THUNDERSTICK

Something Wicked This Way Comes

2017 - independent

A CURA DI
FRANCESCO NOLI
27/09/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Trent'anni non sono pochi. Per qualsiasi uomo, per qualsiasi situazione, una regola che vale per chiunque; il tempo è tutto e chi affermava che "il tempo è denaro" oppure "chi ha tempo non aspetti tempo" beh... non solo ci aveva visto giusto ma sicuramente sapeva ciò che diceva, senza dubbio alcuno. Nel mondo dello spettacolo, dell'arte e dell'intrattenimento non ti puoi permettere di sparire dalle scene per più di 30 anni perchè poi, pensandoci bene, la gente non è eterna e sovente. Distratta soprattutto negli ultimi vent' anni dove le dinamiche si sono fatte più frenetiche e le attenzioni spesso si sono imdirizzate in molteplici direzioni; il pubblico cambia e avanzano nuove generazioni, le idee sono diverse, i gusti contrari e oggigiorno sono sempre più rare le persone che ripercorrono la storia musicale arretrando nel tempo. Thunderstick, il malefico, l'eccessivo, il sadomasochista, il pazzo, l'eccentrico Thunderstick che conosciamo forse paga questo aspetto più di tutti e più di tante altre cose; pur rimanendo nell'ambiente musicale come collaboratore di alcuni musicisti inglesi e americani, produttore e arrangiatore soprattutto per bands emergenti, è rimasto in ombra e quindi fuori dalle luci della ribalta per ben trentatre anni: un lasso di tempo troppo lungo per chiunque, anche se ti chiami Frank Sinatra. Lo avevamo lasciato nel 1984/1985 con il full length d'esordio "The Beauty and The Beast"... poi sappiamo tutti com'è andata a finire. Molteplici cambi di formazione, etichette disinteressate e restie a investire sul gruppo, mancanza di fiducia e l'eco della N.W.O.B.H.M. che andava affievolendosi se non quasi a scomparire dalla metà degli anni '80. Poi, inaspettatamente, l'annuncio shock che i fans, soprattutto i più attempati come il sottoscritto, hanno accolto con curiosità, rispetto e felicità: Thunderstick torna con una nuova formazione e un nuovo lavoro in cantiere!!! Complice il crowfounding generoso e la tecnologia di oggi, che ti permette di arrivare ovunque (anche negli iglooo degli eschimesi) ecco ora (non proprio oggi, ma fine 2017 n.d.a.) il nuovo album a nome appunto THUNDERSTICK, intitolato "Something Wicked This Way Come". Un disco che come detto poc'anzi, ha suscitato una dose incredibile di curiosità in noi addetti ai lavori ma anche nel pubblico metallaro, inglese in particolare. Dispiace che ci siano volute ben tre decadi per gustare questo come-back discografico che già dalla copertina rapisce l'attenzione stuzzicando quell'attrazione imponente e forte, quasi morbosa, mista a paura (di un fallimento in senso artistico) e sorpresa inaspettata. Dispiace che molti metallari anche giovani non sappiano chi sia questo simpatico batterista inglese e che altri, pur avendolo ammirato quando faceva letteralmente tremare le pelli e non solo alla corte di Samson, non daranno una chance a questo platter perchè magari presi da altri nomi nuovi dei quali la scena metal è sempre più prolifica; dispiace e sarebbe un vero peccato, perchè anche se non c'è da gridare al miracolo, Barry (vero nome di Thunderstick) non ha cambiato nè stile nè approccio, facendosi ritrovare in forma come se il tempo si fosse proprio fermato trent' anni or sono: va da se che quest' affermazione è valida in parte partendo dalla bellissima copertina creata con i sistemi photoshoppanti e ritocchi che, se oggi sono all'ordine del giorno, negli anni '80 risultavano essere fantascienza. Ma una domanda ci assillava martellando le nostre menti curiose e perverse attirate dall'illustre intrattenitore folle e gioviale: perchè questo ritorno? Quale può esser stata la molla che ha ricreato quella scintilla, quel fuoco che dunque mai si era sopito nella testa e nel cuore dell'artista? Come lo stesso Thunderstick ha riferito al sottoscritto, non c'è un perchè specifico, anzi, ce ne possono essere mille oppure nessuno... e se ci pensiamo bene, a mente ferma, è la verità; non sono certo i soldi la motivazione, oppure la gloria e la fama. No, niente di tutto questo. Qui bisogna avere chiaro in testa (ed è una disamina generale) che un'artista non muore mai come mai verrà seppellita la sua passione o la voglia di esternare i suoi sentimenti; si può dire che la "bestia insita in noi" (nel senso di Arte) possa dormire anche per trent' anni in un lungo e poetico letargo, ma poi arriva il momento in cui si risveglia e inizia a consumarti... ed ecco che in questo momento l'estro sopito e incatenato viene espulso dando vita a opere artistiche sofferte e sincere. Un risveglio che può essere causato anche da un evento traumatico e forse sta qui la verità, proprio in mezzo alle righe, dove la gente sovente non mette attenzione. Jodee, la vocalist storica della band muore nel 2016 ed è proprio questa notizia che sconvolge il drummer (ricordiamo che erano stati sposati per quasi due lustri) che si sente di omaggiarla dedicandole almeno una canzone. Questo è il caso di Thunderstick, che non è tornato certo per soldi, perchè questo genere non è proprio atto in tal senso. Il ritorno sui palchi era un'esigenza, quell'esigenza di un uomo sui generis ma umano come tutti noi e che merita gran rispetto, perchè non è da tutti tornare dopo un lasso di tempo cosi lungo e farlo anche bene, come andremo a vedere. Ci vogliono gli attributi e il nostro drummer lo dimostra con un disco dinamico, semplice, esplosivo e melodico! I gusti sono gusti e su questo non ci piove, c'è chi lo amerà, chi lo odierà e chi si girerà dall'altra parte nell'indifferenza più assoluta... ma una volta che riusciremo a farci catturare da "Something..." sarà difficile scordarlo. Andiamo a capirne il motivo!


Dark Night, Black Light

Assoldato Dave "Kandy" Kilford (uno dei membri co-fondatori della band) alla chitarra affiancato da Martin Shellard all'altra 6 corde, preso il talentuoso misconosciuto Rex Thunderbolt al basso e scovata la sconvolgente americana Lucie V. in veste di vocalist, il gruppo parte subito in quarta con l'opener "Dark Night, Black Light (Notte oscura, luce nera)" titolo avvincente per iniziare di fatto una nuova avventura; i rintocchi di un crash anni 70 (per loro stessa ammissione hanno usato tutti strumenti vintage, proprio Thunderstick ha adoperato il drum-set della batteria del tour del 1981 con i Samson) e i primi accordi in La delle asce all'unisono creano, se pur per qualche secondo la giusta suspense mista a quell'alone di mistero che i nostri sono sempre stati abili nel trasmettere al pubblico; un semplice riff cadenzato di pochissime note e il beat nervoso del drumming rendono questa song un perfetto inizio per il platter in questione. Il drumming leggero ma veloce con uso di doppiato su grancassa è un classico mai noioso, complice anche l'accattivante linea vocale sciorinata da Lucie che sembra subito a suo agio e perfettamente integrata nella band, coscente del suo ruolo da frontwoman cazzuta e spietata; un assetto da up tempo dunque dall'andamento eccessivo ma sempre particolare (7 frasi nel primo beat e 6 nel secondo) prima di arrivare al ritornello, inframezzato da stacchi accentati su splash e accordi "aperti" dove la voce cambia leggermente tonalità ispessendo la melodia quasi a voler dare enfasi e importanza alle parole e quindi al refrain, da sempre considerato il cuore di qualsiasi track. La seguente strofa ricalca musicalmente la prima parte, con l'aggiunta della seconda chitarra che contrappunta in tempi pari tutte le battute in "mettere" della prima 6 corde, dando vivacità al pezzo e anche la giusta "pienezza"; un accorgimento che solo chi è del mestiere ha l'orecchio e la sensibilità nel mettere in atto, un trucco a conti fatti neanche poi tanto misterioso per non scadere nella monotonia. Il chorus viene ripetuto altre 2 volte prima dell'assolo non mirabolante e neanche tecnico ma in tonalità, senza eccedere nell'autocompiacemento e senza essere indulgente là dove le note giuste bastano e avanzano per far rendere al meglio l'omogeneità degli strumenti; interessante la pausa degli strumenti all'unisono di 4 battute ove  vive l'ultima nota dell'assolo lasciata a allungare per creare un effetto fumoso sfociante nel riverbero, mentre la batteria leggera riprende la ritmica prima di un lancio vorticoso per un finale gradevole, con ritornelli sul chorus ripetuto fino a sfumare mentre la vocalist si prende la scena con piccoli scream acuti che fanno appunto da controaltare ai cori stessi. Gradevole anche il testo il quale esorta una sconosciuta teenagers a lasciare per una notte i suoi compiti di casa, esortandola a uscire a fare baldoria, prendendosi un po di felicità (Little girl shouldn't stay at home tonight/jump the bridge and take your life away).


Don't Touch i'll Scream

La produzione non è certo il punto di forza di "Something..." e non me ne voglia il buon Barry per questo, visto che è lui che l'ha curata in prima persona. Difatti, il lavoro un po' alla lunga ne risente, non solo nelle song dove magari una cassa più potente o un rullante più ridondante avrebbero forse reso il suono più completo e bombastico, ma si evince anche in quelle track un po' più soffuse e d'atmosfera dove i ritmi calano e entrano in gioco le fantasie musicali degli artisti; è una delle poche note forse un po' stonate di questo platter, ma comunque si tratta di andare a cercare il pelo nell'uovo nell'atto di analizzare il cd nel suo complesso. "Don't Touch i'll Scream (Non toccarmi, urlerò)" risente proprio di questo difetto anche se la trama c'è e si sente, l'estro è distinto e il pathos non manca; a primo colpo dal titolo ci si aspetterebbe una track malvagia con testi horrorifici o quantomeno di suspense, con una ritmica tirata: niente di tutto questo visto che essa parla di amore (chiaramente a modo della band), di una relazione problematica tra due amanti che sembra andare male (Our game has come to it's end/I will always hate and love you/Roaming, lonely e questa è solo parte della prima sestina). Non siamo certo dinnanzi a una ballad ma l'andamento è quasi poetico con bel ritmo in 4/4 dove fa subito bella mostra di sé la voce soave e pulita della singer che qui cambia totalmente approccio alla canzone; il suo stile sciorinato con nonchalance rimanda ai canti jazz/blues di tanti anni or sono pur non essendo profondo come le voci nere o pieno di virtuosismo come sovente riscontriamo in campo jazz. Il legato della prima chitarra che pizzica le note coadiuvato da un semplice riff dell'altra è efficace e ben s'imprime nella mente dell'astante creando una linea semplice ma concisa e diretta, il basso sorregge tutta l'armonia puntellandola con i giusti contrappunti senza mai invadere il campo altrui mentre è bellissimo il ritornello frivolo e spensierato ma di classe il quale ripete il titolo della song in 4 tempi con un controtempo/stacco nell'ultima parte:un gioco semplice ma che da varietà e stile a questa composizione. La seconda parte viene cantata ancor più triste e malinconica e l'interpretazione di Lucie sale di livello con la sua ugola aggraziata, il chorus viene ripetuto e il bridge susseguente non è altro che una variazione abbastanza lineare che ben si stampa prima della chiusura finale, senza sussulti o cambi di ritmica come magari ci si aspetterebbe; manca l'assolo di chitarra e questo senz'altro risulta essere un particolare curioso per chi sta leggendo ma ascoltando attentamente la song, esso sarebbe del tutto inutile e fuori luogo perchè la canzone non necessita di altro, anzi, un orpello solistico rovinerebbe il pathos che si è creato col passare dei minuti. L'intelligenza di un artista si evince anche da questi piccoli (ma poi non tanto piccoli) particolari e consentitimi di dirlo, qui i nostri hanno fatto centro scegliendo di non dare stacco all'atmosfera della melodia. Grande song!!


Go sleep with the Enemy (I dare Ya)

Non si può dire certo un gran bene per mille motivi analizzando la seguente "Go sleep with the Enemy (I dare Ya) - Dormi col nemico, ti sfido" che risulta essere anche dopo molti ascolti l'anello debole di questo cd giunto alla terza traccia; il riff di chitarra è semplice e lineare in 4/4 con pennate in battere, niente da far gridare al miracolo ma per niente male anche se ha un che di già sentito che alla lunga annoia un po' con il proseguio della track. L'inizio però non è malaccio, anche se la canzone è priva di mordente e non ha né quell'atmosfera come il titolo ingannevole e fuorviante potrebbe dare a presagire, nè quell'appeal che ci si aspetta da Thunderstick. La batteria è banale e non fa niente per rendere la canzone varia, la dinamica è spesso uguale per tutta la song e anche il bridge non è altro che lo stesso accordo rivoltato. Non c'è mordente, un brano che non prende più di tanto anche se il ritornello, che dovrebbe essere il punto focale della song, va un po' meglio rispetto al resto; se non altro per un coro azzeccato e per qualche controtempo accentato sui crash. Va da sé che la voce della sempre più sconosciuta e sorprendente Lucie risulta l'unico elemento che regge appieno la struttura, con un approccio "maschio", forte, potente e con modulazioni indovinate: a conti fatti è un peccato, perchè nella seconda parte (con l'aggiunta delle twin guitar e quel riff rubato al rock anni '70) si ha l'impressione che la dinamica potrebbe finalmente decollare ma poi ritorna il bridge veramente debole a portare giù un po' la poesia di questo terzo atto. Le carte però vengono parzialmente rimescolate con l'assolo della sei corde, ove la prima parte banale e con pochissime note fa da controaltare alla seconda, più avvincente in quanto essa viene posta insieme al ritornello cantato e ripetuto molte volte con scream e forzature della vocalist, degna belva da palcoscenico. Dispiace la quasi assenza del basso che non si sente e quindi non dà corpo alla canzone... e forse è anche questa pecca a tirar giù il voto della canzone che alla fine della fiera risulta ondivaga, piena di alti e bassi. Per carità, nel complesso di un cd composto da nove tracce ci può certamente stare un mezzo passo falso. Prende la sufficienza a stento grazie a un testo sì banale e sbarazzino che fondamentalmente parla di una terza persona innamorata di una ragazza, la quale però ha una relazione con un'altro uomo; una storia di tutti giorni però raccontata alla maniera di Thunderstick, con invettive e quel lato scherzosamente malvagio che sa sprigionare con le parole (Are you counting down the minutes till you go to see tour whore è poesia Bukoskiana), oppure alla fine quando si scaglia contro il rivale in amore con quest'invettiva minacciosa (Be careful, i'll take her, to her own little private hell). Non quindi una battuta a vuoto, diciamo un mezzo passettino falso che come vedremo poi non inficierà assolutamente nel giudizio complessivo del lavoro.


The Shining

Tutta un'altra storia con la seguente "The Shining (La Lucentezza)" dove torna il giusto approccio con la seguente miscela di stranezze, atmosfere oscure e finalmente tutti gli strumenti suonano all'unisono in modo scintillante (parafrasando il titolo della canzone N.D.A.) con un basso che magicamente dà corpo a tutta la struttura dove si erge la canzone. C'è da dire che se anche il tempo non è dei più audaci: trattasi di un mid tendente al lento a tratti richiamando anche qualche partitura doom, se non per accezione piena almeno per alcune sfumature maledettamente interessanti. Thunderstick fa il diavolo a quattro, si agita e mette in mostra tutta la sua voglia di suonare, tutto il suo estro e lo mostra in maniera mai autoindulgente o autoreferenziale. Il suo genio va a riempire quelle sfumature che al primo ascolto potrebbero sfuggire anche al più esperto audiofilo del mondo; se prendiamo per esempio in considerazione il bridge che a conti fatti risulta essere più che un ponte una sospensione, almeno in questo caso, tra la strofa e il ritornello, viene chiara l'idea di ciò che sto cercando di esprimere: le rullate leggere di rullante e tom sorrette dal charleston raddoppiato rispetto al tempo che ha usualmente la canzone già comunicano ciò che volevo esprimere, ovvero l'estro del folle Thunderstick ancora una volta riecheggia senza vergogna. Il riff sempre minimale ma incantevole e la voce dura e grezza ma non troppo, incitano la canzone a quella pienezza di un sound tra il dark rock e l'hard che pochi rivali ha ancora nel contemporaneo mondo musicale, prova del fatto che quando i nostri sono colpiti da quella luce magica che hanno insita nel loro essere e che fa parte del loro background musicale, è dura per chiunque rivaleggiare o sfidare gli altri a far di meglio. La metrica colpisce ancora una volta in quanto mai comune o banale... dopo ben 6 strofe ci si aspetterebbe il ritornello o comunque un ponte a preludio di esso ma non è cosi; infatti dopo la sestina in questione il basso di Thunderbolt che finalmente si ode in tutta la sua efficacia, emette quelle 3 note 3 al punto giusto, per poi ritornare sulla strofa in 2 versi e quindi sul bridge. Praticamente una sospensione tra le strofe, che crea un attesa infinitesimale ma di suspense. Inaspettatamente poi, ripetuto il secondo chorus la canzone accellera come una locomotiva dando spazio alla chitarra solista che invece di suonare il solito assolo si produce in un legato in stile Iron Maiden, raddoppiato dalle solite note con un tono più alto rispetto alla prima partitura; un cambio di tempo geniale, grintoso e spumeggiante, melodico e sorprendente che impreziosisce ancor più la canzone la quale tra bridge e chorus ripetuti gioca un po' con sé stessa , ma il risultato è ampiamente soddisfacente considerando anche il fatto che essa parla di una persona la quale non si piace ed è convinta di non piacere agli altri. Quindi, per attirare un certo clamore su se stessa decide di darsi fuoco in modo che tutto il mondo venga attratto da questa scintillante torcia umana che catalizza se pur per pochi istanti l'attenzione che dovrebbe meritare. Una grande song posta a metà del cd, una vero toccasana per le orecchie!

Encumbrance

La seguente "Encumbrance" (letterale : INGOMBRO) risulta essere molto interessante a partire dal testo il quale tocca un argomento purtroppo triste, problematico e antico ma mestamente attualissimo e piaga dei giorni nostri: l'abbandono dei figli da parte dei propri genitori. Senza entrare nei meriti della questione che comunque lascerebbe adito a critiche di finto buonismo, demogagia spiccia o un educazione civica non sempre applicabile al cospetto delle dure leggi della vita che talvolta si scaglia a caso contro poveri malcapitati è soddisfacente vedere come la band si approccia a questo tema, con frasi corte ma toccanti e senza volere a tutti costi fare breccia nel cuore degli astanti: cosa questa che li renderebbe anche un po ruffiani. Invece qui il tema viene trattato a modo loro, sempre con quella vena sarcastica che ha sempre contraddistinto il carattere e il modus operandi di Thunderstick. Un esempio? La track parte subito con queste frasi ( LET ME TELL YOU MY STORY ABOUT ANOTHER LITTLE GIRL/WHOSE MAMA NEVER WANTED WHEN SHE CAMES INTO THIS WORLD/JUST ANOTHER SCREAMING KID AND ANOTHER MOUTH TO FEED/AIN'T GONNA BUY NO BABIES MILK- THE MONEY GO ON SPEED) che evidenziano la crudezza ell'efferatezza della questione come il non comprare il latte al bambino perchè i soldi servono per altre cose (in questo caso droga), oppure il malcelato sentimento di ripugnanza verso una gravidanza non voluta vista come un'altra bocca da sfamare. Il testo molto crudo e diretto viene comunque ammorbidito dall'armonia della canzone, con questa chitarra che gira un riff rock tendente all'hard ma non troppo e dove il basso punteggia la dinamica con un giro simil blues (no no non sono impazzito, ascoltare x credere) azzeccatissimo e galoppante ma tuttavia è la batteria a fare bella mostra di se in questa track; essa infatti viene fatta suonare con battute sul charleston raddoppiato con ambo le bacchette, con accetto sul rullante e buon lavoro di cassa. Questo crea un effetto simil sincopato che rende la canzone appetibile e di gusto girando una meraviglia aggiungendo anche che la melodia vocale è perfetta ed è anche bellissimo il pre-chorus che ricorda vagamente qualcosa dei primi Kiss; il ritornello è lineare con la voce di Rex a scandire il titolo mentre la nostra Lucie fa bella mostra di se nel resto del ritornello. Interessante anche il bridge che fa appunto ponte nel mezzo dei due ritornelli finali dove il riff di chitarra si rifà in bicordi mantenendo la linea martellante, mentre la batteria cambia il tempo tenuto dal charleston ai tom senza essere ingombrante ma leggera, con il solito tocco alla "Thunderstick" e sempre sincopata e sinuosa. L'assolo che ne consegue è come una sospensione con poche note allungate che ricordano a tratti i Pink Floyd meno psichedelici. Un certo stile, se vogliamo anche poliedrico nell'approccio, dei due chitarristi che si alternano in questo frangente la parte solista; un affresco veramente interessante, suadente e ammaliante per poi finire nel ritornello e la chiusura della song cosi come era iniziata: un piccolo capolavoro posto a metà del disco che farà la gioia di tanti rockers!


Fly 'N' Mighty

"Fly 'N' Mighty" presenta soluzioni interessanti pur rimanendo una song semplice, melodica che ti entra in testa al primo ascolto, senza sussulti o orpelli di sorta; un semplice viatico che i maligni nominerebbero "riempitivo" ma sbagliarebbero punto di vista in questo caso. Thunderstick è un'artista strano, esuberante, eccessivo e questi stati d'animo sicuramente influenzano l'artista, colpendo tanti fattori con simultanee differenti dinamiche: un carattere come il suo non può seguire una linea, non può avere una cadenza normale, linera e centrata. La sua indole vive di sussulti e quindi magari senza neanche accorgersene, quel trasformismo portato in grembo prende vita, nella vita cosi come in studio dando la anscita appunto a questo genere di song altamente sbarazzine nel fraseggio, allegre per suoni e arrembanti per ritmo senza chiedere ne più ne meno il sano divertimento rock. Inizio di sola voce che inneggia a una strana e benefica confusione generata da fantamotiche illsuoni e entrata scoppiettante di tutti gli strumenti all'unisono; ritmo sostenuto, scambi semplici ma efficaci, cavalcata nel riff in stile Maiden ma senza averne la stessa potenza e la stessa timbrica. Strofa allegramente sbarazzina e frivola nella voce quanto più greve nel sound delle sei corde ove a questo punto la seconda si affaccia, senza timidezza, alla fine di ogni giro di riff per contribuire a una certa polimelodia nel fraseggio con poche note legate mentre il ritornello, piacevole e genuino inizia ora e non smetterà più; anche questa è una peculiarità dei nostri ovvero il non seguire la metrica diffusa delle strofe (che per sua concezione, ma non si sa per quale legge oscura, dovrebbero essere corte e al massimo in sestine per non ripetere un fraseggio che alla lunga stancherebbe) ma anzi, cambiando un po la metronomia del contesto: infatti qui abbiamo una solsa strofa seguita da un ritornello ripetuto fino alla fine. Non annoia per carità e la song risulta gradevolissima anche nel teso che parla più che altro di un momento, un ritratto di una stasi nel pensiero di una persona e che cerca di catturare questo momento nelle note di essa. Non il top ma sicuramente gradevole e risulta vincente la posizione in scaletta, posta a metà del cd.


Lights (take me away)

A questo punto anche a me, fan del primo minuto della band, mi è sorta una domanda concentrandomi sui testi e sulle parole delle quali molti fruitori di musica non tengono in considerazione, considerando peccaminosamente solo il concetto musicale. Mancava la canzone che avesse in grembo quel qualcosa di magico per approccio e attitudine, per suono e recitazione, per ritmo e dinamica. Ed ecco qui che spunta fuori "Lights (take me away) - Le Luci mi portano via" che già dai versi inziale si lascia presagire attraente (I can't look in the mirror cos i'm frightned of what i might see/ The wolf howl is getting louder, and i almost feel the heat from their breath) cantata da una sepre Lucie V. esaltante a dir poco, con quel suo timbro aspro e asciutto ma anche caldo quasi blueseggiante a seconda del timbro che decide di usare. Si parla sempre di una song dal ritmo sostenuto con il nostro Thunder esplosivo e dinamitardo, con un bel groove dimezzato sul charleston con accenti a piatti "aperti" mentre le chitarre offrono una gamma di appunti, mezze note e altri orpelli tutti atti a incesellare il riff portante che pur non essendo questo "chi sa cosa" riesce a incollarti nell'ascolto. É quasi ipnotico giocato su scal classica e bicordi a cui fa da contro il basso, potente come non mai che riempie tutta la track dall'inizio e che si prende completamente la scena dopo il fantasioso break centrale subito a seguire il secondo ritornello; un specie di controcanto "sottosopra" che fa eco all'arpegio "smezzato" della chitarra. Chiamatelo "esercizio di stile" se volete ma sicuramente una figata per le orecchie e che da una verve in più alla canzone; l'assolo che precede questo ben di Dio è costituito da poche note, precise e nitide senza effetti strani o distorsori e infatti la limpidità del suono da quel tocco di classe che ci fa ancor più apprezzare l'armonia. Consideriamo poi che in tutto questo la vocalist si lancia in urla quasi ossesse a pieno diaframma, e tutto ciò che ci resta sono 4 minuti di pura magia non indivolata, non smitragliante ma galoppante con note mistiche hard appeal; anche il charleston aperto dal break alla fine ha un suo perchè, spargendo quel suono a tratti sinistro che fa breccia nel contesto anche della parole (Lights take me away - it's so dark and i'm frightned). Altra canzone che farà felice chi di Thunderstick ne è seguace.


Blackwing

Come abbiamo potuto constatare fino ad ora questo "Something Wicked This Way Comes..." gira bene, non fa gridare certo al miracolo ma è curioso e appetitoso perchè ci offre un hard rock con qualche spruzata di Heavy un po' particolare, sicuramente personale per diversi motivi; primo tra tutti la metrica di alcune song con giri non pari ma talvolta dispari, soluzioni non sempre scontate nella composizione e ultimo ma non meno importante, la personalità del gruppo che si discosta un pochino dal genere tout court. Che sia un pregio o un difetto questo non sta a me dirlo; talvolta il mestiere del recensore è un lavoro difficile perchè devi dare una disamina dell'oggetto molto obiettiva e imparziale ma allo stesso tempo devi essere sincero perchè comunque parli delle tue emozioni, delle tue sensazioni che una certa melodia ti trasmette... ed ecco qui che il tutto risulta maledettamente soggettivo a prescindere se il disco sia suonato bene o meno. E quindi ad essere sinceri vi dico che "Blackwing (Ala Nera)" con i suoi sette minuti risulta essere una delle song migliori se non forse la più riuscita di questo platter che piano piano, giungendo alla fine mostra il meglio di sé. Non deve sorprendere quindi questo testo misterioso e strano che parla di un'entità oscura la quale non è dato di sapere se sia benefica o maligna; il "Blackwing" che dà il titolo alla canzone capace di incenerire spiagge, mari e monti, di generare draghi volanti e di rendere pallidi e paurose le storie degli Angeli che portano in grembo (Pale Angel's tale see/the dragon in the skies...fly/new belladonna of the glow). Bellissima e teatrale la voce narrante di Lucie fin dall'inizio coinvolgente come non mai con un'interpretazione sofisticata ma limpida a dispetto di una riffica minima, solo 2 accordi accentati a coprire le strofe ma interessante è il fraseggio di Thunderbolt al basso che sorregge tutta la struttura con una cavalcata arrembante di note scintillanti; tuttavia non ci sorprendiamo più di una batteria sempre in "up tempo" efficace e sanguigna che fa crescere la canzone con il suo incedere in quattro quarti. Bellissimo il ritornello dove la vocalist sciorina una prestazione maiuscola addirittura superandosi e bello anche il motivo, con cadenza stop and go e coro semplice ma ad effetto che segue la stessa particolarità che ormai risulta più che un marchio di fabbrica; dopo l'ultima strofa del ritornello in quartina, una pausa di un quarto, cambio di ritmo con rullata accentata addirittura sul "campanaccio" della drumkit, ripetizione simil uguale con altra pausa: a questo punto è la linea di basso a riprendere l'encore iniziale per un'altra bellissima strofa cantata ancor più vigore rispetto alla fase iniziale. Cresce la song, crescono gli strumenti e sembra crescere anche la prestazione dei singoli musicisti, un coacervo di cantato che a tratti sembra quasi narrato e segue il seguente bridge in crescendo e il seguente ritornello ma questa volta seguito da un assolo dinamitardo, spumeggiante, sfacciatamente veloce che per la mia modesta opinione si mostra come il più riuscito e ispirato di tutto il platter. Un tripudio di note suonate con veemenza e potenza senza perdere di vista l'armonia dove alla fine di esso viene arrichhito con note più allungate che danno il cambio all'entrata dell'altra sei corde che continua il percorso con un legato epico, geniale finalmente imperioso che ci riporta ai fasti degli anni 80 in un dolce randez-vous: è incredibile perchè sembra che la band fino ad ora abbia giocato nel suonare le altre composizioni grazie alla loro lunga esperienza e confidenza con gli strumenti dandosi appuntametamento con questa song che sciorina tutta la loro inventiva. Niente da eccepire, una canzone dove non c'è una sbavatura che sia una da qualsiasi lato la si tratti, che sia tecnico o più d'impatto; una grandissima, grandissima track!


Thunder, Thunder

E si continua Signori essi; come il buon vino che più passa il tempo e più diventa buono e gustoso così si prospetta "Something Wicked This Way Come" che nel finale non accenna a placarsi ma anzi i ragazzi ci danno dentro che è una meraviglia facendoci gridare "FINALMENTE" all'unisono. Non mi confondete, non è che fino a ora, a parte una battuta a vuoto, i nostri non abbiano fatto cose belle degne della loro fama e esperienza: no no, tutto il contrario... ma dopo vari ascolti e almeno fino a questo punto si aveva la sensazione sì di un bel disco ma che comunque rimaneva un po' statico, incentrato più che altro su mid-tempo e che mancava di un po' di energia. Energia che viene sciorinata con questa "Thunder, Thunder (Tuono, Tuono)" che non fa prigionieri, non ammette cali di tensione, non dà respiro e  ti fa premere repeat sul lettore senza neanche avere la facoltà di accorgersene. Un treno in corsa, indiavolato, incazzato, infuriato senza freni e senza paura, un Thunderstick scatenato con un ritmo quasi Power/thrash veloce che picchia e galoppa come l'ultimo cavaliere dei Templari nella battaglia decisiva (e forse è cosi visto che siamo in chiusura del cd e quindi anche alle sue battute finali); che sia voluta o meno la cosa non ci deve interessare visto che qui si fa sul serio, si risvegliano vecchi ardori mai sopiti che sotto la cenere hanno sempre una vita longeva e ben distinguibile. Si canta con forza e senza pensare alla tecnica, si pronunciano parole velocissime nel bridge come mai non era accaduto prima nella storia discografica del gruppo portandoci alla mente reminescenze quasi thrash nell'approccio, chitarre fiammanti che finalmente graffiano nel riff portante e nella diteggiatura contrappuntata dell'ascia gemella; testo potente quasi eretto a inno (I am the one you love to fear/it's getting blacker than black/comes another attack/you better run for cover/'cos my father's high above you) che non lascia spazio a interpretazioni e un Chorus perfetto che farà seguaci urlanti in sede live creando un orda di mostri cantilenanti. É proprio il ritornello il punto di forza della song, giocata vincente a beneficio di tutta la prestazione, un vero e proprio tocco magico. Potente, veloce, melodico e schifosamente cantabile, fottutamente energico e suonato potente e preciso. La voce è maschia, potente e rispetto alle altre song ancor più aggressiva se vogliamo, in un approccio heavy duro e puro, come a sottolineare che quando serve la band sa picchiare duro e non ha perso un'oncia della sua potenza; non sono vecchietti rincoglioniti come in molti potrebbero pensare e questa "Thunder..." sta a evidenziarlo senza timore alcuno. Le parole non sono messe a caso ma anzi si sposano bene con il suono nervoso e dinamitardo. "Tuono, Prenditi cura di te perchè la potenza è con me" è una frase che presa singolarmenete riesce da sola a delineare un quadro di tutto il resto di questa gemma sonora: il basso su scala è letteralmente fantastico, un giro bellissimo sul ritornello cosi potente da far schizzare le casse a tutto volume perchè si, questa canzone va asoltata sicuramente ALOUD!!!! Precisa la modulazione di un simil bridge che precede una pausa, un respiro in mezzo a questa corsa infernale: un arpeggio soave, lussurioso sorretto da accenti di Ride e Splash meraviglioso, con un armonia di gusto e classe che precede un assolo fantastico, melodico, veloce e funambolico opera del mancino Dave Kilford, talentuoso e misconosciuto axeman inglese. ragazzi credetemi, qui non c'è una singola nota fuori posto, nessuna sbavatura, nessuna incomprensione e nessun tentennamento: questa è una track da gustare e da cantare a squarciagola e sono convinto che lo farete, voi fruitori di musica pesante! Un'altra grande Hit che si gioca il primo posto con la precedente "Blackwing".

I Close My Eyes

Ma non è finita qui perchè il vero gioiello è posto nella song finale, un diamante grezzo per sentimento e parole che riuscirebbe a emozionare anche jason Voorhes in persona. Una song toccante, delicata che ti prende per mano e ti accompagna negli abissi dei tuoi sentimenti, quelli più intimi e quindi più difficili da mostrare; il cuore di Thunderstick è enorme ed è dolce costatare che anche lui, dietro quella maschera paurosa e pazza, quelli atteggiamenti Edonistici e provocanti sia una persona umana con un'anima si ribelle ma angelica. "I Close My Eyes (Chiudo i miei occhi)" che chiude il lavoro non è altro che una poesia in musica dedicata alla ex vocalist della band Jodee Valentine (la quale è stata anche moglie di Thunderstick) scomparsa due anni or sono all'età giovane di 56 anni. Una chiusura fantastica e emozionante, una ballad talmente bella nel suo essere da non poterla descrivere a parole perchè neanche un milione potrebbero speigare ciò che si prova nell'ascoltarla; se si è soprattutto fan della band e conosciamo un po di storia è difficile rimanere insensibili alla melodia, che ricorda vagamente alcune cose dei Manowar più "dolci e intimi" (tipo Master Of The Wind) ma comunque originale e amorevole, poetica e suadente: un ricordo, un atto dovuto a chi di questa band ne era la frontwoman  e che per un periodo è riuscita a domare il cuore del batterista più eclettico degli ultimi anni. Basterebbe il ritornello per tentare di esplicare un'emozione che non può essere fotografata perchè essa corre, si avvinghia in divenire non risultando statica e fine a se stessa.
You wished for everyone
to know just who you are
like a rising melody above a loud guitar
the woman that you craved
couldn't help you with the price you paid
building castles with a falisty of highs
i close my eyes
Cosa dire di più??? Fare una disamina della song sarebbe fuori luogo perchè ci sono certe cose che non possiamo spiegare con obiettività sincera... ma vi basti sapere che essa, ascoltata alla fine dell'album o presa singolarmente, toccherà i cuori di gran parte di voi non solo dal punto di vista emozionale ma anche da quello operistico. Perchè è una ballad bellissima, forse un pochino ruffiana ma senza volerlo essere, una chiusura e un affresco atipico per questo gruppo che ancora una volta senza pensarci due volte si è rimesso in gioco, come in una partita di dadi infinita con la sorte. Sorte beffarda che non ha arriso alla povera Jodee ma che ha fatto si che quest'ultima ci lasciasse in dote il primo album Thunderstick (The Beauty And The Beast, n.d.a.) e questa canzone come a voler mostrare che anche quando in questa vita terrena non ci saremo più, il ricordo sarà la nuova vita per chi resta e certe cose, si sa, semplicemente...NON FINIRANNO MAI.


Conclusioni

Siamo dunque arrivati alla fine di questo viaggio: un ritorno in sordina, che di certo non ha potuto godere degli annunci sul giornale, diciamo così. Eppure è riuscito a vincere e soprattutto a convincere, facendo breccia nei cuori degli appassionati e non solo. Abbiamo scavato a fondo nella carriera del nostro Thunderstick, svelando ogni volta i pro ed i contro di ogni suo lavoro, di ogni sua scelta artistica. Dischi a volte belli a volte non propriamente esaltanti, a volte convincenti altre volte forse troppo "leggeri", a discapito di un immagine Horro che mai, comunque, è tramontata o ha subito modifiche. La maschera del Nostro è rimasta inalterata, la sua teatralità minimamente intaccata... Thunderstick è Thunderstick, nel bene e nel male. Ed è questa la vera forza di questo lavoro, la forte personalità di un mastermind che mai ha ceduto alle avversità od allo scorrere del tempo. Parliamoci chiaro: molti musicisti avrebbero potuto optare per un cambio radicale di immagine, decidendo di immettere nel cicruito un disco "semplice" che ricordasse i fasti del passato, senza che questo venisse rivissuto in pieno. Dismettere i panni del batterista bestiale, mascherato, folle ed imprevedibile: un'espressione inesistente nel database di un musicista rimasto duro e puro, fino in fondo, fino alla fine. Il rischio concreto di fallire era pericolosamente dietro l'angolo e "Something Wicked This Way Comes" non avrebbe fatto eccezioni né si sarebbe meritato una promozione sulla fiducia. Tutto il contrario, in molti avrebbero potuto considerare inutile un comeback del genere, figlio solamente della volontà di Barry di rimettersi in gioco. Che se ne dica, il suo nome non è mai stato troppo acclamato (purtroppo); ed è più semplice che un fan del Metal attenda (a ragione, ci mancherebbe) con trepidazione un nuovo disco di Metallica ed Iron Maiden, anziché di Thunderstick. Proprio in virtù di questo, il folle drummer partiva forse avvantaggiato rispetto a molti colleghi, avendo piena consapevolezza del fatto che chi non ha nulla da perdere - in fondo - può solo vincere. Non ci ritroviamo fra le mani un prodotto da antologia o da trasmissione diretta ai posteri, chiariamo: ogni canzone ha i suoi punti forti ma anche qualche lato in sé da "rivedere", e solo in un esiguo terzetto di brani si può davvero urlare al miracolo, alla riuscita perfetta, al capolavoro. Preso nel complesso, "Something Wicked This Way Comes" risulta però "solamente" un buon disco e nulla in più di questo. Godibilissimo ed anche divertente, sicuramente in grado di coinvolgere e soprattutto di fare la felicità di chi ha masticato l'età d'oro dell'Hard n' Heavy, vivendola in prima persona. Di acqua sotto i ponti ne è effettivamente passata: tante cose erano cambiate dallo scioglimento dei Thunderstick fino al ritorno di Barry. Il Metal è indubbiamente cambiato, tanti nuovi generi hanno preso anno dopo anno il sopravvento focalizzando su di essi l'attenzione del pubblico Metal, sempre più rinnovato fra le sue fila, grazie a continui ricambi generazionali. I mostri sacri rimangono intoccabili, fissi nell'Olimpo delle leggende... ma il nuovo avanza, creando nuovi miti a cui donare i propri tributi. Come riesce, dunque, Thunderstick, a farsi notare? Il discorso era già stato intrapreso poco sopra: CARATTERE. Personalità se vogliamo, adoperate pure il termine che più vi aggrada. Perché se il thunderdrummer può dare davvero una lezione ai giovani d'oggi, questa è insita proprio nel mostrare i propri attributi senza vergogna e senza paura. Mostrarsi sempre fieri, sfoggiare una faccia tosta non indifferente, grazie alla quale proporre la propria Arte in maniera sfrontata, quasi facendola piacere "a forza". Della serie: non sarà nulla di nuovo, ma conquista. Non importa ciò che si suona, conta il come. Ed in quanto a "come", Thunderstick non può certo dirsi bisognoso di lezioni o di ripetizioni. Tutto il contrario, "Something Wicked This Way Comes" potrebbe nel suo piccolo insegnare più di un qualcosa a tanti giovinastri ipertecnici che, nel corso delle proprie brevi carriere, sembrano aver dimenticato che non conta troppo l'esser bravi ed irreprensibili... quanto avere degli attributi infuocati e fumanti, in grado di trasmettere energia e vivacità ad un pubblico ormai sempre più passivo ed intransigente.

1) Dark Night, Black Light
2) Don't Touch i'll Scream
3) Go sleep with the Enemy (I dare Ya)
4) The Shining
5) Encumbrance
6) Fly 'N' Mighty
7) Lights (take me away)
8) Blackwing
9) Thunder, Thunder
10) I Close My Eyes
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