The Crow

Original Motion Picture Soundtrack

1994 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
05/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"Un tempo la gente era convinta che quando qualcuno moriva un corvo portava la sua anima nella terra dei morti. A volte però accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose che l'anima non poteva riposare in pace. Così il corvo riportava indietro l'anima perché rimettesse le cose a posto". È con queste parole che viene introdotto uno dei più famosi e apprezzati cult degli anni 90: "The Crow", dell'esordiente Alex Proyas. La narratrice, la piccola Sarah, è osservatrice silente di questa vicenda ultraterrena, alla cui base vi è il lungo e immortale abbraccio tra amore e morte, Eros e Thanatos, entità mitologiche legate da un eterno e sofferto vincolo. Già dalla frase introduttiva si capiscono i toni fiabeschi e oscuri del film, nel quale la ragazzina scoperchia i misteri di antiche leggende e apre le porte del mito: il corvo, in quanto entità ultraterrena, è l'animale infernale che traghetta le anime dei defunti nel loro viaggio celeste, attraversando mondi e dimensioni interconnesse. Mondo dei vivi e mondo dei morti in sovrapposizione per narrare una leggenda maledetta, dove i toni fiabeschi, fantasiosi e artistici non sono, almeno nel caso di cui ci occupiamo, così tanto lontani da quelli reali. "The Crow" è un film maledetto, nasce con questo intento e, a causa di uno strano destino che ne ha manipolato gli accadimenti, la sua maledizione riesce a contagiare la realtà, chiudendo un cerchio mistico e dannato che ha origine molti anni prima. È il 1981, infatti, quando il fumettista americano James O'Barr decide di esorcizzare il trauma legato alla morte della fidanzata Beverly, avvenuta tre anni prima per colpa di un camionista ubriaco che la investì sul ciglio della strada. Arruolatosi volontario nei marines e di stanza a Berlino, città in quel periodo in pieno fermento creativo, sfoga la lacerante sofferenza e gli incubi notturni mettendo su carta le avventure di un uomo misterioso, dall'animo puro ma dall'innata sete di vendetta che ha bisogno di placare attraverso il sangue dei nemici. In una Detroit tetra e uggiosa, dal fascino gotico e decadente, l'eroe torna in vita dall'oltretomba e cerca giustizia per sé e per la sua ragazza, barbaramente uccisa da una banda di balordi. Il fumetto ottiene un buon riscontro tra gli appassionati, ma prima che l'ultimo capitolo possa uscire, la casa editrice che lo produce, la Caliber Press, chiude i battenti per i troppi debiti accumulati, lasciando in sospeso la creatura di O'Barr. Dieci anni dopo ecco il riscatto, nel 1991 la Tundra Press acquisisce i diritti dell'opera e la rimette sul mercato. Questa volta il successo è planetario, le vendite schizzano alle stelle, arrivando a sfiorare il milione di copie, e le pubblicazioni vanno a ruba in tutto il mondo. La leggenda de "Il Corvo" ha inizio. Figlio degenerato della poetica gotica ottocentesca e della filosofia letteraria delle opere di Edgar Allan Poe, "The Crow" trae spunto dalla rinascita musicale dark degli anni 80, trasponendo dark-wave e gothic rock su tavole dai connotati urbani violenti, degradanti e oscuri. Utilizzando toni apocalittici per descrive una città costantemente buia e pericolosa, tempestata da bande criminali e anime smorte, l'autore trasfigura la sua realtà, metabolizza rancori e drammi legati alla vita privata e riversa l'odio e la depressione che lo attanagliano in questo capolavoro dark. L'esasperazione del fumetto diventa immagine in movimento quando il giovane regista Alex Proyas, contattato dalla casa di produzione dopo il rifiuto di Dario Argento, accetta di dirigerne il film. La trama della pellicola, che differisce in alcuni punti dal fumetto, è tanto essenziale quanto affascinante, poiché mette in mostra le classiche tematiche del romanzo gotico: amore e morte, gioie e dolori, sentimento e ragione, in questo caso incarnati dai due amanti protagonisti, il musicista rock (nel fumetto invece è poeta) Eric Draven e Shelly Webster, il cui amore viene deturpato e spezzato la sera di Halloween, ribattezzata "La notte del Diavolo". Eric, a seguito della violenza subita dalla banda comandata dal boss Top Dollar, guidato dallo spirito di un corvo, guardiano infernale e fonte di potere sovrannaturale, risorge dal sepolcro e torna sulla terra per compiere la vendetta. Il film, ottimo nonostante qualche leggerezza in fase di sceneggiatura, la retorica di fondo e alcune scene che denotano una certa inesperienza registica, è un colossale successo. Girato con un budget limitato, consistente in 7 milioni di dollari e poi giunti a 15 per completare le riprese con gli effetti digitali e le controfigure, incassa ben 170 milioni in tutto il mondo, incantando milioni di ragazzi e diffondendo la cultura gotica tra i più giovani. Il personaggio principale diventa subito icona e simbolo dark, dai tratti ben congegnati, a partire dall'accurato face-painting che rievoca uno spettro, le frasi pronunciate e le movenze che ricordano i duri del cinema d'azione. Tutto è studiato per raggiungere più spettatori possibili, sedurli e accompagnarli nel lato oscuro della scena, alla disperata ricerca di giustizia. Le sequenze alle quali assistiamo, veloci e frenetiche, sono dominate da una sorta di follia atavica, che può essere associata a un'astinenza da sostanza psicotropa che annebbia il cervello e oscura il pensiero. Eric Draven è bello e maledetto, così come l'intero film, che si adagia su citazioni di Poe ("The Raven", appunto, omaggiato fin dal titolo) e di John Milton col suo "Paradiso Perduto", rievocando tutta la letteratura dark tradizionale dagli albori fino ad oggi. Amori stroncati e follia omicida per un film dalle atmosfere gotiche e industriali sottolineate da una colonna sonora spettacolare, che chiama in causa artisti importanti del panorama musicale alternativo. Cure, Stone Temple Pilots, Pantera, Nine Inch Nails, Rage Against The Machine, Jesus And Mary Chain, Helmet e molti altri, tra i nomi protagonisti di una decade e di una filosofia artistica che ha raccolto numerosi appassionati, che ha plasmato mode e sperimentato suoni. "The Crow" si avvale di questo universo musicale per dare il meglio di sé, per trasmettere ossessioni e incubi, per coinvolgere con luci soffuse e tonalità nere, sottolineando la brutalità e lo spaesamento umano in questo malinconico labirinto d'amore che sfocia in una tragedia divenuta fin troppo reale.

Burn

Scritta appositamente per la colonna sonora del film, Burn (Brucia) è incarnazione del rapporto dannato tra Eric Draven e Shelly Webster. La filosofia gotica dei Cure è alla base del dramma espresso prima dal fumetto e poi dalla pellicola. Figlio dei gelidi e tragici suoni di album quali "Disintegration" e "Wish", dove la band guidata dal vocalist Robert Smith raggiunge la piena maturità, il brano qui presente è un lungo e ipnotico viaggio nei meandri oscuri di un amore stroncato. Quando il drumming oscuro e tribale di Boris Williams dà inizio alle danze siamo in uno dei momenti più importanti del film: Eric torna in vita, esce dal sepolcro e riconquista la Terra, pronto per la vendetta. Le soffici tastiere di Perry Bamonte fanno da contorno al trepidante giro di basso di Simon Gallup, come lampi improvvisi che squarciano la volta di un cielo nero che gronda pioggia. Smith esordisce urlando la sua sofferenza, così come quella di un Brandon Lee ritornato al suo appartamento, teatro di gesta funeste, dove lui e la sua cara ragazza hanno trovato la morte. Tra chiazze di sangue, vetri e specchi rotti, libri e oggetti gettati al pavimento, nel caos generale di un appartamento cupo e smorto, il nostro protagonista capisce chi è veramente. Eric Draven si trasforma nel Corvo, una figura dai poteri inimmaginabili, dal corpo privo di anima, dal viso che assomiglia a un fantasma. Un senza cuore tornato dagli inferi. Mentre i Cure cantano e suonano, tra sferzate chitarristiche e tastiere spaziali, di un amore fagocitato dall'odio, la cui fiamma non smette di ardere nella notte, il Corvo si sta preparando: il viso viene ricoperto da cerone bianco, gli occhi e le labbra contornati da pittura nera, i lunghi capelli umidi lasciati selvaggi davanti la fronte; e ancora un paio di pantaloni di pelle, stivali da rocker e una maglia a rete strappata. Nasce la figura del Corvo, simbolo dark, simbolo di amore e di vendetta. "Ogni notte brucio. Ogni notte grido il tuo amore. Ogni notte il sogno è lo stesso. Ogni notte aspetto la fine del mondo" è lo splendido ritornello che non lascia scampo, tra motivi goth e passaggi dream-pop scanditi da dolci arpeggi di chitarra. Un pezzo strepitoso, danzereccio e poetico, come solo i Cure sanno comporre, seducendo l'ascoltatore e strappandogli le viscere, l'anima e il cuore per gettarli in un calderone di disperazione. Le chitarre di Smith e di Thompson emettono grida metalliche e sembrano i versi di un corvo, stranianti e particolari. Eric, a questo punto, si è trasformato: adesso guarda il mondo attraverso gli occhi del volatile che lo segue ovunque. È il corvo stesso la sua forza, il segreto del suo potere.

Golgotha Tenement Blues

La sperimentazione industrial, seducente e ossessiva dei Machine Of Loving Grace, ottima ma sottovalutata band alternative degli anni 90, si concretizza con la cantilena industriale Golgotha Tenement Blues (Il Blues Del Condominio Golgota), una vera delizia sonora adagiata su di un testo concentrato e scarno. La calda voce di Scott Benzel, dai connotati modificati in studio attraverso strani effetti vocali, viene accompagnata da sinistri giri di basso e da plettrate stranianti, ai quali si aggiungono le potenti tastiere di Mike Fisher. Ascoltiamo il pezzo attraverso la radio della fatiscente camera di Funboy, mentre questi si sballa iniettandosi eroina nelle vene assieme alla sua amante Darla, madre della piccola Sarah. Il marcio e lo sporco della scena, nella quale interverrà il Corvo per massacrare il nemico, facendolo a pezzi con la lama di un rasoio e poi consigliando alla donna di tornare da sua figlia, riflette lo stordimento sonoro di questo bellissimo pezzo dalla struttura astratta, costituita da un primo blocco e da una lunga coda che va a sfumare. "Sono la città, il parco, l'aria, di tutta questa fottuta oscurità. Sono scosso e sorpreso da tutto ciò e non voglio più crederci. Mai più" sono le aspre parole cantate, prive di melodia, ipnotiche e profetiche, atte ad identificare l'anima cupa e orribile della città di Detroit. Una città dominata dalla criminalità, dalle droghe, dalla morte e dalla tristezza delle anime perdute. L'evento biblico è sottolineato dall'arrivo di Eric Draven mentre la coppia si sta facendo di eroina, e la frase ironica e blasfema che pronuncia davanti alla pistola di Funboy (-Gesù Cristo entra in una locanda e dice: puoi sistemarmi per la notte?-) è un po' il simbolo stesso del concetto impresso in questa canzone, dove il decrepito condominio nel quale agiscono è proiezione visiva della collina del Golgotha, dove Cristo fu crocifisso. "Città di piaghe. Dammi il tuo male, la tua stanchezza e i tuoi soldi, puttana. In strada i bambini sono venduti in cambio di oro. Io sono il prescelto" prosegue il testo del brano, un brano che fa intravedere un'anima blues, ma dal corpo industriale. La lunga coda finale, nella quale viene ripetuta, con voce effettata e ritmo sincopato, l'ultima frase del testo: "Sono il prescelto", accompagna le gesta del protagonista nell'uccisione del criminale, trafitto dalla lama del rasoio e dal corpo squarciato dalle siringhe piene di droga. È la giusta punizione per il male recato, una sorta di crocifissione che nessuno piangerà mai.

Big Empty

Gli Stone Temple Pilots, dopo il successo dell'esordio "Core", tra i pilastri del grunge, lanciano il singolo che aprirà il loro secondo lavoro in studio, il grande "Purple". Il titolo del nuovo singolo è Big Empty (Grande Vuoto), scelto da Proyas stesso, ed è subito un successo, anche se inizialmente il singolo della colonna sonora sarebbe dovuto essere "Only Dying", rifiutato in seguito alla morte di Brandon Lee per via di un testo fin troppo adiacente alla triste realtà. L'apertura è affidata alla chitarra di Dean Deleo, dal gustoso sapore blues, mentre Scott Weiland si mette in evidenza attraverso un cantato sofisticato, accarezzando le parole, sussurrando di un grande vuoto che colma i nostri cuori e che procura vertigini. Ma la strofa dura giusto pochi secondi, perché si scontra con un refrain trascinante e orecchiabilissimo: "È tempo di riportarla a casa, la sua testa da capogiro è piena di coscienza, è ora di farle fare un giro". Eric Draven è risorto ed è assetato di vendetta, vuole il sangue dei suoi nemici, è pronto a scontrarsi con la banda che ha massacrato e insultato il suo amore. Il vuoto è ciò che il protagonista prova ripensando alla sua dolce amata, che rivediamo attraverso i deliziosi flashback impartiti dal regista e messi tra una scena e l'altra per chiare i sentimenti del Corvo. L'aria malinconia e sfuggevole di questo brano è sintetizzata al meglio dalle asce dei due fratelli Deleo, Dean e Robert, e dal placido drumming di Eric Kretz, pronto ad esplodere nel momento del ritornello. La rabbia di un amore stroncato e sepolto è affidata alla calda e graffiante voce del compianto Weiland: "Il troppo camminare consuma le scarpe, il viaggio consuma l'anima. È tempo di farsi accompagnare, oggi. Guidare veloci, cadere lontano da ciò che siamo, fumare sigarette e giacere stremati". Il sentimento di confusione e di stordimento è alla base della struttura di questo bel pezzo, il viaggio logora il fisico e la mente, la lontananza procura un vuoto cosmico e una caduta repentina. Eric e Shelly sono stati separati dalle atrocità di una banda di criminali che presto la pagherà cara.

Dead Souls

Dead Souls (Anime Morte) è uno dei brani più popolari e importanti del film. I Nine Inch Nails prendono e modificano il suono originario dei Joy Division e lo modernizzano senza snaturarlo. La traccia, contenuta nella raccolta postuma del 1981 "Still", ritrova, in questa cover, una nuova brillantezza grazie ai suoni cromati e gonfi elaborati da Trent Reznor. Il taglio heavy è palese, come anche la velocità della base strumentale, simile al volo di un rapace, tanto che la sentiamo appena dopo la trasformazione di Eric nel Corvo. Il personaggio, ucciso dai delinquenti, ora appartiene al lato oscuro del mondo, è una figura ultraterrena che ha piena coscienza di sé e dei suoi poteri. Adesso, Eric Draven è un'anima morta. Brandon Lee salta sui tetti di una città sempre oscura e in preda alla pioggia battente, sorvola le strade cittadine seguendo il suo spirito, incarnato dal rapace che gracchia, e va subito alla ricerca del nemico. Tra location fatiscenti e sobborghi deprimenti, il Corvo affronta Tin Tin e lo ammazza senza pietà. "Qualcuno mi ha portato via i sogni, lì ha gettati via. È un duello di personalità, una stranezza della realtà. Loro continuano a chiamarmi" scriveva Ian Curtis, e lo stesso testo viene qui cantato da Reznor con voce crepuscolare, omaggiando l'artista scomparso molti anni prima. L'andamento sinuoso delle chitarre sorregge le tragiche linee melodiche, davvero d'impatto, regalandoci un vero capolavoro industrial rock. Lo spirito dark-wave però resta compatto, nonostante un'attitudine più moderna e un piglio più rock. I sogni volati via e decantati dai Joy Division e ora dai Nine Inch Nails sono gli stessi che il povero Eric è costretto a inseguire per ritrovare la sua amata. I suoi sogni continuano a tormentare il personaggio, a chiamarlo dall'oltretomba, al fine di riportare la pace eterna sui loro cuori. "Quando le figure del passato restano alte e le finte voci risuonano nella sala, resta un'imperialistica casa di preghiere". Le preghiere sono l'ultima speranza che resta al nostro protagonista per portare a termine la sua vendetta. Le chitarre e la batteria di questo pezzo ondeggiano sontuose nell'aria, cullando l'ascoltatore attraverso un sentore di rabbia che va a indurirsi minuto dopo minuto, quando il vocalist comincia ad urlare il suo dispiacere. È la resa dei conti, il primo a morire è Tin Tin, la cui pelle viene lacerata dalla lama del suo stesso coltello. "Vittime non lo siamo tutte", dice Eric colpendolo a morte.

Darkness

Un prezioso giro di basso introduce Darkness (Tenebre), B-side del singolo "Darkness Of Greed", ovvero lo stesso pezzo ri-arrangiato. I Rage Against The Machine sfornano un grande brano, nel loro classico stile crossover, dalle rasoiate heavy metal ma dal cantato rap, il tutto mischiato e arrangiato con perizia. Ricordiamo che la band americana, all'epoca era appena esordiente, ma già aveva contribuito in maniera consistente allo sviluppo del metal alternativo grazie a un primo omonimo disco che ha fatto la storia. Zack De La Rocha sovrasta il basso del compagno Tim Commerford, intonando la prima lunga strofa: "Avidità, viene sparso sangue innocente, sono venuti qui per prendersi ciò che vogliono, restituendo solo morte e malattia. La mia gente non ha avuto scelta e c'è stato un vero genocidio". Il testo, dalla forte critica sociale, non c'entra praticamente nulla con la trama del film, e infatti l'estraneità dei fatti viene confermata nel secondo blocco, recitato, dai toni blandi sul quale regna il potente basso. "l'AIDS sta uccidendo l'Africa intera, un vaccino è in preparazione ma al governo importa poco, tant'è che i potenti pensano: uccidiamoli tutti, prendiamoci la loro terra e trasformiamola in metà turistica". Il tema portante del pezzo è quindi la miseria e lo spettro della morte nei paesi Africani. Il singolo in realtà non figura all'interno della pellicola, sarebbe dovuto essere inserito in una delle tante scene tagliate, ma poi era stato accantonato forse proprio per via di un testo poco coerente con il soggetto e con le tematiche trattate da Proyas. Tom Morello alla chitarra e Brad Wilk ai piatti, intavolano un gustoso intermezzo jazz, dopodiché torna il vocalist a metterci in guardia sull'avidità dell'uomo bianco e sulla condizione disperata del popolo nero, schiavizzato e sfruttato, ridotto in povertà, umiliato e massacrato.

Color Me Once

Color Me Once (Colorami Una Volta) è un bellissimo pezzo del gruppo punk rock Violent Femmes, anche se le coordinate stilistiche vertono piuttosto su una sontuosa litania psichedelica, dall'animo cupo e spettrale, nel quale risalta orgoglioso il basso di Brian Ritchie ad accompagnare la sognante voce di Gordon Gano. La situazione non è proprio felice, e infatti il brano ricalca ciò che sta accadendo sullo schermo: il jukebox del rock-club del film, location tra le più sfruttate e covo non solo di sentimenti contrastanti ma anche della band criminale guidata da Top Dollar, si accende improvvisamente. Siamo a fine serata e il locale è deserto, vi è solo il barman che offre da bere alla piccola Sarah, in attesa che sua madre Darla, cameriera del locale, stacchi. È notte fonda e la donna, drogata e ubriaca, al posto di raggiungere sua figlia, se ne va con l'amante Funboy. Sarah è pensierosa e, nel silenzio, parte la canzone. "Colorami una volta, colorami due volte, tutto deve essere piacevole. Stringimi con le tue braccia eterne. Ti vedo triste ed io sono contento" suona la band avvolgendoci con seducenti note che ci cullano nella scena. Darla è disinteressata nei confronti della figlia, non la calcola proprio nonostante la giovane età, e addirittura sembra contenta di spassarsela col criminale. Al contrario, Sarah è triste, anche se ha accettato da tempo la sua condizione, quella di dover essere matura nonostante l'adolescenza. Il suo unico sfogo è lo skateboard e la musica rock, che si gusta a casa da sola o al jukebox del locale deserto. Il binomio madre-figlia e gioia-tristezza è rievocato dalle delicate note del brano. "Serve pazienza, la pazienza punge come una lama gelida sul collo. Devo andare avanti, dobbiamo tutti andare avanti" suggerisce un testo ipnotico e saggio che rispecchia perfettamente la dimensione emotiva di Sarah. Mentre la melodia avvolgente declamata dal vocalist Gano prosegue la nenia solitaria e depressiva, il barista si rivolge alla ragazzina: "Tua madre ha finito il suo turno, adesso è libera", ma Sarah risponde da adulta, sconsolata: "Già, libera di farsi", accettando la sua vita complicata, la sua desolazione e una madre drogata. La batteria sorniona accompagna i tanti effetti prodotti da Ritchie, bassista ma anche sperimentatore di suoni, che vanno dall'utilizzo di xilofono alle tastiere, dal banjo all'arpa.

Ghostrider

La rabbia di Top Dollar per la morte dei suoi scagnozzi esplode con Ghostrider (Cavaliere Fantasma), suonata dalla Rollins Band che coverizza un brano del 1977 dei Suicide, pionieri del rock elettronico. Sentiamo le prime note, quando attaccano le chitarre, nella scena in cui il boss apprende dell'esplosione del negozio dei pegni di Gideon, mandato a fuoco dal Corvo. È qui che l'uomo diventa consapevole di avere un acerrimo nemico, un nemico invisibile e dai poteri illimitati. Mentre Top Dollar fa salire T-Bird, che gli porta la cattiva notizia, nel suo ufficio, in cima al locale rock sempre presente nel film, la Rollins Band guidata dal vocalist Henry Rollins suona in sottofondo. Partiti dall'hardcore, il gruppo decide, nei primi anni 90, di deviare verso un alternative metal. Le chitarre distorte di Chris Haskett e il basso impetuoso di Melvin Gibbs creano un vortice sporco e massiccio che richiama persino lo stoner doom. Se il negozio di Gideon è andato in fiamme, le liriche della canzone ne sottolineano l'incanto attraverso un'analogia motorizzata: "Eroe in motocicletta. Oh, bambina, sta scintillando forte come una stella nell'universo. Non vedi come è bello, tutto agitato che scalpita". Il vocalist Rollins prosegue il suo canto, dalla sensazione svogliata, come in preda ad allucinogeni, per decantare il suo amore per i motori, e anche per le belle fanciulle. "La mia moto sta gridando la verità e la verità è che l'America sta uccidendo la sua giovinezza. La mia moto sta cavalcando in città su cuori ardenti. Gli occhi piangono e le città bruciano. Non dimenticare di bruciare". L'esaltazione delle moto e dei motociclisti è racchiusa in queste poche righe, che sono specchio delle frasi pronunciate dal boss Top Dollar, deciso a mettere a soqquadro Detroit appiccando una lunga serie di incendi. I suoi scagnozzi, la band di T-Bird, sono i cavalieri fantasma che fanno ardere cuori e che bruciano tutto. La "Notte del Diavolo" è vicina e il male sta per essere sprigionato. La band pesta duro, le raffiche metal si sposano con le immagini violente del film, dove fuoco e morte vanno sempre a braccetto, e infatti, tra roghi appiccati in strada ed esplosioni di palazzine, anche il buon Gideon incontrerà la morte, trafitto al petto dalla spada di Dollar.

Milktoast

I mitici Helmet, eroi dell'hardcore, sono protagonisti della soundtrack con il singolo Milktoast (Toast Al Latte), che troviamo al minuto 40 della pellicola, quando Gideon viene convocato dal boss Top Dollar. Ubriaco e ferito, l'uomo, in preda all'ansia di dover affrontare il suo superiore, continua a bere per mantenere la calma. Egli è stato risparmiato dal Corvo per solo un motivo: rendere consapevole il suo boss di avere un nemico pericoloso e potente alle calcagna. Il Corvo, in questo modo, avverte e minaccia il boss, manda lui il primo avvertimento, e questi non la prende affatto bene, tanto che preso dall'ira e dalla foga uccide il suo stesso uomo, trafiggendolo con la spada dritto al cuore. Un basso potente e una voce soffusa sono gli ingredienti di un pezzo che carica lentamente fino ad esplodere in un refrain goliardico intonato dal leader Page Hemilton. La melodia fa capolino tra le strofe, regalando intensi momenti di groove che delineano la personalità contorta di una figura. "Dimmi se va tutto bene, mi arrenderò a quello che sai, i miei pensieri forse sono inutili. Sono dalla tua parte, o forse sto mentendo. Ti ho detto tutto, adesso non dimenticare ciò che hai sentito". In breve il testo si esaurisce, suggerendo il caos che regna nella mente di una persona. L'andamento scosceso, titubante e caotico del brano lo ritroviamo nei pensieri che affollano la testa di Top Dollar, dominata dall'ira e dall'impossibilità di acciuffare il nemico che sta sterminando la sua cricca. Nelle ultime fasi, il pezzo aumenta d'intensità, la formazione americana spinge sull'acceleratore velocizzando l'intera sezione ritmica, concedendosi alla foga sonora per un tripudio di suoni ed effetti molesti che spappolano il cervello. Una traccia violenta e ben articolata, breve e d'impatto, che fa da sfondo a una scena memorabile.

The Badge

The Badge (Il Distintivo) è la cover dei Poison Idea elaborata per l'occasione dai Pantera. La carica punk hardcore qui è in piena esplosione, la band texana fa di tutto per non snaturare lo spirito originario, dando pieno sfogo alla sezione ritmica e soprattutto al vocalist Phil Anselmo, che divora le liriche in un battito di ciglia, seguendo la scia tracciata dalla chitarra indemoniata del compianto Dimebag Darrell. Un solido riffing, cattivo e diretto fuoriesce dalle casse dello stereo, a ruota intervengono il basso di Rex Brown e la batteria di Vinnie Paul e allora si pesta alla grande: "Giovane e stupido, appena uscito dall'Accademia. Cinque anni di disciplina e corruzione lo hanno reso un poliziotto. Ha fatto fuori un uomo, ha fatto piangere i ragazzini e ha caricato in auto una prostituta, lui pensa stia proteggendo e servendo la patria ma ha dimenticato le uccisioni". Il testo è ovviamente un palese attacco alle forze dell'ordine, in piena coscienza anarchica punk, laddove un poliziotto, giovane e inesperto, appena diplomato all'accademia di polizia, si arroga il diritto di uccidere ragazzini e arrestare prostitute con la scusa di servire il proprio paese. Il poliziotto è incarnazione della perversione, dell'arroganza e della violenza utilizzate dalle forze dell'ordine per controllare la popolazione. Si riprende, tra sirene delle volanti e urla della folla: "Villano fascista che indossa il distintivo, incazzato si aggira per le strade. Ma il distintivo significa che fai schifo, i bambini giacciono morti per colpa tua, cosa ti è passato per la testa? Verità e giustizia, fantasia, sei ancora giovane e hai già perso la testa, hai bruciato la bandiera e fatto una strage". Insomma, il giovane poliziotto ha dato di matto, facendosi scudo dietro il distintivo, commettendo violenza e soprusi ai danni dei cittadini. Anselmo grida il suo disappunto, schierandosi dalla parte dei civili sottomessi dagli uomini in divisa, intanto la sua band procede dritta e sparata per la sua strada, senza cambi di tempo. Darrell prova un assolo, lo esegue con grinta, ma dura solo pochi secondi. Questo un è pezzo punk, breve e semplicissimo, un grido di odio nei confronti della società e di chi ne gestisce l'ordine, dunque si riprende come da copione, giungendo al termine: "Parla con loro, puoi lavorarci, è meglio stare al gioco, abbassa la pistola o loro ti uccideranno incitando alla rivolta". Il consiglio è evidente, meglio non provocare i ragazzi della strada o sono guai per il poliziotto. Non si scherza con la malavita, e intanto è iniziata la rivolta del popolo. Sembra di vedere la squadra di Top Dollor mettere a ferro e fuoco la città, sfidando apertamente la polizia. Il brano termina qui, tra le voci concitate della gente che insulta le forze dell'ordine dopo l'ennesimo disastro. Non un brano eccelso ma comunque funzionale, ricco di rabbia.

Slip Slide Melting

Slip Slide Melting (Scivolo Scorrevole) è il brano di una band fantastica e purtroppo passata quasi in sordina, For Love Not Lisa, dotata di grande gusto melodico e dalla buona preparazione tecnica. Anche in questo pezzo alternative rock risaltano le doti della formazione americana, autrice di soli tre album negli anni 90. Le ritmiche schizofreniche sono perfette per inquadrare la situazione sullo schermo, dove il potente Top Dollar capisce che il nemico è di una forza incredibile, ultraterrena, e per la prima volta percepisce un certo timore. Mike Lewis ha un ottimo timbro, anche se la sua voce viene letteralmente coperta dai riff graffianti partoriti dal chitarrista Mike Miles e soprattutto da un basso pompato a dismisura che dona una sensazione di vertigine. Le strofe sono veloci e schizzate, ma contengono sempre un briciolo di melodia che le rendono orecchiabili, fino a giungere a un ritornello velato ma di grande fantasia. "Se riesco a sollevare la testa, vedo la mano che si scioglie.  La morte rimane la stessa e scivola via" pronuncia l'arioso ritornello che parla di una morte danzate e sfuggevole come fiamma, la stessa che il Corvo sta cercando di dimenticare, quando si confida con l'amico poliziotto Albrecht, l'unico di cui si fida e l'unico al quale confida le sue emozioni. Il dialogo tra i due è toccante, una confessione in piena regola, molto profonda, che termina proprio quando attacca questo pezzo, facendo da ponte con la scena nella quale Eric Draven, in preda al rimpianto e allo sconforto per la perdita della sua amata, sale in cime al tetto del suo appartamento e si mette a suonare la chitarra elettrica, producendo un assolo metallico che rimbomba per tutto il quartiere. L'hard rock dei For Love Not Lisa risuona nelle casse, dopodiché si aggiungono degli effetti elettronico davvero gustosi, che rendono il tutto ancora più ribelle e scatenato. "La fiamma doma l'onore, dove giocano gli eroi danzanti. L'alba mi dona la vita, una nuova pelle sotto la quale nascondermi. Le mie mani raggiungono un nuovo giorno, una nuova vita soffia in me. Lascia che io sia" recitano le strofe, conducendoci alla seconda metà del pezzo, dove il ritmo cala d'intensità fino a trasformarsi in una ballad acustica ricca di sfumature. "Signore, vorrei morire per te, prendi questa parte, trova un po' di spazio al sole. Signore prendi una parte di me e dammi qualcosa in cui credere". Qui la band statunitense rivela il suo spirito religioso, invocando l'aiuto di Dio, ottenendo una specie di rinascita spirituale e fisica, la stessa alla quale è andato incontro il nostro protagonista. Si riprende a scalciare, basso e chitarre in primo piano, fino alla conclusione.

After The Flesh

La frustata elettronica arriva con After The Flesh (Dopo La Carne) dei My Life With The Thrill Kill Kult, industrial band di grande valore. Siamo alle battute conclusive, il Corvo ha distrutto la sua chitarra dopo l'ennesimo assolo in cima al palazzo, da dove osserva tutti i movimenti della città. Detroit è frenetica, come il ritmo danzereccio della canzone, suonata live nel rock-club di Top Dollar. Al piano terreno c'è la discoteca, dove la gente balla in preda all'estasi, cullata dalle note vorticose di Buzz McCoy e Groovie Mann, e sopra la banda criminale si sta preparando per la resa dei conti. La voce del vocalist è filtrata da mille effetti di contorno, mentre emergono affilate le chitarre elettriche a condire il tutto. Tre minuti di combattimento industriale, dai suoni modernisti e contorti, che procurano spaesamento alternando sezioni recitate ad altre cantate in modo aspro e caotico. Un pezzo cerebrale di grande fascino, ossessivo al punto giusto, perfetto per introdurre le ultime fasi del film. "Sono il nuovo cammino, sono il cammino del futuro. Ci sono tanti innocenti crocifissi. La carne è lussuria, è occhi lucenti e labbra umide. Noi infetteremo la tua mente dopo aver infettato la carne". Stiamo parlando del popolo della notte, un popolo "vampiresco", che infetta e si scatena a ritmo elettronico. "Ho camminato nella foresta accanto ai brutti spiriti, ho baciato i loro piedi e ho dimenticato il prezzo dei soldi. Ho offerto il mio corpo e la mia carne". Il rituale magico è stato preparato e presto tutta la città sarà in preda all'estasi esoterica. Intanto che risuonano le note elettriche e le chitarre distorte della banda, i criminali si stanno organizzando, tra caricatori per arma da fuoco e tonnellate di cocaina apparecchiati sul tavolo della sala di Top Dollar. Il ritmo frenetico e altamente allucinato della musica si fonde con le immagini della tormenta di polvere bianca che sbuffa sotto i movimenti irrequieti della banda. Sta per iniziare il delirio, come un rituale alchemico, onirico e sanguinolento che affonda le radici in una leggenda antica. Il bene si scontrerà con il male, generando un vuoto cosmico senza precedenti.

Snakedriver

Sarah scivola via per le strade della città, slittando sul suo skateboard, evitando auto e transenne che le bloccano il cammino. Come ogni notte, raggiunge il rock-club dove lavora sua madre per riportarla a casa, ma quando entra, Darla si sta baciando col compagno Funboy. È qui che parte Snakedriver (Pilota Serpente) dei colossi del post-punk e del dream-pop Jesus And Mary Chain, alle prese con un delizioso e classico brano che parla di amore e di morte. Amore e morte sottolineati dall'incontro tra la pura e innocente Sarah, lì per recuperare sua mamma, e il brutale e strafatto Funboy, che le dice di levarsi dai piedi. "Ho amici sifilitici in giro per la città, non li odio ma li conosco, non li voglio vicino. Non voglio sbriciolare le mie ossa per ogni ragazzina che passa, ho bisogno del mio spazio e dei miei soldi" attacca subito la canzone, figlia del sound di un disco fenomenale come "Darkland", vero gioiello di dark-pop che descrive una terra oscura, gotica, nella quale ogni tanto si intravedono spiragli felici e melodici. Come in questo caso, dove la melodia è sempre presente, sinuosa e fatale, nella visione di un ragazzo innamorato di una ragazza malata, titubante nell'approccio perché sa che la salute è tutto, perché nella città in cui vive basta poco per morire. Si tratta di un ragazzo che esige il suo spazio e che evita ogni contatto, ma che poi, come suggerisce il ritornello, non resiste alla tentazione. L'amore lo trascina nel pericolo: "Da quando ho sentito la sua voce ho pensato di non avere altra scelta, così l'ho baciata". La coppia si bacia, il sano e la malata vengono a contatto, fondendo amore e morte. La stessa posa, lo stesso bacio, lo vediamo sullo schermo, immortalato da Darla e Funboy, abbracciati nella sala del club. Sono amanti, lui è condannato dalla malattia, l'eroina, e lei è la sana che sta gettando la vita per seguirlo all'inferno. "Non mi dispiace se mi spezzo o se mi sistemo, non importa se vengo insultato o preso a calci. Se mi sveglio morto sarà come ogni giorno. Tanto tutto prima o poi passa". Il sentimento di morte è insito nella vita, nella quotidianità di un'esistenza misera, scandita nella terra oscura. Ma c'è sempre una speranza e, infatti, il Corvo giunge in aiuto di Darla e la riporta sulla retta via dopo l'ennesima citazione biblica. I Jesus And Mary Chain ci danno sotto, chitarre distorte che prendono il sopravvento nella seconda metà e che ci trascinano nel dramma amoroso, ma c'è poco da soffrire, perché il brano si smorza dopo pochi minuti. Si sopravvive anche in una città tempestata dal male.

Time Baby III

Siamo ai primi minuti della pellicola e per presentare il rock-club, vero luogo principale del film, e la banda di criminali che lì si aggira, Proyas ha l'idea di inserire come ospiti i Medicine, noise rock band californiana, la quale esegue il brano Time Baby III (Ore Piccole III) con due vocalist d'eccezione, Elizabeth Frazer, leader dei Cocteau Twins, e Shannon Lee, sorella minore di Brandon. Si tratta di un pezzo rivisitato, ri-arrangiato dagli stessi autori inserito nella soundtrack de "Il Corvo" come singolo. Le chitarre sognanti danno inizio a una nenia dolce e delicata, ma dall'animo tetro che si riflette in un locale affollato e popolato da gente scatenata. La struttura della canzone è molto semplice, strofe alternate a un ritornello fresco e glaciale, dove si confondono le voci delle due cantati. "A volte piove nella mia testa, le parole si prosciugano, le pareti delle mie mani stanno scendendo per toccare le mie cosce". Sensualità, erotismo, pioggia, poesia, sono elementi alla base della traccia, scanditi dalla profonda voce di Frazer. "No, non devono portarti via", ripete il ritornello, adagiato su cori e contro-cori che rimpallano di continuo, ipnotizzando come il rintocco della pioggia sul tetto. Le bellissime suggestioni visive si accavallano in questa sognante ballata rock che parla di un allontanamento, la divisione di una coppia e il martirio di un amore stroncato. L'idillio viene replicato dalla seconda parte del brano, che riprende perfettamente le linee melodiche e le parole della prima, rivelando una composizione a specchio, ma che si trascina via, come vapore acqueo, nella parte finale, dove il refrain acquista maggiore spessore grazie alle urla in sottofondo della seconda voce, quella di Shannon. La pioggia rappresenta la malinconia, ma anche la parte sfuggevole dell'amore, un amore che scivola via sul bagnato e che sparisce lentamente assieme al buio non appena appare l'alba. Un bellissimo e toccante pezzo che, se da una parte rievoca e idealizza l'amore stroncato di Eric e Shelly, dall'altra contrasta con le violente e repentine immagini della sala da ballo, presa d'assalto da tossici e anime notturne.

It Can't Rain All The Time

Sui titoli di coda parte It Can't Rain All The Time (Non Può Piovere Tutto Il Tempo), che è poi il brano simbolo del film, accennato più volte e in forma strumentale/orchestrale in molte sequenze e qui concretizzato nella bella e calda voce di Jane Siberry, autrice del testo e della musica assieme al compositore del film Graeme Revell. La cantante canadese palesa la sua sensibile voce sin dall'inizio, garantendo pathos e atmosfera, accompagnata da poetiche pennellate acustiche. "Abbiamo camminato a lungo nel sentiero stretto e sotto cieli fumosi, a volta non si capisce la differenza tra luce e tenebre. Tu hai fede? In cosa crediamo?". L'atmosfera immaginifica si palesa immediatamente nelle parole dell'artista e, ad accompagnare la chitarra, subentrano le tastiere del compositore, che inseguono una dimensione più teatrale. Il ritornello è bello da togliere il fiato, tanto delicato quanto disperato: "Sento i piedi martellare in strada, le donne piangono e i bambini lo sanno, sembra difficile crederlo ma l'amore prevarrà. Non può piovere tutto il tempo, il cielo non cadrà sempre. E anche se la notte sembra lunga, le tue lacrime non cadranno sempre". Già, non può piovere per sempre, la stessa frase pronunciata da Eric Draven e incisa nel disco della sua rock band che Sarah ascolta ogni sera. È una frase ricca di simboli e di significati, come a ribadire che la luce prima o poi arriverà ad illuminare una Detroit sempre bagnata e cupa. Non bisogna perdere la speranza, l'amore trionferà comunque. La ragazzina impara questa lezione dal suo beniamino, ucciso assieme alla sua fidanzata. Un raffinato retrogusto folk emerge lentamente a metà. "Quando sono solo, resto sveglio la notte. Vorrei che fossi qui, mi manchi, c'è qualcosa in cui credere o è tutto qui?", le parole sono pronunciate con grande delicatezza da Siberry, che sembra dover scoppiare in lacrime da un momento all'altro. I toni si abbassano e si passa al bridge: "La scorsa notte ho fatto un sogno, tu sei entrato in camera e mi hai teso le braccia, sussurrando e baciandomi, dicendomi di credere ancora. Mi sono sentito al caldo e al sicuro, poi mi sono addormentato tra le tue braccia". È il trionfo dell'amore, un amore che torna dalla morte, che supera la morte per restare in eterno. I soffusi interventi elettronici non spezzano l'idillio notturno, portando al termine la poesia con un cenno di speranza.

Conclusioni

Lo spirito ultraterreno, simile a un fantasma che danza nel pallido plenilunio da una lapida all'altra, da astratto prende forma concreta durante il viaggio sonoro che abbiamo appena affrontato, in bilico tra sferzate metal e poetici passaggi gotici, tra colpi di frusta hardcore e dolci sussurri dream-pop, tra disperate grida grunge e disconnessioni cerebrali tipiche dell'industrial. Con una soundtrack del genere, che soltanto negli U.S.A. ha venduto quasi quattro milioni di copie, è facile perdersi nei corridoi visivi del film e se "The Crow" è un film di culto, una vera leggenda maledetta, lo deve anche alle musiche che lo rifiniscono, e non è un caso se l'autore del fumetto ha ammesso di essersi ispirato agli album dei Joy Division e dei Cure, quest'ultimi chiamati direttamente in causa con lo splendido brano-chiave "Burn", per elaborare la storia. Detroit è una città fantasma che ricorda vagamente la Gotham City del "Batman" di Tim Burton, un luogo misterioso artefice di innato dolore, tra le cui vie notturne si aggirano delinquenti, ladri, assassini, musicisti e anime in pena, tutti quanti avvolti da un velo di disperazione e di pessimismo cronico che avvolge i loro corpi e ne stritola le gole. La pioggia è sempre presente, anche se il protagonista afferma che "Non può piovere per sempre", ma l'acquazzone è interpretato come un candido accompagnamento alle immagini e alle disperate colonne sonore, come lacrime versate da un cielo funereo tempestato da fulmini che si abbattono a terra assieme alle note dei brani. La musica alternativa e ossessiva, poetica ma allo stesso tempo graffiante, dalla rabbia punk e metal, definisce perfettamente la città. Detroit è protagonista d'eccezione in questa pellicola, marcia fin dalle fondamenta, deprimente in ogni suo angolo e causa di orribili nefandezze che prendono vita nel corso della narrazione. In questo teatro dell'orrore si muovono nevroticamente diversi personaggi: il poliziotto amico del Corvo, Derryl Albrecht, intepretato dall'attore Ernie Hudson, la piccola Sarah (Rochelle Davis), la banda di teppisti dai nomi pittoreschi come T-Bird (David Kelly), Skank (Angel David), Tin Tin (Laurance Mason), Funboy (Michael Massee), Gideon (Jon Polito), tutti al seguito del brutale antagonista Top Dollar (Michael Wincott). Infine c'è lui, l'angelo ribelle in cerca di riscatto, il protagonista Brandon Lee, figlio del leggendario Bruce, i cui tratti somatici rispecchiano fedelmente l'idea del disegnatore James O'Barr, che si è ispirato al cantante dei Bauhaus Peter Murphy, molto somigliante a Lee, il cui destino sembra drammaticamente legato a quello del personaggio interpretato. "The Crow" diventa un cult non solo per la seducente iconografia dark e per la selvaggia natura fumettosa, ma lo diventa ancor prima di raggiungere le sale cinematografiche soprattutto a causa della morte di Brandon Lee, ucciso durante le riprese per un colpo di pistola sparato dall'arma di Funboy, che doveva essere caricata a salve. La colpa è della troupe che, per mancanza di tempo e per negligenza, non disponendo di proiettili a salve ha l'idea di sostituirli con dei proiettili veri, svuotati della polvere da sparo. La disattenzione nel controllare che tutti i proiettili siano svuotati causa la morte del giovanissimo attore, colpito all'addome durante una delle ultime scene, a soli tre giorni dalla fine delle riprese e davanti agli sguardi sbalorditi di tutti gli addetti ai lavori, compreso quello della fidanzata Heliza Hutton, con la quale si sarebbe dovuto sposare il mese dopo, in Messico. Vita e finzione che danzano in questa tragica fatalità, si sovrappongono l'una con l'altra alimentando il dramma amoroso più vecchio del mondo. Passione e annientamento costantemente legati: Brandon Lee e l'amata Heliza, così come Eric Draven e la povera Shelly, interpretata nei flashback dalla bellissima Sofia Shinas. La componente melodrammatica, che poi è alla base di questa fiaba nera a tinte horror, è il motivo portante della vicenda narrata: l'amore che viene sacrificato, dileggiato, funestato dal tragico destino, ma che comunque è impossibilitato ad estinguersi, e che quindi è destinato a restare immortale, per proseguire anche dopo la morte. L'oblio è un nuovo principio, la vita un cerchio che ricomincia non appena ha termine. L'amore che è vendetta, sentimento sacro e purificatore, smuove immagini e suoni attorno a sé, li plasma e li destruttura, per poi ricomporli attraverso altre forme visive e sonore, scuotendo il pubblico. La morte della fidanzata di James O'Barr è all'origine del fumetto, quella di Brandon Lee è genesi di una leggenda. Dalla morte questa opera nasce e con la morte si conclude, per sopravvivere nel cuore di tutti gli appassionati. "Un palazzo viene dato alle fiamme e tutto quel che ne rimane è cenere. Prima pensavo che questo valesse per ogni cosa: famiglie, amici, sentimenti, ma ora so che se l'amore è vero niente può separare due persone fatte per stare insieme. Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono ma il vero amore è per sempre".

1) Burn
2) Golgotha Tenement Blues
3) Big Empty
4) Dead Souls
5) Darkness
6) Color Me Once
7) Ghostrider
8) Milktoast
9) The Badge
10) Slip Slide Melting
11) After The Flesh
12) Snakedriver
13) Time Baby III
14) It Can't Rain All The Time