ai tempi di "War", ma dura poco, e allora si riprende con il secondo verso: "Faccia in giù su un cuscino di vergogna, ci sono alcune ragazze con un ago che cercano di scrivere il mio nome. Il mio corpo non è una tela, il mio corpo ora è una latrina". Andy ha il corpo martoriato dall'eroina, la paura lo ha condotto fino a quel punto. Bono anticipa il ritornello alzando il timbro "Non posso crederci ancora", dice, per poi lanciarsi nel glorioso refrain, veloce e bello carico, probabilmente il migliore del disco: "Cresciuto dai lupi, più forte della paura stessa. Tutti noi siamo stati cresciuti dai lupi. Se apro gli occhi tu sparisci". L'animo degli uomini è violento e selvaggio per natura, ciò è dovuto alla lotta per la sopravvivenza, alla paura stessa che fa parte di noi, ma basta aprire gli occhi e sfidare le proprie paure per sconfiggere la violenza. La carica si smorza subito dopo, le note delle tastiere riecheggiano nell'etere dipingendo un'atmosfera fumosa e cupa. "Il ragazzo vede suo padre schiacciato dal peso di una croce che dalla passione si trasforma in odio. Una Ford blu metallizzato, qualcuno la farà scoppiare per uccidere tutti, sangue in strada, le cose peggiori al mondo sono giustificate dalla fede, ma io non ci creo più". Un'auto blu è pronta ad esplodere, in nome di chissà quale fede che giustifichi tale genocidio. Le tastiere conducono al finale, sfumando lentamente, assomigliando ai fumi prodotti da una bomba appena esplosa e che via via si diradano.

Cedarwood Road

Il rock n roll torna a fare capolino nella bellissima Cedarwood Road (Via Cedarwood), la via dove viveva Bono da ragazzo, e la sezione ritmica è in tumulto, guidata dall'affilata chitarra di The Edge. L'attacco è tonante, ma si ammorbidisce per lasciare spazio alla melodia sulla quale Bono ricama una prestazione eccellente, ricordando la sua vecchia casa, il giardino della sua famiglia e gli angoli di quella via. "Stavo correndo giù per la strada, la paura era l'unica cosa che conoscevo. Stavo cercando un'anima che fosse vera, poi ho corso verso di te. Quel ciliegio in fiore era una porta per il sole e l'amicizia, una volta vinta, è vinta". Bono abitava in una piccola casa a due piani, contornata da un piccolo giardino nel quale vi era questo ciliegio. All'epoca il ragazzo era irrequieto e pauroso di tutto, era insicuro, e allora cercava rassicurazioni nell'amicizia e nella famiglia. Il pre-chorus è delicato: "La parte nord, proprio vicino al fiume, è lontana da qui". Il quartiere dove viveva la famiglia Hewson era a nord di Dublino, una zona popolare, non molto lontana dal fiume e dal molo. Una zona non proprio elegante anzi, popolata più che altro da operai, un po' degradata e smorta. Il ritornello è fantastico, cresce di intensità mano a mano che avanza, costruito sul basso e sulla chitarra: "Tutti soldi e tutto l'oro, il dolore che nascondi, la gioia che stringi, lo stupido orgoglio che ti fa uscire dalla porta, su Cedarwood Road". Bono rivive gli attimi in cui correva per quella via, orgoglioso, ingenuo, dall'animo pieno di dolore per una condizione famigliare non proprio semplice. "Sonnambulo giù in strada, non mi sveglio da questi sogni, perché non è mai morta, è ancora nella mia testa. La mia adolescenza era in zona di guerra, ma sono ancora in strada e ho ancora voglia di un nemico". Bono è sempre lo stesso, in collera col mondo, in collera con tutti perché ha avuto un'adolescenza triste, perché la vita gli ha strappato l'amore della mamma, un amore distrutto troppo presto e un dolore superato solo grazie all'amicizia. L'amore è tutto ciò che conta, non ci sono soldi o oro che riescano a sostituirne l'assenza. L'assolo di The Edge è sulfureo, sofferente, così come la voce di Bono nel raccontare l'ultima scena di questo struggente ricordo: "Se la porta è aperta non è un furto. Tu non puoi tornare dove eri. I petali cadono dall'albero, coprono me e coprono te. Dipingi il mondo come lo immagini, ma a volte la paura è l'unico posto che possiamo chiamare casa. Un cuore spezzato è anche un cuore aperto". Un capolavoro.

Sleep Like A Baby Tonight

L'oscura poesia prende forma con la suadente Sleep Like A Baby Tonight (Dormi Come Un Bambino Stanotte), fenomenale ballata intimista incentrata sulla pedofilia in ambienti ecclesiastici. Il primo verso è tutto costruito sulle note morbose delle tastiere e sulla delicata e cauta voce di Bono Vox. "Mattino, il tuo toast, il tuo tè con zucchero. Leggi dell'amante del politico, affronti il giorno come un coltello nel burro. Indossi i vestiti con gli occhi ancora rossi come luci di Natale". Il brano è una ninnananna elettronica anni 80, dal fascino oscuro e dalla melodia celestiale, dove il criminale in questione è proprio un prete, che si sveglia al mattino come nulla fosse, fa colazione e legge il giornale, ancora assonnato. E la sera? La sera viene descritta nel seducente ritornello, accompagnato da tastiere e dalla dolce chitarra elettrica: "Dormi come un bambino stanotte, nei tuoi sogni ogni cosa è apposto. L'alba di domani è come il suicidio di qualcun altro". L'uomo va a dormire come nulla fosse, non capendo la gravità delle sue azioni. The Edge e Larry Mullen intavolano un intermezzo sonoro rockeggiante, una nube rock che si dissolve dopo pochi secondi. Ritornano le soavi tastiere che ci cullano in questo torpore generale: "Sogni. Sognare è uno sporco business, dove c'è silenzio e non grida, dove non c'è luce del giorno non c'è guarigione". Ancora una volta il connubio luci/ombre. Il giorno è guarigione, la notte dolore e rimpianto. Il prete in questione si rifugia nel buio, nei suoi sogni, per non sentire le grida dei disperati, per sentirsi in pace con se stesso. L'andamento vellutato e sonnolento ricorda la splendida "If You Wear That Velvet Dress", contenuta nello sperimentale "Pop", molto vicina alla musica ambient. Bono si esibisce in un bel falsetto: "La speranza è dietro una porta aperta, quando la chiesa è dov'è la guerra, dove nessuno può sentire il dolore di nessun'altro. Dormi come un bambino stanotte, come un uccello i tuoi sogni prenderanno il volo stanotte" e poi la base prosegue sulle note elettroniche lasciandoci con questa profonda riflessione. Che ne sarà del prete pedofilo? La chiesa è dove c'è la guerra, e allora dovrebbe pensarci lei, in quanto istituzione, a condannare queste persone malate. Ma c'è sempre una speranza di redenzione, basta aprire la porta, accogliere consigli e aiuti. Intanto i sogni del pedofilo sono tranquilli e volano liberi nella notte, una notte tranquilla e pacifica rappresentata dalla quiete soporifera delle tastiere. Un pezzo magistrale che ci riporta ai tempi di "Pop" e di "Zooropa".

This Is Where You Can Reach Me Now

L'omaggio ai Clash e al loro leader Joe Strummer è contenuto in This Is Where You Can Reach Me Now (Qui è Dove Puoi Trovarmi Ora), divertente punk song che ci porta in un clima estivo, quando gli U2 andarono a vedere i Clash nel 1977, con i gabbiani in volo sulla spiaggia e le onde del mare a infrangersi sugli scogli. L'introduzione è solare, dunque le chitarre si lanciano in un ritmo tipicamente Clash, ma anche Police, a metà strada tra punk e reggae, dove i rintocchi di piano e le note di basso vengono accompagnati dal verso dei gabbiani. Si attacca subito con lo scanzonato ritornello: "Soldato, noi abbiamo firmato le nostre vite, resa totale, l'unica arma che conosciamo. Soldato, sapevamo che il mondo non sarebbe stato lo stesso, ma qui è dove puoi trovarmi ora" e allora ritorniamo ragazzini adolescenti, a gridare in coro sotto al palco dove si sta esibendo la band di Strummer. Da quel momento gli irlandesi hanno capito quale sarebbe stata la loro strada, la firma sulle loro vite, come soldati richiamati in guerra. Il mondo attorno a loro non sarebbe più stato lo stesso e, così come era stato per il concerto dei Ramones, anche in questo caso l'innamoramento è fatale e scioccante. Le strofe sono veloci e spensierate, poggiate su un fraseggio frizzante di The Edge: "Veniamo da un posto lontano, oltre il quale non possiamo vedere. Siamo venuti a colonizzare le vostre notti e rubare la vostra poesia". Adesso gli U2 incarnano i Clash, si pongono come star venute a colonizzare territori e a sedurre le menti dei giovani, donando loro poesia e incanto. I giovani U2 restano ipnotizzati dalla musica, ne assaporano magia e gusti, ne apprendono finezze e trucchetti, facendoli propri. Tutto il filone punk di fine anni 70 ha un'influenza spaventosa sui quattro ragazzi e Bono non perde occasione di ricordarlo. La sera scende sulla spiaggia, dove è allestito il palco, i ragazzi sono accalcati e sudati, si godono quelle magnetiche note musicali partorite dai loro beniamini. "Su un bus a due piani, veniamo dalla piazza del college. Lasciateci entrare nel vostro mondo, non ascoltiamo i vecchi e ci incamminiamo, è l'unico modo per andarsene". I ragazzi sono partiti dalla piazza davanti al liceo in direzione del concerto dei Clash, tutti insieme in un autobus a due piani, desiderosi di musica e di evasione. La musica è l'unico modo per evadere da quella realtà che loro rinnegano, ignorando i rimproveri dei loro genitori. La chitarra di The Edge sperimenta diventando astratta, producendo un suono sinistro che assomiglia alle onde dell'acqua, come se si stesse inabissando davanti a quel palco dove sono tutti radunati. Le tastiere accompagnano il momento, ed è forse il momento migliore del brano, poi la coda: "Questo è il posto, questa è la stagione, qui è dove puoi trovarmi. Questo è il tempo, questo è il numero, qui tu puoi trovarmi". Le ultime battute sono estremamente simboliche, poiché il tempo per avvicinarsi al rock e per fuggire dalla quotidianità è soltanto uno: l'adolescenza. Durante la giovinezza siamo spugne che tutto assorbono formando il proprio bagaglio culturale, è in questi magici anni che cresciamo e formiano il nostro carattere.

The Troubles

Il gioiello nero giunge per ultimo. The Troubles (I Problemi) è magia pura, una lenta nenia sperimentale che si avvale dell'ospite Lykke Li, in duetto con Bono, che si divincola in un gelido e morboso refrain a cappella: "Qualcuno è entrato nella tua anima, qualcuno è entrato nella tua anima depredando tutto finché qualcun altro non ne ha preso il controllo" e subito si percepisce la delicata tematica affrontata, quella delle violenze domestiche. The Edge interviene delicatamente, come per non svegliarci dal torpore, le tastiere battono soavi in una melodia eterea, il basso di Clayton rimbomba potente, tocca a Bono: "Pensi sia più facile puntare il dito contro il problema quando il problema sei tu. Pensi sia più semplice conoscere i tuoi stessi trucchi ma è la cosa più difficile che puoi fare", poi ecco il pre-chorus dall'intensa melodia: "Ho un desiderio di sopravvivenza, così puoi ferirmi e farmi male ancora, io posso vivere negando ma tu non sei più un mio problema". Le liriche sono profonde e inducono a una riflessione fondamentale, soprattutto nella società moderna, dove numerosissime sono le vittime di violenze in casa. Vittime che magari non denunciano per via di uno spirito di sopravvivenza, negando ogni male e continuando a soffrire in silenzio facendosi scivolare addosso i problemi. Il tappeto di tastiere a disposizione della band è sublime, questi sono gli U2 sperimentali degli anni 90, che se ne fregano delle mode lanciandosi in un lamento funebre di grandissimo fascino. Lykke Li riattacca col refrain, questa volta accompagnata dalla base strumentale, poi viene raggiunta da Bono per la seconda metà. Arrivano gli archi a donare maggior poesia, ma anche tensione, poi si riprende: "Tu pensi sia più facile arrenderti ai problemi quando i problemi ti stanno distruggendo. Pensi sia più facile fare così, ma prima che mi tirasti una fune i problemi erano l'unica cosa a cui aggrapparmi". Una vittima delle violenze domestiche vive chiusa nel suo mondo cupo, amaro, funestato da problemi, e non conosce salvezza, ma a volte basta poco per redimere un'anima riportandola alla luce. Il bridge è ultra-melodico e cantato dai due vocalist: "Dio sa che non è facile prendere la forma del dolore di qualcun altro. Dio ora puoi vedermi, sono nudo e non ho paura, il mio corpo è sacro e non provo più vergogna". La fede è sempre presente, la fede vista come ancora di salvezza, come appiglio fondamentale per sopravvivere. Bisogna metaforicamente denudarsi dei propri peccati e dei propri dolori e mostrarsi per quello che si è, puri e senza vergogna, e cioè vittime di un mostro che va sconfitto e denunciato. La luce è sempre dietro l'angolo.

Conclusioni

Lasciamo perdere le proteste di pubblico e stampa specializzata, focalizzate più sul metodo di diffusione del disco piuttosto che sulla qualità prettamente musicale, e che, in molti casi, hanno persino portato a stroncare l'album, magari senza neanche averlo ascoltato. "Songs Of Innocence", che gioca sulla parola "Son s", facendo sparire la lettera "g" dal titolo in copertina, paga lo scotto di una cattiva pubblicità, ma ciò non è una novità se si parla degli U2 post 2000, presi di mira e massacrati senza senso da molti, troppi, neanche fossero diventati, da un momento all'altro, un gruppo di artisti mediocri e scriteriati. Al di là della curiosa e originale mossa pubblicitaria, mai sperimentata prima, il tredicesimo lavoro degli U2 è buono, con tanti punti decisivi da mettere in luce e una manciata di grandissimi pezzi. I figli dell'innocenza che cantano inni all'innocenza, nonostante tutto, nonostante i miliardi a palate e le pose plastiche assunte nel tempo, risultano credibili, tanto da indicare questa opera come la più intima e sincera da tanti anni a questa parte. Non è un ritorno alle origini, né musicale (purtroppo) né lirico, quando l'innocenza era vera, e non può essere altrimenti, trattandosi di una band di ultracinquantenni, ma durante l'ascolto si intuisce questa sorta di ponte invisibile tra passato e presente, una struttura sottile costruita da mattoni che simboleggiano antichi valori, modernizzati per l'occasione e adattati alla nostra epoca. I suoni, sono dinamici, così gli strumenti pompati, e Bono, che nei dischi più recenti appariva stanco e sfilacciato, si riprende vocalmente a seguito di presunti esercizi, recuperando potenza e pulizia, Adam Clayton e Larry Mullen suonano con vigore ed energia, mentre The Edge riafferra una certa attitudine rock 'n' roll che mancava da tanto. Il biglietto da visita, ormai come da tradizione recente, non è dei migliori, infatti il primo singolo "The Miracle" è il classico brano rock da classifica, furbetto e orecchiabile ma troppo commerciale, adagiato su linee melodiche scontate contornate da coretti insopportabili che stonano col contesto creato. Il testo, infatti, narra di quando i quattro ragazzi andarono a un concerto dei Ramones e rimasero folgorati da quella musica incendiaria e rabbiosa. Il resto dell'album però cresce a dismisura, aumentando di qualità mano a mano che si procede nell'ascolto: e così ci imbattiamo nella disperata "Every Breaking Wave", recuperata dalle sessioni di "No Line On The Horizon", che tratta il tema dell'amore shakespeariano di una giovane coppia divisa dal conflitto nordirlandese, la sognante "California", che ripropone il sogno californiano in chiave moderna, scippando il leitmotiv della celebre "Barbara Ann" dei Beach Boys, altra band fondamentale per la formazione irlandese. Poi c'è la morbida "Song For Someone", classica canzone alla U2, melodicamente splendida, dall'arrangiamento scarno e profondo, che mette in musica il primo incontro di Bono e Allison, durante il liceo, rievocando benissimo le sensazioni adolescenziali del primo amore. "Iris", dedicata da Bono alla mamma, morta quando lui aveva quattordici anni, che si presenta come un meraviglioso affresco famigliare, la potente "Volcano", che segue la linea tracciata da pezzi rock sempliciotti quali "Elevation", "Vertigo" o "Get On Your Boots", ma arrangiata molto meglio e con maggior piglio. Ma è nella seconda parte che il disco decolla davvero, inanellando una serie di pezzi da novanta, uno meglio dell'altro: "Raised By Wolves" è un'oscura canzone che esplode in prossimità di un ritornello splendido che parla dell'attentato terroristico avvenuto a Dublino nel 1974, "Cedarwood Road" è la strada dove è cresciuto il vocalist, un capolavoro ricco di memorie nostalgiche e dalla sublime melodia, e ancora "Sleep Like A Baby Tonight", morbosa nenia costruita sulle tastiere e che riguarda la pedofilia tra i preti, l'estiva "This Is Where You Can Reach Me Now", teatrale e dal sapore punk, dedicata a Joe Strummer, frontman dei Clash, e la sontuosa "The Troubles", onirica perla nera incentrata sulle violenze domestiche. Sebbene dispiaccia dell'esclusione di due eccellenti pezzi (lasciati per l'edizione deluxe) come "Lucifer's Hands" e "The Crystal Ballroom", titolo ripreso da un nightclub di Dublino dove gli U2 si esibirono appena formati, "Songs Of Innocence" è un delizioso viaggio attraverso memorie, reminiscenze, macerie, ritratti di famiglia, gioie e dolori risalenti agli anni 70, quando i quattro musicisti erano ancora adolescenti, ragazzini disillusi e insicuri, perduti tra i problemi tipici di quell'età ma decisi a coltivare le proprie passioni, cercando di farsi largo in un mondo di adulti ancora troppo lontano. La direzione intrapresa da "Songs Of Innocence" non ha nulla di innocente, anzi, tutto è studiato fin nei minimi dettagli, a cominciare da una produzione fin troppo ammiccante e sfavillante che compressa gli strumenti e che forse, se fosse stata un po' più sporca e rugginosa, avrebbe riportato tutti indietro nel tempo, dritti ai primi furiosi lavori in studio, recuperando in parte quelle origini tanto contemplate tra le liriche di questo album. A parte il solito limite in fase produzione che condiziona i dischi della band dal 2000 ad oggi, l'ispirazione c'è, gli U2 sanno il fatto loro, la penna di Bono è sempre toccante, così come la sensibilità dei musicisti alle sue spalle, lo si intuisce in questa manciata di buonissimi pezzi, di cui almeno quattro o cinque autentici gioielli. Alla soglia dei sessant'anni non si può chiedere di più a questi ragazzotti irlandesi che hanno conquistato il mondo, al massimo una resa sonora meno commerciale; dopotutto questo è rock n roll e il rock n roll va suonato in un certo modo. Gli U2 ancora oggi sfornano ottima musica e soprattutto hanno qualcosa da dire, c'è chi non lo accetta a priori, accecato dall'odio nei confronti di questa gloriosa band, ma la realtà è altra. "Songs Of Innocence" è oscuro, elaborato e profondo, con qualche limite, certo, ma è un buono lavoro, su questo non ci piove.

1) The Miracle (Of Joey Ramone)
2) Every Breaking Wave
3) California (There Is No End To Love)
4) Song For Someone
5) Iris (Hold Me Close)
6) Volcano
7) Raised By Wolves
8) Cedarwood Road
9) Sleep Like A Baby Tonight
10) This Is Where You Can Reach Me Now
11) The Troubles
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