THUNDERSTICK

Feel like Rock 'n' Roll?

1983 - Thunderbolt

A CURA DI
FRANCESCO NOLI
03/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Thunderstick esordisce nel 1983 con questo E.P. di quattro pezzi e lo fa sempre a suo modo, non curante dei giudizi della gente sia essa appartenere agli ascoltatori o agli addetti ai lavori. La sua decisione può apparire bizzarra nel chiamare a sé il bassista (e allora suo cognato) Ben K. Reeve, il chitarrista Chris Martin (già coi Persian Risk) e l'altra ascia Wango Wiggins Hay (Billy Karloff & The Extremes, gruppo power pop inglese) ma soprattutto desta scalpore la voce femminile di Anna Maria Carmella Borg, sconosciuta al tempo; non è cosi in effetti, poiché dietro tale scelta ben si cela una spiegazione razionale e ben ponderata: Thunderstick vuole infatti creare un'immagine alla "Bella e la Bestia" ed è per questo che assolda una donna a cantare come contraltare alla sua figura da pazzo masochista malvagio. Anche per mettere a tacere le voci di quei movimenti ultrafemministi che tanto vogliono il suo scalpo, vira verso un Power Pop New Wave sì ruvido, ma chiaramente ammiccante all'easy listening radiofonico molto lontano da quelle sonorità Heavy/Blues dei Samson per il quale era diventato famoso. Prima di addentrarci nel discorso, dati sì i vari "indizi" da me disseminati lungo quest'apertura di articolo, è bene partire alla volta di un piccolo ripasso circa la vita artistica dell'istrionico batterista, ripercorrendone almeno le tappe fondamentali. Come già detto in precedenza, il suo nome risulta indissolubilmente legato ad un monicker a dir poco leggendario per tutti gli amanti della NWOBHM, reso tale grazie alle sue grandi doti di performer e musicista: ovviamente citiamo i Samson come esperienza fondamentale del Nostro, con i quali registrò ben tre album a cavallo del 1979 e del 1981: "Survivors", "Head On" e "Shock Tactics"; soprattutto il secondo è considerato ad oggi una delle pietre miliari dell'Heavy Metal inglese, un album anche iconograficamente riconoscibilissimo e qualificante in tal senso della figura di pazzo scatenato ben rappresentata da Thunderstick. Lo vediamo infatti brandente un'ascia e ben vestito secondo una strana moda a metà fra il sadomaso ed appunto un abbigliamento à la Judas Priest. Gilet nero, muscoli in vista, più un curioso dettaglio: una maschera di pelle, coprente il suo volto in maniera quasi totale. Questa la figura, questo l'estro creativo di un personaggio a dir poco sui generis. Un personaggio che, anche se per breve tempo, fu assiduo visitatore della nostra penisola, viaggiando in lungo ed in largo per il sud Italia, all'epoca batterista per la band The Primitives. Esatto, stiamo esattamente parlando del complesso guidato da Paul Bradley Couling, altrimenti noto come Mal. Un'esperienza che non durò tuttavia che un tour ed un pugno di concerti, in quanto Thunderstick, come già detto, vide nel (all'epoca) nascente fenomeno dell'Heavy Metal la sua definitiva folgorazione sulla via di Damasco. Fu per poco addirittura batterista degli Iron Maiden, fra il 1977-1978. Seppur l'esperienza fu assai breve, Steve Harris ebbe modo di "ricordare" assai bene il personaggio: fra le tante leggende che accompagnano tutt'oggi il nome di Barry Purkis (il Nostro all'anagrafe) ve n'è una piuttosto singolare, la quale lo vede crollare dal sonno proprio nel mentre di un concerto, smettendo improvvisamente di suonare, chiudendo gli occhi e rimanendo comunque seduto sullo sgabello della sua batteria. Non solo follie, in quanto la sua abilità venne riconosciuta anche dopo il suo breve stint con la vergine di Ferro; gli venne infatti chiesto di tornare esattamente due anni dopo, nel 1980; egli comunque rifiutò, per l'appunto in favore della sua creatura, i Samson. Gruppo che gli permetteva di fatto di sfogare ogni sua velleità artistica: dal suono potente e selvaggio all'abbigliamento / presenza scenica sopra le righe (esibizioni in gabbia, letteralmente, più il suo look sadomaso coniato seguendo varie icone Horror del cinema anni '60-'70). Questo, dunque, Thunderstick. Un musicista estroverso e sopra le righe, in grado di rimettersi in discussione ogni volta in maniera differente, fregandosene totalmente dell'altrui giudizio; sia esso chiacchiericcio o carta stampata, naturalmente. In ogni caso, il Nostro ha sempre fatto ciò che più lo ha stimolato, compreso il rilascio di questo breve ma intenso "Feel Like Rock 'n' Roll?", riportante sulla copertina il suo volto mascherato ed incappucciato. Una cover a dire il vero inquietante, più adatta per un concept Doom o comunque estremo (col senno di poi potremmo accostare quest'immagine ad una demo Black Metal rilasciata in maniera indipendente!) , anziché ad un sound a cavallo fra l'easy listening e la NWOBHM. Partiamo dunque alla riscoperta di questa perla, ansiosi di conoscere ogni aspetto della vita di questa poliedrica quanto discussa figura, in grado di stupirci ogni volta in maniera sorprendente.

Feel like Rock 'n' Roll?

Si da l'inizio alle danze quindi con la prima traccia che porta il nome dell'esordio e già dai primi secondi ci si accorge di una certa e sostanziale inversione di stile, rispetto a quanto udito in precedenza con i Samson; batteria sostenuta in 4/4 e basso pulsante con una diteggiatura semplice ma efficace, di quelle che ti si stampano subito nelle orecchie, facile da assimilare e da ricordare mentre una chitarra quasi scordata si produce in effetti un po' spaziali alla Hawkwind (quelli più soft). Dopo 4 battute la seconda ascia sciorina riff basilari e quadrati molto semplici andando dietro alla voce di Carmella volutamente "urlata", a tratti quasi sgraziata ma ponderata e sicuramente intonata e efficace; tuttavia la canzone è molto semplice e lineare con 8 strofe più bridge molto simili, richiamante un certo power pop alla Missing Person: roba molto lontana dall'Heavy Metal tradizionale di quei tempi se paragonata a Maiden, Judas o Accept, tanto per citare i primi tre che vengono alla mente. Risulta comunque accattivante e allegra ascoltandola e se non conoscessimo l'autore di ciò che sta dietro all'immaginario di questo gruppo potremmo essere tratti in inganno affibbiandola a qualsiasi band "easy" degli anni '80 che tanto popolavano la scena Brit del tempo (e anche ora). Una song che non è volutamente radio friendly ma che rientra appieno in questo calderone, con un assolo di chitarra a metà del brano molto melodico e non tanto pretenzioso con quel coro sbarazzino e allegro che getta l'ascoltatore effettivamente un po' in confusione; la luce della melodia va a braccetto con l'immagine dark del gruppo ed è questo che spiazza gli astanti credendo di avere tra le mani musica più dura, maligna e misteriosa. Le doti compositive non eccelse ma comunque distintamente capaci di rivaleggiare nella scena vengono fuori anche dal break accattivante dove le twin guitars si fermano, lasciando spazio alla sezione ritmica e ai cori che intonano il ritornello quasi fosse una litania gioiosa composta da pazzoidi ospiti in un manicomio nell'ora di aria libera concessa dall'istituto. Quel "Feel Like Rock'n'Roll Tonight" ripreso molte volte solo con chitarre e poi con basso e batteria è atto propriamente, come stessa ammissione della band, a creare una sorta di liturgia esasperante ma al contempo melodiosa  abile nel suscitare curiosità anche a chi al primo ascolto storcerà il naso davanti a cotanta "mielosità". E' buffo e a tratti severamente esilarante sentire la batteria nervosa con rullate tipicamente heavy/rock su un tappeto costruito da note "leggere" e mai in distorsione pura: sicuramente un inizio sibillino sinceramente non malaccio per chi scrive.

Aliscia

La seguente "Aliscia" continua sulla stessa lunghezza d'onda della track precedente dipanandosi addirittura su lidi molto più pop e a tratti incredibilmente commerciali come non ci si aspetterebbe; infatti essa inizia con otto battute di chitarra zanzarosa e un riff a creare un tappeto "suspence" che fa da viatico a una voce pulita, bella e intonata anche se dal timbro acuto e soave. E' proprio questa la forza o la pecca della song (a seconda dei gusti o di come la si percepisce nel contesto), che si regge e vive di luce propria grazie al registro di Anna Maria le quali doti vocali appaiono già, alla seconda canzone, notevoli e piacevoli. Le strofe vengono rafforzate alla fine delle frasi dai fraseggi ancora una volta sbarazzini delle chitarre creando un'atmosfera subitanea ampollosa ma non nauseante che lascia al coro spazio per la voce della singer, con quel "I Hear You Calling In The End" efficace e pungente. E' una canzone nel complesso semplice, essendo un 4/4 allegro... anche se la forza di essa consiste nelle sfumature e nelle soluzioni con cui i nostri affrontano Chorus/Bridge (sì, proprio cosi, un po' "al contrario"), assolo e ancora una volta ritornello, con le note allungate in simil fraseggi della prima chitarra e un riff della seconda che entra prepotente su scala mentre la batteria, a questo punto, si avvale anche dell'uso del "campanaccio" creando un sound atipico ma gradevolissimo. La fantasia di certe soluzioni risalterà dopo un paio di attenti ascolti poiché è proprio in questo punto della song che possiamo trovare un piccolo duello tra le asce che si alternano richiamandosi in piccoli assoli  a tratti dissonanti con effettistiche alternate "rumorose" per poi riprendere il ritornello. La chiusura è leggermente cadenzata, con gli strumenti all'unisono che chiudono la prima parte di questo E.P., il quale almeno per ora ci consegna due canzoni simili ma contemporaneamente diverse, dove luci e ombre (sia musicalmente che concettualmente) si alternano. Il concetto tra luce e ombra, come forse avrete capito, sarà bene o male una costante per tutto ciò che riguarda l'universo Thunderstick in toto, sia musicalmente che visivamente.

Runnaround

Il lato B si apre con "Runnaround (Correndo in tondo)" e sinceramente, pur con tutto il bene che posso voler sia al gruppo che all'artista in questione, appare alle orecchie palese che si tratti del brano più debole dell'album; non perché difetti di una struttura approssimativa o scolastica ma sempicemente perché risulta, dopo svariati ascolti e a conti fatti essere una canzoncina di riempitivo, presa e messa li tanto per rimpinguare il lavoro in questione. Insomma, il classico filler buttato nel mezzo per far numero, o comunque rimpinguare sufficientemente una scaletta che altrimenti sarebbe state troppo debole o magari solo "corta"; ci ritroviamo quindi un qualcosa che riesce (anche se non in maniera malvagia) a "far massa" aumentando il volume dell'E.P., non lasciandolo troppo sguarnito e donando al pubblico del materiale comunque non esiguo con il quale fare i conti. Tre pezzi, in effetti, sarebbero stati troppo pochi. Meglio quattro, anche se uno di essi risulta non propriamente brillante? Ai posteri l'ardua sentenza.  La risata tenebrosa e agghiacciante posta in apertura mal si lega a tutto ciò che segue sia a livello lirico che musicale. Mi spiego meglio. Il riff stoppato e trainante che da un po' l'incipit di tutto il brano non è graffiante, gira un po' a vuoto e anche la struttura vocale appare a tratti una nenia quasi filastroccante che ha il valore di una birra analcoolica messa sul tavolo in un banchetto per alcolizzati. Camilla possiede una voce ben impostata e squillante ed è l'unica nota positiva di questa song... altrimenti modulata in modo cartoonesco, se mi passate il termine; il giro portante come detto può essere rubato a qualsiasi gruppo AOR in voga a quei tempi e anche se il ritornello è arioso, con i cori che inseguono la voce portante e un legato melodico che preso a se non sarebbe malaccio, non influisce più di tanto sulla dinamica di una canzone che risulta essere priva di mordente. La batteria è sempre nervosa ma priva di groove con l'assolo quasi inesistente: questa non è una pecca in sé, visto e considerato il fatto che molti brani si possono strutturare anche senza parti solistiche. Riascoltando più volte questo pezzo, però, a distanza di 30 anni, ancora non mi convince e risulta un po' troppo mieloso anche per le sonorità pop di questo LP.

Buried Alive

Va sicuramente meglio con la seguente "Buried Alive (Sepolto Vivo)" ultima canzone che chiude anche questo primo vagito del nostro supereroe musicale mascherato. Anche qui non ci si può certo sperticare nel declamare questa song memorabile o fantasmogarica, ma almeno possiede quella forza e quell'impatto atti a stuzzicare la curiosità dell'ascoltatore. Basata su un riff mid tempo martellante sempre con la voce in primo in piano, ha la capacità di sfociare in un ritornello stoppato dove Camilla gioca con tonalità anche più alte, dando una sfumatura sennonché degna e caleidoscopica a una verve dei nostri un po' in appannaggio. Dopo il secondo chorus e un cambio in 4 battute dove la batteria tesse un ritmo arrembante vi sono due assoli, rispettivamente eseguiti dalle 2 chitarre usate a twin (metodo questo che ha fatto la gloria di Iron Maiden, Judas e compagnia suonatrice) brevi ma efficaci, né lunghi ne corti ma giusti nel contesto della forma/canzone. Si riprende il ritornello che poi viene ripetuto tra "svisate" chitarristiche e la precisione di una sezione ritmica che anche se non fa niente di miracoloso risulta essere pachidermica e indispensabile. Possiamo dunque dire che questo brano abbia salvato l'E.P. nel proverbiale "calcio d'angolo", donandoci un altro brano capace di trainare la nostra voglia di ascoltare "Feel..." almeno sino alla fine, dandogli comunque una possibilità ben marcata. Parliamo comunque di una track che senza dubbio riesce a slegarsi dal contesto precedente, assumendo una sua personalità e non relegandosi al ruolo di filler, di riempitivo. "Buried..." è un brano denso di caratteristiche ben riconoscibili ed in grado di farsi vedere, di farsi percepire, di farsi in qualche modo notare. Già di per sé parliamo di una dote essenziale, per un brano di qualsivoglia genere. Non possiamo certo gridare al miracolo, ma neppure castigare in maniera giustizialista e totalitaria un gruppo che sta cercando comunque di farsi notare, nel bene e nel male, riuscendoci sicuramente, salvo qualche piccolo inciampo.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo breve seppur intenso viaggio, di sicuro non ci ritroviamo a corto di parole o comunque disinteressati a tal punto da non poter esprimere neppure un piccolo giudizio. Al contrario, "Feel..." è un E.P. in grado di fornire molto materiale su cui discutere, un qualcosa che in un certo senso riesce a creare assolutamente spunti di riflessione sui quali confrontarsi, magari impugnando una bella birra e lasciando che il discorso fili da sé, come tutte le "tavole rotonde" musicali alle quali noi metalheads siamo abituati. Partiamo subito da quella che ritengo la pecca maggiore del mini-lavoro, ovvero il suo essere sostanzialmente spaccato in due, diviso da un solco decisamente appariscente. Due pezzi molto buoni, altri due forse un po' debolucci, non in grado di reggere il confronto con un inizio da manuale. Proprio questi ultimi due brani risultano un anello debole, spogli come sono di spunti ed idee interessanti. Salvando comunque "Buried Alive", anche se non in toto, almeno il discorso può essere maggiormente indirizzato verso "Runnaround". Soprattutto in quest'ultima non ci sono fughe e non c'è l'estro dei primi due pezzi in avvio; aggiungiamo poi i piccoli inciampi dell'ultima traccia, possiamo tranquillamente affermare, in sostanza, quanto il lavoro in un certo qual modo prenda una parabola discendente. Non per questo si può etichettare "Runn..." o "Buried..." come songs "a vuoto", ci mancherebbe altro. Il proverbiale "proprio" Thunderstick lo ha fatto e non possiamo certo recriminare su questo, le intenzioni erano buone e si sono alla fin fine concretizzate in fatti non certo da poco, o scialbi. Il prodotto c'è e si vede, possiamo percepirlo e possiamo parlarne: questo già di per sé salverebbe "Feel...", il fatto che a distanza di anni siamo ancora qui a discuterne, approcciandoci ad esso con curiosità e naturalmente rispetto. C'è poi anche da considerare che se la scaletta fosse inversa, ovvero il lato b al posto del lato a, il tutto (pur non cambiando di una virgola perchè comunque si parlerebbe sempre degli stessi quattro brani) risulterebbe però in crescendo e quindi in divenire, stuzzicando anche la fantasia e facendo ben sperare per l'imminente Full Lenght di debutto (all'epoca) già annunciato al tempo. Non è una critica ma semplicemente una considerazione che viene spontanea fare, quando prendiamo in esame un disco e lo mettiamo a 360°, valutando e cercando di capire tutto il contesto, sia esso musicale e professionale... e quindi anche di scaletta ed altre cose da addetti ai lavori. Il fatto che poi queste songs non verranno riprese per il debutto a lunga distanza seguente, comunque, con il senno del "poi", ci fa fare qualche domanda e capire il percorso astruso dei nostri... ma questa è un'altra cosa che andremo a leggere tra poco! Per il momento possiamo comunque goderci una perla in sé per sé rara e da molti dimenticata. L'esordio in E.P. dell'istrionico ed indomabile Thunderstick, in grado di far parlare di sé anche a distanza di anni. Dote non certo comunissima, tanti musicisti ben più "preparati" hanno finito con l'annegare nel calderone del dimenticatoio, lasciando solamente ombre e cenere dietro il proprio cammino. Quella maschera, però, non possiamo dimenticarla. In un modo o nell'altro, stiamo pur sempre parlando di un pazzoide armato d'ascia e ricoperto di pelle, in grado con il suo apparire di shockare i perbenisti, conquistando di contro quel giovane pubblico che, in quegli anni, bramava trasgressioni di questo tipo. Se non piace ai genitori ed ai professori, dopo tutto... va bene così!

1) Feel like Rock 'n' Roll?
2) Aliscia
3) Runnaround
4) Buried Alive
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