U2

Boy

1980 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
19/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

È un giorno qualsiasi del settembre 1976, l'estate sta per essere spazzata via dal vento autunnale e la scuola è ricominciata da poco più di una settimana. In una bacheca dell'atrio della Mount Temple School svolazza un foglio con su scritto: "Batterista cerca componenti per formare rock band". L'autore del volantino è un ragazzino dai capelli biondi e dal viso delicato di nome Larry Mullen Jr. Poche ore dopo, lo stesso giovane viene contattato da tre ragazzi della sua età: a farsi avanti sono il bassista Adam Clayton, i chitarristi Dick e David Evans, quest'ultimo soprannominato The Edge per il modo di suonare così sperimentale e senza regole, e un certo Paul Hawson, che un compagno di classe ribattezzerà, di lì a poco, Bono Vox, non solo per via della sua potenza vocale ma anche e soprattutto in onore di un negozio di strumenti musicali che quegli adolescenti irrequieti sono soliti frequentare nel tempo libero. Nessuno, musicisti coinvolti, famigliari e conoscenti, ne è consapevole, ma quel giorno nasce una leggenda tutta irlandese, destinata, nel giro di pochi anni, a conquistare il mondo intero, fino a divenire una delle band più popolari e di successo della storia. Qualche mese dopo, col nome di Feedback, i ragazzi si esibiscono per la prima volta nella palestra della loro scuola suonando pezzi di Rolling Stones, David Bowie, T-Rex e molti altri, ma concentrandosi prevalentemente su cover punk, genere che in quel periodo imperversa in mezza Europa. Dopo l'esordio live, ci si rende subito conto che due chitarristi sono troppi per l'essenziale musica proposta, e così il fratello maggiore di The Edge, Dick Evans, ormai ventenne, lascia la band per metterne in piedi una tutta sua e che avrà un nome altrettanto importante nel panorama post-punk dell'epoca: Virgin Prunes. Da questo momento in poi e dopo qualche esibizione a nome The Hype, nascono gli U2, sigla ispirata al celebre aereo-spia americano progettato negli anni 50, in piena guerra fredda. Sin da subito le idee dei quattro irlandesi sono chiare: suonare una musica di protesta, matura, intima e profondamente sentita. Dublino, nell'immaginazione dei quattro adolescenti, è un luogo dal quale prendere spunto studiando la gente in ogni angolo di strada, ridendo dei passanti e del loro modo di camminare e gesticolare, prendendosi gioco del mondo degli adulti, per esorcizzare, in qualche modo, la paura di crescere e di diventare grandi. La regola imposta è quella di restare per sempre dei ragazzini scapestrati, irrequieti, prendersi gioco della vita stessa, della cruda realtà, rifugiandosi, ogni qualvolta se ne senta il bisogno, nel bambino che riposa in ognuno di noi. Per scrollarsi di dosso tutte le frustrazioni, le paure, i rimpianti e i dolori, come la morte della mamma di Bono, Iris, quando lui aveva soltanto quattordici anni e che lo traumatizzerà per il resto dell'esistenza, o le morti della mamma e della sorellina di Larry Mullen, ma anche le sbornie dei genitori, operai con pochi soldi in tasca che dopo il lavoro affogano la stanchezza nel bicchiere. Gli U2 sono figli di un'Irlanda in protesta, schiacciata dal conflitto nordirlandese, dagli scioperi della fame, dagli attentati terroristici tra cattolici e protestanti. Gli U2 sono la voce dei quartieri malfamati di Dublino, tempestati da bande di ragazzacci sporchi, annoiati e violenti, nella loro musica si respira il profumo della birra, l'odore delle assi di legno degli irish-pub, gli echi del mare d'Irlanda, il rumore dei pescherecci attraccati lungo il fiume Liffey che taglia in due la città. Nel 1978 la band è preparata e agguerrita più che mai, e così decide di partecipare a un importante concorso a Limerick per assicurarsi un contratto con l'etichetta CBS. Il concorso viene vinto e allora ecco che i primi singoli vanno letteralmente a ruba, destando l'attenzione degli addetti ai lavori, tra cui quella del ventisettenne Paul McGuinnes, che diventerà loro manager per tutta la carriera. Gli U2 sono ormai una realtà, almeno a Dublino, ma è grazie al contratto con la Island Records, etichetta fondata da Bob Marley e agganciata dallo stesso McGuinnes, che la formazione riesce ad emergere definitivamente attraverso un tour in Inghilterra e qualche apparizione televisiva. Nell'autunno del 1980 esce il primo album: "Boy", dall'iconica copertina in bianco e nero raffigurante il piccolo Paul Rowan, fratellino di un amico di Bono già comparso sulla cover dell'ep del 1979 "Three" e che comparirà in altri lavori quali "War", "The Best Of 1980-1990" e "Early Demos". Il volto del bambino, rilassato ma che tradisce ansia, è lo specchio della musica contenuta all'interno di un disco ambizioso, il cui concept è la summa delle esperienze pregresse dei vari componenti. L'album è attraversato da un unico filo conduttore: il passaggio dall'adolescenza alla maturità, con tutte le problematiche e le crisi esistenziali che ne conseguono. "Boy" è un lavoro altamente introspettivo, dotato di una spiccata emotività e di una linea malinconica che si stende per tutta la sua durata, sottolineata dal toccante e raffinato suono di chitarra di The Edge. I brani che compongono questa opera sono il frutto di tre anni di duro lavoro, di sogni di gloria, di dubbi relativi alla vita di quattro giovani che stanno diventando, loro malgrado, grandi, e le cui esistenze sono inevitabilmente legate al contesto sociale nel quale sono nati e cresciuti.

I Will Follow

Un riff si erige nella penombra, accompagnato dal magico e fiabesco rintocco di campanelli che ci conducono indietro negli anni per osservare un determinato momento. I Will Follow (Io Ti Seguirò) è un brano amarissimo e allo stesso tempo coraggioso, perché parla della morte di Iris, la tanto amata mamma di Bono, deceduta per cancro nel settembre 1974. Bono torna a quando aveva quattordici anni e riporta in vita il ricordo della madre, lo stesso ricordo che ispirerà tantissimi altri brani a venire. Mullen ci dà dentro con mano pesante e poi Clayton giunge in aiuto col suo basso muscoloso per intavolare una cavalcata post-punk diventata un vero cavallo di battaglia. Le rasoiate di The Edge evocano quel tragico momento, il momento dell'addio di una donna al proprio figlio: "Guardo me stesso, un ragazzino cieco e bisognoso di aiuto. Provavo ad essere un uomo e tu mi tenevi la mano. Riflettevo e poi scoppiavo a piangere". Bono tiene per mano sua madre, prima di darle l'ultimo saluto, e scoppia in lacrime al pensiero di perderla. È ancora un bimbo e già sente di dover diventare un uomo. Il basso di Adam Clayton rifinisce le strofe seguendo la graffiante chitarra di The Edge, costruendo poi il leggendario ritornello, fatto di echi e di ripetizioni che incantano: "Se te ne vai, io ti seguirò", grida un Bono deluso e in preda al panico. E se il refrain ipnotizza grazie alla ripetizione della stessa frase e al rintocco dei campanelli, nel bridge seguente sono gli occhi di Iris a stregare per intensità e profondità, oltre i quali si intravedono le ombre della morte. Bono si getta dentro la proiezione di quegli occhi vitrei, sprofondando in essi, perdendosi nell'infinito. Dopo il funerale, il ragazzino è rimasto tutto il giorno affacciato alla finestra a guardare il cielo e i tetti delle case di una Dublino grigia e triste. Nel break restano soltanto il basso e i dolci rintocchi di campanelli a cullarci in questo amaro e struggente ricordo. "I Will Follow" è un pezzo energico e diretto, capace di infondere una carica emotiva degna di nota, nonostante un testo piuttosto aspro che potrebbe gettare nello sconforto. Quando si intona il ritornello, infatti, quello che viene evocato è l'abbandono alla resa, la sconfitta di fronte all'incedere della vita. La morte che divora tutto e tutti. Bono cerca in tutti i modi di spronare la mamma a resistere, ma nulla può contro il male che la divora, e così decide di arrendersi, di abbandonarsi anche lui all'oblio. Il quattordicenne attraversò un periodo buio, sprofondando in una profonda depressione, rendendolo un ribelle irrequieto e senza regole, che riuscirà a superare la tragedia soltanto con l'aiuto della musica. Secondo singolo dell'album, questo famosissimo brano è l'unico ancora oggi suonato dal vivo e inserito nelle varie raccolte, tanto che è diventato sin da subito il simbolo stesso di "Boy".

Twilight

La giusta metafora per indicare il delicato passaggio dalla giovinezza, e quindi dall'innocenza, all'età adulta, e ben rappresentata in Twilight (Crepuscolo), pezzo aggressivo che descrive quel periodo in cui non si è bambini ma nemmeno grandi. Una zona d'ombra nella quale emergono riflessioni, paure, crisi esistenziali, e ci si sente un po' perduti. Il sinistro riff di The Edge mette in luce un mondo sommerso, il basso di Clayton si staglia soave in sottofondo per poi avanzare lentamente fino a inghiottirci. La marcia condotta dalla sezione ritmica è fitta di ostacoli, come i fraseggi affilati o i colpi di rullante gelidi e composti, nei quali la voce di Bono cerca di districarsi attraverso una danza moderata e cupa che esploderà solo nel fantastico ritornello. Ancora gli occhi che tornano, questa volta non sono quelli di una madre defunta, ma quelli di un padre disperato: "Guardo i tuoi occhi, sono chiusi, ma nonostante ciò vedo qualcosa. Tu piangi e io rido. Sto crescendo e ho paura, mi aggrappo a te, vecchio mio, e tu cerchi di riportarmi a casa". Lo smarrimento è drammatico, nelle parole del vocalist si intuisce una tensione fittissima, pronta a farsi largo nel possente refrain. Il giovane è perduto ma cerca di aggrapparsi alle spalle del padre. "Crepuscolo. Ho perso la strada e non riesco più a trovarla", urla Bono per attirare l'attenzione di un padre distratto e fin troppo silenzioso. Ma il ritornello è coronato da una seconda parte che emerge subito dopo un riffing letale partorito da The Edge e che strizza l'occhio all'hard rock, purtroppo destinato a durare pochi secondi, rivelando il secondo blocco di questo raffinato ritornello. "Nell'ombra, un ragazzino incontra un uomo", riecheggia questo eco grazie alle sovraincisioni vocali volute dal produttore, creando l'immagine di un ragazzo che si vede già proiettato nel futuro, da adulto. Il chitarrista esegue un oscuro assolo, lento e velenoso, sovrastando i vorticosi giri di basso, dunque si ricomincia: "Sto correndo sotto la pioggia, sono intrappolato nella notte. È tutto buio, il giorno è andato, lo sento fin sotto la pelle". Ancora una deliziosa metafora: il giorno è allegoria di spensieratezza, di giovinezza, di illusioni fanciullesche e di vita, la notte, invece, è fredda e umida come l'età adulta, una realtà piena di problemi e di impegni, di dolori e di rimpianti. La coda finale è dominata dalle chitarre che costruiscono una lunga scia di disperazione, un secondo assolo, questa volta veloce, e una grandissima e spietata conclusione. Il crepuscolo ha inghiottito il giorno. Adesso si è grandi abbastanza da capire la vita.

An Cat Dubh

La stessa aria crepuscolare si staglia nel riff portante di An Cat Dubh (Una Gatta Nera), sinuosa e funerea canzone dal titolo in lingua gaelica. I giri di basso dominano la scena, scansano persino i taglienti accordi partoriti da The Edge, e Bono è profetico e sostenuto nell'intavolare una nenia notturna ispirata dal litigio tra lo stesso vocalist e la sua compagna, Allison, che di lì a poco diventerà sua moglie. Le strofe sono soffuse e sospirate: "Dici addio, aspetti che io spenga la luce e resti immobile sfidando la mia volontà". La luce è simbolo di armonia, il buio di litigio; Allison interrompe il rapporto con il partner per qualche tempo. Bono inizia a frequentare un'altra ragazza, ma la relazione dura poco perché torna sui suoi passi e si riprende Allison. "Conosco la verità su di te. Sei una gatta", intona il cantante, alludendo al fascino felino e misterioso della sua ragazza, paragonata a un gatto nero che prima fa le fusa e poi graffia e soffia spaventata. Ma il gatto dal pelo nero, secondo la tradizione può essere, a seconda dei casi, portatore di sventura come di fortuna, inoltre è dotato di poteri magici che lo rendono affascinante ma, allo stesso tempo, inquietante. Tornano i campanellini ad accompagnarci nella parentesi strumentale dove The Edge esegue una serie di fraseggi ipnotici e dove il basso di Adam Clayton rintocca come cantilena terrificante. "Alla luce del giorno lei si addormenta al mio fianco, sfinita", la gatta Allison, dopo le fatiche notturne, ispirate dai demoni della notte e dalle magie alchemiche, si abbandona in un dolce sonno al fianco del suo uomo. Siamo a metà brano e già il testo si è esaurito, Bono gorgheggia riprendendo i colpi di batteria inferti da Larry Mullen, dunque ritorna il riffing portante, carico di tensione e talmente oscuro da trasmettere brividi sulla pelle. I sussurri del vocalist si protraggono accompagnando un basso che non si tempera, anzi, ma che continua a grondare note per poi sfociare nel brano seguente.

Into The Heart

L'ipnotica e pacata Into The Heart (Dentro Al Cuore) è una raffinata perla melodica, quasi un intermezzo sognante e surreale, scandito dalle dolci note di basso e dai sofisticati intrecci chitarristici che costruiscono un tappeto sonoro melanconico e seducente. L'introduzione è lunga e profonda, capace di rievocare emozioni mai sopite scandite dai sublimi versetti nei quali trovano rifugio tutte le paure e dubbi dell'età adulta. "Dentro al cuore di un bambino, voglio restare ancora un po'. Qui posso sorridere, ma so che tra poco non potrò più tornarci". Poche parole per creare un mondo di riflessioni, pensieri ed illusioni. Un mondo di amarezze e di sfide continue. Adesso che i ragazzi stanno uscendo dall'adolescenza sentono il bisogno di fermarsi un istante per assaporare quei magici momenti, ricordare la loro infanzia e la loro adolescenza, le risate e le spensieratezze che li hanno accompagnati fino a qui, alla soglia dei venti anni, e goderseli un'ultima volta. L'età adulta è dietro l'angolo e la vita reale li aspetta, tutti loro sanno che una volta attraversato il confine non potranno tornare più indietro. La musica è sottile, delicata, condotta in modo pacato come per non svegliare l'ascoltatore dall'incanto nel quale è stato indotto. Le tre cortissime strofe scorrono in fretta come flusso di coscienza, lasciandoci ancora una volta con la linea di basso che si protrae ricordando i battiti di un cuore rilassato e pacifico. "Into The Heart" è una meraviglia che induce a fermarsi un attimo per riflettere sull'esistenza, su ciò che si sta per lasciare alle spalle per iniziare un nuovo cammino. I toni rilassati, quasi sbiaditi ma tesi, rispecchiano l'immagine in copertina, la leggendaria foto, oramai vecchia e scolorita, del bambino, al fine di ricordarci quello che siamo stati. È ancora il basso di Clayton a restare in vita, a condurre la marcia, seminando gli altri strumenti, ma ecco che The Edge si sposta alle tastiere, sostituendo il tenebroso riff di chitarra con le amare note di piano, riuscendo a cogliere il delicato momento di distacco dal cuore innocente del fanciullo per gettarsi in quello più vissuto e meno puro dell'uomo.

Out Of Control

Scritta da Bono il giorno del suo diciottesimo compleanno e inserita addirittura nell'ep "Three" del 1979 con i quali gli U2 hanno vinsero il concorso indetto dalla CBS, Out Of Control (Fuori Controllo) è uno dei brani più energici dell'album, nato per riversare su carta tutte le frustrazioni e i dubbi relativi alla vita e alla morte, entità fuori dal nostro controllo. Bono scrive: "Lunedì mattina, alba dei diciotto anni, mi sveglio tra la foschia e urlo. Mi sento così triste mentre loro sono così felici", insomma, il ragazzo è triste perché ora è maggiorenne, è entrato nel mondo degli adulti e sa che dovrà comportarsi di conseguenza, abbandonando le dolci illusioni giovanili. I suoi amici e i suoi parenti sono contenti di festeggiarlo, ma lui realizza che la vita è irrefrenabile e non può controllarla, così come ribadisce nello spontaneo refrain: "Ho la sensazione che qualcosa mi stia sfuggendo di mano. Sono fuori controllo". Mullen batte colpi precisi e Clayton stende un tappeto di suoni caldi e corposi, accompagnando gli accordi di chitarra e i coretti in sottofondo del fido The Edge. "I ragazzi e le ragazze della mia scuola faranno figli, mentre io sono insicuro", Bono si guarda attorno, vede i suoi compagni di scuola, sorridenti e sicuri del proprio futuro, desiderosi di crescere e di crearsi una propria vita, mentre lui si sente ancora un bambino spaurito, incapace di diventare adulto e di affrontare la vita di tutti i giorni. The Edge si lancia in un assolo spumeggiante, Mullen velocizza l'andamento battendo più forte dietro le pelli, poi c'è un cambio di tempo improvviso dove gli strumenti si quietano. Il basso rintocca facendo da cornice a un momento sognante, intriso di malessere, in sottofondo emergono dei sussurri e degli strani effetti sonori, a rappresentare le idee confuse e i pensieri accavallati nella mente del giovane, in piena crisi. Si riprende a spingere intonando l'ultima parte del pezzo: "Ho combattuto il destino, ho sanguinato e ho abbandonato l'infanzia. Un giorno morirò, la scelta non sarà mia. Sarà troppo tardi? Non puoi opporti al destino". Bono si interroga sul senso dell'esistenza, e sembra incredibile che un diciottenne, al posto di festeggiare la sua maturità, riesca a porsi determinati quesiti riguardanti il destino, la nascita e la morte di ognuno di noi. Il piglio rock colpisce sin da subito, la melodia conquista all'istante e gli strumenti forniscono una delle loro migliori prestazioni. È sbalorditivo il talento e la profondità di questi quattro ragazzini alle prime armi.

Stories For Boys

Bono definisce Stories For Boys (Storie Per Ragazzi) come una sorta di fuga dalla realtà, cioè come una canzone che racconta gli istinti primordiali e le passioni viscerali dei ragazzi della loro età. Scritto a diciassette anni e inserito come terza traccia all'interno dell'ep "Three", questo boogie rock giunge prepotente grazie ai sinuosi e adrenalinici giri di basso e agli accordi di chitarra che gonfiano il suono e già anticipano certe sonorità che saranno adottate con l'album "War", per una struttura più classica e una carica tendente all'hard rock. Il ritmo è frenetico, quasi ballabile, Bono fagocita parole e le mette in versi: "C'è un posto dove vado quando voglio stare lontano. C'è un spettacolo in tv ed io ne prendo parte. C'è un libro illustrato e c'è un fumetto che mi fanno ridere. Mi portano lontano". L'omaggio all'arte è palese, che sia un libro o un fumetto o un film alla tv, tutto va bene purché faccia fuggire dalla realtà, faccia viaggiare la mente e faccia dimenticare i dolori della vita vera. Il ritornello è fresco e d'impatto, Bono grida che sono solo storie per ragazzi, lo ripete a gran voce per diverse volte, illudendoci che sia vero, contornato da cori che sottolineano il peso di quelle parole. Adam Clayton esegue un brillante assolo di basso, Mullen ricomincia a picchiare in quella che probabilmente è la sua miglior prestazione all'interno dell'album, e così prende forma la seconda parte del brano, dalla carica incandescente. "C'è un posto dove vado e che fa parte di me. C'è una radio ed io ci andrò. A volte divento un eroe e altre invece non mi prende", a sottolineare la voglia di prendere parte a un'avventura stimolante, ma tutto dipende da ciò che trasmette la tv o da ciò che passa la radio. Non tutto è piacevole e magico da attirare l'attenzione. "Stories For Boys" è una frustata rock dalle forme snelle e decise, dall'impatto furioso che non lascia scampo, un brano spericolato come l'immaginazione dei quattro ragazzi, ancora legati al mondo dell'infanzia e ai piaceri dell'arte.

The Ocean

The Ocean (L'Oceano) è un brano soave, che induce a meditare. Il ritmo blando fa immaginare le sinuose e calme onde del mare di Dublino e un giovane Bono pensieroso sulla spiaggia. Clayton è ancora protagonista grazie alla sensualità della sua ascia, mentre gli austeri colpi della batteria di Mullen sostengono la delicata voce di Bono mentre emerge tra la foschia, dissipando le nebbie. "Un ritratto grigio, simile a Dorian Gray. Sono io in riva al mare. In questa immagine mi sento come una stella e il mondo lontano. I pensieri come il mare". Dorian Gray è preso ad esempio, perché il romanzo di Oscar Wilde è incentrato, in qualche modo, sulla paura di invecchiare e sulla voglia di restare sempre uguale. Bono si appropria dello stesso senso e, mentre ammira il panorama della sua Dublino, si crogiola nei suoi pensieri, cullato dalle onde del mare di fronte. Ma il panorama è grigio, dalle tonalità smorte, dove nell'aria aleggia un sentore di tristezza e di malinconia, sottolineato dalla chitarra di The Edge che rintocca in suoni morbidi ma decisi. Gli effetti sonori del chitarrista sono sperimentati quando, affianco alle corde di chitarra, registra il rumore del mare, come se la chitarra fosse gettata nell'acqua e continuasse ad affogare. Il sentimento di claustrofobia, di mancanza di respiro e di affogamento è reso bene da un Bono che abbassa la voce fino quasi a perdere il fiato. Il ragazzo decide di immergere i piedi per sentire il gelo pungente del mare d'Irlanda. Lì sulla riva, il mondo scompare alla sua vista e tutto diventa orizzonte infinito. I suoi pensieri volano liberi senza più ostacoli, è una rinascita spirituale, come il battesimo, intinto nell'acqua. È un riconciliarsi con la vita stessa, nel mare, origine di tutto. "The Ocean" è un interludio dai toni cupi, dall'indole spirituale e intima, di brevissima durata, ma che sa colpire l'ascoltatore e portarlo con sé in un mondo di pace. Un pezzo che trasmette benessere.

A Day Without Me

Il primo singolo scelto per lanciare il disco, A Day Without Me (Un Giorno Senza Me), è una dedica di Bono al compianto Ian Curtis, vocalist dei Joy Division, suicidatosi il 18 maggio 1980. Durante le sessioni di "Boy", il cantante apprende la tragica notizia e allora interrompe le prove per buttare giù un testo sentito, quasi una riflessione sulla morte e sul senso della vita. Il testo raccontato è potente e parla di un suicida che, dall'alto dei cieli, guarda il mondo che ha appena lasciato. L'aria apparentemente allegra stona un po' con la narrazione, tanto che ci troviamo di fronte a un brano post-punk veloce e quasi spensierato, dall'indole pop che fuoriesce tutta nel delizioso e sintetico refrain. Mentre The Edge si scatena alla chitarra, provando degli effetti particolari scelti per accompagnare i riff, Bono intona la cantilena: "Guardavo fuori e tutto mi è franato davanti. Guardavo il mondo che ho appena lasciato. Sto sognando e tu sei sveglio. Allora, cosa c'è in giro?", e la risposta giunge dal ritornello, una semplice frase: "Un giorno senza me". Tutto qui. Non ci sarebbe alcun problema, la vita e il mondo continuerebbero ad andare avanti, magari gli amici e i famigliari ci rimarrebbero male, ma non è poi cosa così grave. Bono tratta il tema del suicidio con apparente facilità, evidenziando che l'essere umano non è altro che un granello di polvere di questa terra. Interessante notare che gli U2, per la realizzazione di "Boy", avrebbero dovuto collaborare con lo stesso produttore dei Joy Division, Martin Hannett, popolare nella scena post-punk di quegli anni che, sconvolto dalla morte di Curtis, decise di prendersi un periodo di riposo lasciando in sospeso il progetto e facendosi sostituire a inizio sessioni da Stave Lillywhite, che lavorerà con la band per i primi tre album. "Che sensazioni ho lasciato alle spalle? Qualcuno sta piangendo per me ma l'amore è finalmente libero", il suicida sa che qualcuno sta versando lacrime per la sua dipartita, ma adesso quello spirito si sente meglio, il suo amore è libero da ogni male. La vita, in questo caso, è vista come una gabbia che stritola i sensi e annebbia la mente, la morte è una liberazione. Adesso l'anima del defunto fluttua nell'aria e canta in maniera scanzonata, evidenziata dalla spensieratezza dei gorgheggi di Bono, che dipingono, insieme alla chitarra, un momento di serenità. È un nuovo inizio e lo si abbraccia con gioia.

Another Time, Another Place

Another Time, Another Place (Un Altro Tempo, Un Altro Luogo) è un brano affilato, prezioso nel suo incedere e aulico nella sua narrazione. Il tempo e il luogo suggeriti servono al benessere della coppia. È la storia di una coppietta in fuga dalla città, che cerca di ritagliarsi un momento di intimità per lasciarsi andare alle passioni carnali. Mullen batte fendenti possenti alle pelli generando una sorta di marcia, chitarra e basso danno gli affondi per costruire un suono denso e muscoloso dove la voce di Bono incornicia il racconto, che altro non è che la sintesi delle sue prime avventure con Allison. "Le luci del mattino brillano e tolgono il sonno. Mi volto nel letto, sono nudo e spaventato, ma sono felice perché sarò con te". L'appuntamento sta per compiersi, alle prime luci dell'alba, quando Dublino è immersa nella nebbia e nel silenzio. "Mi sveglio e sto piangendo. Mi sveglio con una strana sensazione. Dormivo e lei è scappata con la luce del sole". L'appuntamento è solo un sogno del ragazzo, realizzato durante il sonno, durante una notte calda e umida. Bono ricorda che stava facendo l'amore adagiato su una nuvola, ma adesso è sveglio, tornato alla realtà. "Sarò di nuovo con te, adagiato su di una nuvola. In un altro tempo e in un altro luogo", canta nel ritornello, desideroso di addormentarsi ancora per proseguire il sogno d'amore. The Edge si scatena in un bel solo e poi si prosegue con refrain, per poi terminare con alcune parole pronunciate da Bono, forse in gaelico, forse senza senso, richiamanti una sorta di torpore mattutino, di quando, appena svegli, si cerca di articolare frasi senza riuscirci. La foga si stempera poco dopo, basso e chitarra riprendono il ritmo iniziale, la marcia solenne, chiudendo in un istante. L'amore è una dimensione a sé, proiettata in luoghi metafisici, lontano dalla nostra realtà, dove far viaggiare liberamente la fantasia. Bono vuole incontrare la sua amata in un sogno, in un posto immaginario e paradisiaco. La nuvola è sinonimo di delicatezza, di purezza e di splendore, simbolo del rapporto puritano ed edulcorato dei due giovani, ancora timidi e ingenui.

The Electric Co.

Nella metà degli anni 70 e poco prima della chiusura dei manicomi, un giovane disturbato amico dei ragazzi, fu sottoposto a trattamenti di elettroshock, così i nostri non persero tempo e buttarono giù The Electric Co. (La Compagnia Elettrica), brano di denuncia per tale pratica, visto come un vero e proprio abuso sulla persona. Il riffing grintoso di The Edge svetta alto e i vocalizzi di Bono assomigliato tanto ai lamenti dei poveretti dal cervello fritto. Il pezzo si snoda velocemente come una scarica elettrica, tanto che dalla prima strofa si attacca subito col ritornello, e poi ancora strofa-ritornello, esaurendo brevemente il testo a disposizione. "Stupido ragazzo, siediti al tavolo. Sei un giocattolo spaccato, grida se vuoi. Noi siamo la compagnia elettrica". Si evince subito che il refrain è un tutt'uno con il verso e che tutto si muove come un'onda energetica, un magma lavico che tutto trascina. Tornano i lamenti in sottofondo, il ritmo incalza grazie a un The Edge molto partecipe e un Larry Mullen scatenato, dunque il ritmo rallenta ed ecco il cambio di tempo, per una parentesi sospesa e allucinata dominata dal basso. "Sei tutto rosso, giochi sul serio. Parla e senti, stringi la mano e ti tieni la testa. Implora di non incontrare la compagnia elettrica". Bono vomita parole a profusione, non si percepiscono bene ma sono astratte e confuse, e identificano la mente bruciata del poveretto sottoposto a tortura. L'uomo diventa un giocattolo spaccato e non più utile, sottoposto a continui restauri che si riveleranno inutili ai fini della guarigione. "The Electric Co.", prima di essere dimenticata dagli stessi autori, ottiene un vastissimo successo tra il pubblico, tanto che, puntualmente, viene eseguita dal vivo almeno durante i primi anni di carriera.

Shadows And Tall Trees

Sottovalutata al massimo ma meravigliosa, Shadows And Tall Trees (Ombre E Alberi Giganti) si slancia sulla chitarra acustica di un The Edge ispirato. Ispirata al famoso romanzo "Il Signore Delle Mosche" del premio Nobel William Golding, che narra di un gruppo di ragazzini scampati a un disastro aereo e sperduti su un'isola deserta, questo brano è intitolato proprio come il settimo capitolo dell'opera letteraria. Le analogie, infatti, sono del tutto evidenti e, così come il capolavoro di Golding narra del passaggio dall'innocenza alla maturità da parte di questi bambini, costretti a organizzarsi in una piccola società per sopravvivere, sfidando i propri mali e le proprie paure, lo stesso è reso dal testo della canzone degli U2. Mullen batte colpi delicati, poi interviene la chitarra acustica ad accompagnare le profetiche parole di Bono, in una cantilena che si trasforma presto in una semi-ballad dal gusto amaro. Un ragazzino è perduto in mezzo alla vegetazione, intorno a sé sente delle voci: "Chi è che mi chiama? Le voci provengono da dietro le foglie. Chi c'è?", si interroga il naufrago, spaventato e bagnato dalla pioggia battente. La strada di casa è lontana, nell'aria riecheggia una strana melodia: "Parlo con me stesso nel freddo di queste strade, mi sembra una tragicommedia. La notte è fredda", prosegue il giovane. Le linee melodiche sono trascinanti, belle e delicate, in beve ci troviamo a cantare un ritornello spoglio e semplicissimo, nel quale vengono soltanto ripetute le parole del titolo. Il tempo si ferma per qualche secondo, scandito dalla batteria di Mullen, dunque si riprende con Bono: "La vita attraverso una finestra, un dolore scolorito, il bucato della signora Brown è sempre lì" e ritroviamo lo stesso ragazzo che, dopo il funerale di sua madre, è acquattato dietro la finestra della sua camera da letto a guardare fuori in strada, osservando i giardini dei vicini e le strade battute dal vento e dalla pioggia. Il bridge è sottilissimo: "L'amore è una corda tesa appesa al mio soffitto", la chitarra acustica sibila nell'ombra e cresce di intensità, il basso di spegne all'improvviso e restano i colpi di batteria, poi The Edge recupera, richiama all'attenzione i suoi compagni e lì accompagna al bel finale che sfuma sotto i colpi di Mullen ma che poi si ridesta in una timida coda di venti secondi condotta ancora dalla chitarra e battezzata "Saturday Matinee, che funge da outro.

Conclusioni

Terminano gli undici brani e l'innocenza dei ragazzi è andata perduta. Un minutaggio contenuto per raccontare undici capitoli di abbandono sociale, di frustrazione, di crescita emotiva. Undici storie che sottolineano il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, quel particolare momento in cui le ingenuità e le sciocchezze giovanili vengono abbandonate per essere proiettati dritti nel mondo degli adulti, fagocitate dalla cruda e severa realtà, carica di problemi e di tristezze, ma anche di rivincite e di dolci ricordi. "Boy" è un album dall'incredibile lucidità concettuale, un lavoro intriso di malinconia e di passione che rappresenta lo stato d'animo di una giovanissima band. Forse mai prima d'ora i diciotto anni erano stati rappresentati così bene attraverso un percorso musicale destinato a fare la storia e a rendere gli U2 star planetarie. La rabbia di un Bono adirato col mondo per aver perso la mamma, le urla possenti e ancora non proprio ben controllate a sottolineare il dolore della vita, i colpi inferti alla batteria da parte di Larry Mullen che grondano amarezza nel ricordo di una madre investita da un ubriaco e di una sorellina divorata da un male alla tenera età di quattro anni. Il basso pulsante di un Adam Clayton sornione, dal viso nascosto sotto una massa di capelli riccioluti e da un'eccentrica montatura degli occhiali da vista che delineano un personaggio timido e schivo, di poche parole, ma altrettanto deciso nell'impugnare il suo strumento prediletto. E poi la sofferta chitarra di un The Edge poco tecnico ma sperimentatore che, attraverso suoni inediti e tanta malinconia di base, è capace di creare un mondo nel quale sprofondare l'ascoltatore. "Boy" è un disco affascinante e profondo, fin troppo maturo per essere stato partorito da quattro ragazzini ribelli con pochi mezzi a disposizione. Ma l'alchimia e il duro lavoro ripagano sempre e allora ecco che i suoni e i profumi dell'Irlanda si miscelano prendendo a piene mani dalle tinte post-punk in voga all'epoca, dalle sonorità new-wave che dominano le classifiche, dagli slanci punk che rivoluzionano la scena musicale anglosassone e dai ritornelli glam rock settantiani, per forgiare un sound unico, dalle asperità marcate e dalle sfumature dai toni cupi. L'album di esordio degli U2 è uno splendido ritratto giovanile, contornato da una sorta di aurea crepuscolare che sfocia nel dark e nel folk, che non si abbandona a facili melodie pop ma che, al contrario, sorprende per intensità. Qui vengono messe in musica le paure dei ragazzi, incapaci di comprendere tanta violenza e tanta sofferenza insita nell'uomo e nel mondo intero. Il pericolo degli attacchi terroristici che sconvolgono l'Irlanda degli anni 70, l'alto tasso alcolemico che attanaglia il popolo celtico, le risse e gli accoltellamenti nei pub, il degrado urbano di una Dublino disordinata e repressa. Le ombre di una nazione sono percettibili nelle note che emergono con passione ancestrale e con rabbia esistenziale nei brani di un album bellissimo. I chiaro-scuri di un'epoca e di uno stile di vita che forse non esiste più emergono prepotentemente nell'oscuro fraseggio di una "An Cat Dubh" o di una "The Electric Co." e nelle linee di basso di una pacata "Into The Heart". La costante brezza che soffia dalle coste irlandesi riecheggia regale nella austera danza di una "The Ocean", così come l'ombra della morte si stende come un velo sui ritornelli ricchi di dolore di "I Will Follow", di "Twilight" o di "A Day Without Me", brano dedicato alla memoria di Ian Curtis dei Joy Division, appena scomparso. E poi ancora l'eleganza acustica che rifinisce la conclusiva "Shadows And Tall Trees", ispirata al romanzo "Il Signore Delle Mosche" e che si intitola proprio come il settimo capitolo dell'opera scritta da William Golding. Insomma, in "Boy" gli U2 dimostrano di avere un talento smisurato e di essere fin troppo cresciuti, lontani dalle spensieratezze adolescenziali, formati dai dolori della vita e traumatizzati dall'incedere inarrestabile del tempo. Il disco, anticipato dal singolo "A Day Without Me" e seguito da uno dei pezzi più popolari della band, ossia "I Will Follow", dedicata da Bono al ricordo di sua madre, ottiene vasti consensi di critica e vende oltre ogni rosea aspettativa, lanciando la band nelle classifiche di tutto il mondo, diffondendo il loro nome ben oltre i confini della patria. La critica si rende conto di avere a che fare con giovani che hanno davvero qualcosa da dire, e che lo dicono bene, e li incoronano come nuove promesse della scena rock mondiale. Oltre a una serie di concerti europei, il manager Paul McGuinnes organizza due piccole tournée negli U.S.A., dove il disco esce in ritardo di qualche mese e con una copertina diversa, censurata per ovviare alle accuse di pedofilia e sostituita dalla foto, sempre in bianco e nero, dei quattro musicisti. La corsa inarrestabile della band irlandese è appena cominciata, il bimbo che dimora in ognuno dei musicisti ha aperto gli occhi sul mondo, si è allontanato dal grembo materno e adesso fissa intensamente la realtà, cercando di decidere su come agire e studiando il prossimo passo da fare. "Boy" è specchio di un'epoca, genesi di un gruppo di amici ancora oggi uniti, un'opera che apre un decennio strepitoso e che profuma di luoghi lontani nel tempo; sapete, quei luoghi avvolti da una nebbia mistica, umidi di rugiada posata sull'erba, intrisi dell'odore di birra e di tabacco, dove la gente si incontra per narrare di miti e leggende, e magari per scrollarsi di dosso le fatiche del giorno. Ecco, proprio lì va ricercato l'animo più profondo degli U2.

1) I Will Follow
2) Twilight
3) An Cat Dubh
4) Into The Heart
5) Out Of Control
6) Stories For Boys
7) The Ocean
8) A Day Without Me
9) Another Time, Another Place
10) The Electric Co.
11) Shadows And Tall Trees
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