THE RUINS OF BEVERAST

Unlock the Shrine

2004 - Ván Records

A CURA DI
ALBERTO COSTA
04/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Torno a scrivere recensioni metal dopo quasi un anno di fermo. Spero di non essere troppo arrugginito e stuzzicare il vostro interesse nei confronti di quella che ritengo una delle più oscure e potenti realtà militanti nella sempre più affollata scena underground tedesca: The Ruins of Beverast, progetto proveniente dalla Vestfalia, regione nord ovest della Germania. The Ruins of Beverast condivide lo stato di origine con molti gruppi nati nei primi anni "90 diventati ormai di culto tra gli ascoltatori di Black Metal: trai più noti e amati troviamo i Moonblood, gli Ungod, Falkenbach, i Lunar Aurora, Nargaroth e i Nagelfar. Proprio quest'ultimo moniker ritornerà spesso parlando o leggendo di The Ruins of Beverast, dato che l'unico membro riconosciuto del gruppo è Alexander Von Meilenwald, fino al 2002 batterista dei Nagelfar. Dopo lo scioglimento di questa band, con cui Meilenwald registrò i tre album che ora vengono ricordati e celebrati come punte di diamante del black Metal atmosferico tedesco a cavallo tra anni '90 e 2000, il batterista non si fermò. In un intervista del 2007 afferma di aver voluto proseguire dove i Nagelfar si erano fermati con "Virus West", il loro ultimo album, uscito nel 2001. Disco in cui atmosfere e violenza si mischiano alla perfezione. Il nome del progetto si rifà alla mitologia germanica, significa "Le rovine di Bifröst", ossia del ponte arcobaleno che collegava Miðgarðr, la Terra, ad Asgarðr, la dimora degli Dei. Il Bifröst venne distrutto durante quella che per tutte le popolazioni nordiche simboleggia la fine del mondo: il Ragnarök. Beverast è, secondo Meilenwald un diverso modo di chiamare il Bifröst. Come era tradizione in Europa negli anni '90, anche i progetti musicali di Meilenwald, assieme ad altri della scena tedesca erano affiliati ad un'organizzazione: la Wod / Vàn Brotherhood. Sono poche le informazioni riguardanti gli intenti della fratellanza, ma dalle risposte fornite dallo stesso Meilenwald, la Wod / Vàn aveva più caratteristiche in comune con l'Austrian Black Metal Syndacate di Abigor, Summoning e Pazuzu, piuttosto che col più famoso e insanguinato Inner Circle norvegese. Meilenwald sostiene infatti che lo scopo primario del gruppo era quello di unire sotto lo stesso nome i gruppi della zona che condividevano gli stessi interessi e obbiettivi, rendendo più semplice anche l'organizzazione di concerti e tour. I tre membri più importanti della fratellanza, nonché i fondatori, erano: Zingultus, cantante dei Graupel, Sveinn -Il capo e fondatore della Vàn Records, oggi etichetta rinomata per quanto riguarda la scena estrema underground tedesca- ed appunto Alexander von Meilenwald. Il nome Vàn è ripreso ancora una volta dalla mitologia germanico/ scandinava e richiamerebbe il mitologico fiume creato dalla saliva del gigantesco lupo Fenris. Il primo album rilasciato sotto nome di Vàn Records fu proprio il lavoro di debutto dei Ruins of Beverast: "Unlock the Shrine", uscito il 3 Agosto 2004 ed interamente prodotto nonché suonato da Alexander, con il solo aiuto di Gnarl (chitarrista dei già citati Graupel, occasionalmente anche voce dei Verdunkel) in fase di registrazione. A colpirci è immediatamente la cover, sinistra quanto minimale, altisonante quanto semplice nel suo evocativo bianco e nero. Siamo dinnanzi ad una sorta di nicchia, posta in modo tale da apparire come un portale, una sorta di collegamento fra il nostro ed un altro mondo. La parte centrale è dominata da uno strano grigio tendente al biancastro, asettico quanto inquietante, dal quale emerge un volto spettrale e minaccioso: abbiamo paura eppure non possiamo distogliere lo sguardo, curiosi di attraversare la soglia, come una specie di invito ad oltrepassare quella barriera; tanto che il retrocopertina reca una scritta in questo senso illuminante. "Reliquary of the White Abyss", "Reliquario dell'abisso bianco". Un portale spalancato su di un abisso completamente bianco, un invito ad oltrepassare la soglia per scoprire chissà che mondi; in alternativa, entrare in contatto con una coscienza superiore, acquisire i poteri di una conoscenza mai vista né percepita prima d'ora. Un biglietto di presentazione decisamente particolare e stimolante, una scelta semplice ma estremamente efficace. Come vedremo più in avanti, le cover del progetto risulteranno di seguito molto più elaborate e particolari, sempre alternando - comunque - uno stile minimal ad uno più ricercato e ricco di dettagli. Non ci resta altro da fare, giunti a questo punto, che immergerci pienamente nel mondo creato da Alexander, partendo alla scoperta di "Unlock the Shrine", sviscerandolo nella sua totale interezza. Eccoci pronti, dunque, a cavalcare il Bifröst ancora una volta.

Between Bronze Walls

Basta ascoltare i primi angoscianti secondi di questa opener, "Between Bronze Walls (Fra i muri di bronzo)" per avere una prima, forte anticipazione di quello che sarà il mood di "Unlock the Shrine". Un uomo spaventato piange, mentre recita un dialogo del film horror del 1987: "The Believer, I Credenti del Male", diretto da John Schlesinger e incentrato su omicidi rituali perpetrati da appartenenti ad una setta a sua volta appartenente alla Santerìa. Questa religione mischia elementi del cattolicesimo con quelli delle religioni animiste dell'Africa occidentale, era infatti praticata dagli schiavi che i coloni spagnoli portarono in Europa o nelle isole caraibiche al tempo delle grandi conquiste. I riferimenti a questo film sono continui nella prima parte della canzone, dove a dividere una citazione e l'altra o l'eco di un lamento lontano è un riff dal suono quasi pulito, semplice, con inserti di tastiera quasi spettrali e ancora qualche nota di basso distorta in accompagnamento. La traccia giunge ad una svolta quando l'ipnotico insieme sonoro si arresta per un paio di secondi. Qui prende campo una batteria ritmata, non eccessivamente veloce. La chitarra si lancia in un riff distorto ancora più cupo, qualche nota di tastiera mantiene un'atmosfera spettrale ed è ora che entra in scena la possente, caratteristica voce di Alexander von Meilenwald. Il testo, come la maggior parte di quelli dell'album e, più ampiamente, di quelli scritti da Meilenwald, ha come protagonista la morte. Nel caso di "Between Bronze Walls", il cupo mietitore è visto come unica salvezza da chi, tramite questi versi fa emergere il suo desiderio di porre fine alle sofferenze della sua esistenza. Consapevole del suo destino: morire tra mura di bronzo. A dividere in due il cantato e a fare da sostegno alla seconda parte di esso è un cambio del giro di chitarra, prima sottoforma di un assolo malinconico, poi come angoscioso accompagnamento. Nulla di troppo complicato, ma, anche grazie all'ausilio di tastiere e di alcune poco comprensibili voci registrate, l'atmosfera che si crea sul finale della canzone è molto suggestiva.

Skeleton Coast

In pezzi come "Skeleton Coast (Litorale dello Scheletro)" è racchiuso il segreto del successo dei Ruins of Beverast tra gli amanti del metal estremo. Per la maggior parte degli ascoltatori e degli artisti, quando si parla di Black Metal atmosferico, si intendono lavori incentrati sulla bellezza della natura o sulla vastità e varietà degli universi della letteratura fantasy. Così spesso va persa quell'oscurità, quel "Black" che sta tra atmospheric e Metal. Oscurità nella quale, invece, sono immerse le rovine del Bifrost, buio da cui provengono anche gli echi i suoni e le voci di questo pezzo.  Meilenwald vuole inquietare l'ascoltatore, angosciarlo, fargli venire i brividi lungo la schiena e convincerlo che una sinistra entità stia per punirlo, in quanto umano. I paesaggi, temporali o le imprese di eroi li lasciamo ai Summoning. Qui regna il terrore. Qualche confusa, lontana, debole e sinistra nota di tastiera precede l'arrivo della voce di un demone. Un demone che si rivolge con falsa calma alla razza umana, mentre cammina su questa spiaggia piena di scheletri. Non si sentono strumenti, solo effetti, sporadicamente la tastiera e i passi di questo essere, pesanti sulla sabbia, ricreati forse con l'uso di un tamburo, a cui però viene distorto il suono. "Tu uomo che hai evocato gli alti spiriti, lo sterminio di tutto ciò che è stato, pregherai quando arriverà la tempesta?" Una domanda che lascia interdetto l'eventuale interrogato, come se quest'ultimo avesse anelato con forza lo sterminio di tutta la razza umana, del tempo e della sua vita passata. Posto in un contesto di estrema solitudine, ecco che l'uomo arriva finalmente faccia a faccia con gli alti spiriti, i quali fra le righe gli domandano se la realizzazione del suo desiderio possa essere definita come una gioia od un qualcosa di cui pentirsi. Sta a noi intendere: se questo personaggio abbia desiderato la morte di tutto o magari la sua, stanco com'era di una vita pesante e ricca di sofferenze. Molto meglio vagare per una spiaggia irta d'ossa e teschi, ammirando l'inquietante silenzio che la circonda.

Euphoria When the Bombs Fell

Giungiamo quindi alla terza traccia, "Euphoria When the Bombs Fell (Euforia, quando le bombe piovono)". Come già detto, Alexander Von Meilenwald nei suoi testi intrattiene uno strano rapporto con la morte: a volte la invoca, la aspetta, la desidera, altre volte invece il pensiero della fine di una vita lo alleggerisce, a volte pare persino eccitarlo.L'ultimo citato è il caso di questo terzo brano, dal titolo quanto meno singolare ma comunque illuminante circa quanto abbiamo detto pocanzi. Chitarra e batteria irrompono sulla scena veloci e taglienti, portatrici di tetano, e proseguono in questo modo (blast beat e riff semplice) con variazioni minime, fino all'inizio della prima strofa. Stavolta la voce sembra provenire dagli abissi infernali, o dalla dimora di Yog-Sothoth, dipende di cosa ha più paura l'ascoltatore, ed è spesso sovrastata o resa poco comprensibile dagli altri strumenti. Questo genere di mixaggio sarà poi il marchio di fabbrica del successivo, enorme lavoro della band intitolato "Rain Upon the Impure". Tornando all'euforico bombardamento, dopo un attacco furioso, i ritmi rallentano leggermente lasciando spazio anche a dei cori liturgici, senza però che chitarra batteria e basso fermino la loro marcia verso la distruzione. Già, si parla proprio di marcia verso la distruzione, come ho scritto prima, anche questo testo contiene un elogio alla morte. Non più come portatrice di un cambiamento nella condizione dell'uomo, ma come fonte di piacere e di riunione con chi già è morto. Un'interpretazione plausibile vede questi versi come la ricerca della morte durante un bombardamento per riunirsi ad un'amante perduta. Col ritorno dei cori dopo l'ultima parte cantata sembra proprio che si voglia far passare la morte come un obbiettivo a lungo inseguito, come fonte di piacere, il piacere massimo. Infatti nel testo, le allusioni alla fine dell'esistenza vengono spesso accompagnate da riferimenti amorosi o a pratiche sessuali. Il tutto crea un disturbante quanto malato romanticismo.

God Sent no Sign

"God Sent no Sign", Dio non ha mandato segni, ma Satana e Meilenwald indirizzano alle orecchie dell'ascoltatore un tetro arpeggio tremolante, quasi ipnotico. Allo scadere del primo minuto sembra di sentire delle interferenze di segnale, che si rivelano poi essere lontane e distorte note di chitarra giunte da chissà quale profondità per accompagnare e quasi coprire quell'arpeggio che ancora continua dall'inizio della traccia. Non ci sono grandi cambiamenti nel pezzo, fin quando la chitarra elettrica non scema, lasciando spazio ad un inquietante suono di campane.

The Clockhand Groaning Circles

Un attacco più lento del solito e quasi melodico nella sua crudezza, apre una delle tracce più lunghe di Unlock the Shrine: la ritmata e ancora una volta malinconica "The Clockhand Groaning Circles (I cigolanti giri di una lancetta dell'orologio)". Come già successo per la opener dell'album, la prima voce che si sente non è quella del mastermind Alexander Von Meilenwald, ma uno spezzone con la voce di uno dei più famosi attori horror della storia: Bela Lugosi. Appena il più celebre interprete del Conte Dracula tace, inizia a ruggire il nostro black metaller tedesco. Stavolta le sue parole sprigionano dolore, agonia, paura e una gran dose di pazzia. Meilenwald racconta le orride visioni di chi sente la morte avvicinarsi e ne ascolta la dissonante melodia che lo renderà sordo. Inutile coprirsi le orecchie con mani tremanti. Inutile tentare di pensare ad altro, Nulla può ormai salvare l'anima dalla fine. Una delle caratteristiche di tutto l'atmospheric black metal è quello di utilizzare lo stesso riff anche per durate superiori ai tre o quattro minuti. Uno dei pregi di Meilenwald sta proprio nell'uniformarsi a questa tendenza, aggiungendo magari suoni di campane o tastiere, come in questo caso, e delle minime variazioni nelle parti di chitarra senza mai risultare noioso o ripetitivo. Il primo cambio sensibile avviene a circa tre minuti e mezzo di canzone, dopo un' altra citazione alla carriera horror di Lugosi. Si placa il temporale, finalmente, la voce di Meilenwald si riduce ad un sussurro maligno e le tastiere creano una gran atmosfera, accompagnate dalla batteria e qualche lenta nota di chitarra e basso. Parlato e sibilato si alternano nel recitare le ultime due strofe del testo, prima che il ritmo della canzone salga per un'ultima volta. Un'ultima galoppata di batteria, un arpeggio lontano e il sempre più deciso suono delle campane segnano la fine di questa traccia. Forse è vero, forse lo capterete anche voi, forse è solo nella mia testa, ma per quasi undici minuti, ho udito il ticchettio di una lancetta d'orologio.

Procession of Pawns

Arriva il momento di "Procession of Pawns (La processione delle pedine)", un'altra strumentale. Al rintocco delle campane che ci accompagna fin dal pezzo precedente si unisce un inquietante soffio di vento, delle percussioni e un pianoforte, il pianoforte più inquietante che io ricordi registrato in un album black metal. Il ritmo è marziale, scandito dalle percussioni, ipnotico, ritualistico, la affiancherei a certi momenti dell'Apprendista Stregone di Paul Dukas come genere di emozioni evocate dall'ascolto. Non escludo che possa essere stata proprio questa opera ad ispirare il pezzo. Le variazioni durante i quattro minuti di durata sono minime, solo qualche effetto a rendere ancora più oscuro quello che è un brano a mio parere perfetto per chiunque voglia tentare di spaventarsi con la musica.

Summer Decapitation Ritual

Dubito siano le trombe degli arcangeli quelle che sembrano suonare per dare il via a questo pezzo. Supportate prima solo dalla batteria, poi anche da una chitarra sempre tagliente e mai portata troppo in risalto sull'insieme sonoro. Questi devono essere gli annunciatori dell'Apocalisse. Il pezzo procede seguendo lo stesso schema che abbiamo visto caratterizzare tutte le altre tracce presenti in "Unlock the Shrine": riffs crudi, sostenuti da una batteria martellante e qualche pesante, cupa nota di tastiera, per ricordare che non c'è spazio per la speranza tra gli ascoltatori di questo gruppo. La particolarità di "Summer Decapitation Ritual (Rituale estivo di decapitazione)" sta nello stacco che c'è intorno alla metà della canzone: prima un coro di voci poco distinte appartenenti a flagellanti medioevali: (Monaci che per penitenza procedevano per le vie delle città frustandosi ad ogni passo, specie verso la metà del 1300 quando l'Europa era travolta dalla grande pestilenza) e il rumore di soldati in marcia, poi il ritorno delle tastiere che paiono trombe e danno luogo ad una specie di fanfara trionfale. Dopo poco, rientra in gioco la chitarra che esegue le stesse note, creando così l'unica atmosfera non disperata ma epica di tutto l'album. Col sopraggiungere del soffio di vento, la chitarra ammutolisce e piano piano scema anche la fanfara, restituendo il centro della scena a quel coro indistinto di cui ho parlato prima. Cambio radicale. La canzone sembra ricominciare da capo, se non fosse che dopo pochi secondi, la chitarra riprende il motivo della fanfara, velocizzandolo e eseguendolo inseguendo una batteria lanciata in velocità. Ultima strofa lamentata dalle profondità, ultimi squilli di tromba e la canzone finisce. Un testo, lo avrete nuovamente capito, di nuovo incentrato sulla Morte. Stavolta, però vista da un condannato all'esecuzione capitale in piazza, probabilmente per eresia o blasfemia. Ci sono riferimenti ad una ghigliottina e alla possibilità di morire bruciato ai piedi della croce, alla folla ansiosa di vedere sparso del sangue eretico. Ma nemmeno la morte priverà il condannato del peso della vita.

Cellartunes

Siete mai stati nei sotterranei di un castello? O nei corridoi coperti che davano accesso ad un' arena romana? In una grotta? Se almeno uno di questi luoghi ha potuto ospitarvi una volta nella vita, allora potrete capirmi subito. Per chi non avesse mai avuto la possibilità di visitarli, sappia che ascoltando questo pezzo si troverà nei luoghi che ho indicato. Le sentite le gocce di umidità che cadono sulla pietra nuda? La vedete luce tremolante delle torce? Percepite la presenza di qualcosa di sinistro intrappolato qui da secoli? Quel fruscio? Avete paura? Non abbastanza. Come se non bastasse il soffitto a volta, basso, a dare un senso di oppressione e claustrofobia, dal profondo dei cunicoli giungono risate. Donne, lontane. Poi un urlo, vicinissimo. Infine un respiro affannoso, tanto prossimo a voi da farvi scivolare un brivido lungo il collo. Tutto questo in due minuti, i due minuti che compongono "Cellartunes".

Unlock the Shrine

I primi secondi della titletrack dell'album che stiamo analizzando sono la continuazione di quell'atmosfera sinistra e claustrofobica che invadeva i due minuti di "Cellartunes" e il climax a livello di inquietudine trasmessa. Meilenwald recita i primi versi di questo pezzo con una voce demoniaca, distorta e profonda. È proprio un'entità infernale che parla, un'entità che vuole essere liberata dalla sua prigione e rivendica la proprietà dell'anima dell'ascoltatore. Ne possiamo sentire anche il respiro, pesante. Quando chitarra e batteria entrano in scena, creano un'atmosfera molto buia e lenta, di influenza quasi doom, aiutate anche dalla tastiera e da un dialogo incomprensibile alle mie orecchie, recitato su questa base. Credo sia un ennesimo tributo al cinema horror di cui Meilenwald si rivela più che appassionato. Le grida del demone mentre chiede, sotto forma di ordine e minaccia di essere liberato non credo siano state emesse da un essere umano. Dopo un altro pezzo di dialogo cinematografico, il ritmo della canzone cambia drasticamente, l'insieme sonoro riceve una violenta accelerazione (5:30)  Un riff che non avrebbe sfigurato in nessuno degli storici album black metal prodotti in Norvegia a metà anni 90  preannuncia l'arrivo della sfuriata. La batteria si lancia a ritmi forsennati, le tastiere fanno veloci e fugaci apparizioni, prima dell'arrivo dell'assolo più significativo del disco. Un perfetto mix di malessere e melodia espresso dalle sei corde della chitarra. Pochi, musicalmente altissimi secondi. Traduco un pezzo del testo, a mio parere il migliore del disco, incentrato sulla lotta tra un uomo ed il demone che lo segue e perseguita da sempre. "Evocami e combattimi ancora, vidi il tuo germe suicida. Inala la tua schizofrenia, soffri per la tua mente sbiadita. Sblocca il sigillo, liberami! Ci Ucciderò? Ci ucciderai? Ci Libererò? Ci Libererai?"

Subterranean Homicide Lamentation

Un ritmato suono di percussioni ed un debole suono imputabile ad una tastiera o un flauto si sentono fin dai primissimi secondi di questa ultima traccia strumentale, "Subterranean Homicide Lamentation",  che si rivelerà poi essere l'introduzione alla più lunga e pesante "The Mine". Agli strumenti sopra citati si aggiungono poi, circa a metà canzone, delle voci femminili, evocando qualcosa di molto simile a quelli che dovevano essere i riti baccani nell'antica Europa meridionale.

The Mine / White Abyss

Arriva così, dopo questa breve introduzione, il momento di "The Mine". Un altro inizio di traccia con protagonista un riff acustico tremolante e riecheggiante, come se fosse suonato in un antro. Di nuovo una voce femminile, stavolta sembra lamentarsi, ma le sue parole si confondono, sotto un ipnotico coro cantato da Meilenwald stesso. La chitarra distorta in sottofondo crea un compatto tappeto sonoro che dura, lento per i primi minuti della canzone. Intorno alla metà del quarto minuto, la chitarra alza il tono, così come la voce, mentre la batteria prende un ritmo marziale e quasi inquietante. Il mood di "Unlock the Shrine" non è certo dei più allegri, anche questa traccia non fa eccezione, per quanto ci siano degli stacchi di tastiera che possono richiamare alla mente quelle atmosfere mitiche e ormai lontane evocate da capolavori come "Dark Medieval Times", album di culto rilasciato dai norvegesi Satyricon nel 1994 o di "Lunar Poetry" degli ucraini Nokturnal Mortum, del 1996. "The Mine" è l'unica canzone del disco dove sia presente un ritornello, ripetuto quasi ossessivamente sotto forma di basso coro nella parte centrale e finale della canzone. L'abbaiare rabbioso di alcuni cani ritorna spesso durante la recita del ritornello e il perchè lo capiamo dal testo. Questi latrati continueranno poi nella outro dell'album, la corta e strana "White Abyss (Abisso Bianco)" (1:48), un miscuglio di suoni poco rassicuranti come sirene antiaereo, lamenti umani, un allarme antifurto e quello che alle mie orecchie pare un primitivo suono da vecchia console da sala giochi di fine anni 80. Il testo di The Mine ha ancora protagonista la morte, ma stavolta sottoforma di consapevolezza da parte di alcuni uomini rifugiati in una miniera che sentono l'avvicinarsi del nemico e soprattutto dei suoi rabbiosi segugi (definiti mastini). Il ritornello è composto dagli ultimi tre versi del testo e lo riporto tradotto: "Aspettiamo questo, il nostro momento, quando i ripugnanti lamenti di agonia risuoneranno in tutta la miniera".

Conclusioni

Così finisce "Unlock the Shrine", uno dei più malati debutti che la moderna scena black metal possa vantare. Un viaggio di un'ora abbondante nelle paure e le angosce di un uomo che, nonostante avesse già contribuito con i tre grandi album composti coi Nagelfar ad arricchire la schiera di meraviglie del black metal tedesco, ha deciso di mettersi ancora alla prova e regalarci altri minuti di insano piacere misto a terrore con la sua carriera solista. Tralasciando effettivamente la qualità della musica proposta, ancora ai suoi albori e di seguito totalmente codificata e proposta nei dischi successivi, è esattamente l'aura maligna, sinistra ed inquietante che Meilenwald riesce ad instaurare, a renderlo agli occhi di chi vi scrive un artista con la A maiuscola. Un uomo capace di mostrarci il suo mondo interiore facendolo diventare quasi nostro, facendoci toccare con mano il vero significato delle parole "paura" nonché "solitudine". Questo è ciò che "Unlock..." riesce a trasmettere, vibrando letteralmente, carico di sensazioni ed emozioni troppo spesso difficili da concretizzare, quasi impossibili da plasmare. Eppure, il Nostro c'è riuscito: proprio come uno scultore alle prese con scalpello e marmo, il musicista tedesco ha sapientemente battuto laddove il blocco andava colpito, creando e rifinendo con pazienza, ottenendo un risultato a dir poco sublime. Prendere un concetto astratto e manipolarlo come creta: ben pochi sarebbero capaci di compiere un lavoro del genere. Dopo tutto, la sensibilità di chi crea per sé stesso prim'ancora che per la gloria non è mai da sottovalutare. Musica se vogliamo, in un certo qual modo, "elitaria": destinata a chi saprebbe comprenderla fino in fondo, non certo un ascolto "da passeggio", o magari da usarsi come sottofondo durante un qualsivoglia tipo di attività. "Unlock The Shrine", spalancare le porte del santuario: visitare un luogo arcano, perso nelle nebbie del tempo e dello spazio, un'esperienza che non potrà di certo lasciarci indifferenti. Un viaggio che presuppone un ritorno, certo; ma anche e soprattutto dei cambiamenti da parte nostra, ripercorrere il sentiero con nuove consapevolezze, dei nuovi modi di inquadrare il mondo e la vita. Per capire ed apprezzare a fondo un album di tale portata, non dovrete far altro che ritagliarvi un'ora abbondante del vostro tempo, dedicandola pienamente all'introspezione, al viaggio mistico, all'ascolto attento e partecipe di un disco che saprà sicuramente coinvolgervi, entrarvi dentro... spalancare le porte del vostro santuario, facendolo incontrare con quello di Meilenwald, in un ripetuto scambio di mondi affettivi, di esperienze, di ideali, di pensieri ed antichi dolori. Consigliatissimo a tutti coloro che sono volenterosi di scoprire una delle perle nere di questi anni, colpevolmente sottovalutata, e rimanere stregati dalle sue atmosfere. Io, dal canto mio posso solo ringraziare Alexander Von Meilenwald... poiché mi ha fatto capire che il Male non è morto col vecchio millennio. Anzi, sembra più vivo e presente che mai, pronto a ghermirci all'improvviso. Da buon cacciatore, attende fra i cespugli... cala la notte, il ritmo dei nostri incerti passi viene stoppato da improvvisi fruscii. Cerchiamo di distogliere l'attenzione da quei rumori sinistri, cerchiamo di farci coraggio e di proseguire. Eppure, Lui è lì. Lo sappiamo e lo percepiamo. Lo sentiamo ansimare, respirare, borbottare. Corriamo senza meta in ogni direzione, compiamo il madornale errore di voltarci... quel tanto che basta per ritrovare il volto posto all'interno del portale di "Unlock...", ormai giunto ad un palmo dal nostro naso. Gli artigli affondano nella nostra gola, successivamente il buio. Il buio più totale, ormai divenuto parte integrante delle nostre fragili esistenze.

1) Between Bronze Walls
2) Skeleton Coast
3) Euphoria When the Bombs Fell
4) God Sent no Sign
5) The Clockhand Groaning Circles
6) Procession of Pawns
7) Summer Decapitation Ritual
8) Cellartunes
9) Unlock the Shrine
10) Subterranean Homicide Lamentation
11) The Mine / White Abyss