THUNDERSTICK

Beauty and the Beasts

1984 - Thunderbolt

A CURA DI
FRANCESCO NOLI
21/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Dopo l'e.p. d'esordio "Feel Like Rock'n'Roll" del 1983, tutto sembrò mettersi decisamente bene per Thunderstick e la sua band omonima. Musicalmente e non, la critica ed i fan della musica pesante sembrarono infatti maturare un certo interesse nei riguardi del gruppo, grazie anche ai numerosi show teatrali ed eccentrici come lo stesso protagonista-batterista a ricoprire il ruolo del gran mattatore, ergendosi con la sua pazzia ancor di più a vero istrione e arringa folle, come mai prima di allora. La band quindi, euforica al massimo, scelse i nuovissimi (a quel tempo, ricordiamoci che stiamo parlando di ben 35 anni or sono) Shepperton Studios di proprietà di Gary Numan, noto artista in campo new wave, situati nel bellissimo paesaggio quieto del Surrey, per proporre finalmente un qualcosa che risultasse di più ampio respiro in confronto all'e.p precedente. Non tutto andò però come previsto; permettetemi or dunque questo preambolo, a parer mio importante. Quando recensiamo un lavoro a prescindere della forma d'arte a cui esso appartiene e in questo caso la musica, non vi è solo essa; anche se chiaramente ne è la materia prima, poiché alla fin fine sempre di note si tratta. Vi sono una miriade di contesti e sfaccettature come per esempio il periodo a cui essa appartiene, le scelte e la vita del gruppo, i misteri di una nota invece di un'altra oppure anche il titolo che cambia all'ultimo momento... il perché di tale scelta e così via. Le dinamiche sono molte ma un L.P. è lo specchio non solo del talento dell'artista (o degli artisti) ma anche del suo umore nel periodo della gestazione del lavoro, dei suoi pensieri... praticamente si può dire che in un disco è raccolto, in un periodo spazio temporale che va dalla prima all'ultima nota, esattamente la stessa vita dei musicisti. Fatta questa premessa risulta molto più chiaro che se nel 1984 sei Thunderstick, un personaggio volutamente creato e votato all'immagine shockante per eccesso non solo coi fatti ma anche esteticamente, hai realizzato ben due dischi con uno dei più grandi chitarristi hard rock del tempo (anche se sottovalutato) il cui nome corrisponde a Paul Sampson e hai militato anche seppur per poco (9 mesi nel 1977) negli Iron Maiden, va da se che la folla si aspetti da te sempre il meglio del meglio, a torto o a ragione. Alla gente non interessa se sei perso nei tuoi pensieri o stai attraversando un periodo difficile, dove una flessione sarebbe più che ragionevole; tu sei Thunderstick il mascherato, l'eccessivo, il concia pelli, il pazzo, il turbolento, il deviato... da te chiunque si aspetta faville, senza se e senza ma. Il batterista, da persona scaltra ed intelligente qual è sempre stata, tutto questo lo sapeva più che bene. Cercò in virtù di questo di fare le scelte giuste, salvando il salvabile e donando al pubblico un qualcosa che potesse davvero accontentare tutti, senza distinzioni. Come primo atto "dimostrativo" silurò senza colpo ferire Camila Borg, che aveva cantato sull'e.p. di debutto, contestandole l'assenza di presenza scenica negli show dal vivo, vero punto di forza della band. Pesca bene chiamando la supersexy americana Jodee Valentine (la quale poi diventerà sua moglie, quando ormai il gruppo aveva cessato di esistere, deceduta solo due or sono... R.I.P.) che portò in seno alla band l'esuberanza e la trasgressione richiesta, amalgamandosi di pari passo all'eccentricità del frontman mascherato: inoltre, cosa non di poco conto, aveva una bella voce e interpretava proprio per questo motivo le nuove canzoni nella maniera migliore; soprattutto alive, dove la sua predecessore peccava. Gli auspici erano tutti positivi ma le cose non andarono come avrebbero dovuto: vuoi forse perché il magnetismo della n.w.o.b.h.m. nel 1984 si stava dissolvendo causa anche nuove sonorità che arrivavano da oltre oceano, vuoi perché il platter in questione era sì carino e misterioso ma non possedeva certo la caratura dei lavori dei colleghi Maiden ("Powerslave") e Judas Priest ("Defenders Of The Faith",  tanto per citare i primi due masterpiece del 1984). La verità non si sa e mai la sapremo al 100%, ma la mia intuizione rimane quella del "tempo" e dell'amalgama generale, e cioè: questo "Beauty And The Beasts" è un piccolino gioiellino hard rock "minore" della tarda N.W.O.B.H.M., non decollato perché immagine e musica non vanno di pari passo. E quindi anche i testi, anche se per lo più validi, non sconvolgono più di tanto l'audience come il fattore estetico della band stessa, alla fin fine solo esteticamente shockante ma non totalmente, né a livello di musica né a livello di liricità.

Contact Angel

L'iniziale "Contact Angel" parte bene con le twin guitars da subito in evidenza, mostrando bicordi muscolari con una digressione semplice ma efficace, dove i riff accentati e gli accordi sbarazzini costruiscono la base della song e preparano la strada alla bellissima voce di Jodee, che da subito spara cartucce non a salve. I rintocchi del "campanaccio" della batteria aiutano all'originalità della track, scandendo il tempo con quelle sonorità inusuali per un gruppo votato all'hard/metal; la tonalità alta ma non eccessivamente acuta della cantante, nelle prima strofe (più il seguente bridge) spinge il primo tassello di questo mosaico verso un'ariosità forse fin troppo sbarazzina grazie anche alla complicità di poche note di tastiera suonate là dove la strofa si conclude, per poi rinascere con la successiva. Il ritornello è melodico e accattivante e in questo frangente il basso risulta corposo con un bel suono nitido e pieno, risultando elementare essendo pizzicato sulle note portanti e senza "svisate", atto comunque a sorreggere la struttura della track. Tuttavia, nella fase centrale del pezzo, arriva l'estro della band che non ti aspetti. La batteria rulla un break sincopato (otto battute) mentre le chitarre rumoreggiano note "smezzate" atte a prendere fiato. L'intermezzo, se così vogliamo chiamarlo, non è altro che il preludio alla parte solista della 6 corde con un accelerazione improvvisa del nervoso batterista, dove scandisce il suo tempo sul "campanaccio e non sul charleston" creando un assist sonoro per il solo non tecnico ma di gusto a opera di Wango Wiggins. Nel minuto finale è carino il fraseggio dell'altra ascia Chris Martin e l'effetto boombastico che Thunderstick rende nel tocco del timpano a ogni fine battuta.

Afraid of the Dark

La produzione è sporca al punto giusto e giova parecchio all'album, soprattutto nelle canzoni più dure e indiavolate, come si evince dalla schizzatissima "Afraid of the Dark" (Paura del Buio), primo piccolo gioiellino dei nostri. Questa è una canzone che ai più distratti può apparire semplice e lineare in quanto la sua struttura non subisce specifiche e consistenti variazioni nei suoi 3:20 di vita... ma è ciò che troviamo o meglio sentiamo dentro i solchi del vinile che stupisce e ci fa drizzare sulla sedia, facendoci scapocciare a più non posso. Il drumming è selvaggio rasentando lo speed metal (non sto scherzando!), che in un 4/4 velocissimo e pazzesco nella sua esecuzione spinge al massimo volume la vita della song stessa; le vocals sono pulite ma aggressive, dove la nostra Jodee chiede alla sua ugola tutta la sua brillante nitidezza. La stoffa viene fuori sulle parole allungate nella melodia vocale sorretta da riff di chitarra precisi e granitici ma mai invadenti, quasi a tratteggiare la strada dove la dinamicità della song andrà a parare, coadiuvata da un basso portante ossessivo/compulsivo che risulta essere dolce connubio con il drumming leggero ma forsennato di Thunderstick. Altra forza di questa piccola gemma risultano essere i cori e il loro uso nonché impatto, esaltando quella componente melodica ma mai mielosa che la band, fin dal primo approccio, ha sempre manifestato; le voci dei controcanti che doppiano quella portante di Jodee oppure il coro stesso che altro non è che il titolo della canzone sono efficaci per il raggiungimento del risultato il quale risulta piacevole, dinamitardo e accattivante. Nessun solo qui e questo la dice lunga sull'entità ai limiti dello speed che questa seconda traccia ci dona, sorprendendoci non poco, soprattutto nel finale dove rimane una semplice litania di basso e il coro: se non è la vetta estrema del platter, poco ci manca.

Another Turnaround

Come a spezzare tanta prepotenza ci pensa la bellissima, struggente e darkeggiante "Another Turnaround" (Un altro ripensamento) dove la band Thunderstick vince e convince a pieno anche su sonorità più tenebrose, riducendo la velocità ma mostrando la parte più sensibile e... perché no? Sensuale del gruppo. Scritta proprio dal batterista una sera d'inverno sopra il tetto della sua casa, con un bicchiere di vino rosso e musica anni '70 in sottofondo, "Another Turnaround" nasce quasi come sfida a se stesso nel saper ripresentare pathos e atmosfere in chiaro/scuro che rimandano inequivocabilmente ad un Bowie più hard oppure al mistico e sua maestà Alice Cooper. E se ci pensiamo un attimo, a mente ferma, non è un caso: un gruppo con un'immagine e un'attitudine tale come i nostri, dove fin già dalla copertina (la stessa band ritratta sulle scale di un castello fatiscente con abiti gothic/vittoriani) esprime un linguaggio estetico che va "oltre" quasi tutto, non poteva mancare un'ispirazione all'Alice Cooper anni '70 o a una certa musicalità Glam/dark più dissacrante e dissacrata. La prova è celata su questi 8 minuti oscuri e leggeri, dove l'arpeggio di Martin si protrae per gran parte del pezzo; un arpeggio bellissimo, semplice ma tetro, quasi ipnotico,avvincente ben sorretto dalla sezione ritmica dove Barry (vero nome di Thunderstick) infarcisce il tutto con rullate brevi che danno mood senza cali di tono. La voce di Jodee è ancora più suadente, bellissima e naturale, risaltando ancor di più sulle note dell'arpeggio, enfatizzando frasi del tenore "Ti ho visto qui in un'altra vita" o "Cammino nella solitudine dell' oscurità eppure avverto la tua presenza". L'ipnotismo di questa atmosfera sulfurea diventa ancor più stratificato nel ritornello intonato due volte, sorretto sempre dall'accordo di pennata distorta della seconda chitarra che poi si alterna non in un banale 4+4 o 2+2 (ossia strofa/ strofa ritornello - repeat - ) ma in un tira e molla di strofa/ritornello/strofa/ritornello in un'alternanza che mette in risalto il contrasto tra la suadenza dell'arpeggio con il passo greve del riff; si ha proprio la sensazione di un sali/scendi continuo dove non c'è respiro. L'assolo in scala e in tonalità darkeggiante sprigiona una certa eleganza e come se non bastasse, dopo di esso fa mostra di sé un pianoforte classico che a strumenti silenti, non fa altro che riprendere le note dell'arpeggio di chitarra mentre la Vocalist non perde un colpo, mantenendosi sugli scudi fin quando tutti gli strumenti subentrano accompagnandola alla fine della canzone, chiusa con chitarra pulita. Un diamante oscuro che sancisce la fine della prima parte di "The Beauty and the Beasts"(per chi possiede l'L.P.) che per ora si dimostra nelle prime tre canzoni un album variegato, ispirato, dove la fantasia musicale supera la mera tecnica di artisti a quel tempo ben più blasonati.

Heartbeat (In The Night)

"Heartbeat (In The Night)" (Un battito di notte) risulta essere se non la gemella, la sorellina di "Afraid of the Dark" almeno per quanto concerne velocità, veemenza e durata. Fantastica l'intro dove una voce di ragazza, si presume un notiziario o comunque un report, riporta attacchi e sfaceli causati da entità strane (vampiri? Licantropi?) al volgere della sera, in particolare a notte fonda. Qui non c'è respiro, è una song indiavolata in tutto e per tutto, la batteria parte a bomba (anche qui richiami a tempi speed si sprecano), la chitarra non si ferma ai soli riff portanti ma fa tanto lavoro sporco sottotraccia, che solo chi ha un orecchio abile e di esperienza saprebbe cogliere al primo ascolto. La melodia vocale almeno sulle strofe può essere elementare ma a tratti dà l'impressione di essere robotica e ipnotica, pazzoide e geniale al tempo stesso perché si staglia su poche parole e frasi corte; tuttavia sono il timbro vocale e l'interpretazione che la nostra Vampira sciorina ancora una volta, a farci apprezzare una song abbastanza orecchiabile grazie anche ai cori che anche questa volta infarciscono il tutto in modo positivo. Il break con accenti di basso e cambio di tonalità unito a un assolo breve e efficace potrebbe far venire alla mente richiami vagamente glam, anche se la velocità di esecuzione è ben altra cosa rispetto al genere su detto; c'è da dire in proposito che il bridge è maledettamente azzeccato e che nel finale la voce si fa più aggressiva, senza mai eccedere nell'esagerazione o nello scontato. I pochi piccoli scream posti nella fase finale del pezzo sono una dimostrazione della sfrontatezza di Jodee, consapevole dei suoi mezzi e mai intimidita nel sfoggiare le sue doti al debutto.

Rich Girls (Don't Cry)

La stessa vocalist ammise a suo tempo di essersi unita al gruppo perché lo riteneva sensibile, affabile nel mescolare questo variegato eccesso estetico mescolato alla stregoneria non intesa in senso lato, ma come forma esorcizzante di certi clichè imperanti sia in Inghilterra che nella sua natia America. Un pezzo come "Rich Girls (Don't Cry)" (Le ragazze ricche non piangono), scritto a quattro mani dalla vocalist insieme al futuro marito batterista, vuole esprimere proprio questo, seppur abbastanza sardonicamente: "Ehy ragazzine viziate e ricche, che cazzo avete da piangere? Cercate un po' di ragionare con il vostro cervello senza farvi impadronire la vita dagli altri". Questo il messaggio di un altro cazzotto sui denti in fatto musicale, dove la batteria si calma ma con un up tempo tosto e cazzuto, sostenuto ma non forsennato; la curiosità di una chitarra che apre le danze molto più hard con un effetto metallico e freddo palesemente voluto e cercato per l'inizio della song, dove il preludio accentato degli strumenti ci mette in allarme. In quanto, come detto poche righe addietro, l'up tempo si evolve in una canzone anche questa orecchiabile e di facile presa, dove è ancora Jodee a venire fuori con le sue trame vocali e modulazioni di voce che danno sfumature gradevoli melodiche. Il ritornello è costituito da una voce che sembra venire dalle caverne, con un tono bruto possente imponente che fa da contraltare alla vocalist che qui assomiglia a un ibrido tra una Joan Jett più scapestrata e una Wendy O' Williams con più tecnica. Sono curiosi i controaccenti puntati del drumming nella fase centrale e l'effetto un po spaziale in sottofondo della chitarra pre assolo; Wango Wiggins non sarà un mostro di tecnica ma comunque era il guitarist giusto per la band giusta, essendo i suoi assoli mai lunghi o di "riempitivo" ma che con poche note sapeva dare quel che di particolare alle canzoni e quella particolarità era maledettamente azzeccata. la canzone finisce con un impennata stile speed di batteria e il riff portante doppiato e velocizzato sfumato.

In The Name of Father

"In The Name of Father" (Nel nome del padre) risulta essere un "divertissment" del gruppo il quale a conti fatti lo possiamo vedere anche come viatico alla seguente canzone che chiuderà questo disco. C'è confusione qui, come se la band volesse darci un messaggio che poi è insito nel titolo stesso della canzone: Nel Nome Del Padre tra sussurri brividosi misti a conversazioni con risate isteriche, donne che cinguettano dando l'impressione di essere possedute. Versi strani di voci maschili che a tratti però, nelle poche parole udibili, assumono un tono più solenne... mentre in sottofondo le note di un contrabbasso pizzicato a tratti alterni non seguono un vero e proprio fraseggio musicale, rendendo il tutto ancora più schizoide. Un melting pot di isterismo quasi free/acid/jazz con macedonia di parole fin quando una chitarra viene chiamata a esprimersi, partendo da lontano ma facendosi lentamente sentire man mano che questa isteria tende a placarsi; un assolo non ispirato che risulta quasi essere un allenamento. Chiaro che questo intermezzo non si tratta appunto di canzone vera e propria, come invece risulta essere la seguente.

Long Way To Go

La traccia conclusive è dunque "Long Way To Go" (Molta strada da fare). L'oggetto della discordia al tempo e anche adesso, una traccia carina ma atipica nel contesto del lavoro, forse un'esagerazione estrema portata all'eccesso dall'ego smisurato dei componenti della band e la loro natura eccentrica. Non fraintendetemi, questa non è una brutta canzone, anzi... a conti fatti risulta essere gradevole ma non è posta - se così vogliamo dire - nel contesto appropriato: per fare un paragone sarebbe come andare a teatro vestiti da ciclisti oppure ad un concerto Heavy Metal con indosso il Frac! Veramente beat, slow e pop si dipana con una batteria leggerissima in 4/4, la voce di Jodee greve che non piace per nulla perché risulta non essere nella sua tonalità... e il risultato, almeno di primo acchito, lascia più che perplessi con una chitarra che pizzica arpeggi in stile country/Fleetwood Mac (che per carità: parliamo di un signor gruppo ma insomma, a tutto c'è un limite!). Il ritornello è carino ma sembra un incrocio tra i Beatles nella fase Indiana e i coristi dei nostri Delirium mentre quando la vocalist decide di fare sul serio e cioè nei primi 2 ritornelli, dove tira fuori la sua vera voce, per un istante può sembrare in quel tratto anche avvincente. Non sto bocciando una canzone che comunque risulta carina, ma assolutamente fuori luogo e non nelle corde dei metal fan.

Conclusioni

Nomen omen, "Long Way To Go"; esattamente, molta strada da fare. Come se il pezzo in questione descrivesse esattamente la situazione della band di Thunderstick, come se il gruppo si fosse presagito cosa sarebbe stato e come, negli anni avvenire, nei lunghi e successivi silenzi che sarebbero seguiti alla pubblicazione di "Beauty and the Beasts". Ed è proprio parlando specificatamente di quest'ultima track, amici lettori, che sento il bisogno di compiere una riflessione generale, non potendo far altro che confermare quanto avevo già detto in apertura di articolo. Il problema, forse, è posto alla base: nel senso, ci troviamo dinnanzi ad una confezione la cui immagine non corrisponde poi all'effettivo contenuto, deludendoci una volta scoperchiato un vaso di Pandora che prometteva situazioni assai differenti da quelle che ci eravamo aspettati. Torniamo leggermente indietro nel tempo e proviamo a riflettere sulla N.W.O.B.H.M: a lume di memoria, diversi erano i gruppi a tema "horror" o comunque estremi nelle immagini, cui seguiva una musica all'altezza della situazione. Parlerei ad esempio degli sfortunatissimi Hell e del loro apparire estremo, indiavolato, seguito da testi e sound decisamente misteriosi, pesanti e sulfurei. Anche volendosi distaccare dalla corrente inglese, approdando in Danimarca, troveremmo i Mercyful Fate. Proprio nel 1984, la compagine guidata dallo shockante King Diamond bissava il successo di "Melissa" donando alle stampe il capolavoro "Don't Break the Oath". Anche in questo caso, intenzioni e musica andavano di pari passo. E potremmo continuare all'infinito: lo scalcinato Hard n' Heavy americano dei "sanguinari" W.A.S.P. di Blackie Lawless, impossibile anch'esso da dimenticare. Una sequenza di esempi che ho voluto riportare giusto per dar forza a questa mia opinione, non volendo imporla a nessuno (ci mancherebbe), posta a mo' di spunto di riflessione più che altro. Qui lo affermo e non lo nego: il mancato successo di Thunderstick è dovuto anche dal fatto che l'attitudine nonché l'immagine della band non si sono mai sposate con le sonorità leggere della band, e se da un lato questo dato (almeno in un primo momento) può essere risultato addirittura curioso e spiazzante, alla lunga ha inficiato e molto sulla vita di questi ragazzi, che avrebbero sicuramente potuto ottenere molto di più se avessero messo appunto alcuni dettagli di certo non di vitale importanza, ma comunque di un certo peso. Di sicuro quello dell'immagine - e di questo possiamo esserne certi - non sarà il problema principale, ma comunque  risulta a lungo andare uno degli ingredienti maggiormente sbagliati che non ha certamente aiutato Thunderstick; il quale (e lo ripeto!) non ha realizzato affatto un brutto disco, anzi. Ha pagato però un dazio abbastanza oneroso alle alte aspettative che il suo personaggio al tempo richiedeva. Un folle batterista mascherato che avrebbe senza dubbio potuto dare molto di più ed incalzare gli amanti dell'estremo, lasciandoli invece a bocca asciutta e preferendo donarsi ad un tipo di sound troppo distante dalla sua attitudine rozza e selvaggia. Un vero peccato: forse, posto sotto un'altra luce, questo "Beauty..." avrebbe potuto dire e soprattutto dare molto di più. Non lo sapremo mai con certezza, ma qualcosa mi fa pensare che possa essere effettivamente vero ciò che penso. Tutto un discorso di prospettive e luci sbagliate, alla fin fine... più un'attitudine in certi brani forse troppo easy listening e "leggera". Un errore che avrebbe potuto compromettere la carriera di chiunque... ma dopo ben trentatre anni di silenzio, di smentite e di reunion estemporanee (come al Keep It Truue del 2009) Thunderstick è ritornato rimettendosi in discussione, risolvendo clamorosamente a suo favore il dilemma che ha caratterizzato l'intera sua carriera. Questa, tuttavia, è una storia che sveleremo più avanti... intanto date pure una chance a "The Beauty and the Beasts". Qualora non partiate eccessivamente prevenuti ed abbiate semplicemente voglia di riscoprire una perla passata, qualora non abbiate chissà quali esose aspettative, vi potrebbe anche piacere!

1) Contact Angel
2) Afraid of the Dark
3) Another Turnaround
4) Heartbeat (In The Night)
5) Rich Girls (Don't Cry)
6) In The Name of Father
7) Long Way To Go
correlati