THE RUINS OF BEVERAST

Foulest Semen of a Sheltered Elite

2009 - Van Records

A CURA DI
ALBERTO COSTA
10/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Per molti gruppi appartenenti al panorama metal, ancor di più se si considerano con maggior attenzione le branche estreme del genere, quello del terzo album è stato un momento chiave della carriera: a volte rappresenta l'apice della vena compositiva, altre si rivela terreno per i primi "Esperimenti musicali", altre ancora decreta un calo creativo e musicale notevole, un fallimento capace di far cadere la band nell'abisso della mediocrità. Mi vien da fare un parallelismo con il percorso di un giocatore NBA o di una qualsiasi lega sportiva professionistica di altissimo livello: finita la stagione da matricola, quindi da sorpresa nella lega, dopo essere riuscito a confermare e dimostrare le sue qualità nel secondo anno, il terzo è quello fondamentale, dove il bisogno, l'obbiettivo è quello di dare un'impressione di continuità, costanza. Ispirare fiducia da parte della dirigenza della squadra e dei compagni, diventare un pilastro su cui costruire il futuro della franchigia. Tornando a parlare di musica, Alexander Von Meilenwald non è la nuova ala forte dei Golden State Warriors, ma l'unica mente dietro al progetto "The Ruins of Beverast". Se ci si pensa bene, però, le due situazioni non sono così differenti. Il progetto tedesco è ormai attivo da sei anni, con due ottimi album già pubblicati sotto l'egida della Vàn Records. Chi ha seguito lo sviluppo della band fino a qui, o ha letto le recensioni da me scritte precedentemente si starà chiedendo se sia mai possibile per Alex creare un'opera che possa essere il degno seguito dell'agghiacciante e maestoso "Rain Upon the Impure" dato alle stampe tre anni prima. La risposta è un secco No. Non è possibile, ma nemmeno pensabile proseguire sul sentiero battuto dall'album precedente perchè difficilmente si riuscirebbe a creare la stessa atmosfera tetra e quel sapore sulfureo di black metal "vecchia scuola" che hanno reso così grande "Rain Upon the Impure". Un tentativo in tal senso sarebbe un inutile rischio di incappare in un autocelebrazionismo che risulterebbe molto dannoso per un progetto dalle infinite potenzialità come i Ruins of Beverast. In secondo luogo, è proprio questa consapevolezza di non poter ripetere "Rain Upon" che spinge Meilenwald a reinventare il suo sound, portandolo a creare quello che sarà "Foulest Semen of a Sheltered Elite". Mistico, pesante, plumbeo, a tratti epico e melodico album dalle forti influenze doom. Le strizzate d'occhio a gruppi quali i Candlemass si palesano fin da subito, dato il mood appunto mistico e religioso dell'album, le cui tracce fanno parte di un concept sulle vicende di Noè e della sua Arca. L'Artwork non verrà certo annoverato tra le meraviglie del genere, ma come vale per i libri, sarebbe stupido giudicare un'opera come "The Foulest semen of a Sheltered Elite" dalla sua copertina. Un'arca di legno solca un mare grigio in tempesta, sovrastata da quello che è uno dei simboli con cui viene spesso rappresentato Dio: una piramide con un occhio al centro. Dio è avvolto da nubi tra il plumbeo ed il rosso fuoco, le forme dei nembi a volte ricordano le ali angeliche. Dalle spume del mare furioso, escono quelle che sembrano due teste dell Hydra di Lerna affrontato da Ercole nella mitologia greca. L'impressione che lascia la copertina, per quanto poco sia stata apprezzata è quella di un Dio irato con gli uomini, ben lontano dalla somma benevolenza della quale dovrebbe essere dispensatore. Ogni racconto vagamente giudaico-cristiano viene quindi capovolto per presentarci Dio nella sua più crudele ed orrida accezione: quella di un'entità certamente onnipotente ma non benevola, intenzionata a castigare gli uomini nella maniera più dura e dittatoriale, incapace di provare compassione o pietà nei riguardi di quelle creature che egli stesso avrebbe dovuto proteggere e salvaguardare da ogni male. Dobbiamo quindi fronteggiarlo, ritrovandolo sul nostro cammino nella veste più umana possibile: quella della reazione iraconda. In fondo cosa c'è di più "terreno" di uno sfogo dettato dalla rabbia? Quell'insana voglia di distruggere ogni cosa, di scaraventare a terra chiunque abbia provocato in noi una reazione tale da indurci a perdere il controllo. L'Ira, peccato mortale tanto immanente quanto trascendente, in quanto l'ira del dio rimane senza dubbio ciò che più temiamo, dagli albori sino ad oggi. Si adirava Zeus, si adirava Thor, si adira il Dio cristiano... ed il cielo ce ne scampi, se la rabbia divina decide di designarci come bersaglio della sua prorompente furia. Sarebbe dopo tutto come fronteggiare un torrente in piena, in procinto di distruggere gli argini e di strabordare. Come potrebbe un semplice uomo, da solo e disarmato, bloccare un flusso d'acqua così potente? Semplicemente, sarebbe impossibile farlò. Ecco dunque che Alexander Von Meilenwald verrà chiamato a narrarci le conseguenze di questa rabbia nelle dieci tracce di questo album. 

I Raised this Stone as a Ghastly Memorial

"I Raised this Stone as a Ghastly Memorial" (Ho eretto questa pietra come uno spettrale avvertimento). Un solenne coro, forse in latino, di cui nessuno sembra riconoscere le parole accompagna i primi minuti di quello che, se non fosse per il cantato sporco alternato al classico scream profondo del frontman dei Ruins of Beverast, sarebbe un brano doom metal perfetto. Al termine del coro, un grido di rabbia rieccheggia nell'aria, seguito da dei pesanti e lenti suoni di batteria e chitarra. Gli strumenti si riducono ad un basso ronzio. Quella che viene pronunciata è una minaccia a dir poco inquietante. "Ho previsto con un rituale la tua angoscia ed ho eretto questa pietra come uno spettrale monumento." La chitarra riprende un lento e semplice riff, su cui poi si posano note di tastiera quasi gotiche. Qualcuno mi presti una torcia elettrica perchè mi trovo in un luogo buio, illuminato ogni tanto da qualche fioca fiammella ed inizio ad aver paura. Le ombre iniziano a ghermire il mio incauto corpo da viaggiatore disperso, accarezzando le mie carni con fare gelido ed angosciante. Uno strano vento, buio come la morte, scompiglia i miei sensi e disperde il mio coraggio. Un passo avanti e potrei scivolare lungo un fossato profondo chilometri, perdendomi per sempre in questo nero mare di spettrali sussulti. Ecco che torna la voce a recitare gli ultimi versi della canzone, prima di trasformarsi in un coro profondo e svanire quando la batteria accelera il ritmo e la chitarra con lei. Ed ecco cosa amo di questo gruppo: un brusco arresto del giro di chitarra, prende campo la tastiera, con toni scuri ed epici, ad imitare ancora una volta una specie di canto religioso. Cambia il riff, stavolta è il basso a sentirsi maggiormente, non che prima fosse nascosto, ma in questo caso, si ritaglia un grosso spazio sulla scena.  Altro stacco epico, stavolta è una chitarra con una strana distorsione a fare atmosfera, o almeno credo sia così, non riesco a distinguere lo strumento, so solo che mi trovo tra le navate di una cattedrale e una schiera di monaci incappucciati ha iniziato a ripetere il coro di inizio canzone, con fare assente e liturgico. Brandendo torce, disposti a mo' di processione, intonano la litania in maniera mnemonica, con fare "assente" tipico di chi recita una formula rimasta inalterata nei secoli dei secoli. Ultimo giro di chitarra, simile ai precedenti, qualche sibilo maligno in sottofondo e il pezzo finisce.


Alu

Durata assai ristretta per "Alu". Una voce distorta, ripete in modo quasi ossessivo una frase in latino: "Per lapidis hoc signum, fugiat procul omne malignum"; nel segno di questa pietra, fugga lontano tutto il maligno". Una sorta di esorcismo, simile a quelle formule che gli antichi monaci erranti erano soliti recitare prima di coricarsi in un luogo a loro sconosciuto. Così facendo, riuscivano a "bonificare" la casa o la locanda dall'eventuale presenza del diavolo, potendo garantire sonni tranquilli agli altri abitanti nonché a loro stessi, evitando le orride visite di Incubi e Succubi.

God Ensanguined Bestiaires

"God Ensanguined Bestiaires" (Gli insanguinati bestiari di Dio). L'inizio di questo pezzo ricorda all'ascoltatore che, nonostante il mixaggio e la produzione di questo terzo album siano volutamente e sensibilmente migliorati, la malvagità che regnava nel precedente lavoro "Rain Upon The Impure" non si è certo affievolita. Come posso dirlo? Questa "God Ensanguined Bestiaires" segue quasi perfettamente lo schema delle canzoni presenti sul capolavoro del 2006. Riff granitico all'inizio, urlo cavernoso che scatena anche la batteria e voce spaventosa. Grazie a delle parti di chitarra particolarmente ben fatte con un che di melodico, per la prima volta in vita sua, Meilenwald sembra veramente cantare e non bestemmiare in musica; devo ancora capire se apprezzo o meno questo ultimo aspetto. Non c'è niente di meglio al mondo di un pezzo dei Ruins of Beverast che rallenta e lascia spazio alle tastiere e alle atmosfere; e se anche la chitarra si spinge in un lento e corto assolo evocativo, penso che nella sfera del piacere, l'unica rivale di una canzone di Meilenwald possa essere la persona amata che ci attende per una notte di fuoco. Nel secondo caso proporrei comunque i Ruins of Beverast come sottofondo. Alexander recita una strofa con voce pulita dove canta di come nei bestiari di Dio venga dipinto l'uomo: la peggiore creazione del signore, cieco, guidato dalle proprie atrocità, cresciuto per estinguersi. Veniamo dunque ridotti ad animali da classificare e studiare, esattamente come avveniva per ogni specie elencata in un bestiario. Non solo animali noti: negli antichi tomi, ogni sapiente annotava febbrilmente le caratteristiche dei cosiddetti "mostri", tramandati da leggende e folklore del posto. Eccoci dunque inseriti fra grifoni e serpenti marini, trattati come i peggiori, esattamente riconducibili alla specie più debole ed infima. Incapaci di costruirci un futuro radioso, incapaci di godere di ogni dono e frutto della terra, solamente dediti all'altrui rovina, al corrodere ogni paesaggio e situazione si stagli attorno a noi. Nessuno ha mai parlato bene dell'uomo, assassino per natura, traditore degli amici e dei parenti, facilmente plagiabile e riducibile ad una marionetta priva di onore e di personalità. Cambio di tempo, batteria veloce come forse non lo è mai stata in tutto il disco, chitarra che riprende il riff portante del pezzo, pesanti note di tastiera buttate lì, in mezzo a questo casino, questa tempesta. Forse è Dio, forse è Poseidone a urlare i versi con cui si conclude brutalmente questa traccia.


Mount Sinai Moloch

"Mount Sinai Moloch(Il demone/Moloch del Monte Sinai). Sono passi? Penso di sì, passi e suoni dal sapore apocalittico e spettrale, l'ultimo aggettivo si addice specialmente alla tastiera che sopraggiunge in un secondo momento. Ha qualcosa di gotico, forse di Tolkieniano, non riesco a decidere se evocano meglio gli Spettri servi dell'Anello o la magica ma severa Imladris, dimora degli elfi da millenni. D'altro canto le opere del famoso scrittore sudafricano sono fortemente influenzate dai testi sacri alla cristianità, specie il Silmarillion che è la versione ancora più fantasy della Bibbia cattolica. Bibbia a cui si ispira Meilenwald per le tematiche e anche il mood solenne dell'intero disco, dopo tutto. Ormai, circa a metà platter penso che anche voi lettori abbiate capito che, come nei lavori precedenti, anche qui le canzoni sono composte seguendo uno schema molto simile che caratterizzerà tutte le tracce. Il punto di forza di "Mount Sinai Moloch", ma anche di questo album in generale, sono le parti rallentate e atmosferiche e la potenza evocativa degli stacchi di tastiera. Chitarristicamente parlando, Meilenwald sembra incapace di comporre qualsiasi cosa possa risultare insipido, benchè ripeta spesso le stesse note per diversi minuti. Il modo perfetto per narrarci le vicende di questo Moloch, un tempo dio venerato da canaensi, fenici ed ebrei, esiliato forse da Dio e costretto a restare come un enorme monolite di avvertimento, in cima al monte Sinai, immobile per l'eternità. Il tutto dovrebbe essere spiegato, forse, prendendo in considerazione il tipo di rituale al quale i seguaci di Moloch erano dediti. Sacrifici umani in piena regola, in quanto sia fenici che cananei erano soliti offrire i propri primogeniti al dio, per ottenere in cambio protezione e prosperità della famiglia. Soprattutto in ambito fenicio il rituale risultava cruento ed oltremodo crudele: i bambini venivano infatti bruciati vivi nel fuoco sacro a Moloch, tenuto sempre acceso in vari templi eretti in suo onore. Per coprire le grida degli infanti, corrosi completamente dalle fiamme, i sacerdoti erano soliti rullare rumorosamente mediante grossi tamburi, che avrebbero dovuto così accompagnare il viaggio dei bambini verso il mondo divino, nel quale sarebbero diventati essi stessi delle divinità. Proprio per queste atrocità, notiamo come in diversi passi della Bibbia Moloch venga appunto messo a paragone di un demone o comunque di un'entità malevola, spingendo i seguaci del culto di Cristo a denunciare chiunque venga sorpreso ad adorare l'antico dio offrendo suo figlio come tributo.


Trascending the Saturnine Iericho Skyes

"Trascending the Saturnine Iericho Skyes" (Trascendendo i Saturnini cieli di Jericho). Strumentale di in cui si sente solamente una donna cantare parole incomprensibili all'orecchio umano. Meglio così, in fondo, il mistero rende tutto più interessante ed evocativo.

Kain's Countenance Fell

"Kain's Countenance Fell" (La caduta di Caino). Poche note di chitarra senza distorsione introducono l'ascoltatore a questo sesto pezzo, lento e quasi ipnotico nei primi secondi. Il basso e la batteria si uniscono poi in seguito. Le variazioni di ritmo sono minime, fino a quando non è il momento per Alex di cantare un distico in latino che fungerà da solenne ritornello per questa canzone: "Vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra! La voce del sangue di tuo fratello mi chiama dalla terra" . In questi versi, il frontman dei Ruins of Beverast cerca di far trasparire il disappunto, la delusione di Dio nell'apprendere che uno dei suoi primi figli, Caino, si era appena macchiato di fratricidio. Dall'altra parte, Caino diventa consapevole del suo crimine e si dispera sapendo che la sua punizione sarà esemplare ed insopportabile. Lo stesso Dante Alighieri chiamerà Caina il più basso dei gironi infernali, il più vicino a Lucifero. Possiamo anche solo lontanamente immaginare quanto sia terribile tradire il sangue del proprio sangue, per motivi poi futili e privi di senso alcuno, di significato.La storia di Caino ed Abele è più che mai attuale, capace di descrivere appieno quanto l'invidia sia sempre stato uno dei mali più presenti e negativi, sin dagli albori dell'umanità. Abele, mite e generoso, amato da Dio proprio per queste sue qualità... e Caino, sostanzialmente differente da suo fratello. Il quale, anziché rappresentare una sorta di modello a cui ispirarsi, si è ritrovato suo malgrado un qualcosa da estirpare con forza e violenza da questo mondo. Geloso dell'amore che Dio provava nei riguardi del suo consanguineo, Caino infatti lo uccise senza pietà, garantendosi la dannazione eterna e l'esilio dalla terra che egli aveva sporcato con il sangue fraterno. Il secondo passo verso la decadenza umana: dopo la scacciata di  Adamo ed Eva dal paradiso terrestre a causa di Satana, ecco dunque che l'uomo si dimostra ancor più debole che in precedenza. Rinunciò al paradiso ed alla beatitudine eterna perché incapace di sottostare ad un'unica, semplice e futile regola; ora, non riesce neanche a gioire delle fortune dei suoi famigliari, tanto è ingordo ed egoista, tanto vorrebbe tutto per sé senza dividerlo con nessuno, neanche con i suoi consanguinei. Ancora una volta l'alternanza di velocità e rabbia con momenti di pura atmosfera e parti corali si dimostra vincente, facendo fluire velocemente i quasi nove minuti di durata di questa traccia.


The Restless Mills

"The Restless Mills" (I Mulini senza Riposo). La protagonista di questa traccia è sicuramente la batteria, dall'impronta marziale data all'inizio della canzone, mentre una tremolante chitarra cuce le sue note come un ragno che ha paura di non riuscire a stare in equilibrio sul suo filo di ragnatela, alle sfuriate, forse le più violente della storia della band, presenti da circa metà canzone. Non fatevi ingannare dal mixaggio che la relega in secondo piano rispetto a chitarra e voce, la velocità e la violenza con cui Meilenwald percuote le pelli della sua batteria sono degne del peggior gruppo War Metal canadese, anzi, senza andare troppo lontano, dei suoi Truppensturm. Ormai penso abbiate capito cosa mi piace dei Ruins of Beverast, in caso contrario, ve lo spiego un'altra volta, ma giuro che è l'ultima. La forza di questo progetto sta nel saper alternare e mescolare alla perfezione momenti di rabbia sonora tradotta in riff taglienti e batteria galoppante, voce demoniaca e basso da far tremare i muri di un castello ad attimi di pura atmosfera, lentezza epicità, momenti che permettono all'ascoltatore di lasciare la stanza, il treno, l'aula o l'ufficio dove sta ascoltando il disco con le cuffiette per essere spostato in un'altra dimensione dove è la musica a disegnare i contorni di tutto. Non ho citato volutamente l'automobile come luogo di ascolto, perchè non vorrei mai che qualcuno avesse un incidente e si giustificasse dicendo: "Costa ha scritto nella zine che ascoltare i Ruins of Beverast in macchina ti porta in un altro mondo". Sì, l'ho scritto, ma non intendo l'Aldilà. Sia chiaro. Anche in questa "The Restless Mills" non mancano i cori, stavolta persino inquietanti perchè di voci femminili e non proprio soavi, come se a cantare fossero le "Masche", streghe tanto care alla tradizione piemontese. Il testo dipinge una desolata visione apocalittica, dove le creazioni dell'uomo hanno distrutto la terra donata ai suoi figli da Dio. Un mondo dove ormai tutto è tossico, anche l'aria che fa ruotare senza sosta le pale dei mulini. Gli ultimi versi contengono un'accusa, quasi una bestemmia, Meilenwald incolpa Dio di essere la fonte, il padre del morbo che ha ucciso il mondo.


Theriak - Baal - Theriak

"Theriak - Baal - Theriak". Lamenti, ululati, voci disturbate, altri lamenti, interferenze magnetiche e voci incomprensibili, come se bastassero poche note di tastiera per definire canzone una rappresentazione dell'inferno.


Blood Vaults II, Our Despots Cleanse the Levant

"Blood Vaults II, Our Despots Cleanse the Levant" - Cripte di sangue II: (I nostri Tiranni purificano il Levante). Questo è il pezzo più veloce e violento dell'intero album, una traccia in puro stile "Rain Upon The Impure" se non fosse per i momenti più marcatamente doom metal in cui Meilenwald canta addirittura con voce pulita, ma questi sono rari attimi di calma in un pezzo quasi sempre tirato e maligno con la batteria e la chitarra che si inseguono senza pace per i primi minuti. Fino a quando, intorno al quarto minuto, la batteria diventa marziale, il tono di Alex si abbassa, si possono udire delle donne cantare in lontananza, qualche squillo di tromba, ma soprattutto la quarta strofa del " Dies Irae" di Tommaso da Celano. Forse un omaggio di Alexander a Bergman, regista svedese autore de "Il settimo Sigillo", film di culto dove è presente il Dies Irae come colonna sonora, oppure il frontman tedesco sta ancora una volta tessendo lodi alla morte, cosa che gli è sempre riuscita bene fin da quando ha fatto uscire Unlock the Shrine nel 2004. I richiami al primo episodio della serie "Cripte di Sangue" (Thy Virginal Malodour) presente su Rain Upon the Impure diventano quantomai espliciti quando, nell'ultimo minuto di questo secondo capitolo, viene ripreso il giro di chitarra di quello di tre anni prima, subito dopo una parte cantata con una voce pulita quasi da pelle d'oca. Ultima sfuriata sonora ed il pezzo si chiude. Ancora non posso credere di aver fatto headbanging su una strofa estratta da un canto gregoriano. Spero di non essere l'unico. Il testo è incentrato sullo scontro tra crociati e musulmani sotto le mura delle città della terra Santa, dove ogni riga, ogni sermone dei libri sacri veniva cambiato per fornire agli uomini una ragione in più per dar luogo ad un massacro.


Arcane Pharmakon Messiah

"Arcane Pharmakon Messiah". L'ultima granitica e lunga traccia del disco supera i 15 minuti di durata, un ultimo salmo maligno per chiudere questo concept biblico in tematiche, durata e pesantezza musicale. Tastiere oniriche ed una voce registrata fanno da introduzione a questa traccia finale, chitarra basso e batteria creano un'atmosfera malinconica, la voce di Alex è sempre il solito potente scream profondo, abissale. Al quarto minuto spunta un giro di chitarra non distorta accompagnato da tastiera e batteria che rievoca le atmosfere tetre e spettrali di Unlock the Shrine, album di debutto del progetto Ruins of Beverast del 2004. Il cambio di tempo lo abbiamo a metà canzone nel più classico dei modi: un potente "Uh" degno del miglior Tom G. Warrior dei Celtic Frost. Tutto il comparto musicale che segue sembra aver preso forte ispirazione dalla band svizzera, pioniera del metal estremo. Un omaggio più che dovuto. Il finale di questo pezzo, mi sento di dire senza temere insulti, sembra anticipare quello che sarà il mood dell'album successivo "Blood Vaults": ritmi lenti, batteria pesante e tastiere molto simili ad un organo che suona in una antica cattedrale gotica mezza diroccata. Una voce registrata anticipa l'entrata in scena di uno spettrale pianoforte, le mura della cattedrale gotica ancora ci circondano e lo faranno fino alla fine della traccia che si chiude col lento svanire delle note di tastiera. Il testo è angoscia, rabbia, delusione di quest'entità, forse umana, forse divina che vaga per quel che resta del mondo, invocando e sperando nell'arrivo di un messia. Un messia che forse potrebbe e dovrebbe salvarci, ma che in realtà sarà capace di fare poco o nulla, in quanto la razza umana è condannata e destinata ad estinguersi con le proprie mani. Inutile sperare, inutile credere di poter redimere una stirpe macchiata di sangue in maniera indelebile, in maniera ormai irreversibile. Possiamo sfregare ma quella macchia non andrà mai via: il nostro essere deboli, patetici ed assolutamente incapaci di vivere. Assassini, soggiogatori e soggiogati, questo è il Nostro destino: quello di ucciderci l'un l'altro per delle immense futilità, fin quando non rimarrà che una pozza di sangue dalla quale emergeranno scompostamente dei cadaveri mutilati, smembrati, fatti a pezzi. Non siamo altro che la rovina di ogni cosa entri in contatto con le nostre brame di potere, con il nostro egoismo e la nostra rabbia. Imperfetti e difettosi, persino Dio si vergogna a tal punto di noi da spingerci appunto verso il baratro, mollando il calcio decisivo alle nostre schiene, facendo in modo di farci spiccare il definito volo in un abisso oscuro e senza fine, nel quale troveremo la morte.


Conclusioni

Ancora turbato per questo viaggio nei meandri dell'ira divina, della disillusione e soprattutto dell'inutilità della vita / stirpe umana, posso sinceramente dire di dover compiere più di qualche riflessione, non prima di sedermi sotto un sole splendente godendo di un po' di luce, dopo tanta oscurità. Un'oscurità capace di tagliare in profondità, di segnare in maniera indelebile la carne di chiunque si approcci a questo album, desideroso di addentrarsi lungio sentieri cupi e difficili da percorrere... spaventosi, spettrali ma proprio per questo affascinanti, in grado di esercitare su di ogni malcapitato un fascino magnetico. Impossibile non imboccare queste strade; impossibile fuggire via al cospetto di questi tronchi oscuri e fatiscenti, impossibile non rispondere al richiamo di un bruma notturna, di antichi massi corrosi dal muschio... impossibile lasciarsi vincere dalla paura. Sentimento che di certo permane nei nostri animi, anche a viaggio cominciato; eppure sì splendidamente miscelato alla voglia di perdersi in sensazioni oniriche e mai provate prima d'ora, sensazioni impossibile da spiegare mediante semplici parole. Quel che posso dire, parlando nella maniera più diretta e comprensibile, è: fate vostra una copia di questa terza fatica del progetto "The Ruins of Beverast". Fate in modo di predisporre al meglio quest'esperienza d'ascolto, compiendo voi stessi e da soli i vostri incauti passi lungo questa strana, spaventosa e meravigliosa strada. L'unico modo per poter capire cosa veramente un'emozione sia, è provarla. Di certo non sarà mai identica a ciò che altri hanno provato prima di noi, ma poco importa; successivamente avremmo comunque in mano qualche fugace esempio di come un viaggio del genere possa essere, nei suoi pro e nei suoi contro. Ergo, l'invito a calarvi lungo questo abisso di misantropia, disillusione ed apocalisse è più che mai caldo e vibrante, anche in virtù del fatto che   "The foulest semen of a Sheltered Elite" è forse il disco più facile da capire, più immediato tra quelli composti da Alexander von Meilenwald da quando ha creato i Ruins of Beverast. Di certo non un passo induetro o comunque una peculiarità da maltrattare, tutt'altro. "Più facile" non significa di certo "meno valido", anzi; rappresenta semplicemente quel che questa espressione vuol dire, ovvero più semplice da assimilare, più adatto per chiunque, anche a chi risulterebbe forse leggermente a digiuno del genere proposto. Ecco dunque che i più voraci fra i nostri lettori potranno in tal senso avere vita facile, sicuramente più informati di un novizio alle prime armi. Eppure, "The Foulest" non taglia via chi magari non possa - per un motivo o per un altro - vantare una cultura più che discreta in certi ambiti. Chi di noi, anche incautamente, non ha mai udito i padrini, i gruppi pilastro, gli imprescindibili e fondamentali sacerdoti del sound proposto in questa situazione? Stiamo pur sempre parlando di un disco che, per forza di cose, presenta delle chiare influenze doom e Gothic metal... e non potrei contraddirvi troppo se sentiste richiami persino ai Type 0 Negative del grande (in ogni senso possibile) Petrus "Peter Steele" Ratayczyc. Un disco quindi facilmente assimilabile, non tanto per puristi ed intenditori quanto per tutti coloro i quali sappiano dunque sacavare a fondo nel proprio Io, risultando abbastanza recettivi da carpire man mano alcuni significati disposti strategicamente lungo tutto il cammino. Basta dunque spalancare il proprio essere a questo sound, immergendosi totalmente in una realtà dalla quale, ve lo assicuro, riemergeremo cambiati e forse con qualche consapevolezza in più. Non bisogna sottovalutare in nessun modo la carica evocativa di un musicista come Meilenwald: pur risultando in questa occasione più "semplice", Alexander non ha cambiato di una virgola l'aura trascendentale della propria proposta, stando attento a non disperderne neanche una goccia, neanche un grammo. L'impegno - così possiamo definirlo - "spirituale" è dunque più vivo che mai, elemento che non deluderà di certo i fan di vecchia data, nonostante il cambio sostanzioso di sonorità al quale abbiamo oggettivamente assistito. Un lavoro più doom che black metal, dove l'atmosfera viene prima della cattiveria, dove l'anima viene posta su di un gradino più altro del podio, rispetto alla "carne" da scuotere attraverso crudeltà e riff affilati come falci. Nonostante ciò, il buio regna ancora sovrano. non abbiamo punti di riferimento se non qualche fioca e tenua luce posta di quando in quando lungo un sentiero spettrale, sul quale ci ritroviamo, per fortuna e purtroppo, a camminare. Un album che consiglio caldamente a tutti coloro che cercano una fuga dal mondo reale per mezzo della musica. Ancora una volta, Meilenwald ne esce vincitore.


1) I Raised this Stone as a Ghastly Memorial
2) Alu
3) God Ensanguined Bestiaires
4) Mount Sinai Moloch
5) Trascending the Saturnine Iericho Skyes
6) Kain's Countenance Fell
7) The Restless Mills
8) Theriak - Baal - Theriak
9) Blood Vaults II, Our Despots Cleanse the Levant
10) Arcane Pharmakon Messiah
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