THE RUINS OF BEVERAST

Rain upon the Impure

2006 - Van Records

A CURA DI
ALBERTO COSTA
14/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il 2006 è un anno particolare per quanto riguarda la scena Black Metal, segna un po' la ripresa di questo genere musicale dopo la fine dell'entusiasmo satanico e atavico portato da quel movimento sviluppatosi tra Svezia e Norvegia negli anni "90 e che ha regalato alle orecchie di noi ascoltatori di metallo demoniaco, molte ore di piacere. Nominare nuovamente gli album cardine della scena Scandinava di più di vent'anni fa mi sembra una ripetizione poco utile, anche se, più avanti in questa recensione i richiami non mancheranno. Vi ricordate com'è finita l'ondata norvegese? Le grandi bands si sono evolute, abbandonando più o meno drasticamente quello che era il Black metal di quegli anni. Gli Emperor, ad esempio hanno voluto far notare le abilità dei musicisti, dandosi ad un Nero Metallo progressivo, gli Ulver hanno  sperimentato qualsiasi cosa: la droga, l'ambient e l'elettronica. I Satyricon che nel 1996 con Nemesis Divima erano diventati la band più acclamata in Norvegia, sono caduti dall'alto del loro "Trono dell'Ombra" facendosi un gran male con Rebel Extravaganza ed il suo Black and Roll. I Darkthrone si sono stufati di foreste e corpse paint per sostituirli con esplicite manifestazioni d'amore verso i Celtic Frost di Tom G.Warrior, i Venom di Cronos e i Bathory di Quorthon. Varg Vikernes (Burzum) era in carcere e si limitava a fare musica sbattendo il cranio sulle sbarre e con un vecchio sintetizzatore, probabilmente rotto. I Mayhem erano tornati a recuperare i pezzi di un loro ex membro e contare le coltellate sulla schiena dell'altro dopo aver fatto uscire Wolf Lair Abyss nel 1997. Gli Immortal senza Demonaz, allontanatosi a causa di una grave tendinite, registravano negli svedesi Abyss Studios di Peter Tägtgren; e così, piano piano il loro sound andava ad assomigliare sempre di più a quello delle bands melodic death metal svedesi (Comunque sia, "At The Heart of Winter" del 1999 resta un capolavoro). Chi era rimasto a suonare Black Metal in Norvegia allora? Pochi gruppi davvero validi, ad esempio i Manes, i Dodheimsgard e gli Tsjuder; per il resto, tutte le bands fondate e attive durante il cambio di secolo non erano niente più di tributi ai grandi del passato con nomi diversi o gruppi che cercavano di vivere grazie al boom mediatico e all'attenzione portata su quel genere ed in quella nazione dai sanguinosi eventi di qualche anno prima. Poi c'erano i Dimmu Borgir, che vengono definiti da alcuni dei più ferrei affezionati al black metal norvegese come la causa della morte di un "culto" e della fine di quell'ondata di male nordico. "Il Black Metal Norvegese è finito quando una band storica del genere ha firmato un contratto con la stessa label che pubblica gli HammerFall". Parliamo proprio della band di Shagrath e Silenoz e l'etichetta è la Nuclear Blast. La scena black metal norvegese si è estinta senza bisogno di un meteorite, si è consumata, è implosa. Quella svedese aveva ancora in serbo qualcosa di buono, ma anch'essa si esaurì con la fine del secolo. La Norvegia era ormai una terra bruciata, sterile. L'unica soluzione possibile per il Male, per tener viva la sua fiamma era emigrare verso nuovi lidi più fertili, magari nel cuore dell'Europa. Perché è proprio tra Francia e Germania che, grazie soprattutto alla svolta stilistica dei Deathspell Omega, da adulatori dei Darkthrone a pionieri di un nuovo filone più lento, mistico, cupo, dissonante e concettualmente colto, incentrato su spiritualità e magia nera, che nel 2004 il Black Metal fu oggetto di una vera e propria resurrezione. Altri progetti che hanno avuto un importante ruolo in questa rinascita sono i sempre francesi Blut Aus Nord e i tedeschi Ruins of Beverast, ed è proprio di questi ultimi che parlerò più approfonditamente. Del debutto "Unlock the Shrine" (2004)  ne ho ampiamente parlato un mesetto fa; e se vi ricordate, ho concluso ringraziando Alexander Von Meilenwald, unico membro della band, per aver dato a Satana un'altra opportunità di manifestarsi in musica. In un'intervista Meilenwald ha affermato che, per la sua concezione di black metal, "Unlock the Shrine" era fin troppo facile da ascoltare, era un album che seguiva uno schema classico, suonato e registrato bene. "Rain Upon The Impure" (Van Records 2006), invece, romperà ogni regola. A quanto pare, il mastermind dei Ruins of Beverast è un uomo di parola, perchè il suo secondo album è un'immersione nell'oscurità più nera, un viaggio nelle segrete di un castello maledetto, un ascolto che, se portato a termine, lascia sicuramente il segno, visto che danna l'anima dell'ascoltatore. Una buona argomentazione a favore della tesi secondo cui "Rain Upon the Impure" è un album unico nella scena black metal mondiale è la lunghezza delle tracce: la più corta, esclusi due intermezzi, dura tredici minuti e trentasette secondi. In generale, l'album riprende le sonorità sporca e minimale a livello di produzione, delle prime bands black metal norvegesi. Capita, durante l'ascolto di "Rain Upon the Impure" di non riuscire a distinguere gli strumenti, o che la voce venga coperta dal tappeto sonoro creato da chitarre, basso, batteria e tastiere. È proprio quello che vuole Meilenwald: spostare l'attenzione dell'ascoltatore continuamente dal particolare all'insieme e dall'insieme al dettaglio, costringendolo così ad una sensazione di trance che durerà per tutto il disco: ottanta minuti. Io non sono un buon Virgilio, ma proverò lo stesso a guidarvi e accompagnarvi nell'analisi di questo disco... però vi avverto: fossi in voi, mi fermerei qui. Certi demoni non andrebbero disturbati.

Fifty Forts along the Rhine

Cominciamo dunque con "Fifty Forts along the Rhine" (Cinquanta forti lungo il Reno). Acqua che scorre, rumori del passaggio di cavalli lanciati al galoppo, una chitarra grezzissima,  un urlo spaventoso fa tremare ogni cosa, come la batteria lanciata in un velocissimo blast beat. La vedete anche voi Minas Morgul? La città invasa dal Male dai cui pesanti cancelli escono nove spettri a cavallo, pronti a dare la caccia all'unico Anello? Non ancora? Aspettate allora che arrivi la tastiera a rendere ancora più opprimente la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di tremendamente malvagio. La stessa tastiera che, però dopo pochi secondi, sarà l'unico spiraglio nell'oscurità, l'unica creatrice di piacevoli sensazioni, insieme a brevissime parti di chitarra vagamente melodiche. Il galoppo di basso e batteria si arresta bruscamente, rallentando il ritmo della canzone, forse il Male ce lo siamo lasciati alle spalle, anche se Meilenwald continua a cantare con una voce allo stesso tempo profonda e graffiante, come posseduto da qualche entità che di solito dimora indisturbata negli abissi. Non credete di essere al sicuro sentendo una lontana fanfara, come suoni di trombe festose che annunciano il ritorno di qualche guerriero dalla battaglia, non sono altro che il preludio ad una nuova sfuriata di blast beat e un semplice ma sinistro pezzo di chitarra ad accompagnarlo, intervallato ogni tanto da quello che può sembrare il respiro affannoso dei cavalli in corsa e da qualche spettrale nota di tastiera. Un altro urlo demoniaco, ma stavolta lontano, di nuovo lo sciabordio dell'acqua... forse tutti e cinquanta i forti lungo il Reno sono stati superati, ci si può fermare a riposare, ma non troppo. Questa era solo la prima di sette tracce che non lasciano un attimo di respiro. Il testo ricorda l'invasione della Germania da parte dei Romani che partirono dall'avamposto di Castra Vetera per le loro guerre di conquista ai danni delle tribù germaniche. Meilenwald era uno di essi. In questa canzone traspare l'angoscia, la paura e la tristezza di chi vede gli invasori erigere forti lungo il fiume e seminare morte tutto attorno, in quella che una volta era una bella terra fertile in un regno pacifico. I barbari germanici vissero per tre anni la "civilizzante" barbarie delle legioni romane, obbligati a cercare rifugio nelle foreste, per fuggire a coloro che facevano della guerra un'arte. 

Soliloquy of the Stigmatised Shepherd

Si prosegue con "Soliloquy of the Stigmatised Shepherd" (Soliloquio di un Pastore Maledetto). Una strana sensazione di calma avvolge l'ascoltatore e il luogo in cui l'inizio di questa canzone risuona, come quando ci si trova nell'occhio di un ciclone. Si sa che entro poco la tempesta riprenderà, eppure sembra tutto così calmo e pacato, tanto da parere irreale. Una batteria pesante, lenta, quasi marziale lascia sentire appena qualche nota di chitarra distorta e sinistra. La voce di Meilenwald resta profonda e graffiante come nel brano precedente, ma sembra meno aggressiva, come se anche il demone di prima si stesse riposando. La chitarra si riduce ad un lontano suono quasi piacevole all'udito, il basso invece, che per la prima volta sale in primo piano nell'insieme sonoro, fa tremare i muri con poche note decise. La chitarra continua quasi ipnotica e la batteria, sempre lenta e pesante, a volte sembra accompagnata dallo sferragliare di catene. Ho parlato di tempesta, prima? Non è stato un caso, perchè dal minuto 4:50 una chitarra non distorta  sembra far diradare le nuvole mostrando il cielo stellato nascosto sotto la coltre di piombo. Questo momento idilliaco dura poco, perchè le nuvole tornano a coprire ogni fonte di luce, tutto torna come dall'inizio della traccia. La chitarra sembra lamentarsi, eseguendo tante note in pochissimo tempo, come se stesse descrivendo l'avvicinarsi veloce di qualcosa di malvagio. Quel qualcosa è l'esplosione di blast beat che stravolge l'atmosfera del pezzo. Altro cambio di tempo, altra breve apertura, stavolta sembra di essere entrati in un'enorme cattedrale, un grosso tempio abbandonato, in cui però ancora vivono gli echi dei canti dei devoti al culto lì celebrato. Per darvi un'idea, se Umberto Eco fosse stato appassionato di Black Metal, questo pezzo avrebbe benissimo potuto essere la colonna sonora della trasposizione cinematografica del suo libro "Il Nome della Rosa". A due minuti dalla fine della canzone, dopo che il pastore demoniaco si rivolge direttamente al suo Signore, abbiamo il primo vero e proprio assolo del disco, non troppo veloce ma distorto e con un effetto ottimo per mantenere la cupidigia dell'atmosfera creata magistralmente da quello che io ormai considero un genio del male. Alexander Von Meilenwald. Il testo è una supplica di un pastore dannato verso Dio, egli si rivolge al Creatore piangendo e pregandolo di allontanare dei rumori di agonia e sofferenza dalla sua testa. Gli chiede perchè proprio lui debba soffrire questa maledizione. Arriva persino a implorare la morte in un verso che viene più volte ripetuto durante la canzone. "Oh Padre, fai di me il seme per un prato silenzioso".

Rapture

Vento, vento da bufera e campane in lontananza, l'atmosfera spettrale che si crea in questa "Rapture" è molto simile a quella di "Cellartunes" che ho descritto su "Unlock The Shrine" con la differenza che in questo caso sono presenti dei sussurri appena udibili, confusi tra note lugubri di tastiera, soffi di vento e rintocchi provenienti da un campanile. I versi sono riferiti alla passione di Cristo e recitano: "Oh testa con sangue e ferite, dolorante e mortalmente ferita... risveglia il loro piacere ed estasi adorna di una corona di spine".

Blood Vaults I: (Thy Virginal Maludour)

Veniamo dunque introdotti nei meandri di "Blood Vaults I: (Thy Virginal Maludour)" (Cripta di Sangue I: Il tuo Maleodore Verginale). La batteria segue i rintocchi di una campana e la chitarra in un primo momento lega i due suoni, prima di lanciarsi in un'incalzante motivo solenne su cui vengono inserite anche note di tastiera ed infine la voce di Meilenwald. Il titolo parla di cripte di sangue, la musica fa di tutto pur di trasportare chi la ascolta nei sotterranei di un convento o di un'abbazia. Non sarebbe una brutta esperienza, se non fosse, come già detto, per la demoniaca presenza manifestata attraverso la voce del mastermind dei Ruins of Beverast. La batteria sembra suggerire una veloce fuga da quei sotterranei, da quel luogo in generale, ma la brama di sapere cosa stia succedendo nelle celle di quei lunghi corridoi bui blocca l'ascoltatore. Si ferma tutto: chitarre, batteria, basso... silenzio. Poi una voce recita la strofa finale de "Il Palazzo Stregato" di Edgar Allan Poe. Subito dopo, gli strumenti riprendono a suonare e Meilenwald continua le sue oscure litanie. All'insieme si aggiunge anche un coro liturgico preso dal film "Il nome della Rosa" che saltuariamente irrompe nell'insieme sonoro rendendolo forse ancora più inquietante. Sul finale la chitarra si lancia in un nuovo riff, più acuto che contrasta con l'oscurità creata da campane, tastiere, coro e batteria. L'ultima strofa viene cantata da Meilenwald come fosse un canto durante una messa blasfema, perchè mentre lui recita, una donna accompagna i suoi canti come le devote a Bacco in estasi cantavano ballando intorno al falò o al caprone suo simbolo. Una voce prende poi il posto di quella di Alexander, non umana, incomprensibile, questa ripete le stesse parole più volte negli intervalli tra un rintocco di campana e l'altro. Il testo stavolta è una ripresa di quella che era la visione medioevale del ciclo mestruale, Meilenwald racconta di come le donne, forse le suore, nei periodi di "Luna Rossa" venissero chiuse in strettissime celle finché la loro anima non smetteva di sanguinare, alcune venivano bruciate nude sul rogo sulle note di sadici e solenni salmi religiosi. "La carne santificata crea dense esalazioni cremisi... e puzza."

Soil of the Incestuous

"Soil of the Incestuous"  (La Terra dell'Incestuoso), la traccia più lunga del disco, si apre con la voce di una strega che fa riferimenti al suo occhio interiore, unico conoscitore della verità, ed al Malleus Maleficarum, il trattato scritto nel 1487 secondo le cui regole le streghe venivano trovate, processate, torturate e uccise. La stregoneria è un tema caro a Meilenwald e anche il trattato dei due inquisitori tedeschi, tanto che dedicherà a Jacob Sprenger e soprattutto ad Heinrich Kramer il suo quarto album intitolato "Blood Vaults: The blazing Gospel of Heirich Kramer". Tornando alla musica, per la seconda volta in tutto il disco, è il basso a farla da padrone nel primo impatto sonoro di questa Soil of the Incestuous. Anche questa quinta traccia ha un inizio relativamente tranquillo, con una tastiera che illude l'ascoltatore di essere al sicuro da eventuali interventi di demoni ed esseri soprannaturali. Ma come questo album ci ha insegnato, i momenti di falsa calma sono il miglior trampolino di lancio per sfuriate di batteria e urla inumane di Meilenwald. A questo cambio di tempo, segue un'altro discorso di quella voce femminile, la stessa strega. Le parole sono confuse, ma quel poco che si riesce a captare non è rassicurante "They scream. They Scream." (essi urlano) ripetuto quattro o cinque volte, finché la voce della fattucchiera non viene coperta da un'altra carica malvagia di Meilenwald, molto simile alla prima come sonorità, uno sfogo di urla e cacofonia. Ancora quella voce di donna, stavolta parla di danze e circoli pagani, di foreste e rituali. Non sarà il suo ultimo intervento, ma dopo quelle parole, il ritmo della canzone cambia molto più sensibilmente. Si fa sentire una chitarra più pulita, la batteria ha un suono meno cacofonico e nell'insieme appare anche una piacevole melodia, interrotta poi da un altro urlo infernale e da un'accelerazione di ritmo. La strega parla ancora dell'occhio interiore, ma le sue parole sono mezze coperte dal tappeto sonoro creato da Meilenwald in in cui ogni tanto figura anche un lontano coro solenne. Se possibile, in questa traccia le parti vocali a questo punto della canzone sono rese ancora più acide dal tipo di scream adottato dall'artista, egli fa contrastare perfettamente le sue disperate urla con dei brevi cori. Si ferma tutto, c'è quasi silenzio, solo qualche lontana nota di basso che pian piano svanisce. Poco dopo, con lo stesso effetto di un jumpscare in un film horror, torna lo scream acidissimo e la chitarra si lancia in un assolo acuto e tagliente (Io rischio ogni volta di cadere dal letto o ribaltarmi dalla sedia quando ascolto questo pezzo). Si zittisce di nuovo tutto, per lasciare spazio a soffi di vento, note di basso e alla voce del grande Vincent Price che recita altri pezzi della poesia di Poe: "Il Palazzo Stregato". Appena l'attore finisce il suo cameo, inizia forse la parte più epica del disco: batteria cadenzatissima, chitarra che la segue con pochissime differenze e un solenne coro, quasi un canto gregoriano, accompagna il tutto verso la fine. Come raramente accade, Meilenwald scrive il testo di questa canzone in prima persona dove racconta il vagare e le sofferenze di lui stesso, uomo, nella terra degli incestuosi. Ci sono anche qui, come nei discorsi della strega che spezzavano il ritmo del pezzo, dei riferimenti al "Terzo Occhio"qui chiamato "occhio della mente". Nelle strofe usa spesso dei forti contrasti tra le parole, quasi significati opposti eppure afferma che lui è entrambe le cose, quasi come se volesse fare intendere che è lui stesso l'incestuoso, perché dentro di se convivono a strettissimo contatto due persone opposte ma legatissime, come il corpo e la sua ombra. "Io sono la luna vagante e il sole, il coniglio ed il serpente, la vergine e il violentatore. La mia ombra".

Baalna-Kheil Bleak

Poche, malvagie, spettrali parole compongono il testo di questo breve ma cupissimo intermezzo, "Baalna-Kheil Bleak", incentrato sulla figura dell'enorme serpente Jormungand, figlio del dio Loki e presente nella mitologia norrena, altro argomento molto caro al mastermind dei Ruins of Beverast fin dalla nascita del progetto. "La tua nudità non fermerà la mia fame, Intruso. Qui, alla fine di ogni tua appassita storia, i messaggeri del grande Jormungand valicano il Massiccio del Nord e ora annebbiano i tuoi minuscoli orizzonti". Tutto questo recitato in scream con sottofondo di strani rumori, forse tuoni, o forse le vibrazioni dovute allo spostamento dell'enorme serpente.

Rain upon the Impure

Arriva il momento della titletrack, "Rain upon the Impure" (Pioggia sull'Impuro). Di nuovo rumore d'acqua, sia di pioggia che di fiume. Siamo tornati sul Reno? Forse sì, ma non vedo boschi o fortificazioni in fiamme, so che piove e mi sto infradiciando nonostante l'Von Meilenwald tornano ad essere meno acide, fino ad arrivare, addirittuara a dei versi cantati in voce pulita e senza effetti. A differenza del resto dell'album, in questa traccia di chiusura, la tastiera è una presenza costante, mai troppo udibile ma presente. Col ritorno del coro che si era già udito a inizio canzone, arriva anche un violentissimo misto di urla e batteria che lancia un semplice ma potente assolo di chitarra urlante. L'atmosfera si fa mistica e Alexander abbandona lo scream per recitare i versi di questo sua ultima fatica portante il titolo dell'album intero. La batteria rallenta, cadenzata e non troppo violenta accompagna le grida del cantante; chitarra e basso si confondono nell'insieme sonoro, ed ecco che torna il coro a scuotere il tutto e far ripartire il blast beat e le rabbiose bestemmie. La voce svanisce, il ritmo resta invariato, qualche atmosferica nota di chitarra distorta accompagna le ultime battute di questo spaventoso, oscuro, orrendamente cupo e sporco album. Un vero e proprio diamante nero. Il testo è ancora una volta a sfondo religioso, Meilenwald che in questo caso è un'entità giudice dell'umanità, interroga gli uomini chiedendo loro se davvero ne esiste uno puro, senza peccato, che possa scagliare quella famosa prima pietra. Qualcuno che non sia mai stato violento con Dio vedendo i suoi sogni naufragare disastrosamente. Nessun uomo lo è, altrimenti Dio non avrebbe privato delle ali angeliche questa sua creatura. Il cielo si vendicherà dei peccatori quando i suoi lamenti cadranno sulla terra sottoforma di eterna pioggia. Pioggia sull'Impuro.

Conclusioni

Sono fradicio, mi muovo a fatica con l'acqua fredda fino alle ginocchia e i capelli bagnati mi oscurano metà del campo visivo. Cerco a tentoni di trovare un sentiero sicuro su cui poggiare i miei passi, districandomi a fatica in questa pozza d'acqua ghiacciata. Il gelo trafigge il mio corpo come mille lame accarezzerebbero la mia pelle, rendendomi il respiro affannoso. Provato, sinceramente sopraffatto da un ascolto così impegnativo, e non tanto per la durata delle varie tracce (quella è una questione puramente soggettiva), quanto per le sensazioni che un disco come questo sa effettivamente trasmettere. Stordito, perso nelle tenebre, stanco... ma ho finito. Sono arrivato al termine di uno dei dischi più belli che la scena black metal moderna possa vantare, all'epoca come oggi. Sono dieci anni che ascolto musica estrema e in tutto questo tempo sono stati pochissimi i dischi che mi hanno colpito e coinvolto come è stato capace di fare "Rain upon the Impure" dei Ruins of Beverast; forse a pari merito, su di un eventuale podio, potrebbe stargli accanto  solo "In The Nightside Eclipse" degli Emperor e subito dopo le altre pietre miliari del Metallo Nero. Davvero un'esperienza incredibile, che consiglierei solo ed unicamente a chi avesse voglia di compiere un vero e proprio viaggio all'interno delle tenebre, all'interno degli anfratti più oscuri e reconditi dell'animo umano, per provare di persona quanto sia profondo (e forse privo di fine) l'abisso la cui soglia proprio oggi ho deciso di varcare per voi, portando indietro solamente qualche indicazione, qualche sparuta sensazione; il resto, ovviamente, è da verificare di persona. Non si può spiegare a parole ciò che risulta a tratti sfuggente e trascendentale, bisogna affidarsi unicamente ai propri sensi, immergendoli nel lago, cercando di raggiungere un fondale che forse mai nessuno troverà. Come detto a inizio recensione, la seconda metà del primo decennio del 2000 ha ridato vita ad un Black metal ormai agonizzante, porto qualche titolo che servirà a sostenere la mia tesi: alcuni degli album che hanno gettato benzina sulla quasi morente fiamma del Male sono stati il debutto degli Archgoat "Whore of Betlehem", "Om"dei Negura Bunget, "Diadem of Twelve Stars" dei Wolves in the Throne Room, "La Sanie des Siecles" dei Peste Noire, uno dei dischi più acclamati e ricercati degli ultimi anni, "Ashes Against the Grain" degli Agalloch e il potentissimo ritorno dei Celtic Frost con "Monotheist". Questi titoli sono tutti usciti nel 2006, un anno che verrà ricordato in futuro, come noi appassionati di musica del Demonio ricordiamo con nostalgia le meraviglie uscite nel 1994. Come possiamo dunque porre questo capolavoro in questo preciso frangente, dotandolo di una definitiva connotazione? Per chi vi scrive, di tutte le sfumature del Black Metal, "Rain Upon the Impure" rievoca quella più buia, più cupa, atmosferica e infernale. Personalmente, la mia preferita. Ancora una volta mi trovo a dover ringraziare Meilenwald per il suo lavoro e mi auguro davvero che "Rain Upon The Impure" venga presto annoverato tra le perle indispensabili per ogni ascoltatore, amante o collezionista di musica estrema... perché per me, inutile che ve lo dica o lo ribadisca, è già così.
Sempre dalla parte del Capro.

1) Fifty Forts along the Rhine
2) Soliloquy of the Stigmatised Shepherd
3) Rapture
4) Blood Vaults I: (Thy Virginal Maludour)
5) Soil of the Incestuous
6) Baalna-Kheil Bleak
7) Rain upon the Impure
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