THE MATRIX

Music from the Motion Picture

1999 - Warner Bros / Maverick

A CURA DI
ANDREA ORTU
17/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

The Matrix, o da noi semplicemente "Matrix", è un capolavoro riconosciuto ed un cult del genere fantascientifico, senza dubbio alcuno l'opera magna dei fratelli Wachowski - oggi sorelle Wachowski. Lana e Lilly, allora ancora conosciute come Larry ed Andrew, prima della loro radicale scelta di vita, del film hanno curato regia, soggetto e sceneggiatura, potendo così vantare piena paternità sull'opera. Un'opera, vale la pena ricordarlo, che ha saputo interpretare la post-modernità dell'era digitale come nessun altra e dare, tanto ad Hollywood quanto all'estetica in generale, nuove coordinate stilistiche e concettuali. La dialettica di questa pellicola così germinale è intrinsecamente legata alla sua colonna sonora, di cui parleremo nello specifico tornando, canzone dopo canzone, tra le vicende di Neo, Trinity e Morpheus. Prima, però, facciamo un passo indietro e ritorniamo con la mente al 1999, anno d'uscita del film, cercando così di comprendere i presupposti sociali e politici che ne hanno reso possibile il successo. Siamo all'alba del terzo millennio, e già si parla dell'imminente problema del millennium bug e dell'Euro, la nuova moneta che avrebbe dovuto portare l'Europa alla ribalta dell'economia mondiale. L'undici settembre è ancora lontano, insospettabile, così come la crisi economica che, dieci anni dopo, avrebbe cambiato per sempre la percezione del nostro futuro; e nonostante il pianeta abbia attraversato guerre terribili, ed eventi sociali di notevole impatto, l'impressione dell'occidentale medio è quella di vivere in un mondo di relativa pace, ricchezza e perfino noia. L'Unione Sovietica è caduta da un pezzo e né la Russia, né la Cina sembrano essere in grado di rappresentare una reale minaccia per gli Stati Uniti e la NATO. La guerra del Golfo non pare aver destabilizzato il medio oriente come avrebbe fatto, in seguito, la politica di George W. Bush Jr prima, e dei Democratici poi; siamo quindi lontani dalle varie primavere arabe, e da quel forte sentimento anti-occidentale che darà origine all'ISIS. Il terrorismo islamico è un nemico ancora in là da venire, mentre il comunista è un nemico superato, che non fa più paura a nessuno. In sintesi, all'occidente ricco ed illuso manca un nemico, quell'indefinibile entità meta-umana sulla quale fare carico delle proprie paure - e del proprio odio. In mancanza di riferimenti reali veramente efficaci, il mondo dell'intrattenimento trova il suo antagonista ideale lontano dal sistema solare, in razze aliene ostili e disumane; è il caso di film come Independence Day, di Roland Emmerich, caratterizzato da un'esaltazione volutamente parossistica del sistema U.S.A., o di Starship Troopers, che tuttavia nasconde un forte messaggio politico in antitesi con il romanzo da cui è tratto. Oltre allo spazio, però, il mondo dell'entertainment punta su di un altro scenario, su ben altro nemico, decisamente più vicino e per molti aspetti perfino più inquietante: il Sistema stesso. È precisamente su questo filone che nasce l'idea di Matrix, riuscendo a cogliere il respiro del suo tempo ma, contemporaneamente, a fare sue le tradizioni più consolidate: dall'epica pura a Terminator, passando per un gran numero di produzioni asiatiche perlopiù sconosciute all'occidentale medio. In particolare, Matrix riesce a cogliere l'umana insicurezza di fronte all'evoluzione delle macchine, già delineata vent'anni prima da James Cameron, e a fonderla con il background filosofico di opere d'animazione all'avanguardia, come Serial Experiments Lain e, soprattutto, Ghost in the Shell. Capolavori seminali, questi ultimi, relegati tuttavia a target infantili in occidente, ma presi estremamente sul serio in Giappone ed anche, cosa più importante, dagli addetti ai lavori di ogni parte del mondo - Wachowski compresi. In tali opere l'Intelligenza Artificiale, o meglio quell'impalpabile mondo che le macchine racchiudono e che adesso chiamiamo internet, determina una domanda filosofica che oggi pare sempre meno fantascientifica: dove risiede l'anima? In Matrix, quello che percepisci e che ritieni reale, compreso il tuo stesso essere, è frutto di un'elaborata messa in scena che tutto attanaglia: un'umanità schiava ed inconsapevole di esserlo. A tutto questo, il capolavoro dei fratelli Wachowski aggiunge l'uomo nuovo del nostro tempo, nato e cresciuto con le macchine e ad esse affine: l'informatico, l'hacker, e lo mette nei panni del predestinato caro a qualsiasi mitologia epica, da Re Artù a Luke Skywalker, colui il cui fato e già scritto, e sulle cui spalle pesa la Salvezza dell'umanità tutta. Un bagaglio concettualmente enorme, che poggia le sue basi primigenie su un antagonismo che la musica, negli anni d'oro del rock'n roll, dell'hard rock e del punk, ha già ampiamente delineato. E se per Matrix quel sentimento antagonista, che vede nel Sistema il reale nemico dell'individuo, è figlio di un'epoca priva di pericoli, nella musica esso è il prodotto di un impegno militante, una presa di coscienza che si contrapponeva alla guerra fredda, al Vietnam, alla costante minaccia dell'annientamento atomico. Il risultato, tuttavia, non cambia, ed in Matrix la musica sintetizza ancora appieno quell'insieme di sentimenti di matrice anarchica, seppure in chiave assai vaga: dal più puro individualismo di matrice nichilista, a sentimenti di chiara natura sociale e collettivista. Vaghezza che è propria tanto della selezione musicale quanto della pellicola, e che tuttavia non danneggia minimamente la solidità di una sceneggiatura pressoché perfetta. La colonna sonora di Matrix riveste dunque un ruolo basilare non solo come sottofondo all'azione, ma anche e soprattutto come fondamenta concettuale e sociale: il linguaggio dissidente per antonomasia. All'ottima colonna sonora di Don Davis, quindi, si alternano le tracce di artisti stilisticamente ai margini, e soprattutto dai contenuti quantomeno spigolosi: dalla cultura rave e post-punk dei Prodigy a Rob Zombie, come sempre sconcio e libertario, fino al rap metal dei Rage Against the Machine, fisiologicamente antagonista a partire dalla sua origine afroamericana. Veniamo così all'album che racchiude queste canzoni, frutto di artisti diversissimi fra loro: The Matrix: Music from the Motion Picture. Curiosamente, non tutti i pezzi del disco hanno un ruolo nel film, ma ognuno di essi, nessuno escluso, è dotato di un legame a livello o culturale, o stilistico, con la pellicola dei fratelli Wachowski. Attraverso questa sorta di compilation avremo modo di comprendere come, a prescindere dalla centralità o meno dei brani, ognuno di essi riesca tuttavia a definire un particolare aspetto di Matrix; di come, ad esempio, i suoni metallici e martellanti dell'industrial dei Rammstein, o dell'elettronica dei Meat Beat Manifesto, riescano a suggerire le meccaniche inquietantemente cyberpunk delle macchine senzenti; oppure, ancora, di come un pezzo come Mindfield riesca immediatamente a suggerire atmosfere da film d'arti marziali. Già, perché oltre all'epica, alla fantascienza e all'action, Matrix è anche un discendente diretto della tradizione cinematografica di Honk Kong, forte di coreografie efficaci e sopra le righe, derivative del miglior cinema orientale, dai classici di Bruce Lee fino a Gordon Chan e John Woo. Non a caso, grazie alle sue mirabolanti scene d'azione, Matrix ha vinto praticamente ogni possibile premio relativo al piano tecnico e stilistico. Un'attitudine battagliera più che evidente fin dalla copertina, sia da quella del film, sia da quella dell'album in esame, con un piano americano sui personaggi principali dell'opera: Neo, interpretato da Keanu Reeves, è posto in evidenza sia in termini spaziali che cromatici, mentre sullo sfondo, da sinistra a destra, fanno la loro comparsa Cypher (Joe Pantoliano), Morpheus (Laurence Fishburne) ed infine Trinity, interpretata da una Carrie-Anne Moss che, grazie a Matrix, guadagnerà una notorietà fino a quel momento soltanto vagheggiata. Tutti e quattro sono ben armati, vestiti di pelle nera ed occhiali da sole, offrendo uno scorcio di quell'estetica che, dopo Matrix, sarebbe decisamente assurta a standard. Il principale produttore di quest'album è un nome piuttosto noto, negli ambienti dello show business, trattandosi di quel Guy Oseary famoso per la sua attività di manager per artisti quali Madonna e U2. E non è certo un caso che lo stesso Oseary si sia occupato, nella sua ragguardevole carriera, di molti dei musicisti che affollano questa soundtrack, compresi The Prodigy, Deftones e Rob Zombie. Insomma, "squadra che vince non si cambia", e la squadra che compone The Matrix: Music from the Motion Picture, be', non c'è ombra di dubbio: vince

Rock is Dead

Tutto ha inizio dalla fine, ovvero da Rock is Dead (Il Rock è Morto). Il brano di Marilyn Manson, infatti, fa la sua comparsa nel film solo al momento dei credits, e per giunta proprio alla fine. La scelta, in realtà, segue una sorta di ordine cronologico in senso lato, dal momento che Rock is Dead uscì come singolo quasi parallelamente a Matrix, e che il video originale, diretto da Samuel Bayer, fu appositamente modificato per ospitare alcune scene tratte dal film. Vuoi quindi sia il successo del singolo, sia dell'album da cui è tratto, che aprire la soundtrack con questa canzone diventa la scelta più logica, e soprattutto la più efficace in termini di marketing. L'album da cui proviene il pezzo, Mechanical Animals, fu d'altronde un vero successone, acclamato tanto dal pubblico quanto dalla critica; il secondo di una trilogia composta da Antichrist Superstar e Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death). In realtà, pur essendo un concept album, e nonostante il titolo richiami ad elementi "meccanici", il tema di fondo di Mechanical Animals non ha pressoché niente a che vedere con le vicende di Matrix. L'unico elemento in comune potrebbe essere una delle definizioni che, nell'opera di Manson, viene assunta dall'espressione "Mechanical Animals", oltre naturalmente quella della band immaginaria del protagonista: gli "animali meccanici" sarebbero le persone, divenute ormai spente e prive di emozioni, assimilabili in un certo senso all'umanità "dormiente" di Matrix. Un parallelismo assai labile, quasi inconsistente, che trova nel testo di Rock is Dead ben pochi appigli cui aggrapparsi. Tra le righe, Marilyn Manson parla di un'umanità animalesca, incapace di comprendere bambini e adolescenti, schiava dei dogmi imposti dalla televisione e relegata ai soliti stereotipi sociali e religiosi. Il rock è quindi "più che morto", ed il cantante sembra evocare la nascita di una nuova divinità da imitare senza pensiero, finta, contraffatta come tutto quel mondo che lo stesso Manson, nel bene e nel male, ha sfruttato e sfrutta tuttora. Volendo forzatamente leggere tra le righe, non è difficile ravvisare un parallelismo tra quell'umanità che sceglie Matrix di sua spontanea volontà, per ignoranza o per debolezza, e la società che Manson demolisce, ed ha sempre demolito, in tutta la sua storia discografica. Un'umanità assoggettata da false promesse, dal luccichio di idoli fasulli, sintetici, squisitamente post-rock; quegli idoli, insomma, dei quali lo stesso Manson è voluto divenire simbolo e antitesi al tempo stesso. Rock is Dead è infatti quasi più una celebrazione, che non una critica, come l'andamento sarcasticamente solare del brano sottintende. Un andamento quasi marziale, duro nei movimenti elettrici di Timothy Michael Linton - altrimenti conosciuto come Zim Zum -, ma stemperato da un'infrastruttura elettronica che determina il pathos finale della canzone. Manson stesso alleggerisce il senso della sua poetica, dissacrando se stesso col suo collaudato marchio di fabbrica: un ritornello fresco, allegro, canzonatorio come la filastrocca di un bambino ma intonato con voce roca, la voce di chi ha la gola ricolma del suo stesso sangue. Ciò che lega questo sound a Matrix è la... matrice industrial, già per definizione figlia di un'epoca di produzione di massa, di soluzioni artistiche legate a ripetizioni meccaniche e sonorità sintetiche. Peculiarità che, come vedremo, è propria di quasi tutte le tracce di questa soundtrack. Insomma, tanto il testo quanto il sound di Rock is Dead hanno, volendo, elementi in comune con il messaggio intrinseco di Matrix, ma il vero collegamento, il vero ponte tra Matrix e questa canzone, è lo stesso Marilyn Manson. Lui, rappresentante di una cultura musicalmente ed esteticamente ai margini, ma allo stesso tempo emblema delle più estreme conseguenze della cultura pop. Una dualità simile a quella di Neo - comune mortale ed Eletto - che ha origine in quel nome perverso, unione di due volti agli antipodi della cultura americana. Entrambi, a loro modo, mostruosi.

Spybreak!

- Deve per cortesia depositare tutti gli oggetti di metallo che ha in tasca, chiavi, monete e... oh, no!

Spybreak! cambia totalmente la prospettiva dell'ascoltatore: se Rock is Dead era cornice, una parentesi finale al di fuori della messa in scena, il brano dei Propellerheads riporta invece l'ascoltatore al centro dell'azione. Siamo all'inizio della catarsi finale, non lontani dalla resa dei contri tra Neo e l'Agente Smith. L'Eletto ha fatto la sua scelta, Trinity è con lui e tra i due e l'obiettivo ci sono solo una manciata di poliziotti, servi del sistema per definizione. Spybreak è il sottofondo ad una delle scene più mozzafiato del film: una lunga sparatoria in gran parte girata al rallenty, un tripudio di salti impossibili, arti marziali oltre ogni regola della fisica, poveri bastardi ammazzati senza pietà e tanto, tanto piombo. Il testo della canzone è composto esattamente da sei parole, che comunque non hanno nulla a che vedere con le vicende cui fanno da sfondo: Where's Will? / Make him look bad; ovvero: "dov'è Will? / facciamolo sembrare cattivo". Insomma, l'ermetismo tipico della poetica inerente qualsiasi opera di musica elettronica, probabilmente un fugace riferimento al percussionista e co-fondatore Will White. Anche se, a ben vedere, a "sembrare cattivo" in questa scena è lo stesso Neo, incurante sterminatore di inconsapevoli difensori del Sistema, freddo ed implacabile salvatore degli uomini liberi. Trinity e l'Eletto distribuiscono morte e capriole a volontà, accompagnati ogni momento dalle suggestioni urbane del duo britannico: sirene in lontananza, sussurri, suoni atmosferici e sonorità sintetiche fanno da sfondo alla cruenta sparatoria, mentre lo scratching caratteristico di certe correnti trip hop spezza la tensione. Il synth di Alex Gifford delinea tutte le sfumature della canzone, da quelle più concitate a quelle più cadenzate, ma la vera colonna portante, tuttavia, è l'evocativa ed accattivante linea di basso, sulla cui potente impalcatura è costruita qualsiasi altra suggestione di questa "Short One". Già, "corta", come specifica il titolo della traccia sull'album in esame, perché la versione di Spybreak presente nella nostra compilation dura quattro minuti, ben tre di meno rispetto alla versione di "Decksandrumsandrockandroll", l'unico vero full length dei Propellerheads. Per concludere: un gran bel pezzo nel suo genere, in grado di portare all'eccellenza una scena già magnificamente girata ed interpretata, ideale al background di Matrix anche in termini culturali. Infatti, dopotutto, cosa può rendere al meglio una distopia virtuale del buon, vecchio big beat anni '90?

Bad Blood

Bad Blood (Cattivo Sangue) non è propriamente un pezzo di Matrix. Non compare infatti in nessuna scena del film, credits compresi. Il legame tra questa canzone e la pellicola dei fratelli Wachowski, oltre che nelle ovvie dinamiche di marketing, andrebbe ricercato piuttosto nella band in questione: i Ministry. Abbiamo già accennato come le sonorità dell'industrial metal, inteso sia come genere musicale che come ambito culturale, siano fisiologicamente adatte alla distopia tecno-metafisica messa in scena su Matrix. Ergo (come direbbe l'Architetto nel seguito del film), chi meglio di una band alle origini di questo sound, per rappresentare questo grande calderone concettuale? I Ministry hanno iniziato prestissimo, precisamente nel 1981, a fare musica incentrata su soluzioni sintetiche, in accordo con il dilagare di movimenti e pensieri che, nell'artificio tecnologico, vedevano una sorta di ripartenza dell'umanità, l'uomo come un neo-primitivo. Ebbene, la band di Al Jourgensen ha cavalcato tale estetica fin dai suoi inizi, prima attraverso più moderate soluzioni sinthpop, poi, pian piano che certe sonorità prendevano piede a livello di mercato, tingendosi sempre più di cupe dissonanze, tonfi martellanti ed elettrici ruggiti; fino a quando, verso la fine degli anni '80, essa ed una manciata di altre band hanno delineato l'industrial metal come lo conosciamo oggi. Bad Blood inizia con un intenso stridio metallico, un suono inumano che riporta allo spettatore di Matrix le immagini del cielo nero sulla città, o meglio su ciò che ne resta, alle seppie meccaniche, ai campi dove "gli esseri umani non nascono, vengono coltivati". Il resto del brano è un lento incedere di percussioni sorde e chitarra elettrica, sulle quali Jourgensen urla le sue liriche minimali. Pochi i dettagli che determinano la tensione - e dunque il pathos - ma efficaci, capaci di far filare senza fatica un pezzo di quasi cinque minuti; in primo luogo i break di batteria, certo, seguiti da essenziali variazioni sul riff, ma anche e soprattutto il dialogo tra due voci: una ruggente e disperata, come se tentasse di sovrastare i suoni metallici sullo sfondo, l'altra nasale e distante, come venisse da un ricordo - o, magari, dall'inconscio. Il testo del brano è incredibilmente in simbiosi con il significante del film, paradossalmente molto di più di altri brani che, al contrario di questo, sono parte integrante del racconto. Colui che urla si chiede cosa siano le menzogne, osserva un'umanità che cerca le sue risposte in "occhi catatonici", morenti ed insanguinati. Il sangue cattivo, o sangue infetto, è l'eredità corrotta di una società priva di stimoli e di sorprese. A queste strofe rabbiose risponde sempre, puntuale, una voce debole e distante: ricordi la difformità, il dolore, la causa di tanta vergogna? Ti ricordi di me, di noi, o hai abbandonato i tuoi sogni e le tue convinzioni? Da colui che urla giunge dunque un grido di riscatto, una rivincita sulla mediocrità attraverso un'incontenibile flusso di follia; ed infine una minaccia: il tempo stringe per il cattivo sangue. Perfetto, a dir poco, per ciò che Matrix vuole rappresentare. Dark Side of the Spoon non sarà stato un grandissimo album, ma certo questo pezzo, Bad Blood, rimarrà come uno dei migliori del catalogo dei Ministry. 

Clubbed to Death (Kurayamino Mix)

Clubbed to Death (Bastonato a Morte) è un pezzo accreditato a Rob D, al secolo Robert Don Hunter Dougan, un eclettico compositore di musica elettronica noto, fra le altre cose, per l'attitudine a mischiare sonorità culturalmente lontane tra di loro. Nonostante la violenza intrinseca nel titolo, abbiamo a che fare con uno dei brani maggiormente cadenzati dell'intera opera, venato tuttavia di un costante, sottilissimo velo d'inquietudine. Con Clubbed to Death torniamo finalmente fra le scene del film, e per la precisione all'addestramento di Neo come futuro difensore di Zion. Siamo ad un momento topico della narrazione: poco dopo l'epico combattimento fra Neo e Mopheus, e subito dopo la prova del salto, quella che "la prima volta cadono tutti" - parola di Cypher. Adesso, il nostro eroe deve imparare a conoscere il proprio nemico, colui, anzi coloro, che in Matrix rivestono il ruolo di investigatori, giudici e carnefici: gli agenti. Programmi senzienti creati al solo scopo di catturare o eliminare i ribelli. Quello di Rob D è fondamentalmente un brano strumentale, se così si può dire, un pezzo di musica elettronica che fonde elementi orchestrali di stampo neoclassico, trip hop e ambient. L'intera canzone articola le sue suggestioni su un quattro quarti piuttosto essenziale, semplice eppure carico di sensazioni, ricco d'atmosfera perfino da solo, senza troppi orpelli. In tal senso, l'autore fa sua la pur limitata esperienza del filone downtempo, usandola nel migliore dei modi possibile. Le sonorità ambientali, saggiamente mescolate alle canoniche dissonanze elettroniche, tendono a suggerire un sottotesto inquietante, sensazioni agorafobiche dal sapore vagamente urbano. I fratelli Wachowski colgono appieno lo spirito del brano, e lo inseriscono in una scena dai contorni alienanti, visivamente e psicologicamente: sembra Matrix, ma è solo un programma di addestramento. Una moltitudine di persone, uomini e donne che vivono le loro vite totalmente inconsapevoli; ed ognuna di queste persone è un potenziale nemico, un servo del sistema. Poi, alla fine, uno di loro. L'andamento cadenzato del brano è perfetto, nell'accompagnare il cammino a passo d'uomo dei nostri in questa rappresentazione distopica ed alienante. Naturalmente, così come la scena dura pochi secondi, la canzone originale dura viceversa molto di più. Ai suoni ambientali si aggiunge ben presto l'effetto degli archi, che nella fase centrale dell'opera non fanno altro che aggiungere tensione al crescendo del brano. Clubbed to Death raggiunge il suo climax poco dopo, quando al crescere esponenziale dei violini fa eco il suono d'un pianoforte. La catarsi è strutturata ancora una volta in maniera semplice ed essenziale, eppure maledettamente convincente, portando l'iniziale sensazione d'angoscia alla disperazione vera e propria, melliflua, malinconica, priva di conforto. Al culmine, l'atmosfera sembra quasi colorarsi di una sensazione di speranza, salvo poi ripiombare nella claustrofobica ritmica iniziale, circolo perverso caro al genere - anzi, ai generi - cui fa capo l'opera di Rob D. L'atmosfera tragica intrinseca del brano è sottintesa nell'aggiunta al titolo, "Kurayamino Mix", laddove l'espressione giapponese "Kurayamino" significa letteralmente "dell'oscurità", ispirata, a detta dello stesso Robert, da scrittori quali Yukio Mishima e Yasunari Kawabata. Di Clubbed to Death esistono tante varianti, com'è regola in questo tipo di mercato, ma quella di Matrix, inutile dirlo, rimane la più famosa e memorabile. 

Prime Audio Soup

Prime Audio Soup dà seguito allo svolgimento del film in ordine praticamente cronologico. Siamo infatti poco dopo gli eventi narrati poc'anzi, quelli con lo sfondo di Clubbed to Death. I nostri si preparano a far visita all'oracolo, tutti in ghingheri nei loro tiratissimi completi da "strafigo primi anni 2000"; un telefono squilla dentro un appartamento abbandonato ed il movimento di macchina, ispirato e geniale, riesce a rendere la comparsa dei nostri eroi nel mondo di Matrix qualcosa di spettacolare, scultoreo e narcisista. Il narcisismo è infatti un aspetto fondamentale di Matrix, per quanto consapevolmente frutto di pura finzione. Il titolo del brano non ve lo traduco, suonerebbe qualcosa come "primigenia zuppa sonora", o qualcosa di simile, probabile riferimento alla mescolanza di sonorità che, perdonatemi l'espressione, finisce necessariamente "appiattita" dall'infrastruttura della canzone, essenziale e soprattutto ripetitiva. Cosa che, tengo a specificare, è un vantaggio ed un'indiscutibile qualità, in un contesto del genere. L'album su cui nasce questa canzone si chiama Actual Sounds + Voices, ed è opera del duo britannico Meat Beat Manifesto, quasi un leggenda del panorama elettronico anni '90. In realtà il Manifesto è rappresentato soprattutto da un elemento, fondatore ed unico membro permanente del duo: Jack Dangers, forte di una discografia ricchissima di collaborazioni ed opere germinali, ispirazione di tutte le principali formazioni drum and bass, dub, trip hop ed industrial di fine millennio. Trent'anni di onorata carriera: niente male, considerato il contesto ed il suo continuo mutare. Musicalmente, a determinare il movimento del brano è l'articolata sezione ritmica. Il sound di batteria, con i suoi tempi dispari, risente di evidenti influssi jazz e fusion, mentre le sincopatie spezzano e rilanciano continuamente la tensione in un infinito, sapiente connubio con l'effettistica ambient. I cori e l'occasionale intrusione dell'unica strofa completano il quadro, il quale raggiunge piena catarsi nel momento centrale del pezzo; proprio quello scelto come sfondo per la scena del film. L'andamento sì concitato, ma ipnotico e ripetitivo che caratterizza questa traccia viene così spezzato, quasi brutalmente, da una breve ma tiratissima parentesi drum and bass, in cui basso e sinth lavorano per creare un'atmosfera potente ed aggressiva, in linea con l'attitudine marziale dei nostri protagonisti. Nemmeno a dirlo, è proprio in questo momento che gli eroi fanno la loro comparsa dall'altro lato del telefono. Quanto al testo del brano, esso dice una cosa sola: set me free, che indica fondamentalmente l'atto di "liberarsi", da soli o attraverso terzi. Molte le possibili interpretazioni, da un generale sfogo emotivo nei confronti d'un astratto senso d'oppressione, alla libertà di poter interpretare le correnti musicali a proprio piacimento, senza i vincoli stucchevoli delle etichette. Tuttavia, se inquadriamo la strofa nel contesto di Matrix, il senso assume connotati estremamente chiari ed incisivi: liberare la mente e il corpo dal controllo del sistema, dall'informazione manipolata, dallo sfruttamento fisico e mentale. E naturalmente, togliendo l'elemento meta-testuale alla base del film, liberarsi dal giogo delle macchine.

Leave You Far Behind

-"I Know Kung Fu".

-"Show me".

Facciamo un passo indietro con Leave You Far Behind (Lasciarti Molto Indietro), dei Lunatic Calm, pezzo che ci riporta dritti alla fase clou dell'addestramento di Neo. Una delle cose, riguardo l'universo di Matrix, che han fatto più breccia nell'immaginario collettivo, è la tecnologia che permette ai protagonisti di acquisire competenze all'istante. E il combattimento, naturalmente, è la primissima cosa che bisogna imparare. L'espressione di Neo citata all'inizio, "conosco il kung fu", è divenuta oggetto di vignette, riferimenti, parodie e quant'altro, dimostrandosi più longeva della stessa pellicola dei fratelli Wachouski. Mentre risuonano le note dei Lunatic Calm, assistiamo ad un momento visivamente e filosoficamente catartico. Attraverso il confronto marziale, infatti, si definisce il complesso rapporto fra il protagonista ed il suo anfitrione, Morpheus. Quest'ultimo è al tempo stesso una sorta di Virgilio, il "Bianconiglio" di Alice nel Paese delle Meraviglie e, soprattutto, quella maestosa figura paterna imprescindibile da qualsiasi racconto epico; pensiamo ad esempio a Merlino e Re Artù, oppure allo stesso Dante, con il suo complesso rapporto con Virgilio, o ancora ad Obi Wan Kenobi e Luke Skywalker. Insomma, in ogni saga che si rispetti esistono un mentore ed il suo allievo, colui che un giorno sarà chiamato ad adempiere il proprio destino, e Matrix, fortunatamente, non fa eccezione. Tolto il senso profondo di tali sequenze, rimane un lavoro magnifico sul piano coreografico, esaltante e ricco d'effetti, ma senza mai sfociare nei problemi che avrebbero afflitto, ahimè, i seguiti del film, ovvero: una concitazione ai limiti del ridicolo, e l'uso spropositato di una computer grafica destinata ad invecchiare, e male, nel giro di nemmeno un paio d'anni. Siamo per così dire al "secondo round" fra Neo e Morpheus, ed è allora che irrompe la dissonante aggressività di Leave You Far Behind. La messa in scena carica il momento di grande dinamicità, tensione ed esaltazione, facendo uso dei passaggi più ritmati ed elettrici del brano. Parliamo di un ottimo lavoro di Big Beat vecchio stile, unito a sonorità elettroniche sul filo dell'industrial, affini a certi stilemi già sperimentati, fra gli altri, dai Prodigy. Metropol, l'album che ospita il pezzo, fu una discreta botta nel panorama della musica elettronica del '98, ma di fatto a raggiungere le vette più alte fu proprio questa canzone, utilizzata peraltro non solo per Matrix, ma anche per numerosi videogiochi, trailer e film, tra cui Mortal Kombat Annihilation e Charlie's Angels. Il successo di Leave You Far Behind è dato dalla facilità con cui il pezzo si presta ad una varietà di situazioni; una vantaggiosa "vacuità" che si riflette anche fra le strofe del testo, sintetiche ma d'effetto, come da canone. Ti porterò sulle montagne russe, voglio dirti che mi sento più vicino, voglio spingerlo oltre la linea, e poi la ripetizione compulsiva e rabbiosa della frase I Want, "voglio". Possiamo dare quasi qualsiasi interpretazione ad un simile testo, da quella sessuale a quella più generalista, supponendo in quest'ultimo caso che il brano voglia suggerire, in pratica, l'atto di lasciarsi alle spalle i vecchi limiti e lanciarsi oltre un'immaginaria, personale linea di confine. Facendo nostri tali presupposti, torniamo a Matrix: precisamente, al combattimento fra Neo ed il suo mentore in cui il protagonista, futuro eletto, impara per la prima volta a superare quelle barriere mentali che aveva dato per scontate sin dalla nascita, superando il proprio limite e lasciandosi alle spalle ciò che era stato. Per sempre. Ed anche in questo caso, la volontà come prima regola, una sola parola d'ordine: I Want

Mindfields

- Ci sono campi... campi sterminati dove gli uomini non nascono. Vengono coltivati.

Mindfields, in questo caso letteralmente traducibile in "campi di menti", delinea già dal titolo il suo profondo legame con il film dei fratelli Wachowski. Nel contesto della pellicola, il brano dei britannici The Prodigy rappresenta una sorta di vera e propria prefigurazione, riportandoci ad una delle fase iniziali di Matrix: il primo incontro tra Thomas Anderson, futuro Neo, e la misteriosa Trinity. Siamo in un night club, ove il protagonista è giunto seguendo l'indizio del Bianconiglio, e mentre sullo schermo l'anima di Neo viene improvvisamente denudata, sullo sfondo iniziano a risuonare le note di Mindfields. Sonorità dai tratti sinistri, "guardinghi" per così dire, danno il via ad uno dei migliori pezzi di un album fenomenale, indicato dalla rivista Q fra i primi cento migliori album britannici di sempre, e tenuto da conto da Rolling Stone come un must have degli anni '90. Tenendo da parte gli entusiasmi del settore, su cui bene o male possono influire le più disparate dinamiche di marketing, The Fat of the Land fu un album veramente germinale, d'importanza unica per tutta l'elettronica degli ultimi vent'anni. Parliamo dell'opera da cui uscirono capisaldi come "Smack My Bitch Up" e, soprattutto, "Firestarter", piccolo capolavoro di cui han fatto la cover, fra gli altri, Gene Simmons ed i Sepultura, a riprova dell'anima durissima della band di Liam Howlett e soci. L'incedere minacciosissimo del brano porta in scena sonorità vagamente orientali, coadiuvate, in una tiratissima sinergia, da un'elettronica tanto minimale quanto incisiva. Il resto lo fanno l'altrettanto minimale sound di batteria e la voce, efficacissima nel contrapporre alla tensione del brano un tono antiteticamente rilassato. Più il pezzo va avanti, più il quadro si articola e s'arricchisce di nuovi tasselli, nel più caratteristico e finanche prevedibile stile dei Prodigy, in un continuo frenare e rilanciare una tensione mirabilmente studiata, tesissima ed evocativa fino al finale. Qui, la canzone inizia a sfumare in una specie d'inquietante trance, in un'ipnotica ripetizione tanto sonora quanto lirica, come a voler imprimere indelebilmente il messaggio sancito dal testo: "This is dangerous. Open your head and feel the shellshock", e poi ancora "I walk through mindfields so watch your head rock". I Prodigy mostrano, ancora una volta, di essere dei veri maestri nell'uso delle parole. Si pensa di solito all'elettronica come un filone privo di poetica, ma non è esattamente così; l'abilità sta nell'infondere in una singola espressione un senso ampio ed evocativo, la cui ripetizione ossessiva ne ingigantisce percezione e significante. Mindfields non ha particolari velleità concettuali, anzi, eppure perfino in questo caso i Prodigy riescono ad esprimere al meglio tutte le potenzialità della loro poetica. Il punto cardine del testo è "shell shock", espressione nata in seno all'esercito britannico durante la prima guerra mondiale, e che oggi definiremmo come "disturbo da stress post-traumatico" (PTSD). Trattasi di una condizione dalla sintomatologia estremamente varia, dovuta allo stress psico-fisico dei campi di battaglia, in grado di causare un senso di totale estraniazione e distacco dalla realtà. Ancora oggi, in Gran Bretagna il termine "shell shock" è usato, più o meno indebitamente, per indicare un momento di forte shock emotivo. In questo caso la band fa uso di tale espressione in relazione ai suoi live, cambiando totalmente il contesto della parola pur mantenendone intatto il significato: shellshock è uno stato confusionale da accettare ed assaporare, mentre chi pompa la canzone nelle casse passa "attraverso campi di menti, per osservare le teste scuotersi". Vien facile immaginare un rave di quelli seri, come solo gli anglosassoni sanno fare, e figurarsi un mare di teste muoversi a ritmo in uno stato di totale, beato smarrimento. Traslato al contesto di Matrix, tuttavia, l'intero pacchetto assume tutt'altra personalità: "dangerous", pericolosa, è la situazione in cui si trovano i nostri protagonisti, mentre lo shock è quello provato da Neo nel momento del "risveglio", e poi ancora durante la traumatica presa di coscienza. I "campi di menti", infine, sono quei miliardi di individui ancora "addormentati", inconsapevole risorsa energetica di un potere che non possono nemmeno immaginare. Tutto questo, mentre le sonorità del brano suggeriscono atmosfere combattive, più che degne di un film d'arti marziali della vecchia scuola di Honk Kong. È come se, prima ancora di svelare l'antefatto, il film ci voglia suggerire il perno dell'intera storia attraverso l'evocativa, efficacissima sintesi dei Prodigy.

Dragula (Hot Rod Herman Remix)

- My name is Trinity!

Rimaniamo sulla stessa, identica scena con Dragula, pezzo di Rob Zombie che definire iconico sarebbe quasi riduttivo. Siamo ancora al night club, e sullo schermo va in scena la contrapposizione fra l'annoiata malinconia di Neo, e la folla di individui più o meno pittoreschi che ballano, fanno e ricevono avances... insomma, tutte quelle cose che si fanno in un night club. Ad un certo punto, una figura femminile si staglia alle spalle del Nostro, riconoscendolo. E presentandosi: "il mio nome è Trinity". Questo il primo incontro fra il protagonista della saga, ed un personaggio basilare dell'intero immaginario di Matrix. Trinity rappresenta infatti due distinte figure femminili: la dama tipica del racconto epico tradizionale, cui intorno ruota parte della vicenda e che determina il destino del protagonista, ed una donna nuova, combattiva, forte nel carattere e nel fisico. Trinity è l'anello di congiunzione fra il Padre - Morpheus - ed il Figlio - Neo -, assioma cristiano da cui deriva il nome stesso del personaggio; è lo "Spirito Santo" che determina la rinascita del protagonista come Eletto della razza umana, ne è l'amante e la compagna, ed è il primo personaggio in assoluto di cui facciamo conoscenza. Fateci caso: quando, ad un certo punto, Neo mormora "Jesus", lei subito risponde "cosa", velata ironia dei fratelli Wachowski sul significato profondo del personaggio della Moss. Senza far troppo caso alla cura del realismo, il primo dialogo fra lei e Neo risuona perfettamente chiaro, nonostante i due si esprimano praticamente a sussurri, e col sottofondo di Dragula sparato a tutto volume. La versione del pezzo che abbiamo a disposizione non è l'originale del '98, parte dal primo album solista di Rob Zombie, ma un remix conosciuto come "Hot Rod Herman Remix", di Charlie Clouser. Nonostante ciò, per essere un prodotto destinato a club e discoteche, tale versione risulta ancor più grezza dell'originale, alleggerita di alcuni "fronzoli" - quali l'organetto ed i cori orrorifici - e fortemente indurita nella sezione ritmica. Il risultato è meno catchy dell'originale, ma decisamente adatto ad un certo tipo di locale notturno. Ad ogni modo, nonostante il remix non faccia parte del più che discreto Hellbilly Deluxe, esso è invece incluso nel singolo assieme all'originale, quasi come se Robbie stesso avesse avuto incertezze su quale, delle due, fosse la resa migliore. Il pezzo si apre con una pesante e minacciosa base di sonorità elettroniche, simili ma diverse, per così dire, da quelle della versione originale, coadiuvate da una strumentale di maggior rilievo. Al culmine della tensione l'intera infrastruttura del brano si concentra, per poi esplodere definitivamente assieme alla voce di Rob, ben piantata su una solida base ritmica, possente, ben più radicale dell'originale nella sua intrinseca natura industrial. La ripetizione ossessiva del riff e delle parole fa il resto, dando alla resa complessiva la personalità giusta per il contesto cui essa è destinata. Il testo del brano, stavolta, non ha davvero nulla a che vedere con Matrix, a partire dal titolo: Dragula è infatti un riferimento a Drag-U-La, una delle automobili da drag race della serie The Munsters, opera contemporanea alla Famiglia Addams e ad essa affine sotto parecchi punti di vista. Anche il titolo del remix, "Hot Rod Herman", è ispirato ad un episodio di tale serie. Tra le righe, Rob Zombie affronta quelle tematiche grottesche che caratterizzano tutta la sua poetica, senza preoccuparsi più di tanto di dare coerenza logica alle sue strofe, o di dare un senso al titolo del brano. È pura musicalità delle parole, evocazione estemporanea di figure mentali partorite da un immaginario malato e geniale. Egli è il morto, il figlio sterminatore, colui che guarda gli angeli piangere; è il ratto morente che banchetta sui gatti, morente "come le tue fusa", colui che scava attraverso i fossati e brucia attraverso le streghe. Insomma: intrigante, evocativo ed immaginifico, e del tutto avulso alle tematiche di Matrix. La presenza di questa canzone nel film, oltre al suo scopo di mero sottofondo, è senz'altro il frutto di dinamiche prettamente commerciali; Dragula fu un singolo di enorme successo, capace da solo di portare il personaggio di Zombie, famoso ma pur sempre relegato ad un genere di nicchia, verso orizzonti più mainstream e soprattutto più remunerativi. E non c'è nulla di male, anzi. Eppure, un qualche collegamento esiste: come fu per Marilyn Manson, è lo stesso Rob Zombie a rappresentare l'anello di congiunzione ideale tra Matrix e Dragula. Lui, che da sempre rappresenta per i suoi fans un modello di compiaciuta diversità, vanitosa, nella sua ostentata brutalità audio-visiva. Una finta "bruttezza" patinata ed elegante, che ha fatto scuola a tutta l'industria musicale e non solo, figlia di un artista dalla profonda anima libertaria la cui dissidenza è soprattutto individuale, quasi spirituale. Caratteristiche, come sappiamo, che si riflettono tanto nella musica quanto nella filmografia di Rob Zombie, ed in cui non è difficile cogliere il sottile legame culturale con la pellicola dei fratelli Wachowski.

My Own Summer (Shove It)

My Own Summer (La Mia Estate), dei californiani Deftones, dà inizio ad una lunga sequenza di tracce scollegate dalla messa in scena, scelte prima di tutto per motivazioni commerciali, e poi, a seconda dei casi, anche concettuali. La band in questione nel '99 era all'apice di un processo artistico iniziato più di dieci anni prima, consolidato dalla comparsa di una miriade di prodotti derivativi - dai Linkin Park ai Limp Bizkit - e dall'arbitraria etichettatura del loro stile, altrimenti solo "sperimentale", come nu metal. Solitamente, una deriva del genere rappresenta sì la vetta, ma anche l'inizio della fine, e tuttavia c'è da dire che i Deftones hanno saputo rinnovarsi e continuare per la loro strada, senza mai piegarsi più di tanto ai capricci del mercato; senza, insomma, diventare derivativi di loro stessi, destino beffardo di molte, troppe band seminali. L'album Around the Fur, lanciato sulle classifiche da pezzi come "Be Quiet and Drive" e la stessa My Own Summer, rappresentò ad ogni modo l'apice commerciale della band, un vero e proprio passepartout per il mercato mainstream. Se oggi album acclamati dalla critica come l'ultimo "Gore" (2016), o il precedente "Koi No Yokan" fanno breccia nel pubblico, e riescono a scalare molte classifiche, i Deftones lo devono soprattutto al notevole successo di Around the Fur, ed all'eccellente lavoro di marketing architettato da Guy Oseary, il già citato produttore della band nonché, naturalmente, della nostra variegata soundtrack. La band californiana infatti, insieme a Rob Zombi, The Prodigy e tanti altri, era parte della rimarchevole "scuderia Oseary", ed è proprio questo il principale motivo per cui la sua opera trova spazio nel nostro album. My Own Summer si apre con una ritmica marcata ma di non particolare spessore, a sostegno di un riff di basso e chitarra estremamente pompato, semplice ma granitico. L'intero pezzo ruota sulla contrapposizione fra il cantato mellifluo delle strofe e l'urlato rabbioso, tendente allo screaming, del ritornello: un modus operandi caratteristico del nu metal e, in generale, di tutto l'hard rock di fine millennio. A questo alternarsi delle parti vocali fa continuamente eco il sopracitato riff, ora possente e carico di rabbia, ora cadenzato e semplicemente minaccioso, a seconda del momento, ma sempre identico a sé stesso nella sua struttura compositiva. Fra le righe, il cantante Chino Moreno ci descrive praticamente l'antitesi di ciò che assoceremmo alla parola "estate". All'elemento più caratteristico di tale stagione, il sole, il cantante replica con la ripetizione collerica dell'espressione "shove it", vero e proprio sottotitolo di questo brano, traducibile letteralmente come "spingerlo" ma, in questo caso, inteso più che altro come "metterlo via". Egli dunque rifiuta il sole e la sua luce, ed accoglie le nubi che per lui rappresentano una sorta di rifugio: è questa è la sua "own summer", la sua personale estate, intellettualmente e spiritualmente solitaria. In conclusione, un pezzo ed una band il cui unico collegamento al film è rappresentato dalla produzione, ma anche un sound che bene o male fa la sua "porca figura" nella nostra scaletta. Inoltre, My Own Summer è una canzone dalla personalità aggressiva che ben si sposa con l'azione del film, ed una poetica intimamente sprezzante la massa, quella massa di dormienti e servi che, su Matrix, tanto spesso è indistinguibile dal nemico vero e proprio. 

Ultrasonic Sound

Ultrasonic Sound (Suono Ultrasonico) spezza la tensione dell'album in attesa del gran finale. Come quella precedente, anche questa traccia non ha alcuno spazio nella messa in scena. Il potenziale legame con la pellicola dei fratelli Wachowski, ancora una volta, è intrinseca nelle stesse sonorità dell'opera: una curiosa mezza via fra drum and bass, techno, ed una leggera sfumatura di industrial. E non solo, come vedremo. Benché questa canzone faccia parte di una soundtrack bene o male "blasonata", Ultrasonic Sound viene da una realtà veramente di nicchia; non semplicemente sopra le righe o "non per tutti", come potevano essere Rob Zombie o Marilyn Manson, ma proprio da un contesto totalmente avulso le dinamiche mainstream. Nonostante tale premessa, buona parte della critica è unanime nel concordare l'importanza di Hive nel panorama drum and bass, inteso peraltro più culturalmente che non in termini di mere sonorità. L'artista in questione, infatti, ha rappresentato l'unico vero ponte a livello stilistico e culturale fra il filone britannico della drum and bass, e quello americano, dal momento che pur essendo inglese egli viveva e lavorava a San Francisco. L'album Devious Methods, che ospita per primo il brano in esame, è un vero gioiellino del suo genere, e per alcuni versi rappresenta da solo le migliori dinamiche del suo decennio, mescolando sapientemente hip hop, funky, elettronica intelligente, sonorità hard rock e tante, tante altre sfumature. Molte sono anche le maestranze di cui Hive si avvalse per questo disco, prima di finire purtroppo nell'oblio mediatico, cosa che fa di Devious Methods più una sorta di progetto collettivo, che non l'opera autoriale di un DJ fuori dei canoni. A Ultrasonic Sound ad esempio sono accreditati M. Petrie, P. Hudson, D. Jenifer, G. Miller, A. Kerr e R. McKuen; artisti di cui in giro si trova poco o nulla, complice anche l'annata ormai lontana dell'album: il 1998. Il pezzo comincia con una ritmica velatissima ed un lieve sottofondo elettronico, dando così risalto alle prime strofe: se inizi a sentirti sovraccarico, inizierai a sentire ciò che diciamo; ed ancora: considera che la terra ti sta cercando, in un probabile gioco di parole tra "earth" (terra) e "heart", cuore. Non c'è vero cantato in questa canzone, ma unicamente strofe "raccontate" con tono discorsivo, perfino formale. La ritmica si fa ben presto forte e sincopata, aprendo ad un riff ripetitivo e davvero peculiare: pur lambendo aggressivi stilemi metal, esso rimane in qualche modo perfettamente coerente allo stile del pezzo, finendo curiosamente per sembrare un'assurda, graffiante melodia ambient. Ed è d'altronde proprio verso una sorta di ambient, che sfocia questo brano: sonorità drum and bass si fanno tendenti alla techno e alla trance e, in accordo con la vocalità discorsiva che caratterizza l'opera, appare evidente il legame tra Hive ed una certa cultura hip hop; quest'ultima, in quegli anni, in continua evoluzione anche sul piano strumentale. Ci sono porte che devo ancora aprire, e finestre attraverso le quali devo ancora guardare, continua la voce, pacata e leggermente modificata; impossibile non notare un intrigante, per quanto labile, legame con il background di Matrix, intrinseco nel richiamo a comprendere un messaggio palese eppure nascosto, nel sentire un richiamo ancestrale, nel superare i propri limiti ed andare, finalmente, oltre le invisibili barriere della nostra mente. 

Look to Your Orb for the Warning

Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare... come potresti distinguere il mondo dei sogni, da quello della realtà?

Fanno a questo punto la loro comparsa, quasi a sorpresa, i Monster Magnet, gruppo stoner metal statunitense caratterizzato da una varietà sonora rara, nel loro ambito di provenienza. La band di Dave Wyndorf risente infatti di influenze assai lontane da quelle del metal moderno, affondando le sue radici in capisaldi come Black Sabbath, Sir Lord Baltimore, Deep Purple ed altri, tutti della vecchia scuola, caratteristica che spiega quel mix di oscurità totale e fulgido colore che determina il sound della band. Il brano scelto per la soundtrack di Matrix è Look to Your Orb For the Warning (Guarda al tuo Globo per l'Avvertimento), e l'album da cui è tratto è l'ottimo Dopes to Infinity, del 1995. Per capirci: è il disco che ospita anche "Negasonic Teenage Warhead", che qualcuno ricorderà come brano di discreto successo commerciale, oppure per la citazione che lo riguarda nel film di Deadpool. Ad ogni modo, ancora una volta, il legame fra la canzone ed il film di Matrix è puramente astratto, se non completamente commerciale. Il pezzo si apre prima leggero, acustico, per poi esplodere nell'ennesimo riff iper-pompato di questa compilation. Anche se le sfumature della strumentale ricalcano stilemi derivativi dal caro, vecchio hard rock britannico, la voce del cantante ripercorre piuttosto l'american way più classica in assoluto, a rimarcare giustamente le origini dei Monster Magnet. Fra il granitico riff, e la rilassata cadenza di voce e batteria, la canzone fila liscia e possente per tutta la sua durata, fino a sfociare nell'assolo a dir poco rimarchevole di Ed Mundell, non a caso un "hendrixiano" di prim'ordine. Poi, il pezzo torna ad una calma apparente fino ad esplodere nella catarsi finale, in cui le influenze psichedeliche si fondono con le sonorità più ricercate di fine millennio, fra scatti di pura potenza e lontani echi elettronici. Il testo potrebbe risultare criptico almeno quanto il titolo, ma secondo molti il soggetto potrebbe essere l'uso - e l'abuso - di droga. Strofe come l'intraducibile "How much does one have to pay, To fry a peak and melt away", o  ancora come "colpisci il mio nervo, è il mio disastro non il tuo", unite ad una generale vena "allucinogena" che pervade l'intera poetica del brano, sembrerebbero in effetti avallare l'ipotesi della droga; nella fattispecie, forse, eroina. E c'è da dire anche che, intese in tal senso le liriche, il sound grave ma al tempo stesso psichedelico della canzone rende davvero molto, molto bene l'idea. Partendo da tale presupposto, torniamo alla citazione che ho scelto all'inizio; quando Neo sceglie la pillola rossa ed inizia uno strano, inquietante effetto allucinogeno causato dalla "disconnessione" dal sistema. Proprio come il protagonista della canzone non riesce più a distinguere la realtà dall'allucinazione, allo stesso modo coloro che sono prigionieri di Matrix non possono scorgere la realtà dietro l'illusione. Il sogno diviene indistinguibile dalla realtà, lasciando aperto un dubbio su cui si sono interrogati filosofi di ogni tempo e provenienza: cos'è che determina il concetto stesso di "reale"?

Du Hast

Eccoci finalmente al gran finale di quest'album, caratterizzato da due pezzi assai noti; il primo di questi è Du Hast (Tu Hai), in assoluto fra i più amati di sempre dai fans dei Rammstein, band tedesca di fondamentale importanza per l'intero panorama musicale contemporaneo. L'opera da cui il brano proviene è Sehnsucht, del 1997, l'unico album completamente in tedesco ad essere stato insignito del disco di platino negli States. Per ricordare il peso di tale band nel panorama Industrial del periodo, basti considerare il fatto che la stampa di settore dovette inventarsi un'etichetta nuova per definirne i canoni: Neue Deutsche Harte, usato oramai per descrivere l'intera ondata di band derivative del sound dei Rammstein. Du Hast è anche l'ultima traccia della nostra compilation a non prendere parte alla messa in scena di Matrix. Ancora una volte, infatti, il legame fra la canzone ed il film è puramente astratto, relegato nella pratica ad abili ed astute mosse di mercato. Quanto al sound, possiamo considerarlo una discreta sintesi di ciò che i Rammstein hanno rappresentato e rappresentano. Sonorità dal sapore vagamente techno aprono ad un riff estremamente pesante, ottimo esempio di quella "nuova durezza tedesca" blandita dalla critica. L'influenza del groove anni '90, al suo massimo splendore, si fa più che sentire nell'opera dei tedeschi, che completano il quadro con un mix micidiale di cori "wagneriani" e suoni elettronici di taglio minimale. Sembra di ascoltare una sorta di perversa opera lirica, solo che l'orchestra è stata sostituita dalla suoneria di un vecchio Nokia, mentre tre pazzi marciano a passi infuocati su basso, chitarra e batteria. Inutile: i Rammstein o si amano o si odiano, non c'è via di mezzo. Il testo parla di matrimonio, e lo fa con due chiavi di lettura, nessuna delle due granché romantica. In sostanza, la band tedesca rielabora le tipiche frasi rituali durante la celebrazione delle nozze: "vuoi tu prendere... eccetera", rispondendo ogni volta, puntualmente, NEIN. Le strofe iniziali, "du hast" e "du hast mich gefragt, und ich hab nichts", ovvero "tu hai... tu mi hai chiesto, e io non ho detto nulla", subiscono tuttavia una totale rilettura se si considera che "hast" (hai), è foneticamente identico a "hasst", ovvero "odiare". E poi ancora "tod der sheide", nella parte della formula che recita "finché morte non vi separi...", può suonare anche come "fino alla morte della vagina"; insomma, i Rammstein fanno ciò che sanno fare meglio: dissacrano la tradizione e sfottono la società, e lo fanno con un sarcasmo tanto grezzo quanto divertente. Nulla di più, nulla di meno. Come già detto, non c'è alcunché di inerente a Matrix in tutto questo. L'unico, debole collegamento è rappresentato dalle sonorità sintetiche proprie del sound della band, dall'elettronica e dalla techno, oltre ovviamente all'industrial metal proprio della strumentale. In generale, tuttavia, la presenza di questo brano nella soundtrack rappresenta solo una marchetta molto ben riuscita: sana pubblicità reciproca fra due prodotti di grande successo. A pensarci bene però, forse un collegamento con Matrix lo troviamo. Dopotutto, quale schiavitù è peggiore del matrimonio? Quale migliore catena sociale di questa, nei confronti dell'individuo?

Wake Up

...Mostrerò loro un mondo senza di voi, un mondo senza regole e controlli, senza frontiere né confini. Un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo, dipenderà da voi e da loro.

Siamo letteralmente al finale, sia dell'album che del film. I Rage Against the Machine sintetizzano l'essenza dell'intera opera con uno dei loro pezzi più famosi: Wake Up (Svegliati), dal loro storico ed omonimo album di debutto. Come i Rammstein, anche i RATM sono uno di quei gruppi che o si amano, o si odiano, principalmente per motivazioni politiche. Non è infatti un mistero che la band californiana si sia posizionata decisamente a sinistra, una left wing fondamentalmente pacifista, anti-razzista ed anti-capitalista, con tutti i pregi - e le contraddizioni - del caso. L'impegno politico dei Rage Against è onnipresente e militante, caratteristico della personalità della band fin dai suoi primissimi passi. Il loro debut album risale al 1992, cosa che rende Wake Up la traccia più "datata" fra quelle presenti su Matrix, ed è un'opera che fin dalla copertina mette in scena le idee politiche del gruppo: un monaco tibetano nell'atto di immolarsi come estremo gesto di dissenso. Quindi, che fossero contrapposti alla Cina Comunista o all'America di Bush, per i RATM non faceva alcuna differenza: l'unica cosa rilevante era l'oppressione di un popolo nei confronti di un altro. Tuttavia, essendo la band statunitense, l'oggetto del dissenso era rappresentato molto più spesso dal sistema U.S.A., allora impegnato a porre le basi dell'attuale problema mediorientale attraverso una politica apertamente interventista, attraverso la guerra del Golfo, appoggiando o combattendo governi locali a seconda della situazione, finanziando personaggi come Saddam Hussein e Bin Laden salvo poi trasformarli in nemici. Tutto questo era palese ed avveniva alla luce del sole, non erano teorie cospirazioniste; basti pensare oggi ai talebani "buoni" di Rambo 3 ed altre amenità, solo per fare un esempio popolare. La band questo vedeva e di questo parlava, giacché la propaganda governativa faceva già un ottimo lavoro di rimescolamento delle informazioni. E per parlarne, i Rage Against the Machine usavano un linguaggio fisiologicamente figlio della dissidenza sociale: il rap, frutto del disagio di un'intera classe sociale statunitense, quella afroamericana, poi gradualmente assurto a vessillo della nuova controcultura occidentale. Sempre parlando di politica, Wake Up era parte integrante della retorica del gruppo: ogni volta che verso la fine di un concerto partiva il discorso - immancabilmente incentrato su problematiche sociopolitiche - il frontman Zack de la Rocha ne concludeva l'enfasi facendo partire questo brano, incitando il proprio pubblico a "svegliarsi"; un appello oggi terribilmente... abusato, mi rendo conto, ma che all'epoca aveva ancora il suo fascino. A causa del loro netto schieramento politico, abbastanza raro fra le celebrità del circuito mainstream, i Rage Against the Machine sono stati ampiamente criticati e dibattuti, accusati spesso di "incoerenza" a causa della loro oggettiva ricchezza. Accuse cui i RATM hanno risposto ponendo l'accento sulla possibilità di raggiungere, sfruttando il sistema, quanto più pubblico possibile. Un po' come combattere Matrix da dentro Matrix, solo un pelo meno poetico. Ad ogni modo, non si può negare anche un'oggettiva "militanza artistica" malvista dal governo, costata a volte serie problematiche nell'organizzazione di eventi, come avvenne per il definitivo "no show" del tour con il Wu-Tang Clan... anche se, c'è da dire, la crew newyorkese rappresentava "un'aggravante" maggiore dei RATM stessi. Wake Up, di tutto questo, è una sintesi perfetta, e come vedremo è anche l'ideale conclusione di un film come Matrix. Una distorsione grave e sinistra spiana il campo ad un riff di basso e chitarra monolitico, seguito da un possente groove di basso a spezzare la tensione, ben presto rilanciata, all'ennesima potenza, dalla riproposizione pompatissima del riff iniziale e dalla voce del frontman, il quale comincia a rappare pulito ed incazzato come solo un bianco della west coast saprebbe fare (perdonatemi l'ironia). La batteria di Brad Wilk pesta duro, ed attraverso l'abile contrapposizione di fills e breaks lavora in perfetta sinergia tanto con l'onnipresente riff, quanto con le occasionali sfumature elettroniche del pezzo. Wake Up raggiunge il suo culmine nella sua ossessiva ed infine quasi "tribale" sezione centrale, riuscendo in seguito a mantenere costante la tensione ed il "fomento da botte" (come lo definivo al liceo); un crescendo propedeutico alla concitatissima parte centrale, in cui il cantante urla ripetutamente il mantra della canzone: "Sveglia!". Nel complesso, un gran bel tiro. Inutile negarlo. Il testo del brano è un lungo e rabbioso sfogo contro un sistema percepito come assassino, contro l'ipocrisia della retorica politica, ed ostile ad un modello di lavoro e di legge visto come mezzo di controllo. Il cantante parla degli storici leader di colore, ed infila delle parti tratte da documenti federali in cui John Edgar Hoover, storico direttore dell'FBI, elenca gli obiettivi sensibili per indebolire i movimenti afroamericani. Le liriche si muovono agilmente tra raffinate citazioni ed immagini di violenza, una furia cieca contro un potere occulto e strisciante definito "fascista", raggiungendo il culmine nell'attribuzione al governo degli omicidi di Malcolm X e Martin Luther King. Insomma, i Rage Against the Machine fanno loro un mondo ed una cultura ad essi vicina ma distante, troppo legata ai ghetti del versante atlantico, per appartenere a dei ragazzi bianchi californiani. Cosa che però, tengo a precisare, non riguarda il chitarrista Tom Morello, nato ad Harlem da madre italiana e padre keniota. A lui, certe cose, appartenevano eccome. Ad ogni modo, togliendo il discorso prettamente politico, ai Rage Against the Machine va il merito enorme di aver contribuito alla fusione non solo di due sonorità diverse, ma di due culture, avvicinando il pubblico di giovani americani alla controcultura nera del periodo, allora ancora relegata ad un contesto relativamente underground, specialmente quando intrisa di critica sociale. Molto prima, tra l'altro, che la saturazione di questa tendenza sfociasse nella sua variante commerciale ed intrinsecamente pop: il nu metal. Percependone il valore sia in chiave di controcultura che di comunicazione di massa, i fratelli Wachowski piazzano Wake Up esattamente alla fine dell'opera: il pezzo inizia infatti nel momento in cui Neo pronuncia le ultime parole del film, ritrovandosi immerso in quella fiumana di gente che rappresenta sia ciò che si vuole salvare, sia il nemico da sconfiggere. Il nome stesso della band, tradotto "rabbia contro la macchina" - macchina intesa come sistema - è intimamente coerente tanto con la storia di Matrix, quanto con il suo sottotesto. E poi, infine, il messaggio finale: "...farò vedere a tutta questa gente quello che non volete che vedano. Mostrerò loro un mondo senza di voi, un mondo senza regole e controlli, senza frontiere né confini. Un mondo in cui tutto è possibile". Più chiaro di così.

Conclusioni

Al netto dell'enorme e perfino inaspettato successo commerciale, Matrix ricevette un misto di critiche assai diverse fra loro: molte estremamente positive, se non entusiaste, molte altre tuttavia, aspramente negative. Alcuni critici infatti, specialmente nel cinico e disincantato panorama italiano, videro in Matrix un puerile frullato di elementi filosofici e teenage-friendly, conditi con un eccesso di azione ed effetti speciali. Nel parare di chi scrive, tali critiche sono il frutto del più ristretto salottino borghese, intrinsecamente conservatore nelle sue risibili velleità politicamente "progressiste".  È vero che Matrix è un contenitore di citazioni e concetti filosofici, forzati a passare da una disquisizione coerente ad un contesto post-moderno, ma ognuno dei riferimenti scelti dai fratelli Wachowski diviene parte del sottotesto in un perfetto, inattaccabile gioco d'incastri: un puzzle dai contorni sì vaghi, ma mai e poi mai incoerente rispetto al quadro d'insieme. È anzi un piacere riscontrare influenze che vanno da Platone a Kant, passando per Cartesio ed il suo Genio Maligno, quel "dubbio metodico" portato alle sue estreme conseguenze. È intrigante, inoltre, ammirare decenni di storia del cinema venire in qualche modo analizzati e decostruiti, piegati senza fatica ad un'estetica ed un meta-testo univocamente cyber-punk. Da Atto di Forza a Star Wars, da Mulholland Drive al già citato Terminator: il film dei fratelli Wachowski racchiude spunti e idee da tanti capolavori cult del cinema contemporaneo, fino ad abbracciare le sensazioni proprie dell'epoca di cui è figlio, portando in scena elementi da opere ad esso contemporanee quali Man in Black e The Truman Show. Quanto al background adolescenziale, invece, i critici non sbagliano. Matrix è senz'altro intriso di quel Teen Spirit di cui cantava Kurt Cobain, ma non nel senso che cerca di vezzeggiare l'immaginario o le problematiche adolescenziali, tutt'altro. Piuttosto, lo è nell'esaltazione di un dubbio primordiale che diviene rigetto, ribellione: lotta di un mondo senza regole ad un sistema che vuole imporle. Praticamente, l'essenza del concetto che una volta definivamo rock 'n roll, e che difatti trova la sua coerenza nel linguaggio degli artisti da noi analizzati. Però attenzione: lo spirito del rock'n roll trae, sì, la sua origine nell'adolescenza, conservandone il rifiuto per qualsiasi catena o convenzione, ma si evolve per formare esseri umani maturi e completi, innalzati oltre canoni logori e pre-imposti. Un aspetto che generalmente, il critico che guarda a tale background con malcelata sufficienza, punta immancabilmente a trascurare. La regola infranta da Morpheus non è casuale: mai liberare un individuo che ha raggiunto una certa età: è pericoloso. Il cervello stenta a rifiutare il passato. Quanto agli effetti speciali, quelli di Matrix potevano sembrare eccessivi, al massimo, a qualche critico nostrano abituato unicamente a psicodrammi intimisti e commedie da due soldi. E non lo dico per affronto al nostro cinema, che di autori strepitosi ne ha avuti a bizzeffe, ma contro quella critica che puntualmente ne stroncava sul nascere lo spessore, specialmente quando il contesto era il cinema di genere. In realtà, gli effetti speciali di Matrix sono sempre e comunque al servizio della trama, mai gratuiti né in sovrabbondanza. E sono anche incredibilmente attuali, grazie ad un attento uso dei mezzi a disposizione e a una computer grafica limitata allo stretto necessario. Le scene davvero datate sono poche, e grazie a Dio durano pochi secondi. Non mancano le iperboli, le acrobazie compiaciute e qualche vera e propria "tamarrata" - parliamo pur sempre di un blockbuster -, ma il carrozzone di botte ed esplosioni rimane imperterrito nei limiti della sceneggiatura, lasciando peraltro ampi spazi a dialoghi ben articolati ed in alcuni casi memorabili. Ecco, se c'è una cosa che tutt'oggi mi lascia ammirato, di Matrix, questi sono i dialoghi. Non c'è quasi una singola conversazione in tutto il film che sia casuale o fuori luogo. Ogni dialogo è al servizio non solo di una sceneggiatura epica, quadrata e funzionale, ma anche al sottotesto anarco-metafisico dell'intera opera. Un lavoretto quasi ineccepibile, le cui detrazioni mi fanno tornare alla mente una frase di Morpheus: "...Tanti di loro sono così assuefatti, così disperatamente dipendenti dal sistema, che combatterebbero per difenderlo". Se proprio volessimo tirar fuori dei difetti da Matrix, potremmo sottolinearne la vacuità del messaggio politico, oppure quel fastidioso velo di saccenteria che si cela dietro l'alone misterico della storia; ma sempre nel parere di chi scrive, queste sono bazzecole, nulla confronto allo spessore di una storia ben raccontata, ben interpretata e soprattutto ben portata su schermo. I fratelli Wachowski sono bravi e punto, così com'è un fatto che Matrix abbia rappresentato un punto cardine per tutto il cinema fantascientifico, sia in termini di contenuti che d'estetica - quell'estetica post-dark figlia di una neo-cultura che oggi definiremmo nerd, di cui il primo Blade aveva già offerto un modesto preludio. In realtà, i veri "difetti" di Matrix appartengono unicamente al senno di poi. I due seguiti della pellicola, Reloaded e Revolution, sebbene forti di una messa in scena la cui perfezione rasenta il virtuosismo, mettono in luce tutte le falle ed i limiti dell'immaginario dei fratelli Wachowski: la vacuità, la pomposità, la superficialità in senso prettamente politico. Non che manchino le buone idee, ma tutte finiscono in qualche modo per perdersi in un'infinità di scene d'azione dimenticabili, terribilmente datate in termini visivi. Ma il vero tarlo di Matrix sta proprio nella rivoluzionaria letteratura sociale che ne è alla base: la sua idea di uomo nuovo. Prima di venire scollegati dal Sistema, Neo e Trinity erano entrambi Hacker, una categoria percepita allora in chiave quasi romantica. Poetica, perfino. L'idea è che fossero persone come loro, così legate ad un sotterraneo e segretissimo flusso d'informazioni, a percepire la reale natura di un Sistema descritto come falso e manipolatore, oltre che intimamente - e un po' semplicisticamente - indecifrabile. Ma oggi, con la crescita esponenziale di Internet e di tutto ciò che ruota intorno alla rete, è evidente come quel modello di uomo nuovo, di moderno anarchico paladino della libertà, sia stata sostituita da un sentimento "antagonista" vacuo ed inconcludente, disperso in un labirinto d'informazioni troppo vasto per poter essere percorso. Anche l'utopia della Rete come l'ultima, incontrollata frontiera della libertà di pensiero e di parola, è diventata ben altro: la quantità d'informazioni, irrilevanti e non, è talmente enorme che paradossalmente è divenuto più semplice controllarle, manipolando il sentire comune attraverso un incessante bombardamento mediatico. Fermo restando, ovviamente, che parliamo di uno scenario complesso ed in continuo mutamento, di cui Matrix ha saputo intelligentemente delineare l'iniziale impatto sociale. E la nostra compilation, in tutto questo? The Matrix: Music from the Motion Picture, di tutto questo rappresenta il linguaggio che è sempre stato alla base della dissidenza: la musica. La selezione di quest'album non è casuale: essa si concentra su band ed artisti prettamente anni '90, caratterizzati da stili, da testi o anche solo da atteggiamenti squisitamente contro. Contro le convenzioni, contro le etichette e contro il "buon costume". E soprattutto, contro l'omologazione del pensiero. Insomma, quello che il rock 'n roll ha sempre rappresentato. Se c'è una cosa bella di questa soundtrack, inoltre, quella è la vicinanza fra artisti famosi ad altri meno famosi, fino a vere e proprie realtà sul filo dell'underground, lontanissime dai dorati confini del mainstream. Una gran bella cosa, a mio parere, genuina e coerente allo spirito di una simile raccolta. L'unico vero problema di questa compilation è che sia le tracce che ospita, sia il film cui viene associata sono talmente memorabili, da renderne del tutto dimenticabile l'esistenza. Non che abbia avuto importanza per Guy Oseary, dal momento che una raccolta di artisti lontani dal pop in grado di collezionare due platini può essere tranquillamente archiviata come "successone". Eppure, avesse avuto un altro nome e un altro genere di marketing e forse chissà, magari il disco che teniamo fra le mani godrebbe oggi dello status di cult. Dopotutto, l'associazione di quest'opera a Matrix è poco più che un pretesto, come dimostra il fatto che circa la metà delle tracce non trovi neanche spazio nella messa in scena.  Il vero scopo di questa raccolta, oltre a quello economico, era dare unità e voce comune ad un grande movimento sociale, artistico e culturale, erede naturale dello spirito del rock ma anche portabandiera di nuove, contemporanee dinamiche sociali; un doppio filo antropologico che gioca in perfetta sinergia con l'estetica ed il messaggio della pellicola firmata Wachowski Brothers. Quando ascoltiamo The Matrix: Music from the Motion Picture, ascoltiamo un vero e proprio documento storico che racconta la fine del millennio, l'ibridazione del vecchio hard rock a nuovi stilemi, nuove sonorità, descrivendo l'evoluzione del messaggio di dissidenza e libertà intrinseco nel rock. Cosa più importante, racconta all'ascoltatore il bivio di un'intera società attraverso la musica, cosa che poche altre opere sono state in grado di fare con tanta completezza. Tutto questo, inconsapevolmente. La soundtrack del capolavoro dei fratelli Wachowski era e rimane una rimarchevole operazione di marketing, e come tale - al contrario del film e dei tanti piccoli gioielli che ne fanno parte - destinata ad un sostanziale, inevitabile oblio.

Wellcome to the real world.

1) Rock is Dead
2) Spybreak!
3) Bad Blood
4) Clubbed to Death (Kurayamino Mix)
5) Prime Audio Soup
6) Leave You Far Behind
7) Mindfields
8) Dragula (Hot Rod Herman Remix)
9) My Own Summer (Shove It)
10) Ultrasonic Sound
11) Look to Your Orb for the Warning
12) Du Hast
13) Wake Up