U2

All That You Can't Leave Behind

2000 - Island

A CURA DI
ANDREA CERASI
19/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

La malinconia è una brutta bestia, simile a un serpente dalle movenze leggiadre e dalle forme sinuose, abile a stritolare le vittime iniettandole di veleno letale, lacerandone ogni organo interno. La malinconia è un velo dai colori sbiaditi che, posto davanti agli occhi, offusca la vista e ottenebra la mente, generando ricordi vividi di un passato mai sepolto, che si trascinano per anni e anni. Alla fine del millennio questi ricordi decidono di rifarsi vivi nella mente degli U2 e di cambiare le sorti di un cammino fin qui sorprendente. Non si sa bene chi ma, dato l'insuccesso di "Pop", soprattutto in America (insuccesso è un parolone, viste le sette milioni di copie vendute), a un certo punto qualcuno propone l'agognata inversione di marcia e allora la band pensa di fare un enorme salto all'indietro per ricominciare tutto daccapo e riscrivere così un nuovo principio, a venti anni precisi da quando tutto è iniziato. La paura di non riuscire più ad evolversi, di fallire sperimentando, o il dubbio di aver esagerato un po' troppo, sono i fattori che convincono i quattro leggendari musicisti a rifare le valigie, riordinare meticolosamente le proprie cose, e tornare definitivamente a casa, nel tepore delle quattro mura di Dublino, città che è stata genesi di questa parabola, per riprendere da dove si era lasciato, rievocando un passato genuino e sobrio, simbolo di una gioventù mai rinnegata. Il Best of 80-90, rilasciato nel 1998 e lanciato dal singolo "The Sweetest Thing", brano risalente a dieci anni prima e dedicato da Bono a sua moglie, il cui videoclip è girato per le strade della capitale d'Irlanda, già aveva fatto presagire questo ritorno agli anni 80, ponendosi come inno celebrativo a ciò che gli U2 erano stati in un tempo lontano. In copertina torna l'effige del piccolo Peter Rowan e le vendite decollano sin dal primo giorno di uscita, arrivando a sfiorare le venti milioni di copie. Uno dei Greatest Hits più venduti della storia, e il suo incredibile successo suggerisce che un ritorno ai bei tempi che furono sarebbe stato opportuno. È quella la via da seguire, la band ne è convinta, così come ne sono convinti i produttori Brian Eno e Daniel Lanois, rientrati dopo la pausa avuta col disco "Pop". Tutto sembra far presagire il grandissimo ritorno al punk, al rock e al blues, agli inni incendiari che hanno reso immortale la band, ai canti di protesta furibondi che hanno proiettato quattro ragazzini, appena diventati adulti, nello star system. Anton Corbijn fa trasferire Bono, Larry, Adam e The Edge in Francia, nell'aeroporto di Parigi, dove gli fa girare il primo videoclip e dove li fotografa in procinto di partire, bagagli a seguito, in pose calme e volti rassicuranti, in un poetico e sobrio bianco e nero, recuperando l'iconografia degli anni 80 dopo gli sfarzosi ed eccentrici, psichedelici e industriali anni 90. A ribadire questo ritorno in patria e il concetto di una musica che affonda le radici nel passato, è la doppia esibizione allo Slane Castle, dove era stato inciso "The Unforgettable Fire", per coronare l'Elevation Tour del 2000. Dopo la bellissima colonna sonora del film di Wim Wenders "The Million Dollar Hotel", ottimo film scritto dallo stesso Bono, il nuovo millennio si apre con l'arrivo del primo ottimo singolo di presentazione: "Beautiful Day", dinamico brano rock dal testo esemplare che parla di un uomo che ha perso tutto ma che, nonostante ciò, è felice di vivere. Le liriche, più reali del solito, fanno intuire i suoni e i temi affrontati dal nuovo lavoro, maggiore intimità, più ottimismo, melodie ficcanti e arrangiamenti più eleganti, il tutto sfumato con toni di serietà che sembrano, in un certo senso, rinnegare quanto fatto nell'immediato passato con la trilogia sperimentale di "Achtung Baby", "Zooropa" e "Pop". "All That You Can't Leave Behind", ovvero tutto ciò che non puoi lasciarti alle spalle, titolo ricco di significati importanti, è il disco del ritorno in studio dopo lo sfavillante PopMart Tour. Un album dai simboli concreti, come quelli disegnati accanto al titolo di ogni brano all'interno del booklet, che rimandando a vicende trascorse dagli stessi autori e ai pensieri che hanno reso possibile il processo creativo dei nuovi pezzi. L'attesa è spasmodica, il primo singolo vincente, le speranze alle stelle. Il passato torna con prepotenza a bussare negli studi dei Windmill Lane Studios di Dublino, portando con sé fantasmi e spettri, demoni e sensazioni di molto tempo prima, eppure, non appena la musica parte e si snoda attraverso undici brani per un totale di poco meno di 50 minuti, ci si accorge che i proclami tanto sventolati dalle pubblicità, dall'etichetta e dalle parole dei diretti interessati, non sono altro che uno specchietto per le allodole. In "All That You Can't Leave Behind" non v'è traccia di punk e di post-punk, tantomeno di blues e di folk, figuriamoci di rock incandescente e ribelle; piuttosto, l'aspetto selvaggio e spiritico degli anni 80 è andato sostituito da una pacatezza melodica che strizza l'occhio un po' troppo al pop da classifica, al fine di inanellare una serie di buone ballate pop-rock dalle ottime atmosfere, dalle grandi melodie e condite dai soliti eccellenti testi, ma che, a tutti gli effetti, tradiscono drasticamente le attese. Ma quale ritorno alle origini? Nonostante la discreta qualità, il decimo album degli U2 è il punto più basso toccato dalla band in venti anni di carriera, e ciò non è dovuto affatto a un calo di ispirazione, la classe c'è sempre, l'eleganza pure, la poetica è quella che tutti noi conosciamo e di cui gli U2 sono campioni assoluti, ma il rammarico suscitato è per colpa della brusca sterzata che impone una spasmodica ricerca di successo, una ricerca insaziabile di classifiche, di vendite milionarie e di facili consensi. Per la prima volta in carriera, la band irlandese rinuncia a sperimentare, e neanche l'eclettico Brian Eno questa volta può farci niente, preferendo andare sul sicuro, scegliendo la via più semplice e commerciale, quella del pop e del rock melodico che spesso appare stanco e fin troppo borghese, accontentandosi di andare di moda, non di farla.

Beautiful Day

Lo SHUTTLE INTORNO ALLA TERRA. Brian Eno torna a fare da compagnia agli U2 e si accomoda in studio accanto a loro. Le sue tastiere minimali sono riconoscibili al primo istante, queste non per servire un pezzo ambient e dalla struttura sulfurea come era avvenuto in passato, ma per costruire un brano a tutti gli effetti rock, dalla struttura più che classica. Beautiful Day (Bella Giornata) è il singolone che scala le classifiche e che presenta la nuova veste della band, tracciando un nuovo cammino. Il piglio è quello giusto, dalle liquide tastiere ecco che esplode l'intera sezione ritmica, riportandoci ai tempi di "Rattle And Hum", dove Mullen pesta che è una bellezza e basso e chitarra eseguono succinti fraseggi che colpiscono nell'immediato. Nell'incanto della prima parte, si staglia placida la voce di Bono, qui nel suo momento peggiore, tanto che fin dai primi anni 90 il suo timbro si fa via via più sfilacciato e meno possente, stato questo che durerà fino alla fine del decennio, per poi, grazie alla risoluzione di alcuni problemi alla gola e uno studio mirato, il vocalist riuscirà ad impostare la voce, recuperando intonazione e potenza dopo il 2010. "Il cuore è un fiore sbocciato che cresce tra le rocce. Non c'è nessun luogo o spazio da affittare in questa città, c'è troppo traffico e tu non vai in nessuna direzione. Pensi di aver trovato un amico che ti porti via da questo posto". Bono ha dichiarato di aver preso spunto, per la stesura del testo, dalle brutte condizioni di salute di un suono amico imprenditore, che ha trascorso l'intera vita in ufficio, lontano da ogni piacere, senza mai uscire, vedere gente o viaggiare. Lavoro e basta, fino a quando non gli è stato diagnosticato un tumore. Da quel giorno l'uomo ha smesso di dedicarsi solo al lavoro ed è tornato a vivere per godersi gli ultimi scampoli di vita, frequentando gente, stringendo amicizie, viaggiando, ricominciando daccapo e con ottimismo, fino alla cura definitiva dal male. Un segnale importantissimo questo dato dalla band e da questa canzone. Il ritornello, pregno di melodia e saturo di elementi rock, è un vero trionfo: "È un bellissimo giorno, il cielo cade ma senti che è una giornata bellissima. Non lasciartela scappare", grida il vocalist, seguito a ruota dal riff trascinante impartito da The Edge e svettando sui sinuosi e sinceri giri del basso di Clayton. L'aspetto cosmico, quello maggiormente vicino all'ambient e allo space rock, torna nella seconda fase, dove le tastiere acquisiscono maggior peso, contornando la strofa. "Sei sulla strada ma non hai destinazione. Sei nel fango, nel labirinto della sua immaginazione. Ami questa città, anche se non suona vero. Sei stato ovunque e tutto è ricaduto su di te". Riparte il refrain, delizioso, decorato con mille orpelli in sottofondo, tra cui una valanga di coretti. Il momento è saliente, Bono urla: "Toccami, portami in un altro posto. Insegnami, so di non essere un caso disperato", e in queste parole c'è tutta la voglia incondizionata di vivere, di assaporare un futuro radioso, di scontrarsi contro la cattiva sorte e andare avanti, sognando un'altra esistenza. Il bridge è incantevole, di natura fiabesca, sormontato dalla malinconia ed effettata chitarra elettrica di The Edge che assomiglia a un jet in partenza, come evidenziato dallo stesso videoclip girato all'aeroporto di Parigi: "Vedo il mondo in verde e blu. Vedo la Cina di fronte a te. Vedo i canyon spezzati dalle nuvole. Vedo i fuochi notturni e i tonni in mare. Dopo il diluvio, tutti i colori tornano a brillare". Le parole sottintendono la visione del mondo dall'alto dello spazio, e non è un caso se, accanto al titolo del brano, all'interno del booklet, vi è l'icona di uno shuttle spaziale. Dal cosmo infinito, la terra appare così bella e pacifica, proprio un altro mondo. "Quello che non hai, adesso non conta, non ne hai bisogno", conclude il vocalist, per un pezzo eccellente, diventato famosissimo. Una vera perla di ottimismo che contrasta fortemente con le tematiche ciniche e amare del precedente album.

Stuck In A Moment You Can't Get Of

IL MIRINO. La semiballata pop arriva con Stuck In A Moment You Can't Get Of (Paralizzato In Un Istante Non Puoi Liberarti), brano il cui punto di forza è tutto racchiuso in una melodia orecchiabile e magnetica e su una metrica semplicemente perfetta, anche se poi, alla fine dei conti, risulta essere solo un pezzo discreto dall'attitudine soul. Chitarra e tastiere si uniscono in un vincolo sacro e serioso per rendere omaggio a un amico della band, il cantante degli INXS Michael Hutchence, morto suicida nel novembre del 1997. Bono una volta aveva discusso con lui riguardo all'atto del suicidio, considerandola una mossa da sciocchi, per poi pentirsi delle sue parole dopo aver appreso del folle gesto dell'amico. "Non ho paura di niente in questo mondo. Non c'è nulla che io non abbia già sentito. Sto solo provando a trovare una melodia decente da poter cantare in compagnia di me stesso", recita il primo verso, dal sapore religioso, come fosse un inno da chiesa, per poi passare al pre-chorus, anch'esso disteso su una dolce melodia popeggiante. "Non ho mai pensato che tu fossi uno sciocco. Mio caro, devi stare dritto in piedi, col peso bilanciato. Quelle lacrime non vanno da nessuna parte". Bono si rivolge direttamente al suo ex amico defunto, chiedendo scusa per il diverbio, per non averlo capito al momento giusto e per non averlo aiutato. Le note delle tastiere sono soffici, sembrano gocce d'acqua che si frantumano a terra, su un solido terreno, batteria e basso sono pacati, mentre la chitarra è quasi del tutto assente, preferendo lasciare spazio alle tastiere e alla bella melodia. "Devi riuscire a mantenerti integro e non paralizzarti in un istante. Non riesci ad uscirne e non vedi soluzioni migliori, sei paralizzato in un istante e non puoi liberarti". La chitarra si eleva leggiadramente, Mullen insiste un po' di più col suo drumming, e allora il brano riparte. "Non rinuncerò ai colori, nemmeno alle notti che hai riempito di fuochi. Sono ancora stregato da quella luce, ascolto dalle tue orecchie e attraverso i tuoi occhi riesco a vedere". Le parole questa volta sono amare, piene di rancore, seppur si respira un clima di tranquillità e ottimismo, ribadito poi nel pre-chorus: "Sei uno sciocco a preoccuparti come fai tu, lo so che è dura, e tu devi averne abbastanza, ma ora non hai bisogno di altri problemi". Non vi è pausa né cambio di tempo, si va dritti al punto, e infatti il bridge è fugace, Bono sussurra scuse e si pente per aver agito in quel modo: "Ero incosciente, mezzo addormentato. L'acqua è calda finché non scopri quanto sia profonda. Sto cadendo verso il nulla", e si procede verso la fine, dove viene ripreso il ritornello che anticipa una coda quasi gospel, dove a dominare sono ancora le tastiere. "È solo un momento, questo tempo passerà", la band chiude con questa promessa.

Elevation

L'ASCENSORE. La metafora di sostegno vitale, di amore e di istinto carnale, è tutta racchiusa nelle liriche di Elevation (Elevazione), colonna sonora del film "Tomb Rider", il pezzo più energico dell'album ma anche quello più commerciale e facilotto. The Edge riprende la lezione di "Pop", allungandosi in un riff abrasivo e zanzaroso, carico di effetti, ma è soltanto un'illusione, tanto che già dopo pochi secondi capiamo che l'andazzo non è purtroppo quello sperimentale di "Pop". Le tastiere di Eno riprendono il tema dell'acqua, come nel brano precedente, e lo spirito cosmico della prima traccia, mentre il basso di Adam Clayton è pulsante tanto che l'introduzione funziona benissimo. Poi però entrano in scena i coretti di Bono, che travolgono i buoni riff di The Edge, e allora si capisce dove la band voglia andare a parare: il rock flirta col commerciale al fine di scalare le classifiche, e infatti il ritmo si quieta non appena giunge la prima strofa. "Alto, più alto del sole, tu mi spari con un cannone. Ho bisogno di elevarmi dall'angolo della tua bocca, mentre l'orbita dei tuoi fianchi eclissa ed elevi la mia anima". Il significato delle parole è evidente, così come orecchiabilissimo è un ritornello fresco e diretto: "Ho perso il controllo, vivo come una talpa, vado giù, scavo, ma voglio volare nel cielo, in alto, elevandomi". L'icona, accanto al testo, è quella di un ascensore con dentro una donna e un uomo. Il simbolo è decisamente chiaro per indicare il desiderio sfrenato di amore, di isolamento da tutto e tutti, per concedersi agli istinti selvaggi e animaleschi. Le urla di Bono sottintendono ciò, sono versi animaleschi, quasi un richiamo per le femmine, o allusioni per segnare il territorio. Larry Mullen si affaccia per un istante, poi Bono riprende a cantare: "Una stella accesa come un sigaro. Incordato come una chitarra. Forse tu puoi istruirmi, spiegarmi tutte le regole. Io non posso cantare ma ho l'anima per elevarmi". Il riff portante, energico e sbarazzino, viene spezzato dal break nel quale Bono interviene con voce effettata, robotica: "Amore, tirami fuori da questa tristezza. Credo in te, dimmi qualcosa di vero", intima alla sua amante. Il break rappresenta il vuoto cosmico, il buio assoluto, il vuoto che contorna il cuore dell'uomo, nonché la tristezza che ci divora quando non siamo appagati. La donna, invece, è simbolo di gioia, di vita, di energia, i cui effetti sono rappresentati dagli strumenti: basso, chitarra, tastiere, batteria, tutti uniti per donare amore e piacere, e infatti dopo l'invocazione del vocalist, ecco che questi si scatenano per un finale vorticoso dove si accavallano l'uno sull'altro. "Elevation" comporta alcuni interessanti passaggi, quelli più sperimentali, derivati dal sound dei dischi precedenti, come una chitarra fuzz, ossia sporca, o un basso muscolo, e anche un tappeto di tastiere liquide e ben evidenti, purtroppo però, nonostante una melodia ficcante, aleggia quel sentore di commercialità ingenua e adolescenziale che non può essere presa troppo sul serio. Un classico singolo di moderno rock da classifica, ma gli U2 ce li ricordiamo con altri singoli: da "The Fly" a "Even Better Than The Real Thing", da "Gone" a "Staring At The Sun", da "Where The Streets Have No Name" a "Desire", da "Gloria" a "Pride"; Bè, il divario qualitativo è assurdo.

Walk On

LA CANDELA ARDENTE. Aung San Suo Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, è stata la leader dell'opposizione democratica che ha combattuto la feroce dittatura comunista in Birmania. A lei è dedicata la poetica Walk On (Prosegui), ballata pacifica la cui icona, nel libretto del disco, raffigura la candela di Amnesty International. Proprio a causa di questa canzone, l'album ha talmente infastidito i vertici politici della nazione che venne subito censurato in Birmania, e chi ne avesse acquistato una copia, magari tramite importazione, sarebbe stato punito addirittura col carcere e un'ammenda salata da pagare. Il titolo dell'album in questione è tratto dal primo verso di questo brano, recitato da Bono con tono disilluso: "L'amore non è una cosa semplice", dice "È l'unico bagaglio che puoi portare, è tutto ciò che non puoi lasciarti alle spalle". la sezione ritmica prende il sopravvento, la chitarra elettrica ha un sapore di libertà e spensieratezza, quasi a trasmettere la sensazione di un brano positivo, solare. La melodia agrodolce fa subito capolino: "Se le tenebre ci tengono separati, e la luce del giorno sembra molto lontana, se il tuo cuore di vetro si spezzasse e tu tornassi indietro per un secondo". Il verso descrive la sensazione in cui si è ritrovata l'insegnante/attivista Kyi, dopo aver abbandonato una cattedra a Londra ed essere tornata in Birmania per far valere i diritti civili dei suoi connazionali. La prigionia l'ha accolta quasi subito, scaraventando lei e la sua famiglia nelle tenebre. "Sii forte, prosegui. Quello che hai non possono rubarlo. Resta al sicuro stanotte", la incita la band nel ritornello, anche perché, nel momento in cui la canzone è stata scritta, la donna è ancora prigioniera, condannata per insubordinazione. "Stai facendo la valigia per un posto in cui nessuno di noi è stato, in cui nessuno crede. Sei un uccello che canta tenuto in una gabbia aperta e che volerà verso la libertà". Il bagaglio è il tema portante del disco, a partire dalla significativa copertina. La donna birmana, la politica mondiale, la band, tutti sono in viaggio, tutti si muovono volando verso territori ignoti, verso un futuro che nessuno conosce. Ma c'è ottimismo, nonostante i tempi bui e faticosi. La Birmania sollecita Kyi a lasciare il paese, ecco perché si cita la gabbia aperta, e la spinge a tornarsene in Inghilterra, dove lavora da anni. Le liriche sono molto reali, come sottolineato dallo stesso Bono durante un'intervista. Ecco la parte più interessante del pezzo, un bridge unito dall'assolo di The Edge, un assolo pungente, caldo e sognante, mentre le parole sono declamate in coro: "So che fa male e il tuo cuore si spezza, ma va avanti, a casa, anche se non sai dove sia, anche se non ne hai mai avuta una". Un secondo assolo di chitarra, ancora più malinconico, il suo senso di smarrimento è acuito dall'arrivo delle tastiere di Eno, per un finale da brividi nel quale si sprona la gente a liberarsi del superfluo e di restare solo con una valigia, con dentro tutto ciò di cui non si può fare a meno, che non si può lasciare indietro.

Kite

L'AQUILONE. I toni nostalgici e drammatici della chitarra di The Edge vengono sperimentati sapientemente nella ballata meravigliosa a titolo Kite (Aquilone), ispirata da una giornata trascorsa in spiaggia da Bono con i suoi figli, intenti a far volare un aquilone. L'aquilone, dopo poco che è in volo, cade rovinosamente, e allora i bambini tornano in casa scontenti, mentre il vocalist resta sulla spiaggia ad osservare l'orizzonte infuocato e a pensare alla sua famiglia. Tempo dopo, dedicherà la canzone a suo padre, morto dopo una lunga malattia. L'accostamento aquilone in picchiata e morte è una similitudine delicata e poetica, che rappresenta bene la vita di un essere umano, prima in volo, sempre più in alto, e poi destinato a schiantarsi a terra. La chitarra elettrica sembra il filo che gestisce il volo dell'aquilone, attraverso continui effetti sonori The Edge accompagna Bono in questa cantilena sentimentale. "Qualcosa sta per cadere, posso sentirla arrivare. Penso di sapere cosa sia ma non ho paura di morire, nemmeno di vivere. Quando sarò disteso sulla schiena spero di sentirmi realizzato". L'incedere è pacato, la batteria di Mullen marziale, si passa al lungo e sofisticato pre-chorus: "Voglio che tu sappia che non hai più bisogno di me, tu non hai bisogno di nessuno e di niente", ed ecco che una melodia incredibile ci travolge i timpani, il ritornello è stupendo e ci avvolge come una calda coperta. "Chi può dire dove ti porterà il vento, chi può dire chi potrà spezzarti. Non so in quale direzione soffierà la brezza, non voglio vederti piangere, questo non è un addio". Le linee vocali, ricche di rimpianto e amarezze, e un testo sopraffino, inducono al pianto, colpiscono dritti al cuore, merito della penna sublime di Bono Vox, sempre ispirata e profonda. La disperazione per la morte del genitore colora la musica: "In estate posso sentire il sale nel mare, lì c'è un aquilone guidato dalla brezza, mi chiedo cosa ne sarà di te, tu chiedi cosa è successo a me. Ora sono un uomo, non un bambino, un uomo che vede l'ombra dietro ai tuoi occhi". L'atmosfera è sognante, la voce di Bono trasmette grandi emozioni, chitarra e basso si incrociano in un duetto disperato e amaro, per poi lasciarci con l'amaro in bocca e tante riflessioni sulla vita nella parte conclusiva. "L'ho sprecata? Non così tanto da non riuscire ad assaggiarla. La vita dovrebbe essere fragrante, dal tetto alle fondamenta", si chiede l'autore, ma dentro di sé sa che non lo ha fatto, perché quando c'è amore non c'è nulla di sprecato.

In A Little While

LA CLESSIDRA. La parabola amara, ma che è spunto della vita di tutti noi, del nostro destino di crescita morale e fisica, si riscontra nella deliziosa e morbida In A Little While (In Un Piccolo Istante), cantilena acustica di grande spessore emotivo, dedicata da Bono a sua figlia, ormai diventata adulta e autonoma. La struttura della ballata è stravolta, infatti si attacca subito col ritornello, dalla melodia che sprizza amore incondizionato e tanta passione: "In un piccolo istante sarai mia. In un piccolo istante io ci sarò. Tra poco questa ferita non farà più male. Sarò a casa, amore". Il verso è più oscuro, poggiato su sinistri battiti diretti da Mullen, forse programmati alla drum-machine, che comportano una base campionata, non proprio da ballata rock e simile alle basi hip hop. "Quando la notte prende un profondo respiro, e la luce del giorno non ha aria. Se striscio, se arrivo a casa a carponi, tu ci sarai?". Bono ha paura che in un breve istante possa perdere sua figlia, diventata grande e quindi in procinto di lasciare casa. Egli ha paura che una volta tornato dal tour possa non vedere più sua figlia nel suo letto, nella sua cameretta. Questo è un pezzo anche sulla vita stessa, sulla crescita, sulla tristezza che assale ogni genitore quando vede i propri figli andarsene per la propria strada. Tristezza e vita che scorre suggeriti dalla clessidra e dai lamenti di Bono tra un verso e l'altro. "In un piccolo istante siamo stati sospinti dalla brezza. Venerdì sera è diventato domenica mattina. Quella ragazzina dagli occhi scuri/spagnoli, che spingevo nella carrozzina. Adesso sei cresciuta, in quanto? In un istante". Il cantante si sbalordisce di come sia trascorso tanto tempo, da quando la bambina era in fasce, nella carrozzina, e aveva gli occhi scuri da spagnola come la mamma, gli stessi che venivano decantati in un vecchissimo brano degli U2, il bellissimo "Spanish Eyes", dei primi anni 80. È trascorso una frazione di tempo e la bambina è diventata adulta. La chitarra acustica fa da ponte per la coda finale, ancora più melodica e delicata: "Rallenta il mio cuore pulsante, un uomo sogna di volare un giorno. Un uomo porta un razzo in cielo, egli vive su di una stella che morirà la notte, seguendo una traccia di luce, una scia. Accendila, amore, accendila lentamente". La luce che brilla in petto deve essere accesa attraverso l'amore, Bono implora sua figlia di mandargli un messaggio d'amore per rassicurarlo che sarà sempre sua figlia.

Wild Honey

L'ALVEARE. Ancora una ballata folk acustica dalla melodia vagamente beatlesiana, davvero gradevole e molto leggera. Wild Honey (Dolcezza Selvaggia) è una dolce canzone estiva, un po' spensierata e dall'aspetto nostalgico. "In quei giorni, quando dondolavamo sugli alberi, io ero una scimmia che rubava miele a uno sciame di api. Potevo sentirti e darti la caccia", canta Bono facendo sentire una voce che ha subìto danni e che ne ha minato potenza ma non interpretazione. "Puoi andare lì, se vuoi, dolcezza selvaggia. Se ci vai, vieni con me", dice il buon ritornello, molto semplice, che racconta di un'avventura durata il tempo di un'estate, o forse di una vacanza trascorsa da Bono assieme a sua moglie, quando erano giovani. "Ti conoscevo prima di allora? Prima che gli orologi incalzassero il tempo, prima che il mondo fosse creato. Dal crudele sole tu eri il mio riparo, la mia ombra". Bono ricorda il momento in cui si è innamorato di Allison, sua futura moglie, donna di tutta una vita. I raggi del sole rappresentano le insidie dell'esistenza, i mali della città e del mondo, mentre la magra figura femminile, all'epoca ancora giovanissima, è l'ancora di salvataggio, l'aiuto di cui lui aveva bisogno per tirarsi su dopo i traumi infantili. "Wild Honey" è il canto di un amore adolescenziale, un inno a quei rapporti pieni di vita, di gioia, di fiducia, ancora lontani dalle incertezze, anche un po' ingenui, fatti col cuore e l'incoscienza tipici dei ragazzi. Il refrain stende al tappeto, talmente è delicato e anni 60: "Se vai lì, vacci con me, dolcezza selvaggia. Puoi fare ciò che vuoi, sospinta dalla brezza selvaggia". The Edge è molto lineare, così come i compagni, e preferiscono lasciare spazio alle parole e alla magica voce di Bono. "Sono ancora fermo dove mi hai lasciato. Tu stai crescendo selvatica, ma ogni cosa prima o poi si addomestica. Ti mando fiori, fiori recisi per il tuo salotto. So che il tuo giardino è pieno, ma c'è ancora posto per la dolcezza". Ed ora ecco il resoconto del primo appuntamento, del corteggiamento del ragazzo, di sani principi e di vecchi valori, che inonda la sua donna di tenerezza e di gesti dolci. Il brano è semplicissimo, dalla struttura bipartita, suddiviso in sole due parti messe l'una davanti all'altro come in un gioco di specchi. Sul finale spunta il basso di Adam a decorare questo discreto inno d'amore.

Peace On Earth

L'ALBERO DI NATALE. Un sogno di pace spezzato ancora una volta per la maledetta guerra in Irlanda del nord. Non si tratta di un lontano ricordo di gioventù, ma del fresco attentato avvenuto nell'agosto 1998 a Omagh e costato la vita a ventinove persone. L'esplosione dell'autobomba è stata rivendicata dalla frangia estrema dell'IRA, e dalla morte di questi innocenti e della paura di una nuova sanguinosa scena terroristica trae spunto Peace On Earth (Pace Sulla Terra), pacata ballata dal vago sapore natalizio, come si evince dall'icona posta affianco al titolo. Le tastiere concepiscono un tappeto vellutato sul quale costruire poi la base strumentale. Le note sono dolci e sognanti, dunque subentra la sei-corde di The Edge, che ricorda il giro di "Still Haven't Found What I'M Looking For", ma questa volta molto più timido e leggero. Bono attacca: "Paradiso in terra, lo desideriamo ora. Sono stufo di tutto questo girarci intorno, stufo del dolore, stufo del dispiacere, stufo di sentire che ci sarà pace in terra". Il testo è di disillusione, di rammarico perché niente cambia, tante parole al vento e poi la storia è sempre la stessa. "Dove sono cresciuto io non c'erano molti alberi. Dove ce n'erano li hanno tagliati e usati contri i nemici. Se vieni beffato diventi un mostro, e così il mostro non può distruggerti". La citazione dell'albero, davvero d'effetto, è anche un inno natalizio alla pace e al valore simbolico che l'abete comporta. La cantilena acustica si protrae a lungo e sempre sullo stesso giro, persino nel ritornello, ma intensificandosi quasi impercettibilmente a livello melodico: "Gesù prende tempo per lanciare una corda all'uomo che annega. Parla con coloro che non sentono suoni ma che hanno figli sepolti. Nessun chi o perché, nessuno piange come piange una madre. Lei non è mai riuscita a vedere i colori nei suoi occhi e a dire addio". La descrizione del lutto che prova una famiglia, una madre, è drammatica e realistica. Bono è sempre un genio nel rappresentare sentimenti profondi, e lo è ancora di più quando cita alcuni dei nomi dei defunti durante l'attentato. "Stanno leggendo dei nomi alla radio, tutta gente che fa parte di noi. Sean e Julia, Ann, Gareth e Breda, le loro vite sono più grandi di qualunque idea". I nomi citati appartenevano a giovani ragazzi di venti anni, l'ultima nominata invece è Breda, una bambina di appena venti mesi, una delle tante troppe vittime innocenti della follia umana. "Siamo in attesa di pace sulla terra" afferma Bono con toni sinceri, mentre di lato emergono il basso di Adam e la batteria quasi impercettibile di Larry, che si fanno largo sull'elettronica. "Il canto che scrisse Gesù la sento ogni Natale, ma speranza e storia non fanno rima, allora a cosa vale questa pace in terra?". Questa frase conclusiva è ripresa da un poeta irlandese molto amato da Bono, Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura, citato persino nei ringraziamenti del disco.

When I Look At The World

L'OCCHIO CON LA LACRIMA. La chitarra elettrica scalcia in apertura di When I Look At The World (Quando Guardo Il Mondo), struggente canzone dedicata da Bono a suo padre, e che mette in luce tutte le diversità di opinioni e di visione del mondo tra loro due. Ma è importante per il riavvicinamento dell'artista nei confronti del genitore, da sempre figura controversa nella sua vita. È un brano che si mostra come ultimo atto d'amore del figlio, un tragico saluto prima della morte del padre, ben rappresentato nel disegno dalla lacrima che esce dall'angolo dell'occhio. Ancora un campionamento liquido in sottofondo, a cullarci in questa amara ballata dalla melodia stupefacente. I toni sono calmi e la voce di Bono sfilacciata e stanca, ma sempre magnetica: "Quando guardi il mondo cos'è che vedi? La gente vede ogni genere di cose che la mette in ginocchio. Io vedo un'espressione chiara e vera, che cambia l'atmosfera quando entri in camera". Una dedica d'amore sincera, profondissima sin dal principio, e che si rafforza nel chorus: "Provo ad essere come te, provo a sentirmi come te, ma senza di te è inutile. Non posso vedere ciò che vedi tu, quando guardo il mondo". Il papà è sempre un eroe, il figlio tenta di essere come lui, di seguire il suo esempio, ma non vi riesce perché ha un'altra visione del mondo, altri pensieri e un altro carattere, ma tenta lo stesso pur di riavvicinarsi a un padre che non lo ha mai capito fino in fondo. La chitarra acustica duetta con lo strato di tastiere, creando un andamento ondulatorio e astratto, altamente nostalgico. "Quando la notte è di qualcun altro, e tu stai provando a dormire un po'. Quando i tuoi pensieri sono costosi da non riuscire a mantenerli. Quando c'è solo caos e ognuno sta camminando claudicante. Tu non batti mai ciglio, vero? E non distogli lo sguardo". Qui si sottolinea il cinismo del padre, figura sempre burbera e fredda, fin troppo gelida per il cuore di Bono, e che forse non ha mai capito affondo il mestiere dell'artista, quello esercitato dal figlio. The Edge si lancia in un solo pieno di effetti, poi il colpo di coda prima della chiusura, dove il ritmo aumenta e la melodia si fa più intensa: "Non posso aspettare più, non posso aspettare di essere più forte, per vedere quello che vedi tu. Sono nella sala d'attesa con il libro sacro in mano, e non ci vedo dal fumo, sto soffocando. Dimmi cosa vedi da lassù, cosa c'è che non va in me?", grida Bono, facendo una metafora meravigliosa della vita vista come una sala d'aspetto fumosa e soffocante. Egli stringe in mano il libro sacro, ovvero la bibbia, essendo sempre stato religioso e pregando per il padre che è andato da poco in cielo. Cosa vede dal paradiso? Cosa pensa del figlio? Bono non lo sa e non può neanche immaginarlo, e la canzone sfuma con queste domande irrisolte ma piene d'amore.

New York

LA MELA. L'elettronica si ravviva introducendo un pezzo oscuro e ben congegnato, New York, omaggio alla città che ospita Bono, che da poco ha comprato un appartamento in centro e che paragona a un vespaio che raggruppa diverse razze, ideologie politiche e culture, le quali convivono relativamente in armonia. La Grande Mela viene descritta bene nelle strofe, con voce sussurrata e adagiata sulle note del basso e delle tastiere. "A New York la libertà è una scelta, qui ho trovato un amico per coprire altre voci. Voci al telefono, voci da casa, voci delle televendite, voci per le scale. A New York, ho appena preso un posto a New York". Entra in scena la chitarra e il ritmo accelera con l'ingresso della batteria: "A New York le estati sono calde, non puoi camminare intorno all'isolato senza cambiarti vestiti per il sudore. Caldo come un phon puntato in faccia, caldo come spray repellente". Questa città, in effetti, è tanto fredda in inverno quanto calda in estate, causa i tipici sbocchi calorifici situati a terra e che sbuffano calore e un'area ristretta dominata da palazzoni enormi che tolgono aria e brezza. Il ritornello è semplice, basato sulla ripetizione del nome della città, eppure resta uno dei migliori dell'album, data la buona dose di energia rock degli strumenti, che ci riportano indietro nel tempo, agli album degli anni 80. Mullen picchia duro inaspettatamente, contrastando con l'andamento generale dei versi, piuttosto fiacchi, mentre la chitarra elettrica svetta alta per stordirci. Il suono è oscuro e opprimente, peccato duri il tempo del refrain per poi smorzarsi subito dopo. "Gli irlandesi sono venuti qui per anni, si sentono a casa. Hanno portato cemento, asfalto, municipi e polizia. Qui ci sono italiani, irlandesi, pazzi religiosi, ebrei e ispanici che vivono tutti insieme. Manda avanti donne e bambini, ma tu hai una sete insaziabile per New York". Bono e il sogno americano, descritto ricordando la tragedia del Titanic, nave costruita a Belfast, in Irlanda, che raccoglieva tutti i popoli con la promessa della città di New York. Gli irlandesi imbarcati sulla nave erano tutti poveri, tutti operai senza soldi e in cerca di fortuna. Gli unici mezzi da utilizzare, una volta giunti nella città americana, erano le mani da lavoratore, ecco perché Bono parla di cemento, asfalto e costruzioni di mattone. "A New York ho perso tutto, per te e per i tuoi vizi. Spesso mi soffermo a capire la crisi della mezza età che mi ha colpito. Ho colpito l'iceberg della mia vita ma sono ancora a galla. Tu perdi la famiglia per la scialuppa di salvataggio", ancora l'analogia con il naufragio del Titanic, dove è Bono stesso la nave che colpisce la montagna di ghiaccio sperduta nell'oceano atlantico, la notte del 15 aprile 1912. Il colpo che affonda la nave è rappresentato dalla crisi di mezza età, che deve essere stata una vera tragedia per l'artista. Un buon pezzo rock che forse avrebbe avuto bisogno di maggiore cura negli arrangiamenti, specialmente nelle parti relative alle strofe, un po' anonime e forse anche piatte.

Grace

LA COLOMBA SACRA. Un'idea grande che si concretizza in forma molto semplice, questa è la concezione di Grace (Grazia), sorta di preghiera di benedizione per tutte le donne, simbolo di grazia, appunto. Clayton apre con un bel giro di basso, dunque giunge leggiadra la chitarra di The Edge che manifesta sacralità. "Grazia, lei si prende la colpa, lei copre la vergogna, rimuove la macchia. Potrebbe essere il suo nome. Grazia, è il nome di una donna, un concetto che ha cambiato il mondo, la Grazia trova bontà in ogni cosa". L'inno sacro, che sarebbe potuto benissimo appartenere a un disco come "The Joshua Tree", cattura subito. Una madre copre sempre gli errori del figlio, lo protegge dal mondo anche quando questi ha torto, e non si vergogna a farlo perché è nella sua natura protettiva. Le tastiere sono luci che si accendono nella notte cullandoci in questa bellissima ballata idilliaca. "Grazia, lei cammina con portamento, lei ha tempo per parlare, lei viaggia fuori dal karma. Quando va a lavorare tu la puoi sentire, lei trova bellezza in ogni cosa". La Grazia è fuori da ogni aspetto umano, non ha bisogno di karma o di tempo per concentrarsi e riprendere energia, perché lei è ogni cosa di bello, dal principio alla fine. La donna è incarnazione di bellezza morale e fisica e non ha bisogno di ritocchi. Il brano va avanti così, disteso su toni calmi e avvolgenti, le tastiere, mai invadenti, muovono il tutto assieme al basso di Adam, fino alla sobria conclusione. "Grazia, lei porta il mondo sui fianchi, niente champagne, piroette o salti sulle sue labbra. Lei è una perla in perfette condizioni. Ciò che un tempo era dolore e faceva male, adesso è passato, perché la Grazia genera bellezza dalle cose brutte". Un inno d'amore stupendo, un testo che è un elogio profondo al genere femminile. Un blocco delicato e scarno che va a terminare un lavoro altrettanto poetico, melodico e soffice incentrato su testi veri che riguardano tutti noi.

Conclusioni

Alla fine "All That You Can't Leave Behind" vende circa dodici milioni di copie e resta in classifica per mesi. Un successo planetario calcolato con minuzia e che ha saputo tirare fuori diversi singoli diventati famosissimi, ma non è un ritorno alla gioventù, è un invecchiamento precoce dove l'elettronica non incide e si accontenta di servire il lato più pop del lavoro. Dimenticate la spiritualità minimalista di "The Unforgettable Fire", le calde riflessioni "The Joshua Tree" e "Ruttle And Hum", la foga ribelle di "Boy", "War" e "October", il cinismo e la sperimentazione coraggiosissima di "Achtung Baby", "Zooropa" e "Pop". Dimenticate tutto quanto fatto in venti anni di storia, dimenticate la rabbia, le contaminazioni, le spericolate esibizioni, gli U2 del 2000 sono diversi, come invecchiati di colpo, forse stanchi di evolversi, timorosi di andare avanti ma anche di tornare indietro, nonostante l'ostentato proclama di un ritorno alle origini che non ci sarà mai, nemmeno negli album seguenti, con conseguente perdita di magia e di sacralità nella loro musica. "All That You Can't Leave Behind" è l'album della speranza disillusa, del rimpianto e della delusione. È un disco poetico, leggero, melodico, che fa dell'orecchiabilità il suo elemento principale, dove le chitarre non sono affilate, il basso è timido e la batteria quasi impercettibile. Il pop ha corroso la musica degli U2 e non ha lasciato spazio a nient'altro. Resta una poesia dalle sfumature in bianco e nero, quelle sfumature tanto care ai fedeli della band, quelle pregne di atmosfere malinconiche, di slanci melodici non indifferenti, che in un certo qual mondo riescono sempre a colpire al cuore e a inondare l'anima di un certo calore, anche se quel mitico "fuoco indimenticabile" si è ridotto solo a un lumicino. D'altronde parliamo degli U2, dei giganti assoluti della musica mondiale, probabilmente la rock band più grande e popolare degli ultimi trenta anni, mica gente qualsiasi, e allora va da sé che persino i loro album minori sono pur sempre gradevoli, con punte di eccellenza che molti altri possono soltanto che sognare di comporre. Un senso ai loro album, anche a quelli meno ispirati e convincenti, come in questo caso, lo si trova sempre: Bono è il mago delle liriche, come al solito, e riesce con semplicità ad affrontare tematiche delicate e anche scomode, la chitarra di The Edge riesce a conservare quel filo nostalgico che ogni volta rapisce e logora l'anima dell'ascoltatore, mentre le melodie sono tutte di qualità elevatissima. Ma se dal punto di vista melodico l'album riesce pienamente, latita pesantemente negli arrangiamenti, fin troppo scarni e orientati al pop, e non bastano un brutto pezzo rock come "Elevation", commercialissimo e falso, o il terzo singolo "Stuck In A Moment You Can't Get Out Of", ballata soul furbetta e da classifica dedicata al cantante degli INXS, amico di Bono e morto suicida poco prima, per illudere il pubblico di un ritorno alle origini. Da questo momento in poi gli U2, ad eccezione della stupenda "Electrical Storm", contenuta però nel Best-of 90-2000, non riusciranno più a lanciare singoli rock decenti, anzi, saranno uno peggio dell'altro: "Vertigo", che tanto male non è, a "The Miracle Of Joy Ramone", "Get On Your Boots" o "You're The Best Thing About Me", tutta robetta che non riavvicina assolutamente la band alle proprie radici, ma la allontana. "All That You Can't Leave Behind" dimostra una classe enorme stemperata da scelte discutibili, e la sensazione che si evidenzia è quella di una band che non sa che direzione prendere, che si accontenta di suonare un rassicurante rock melodico adatto a tutti i gusti. Una band da ballate rock-pop da classifica, che non ha più il coraggio di sperimentare, di influenzare altre band, di prendere per mano le nuove generazioni e di farle crescere, che non ha nemmeno la voglia di protestare e di ribellarsi al sistema, di sventolare quella bandiera bianca urlando al mondo intero di quanto il genere umano sia folle e violento e di quanto la società abbia fallito. Le belle canzoni ci sono, e inanellano una serie di fortunate melodie da capogiro, sintomo di grande ispirazione: "Kite" è una delizia, ispirata dall'aquilone svolazzante dei figli di Bono e dedicata poi alla morte del padre, malato da tempo, "In A Little While" e "Wild Honey", cantilene acustiche che riflettono sulla fugacità della vita e dedicate alla figlia diventata ormai grande e alla moglie Allison, e poi "Walk On", inno di libertà dedicato all'attivista birmana Aung San Suo Kyi, premio nobel per la pace, tenuta prigioniera dalla dittatura comunista del suo paese (che tra l'altro proibisce la vendita dell'album in territorio birmano proprio a causa di questa canzone), e ancora le stupende invocazioni di pace "Peace On Earth" e "When I Look At The World", dall'incredibile melodia in crescendo, per chiudere con la preghiera solenne di "Grace", dedicata a tutte le donne. Come già detto, di canzoni belle ce ne sono, il problema di questo album è che tutti i brani citati sono ballate, di qualità, certo, ma che mettono in evidenza il malsano desiderio della band di allontanarsi dai lidi rock per sfornare hit radiofoniche a profusione. Se si è amanti del pop e del rock morbido e sinuoso, "All That You Can't Leave Behind" è un buon lavoro, piacevole, ottimista e diretto, ma per chi viene da tutt'altra scena o per chi sa di cosa sono capaci gli U2, soprattutto alla luce di due decenni straordinari che hanno dato vita a una lunga serie di capolavori, tutti differenti tra loro, resta solo un forte sapore di amarezza, di noia e di delusione. Purtroppo da questo momento in poi la band irlandese si adagia un po' troppo, dimenticandosi cosa ha rappresentato per venti anni. Nonostante il grande successo di vendite, il tanto sbandierato ritorno alle origini fallisce, se non nell'iconografia più sobria, dal punto di vista musicale, troppo povero di idee. Qui del passato, del glorioso e spregiudicato passato, purtroppo non v'è traccia. Qui non c'è punk, non c'è la rabbia, non ci sono il cinismo o la sottile ironia, non ci sono il blues, il country, l'ambient. In questo album non c'è il rock, quello che gronda sangue e sudore, ma solo una scia di buone ballate composte da una band di mezza età che non vuole più mettersi in gioco. Un po' poco per accontentare milioni di fans, un po' poco se hai un nome così importante.

1) Beautiful Day
2) Stuck In A Moment You Can't Get Of
3) Elevation
4) Walk On
5) Kite
6) In A Little While
7) Wild Honey
8) Peace On Earth
9) When I Look At The World
10) New York
11) Grace
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