U2

Rattle and Hum

1988 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
25/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

L'albero di Giosuè è nel cuore di tutti. Quell'immagine in bianco e nero diventata famosissima, contornata dalla desolazione del paesaggio desertico, dal cielo limpido e dalla sabbia rossa, identifica il suono e la dimensione nella quale Bono, The Edge, Larry e Adam sono sprofondati. Quella foto che campeggia sul retro copertina di "The Joshua Tree" sembra avvolta da una sorta di aura mistica che induce al silenzio e alla riflessione spirituale: identifica, inoltre, un particolare viaggio attraverso le strade del tempo, un percorso che affonda dritto negli anni 60 e che giunge alla fine degli anni 80. Siamo nel 1988 e gli U2 sono consacrati all'Olimpo della musica, "The Joshua Tree" ha aperto loro le porte del paradiso, risultando uno dei capolavori assoluti degli anni 80 e uno dei dischi più venduti della storia. Gli ultimi scorci di questa magica decade sono letteralmente in mano ai quattro ragazzi irlandesi, i quali, proprio grazie alla conquista degli Stati Uniti, voluta a tutti i costi, riescono a imporsi all'attenzione del mondo intero, diventando una delle rock band più famose del pianeta, se non la più popolare di tutte. L'America deve molto ai quattro musicisti di Dublino, l'America deve loro la consacrazione artistica e la realizzazione di qualsiasi sogno di gloria, l'America deve loro il peso mediatico che da questo momento in poi li accompagnerà per il resto della carriera, e deve loro anche la consapevolezza di un approccio stilistico e filosofico totalmente inedito che costringerà gli U2 non solo a praticare la prima svolta musicale, abbandonando le radici post punk degli esordi in favore di sonorità più sobrie e tradizionali, vicine al country e al blues, ma tale inaspettato successo, e conseguente capitombolo, darà alla band una scusa per entrare nella terza fase stilistica, quella più sperimentale e coraggiosa che sarà inaugurata e confermata durante gli anni 90 attraverso una tripletta di album davvero superba. Eh sì, perché dalla gloria imperitura e dalla venerazione incontrastata ottenuta con "The Joshua Tree", il capitombolo commerciale (se così possiamo definirlo) è dietro l'angolo e porta il nome di "Rattle And Hum". In effetti, replicare i fasti del disco del 1987 era semplicemente impossibile, certi lavori escono una volta soltanto nella vita e sono esclusivi di pochissime band nella storia, perciò gli U2, con tanto di staff al seguito, non si aspettavano certo lo stesso successo, ma la tempesta che presto li travolge, una volta pubblicato il sesto album, li coglie totalmente sorpresa e li induce a fare le valigie e a tornarsene in Europa, non proprio sconfitti ma quasi. Probabilmente, la paura di non potersi ripetere costringe la band irlandese ad uscirsene con un'opera che si presenta come una via di mezzo tra studio-album e live-album. I richiami a "The Joshua Tree" sono evidenti, tanto che "Rattle And Hum" viene inteso come il suo album gemello, ma allo stesso tempo ne è un'estensione, dato che al suo interno, oltre agli inediti in studio, sono presenti alcuni brani immortalati in versione live, registrati durante le svariate tappe negli Stati Uniti. Tale operazione, macchinosa e incerta, per non dire sfuocata, non passa certo inosservata agli occhi e ai timpani dei critici, che subito si precipitano a stroncare impietosamente l'album senza alcun ragionevole motivo. Follia pura, perché la qualità di "Rattle And Hum" è indiscutibile, i nove pezzi inediti che troviamo, registrati all'interno di un capannone nella periferia di Dublino, acquistato poi dagli stessi U2 e ribattezzato Point Depot, sono autentiche perle rock che, seguendo l'illustre predecessore, ne ricalcano le orme danzando leggiadramente su composizioni blues, country, e ballate folk che omaggiano lo spirito della provincia americana. Le restanti tracce, che mostrano una band che è una macchina da guerra sul palco, sono vecchi brani e cover estratte durante il lunghissimo The Joshua Tree Tour, partito da Tempe, in Arizona, e trasferitosi in numerose cittadine americane, estendendosi infine in tutto il mondo fino a toccare l'esorbitante cifra di 110 date. È proprio durante il faticoso tour statunitense che Bono butta giù le nuove liriche, facendo tesoro delle avventure capitate a lui e ai suoi compagni durante le trasferte di città in città, percorrendo le vaste, polverose, silenti e infinite strade americane, attraversando deserti, i paesaggi rocciosi e le distese collinari che dipingono gli scenari U.S.A.. Data la natura poliedrica e documentaristica di "Rattle And Hum", l'album viene accompagnato dall'uscita dell'omonimo film, un documentario che riprende la band in tour, raccoglie interviste e spiega la nascita di alcune composizioni, tra estratti live, esperienze visive, e intermezzi filosofici, il tutto ripreso da Phil Joanou in uno splendido e rassicurante bianco e nero, stile da sempre amato dalla band, in quanto denota leggerezza e incanto e dà alle immagini un tocco poetico e spirituale, ovvero le stesse qualità offerte in questo lavoro del 1988, dai tratti biblici, dalle profonde riflessioni e dai suoni roventi come la sabbia del deserto.

Helter Skelter

Se l'epoca della musica moderna dovesse avere una data precisa di inizio, questa sarebbe il 1968, quando i Beatles rilasciarono il singolo Helter Skelter (Finimondo), firmato da Paul McCartney e inserito nell'album "The Bleatles", conosciuto da tutto il mondo come "White Album". L'intento di McCartney era quello di comporre il pezzo più duro della storia della musica, sfidando apertamente gli Who e il loro rock sporco e rocambolesco. Si tratta di un vero esperimento per la formazione di Liverpool, poiché il rock selvaggio e duro non era nelle loro corde, eppure questo brano rivoluzionò la concezione di rock, originando la prima timida forma di hard rock, tanto che da molti è considerata la prima hard rock song della storia. Il ritmo vortico e sprezzante, accompagnato da liriche abrasive e caotiche influenzano migliaia di artisti, dalle prime band hard e prog ai cantautori più disparati, tra cui Charles Manson, qui citato da Bono e presentato come colui che rubò la canzone ai Beatles, tanto era fissato con il quartetto inglese e in particolare con questo brano, da prenderlo a esempio per ordinare alla sua setta hippie la famosa strage del 1969. Il finimondo ha inizio e si concentra in soli tre minuti: "Quando ritorni in cima sullo scivolo e ti fermi, ti volti e ti lanci per un giro, poi arrivi in fondo e vedi" urla Bono sul riff glaciale di The Edge, ma il ritmo cambio repentino, rallenta e si attacca con la seconda strofa: "Non vuoi che ti ami? Scendo velocemente e sono da te. Dammi almeno una risposta, non sei un'amante e nemmeno una ballerina". I tormenti d'amore sono rappresentati dalla discesa di un ripido scivolo che comporta vertigini, dubbi e fiato corto. Alla base dell'abisso vi è la donna amata, scontrosa e pericolosa, quasi indifferente, paragonata al finimondo, declamato a gran voce nel lineare e famoso ritornello. Le asce si quietano e ritroviamo il fraseggio portante: "Non vuoi essere costretta, sto venendo giù in fretta, stai attenta", la sensazione di pericolo viene avvertita dalle corde della chitarra e del basso, in questo passaggio tese e che duellano tra loro. Mullen prende il sopravvento, picchia duro, The Edge esegue un breve ma incisivo assolo, proiettandoci nell'ultima fase del brano, dove vengono ripetuti versi iniziali, per una struttura a specchio, suddivisa in due metà identiche. Come brano d'apertura di un disco è perfetto, perché conciso, di bravissima durata e ottimo per scaldare gli animi. Il 1968 è l'anno fondamentale per capire la musica moderna, e anche nelle parole del vocalist questa data rappresenta il risveglio dei sensi e la maturità del gusto che è alla base filosofica di tutto un disco come "Rattle And Hum".

Van Diemen's Land

Dedicata al poeta del XIX secolo John Boyle O'Reilly, colpevole di far parte di un gruppo in lotta per l'indipendenza irlandese e deportato nell'isola di Van Diemen, l'attuale Tasmania, Van Diemen's Land (La Terra Di Van Diemen) è un canto tradizionale d'Irlanda, una ballata celtica intitolata "The River Is Wide", qui suonata in forma ri-arrangiata e con un testo modificato. La novità è rappresentata dal prode The Edge al microfono che, assieme alla sua chitarra acustica, strega la folla accalcata sotto al palco con questa melodia raffinatissima. Lo si vede persino nel film-documentario, quando Bono, durante un live, lascia il microfono al compagno e si siede su una delle casse, contemplando la dolce e struggente melodia. La voce di The Edge è bella, potente e pulita, perfetta per decantare la triste storia del poeta O'Reilly e quel particolare e delicato periodo storico. Siamo a metà 800 e il poeta, appartenente alla lega di Fenian, viene prelevato dall'esercito britannico e mandato in esilio in Tasmania, all'epoca colonia inglese, per scontare la condanna. Ma l'uomo, dopo qualche tempo, riesce a fuggire e a rifugiarsi a Boston. La nenia colpisce al cuore, la melodia cattura al primo ascolto ed entra sottopelle. "Stringimi, stringimi ora, finché l'ora non sarà trascorsa ed io non sarò partito con la marea crescente per fronteggiare la terra di Van Diemen". È il poeta stesso a parlare ai suoi cari, forse a sua moglie, ad abbracciarla per l'ultima volta prima di essere portato via, alla prima marea, verso quella terra ignota e lontana. "È una pillola amara che ingoio, perché vengo strappato a una persona cara. Abbiamo lottato per la giustizia e non per il guadagno, ma il magistrato mi ha mandato via". Il pubblico è in silenzio e viene cullato dalle dolci note di chitarra che ripetono lo stesso giro senza alcun diversivo, e intanto The Edge continua a narrare: "I re governeranno e i poveri faticheranno e si rovineranno le mani, ma un giorno arriverà un uomo onesto che cambierà le cose, il sacrificio, il sangue generano vita". La speranza è l'ultima a morire, e allora la povera vittima spera che un giorno il mondo cambi e che la sua terra, l'Irlanda, sia unita e in pace una volta per tutte. Che il suo sacrificio almeno valga qualcosa. La sua voce è la voce di tutti gli irlandesi, ma non solo, perché gli U2 decidono di incidere e di suonare questo pezzo in tutte le date americane proprio per suggerire l'analogia del popolo irlandese con quello afroamericano, entrambi schiacciati dai potenti, vittime di soprusi e ingiustizie, perennemente in lotta contro un nemico decisamente più forte. Ma la speranza di libertà c'è ed è forte, il messaggio è questo. Al termine del brano, si sente una breve intervista; a dire il vero è la domanda di un giornalista riguardo la preparazione del tour di Joshua Tree, ma i nostri, al posto di rispondere, scoppiano a ridere.

Desire

Desire (Desiderio) è il primo singolo dell'album e rappresenta perfettamente il suono ricercato e adottato per l'occasione: blues e rock 'n' roll vecchia scuola, suonati con classe e intelligenza. Pubblicato il 26 settembre 1988, scalò immediatamente le classifiche di mezzo mondo, in particolare entrò subito al numero uno in Inghilterra, e fu il primo singolo della band a raggiungere la vetta in terra anglosassone. La lezione del precedente album è stata preziosa, tanto che gli U2 rilasciano i migliori pezzo blues proprio in questa occasione, come se fossero una vera rock band americana. Il desiderio è quello che brucia costantemente nel cuore di un artista, qui vero protagonista delle liriche, che si sacrifica in nome della propria arte, si prostituisce pur di parlare a milioni di persone. La band è scatenata, Bono impugna l'armonica a bocca come un vero bluesman e dà inizio alla danza: "Amante, sono sceso in strada, devo andare dove brillano le luci della città, con una chitarra rossa sul fuoco". L'amante è ovviamente l'arte stessa e il nostro musicista, chitarra in spalla, sta per esibirsi sul palco davanti alla sua gente. "Lei è la candela che brucia in camera mia, io sono come ago e cucchiaino, un fucile carico sul tavolo. Molto presto tutti saranno assaliti da una febbre quando io sarò con lei". Lei, l'indomita figura celeste non è altro che l'arte, la musica, mentre il musicista è l'ago e il cucchiaio, ossia incarnazione di eroina che, tramite siringa, si fonde con le arterie della creazione, suscitando febbre, emozioni profonde, nei confronti di tutti i fans in delirio. Larry Mullen si scatena dietro le pelli, sovrastando il grande ritmo blues creato da The Edge e da Clayton, dunque i ritmi si placano, entra in scena il tamburello e Bono grida un bridge da paura. "Lei è i dollari, lei è la mia protezione, lei è una promessa nell'anno delle elezioni. Non posso lasciarti andare, sono come un predicatore rubacuori, sono puro spettacolo, desideroso di soldi e di amore". In queste parole è perfettamente inquadrata la funzione dell'arte e la magia scaturita da una rockstar, associata a un predicatore rubacuori, che seduce i fedeli e plagia le menti. Ma la musica rappresenta, oltre alle grandi emozioni, alle passioni e all'amore, anche il desiderio di soldi, è quasi un programma politico atto a conquistare più fedeli possibile. Bono urla indemoniato e poi suona l'armonica, il ritmo scanzonato riprende e va a smorzarsi prima che l'orologio scocchi i tre minuti. Una traccia concentrata, diretta, festaiola. Un grandissimo singolo.

Hawkmoon 269

Hawkmoon 269 è la strada che attraversa un villaggio del Dakota e che resta impresso nella mente di Bono, lì di passaggio durante il trasferimento da una cittadina all'altra, per via dello sterminato paesaggio roccioso. È proprio in quel frangente che il vocalist sente la mancanza della sua terra e della sua compagna Allison e così, dettato dagli splendidi paesaggi notturni che ha di fronte agli occhi, butta giù il bel testo, pregno di passione e di malinconia. The Edge si sposta alle tastiere e Mullen ai tamburi, l'atmosfera è sacra e antica e tutto è pronto per iniziare una danza notturna lungo la strada dal nome "indiano" "luna di falco", dove riecheggiano le corse a cavallo degli antichi indiani d'America. La chitarra effettata di The Edge crea suoni particolari, inquietanti e oscuri, Bono sussurra aumentando l'intensità dell'intonazione mano a mano che si procede, e subito vengono divorate tre strofe. "Come un deserto ha bisogno di pioggia, come una città ha bisogno di un nome, io desidero il tuo amore. Come un ritmo incessante, come tamburi nella notte, come dolce musica soul, come luce del sole, ho bisogno del tuo amore. Come tornare a casa e non sapere dove si è stati, come caffè nero e nicotina, ho bisogno di amore". In queste parole è evidente la mancanza di Dublino e ancora di più della moglie Allison. Il tour di Joshua Tree è lungo e travagliato e la band rimane lontana da casa per tantissimo tempo, la lontananza crea disagio e nostalgia, sentimenti questi acuiti nella notte silenziosa percorrendo le magiche e infinite autostrade americane. Bellissima l'analogia del deserto, bisognoso di acqua perché arido, o astinenza da caffè e nicotina, con l'amore della donna amata. Ecco il refrain, melodioso e disperato: "Quando la notte non ha fine e il giorno deve ancora iniziare, mentre la stanza gira intorno, io ho bisogno del tuo amore". The Edge accompagna Bono nei cori, mentre risalta l'ottima prestazione di Mullen alla batteria, così imperiosa e regale. Si passa alla seconda parte della canzone, questa volta entrano in scena le tastiere per tutto il tempo e la chitarra svetta alta con sinistri fraseggi. "Come la rinascita di una fenice ha bisogno di un albero sacro, come la dolce vendetta di un acerrimo nemico, ho bisogno di amore. Come il caldo desidera il sole, come miele sulla sua lingua, come canna di fucile, come ossigeno, io voglio amore". Il ritmo si infrange improvvisamente sulle note delle tastiere, per poi riprendere subito sui riff di chitarra e sui giri di basso, per una sezione tra cori e contro-cori. Bono si scatena sul finale, urlando come un pazzo e mettendo in mostra tutta la sua potenza vocale: "Come il tuono ha bisogno di pioggia, come un prete desidera dolore, come lingua di fuoco, come lenzuolo macchiato, io desidero amore. Come l'ago ha bisogno di una vena, come un pensiero scatenato, come una rotaia, ho bisogno di amore", si riprende ad elencare, cantando a squarciagola, ed ecco il finale gospel a sorpresa, trascinante e mistico, profondamente spirituale, con i cori gospel in primo piano che concedono le ultime battute: "Come la fede ha bisogno di dubbi, come una strada che vuole l'uscita, come bugie desiderose di buio e polvere da sparo ha bisogno di scintille, io voglio il tuo amore". Un canto sacro in piena regola, secondo la sacra tradizione di Harlem.

All Along The Watchtower

Registrata live durante un concerto gratuito a San Francisco, ribattezzato ironicamente "Save The Yuppies", All Along The Watchtower (Per Tutta La Torre Di Guardia) è la cover di Bob Dylan, uno degli ispiratori più importanti della svolta americana effettuata dagli U2 alla fine degli anni 80. La hit di Dylan, risalente al 1968, ritrova vigore in questa versione grazie anche alla mostruosa interpretazione della band irlandese, sempre incredibile sul palco, che potenzia tutta la base strumentale rendendola molto più rock e trascinante rispetto a quella, comunque strepitosa, originale. Questo pezzo nasce all'improvviso pochi minuti prima di salire sul palco, mentre gli U2 stanno provando in camerino: alla radio passa la traccia di Dylan e allora i quattro decidono di rifarla la sera stessa, improvvisandola. Era un pezzo che già amavano, tanto che nel tour di Boy del 1981 ogni tanto la riproponevano live e con un arrangiamento diverso. "Ci deve essere un modo di uscire da qui, disse il burlone al ladro, c'è troppa confusione qui e non posso rilassarmi. Gli uomini d'affari bevono il mio vino, i contadini scavano la terra, ma nessuno di loro sa quanto valgono certe cose", il testo è molto criptico, difficilmente interpretabile, ispirato alla bibbia, in particolare al libro del profeta Isaia. Il tutto si riduce in una difficilissima parabola mistica, ricca di riferimenti religiosi e di crisi esistenziali. I due protagonisti delle liriche, ossia il giullare e il ladro, rappresentano i discepoli di Cristo, qui incarnato nell'immagine di terra (arata dal contadino) e di sangue (il vino bevuto dai potenti), che cercano una via di fuga dalla realtà. "Non c'è ragione di eccitarsi, il ladro disse gentilmente, ce ne sono molti qui tra noi, che pensano che la vita non sia altro che un gioco. Ma tu ed io ci siamo passati, non era il nostro destino, perciò non prendiamoci in giro che si sta facendo tardi".  In questo passaggio quelli che si prendono gioco della vita sono i nemici di Cristo, che lo scherniscono una volta inchiodato alla croce. Ma il giullare e il ladro, forse gli uomini crocifissi accanto a Cristo, sanno la verità e sono pronti a morire assieme a lui per raggiungere il Paradiso. Bono intona il fantastico ritornello, il basso è potente e solenne, la chitarra aulica, la batteria scatenata: "Lungo la torre di guardia, i prìncipi mantenevano la vista, mentre cavalieri venivano e andavano insieme ai servi scalzi". Qui si sta descrivendo la processione a seguito della morte di Cristo, dove servi scalzi, nobili e cavalieri, dall'alto della torre, osservano le esequie del profeta. Insomma, una grande e criptica allegoria religiosa. Appena dopo il primo ed unico ritornello, la band si scatena nella danza rock che coinvolge tutto il pubblico, tra riff grondando sangue e acuti graffianti del vocalist che ci accompagnano alla fine di questo grezzo gioiello.

I Still Heaven't Found What I'M Looking For

I Still Heaven't Found What I'M Looking For (Non Ho Ancora Trovato Ciò Che Sto Cercando), in questa versione live, si trasforma in un canto gospel in piena tradizione afroamericana. Gli U2 chiamano un gruppo gospel di Harlem e lo portano in tour, il risultato è un pezzo che aumenta a dismisura la sua attitudine spirituale grazie a bellissimi cori che prendono il sopravvento mano a mano che si procede, fino ad esplodere nella parte finale. Qui è presente tutta la carica e l'energia tipica della musica black e del popolo afroamericano, non solo per quanto riguarda il sound, ma anche per quanto concerne il testo di ispirazione religiosa. L'idea per questo brano nasce durante una festa: nel trambusto della serata, tra gente ubriaca che balla in pista e musica dance a cannone, Bono comincia a suonare la chitarra classica, praticamente inventando un giro perfetto. The Edge ha un'intuizione, grida subito il primo titolo che gli viene in mente e comincia a intonarlo a casaccio su quel giro. Attorno, almeno a detta dei due musicisti, la musica dance e le urla divertite dei presenti spariscono all'istante. Rimane il riff di chitarra e il ritornello, cantato come fosse un inno gospel, quasi a cappella. L'origine della canzone è quantomeno curiosa, e non è un caso se nel contesto live ha la sua massima espressione. "Ho scalato le più alte montagne, ho corso per i campi solo per stare con te. Ho strisciato e scalato le mura di questa città, solo per stare con te". L'andamento è quasi gioioso, sicuramente sereno, il nostro protagonista sta rivelando la sua fede, dicendo di fuggire dalla città-prigione. Ancora una volta troviamo il tema della città-fortezza dalla quale fuggire. Il richiamo della civiltà primitiva, la vita selvaggia, la libertà dei paesaggi desertici americani sono espressione di fede e di speranza. "Lontano dagli uomini si ritorna ad essere uomo", poiché da soli non vi è corruzione. Chitarra e basso costruiscono una leggiadra cantilena, la batteria è delicata e mai invadente, la sacralità è tutta nella voce di Bono, questa volta accompagnato da cori nell'intonazione del bel ritornello dal sapore gospel. La musica preme sull'acceleratore, gli strumenti si gonfiano nella seconda metà, Bono riprende a raccontare la sua più intima sensazione: "Ho baciato labbra di miele, ho sentito la guarigione sulle sue dita, lei bruciava come il fuoco, ardente di desiderio. Ho parlato la lingua degli angeli, ho stretto la mano al diavolo, lei era calda nella notte ed io freddo come pietra". Ci sono tutte le tematiche care al popolo nero: la fede in Dio, l'amore per una donna, il senso della vita e quello della morte, il richiamo al diavolo, il desiderio di libertà. Mullen colpisce i piatti con più grinta, poi arriva The Edge e intavola un grandissimo momento strumentale con la chitarra acustica, che riprende lo stesso giro di quella elettrica. Mentre i cori in sottofondo aumentano d'intensità, torna Bono a intonare l'ultima fase, quella più concitata. "Io credo che il regno verrà, tutti i colori saranno mescolati in uno solo. Intanto sto correndo, tu hai rotto ogni vincolo, hai sciolto le catene, hai portato la croce con i miei peccati sulle spalle". il riferimento biblico è esplicito, dunque la religione come canto di liberazione, come sfogo dalla vita terrena.

Freedom For My People

Passeggiando per le strade di Harlem, patria del gospel, gli U2 e il regista Phil Joanou si imbattono in due artisti di strada che, accanto a un negozio, sul ciglio del marciapiede, suonano Freedom For My People (Libertà Per La Mia Gente), brevissimo intermezzo che, in soli trenta secondi, riesce a dimostrare il cuore pulsante della vera provincia americana. I ragazzi rimangono sopresi dell'intensità delle parole pronunciate dal cantore: "Libertà per la mia gente, ho bisogno di libertà, libertà per il mio popolo". Si tratta di una semplice frase ripetuta più volte e disposta su una base blues: armonica, voce e batteria per una melodia che resta subito impressa. Gli U2 decidono di registrarla e di riportarla su disco, utilizzandola come mero intermezzo. Harlem è il quartiere dei neri di New York, da sempre area della musica afroamericana, in particolare il gospel e il jazz, utilizzati come simbolo di protesta razziale ma anche come espressione di libertà. La storia di questo quartiere è affascinante e antica, da qui nascono decine di leggende legate alla cultura afroamericana. Gli U2, telecamera a seguito, decidono di andare a visitare quel luogo, studiando ogni singolo angolo, entrando nelle chiese dove si canta il gospel, prendendo parte agli inni religiosi, camminando per strada al fine di assaporare cultura e temi tipici di quei luoghi e delle persone che lì vivono. In un'intervista dell'epoca, Bono grossomodo disse che "se si vuole respirare l'America, bisogna farsi un giro ad Harlem". In "Rattle And Hum" Harlem è molto presente, omaggiata in diversi brani.

Silver And Gold

Strepitoso B-side del singolo "Where The Streets Have No Name", Silver And Gold (Oro E Argento) viene registrata live durante un concerto a Denver, nel novembre 1987. Il brano, come afferma lo stesso Bono al termine, davanti al suo pubblico, fu scritto in una stanza di albergo di New York, ispirato dal tema razziale, dalla lotta contro l'apartheid in sud Africa. Il testo narra di un uomo, nel sobborgo di Johannesburg, stanco della segregazione, stufo di vedersi puntare in faccia la canna di un fucile da parte del padrone bianco. È la storia di un uomo che ha perso la fede nella pace e la fiducia nell'uomo bianco, visto come oppressore. Questa versione all'epoca crea non poche polemiche tra gli ascoltatori, dato che il vocalist a un certo punto, mentre spiega la genesi del pezzo, domanda: "Vi sto annoiando? Non voglio irritarvi, okay, The Edge, suona pure", insomma, si cala perfettamente nella parte del politico, tralasciando il fatto di essere musicista, e che è lì per cantare e non per fare propaganda. Questo atteggiamento irrita molto alcuni critici, che da questo momento in poi cominceranno a utilizzare brutte e scomode parole per definire l'album e la band. Certo è che, a volte, Bono sa essere pesante, lo sanno tutti, e dimentica che prima di tutto è uno showman, ma le sue parole, in qualche modo, vanno sempre a segno, scuotendo le mente. Tralasciando l'antipatia che una frase del genere possa aver procurato ad alcuni ascoltatori, il brano presentato è splendido, un macigno rock diretto dal basso e da un riff di chitarra tanto semplice quanto ipnotico. "Nella latrina un fucile, mani imploranti che mi trattengono nel dare la caccia al cacciatore, in questa città lattina" sospira Bono Vox mentre i compagni si preparano per la marcia. La seconda strofa è declamata con più intensità, il basso è pungente e preciso: "Niente stelle nella buia notte, è come se il cielo fosse sprofondato, non c'è sole durante il giorno, incatenato alla terra. Se vuoi una via d'uscita: oro e argento". L'oro e l'argento sono le uniche cose che contano per il bianco cacciatore, le risorse dell'Africa vengono depredate e i popoli sottomessi, ma si sta alzando un canto di protesta. La batteria di Mullen esordisce con vigore non appena parte il refrain e allora il brano prende il decollo. La chitarra di The Edge trilla, emettendo questo strano sibili che ci accompagna per tutta la strofa. Il chitarrista sta sperimentando, intanto il basso gronda sudore in ogni singola nota che emette, e Bono continua a narrare la disgrazia: "Schiena rotta in aria, naso rotto al pavimento, grido al silenzio che sta strisciando sotto la porta. C'è un cappio attorno al mio collo, e c'è un grilletto pronto a colpirmi. Io sono qualcuno", qui si palesa tutta la drammatica dimensione nella quale l'uomo nero è stato sprofondato, sfruttato dall'uomo bianco, che lo tiene ostaggio, con un fucile puntato contro e un cappio attorno al collo. "Come capitani e re, sono venuti per accumulare oro e argento nella stiva della nave" è il funesto ritornello, carico di odio e di rabbia per la situazione in sud Africa. Clayton e The Edge duellano a colpi di asce, i suoni emessi sembrano lamanti doloranti e sofferti, il pubblico è in delirio, poi Bono riprende. "Ho visto cose lucide e splendenti, re e capitani in giacca blu. La temperatura sta salendo ed io non ce la faccio più. Le catene non mi legano più, niente ferri alle gambe, fuori ci sono i prigionieri e dentro i liberi. Liberateli", il protagonista perde la pazienza e così decide di ribellarsi ai suoi padroni, adesso non gli interessa più nulla della sua vita, si sente libero, non ha più catene, impugna il fucile e decide di farsi vendetta da solo. Bono si rivolge al pubblico, raccontando la genesi del brano, poi dà incarico a The Edge di proseguire l'assolo.

Pride (In The Name Of Love)

La potenza live di Pride - In The Name Of Love (Orgoglio - Nel Nome Dell'Amore) viene immortalata su questo disco e da questa performance. Scritta in onore di Martin Luther King, politico e attivista per i diritti degli afroamericani, nonché simbolo di pace, Pride - In The Name Of Love (Orgoglio - Nel Nome Dell'Amore) è una delle canzoni più famose e glorificate degli anni 80 e non solo, uno di quei pezzi entrati di diritto nella storia. Un capolavoro senza tempo, illuminato dall'attacco di The Edge, il cui fraseggio è diventato immortale, avendo travalicato generazioni e generazioni di ascoltatori per colpire dritti al cuore. La batteria di Mullen ritrova il vigore degli anni passati, proiettandoci in questa marcia d'amore, dal testo semplice ma profondo e dalla struttura quadrata, fatta a blocchi di quartine dove strofe e ritornelli si alternano le une con le altre. "Un uomo arriva in nome dell'amore, un uomo va e viene. Un uomo arriva per giustificare e un uomo per rivoluzionare". In queste parole si sta delineando la figura leggendaria di King, che ha aperto gli occhi al mondo intero sul problema razziale. Esplode subito il magnetico ritornello, dove Bono urla il suo amore e la sua voglia di libertà: "Nel nome dell'amore, cos'altro nel nome dell'amore?". In effetti, cosa c'è di più importante dell'amore stesso? Niente è paragonabile alla potenza e al desiderio di amare. I fraseggi di chitarra si scontrano e si incrociano con i grassi giri di basso, intavolando un movimento seducente: "Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato, un uomo resiste. Un uomo finito su una spiaggia vuota, un uomo tradito con un bacio", ed è qui sottile l'accostamento tra Luther King e Gesù Cristo, entrambi traditi e morti per liberare gli uomini. The Edge esegue il profetico assolo, trasmettendo gioia ed entusiasmo, mentre Larry Mullen conduce la base ritmica con foga e perizia, almeno fino a quando non interviene Bono a stemperare gli animi con vocalizzi che si traducono nella resa finale, accompagnati da coretti in sottofondo che danno la sensazione di gioia e di speranza. "Mattina presto, il 4 di aprile. Uno sparo risuona nel cielo di Memphis. Libero infine, ti hanno preso la vita, ma non hanno preso il tuo orgoglio". È il 4 di aprile, infatti quando Martin Luther King viene colpito a morte da un colpo di fucile poco prima di un comizio nella città di Memphis. Nel testo, però, c'è un piccolo errore, forse voluto per problemi di metrica, ma King muore nel pomeriggio, intorno alle 18.00, e non in mattinata. La frase intonata da Bono, inoltre, riprende le stesse parole del politico, recitate nel suo comizio più importante e incise persino sulla sua lapide, che recitano: "Libero infine, grazie a Dio, sono libero infine".

Angel Of Harlem

Angel Of Harlem (L'Angelo Di Harlem) è un sentito omaggio alla grande cantante jazz Billie Holiday, vittima di razzismo, dalla vita difficile, contornata da droghe, malattie e pregiudizi. È lei l'angelo di Harlem, dalla voce celestiale, la Holiday in realtà godeva di grande reputazione, anche se prima di esibirsi sul palco era costretta ad entrare dall'entrata secondaria, quella riservata ai neri. La depressione, l'abuso di droghe e la cirrosi la costrinsero, a un certo punto, al ricovero in una clinica, ma alla fine degli anni 50 morì per edema polmonare e insufficienza cardiaca. La leggenda della musica nera viene tributata anche nel bel videoclip, come al solito in bianco e nero, che gli U2 impacchettano per il lancio del secondo singolo dell'album, nel quale la cantante americana appare in alcuni frammenti. Il solito The Edge inventa in giro blues da brividi, alle sue spalle subentrano l'organo dell'ospite Joey Miskulin e i corni suonati dal coro di Memphis, riportandoci dritti negli anni 50, quando il jazz imperava negli U.S.A. e allora Bono prende parola, dipingendo immagini ricche di melodia e di passione. "Era un freddo e piovoso giorno di dicembre quando atterrammo al JFK, la neve si scioglieva a terra e alla radio ho sentito un angelo". Bono ricorda la prima volta che sentì una canzone di Billie Holiday, non appena atterrato all'aeroporto JFK di New York. "New York era addobbata come un albero di Natale, e pensai subito che questa città mi appartenesse". Siamo sotto Natale e Bono è elettrizzato dalla Grande Mela. Attacca il refrain, trascinante, delizioso, che non si dimentica: "Amore soul, questo amore non vuole lasciarmi andare, addio, angelo di Harlem". Il saluto è rivolto alla donna, la cui anima vaga ancora tra i vicoli della città. "Birdland è sulla cinquantatreesima, la strada suona come una sinfonia, John Coltrane, amore supremo, Miles Davis e poi c'è lei, l'angelo. Lady Day ha gli occhi come diamanti, lei vede la verità dietro le bugie". La strada di New York ricorda alla band la grandezza della musica e i giganti del jazz, come Coltrane, Davis e la Holiday, soprannominata sin dagli anni 40 Lady Day, mentre il Birdland era uno storico locale jazz, posto sulla cinquantatreesima strada e che ha lanciato numerosi musicisti neri, nel quale hanno suonato anche i nomi citati. "Amore Supremo" invece è il brano più famoso di Coltrane, un capolavoro jazz di natura spirituale. Bono afferma che la donna conosceva la verità, e la verità di cui si parla è quella del razzismo, con la quale la donna ha dovuto combattere per tutta la vita. La lunga coda finale, tra corni, riff di chitarra e colpi di tamburi è una vera goduria, Bono scalcia, sbraita, amoreggia col microfono, tra acuti e falsetti: "Bicchieri vuoti, luci blu nel viale, mi perdo tra i vicoli che ti hanno avuta, mi si gonfiano gli occhi, mi perdo per strada. Sei stata come una stella che è esplosa nella notte e che ha illuminato a giorno la città. Un angelo nei panni di diavolo, la salvezza del blues". Billie Holiday è stata tutto ciò veramente, una vera leggenda, un simbolo della lotta al razzismo.

Love Rescue Me

Dalla collaborazione tra U2 e Bob Dylan non può che nascere grande musica, e infatti Love Rescue Me (L'Amore Mi Salva) è una ballata folk di grande impatto, un capolavoro che vede la partecipazione, nei cori e all'armonica, dello stesso Dylan. Lo stile richiama moltissimo quello di Bob Dylan, ma anche il Bruce Springsteen degli album in acustico, rispecchiando perfettamente la tradizione del country rock. La struttura del brano è molto semplice, suddivisa in blocchi che terminano tutti col refrain, ha una forma quadrata. La cantilena è sensuale ma dal piglio oscuro, nostalgico, affidata alla graffiante ma anche delicata voce di Bono: "Amore salvami, vieni avanti e parlami, sollevami e non lasciarmi cadere. Nessun uomo mi è nemico, le mie mani mi imprigionano. Ho incontrato molti stranieri sulla strada del rimorso, molti perduti che cercavano di ritrovarsi in me, chiedendomi di rivelargli i pensieri che nascondevano". Il testo è profondo, ma con due penne di questo calibro non può essere altrimenti, e il potere salvifico dell'amore è al centro di tutto. Troviamo un leggero cambio melodico, le due voci si impennano all'unisono, l'armonica si alza di volume e si attacca con la seconda parte, sempre costruita sulla stessa melodia e sullo stesso giro danzereccio di chitarra. "Il sole in cielo crea un'ombra di me e di te, ora sono qui, senza nome, nel palazzo del mio peccato. Nel gelido specchio di vetro vedo passare il mio riflesso, vedo le ombre oscuro che ciò che sono stato, il porpora dei suoi occhi, il rosso delle mie bugie". È giunta la notte, il sole si è eclissato ed ora il nostro protagonista si vede riflesso in penombra allo specchio. Vede ciò che è stato e rivede come si è comportato, tra menzogne e sentimenti lascivi. Si pente per il suo comportamento e invoca l'amore, l'unica cosa che adesso può salvarlo. Il brano si trasforma nella classica ballata d'amore soul anni 60, i toni si fanno densi e intervengono le tastiere in sottofondo. Il giro di chitarra è spettacolare, ricco di poesia e smarrimento, dunque si aggiungono le trombe, allora il vocalist esplode in tutta la sua grinta, in un canto spirituale intenso e magico. "Ho sconfitto il passato, il futuro è qui, resto fermo all'entrata di un nuovo mondo che riesco a vedere. Quelle rovine alla mia destra presto saranno un ricordo, l'amore mi salva". Ora tutto è cambiato e il passato dimenticato, davanti agli occhi del nostro protagonista, salvato dall'amore, brilla un nuovo mondo di pace e di armonia. La donna che ama è al suo fianco, gli tende la mano e porta con sé.

When Love Comes To Town

Il terzo singolo estratto è il duetto blues When Love Comes To Town (Quando L'Amore Viene In Città), cantato e suonato insieme a una leggenda della musica: sua maestà B.B. King. In questo caso, l'animo blues è accompagnato dalla grinta rock, per un pezzo entrato in tutte le classifiche, popolarissimo e dal grande gusto classico. Bono e King si alternano nell'intonazione delle strofe, anche se poi il refrain è sempre intonato dal bluesman. L'incontro tra la band e la leggenda della chitarra avviene un anno prima, a Dublino. Gli U2 sono ospiti al concerto di King e riescono a conoscerlo subito dopo l'esibizione, nel suo camerino. Parlano a lungo e alla fine l'americano chiede a Bono di scrivergli un pezzo. Dopo meno di un anno Bono contatta il bluesman e lo convoca per registrare la canzone. Blues fino al midollo, il ragazzo irlandese ha imparato bene la lezione e B.B. King rimane pienamente soddisfatto. Le chitarre scoppiano in una tempesta di suoni, basso e batteria fanno altrettanto, trasudando rock ad ogni nota, il pezzo prende subito quota: "Ero un marinaio, perduto nel mare, ero sotto le onde prima che l'amore mi salvasse. Quando l'amore giunge in città io salto sul treno, afferro la fiamma, non farò più errori". L'amore è un'occasione da cogliere al volo, è come un treno o una fiammata che ci passa davanti agli occhi. Non bisogna perdere tempo, non bisogna fare errori. I due vocalist si alternano, il duetto procede che è una meraviglia: "Ero abituato a fare l'amore sotto a un tramonto rosso, facevo promesse che poi dimenticavo, lei era pallida come il pizzo di un abito nuziale, ma l'ho lasciata", ed ecco l'errore fatale, abbandonare l'amore, promesse mai mantenute, l'egoismo, ma adesso è giunto il momento di porre rimedio ai propri errori. "Sono corso in un angolo, quando ho sentito il grido di una chitarra, le note mi hanno trasportato in un sogno. Mentre la musica suonava ho visto la mia vita cambiare, poi è giunto l'amore". L'amore va a braccetto con la passione della musica, anzi, è proprio quest'ultima ad aprire gli occhi e a indicare la retta via. The Edge esegue un prezioso assolo, stridente e nostalgico, poi viene sostituito da quello prettamente blues di B.B. King, e allora è anche il suo momento per declamare l'ultima strofa: "Ero là quando crocifissero il Signore, tenevo il fodero quando il soldato estrasse la spada. Lanciai il dado quando trafissero il fianco, ma ho visto l'amore vincere su tutto". La fede si rispecchia nell'amore e il blues si trasforma in inno religioso. King prosegue il suo assolo, accompagnandoci all'epilogo.

Heartland

Il miglior brano, e anche quello più profondo, che è poi il cuore stesso dell'album, si intitola Heartland (Terra Del Cuore), evocativa ballad che ci rimanda alle sensazioni dipinte in "The Unforgettable Fire", per un tripudio di poesia e una dedica d'amore verso i territori esplorati nel 1987 e 1988. La chitarra di The Edge è malinconia e induce al pianto, le sue note puntano dritte al cuore dell'ascoltatore e rievocano immagini in bianco e nero della provincia americana, le strade caotiche, affollate di persone, che si stendono lungo il fiume Mississippi, lì dove è nato il blues, dove è nata la comunità afroamericana. La terra del cuore è proprio lì, nella provincia nera, nella provincia povera, dove si respira aria di segregazione passata, di rivolta, di crudeltà, e oggi di libertà e di rivoluzione. "Vedi il sole sorgere sulla tua pelle, l'alba cambia ogni cosa, e il sole del delta brucia splendente e violetto. Il Mississippi e i campi di cotone, la Highway 66 che parla di deserti asciutti e di fresche valli verdi. L'oro e l'argento che risplendono da lontane città". Questa descrizione è pura poesia, che solo un grande songwriter come Bono sa dipingere. Il sole alto in cielo che brucia con i suoi raggi estivi, le acque del Mississippi che scorrono placide attraversano intere regioni tagliate come lingua di fuoco dall'autostrada 66, la popolare Highway che attraversa il paese da Chicago e arriva fino a Loas Angeles. E poi ecco che davanti agli occhi, oltre il caldo deserto, si intravedono le sagome delle città in lontananza, illuminate da luci artificiali. Il paesaggio americano è tutto in questo passaggio, intanto i cori di The Edge emergono in sottofondo e ci accompagnano al meraviglioso ritornello, dove Bono alterna falsetto e acuto: "In questa terra del cuore, il cielo sa che questa è la terra del cuore". Insomma, uno splendido e sentito omaggio a quelle regioni, quelle stesse regioni che hanno folgorato la band due anni prima, inducendola a gettarsi a capofitto nel blues e nel country, nel soul e nel gospel, affascinandola con la sua cultura e la sua natura selvaggia. Clayton e Mullen creano un'ambientazione sognante, gli effetti sperimentati da The Edge danno la sensazione di essersi persi nel deserto, in balia del sole, ma la voce di Bono è rassicurante: "Il sole sulla pelle, l'acqua nella mia mano, l'autostrada che come un fiume attraversa questa terra, dritta nel fianco dell'amore come lancia ardente. La pioggia avvelenata porta un diluvio di paura, attraverso le fattorie fantasma, dove le acque della Death Valley sono raccolte nella torre d'acciaio". Il deserto lascia spazio al canyon, alle montagne rocciose, dove si trova la popolare Death Valley, una distesa di rocce che cadono a piccolo sulla vallata, incutendo timore, e la poca acqua che scende in questi territori che viene raccolta in cisterne d'acciaio sparsi un po' ovunque. Il viaggio on the road prosegue solenne, la band si abbandona a una danza desertica, Bono lascia la scena ai suoi compagni, i quali continuano per un paio di minuti seguendo il cauto ritmo della sabbia, chiudendo un autentico capolavoro.

God, Part II

Se "God" di John Lennon, contenuta nel suo primo disco solista, il meraviglioso "Plastic Ono Band", è il simbolo della filosofia del musicista di Liverpool, dove in pratica si chiarisce che lui non crede in nulla se non nell'amore di Yoko, God, Part II (Dio, Parte II) è la risposta di Bono a quelle parole. La metrica utilizzata è molto simile, anche se a livello musicale siamo molto distanti dall'originale, dato che voce e piano vengono sostituiti da un brano funky rock in tutto e per tutto. Il nichilismo personale di Lennon viene sostituito da un testo pessimista e sociale e da un mid-tempo da brividi, giostrato tutto sul basso di Adam Clayton e sulla batteria di Mullen. "Non credo nel diavolo, non credo al suo libro, ma la verità non è la stessa senza le bugie che questo ha inventato. Non credo negli eccessi, il successo è nel dare, non credo ai ricchi, ma dovresti vedere dove vivo. Io credo nell'amore". Bono sbeffeggia il finto buonismo della società, impersonando il potente di turno, asserendo di non credere al demonio, in quanto essere superiore e divino, ma che il diavolo è l'umanità stessa, il diavolo è nelle bugie dell'uomo, nei suoi errori e nei suoi eccessi. La realtà così come la conosciamo non esisterebbe senza le menzogne, perché è tramite le menzogne i potenti ci hanno costruito sopra un impero. Bono non crede alle persone ricche, intese come potenti che comandano il popolo, ma è egli stesso un ricco appartenente a questa categoria. Eppure, l'unica cosa che conta è l'amore, sempre e solo l'amore, almeno così viene sbandierato dai potenti della terra. "Non credo allo stupro e alla penetrazione, ma ogni volta che lei si avvicina mi prendono i pensieri selvaggi. Non credo nella morte, nei bassifondi, nelle bande e nel fucile, anche se questo mi è sfuggito di mano", la critica sociale è ancora spietata, il vocalist inizia ad alzare la voce per farsi sentire meglio, per urlare il suo disagio, il disagio di milioni di persone. Entra in scena The Edge con accordi taglienti che ci accompagnano alla strofa seguente, il tutto suddiviso in blocchi quadrati e ordinati. Il ritmo è ora più potente, più rock grazie all'ausilio della chitarra elettrica, Bono urla ancora: "Non credo alla cocaina, ma ho appena preso un acido e potrei stenderti in un colpo. Hai sentito che ho detto? Non esiste una cura, il ricco resta ricco e il povero resta povero". C'è molta verità nelle sue parole, la situazione difficilmente cambia se non si agisce, l'ipocrisia ricopre le azioni di chi comanda. Il povero rimane povero, il ricco sempre più ricco, così vanno le cose. The Edge sperimenta, esegue un assolo e lo colora con strani effetti sonori, dunque lascia spazio per la seconda metà. "Non credo che il rock 'n' roll possa cambiare il mondo, ma la rivoluzione procede come una spirale. Non credo negli anni 60, l'epoca d'oro del pop, tu glorifichi il passato quando il futuro si prosciuga. Io credo nell'amore", e via via sciorinando una lista di luoghi comuni sui quali Bono ironizza, cercando di smuovere le coscienze della gente al fine di non vivere sui ricordi del passato ma a fare qualcosa di concreto per futuro. Il ritmo funky aumenta secondo dopo secondo, fino a travolgere tutto inducendo a ballare e a cantare, spegnendosi purtroppo solo dopo tre minuti.

The Star Splanged Banner

The Star Spangled Banner (La Bandiera A Stelle e Strisce) è l'inno americano, utilizzato dagli U2 per tutto il tour del periodo, come apripista per "Bullet The Blue Sky", dato che il brano è inevitabilmente legato alla questione americana. La base di questo intermezzo è ovviamente campionata, trattasi infatti della leggendaria performance di Jimi Hendrix al mitologico festival di Woodstock, tenutosi nel 1969 nel villaggio di Bethel, nello Stato di New York, di fronte a mezzo milioni di spettatori accorsi lì da tutti gli Stati Uniti. In realtà, quando Hendrix e la sua band si esibirono, il numero di spettatori si era dimezzato a causa della stanchezza a seguito di tre giorni di musica continua e abuso di alcool e droghe che stordirono molti dei presenti. L'esibizione della band, posta a chiusura del festival, fu ostacolata da un violento acquazzone che causò vari problemi alla strumentazione e rimandata di qualche ora, ma alla fine durò più di due ore, durante le quali il chitarrista diede il meglio di sé, dimenandosi sul palco come un pazzo, condannando gli atteggiamenti degli U.S.A. nei confronti della guerra in Vietnam. Un chiaro segno di protesta che introduce uno dei brani più aspri degli U2.

Bullet The Blue Sky

E dopo l'inno americano attacca subito Bullet The Blue Sky (Un Proiettile Nel Cielo Blu), eseguita sempre dopo l'introduzione, almeno nel tour americano dell'epoca, qui ripresa dal primo concerto del Joshua Tour, a Tempe, Arizona, il 1 aprile 1987. La rabbia per la guerra civile in centro America, finanziata, tra l'altro, dagli stessi U.S.A. con l'appoggio della CIA al potere militare, è il soggetto di questa cattivissima e delirante canzone rock di protesta. Bono racconta del terrore per le vie di El Salvador, visitato da lui stesso nel 1986, dove la popolazione, ridotta in miseria, veniva letteralmente schiacciata dall'esercito al comando di un dittatore. Il basso di Adam Clayton si impone sin da subito come ascia assetata di sangue, mentre in sottofondo The Edge si diverte a far emettere strani effetti metallici alla sua chitarra, causando caos e straniamento. Mullen dà man forte ed ecco che esordisce la voce graffiante di Bono Vox, in questo canto intriso di politica e anche di citazioni religiose. "Nel vento ululante giunge una pioggia pungente, la vedi piantare chiodi nelle anime sull'albero del dolore. Con un bagliore rosso e arancione, vedi il volto della paura che corre nella valle sottostante". Si tratta di uno scenario di guerra, i militari sparano sulla folla per ristabilire l'ordine. Le forze armate massacrano civili innocenti solo perché in protesta, stufi del proprio governo e di essere ridotti in schiavi. Attacca il ritornello, breve e diretto, che si presenta quasi come un'esplosione nucleare, tanto è cattivo. Sembra un proiettile che sfreccia in volo, anche grazie ai cori di The Edge in sottofondo che rievocano la traiettoria di un proiettile che fende l'aria. Si riparte dalla strofa, bella compatta, quadrata e rocciosa, dove risulta chiara la citazione biblica: "Nel vento arriva un rantolo e un sussurro, Giacobbe lottò contro l'angelo e l'angelo fu sopraffatto. Pianta il seme del demonio e nasce un fiore di fuoco che brucia croci fino al cielo". Nella Genesi, Giacobbe lottò contro un angelo per un'intera notte, fino a quando l'uomo non vinse, mettendo in fuga l'angelo. Dopo la vittoria, Giacobbe si fece benedire dalla stessa creatura magica, testimoniando la natura altamente simbolica dell'impresa. Una competizione da superare per avvicinarsi a Dio. Il basso di Clayton è terremotante, la chitarra di The Edge torna per emettere grida di disperazione, dunque Bono inizia a recitare una lunghissima parentesi, accompagnato da questa cantilena tenebrosa che comporta paura e confusione, suggellata da un assolo notturno e graffiante del prode The Edge. "In giacca e cravatta mi viene incontro, viso rosso conta le banconote di dollari. Le sbatte a terra, cento, duecento, intanto gli aerei da guerra sorvolano l'aria, sopra baracche di fango dove i bambini stanno dormendo. Il silenzio si spezza e i muri tremano e la città geme". La descrizione è tremenda, talmente realistica da mettere i brividi, una città in guerra, gli innocenti che muoiono per mano di un solo potente che gioca con le loro vite e che conta i soldi, le bombe che cadono nelle vie del paese. Ma è ciò che si afferma dopo a far tremare le gambe "Lì fuori c'è l'America" grida Bono, gemendo come in preda a dolori lancinanti o a un forte disgusto "Il cielo è squarciato, la pioggia scende sulla ferita aperta. Donne e bambini corrono tra le braccia dell'America", schiavi di questa inutile prova di forza.

All I Want Is You

Il profondo rapporto d'amore di coppia viene analizzato perfettamente nella ballata conclusiva a nome All I Want Is You (Tutto Ciò Che Voglio Sei Tu), un capolavoro di melodia e di emozione, considerata da Bono, e anche da molti fans, il brano gemello della grande "With Or Without You". Su una splendida e soffice linea di basso erge candida la voce di Bono: "Tu dici che vuoi diamanti su un anello d'oro. Dici che vuoi che la tua storia non venga raccontata", The Edge esegue timidi accordi con la sua chitarra acustica, per poi potenziarsi appena parte il clamoroso ritornello, dalla melodia irresistibile: "Tutte le promesse che abbiamo fatto, dalla culla alla fossa, quando tutto ciò che voglio sei tu". Parole profonde e dolcissime per esprimere un amore immenso, così come si evince dal bellissimo e poetico videoclip, girato ad Ostia in bianco e nero, che omaggia la poetica cinematografia del regista Fellini e cita apertamente il leggendario film di Tod Browning "Freaks" per via dei due protagonisti circensi. "Tu dici che mi darai un'autostrada, senza nessuno sopra. Un tesoro da ammirare con tutte le ricchezze della notte. Tu dici che mi darai gli occhi di una luna cieca, un fiume in tempo di siccità, un porto nella tempesta". Continuano le promesse dei due amanti, quando l'unica cosa che conta è l'amore, una vera promessa eterna. La band è scatenata, impossibile non provare emozioni al suono lugubre e malinconico della chitarra elettrica o al ritmo sornione dettato dal drumming di Larry Mullen. Da qui comincia la lunghissima coda, che poi è una delle migliori sezioni mai realizzate dagli U2, una lunga e drammatica coda strumentale, sintetizzata sulle grida struggenti del vocalist e sulle asce dei due axe-men. The Edge attacca con un profondo assolo che si prende più di un minuto, dunque gli strumenti si quietano, restano i tamburi ed entrano in scena le tastiere e gli archi dell'ospite Benmont Tench, che creano una dimensione ambient dal fascino magnetico e straniante che ci conduce per mano e con delicatezza alla conclusione di questo viaggio spirituale dove è sempre l'amore a trionfare. Una delle miglior ballate realizzate dal gruppo irlandese, una vera e propria magia sonora e sentimentale, utilizzata per chiudere tutti i concerti del periodo, come commiato poetico e solenne.

Conclusioni

"Rattle And Hum" chiude il secondo periodo degli U2, quello cosiddetto americano. L'insuccesso, e la conseguente cattiva nomea dell'album, è dovuto a molteplici fattori: purtroppo il film al botteghino è un flop madornale e ciò contribuisce a far stroncare di rimando il disco, visto da molti come esperimento mal riuscito, poco autentico e presuntuoso. Le sette milioni di copie vendute inizialmente (e dopo qualche tempo raddoppiate) risultano un vero collasso se pensiamo ai circa trenta milioni di "The Joshua Tree", e così persino gli stessi U2, dopo la batosta ricevuta, sono costretti a prendersi una lunga pausa di riflessione, abbracciando sonorità totalmente differenti e abbandonando l'America per tornare in Europa. Ma la musica parla da sé, "Rattle And Hum" è un'esperienza fantastica, da ascoltare a cuore aperto, un viaggio in giro per gli Stati Uniti attraverso diciassette tracce che si alternano tra inediti e versioni live di brani originali e di cover, scelte con cura per definire gli sterminati paesaggi americani e per raccontare l'avventura degli U2 in quelle terre lontane, tra omaggi a Beatles, Bob Dylan e Jimi Hendrix, artisti che li hanno influenzati profondamente e che hanno contribuito al loro cammino spirituale e di protesta. È proprio la protesta ciò che interessa alla band, ovvero dare voce al popolo che vive ai margini, nelle città nere del sud degli U.S.A., là dove sono nati il gospel, il blues e il jazz, là dove l'istinto di rivolta ha avuto maggiore diffusione, ricordando un po' il disagio irlandese e la lotta per una terra unita, pacifica e libera. Libertà e rivolta sono i temi portanti del disco, a cominciare dal primo singolo, "Desire", trascinante blues che scala le classifiche mondiali. A questo singolo ne seguiranno altri tre, tutti diventati leggendari: "When Love Comes To Town", cantato insieme al sommo B.B. King, la sinuosa "Angel Of Harlem", dedicata alla grande Billy Holiday, artista vittima di razzismo, e la delicata e malinconica "All I Want Is You", ballata di chiusura dal bellissimo videoclip in bianco e nero girato a Ostia. In "Rattle And Hum" tutto tributa la provincia americana, la desolazione di quei paesaggi, il disagio di un'intera etnia, l'aspetto selvaggio delle grandi e moderne città, viste come giungle d'asfalto, dove gli stessi U2 eccedono nel dare sfogo ai propri istinti, come quando Bono, durante un concerto improvvisato al centro di Los Angeles, imbratta un monumento con una bomboletta spray scrivendoci sopra "Rock 'n' roll stops the traffic", riferito alla paralisi stradale che la loro esibizione sta causando, date le migliaia di spettatori accorsi a vederli. Nonostante la multa rifilata al vocalist, la band non accantona le provocazioni, proseguendo con le improvvisate live che creano disagi alla circolazione e con gli scherzi al pubblico, in alcuni casi arrivando addirittura a mascherarsi ed esibirsi come band spalla, all'insaputa di tutti, suonando musica country. Va detto che agli U2 lo spirito goliardico non è mai mancato, Bono Vox è nato per stare sul palco e per parlare alla gente, ma "Rattle And Hum" è anche e soprattutto un viaggio in bianco e nero, poetico e nostalgico, attraverso gli odori, i paesaggi, i sapori e la cultura dell'America degli anni 80. Impossibile provare indifferenza ascoltando brani come "Hawkmoon 269", ispirata a un viaggio on the road nel Dakota, la robusta "Silver And Gold", B-side di "Where The Streets Have No Name", o "Love Rescue Me", scritta e cantata insieme a Bob Dylan; impossibile non provare una stretta al cuore e alla gola dinnanzi alla struggente "Heartland", probabilmente il miglior pezzo dell'album, alle raffinate "All I Want Is You" e "Van Diemen's Land", quest'ultima cantata da The Edge e ispirata a un canto tradizionale irlandese, e ancora alla rocambolesca "God, Part II", risposta funky rock alla celebre "God" di John Lennon solista, canzone nella quale il musicista inglese descrive tutta la sua filosofia. In mezzo a questi canti di amore perduto, di droghe, di sentimenti di protesta che parlano di esilio e di fuga dalla realtà, vi sono alcuni inni, registrati live, che hanno fatto scuola: "Helter Skelter", presentata da Bono come il brano che Charles Manson rubò ai Beatles, poiché il famoso leader della setta hippie e mandante della carneficina avvenuta nel 1969, era ossessionato talmente tanto da questo brano da prenderlo esattamente alla lettera, e alla lettera questa canzone è incarnazione di caos, di pandemonio, tanto che è considerata, per ritmo e per testo, la prima traccia hard rock della storia. Ma in questo percorso troviamo anche "All Along The Watchtower", una delle hit di Dylan, qui eseguita a San Francisco durante un concerto gratuito, "Freedom For My People", un intermezzo registrato per le vie di Harlem e suonato da un musicista di strada, e l'inno U.S.A. "The Star Bangled Spanner", ripreso direttamente dalla performance di Jimi Hendrix al concerto di Woodstock. L'America e i suoi scenari scorrono tra le note di questo lavoro, a tratti dispersivo, è vero, per via delle aggiunte live che fanno perdere autenticità, e infatti gli autori più volte ne hanno riconosciuto l'inutilità; cioè, o pubblichi un disco live o un album vero e proprio, ma una via di mezzo risulta inevitabilmente dispersiva, gli U2 e Jimmy Iovine, produttore del disco in temporanea sostituzione di Brian Eno, lo sapevano e nonostante tutto ci hanno provato, rischiando tutto pur di dare al pubblico la loro visione di un'America selvaggia ma pura, eternamente in contrasto ma pur sempre profonda. Il viaggio che i quattro irlandesi hanno intrapreso per tutto il 1987 e il 1988 è dentro questo lavoro e, al di là dei propositi (fittizi o veritieri che siano) di indagare sulle radici della cultura statunitense, quello che conta è la musica. In "Rattle And Hum" c'è grandissima musica, e ciò è innegabile.

1) Helter Skelter
2) Van Diemen's Land
3) Desire
4) Hawkmoon 269
5) All Along The Watchtower
6) I Still Heaven't Found What I'M Looking For
7) Freedom For My People
8) Silver And Gold
9) Pride (In The Name Of Love)
10) Angel Of Harlem
11) Love Rescue Me
12) When Love Comes To Town
13) Heartland
14) God, Part II
15) The Star Splanged Banner
16) Bullet The Blue Sky
17) All I Want Is You
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