TANKARD

Hymns For The Drunk

2018 - AFM Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
08/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione

Con l'avvicinarsi dei quarant'anni di carriera dei tedeschi Tankard, la AFM Records ha annunciato la pubblicazione di un best of celebrativo contenente il meglio della band più birraiola che ci sia in circolazione, facendo alzare i boccali al cielo a tutti i fan del quartetto tedesco più simpatico e caciarone di tutto il filone thrash metal teutonico. Lo scorso 12 gennaio infatti ha visto la luce "Hymns For The Drunk" ("Inni per gli ubriachi"), una raccolta che pesca dai lavori più riusciti della band il cui titolo, quanto mai ironico, non poteva essere migliore per una band che trae il proprio nome da quello di un boccale da birra tradizionale e che nel corso degli anni si è affermato come uno dei gruppi simbolo di un intero genere, vuoi per la sua spassosa autoironia, vuoi anche per il proprio talento letale che affonda le proprie fauci nella più fiera tradizione old school. Era il 1981 quando due compagni di classe in una scuola di Francoforte, nella maniera più spontanea e quasi rituale per le band Heavy Metal, decisero di formare un gruppo: stiamo parlando del cantante Frank Thorwarth e del chitarrista Alex Katzmann, ai quali si unì presto il bassista Andreas "Gerre" Geremia (ebbene sì, per chi ancora non lo sapesse, il rubicondo vocalist dei Tankard originariamente suonava il basso). Nacquerò così i Vortex, che in seguito divennero Avengers, ma sarà solo l'anno seguente che questi giovani thrasher sceglieranno il loro moniker defintivo, con l'ausilio di un dizionario nel quale trovarono appunto la parola "tankard". Una volta consolidata la prima line up, con l'invertimento dei ruoli tra Frank e Gerre, il gruppo tenne la prima esibizione in una scuola nel 1983 e, tanto per ribadire che presto sarebbero diventati i futuri "Kings of Beer", riempirono di birra dei cartoni di latte, dato che nel complesso scolastico era proibito consumare alcolici. Con questa prima epica sberla di sfida, i Tankard inizavano il loro cammino verso l'apogeo del Thrash Metal, che ben presto si sarebbe incanalato ulteriormente con al pubblicazione dei primi due demo, oggi peraltro pressochè introvabili, intitolati "Heavy Metal Vanguard" e "Alcholic Metal" (titolo che ben presto verrà riutilizzato anche per definire il genere suonato dal gruppo). Di lì a poco, più precisamente nel 1986, arriverà anche il primo contratto discografico: all'interno di un pub, (e dove sennò?!) i Tankard firmarono per la Noise Records, l'etichetta che rilascerà il loro primo album ufficiale "Zombie Attack", un disco che di per sé, se paragonato ad altri lavori della all'epoca nascente scena thrash, non possedeva particolari spunti innovativi: era un semplice disco di Thrash violento e veloce, ed ai fan andava bene così. Pur essendo un lavoro grezzo e primitivo, esso contiene i brani che ancora oggi sono ritenuti dei must (oltre alla titletrack, il ritornello di "(Empty) Tankard" può considerarsi un inno per i fan del quartetto), ed esso divenne inoltre l'apripista per i successivi "Chemical Invasion", "The Mourning After" e via dicendo fino ai più recenti "Kings Of Beer", "The Beauty And The Beer", "A Girl Called Cerveza" e l'ultimo full lenght "One Foot In The Grave". L'amore per l'alcool, in particolare la birra, le bevute e le serate di baldoria sono i temi principali delle liriche, ma non mancano nemmeno l'autoironia, la satira politica, l'antirazzismo e l'antifascismo ad ampliare il range tematico di una band di "buzzurri" che non le manda certo a dire. Per quanto riguarda i Tankard dunque si può parlare di una band che pur facendo Thrash Metal vanta anche una spiccata attitudine hardcore, vista anche la vicinanza concettuale dei due filoni, e giungendo al 2018, i quattro tedeschi si sono fatti strada boccale dopo boccale verso la propria affermazione sulla scena mondiale, contribuendo non poco a scrivere le regole del genere in ambito tedesco fino a farne il diretto alleato del compare d'oltreoceano. Se dagli Stati Uniti si parla di Metallica, Anthrax Megadeth e Slayer come i Big Four, si capisce bene come in rete si legga spesso della bramata ipotesi di un megatour gemello con i Teutonic Four (nome dato per ora solo ad uno split, gusto per saziare la nostra fame), che possa portare sul palco i Tankard assieme ai Sodom, ai Destruction e ai Kreator. Giungendo a questo best of celebrativo, prendendolo in mano e guardandone la copertina, non si può far altro che pensare ad una birra ghiacciata: l'artwork è infatti impostato come se fosse l'etichetta di una bottiglia, con il logo racchiuso in un cerchio al centro del quale compare un frate dall'evidente aspetto alticcio intento a brindare con noi, raffigurato ovviamente con uno stile caricaturale. Sul fondo nero, compare poi il logo della band in alto, lasciando che nel marchio centrale la descrizione del disco sia impostato sul modello di una weiss bier: in alto troviamo il titolo della raccolta, quasi fosse la serie dal quale questa birra prelibata proviene, ed immediatamente sotto la dicitura "Space Beer", a nominare la qualità precisa della bevanda ed infine, nel semicerchio in basso, la gradazione alcolica con tanto di datazione ("Haltbar Seit 1982", letteralmente traducibile con "Resistente dal 1982") che dite? Stappiamo la bottiglia ed assaggiamo questa prelibatezza targata Tankard?

Rectifier

Sul collo della bottiglia troviamo "Rectifier" ("Raddrizzatore"), un pezzo, estrapolato dall'album "B-Day" la cui attitudine venatamente old school emerge già dai primi secondi. Il tempo di batteria ci travolge infatti incalzante senza lasciarci un attimo di respiro, facendo avanzare il gruppo sostenuto da un tupa tupa incessante fatto solo con la cassa, il rullante ed il charleston, un orgasmo per tutti i thrasher più conservatori. La chitarra inizia a scorticarci i timpani senza troppe chiacchere, mitragliando subito un riff claustrofobico ed aggressivo che automaticamente prende la nostra testa e la fa roteare al di fuori del nostro controllo. Indubbiamente siamo di fronte ad uno dei pezzi più diretti e di sicuro impatto dal vivo, che non mancherà di scatenare la bolgia sotto il palco dei tedeschi. Fondamentalmente la struttura si compone di una semplice alternanza di strofa e ritornello, ma del resto meglio così, stiamo ascoltando i Tankard e per stapparci una birra non potremmo avere sottofondo migliore. La lirica del pezzo è rivolta a tutti i ben pensanti sempre pronti a criticarci per le nostre abitudini: quelli per cui i capelli lunghi, le t-shirt delle band heavy metal e la voglia di far baldoria sono solo motivo di critiche insensate. Ci biace bere birra e ascoltare musica a tutto volume? Eh... allora siamo delle cause perse alle quali occorrono "le perle di saggezza" di chi invece è retto e saggio, un individuo che non esita ad arrivare a rovinarci la festa con la sua moralita che nessuno ha chiesto, ma tranquilli, il buon Gerre si rivolge a questo damerino con un messggio che non lascia adito a fraintendimenti. Questo bel tipo infatti ha solo una bocca larga che spara aria fritta, ma che di contenuti non ha assolutamente niente, e non vuole proprio lasciarci in pace, è inutile, non capisce, è sempre in mezzo alle scatole; non ci si può nemmeno discutere perchè la sua carenza di intelligenza è tale da rendere invano ogni sforzo, anzi, appena sembra aver compreso le nostre ragioni ci pugnala alle spalle dimostrando di essere su un pianeta completamente opposto al nostro. Su questo incedere serratissimo non può che arrivare anche l'apice della sopportazione: "Why don't you go?" ("Perchè non te ne vai?") e di tutti coloro che ci sono in giro questo stancacervelli ha scelto proprio noi, ma perchè? Qual'è il suo obiettivo? Poco importa, ormai non ne possiamo più e su un orecchiabilissimo ritornello ecco la risposta diretta che viene cavata fuori dai denti: "Caro raddrizzatore, so chi sei e che sei un bugiardo, ti inseguirò finchè non crepi e sappi che ho una pistola prota a sparare!". Questa dedica d'amore viene ripresa in ogni ritornello, prima di lasciare lo spazio per il graffiante assolo di chitarra, una sequenza dove lo shredding rende le note una vera gettata di vetriolo nelle nostre orecchie: scarno e corrosivo come impone la tradizione del genere. Dopo il ritornello conclusivo rimane sulla scena unicamente il basso, che esegue la linea tonica del brano in maniera volutamente "anonima", ma non preoccupatevi, è solo un diversivo prima dell'ultima esplosiva ripresa che va a chiudere un pezzo martellante dall'inizio alla fine.

Need Money For Beer

Restiamo sempre all'interno di "B-Day" con la successiva "Need Money For Beer" ("Servono Soldi Per La Birra"), brano che mischia immediatamente furia thrash e disperazione per le tasche vuote. È proprio la mancanza di pecunia a far imbestialire il buon Gerre, tanto che il suo compare subito scalda l'ambiente con un main riff di chitarra aggressivo e travolgente, in modo che il rubicondo vocalist possa stagliarsi su di noi con un acuto marcatamente old school. La batteria si lancia in un'avanzata inarrestabile, un quattro quarti farcito di raddoppi di doppia cassa pronti a scuoterci l basso ventre con la potenza dei battenti, mentre la sei corde ed il basso spingono senza sosta in uno sviluppo che non concede un attimo di respiro. Dicevamo appunto che la carenza di fondi per poter bere è il centro nevralgico della lirica, un problema non da poco se come i Tankard siete amanti di questa prelibata bevanda, ed ecco quindi iniziare un'improbabile questua che costringerà Gerre a toccare il proverbiale fondo del barile in materia di dignità pur di rimediare qualche spicciolo. Come abbiamo già appurato, il protagonisa nonché frontman tedesco è letteralmente dipendente dalla bevanda ricavata da orzo e luppolo, tanto da esserci nato dentro (se in maniera metaforica o figurata siate voi a decidere); nel pieno della serata la sete si fa sentire immediatamente, i pub nelle vicinanze abbondano e la tentazione di un bel loccale di birra gelata appena spillata non gli lascia scampo, ahimè però è a secco di quattrini, ed iniziando a cercare come un disperato all'interno delle proprie tasche non salta fuori nemmeno uno spicciolo: qualche vecchio scontrino e addirittura qualche salvietta con cui a malapena pulirsi il fondoschiena, ma di una moneta nemmeno l'ombra. Che fare quindi? La sete è insopportabile e non resta altro da fare che sperare di riuscire a scroccare qualche soldo, ma mentre il pezzo prosegue sempre martellante, tutti i malcapitati molestati da Gerre si rivelano renitenti al gesto caritatevole, scatenando la sua ira: "You bastard, I hate you, I kill you, you can lick my butt, So pious and gracious, Intention isn´t very clear,You bastard, still hate you, Need money for a fucking beer" ("Bastardo, tiodio, ti ammazzo, leccami il culo, tu così pio e grazioso, non hai capito il problema, mi servono soldi per una fottuta birra"). Come un tossicodipendente in completa crisi di astinenza, il nostro birraiolo non esita quindi a diventare violento, rischiando pure di prendere qualche scopaccione, ma la sete non si placa. Non resta quindi che continuare a martellare a furia di Thrash Metal, cercando invano una provvisoria consolazione. Siamo ancora una volta di fronte ad un pezzo old school sotto tutti i punti di vista, diretto, lineare e senza la benchè minima traccia di un break; la sei corde si lancia unicamente su un cambio di tonalità, alzandosi nel pre chorus prima di passare poi al ritornello, ma per il resto, l'intera traccia avanza come un carro armato. All'ira funesta segue ora la pietà, Gerre infatti supplica lo sconosciuto di scavare nel suo portafoglio, non serve per forza una banconota ma anche solo qualche spicciolo, giusto il necessario per potersi permettere una birra. Il cantante dei Tankard è letteralmente schiavo della sua dipendenza ed ha bisogno del suo "infuso" per non patire le pene dell'Inferno, ecco perchè giunto fino a noi a chiedere spiccioli, evidentemente non possiamo capire la sua condizione, ma gli servono soldi per la birra. Il pezzo si chiude in maniera netta, lasciandoci immaginare questo questuante andare altrove una volta ricevuto il nostro rifiuto, sarà riuscito a raccimolare quanto serve per una pinta?

New Liver Please!

Restiamo nella tracklist dell'album del 2002 anche con la seguente "New Liver Please!"("Un Nuovo Fegato Per Favore!"). Si conclude così una sorta di trittico che con queste tre canzoni estratte dal nono full lenght della band descrive la parabola di un ubriacone: dal rifiuto della società verso un soggetto dedito solo all'alcool e alla sua risposta sfacciata (con "Rectifier"), al suo degrado che lo costringe addirittura a chiedere spiccioli per poter bere (con "Need Money For Beer") fino al finale apice dell'autodistruzione alcolica che riduce addirittura il protagonista a richiedere un nuovo fegato per sopravvivere. Lo start della canzone si presenta caratterizzato da una serie di stop and go, una serie di pause che rende perfettamente l'idea dell'incedere zoppicante di chi è completamente ubriaco, ma dopo pochi secondi, con l'inizio della strofa, i quattro si lanciano in una nuova cavalcata in puro stile old school e l'alcool in corpo entra improvvisamente in circolo tutto assieme. Il tiro è travolgente, il tupa tupa è il tempo obbligato di quasi tutto il pezzo, ed una volta giunti al pre itornello si passa ad un avvincente mid tempo da hadbanging garantito. Il protagonista di questo trittico alcolico è ormai arrivato al supremo olimpo della dipendenza ed ora non è più l'unica bevanda che trangugia senza dar pace al proprio stomaco, ed immancabilmente, al proprio fegato: vino rosso, bianco, whisky... dal calice allo shottino il passo è davvero breve ed il tutto si mischia nella sua bocca con l'impressionante velocità del brano. La narrazione è in prima persona ed immediatamente Gerre appare in forma smaliante per un'altra serata di baldoria; il testo infatti si apre con la frase "It's time to drink, i'm in the mood" ("E' ora di bere e sono nel giusto mood"), con questa premessa possiamo intuire che ancora una volta andrà a finire male. Uno dei grani meriti del songwriting dei Tankard è quello di trasmetterci le loro emozioni in maniera impressionante e dunque, trattandosi di racconti di ciucche leggendarie, ad ascoltare i loro pezzi non solo veniamo travolti dalla loro energia thrash ma riusciamo quasi a percepire il cerchio alla testa che ci viene a seguito delle sbornie più cattive. I sorsi si susseguono sospinti da una struttura sempre dinamica e travolgente, durante la quale ritornano gli stop and go zoppicanti utilizzati in apertura; immaginate dunque che, bicchiere dopo bicchiere, l'equilibrio inizi a scarseggiare, ma fieri delle vostre intenzioni vi dirigete barcollanti verso la porta alla volta del prossimo bar. Per quanto ancora il fisico del protagonista potrà reggere questa autodistruttiva voglia di far festa? Non molto, dato che la richiesta di un nuovo fegato arriva puntuale e decisa come un'ordiazione al cameriere. Durante la seconda strofa però, il nostro rubicondo compagno di bevute inizia a rendersi conto che qualcosa non vada, subito si chiede quale sia il suo problema (un alcolismo un po' troppo serio forse?); ha i brividi, i conati di vomito,i giramenti, tutto ciò che occorre per stare malissimo, ma non ha due fegati che possano reggere tutto l'alcool che ha in corpo ed ecco quindi che ne occorre uno nuovo. Siamo ormai arrivati alla fine. Il pezzo si chiude con un'ultima pausa, uno stop improvviso durante il tragitto per arrivare a casa, ammesso che ci si ricordi dov'è, un ultima ripresa e poi lo stop conclusivo, netto come la facciata che si da al suolo quando si cade senza nemmeno mettere le mani perchè intorpidite dall'alcool.

Slipping From Reality

assiamo in rassegna l'album "Beast Of Bourbon", lavoro immediatamente successivo a quello del 2002 nella discografia della band, e ci accingiamo all'ascolto di "Slipping From Reality" ("Scivolando Via Dalla Realtà"), pezzo che si presenta immediatamente diverso rispetto ai precedenti: l'incipit infatti è immediatamente alcalinico, con la chiarra che subito si lancia in solitaria in un riff corrosivo, ma sarà con lo start che troviamo la vera chicca. Il pezzo nel suo complesso è linearissimo, senza una minima svolta, ma alla mente ci tornano immediatamente i Venom della leggendaria "Antichrist" come influenza principale. I quattro suonano potenti e decisi in ogni secondo, ma nel complesso il sound del brano appare volutamente impastato e saturo come i grandi vinile della band di Chronos, regalando così alla composizione una botta davvero impressionante. Altra novità che caratterizza "Slipping From Reality" dalle canzoni precedenti è la diversità di tema: è infatti la prima canzone, per il momento, a non avere l'alcool come leit motiv principale; a tormentare Gerre ora non sono più i postumi delle bevute ma un più generale senso di straniamento verso una realtà troppo frenetica per starci dietro. Il racconto inizia infatti con il protagonista che afferma di essere nato all'interno di un cerchio, venendo quindi gettato subito su una giostra che gira rapidissima. Tuttavia la determinazione la fa la padrone ed il malcapitato tenta comunque di stare al passo provando a dire tutto ciò che pensa, ma gli è impossibile, il mondo intorno a lui va troppo veloce, tuttavia lui ci prova, non molla, anche se la paura di fallire è grande; ogni giorno la pressione su di sé è immensa e lentamente sente che sta scivolando via dalla realtà. Il verbo non è scelto a caso, anzi, rende perfettamente l'idea di qualcuno che resta aggrappato dispeatamente a qualcosa che gira a velocità supersonica, ma per quanto ci si tenga stretti, lentamente le mani iniziano a perdere la presa e si scivola via scaraventati dalla forza centripeta della rotazione. Una volta caduto a terra, Gerre si trova costretto a rivolgersi al padre eterno per chiedere conforto, come può fare per uscire vivo da quel vortice, da quella spirale contorta che è la vita che non aspetta nessuno ma anzi serra ancora di più le sue spire? Questo senso di soffocante oppressione è reso perfettamente dal tupa tupa incalzante e dal riff di chitarra, suonato con una dose abbondantissima di shredding. Anche per quanto riguarda l'assolo, le battute si susseguono frenetiche senza una minima pausa, quasi come se anche Andy Gutjahr (il chitarrista che suonò su "Beast Of Bourbon") fosse costretto ad inseguire il metronomo per non essere lasciato indietro. Sul finale della canzone, poco prima dell'allaccio conclusivo, troviamo un passaggio intermedio particolarmente interessante, una parte a tempo dimezzato dove la sei corde esegue un fraseggio melodico davvero suggestivo che viene successivamente armonizzato, una piccola perla compositiva che rinfresca ulteriormente il songwriting del gruppo prima che i quattro, come di consueto, recuperino ancora una volta il ritornello per poi concludere il pezzo.

Die With A Beer In Your Hand

Torniamo a parlare di birra con la successiva "Die With A Beer In Your Hand" ("Muori Con Una Birra In Mano"), anch'essa estrapolata dal disco del 2004. Immediatamente apprezziamo l'ironia che da sempre caratterizza i Tankard: il morire con una birra in mano viene descritto come un qualcosa di assolutamente epico, immaginate quindi un eroe protagonista di un'opera omerica che esala il suo ultimo respiro cadendo non sul campo di battaglia ma sul pavimento di un pub; il tutto infatti assume una connotazione particolarmente spassosa: il protagonista non ha dei possenti muscoli d'acciaio ma una pancia prorompente quasi come uno zaino portato sul davanti ed il suo braccio, distendendosi, non mostra una spada ma ua bottiglia da 66 centilitri. Del resto i Tankard sono così: autoironici e fieri di esserlo, perciò chi glielo fa fare di essere sempre seri? Dopo questo preludio in cui la chitarra sfodera un riff quasi "rhapsodiano" ecco partire l'incalzante tupa tupa che tutti i thrasher bramano con ansia, anticipato da una sequenza di note al fulmicotone lanciata dagli stacchi accentati. Su questo vero e proprio assalto sonoro, ecco il buon Gerre vestire l'armatura e cantarci la sua "epica" avventura in qualità di cavaliere che sembra uscito da un film di Mel Brooks, ovviamente con un tono aulico e leggendario volutamente ironico. Il suo desiderio è quello sì di sputare fuoco come un drago, ma per poi ritirarsi e andare in pensione perchè non ce la fa più, i demoni sono stati combattuti a colpi di spada e dopo uno scontro a dir poco tolkeniano sono stati rigettati tra le fauci dell'Inferno. Anche il nostro baldo protagonista però cela un lato oscuro, questo cavaliere infatti combatte con il favore del demonio che possiede la sua anima, ed anche lui farà ritorno fra gli oscuri meandri dell'Ade, pronto a bearsi della sua vittoria con il favore delle vergini che lo attendono. Forse c'è qualcosa di sbagliato, penserete, da quando i Tankard parlano di fiamme, spade e cavalieri? Ma non temete, prontamente il gruppo tornerà sui binari con il ritornello del pezzo. I buon Gerre ora si vanta di essere un guerriero imbattibile perchè brandisce la "birra di fuoco"(una strabiliante bottiglia al posto di una spada), i perdenti cadranno tutti uno ad uno sotto i colpi di questo valoroso eroe dell'antico ordine dei Tankard. E proprio su questo ritornello, il protagonista raggiunge il massimo dell'epos, rivolgendosi al suo leale alleato caduto con una struggente trenodia: "Die my friend, because this is the end, make a final stand and die with a beer in your hand" ("Muori amico mio, perchè è la fine, assumi la tua ultima posa e muori con una birra in mano"). Un testo che fa ridere e prende in giro senza troppe pretese di serietà i grandi lavori dei Manowar, ma del resto non ci passa molta differenza, basta solo immaginare questa scena ambientata non su un campo di battaglia, dove un guerriero accompagna il proprio compagno caduto nei suoi ultimi momenti, ma all'interno di un pub, dove l'amico soccorre il compagno di bevute e lo "assiste" poco prima che svenga. Il brano torna a ripetersi uguale per un blocco intero, un'ultima ode al grande cavaliere Gerre prima che il pezzo vada a concludersi con un passaggio cadenzato che sigla questa traccia con una grande pompamagna, degna del valore dei cavalieri dell'ordine dei Tankard.


We're Coming Back

Pur restando sempre all'interno di "Beast Of Bourbon" troviamo ora una chicca per intenditori: "We're Coming Back" ("Stiamo Tornando"), una cover dell'originale brano dei Cock Sparrer con cui i Tankard rendono omaggio alla loro vena più stradaiola. Che Punk e Thrash Metal abbiano un sorta di legame concettuale è ormai un dato di fatto, non vi è quindi da stupirsi nel vedere che i tedeschi abbiano scelto di rivisitare un brano Oi!, anzi, le liriche della band londinese raccontano della vita di tutti i giorni nei sobborghi operai della city, delle partite di calcio, dei problemi di rapporto con i genitori, di donne, di disorientamento sociale e perchè no anche delle serate di bevute nei pub inglesi, proprio queste ultile costituiscono il link che in qualche modo collega i Cock Sparrer ai Tankard, e come potevano Gerre e soci tirarsi indietro di fronte ad una simile occasione? A livello esecutivo, i teutonici non si discostano per nulla dalla versione originale di McFaull e soci; a cambiare è decisamente l'approccio, dato che i thrasher risuonano questo classico del Punk con un tiro ed un'energia decisamente più pesanti, coadiuvati da una calibratura dei suoni molto più moderna e "grossa" rispetto alla versione originale. Se nella traccia contenuta in "Shock Troops" (lo storico debut dei Cock Sparrer datato 1982) le chitarre suonavano con un semplice cruch, avendo quindi un suono non troppo distorto, nella versione dei Tankard la sei corde esce come un vero e proprio monolite, idem per quanto riguarda il basso, equalizzato in maniera molto più pesante rispetto a quello suonato da Steve Burgess. Pur essendo più heavy, questa cover tuttavia non perde assolutamente l'attitudine dell'originale: i racconti di vita vissuta, la strada ed in particolar modo l'asfalto, sul quale la vita ci ha schiacciato la faccia troppe volte, traspaiono anche in questa rivisitazione. L'assolo di chitarra che accompagna gli accordi iniziali in apertura di canzone trasmette una gamma di emozioni ben precise, in particolare sì l'oppressione ed il senso di sconfitta di chi dall'esistenza ha ricevuto solo dei pugni in faccia, ma anche il senso di rivalsa e di forza nel sapere che non saremo mai soli di fronte alle difficoltà, dato che in queste battaglie avremo sempre gli amici a sostenerci e a farci forza seduti di fronte ad una birra al pub. Il primo verso esprime tutto questo: "stiamo tornando, stiamo tornando indietro per te", immaginate quindi i nostri fratelli tornare indietro "a prenderci" dopo che l'ennesimo problema ci ha lasciati indietro. Stanno tornando perchè gli amici non si abbandonano mai, e proprio da loro riceviamo lo sprone per andare avanti ed unire le nostre braccia alle loro, formando così un unico cordone con cui insieme spingeremo avanti il macigno della nostra quotidianità fino alla fine. Il chorus del pezzo, in sole due frasi riesce a rassicurarci di fronte ad ogni avversità, se poi a dircelo ci immaginiamo un personaggio come Gerre, al conforto seguirà anche un sorriso: "So remember, out there somewhere, you've got a friend, and you'll never walk alone again" ("Ricorda, là fuori, hai un amico, e non camminerai mai più da solo"). Speranza, fiducia e senso di fratellanza, tutto quello che ci serve per affrontare quell'avversario sleale che è la vita, il tutto spinto ancora dal Thrash Metal dei Tankard.

We Still Drink The Old Ways

Con la seguente "We Still Drink The Old Ways" ("Noi Beviamo Ancora Alla Vecchia Maniera"), contenuta in "Beauty And The Beer", i Tankard ci conducono nel passato più illustre della birra, raccontando di come essa venisse prodotta dai frati trappisti e soprattutto di come, ieri come oggi, essa si continui a bere con gran gusto. Ad aprire le danze questa volta è il basso di Frank, che si cimenta in un riff sincopato che richiama alla mente i valzer della tradizione teutonica, al quale si aggiunge anche la chitarra con una serie di accordi tenuti poco prima di lanciarsi in un nuovo ed esplosivo sviluppo. L'espediente che spesso utilizzano i Tankard è quello di partire lenti per poi accelerare di colpo, dandoci così quella mina nei denti che bramiamo da un album thrash prima di lanciarci nella mischia. Il pezzo infatti martella senza un attimo di respiro, la batteria è ancora una volta un quattro quarti trascinante suonato solo con cassa, rullante e charleston, quasi come se il resto della batteria non servisse, ed il costrutto ritmico è da headbanging garantito. Come accennato, questa canzone rappresenta un excursus storico per i quattro tedeschi, che dal Cinquecento ad oggi ripercorrono la storia della birra non solo nel suo processo di produzione ma anche soffermandosi su come essa sia stata corrotta dalle leggi di mercato e dall'unico intento di fare business. Era il 1516 quando i mastri birrai scrissero le leggi di quella che doveva essere la produzione della bevanda dei re, fermentata in botti di legno pregiato e consevata al fresco nelle catine delle antiche abbazie, ma con il passare del tempo essa è diventta una pura merce di commercio, si deve vendere per fare soldi, ed ecco quindi come i produttori abbiano iniziato ad inquinarla mettendoci dentro ogni porcheria pur di farla piacere al palato del grande pubblico. Tanti gusti, tante varianti, tutte studiate non per innovare un prodotto dalla storia millenaria ma unicamente per trarne profitto, fino ad arrivare alla più grande bestemmia che si possa immaginare: la birra analcolica. Per quale diavolo di motivo si è dovuti arrivare a tanto? Se non sei degno di reggere l'alcool, continua pure con i succhi di frutta? Questo è uno dei tanti quesiti che si pongono i Tankard, ma loro sono oltranzisti, loro amano la birra e tutti i suoi "effetti collaterali" quasi fosse una femme fatale, e a loro il mercato non interessa, qualunque cosa accada, loro continueranno a rispettarla e a gustarla come facevano gli antichi. Il ritornello del pezzo, scandito da una serie di accordi tenuti su un tempo lineare, è un vero e proprio inno alla coerenza, loro continueranno a bere alla vecchia maniera e non si conformeranno mai all'insulso business ed il motto "don't comply!" ("non conformarti!") viene urlato a gran voce da tutti e quattro. Anche questa canzone è costituita da due grandi blocchi identici, ma poco prima del finale vi è una esitation, un momento più morbido in cui il tempo rallenta prima dell'ultima mazzata nei denti, un ritornello definitivo sostenuto dalla doppia cassa che ci mitraglia nella testa un solo ed unico baluardo: noi beviamo ancora alla vecchia maniera.

The Beauty And The Beast

Restiamo sempre all'interno del dodicesimo full leghnt del gruppo con "The Beauty And The Beast" ("La Bella E La Bestia") con la quale i nostri ci colpiscono con un pugno in faccia senza nemmeno prima offrirci da bere. Il brano parte infatti senza esitazioni, ancora una volta, immancabilmente, la batteria avanza con un quattro quarti mitragliante, accompagnato da un basso lineare che letteralmente butta giù i muri in fatto di pesantezza e da una chitarra dinamica e frizzante in ogni passaggio; le sequenze di note sfoderate dalle sei corde in questa composizione sono diverse e variegate, rendendo la traccia particolarmente articolata rispetto a quelle che abbiamo ascoltato finora ed i continui raddoppi e dimezzamnti del tempo inoltre la rendono decisamente trascinante. I Tankard si cimentano nel trattare un argomento particolarmente "folkloristico", dato che la bella e la bestia, qui ricontestualizzate in maniera del tutto particolare, sono i protagonisti dela lirica. La celebre fiaba di origine europea, i cui tratti per certi aspetti sono riconducibili anche alla celebre "Amore e Psiche" contenuta nelle Metamorfosi di Apuleio, vede la sua prima pubblicazione ufficiale così come noi la conosciamo nell'opera di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, edita nel 1740. Partendo da questo spunto letterario, i quattro tedeschi rielaborano il tutto in una sorta di viaggio all'interno della psiche umana, analizzando in particolar modo gli aspetti di una personalità bipolare: a presentarsi a noi è il vocalist in prima persona che inizia presentandosi come un perfetto uomo da sposare: ha una buona istruzione, un bello stipendio ed è il genero che tutte le suocere vorrebbero avere, i denti bianchi, un viso acqua e sapone, insomma, un perfetto damerino ma ad un tratto, una notte, una strana creatura gli si presentò dinanzi agli occhi, come un ombra che si aggira nella notte, un qualcosa di indescrivibile che lo travolge e lo pervade in maniera impossibile da descrivere. La bella e la bestia, yin e yang, bene e male convivono ormai nella stessa persona, un antico artefatto si è quindi impossessato del protagonista, che ormai porta dentro di se questo demone misterioso ed una volta che esso è stato risvegliato non può essere controllato. Se prima il nostro gentleman era un affabile corteggiatore, ora egli è una belva che non esitera a brancare la sua donzella, quindi al diavolo le convenzioni e le buone maniere. Il brano nel mentre scorre sempre più frenetico, consentendoci di immaginare quest'uomo colto dagli spasmi dovuti alla trasformazione, una specie di crisi convulsia attravrso la quale da umano diverrà una vera bestia e in concomitanza della frase: "The beauty and the best control my life" ("La bella e la bestia controllano la mia vita") vi è un azzeccatissimo break, il cui silenzio è spezzato solo dal delay della parola "life", dopodichè via, si riparte con il ritornello, un avvincente mid tempo con la chitarra terzinata sul quale si stende un avvincente linea vocale. A mano a mano che il pezzo scorre, Gerre ci racconta in maniera particolarmente dettagliata la sua trasformazione, sempre inseguendo freneticamente il tupa tupa della batteria: il sangue ribolle nelle sue vene, sente che in lui qualcosa sta crescendo sempre di più, il sangue ora si gela improvvisamente, la pozione magica sta sortendo il suo effetto, ma di quale pozione stiamo parlando? Ma della birra naturalmente, che in quesa sede diventa una specie di infuso magico che trasforma l'uomo in una belva inarrestabile. Cosa si può fare? Assolutamente nulla, se non continuare a bere e in maniera quasi rassegnata, il vocalist teutonico si rassegna a questa eterna dannazione. Ora il brano volge al termine, sempre tramite la ripresa del ritornello che viene ora suonato con il tempo dimezzato, andando a spegnersi lentamente in fade out fino al silenzio conclusivo.

Metaltometal

Restiamo all'interno dello stesso album, ma andiamo avanti di giusto tre tracce, arrivando così a "MetaltoMetal" ("Metal al Metal"), con cui i Tankard questa volta virano verso un argomento evergreen del genere: la supremazia dell'Heavy Metal su tutti i restanti stili musicali. L'apertura questa volta è riservata ad un delicatissimo arpeggio di chitarra, una vera e propria suite melodica che sembra uscire direttamente da uno dei pezzi più sentiti dei Manowar, la fratellanza metallara si sta radunando al richiamo delle delicatissime ed eteree note, mentre l'adrenalina aumenta in attesa dell'incipit vero e proprio. Ci si aspetterebbe quasi il sopraggiungere della potentissima voce di Eric Adams, ma d'un tratto la canzone invece esplode, ingrandando subito la quarta con un trascinante sviluppo old school: la chitarra inizia in solitaria, basso e batteria scandiscono gli stacchi e poi via tutti insieme, martellandoci con un groove in puro stile Judas Priest, quale miglior sottofondo per un inno all'indiscussa superiorità del Cavallo Metallo? Gerre è un metal head incallito ora più che mai, che si rivolge direttamente all'ascoltatore in prima persona, incalzandolo con il suo proclama: non sfidare mai il potere del Metal, tanto è impensabile riuscire a sconfiggerlo, nell'aria echeggia solo il grido dei "soulfag" (termine dispregiativo che indica generalmente chi ascolta musica obrobriosa), occhio per occhio dente per dente, i metallari vincono, gli altri perdono, semplice no? Sotto le giacche di pelle si celano braccia potentissime forgiate direttamente nella fucina più industriosa, pronte a spaccare la testa a chi non è degno di apprezzare questo grandioso sound e a librarsi nel cielo appena si giunge al ritornello, un vero e proprio motto senza tempo: "Metal to metal and guts to guts! No country, no reggae, it's driving me nuts, Metal to metal, guts to guts!, Metal to metal and guts to guts! No techno, no hip-hop, it's driving me nuts,Metal to metal, guts to guts!" ("Metal al Metal, forza e coraggio! Niente country o reggae, solo i Metal mi fa impazzire, Metal al Metal, Niente Techno né Hip Hop, solo il Metal mi fa impazzire"). Ad ascoltarlo nel 2018 magari potrà sembrare un po' stereotipato come ritornello, ma sicuramente una decina di anni fa queste parole avranno unito in coorte molti più metallari di quanti non ne richiami oggi; d'altra parte i Tankard sono caciaroni e fieri di esserlo, quindi il voler fare gruppo è uno dei loro aspetti peculiari. Con la seconda strofa riprendono anche le minacce al nemico del metallo: "Ascolti Metal?" - "No" - "Allora baciami il culo", semplice e conciso, chiunque si troverà sulla strada dei metallari finirà con la faccia nel fango, venendo poi asfaltato dalla batteria incalzante e dalla chitarra granitica dei Tankard; particolarmente interessante sul ritornello è la scelta di armonizzare la voce principale con un coro in falsetto, che va ad unirsi ai cori normali degli altri membri della band rimanendo più basso di volume, una scelta insolita per i Tankard ma dall'esito accattivante e che soprattutto conferisce al brano un chè di eghties. Proprio il ritornello si rivela essere il protagonista indiscusso del brano, la cui ripresa nel finale della canzone si rivela un momento solenne in cui tutti i metal heads possano riunirsi a far baldoria sotto il palco, levando ovviamente in alto i boccali ricolmi di birra.

Zombie Attack

Conclusa la parentesi dedicata a "The Beauty And The Beer", facciamo ora un salto indietro nel tempo, al primissimo periodo dei Tankard, andando ad ascoltare la titletrack del primo full lenght del gruppo, "Zombie Attack" ("L'attacco Degli Zombie"). Ad avviare la traccia troviamo l'audio di una scena casalinga: un ragazzo (si scoprirà in seguito essere lo stesso Gerre) è intento a guardare un film horror, di cui sentiamo le classiche grida femminili, che però sembra essere particolarmente noioso. A spezzare la monotonia e la staticità della sequenza è un rumore improvviso, il ragazzo si alza per andare a vedere cosa ci sia alla porta, la apre e si trova davanti un'orda di zombie famelici, ed è qui che entrano a gamba tesa i Tankard con una nuova, si fa per dire dato che stiamo parlando di uno dei loro pezzi storici, sferzata di Thrash Metal. La chitarra inizia a tagliare come una motosega mentre ancora il morto vivente resta sulla scena con un suo verso famelico, ma presto la batteria di Oliver Werner zittisce i mostri sovrastandoli con un impressionante tupa tupa. Come accennato nell'introduzione, nel 1986 il songwriting dei Tankard si presentava ancora un po' grezzo e privo di innovazioni particolari, ma agli all'epoca cinque thrasher teutonici interessava solo una cosa: far baldoria spaccando tutto con la loro musica, e non si può dire che l'obiettivo non sia stato centrato. Il testo è particolarmente semplice, giusto sei frasi in tutta la lirica per poi travolgerci con l'allarmante urlo di "Zombie Attack!", che si ripete freneticamente con il fare terrorizzato di chi ha visto i morti uscire dalle loro fosse per cibarsi di carne umana. Gerre è proprio il ragazzo di cui si parlava all'inizio appunto, che è da solo ad annoiarsi in casa guardando un film horror di serie z, ma appena si trova davanti degli zombie veri non può far altro che chiedersi se ciò che vede sia vero oppure se si tratti di un'allucinazione, magari causata da qualche birra di troppo, conoscendo il soggetto. Il film è finito già da un pezzo, eppure quelle immonde creature sono dappertutto, ormai l'invasione è iniziata e non resta altro da fare che correre ai ripari; la furia travolgente di questo pezzo ci lascia immaginare il malcapitato vocalist intendo a fuggire tra i cadaveri ambulanti facendosi largo a spallate come se fosse in mezzo ad un pogo e proprio sull'assolo di chitarra riusciamo ad immginarcelo mentre recupera una mazza da baseball per spaccare ossa a più non posso. Tutto è finito, era solo un sogno, Gerre quindi si sveglia e tanto per cambiare si apre una birra, ma guardando dalla finestra si accorge chè gli zombie ci sono davvero, occorre quindi cercare la mazza poc'anzi sognata se vuole uscirne vivo, l'attacco è iniziato, mettetevi ai ripari. In poco più di tre minuti si chiude un dei pezzi più diretti e taglienti della band tedesca, ancora "primitivo" se vogliamo, ma assolutamente da far andare a ripetizione nel proprio lettore.

(Empty) Tankard

Arriviamo così a quello che puà considerarsi l'inno nazionale dei Tankard, la fanfara con cui i kings of beer fanno il loro trionfale ingresso sulla scena, "(Empty) Tankard" ("Il Boccale Vuoto") l'immagine più triste e struggente che un bevitore incallito amante del Thrash possa ammirare, più avvilente e malinconica di una natura morta. Il brano prende avvio con una struttura sincopata, dove la chitarra inaugura uno sviluppo a doppia pennata cadenzato ideale per una danza da osteria, ma dopo aver lasciato andare le note dell'accordo conclusivo ecco i nostri lanciarsi ancora una volta a velocità alcaline, cavalcando l'ennesimo tupa tupa da pogo garantito. Pur essendo degli sviluppi relativamente standard, le composizioni dei Tankard possiedono un tiro che non ci può lasciare indifferenti, l'istinto che si ha ascoltando questa canzone è proprio quello di riempirci il boccale e lasciarsi andare alla libera cagnara. Il testo del brano infatti è una vera e propria celebrazione della più edonistica visione della vita che possiede la band di Francoforte: i quattro thrasher bevono e scopano per tuttala notte, facendo festa con gli amici dal tramonto all'alba ed abbandonandosi al pogo e allo stage diving dai palchi improvvisati appena lo stereo spara un po' di fottuto Thrash. È però arrivando al chorus che i Tankard ci stagliano contro le due frasi che meglio riassumono la loro filosofia: "We want to drink some fuckin' beer, we want to drink some fuckin' whiskey" ("Vogliamo bere un po' di fottute birre, vogliamo bere un po' di fottuto whiskey"), il tutto ovviamente con i coni delle casse che a fatica resistono alla potenza della musica. I Thrasher di Francoforte infatti spadroneggeranno in lungo e in largo per tutta la notte, godendo della loro fama di grandi bevitori che li precede; i loro generali d'armata sono infatti il Cognac e la Vodka, e in materia di alzare il gomito sono il non plus ultra in circolazione, gli altri possono andare a farsi fottere. Il boccale vuoto, letteralmente digrignato dal vocalist, è dunque l'immagine più offensiva che questi re dell'alcool possano vedere, non passino più di cinque secondi prima del prossimo rabbocco dunque, altrimenti potremmo incombere nelle ire di questi leoni da taverna. La serata trascorre, il brano ci macina le ossa senza esitazioni, l'alcool scorre a fiumi, ed il fegato inizia a risentire dello sforzo, ma bisogna andare avanti, è una questione di onore, e pur di ridursi a fare headbanging contro il muro si continuerà a bere finche non si cadrà a terra privi di sensi. Dopo il terzo ritornello, ecco che gli strumenti mantengono l'ultimo accordo, la batteria scandisce il tutto con i piatti e Gerre interrompe questo falso finale con un'enciclica frase: "We need another beer" ("Abbiamo bisogno di un'altra birra"); immaginate la frenetica vita nel pub andare a rallentatore, la testa inizia a girarvi ed i suoni intorno a voi si distorcono come un nastro che esce dalle bobine, appoggiate la testa al tavolo nel tentativo di sedare il mal di testa che vi sta trapanando il cervello, non ce la fate più, ma appena arriva il nuovo boccale ecco che si riparte, con la canzone che riprende il ritornello con il tempo dimezzato fino alla chiusura in fade out. Siete condannati, la bevuta con i Tankard non avrà mai fine ed il vostro boccale sarà sempre pieno.

The Mourning After

Proseguiamo nell'excursus della discografia della band tedesca andando avanti di ben 2 anni: siamo nel 1988, esce il terzo disco, di cui troviamo ora la titletrack "The Mourning After" ("Il Mattino Dopo"). Chi si è ubriacato almeno una volta nella vita, e non parlo di essere stati un po' brilli, ma di aver veramente esagerato nell'alzare il gomito, ricorderà che eterno calvario sia il mattino immediatamente dopo alla serata di baldoria. La testa vi scoppia, e a seconda dell'ora a cui vi svegliate vi gira ancora, lo stomaco vi tartassa di conati non appena immaginate anche solo di mangiare qualcosa per fare colazione e benchè le correnti di pensiero sui famosi "beveroni miracolosi" abbondino c'è poco da fare: ogni qualvolta sottoporrete il vostro corpo ad un sovraccarico d'alcool state tranquilli che ve la farà pagare cara. Chi meglio dei Tankard dunque potrebbe farci da Cicerone nell'oscuro mondo dei post sbronza? L'inizio del brano è cadenzato e martellante, con il rullante che scandisce il tempo netto e pesante come le fitte del proverbiale cerchio la testa, giusto un paio di giri prima di lanciarsi nell'ennesimo tritacarne di tupa tupa. Chi conosce i Tankard sa bene che la loro caratteristica principale è sempre stata quella di non andarci per il sottile in materia di mazzate, ed essendo di fronte ad un brano del 1988 possiamo apprezzare ancora quel songwriting scarno ed old school che li ha resi una pietra miliare dell'intero filone teutonico. L'intero pezzo infatti è basato sull'alternanza di strofa e ritornello, quest'ultimo modellato su un mid tempo particolarmnete catchy e marziale dove alla batteria in quattro quarti si uniscono le pennate in shredding della chitarra e del basso; con l'arrivo dello start possiamo quindi ripercorre in un rapidissimo e claustrofobico flashback i bagordi della sera prima: per la serie "sogno o son desto?", abbiamo davvero compiuto quelle epiche imprese alcoliche o le abbiamo solo sognate? Per ora rimaniamo dubbiosi, fino a quando non ci risvegliamo sul pavimento della nostra stanza, malamente avvolti dalle coperte e con ancora addosso i vestiti della sera prima. Riprendere conoscenza a tutti gli effetti è particolarmente ardua come prova, ma appena riusciamo ad acquistare una posa eretta (e credetemi che in quelle condizioni non è poi così semplice) notiamo che nella nostra cameretta vige un estremo disordine, ben più caotico di quanto non sia comunemente. Bottiglie vuote, in alcuni casi rotte, un odore di sudore misto a tabacco che pervade l'area ed uscendo dalla porta e scendendo delle scale troviamo anche della macchie di vomito sui gradini, un goffo tentativo fallito di trattenere i conati prima di arrivare al bagno. Tentiamo di ricostruire che cosa sia successo ma nulla, buco totale, e la testa per giunta ci fa un male atroce, dov'è il tylenol? Ricorrere alla farmacologia infatti è l'unico modo per alleviare quel dolore insopportabile, non si tratta di una comune cefalea ma di qualcosa cento volte più forte, come se all'interno del vostro cranio si stesse gonfiando una mongolfiera che con l'aumentare delle dimensioni non sta più all'interno del vostro teschio e lo sta per mandare in pezzi. Abbiamo fatto gli splendidi al sabato sera, ma sappiamo bene che la nostra domenica verrà trascorsa come un vegetale sdraiati sul letto (perchè ora riusciamo ad arrivarci di nuovo) continuando a chiedersi che cosa sia successo e cosa si possa fare per tornare a star bene quanto prima. Col il passare delle ore lentamente riusciamo a ricostruire l'accaduto, avendo delle sporadiche visioni di cosa sia davvero successo: una ragazza non propriamente bella che gioca con il nostro dondolino (cosa diavolo ci avrà spinto ad andare con una così brutta??), cambio scena, un kebab nelle nostre mani ed una fame atavica che ci farebbe divorare un bufalo, sono le quattro del mattino, nuovo cambio scena, le scale frettolosamente percorse per arrivare al bagno ed il gusto della salsa del kebab poc'anzi ingerito ad invadere le nostre papille, stacco titoli di coda. Giuriamo a noi stessi che non berremo mai più in tutta la nostra vita, ancora vediamo doppio e la percezione delle prospettive non è così affidabile, giaciamo nel letto, con la testa che non ci da pace, abbiamo fatto i leoni la sera prima ed il nostro corpo si rivale su di noi. Questo è lo scotto del mattino dopo.


Medley (Alcohol, Puke, Mon Cheri, Wonderful Life)

I fan più di vecchia data dei Tankard drizzino ora le orecchie, perchè i loro begnamini hanno riservato loro una sorpresa davvero al di fuori del comune: un medley che mescola insieme quattro tra i pezzi più brevi, ma al tempo stesso devastanti, degli altrettanti primi lavori del gruppo, uno per ognuno. Eccoli infatti riuniti nello sesso minutaggio per dare forma a "Medley (Alcohol, Puke, Mon Cheri, Wonderful Life)" ("Medley (Alcohol, Vomito, Mia Cara, Vita Meravigliosa)"). Ci troviamo nuovamente davanti ad una specie di mini concept, una raccola nella raccolta, i cui singoli tasselli sono dedicati ai 4 elementi costituenti del perfetto alcolizzato: l'alcool, ciò a cui non si può resistere, una vera e propria dipendenza conclamata, il vomito, ossia l'estrema conseguenza dell'esagerazione (nonché vetta dell'iceberg di tutta la serie di conseguenze disgustose che il bere può avere su di noi), l'amore, perchè se riusciamo a tirar su la nostra baionetta il bere ci toglie tutte le inibizioni in ambito sessuale, ed infine la vita meravigliosa, perchè alla fine far baldoria è divertente e liberatorio e si rivela quindi essere l'essenza della bella vita. La traccia prende forma con un malinconico arpeggio di chitarra pulita, un momento smielato prima che subentrino le distorsioni a gettarci nella bolgia. "Alcohol" è un vero pezzo da bevute, in cui l'invito a bere si rinnova senza la benchè minima esitazione: Gerre infatti ci invita ad unirsi a lui per farsi qualche birra, sballandosi con la musica a tutto volume fino a quando la ciucca non sarà compiuta, il ritornello è un momento da adunata sotto il palco: "unisciti a noi a bere, amico mio ed insieme faremo cagnara finchè le notre gambe riusciranno a reggerci", ma non c'è tempo da perdere, non si arriva nemmeno al finale che con uno stacco netto parte la successiva "Puke", estrapolata dal secondo full lenght "Chemical Invasion". Il ritmo è sempre sostenutissimo, tanto che se non si è conoscitori esperti della band ci sembrerebbe di ascoltare ancora la prima composizione, e invece i Tankard hanno bruscamente sterzato verso uno dei loro pezzi più crust, dove anche lo stesso Gerre sporca la sua voce quasi al limite del Grindcore. La birra ora diventa l'elisir per una buona salute, e ne si beve una, e poi un'altra e un'altra ancora perchè bisogna trincare fino a quando tutta la botte non sarà finita. Ma ecco che lo stomaco inizia a non poterne più ed il senso di nausea ormai è fuori controllo. Senza manco accorgercene ecco che iniziamo a dar fuori l'anima, vomitando ovunque, sulla sedia, sui vestiti, addirittura addosso ai nostri amici, ormai siamo un idrante. Tutta la stanza ha inizato a roteare, panico completo, siamo fuori controllo e cadiamo a terra, ed ecco che Gerre chiude questa incursione nei meandri più nauseabondi della gastroenterologia con un vero e proprio conato. A partire adesso è "Mon Cheri"; siamo all'interno dell'album "The Mourning After" ed i Tankard ci regalano quella che è una delle loro canzoni d'amore migliori. Il testo è uno dei più raffinati che potessero mai uscire dalla penna del riccioluto vocalist, ma la musica sotto di esso è un altro concentrato di puro Thrash vecchia scuola. Il tempo infatti è un blast beat serratissimo, un'esecuzione che farebbe invidia persino ai Napalm Death, ed ora la voce versa sul growl mentre chitarra e basso vanno di motosega sulle rispettive corde. Se siete una donzella immaginate che qualcuno vi canti delle dolci parole d'amore, ma che questo qualcuno non sia il vostro principe azzurro, bensì un panzone ubriaco perso ed arrapato che vuole solo farvi la festa: "Ti voglio, piccolina, ti voglio tesoro, il mio cuore trabocca d'amore per te", una dichiarazione d'amore da cardiopalma, se non fosse contornata da una fiatella maleodorante di vinello misto a succhi gastrici. "Voglio abbracciarti, baciarti e vivere tutte le intense emozioi che potrei provare sentendo il calore della tua pelle", ma l'unica cosa che sentite è una sbanfa di ascella trifolata insopportabile.Care ragazze: se ci tenete alle vostre grazie, e alla vostra salute, fareste meglio a schioccare su questo energumeno un cinque dita in pieno volto, ma vista la sua stazza, forse converrebbe optare per uno sgabello sulla testa, tanto sarà completamente anestetizzato dall'alcool da non sentire né il dolore fisico né quello amoroso dovuto al vostro due di picche. Arriviamo così al rush finale del medley con "Wonderful Life", estrapolata non a caso dall'album "The Meaning Of Life", capitolo quanto mai ideale per tracciare un bilancio della propria esistenza votata unicamente al bere. L'apertura ora è lasciato ad un riff di basso semplice e lineare, giusto quattro note a cui si aggiungono prima la batteria e la chitarra, per dar vita ad uno sviluppo più lento dei precedenti ma non certo meno energico. A farla da padrone ora è il mid tempo, ma non ci vorrà molto che si confluisca in un nuovo tupa tupa. Gerre ora si prende un attimo di pausa per tracciare un bilancio della sua esistenza: ogni giorno è sempre peggio ed è disgustato da tutto, tanto che appena si vede allo specchio sente il bisogno di vomitare. Stupido, brutto e con il fisico ulteriormente devastato dal bere, la pancia molla ed enorme, i denti rovinati, ecco che cos'è un mostro, non piace a nessuno, ma la cosa divertente è che tutto questo quadro decadente è cantato sopra un tempo musicale allegro e festaiolo, come per ribadire che in fin dei conti a Gerre, non gliene frega assolutamente nulla, l'importante è far baldoria. "La vita fa schifo", la frase che costituisce il nodo tematico del ritornello ma allo stesso tempo, è seguita da degli ironici "ye ye ye", che ci invogliano ad unirci in questo falso pessimismo alcolico. A questo individuo non resta altro da fare che stare nel letto, pregando Dio che ponga fine a quello squallore di esistenza, Gerre non vuole più vivere ma vuole giungere al capolinea di questo disgustoso viaggio. "La vita fa schifo... ye ye ye".


Octane Warriors

Nuovo salto in avanti fino all'album "Thirst", del quale ascoltiamo adesso "Octane Warriors" ("I Guerrieri Dell'Ottano"). Con questa traccia i Tankard si discostano nuovamente dalle tematiche alcoliche per toccare uno dei grandi temi di attualità: il business del petrolio. Nell'attesa del prossimo boccale infatti, Gerre e soci si concentrano su un argomento di attualità da incalzare a suon di Thrash Metal, non facendo sconti a nessuno quando si tratta di mettere alla berlina i grandi magnati che lucrano sulle guerre contro i paesi che possiedono i giacimenti di petrolio. Il brano si apre subito deciso con una partenza cadenzata e pesante, dove il vocalist urla a gran voce il benvenuto a coloro che dovranno cobattere per avere una sola goccia di petrolio. Il tempo lentamente inizia ad ingranare, siamo adesso su un mid tempo lineare che ospita un main riff dal tiro più heavy metal del solito. Siamo di fronte ad uno scenario post apocalittico, dove anche l'ultima goccia di combustibile fossile è stata pompata via dal terreno, le strade sono deserte ed anche gli ultimi motori si spengono perchè privi di carburante, la proverbiale crisi dell'energia si è compiuta e siamo noi i primi a pagarne il prezzo. Con il giungere del chorus, sempre tenendo altissimo il tiro complessivo, i nostri compiono un tuffo in avanti nel tempo, siamo nel 2060, la mancanza di benzina ha scatenato una guerra furiosa, il mondo è stato completamente svuotato, le fabbriche non hanno di che far funzionare i loro macchinari e nel mentre cresce sempre di più la miseria, il tutto mentre i politici continuano ad intontirci con le loro menzogne. Passeggiando per le strade vi è solo desolazione, non si riesce nemmeno a trovare qualcosa da mettere sotto i denti e l'unica consolazione che si può avere è ricordare come fosse pacifico il mondo prima della guerra; ma il pronostico funesto tanto temuto si è realizzato: la brama di petrolio e di denaro ha scatenato l'ennesima guerra senza confine e tra le bande di guerriglieri che si azzannano fra loro per una misera tanichetta di benzina si leva al cielo il trionfale benvenuto ai guerrieri dell'ottano, vale a dire coloro che combattono per quel poco carburante rimasto. Senza questa fodamentale materia prima i motori non si avviano e l'uomo resta automaticamente imprigionato nel poprio stadio primitivo: niente mezzi per spostarsi o per compiere lavori pesanti, solo le braccia e le gambe, perchè è a questo che ci hanno portato i grandi magnati; le bande con i marauder si azzuffano per le strade per rubare il carburante ai rivali, mentre i ricchi si godono le loro auto di lusso nelle loro strade ben sorvegliate e al sicuro dal degrado. nelle loro tasche girano solo i soldi, peccato che se anche ne dessero ai più poveri essi non avrebbero nulla da comprarci. Il tempo si è fatto più serrato nelle strofe, un'ottima scelta stilistica per rendere la frenesia con cui la gente si ammassa per le strade, in maniera simile a quella con cui i fan pogano sotto il palco dei Tankard, i miserabili cercando di svuotare ogni pezzo di plastica nella speranza che contenga della benzina, ma non resta altro da fare che acclamare i guerrieri dell'ottano, coloro che con la loro morte, forse potranno far tornare il mondo come era prima, un posto meno schifoso e disastrato di come è ora nel 2060.


Stay Thirsty

Rimaniamo sempre nella tracklist dell'album del 2008 con la più ironica "Stay Thirsty" ("Resta Assettato"), con cui i tedeschi tornano nuovamente ad immergersi nelle tematiche beverecce. Non a caso il full lenght in cui è contenuta la canzone si chiama "Thirst" ("Sete"), termine che da solo indica il più acerrimo nemico del bevitore incallito, ma a mano a mano che il pezzo scorrerà riscontreremo che vi è anche un messaggio sociale nella lirica del brano. In apertura troviamo un ottimo arpeggio di chitarra in pulito, le cui note sono inoltre effettate con un riverbero per rendere ancora più prfondo e "liquido" il suono, mentre ad arricchire la parte si aggiunge anche un assolo sovrainciso. L'atmosfera è particolarmente suggestiva, ma conoscendo la band sappiamo che presto il tachimetro salirà di giri; ecco infatti subentrare la batteria a doppia cassa spianata ed il basso, la sei corde prosegue ancora con l'arpeggio per poi riallacciarsi ai compari con una soluzione marcatamente old school per la strofa. La sete di cui si parla nella lirica altro non è che la conseguenza dell'incuria con cui il piccolo Gerre (nuovamente protagonista in prima persona) è stato abbandonato a sé stesso: la scena si svolge con il bambino rivolgersi alla sorella maggiore per avere da mangiare, naturalmente l'ingenuità infantile spinge il bambino a vedere la sorellona come un modello nonché un idolo, ma questa è troppo impeganata a truccarsi e a rendersi bella per uscire, tanto che smorza le richieste del fratellino con un pragmatico "resta da solo a casa e tieniti la fame", lei deve uscire con gli amici ed è letteralmente accecata dal suo rossetto, che la inchioda davanti allo specchio. Con il pre ritornello si alza la tonalità del riff ed il tempo si fa sempre più sostenuto, nel piccolo si crea un senso di confusione e smarrimento, chi baderà a lui? Ormai prova solo una forte disillusione nei confronti della sorella, che da iniziale figura di riferimento adesso altro non è che uno stupido clown che deve dipingersi prima di andare a fare le spaccate sulla pista del suo circo. Tieniti i tuoi pantaloni attillati e mostra il culo in giro per la città, Gerre è dovuto crescere da solo, abbandonato ma forzatamente libero di fare ciò che vuole; stare seduti sul sofà, da soli, davanti alla tv diventa noioso. Gerre ha voglia di uscire, ed una volta radunato qualche amico via, si esce di casa, ma dove andare? Il tempo fuori e brutto e ci si chiude in un pub, i ragazzi sono ancora troppo giovani per bere, ma la tentazione è troppo grande e si ordina una birra, tanto l'oste è abbastanza accondiscendente. Che buona la birra, giusto quello che serviva per appagare l'imperativo della sorella. "Resta assetato, devo uscire, non ti do da bere il tuo maledetto bicchiere d'acqua", "fottiti pure sorella, io vado al pub e mi scolo una pinta". Ecco come si crea un giovane disagiato, non curandosi di lui, lasciate dunque che la birra scorra e che il giovane Gerre trovi in una bella media chiara tutta la sua meritata soddisfazione dopo aver vagato per anni in un deserto fatto di incuria e disinteresse nei suoi confronti. La noia di quelle giornate tutte uguali, fatte solo di mattina a scuola e pomeriggio sul divano, viene ora sconfitta con le sgattaiolate clandestine al pub sotto casa tra le prime ciucche giovanili che lo segneranno per sempre. Il coro del ritornello è deciso ed imperituro "Stay Thirsty", ma il giovane protagonista non ci sta ed aspetta repidante che sua sorella si tolga dalle scatole per andarsi a bere una birra, pagandola con i soldi datigli da una famiglia che tanto non si preoccupa di lui, resta pure assetato in casa piccolo, la birra scorre copiosa dalla spina del pub.


Time Warp

Siamo alla penultima traccia della raccolta, i Tankard giungono all'ultima fermata della loro rassegna di pezzi con due tracce estrapolate dall'album "Vol(l)ume 14", disco datato 2010. Il primo di questi è "Time Warp" ("Distorsione Temporale") del quale possiamo subito apprezzare un songwriting più maturo da parte dei quattro tedeschi; siamo ormai ben lontani dal sound crudo dei primi lavori, Gerre e soci sono cresciuti, hanno trovato la loro direzione artistica ed in questo primo brano troviamo una maggiore elaborazione sia dal punto di vista strumentale che dal punto di vista lirico. L'apertura del pezzo è riservata ad una pregevole esecuzione di chitarra acustica (sì, avete letto bene, una chitarra acustica in un brano dei Tankard), le cui note arpeggiate sono scandite da una marziale rullata di batteria, il tutto va poi a sostenere un assolo di chitarra elettrica posto in sottofondo. Lo sviluppo è particolarmente ricco di pathos, ottimo per stendere subito su di noi un velo di malinconia ed epica rassegnazione alla superiorità di un avversario che non potremo mai sconfiggere: il destino. Con lo start della strofa, un'ennesima mazzata di Thrash che pur avendo tiro ed impatto dimostra una notevole maturità tecnica, la lirica ci cala in una riflessione circa l'inesorabilità del fato. Quando le cose sembrano andare male, c'è sempre tempo per iniziare ultriormente a scavare il fondo; il vocalist assume ancora i panni di cantore in prima persona per narrarci la sua nuova battaglia contro i mulini a vento e il tono digrignato non poteva essere più adatto nell'esprimere l'amarezza verso quelle avversità che non si possono contrastare. È rimasto senza lavoro, e nel medesimo giorno viene a sapere che un suo caro amico è in coma all'ospedale a causa di un colpo d'arma da fuoco. Non si sanno bene le dinamiche dell'accaduto, il suo amico è un tipo tranquillo, ma chissà come si deve essere trovato al posto bagliato nel momento sbagliato e ne ha pagato il prezzo. Esiste veramente un Dio? Pare di sì e si diverte molto a vederci annaspare nella sfiga. Bianco e nero, il mondo si riduce a questo senza mezze misure: un giorno siamo tranquilli con un lavoro ed un tetto sulla testa ed il giorno dopo siamo in metropolitana a mendicare, bianco e nero, aut aut. Il cielo fa susseguire le sue volte su di noi, luminose come dei neon dai colori sfavillanti e nel mentre scorriamo i nostri ricordi in cerca di consolazione. Ecco il primo salto temporale: la memoria riporta Gerre a quei momenti felici passati insieme al calore della famiglia, un altro salto ancora ee è seduti per terra, tra il fango ed il piscio a sperare nella benevolenza di qualche passante, un altro salto ancora, ed eccolo con l'amico seduto al pub, a passare le serate in allegria; dalla prima persona del vocalist traspare un forte rammarcio: la prossima volta, amico caro, sarà meglio evitare di compiere gli errori che vi hanno condotti qui: tu, da un mese in coma, ed io, in mezzo una strada. Niente errori, ma vai a capire quali siano. La struttura contratta e serrata ci permette di vedere questi flash temporali davanti ai nostri occhi in maniera ossessiva, che si susseguono senza quasi avere un nesso logico. Sulla seconda strofa, dove la batteria continua a tenere altissimo il tiro, miracolasamente Gerre ha modo di tornare indietro nel tempo: gli viene infatti concesso di sposare le lancette della sua timeline indietro di otto settimane. Energia, entusiasmo, eccola lì la felicità, ma basta poco per scorgere l'ostacolo insormontabile: il suo futuro prossimo che gli predice la via verso un degrado già visto, come fare per evitarlo? Non si può. Allora ecco il piano diabolico, salire sul tetto di un palazzo con un fucile da cecchino ed aspettare il bersaglio, chi è il bersaglio? Il suo io del passato, solo uccidendo noi stessi, forse, riusciremo infatti ad evitarci un calvario che abbiamo inziato a vivere in parte. Parte lo sparo, la testa si deflagra, ma ecco il paradosso, si legge sui giornali che lui è ancora vivo; la sua vecchia identità è ancora viva, condannata a tornare alla sua dimensione temporale. Ecco che si compie un altro salto temporale, e tutto torna schifoso come era prima.


Rules For Fools

Giungiamo alla conclusione della raccolta con "Rules For Fools" ("Regole Per Gli Sciocchi"), che in "Vol(l)ume 14" occupa la seconda posizione nella tracklist, immediatamente dopo la più matura opener "Time Warp". Il pezzo in questione, dopo la parentesi leopardiana appena conclusa, si presenta infatti molto più autoironico e carnevalesco, vi basti sapere che nel videoclip promozionale, i nostri sono degli indisciplinati scolaretti dominati da una maestra mistress. Fin dalle prime note, che vengono sparate fuori grazie ad una immediata serie di stacchi accentati, il pezzo si lancia in una nuova cavalcata Thrash Metal: complessivamente però, come accennato, si sente che i Tankard adottano ora un approccio compositivo più meditato e calibrato, che continua sì a spaccare teste come un tempo, ma con una proposta molto più raffinata. Il riff di chitarra appare notevolmente più elaborato rispetto alla media (in particolar modo l'assolo, che sembra quasi una suite neoclassica suonata da Timo Tolki) ed anche il tempo di batteria, per quanto lineare, viene comunque arricchito con qualche piccola chicca di gusto che denota come i quattro abbiano optato per un notevole salto di qualità e oltre alle idee compositive, anche i suoni nel complesso sono più curati e definiti. Come anticipato, il testo si presenta più comico ma anch'esso comunque intriso di una maturità che fa di questi quattro thrasher dei metallari che guardano al loro passato e traggono le dovute conclusioni per migliorare il futuro. Il tutto parte da un concerto della band finito male, e con un interrogativo che arrovellava il capo dei quattro di Francoforte: hanno suonato ed hanno incendiato il palco con la loro grinta ma non è stato staccato nemmeno un biglietto, locale vuoto, la band ha praticamente suonato per il fonico e basta. Cosa è successo? I musicisti si tormentano nel cercare di dare una risposta all'interrogativo, ci hanno meditato e poi hanno capito: erano ciucchi marci fin dal giorno prima dello spettacolo (quindi sul loro racconto di una performance da dieci e lode inizia si inizia ad avere qualche dubbio). Viene allora posta una legge ferrea per tutti e quattro: non si beve prima dello spettacolo (i Tankard... ci credete?). È risaputo, le regole date agli sciocchi finiscono per ingannare gli sciocchi stessi invece che guidarli; il gruppo ora suona bene, compaiono sui cartelloni degli eventi più in voga, hanno giocato bene le loro carte e la loro popolarità è cresciuta, ma ecco la cosa strana: nessuno, all'interno dei camerini, li ha sentiti ridere prima di iniziare lo show. Giungiamo così al dubbio amletico che attanaglia i Tankard: meglio un concerto mediocre ma spassandolsela dall'inizio alla fine oppure un concerto tecnicamente ineccepile ma gelido a livello emotivo? Dopo una lunga rflessione i Tankard hanno deciso, la loro vita deve essere libera sotto ogni aspetto e dunque la legge proibizionista viene abolita e ad ogni nuovo show tornano ad inciuccarsi come prima, la vita è troppo breve per prendersi sul serio ed anche quando suoneranno all'Inferno Gerre e soci saranno sempre gonfi come canotti, perchè alla fine la filosofia dei Tankard è questa, bere e far baldoria a suon di Thrash Metal e le regole per gli sciocchi inganneranno sempre e solo gli sciocchi.

Conclusioni

Arrivati al fondo di questo enorme boccale sonoro di birra e Thrash Metal, ci troviamo ora a trarre le noste conclusioni, come un somelier che dopo aver bevuto una bella pinta di weiss si accinge a descriverne il gusto agli astanti. Uno degli aspetti principali che rende davvero pregevole, e soprattutto compatta, questa compilation è il fatto che i brani siano stati remixati ex novo per rendere coeso il sound dei pezzi fra loro. Va tenuto presente che si tratta di brani che arrivano da periodi completamente diversi della storia del gruppo, dagli albori dei primi dischi fino ai primi anni duemila; si parla dunque di canzoni che sono state scritte e registrate ad anni di distanza le une dalle altre, in alcuni casi con anche membri diversi all'interno della line up, e viene quindi automatico pensare che una bella ripassata di mixaggio e mastering al tutto fosse d'obbligo per dare a questo lavoro la coerenza che merita. Lascia perplessi il fatto che i membri dei Tankard abbiano lasciato fuori da questa summa composizioni provenienti dai loro lavori più recenti, come "A Girl Called Cerveza" o "One Foot In The Grave", ma in tal senso si rivelano illuminanti le dichiarazioni del frontman Gerre: lo scopo di questo best of, stando al riccioluto vocalist, è quello di riassumere nello specifico il periodo creativo che va dal 2002 al 2010 quando la band era sotto contratto con la AFM Records. La label tedesca infatti diede ai Tankard una possibilità durante un periodo non proprio felice, credendo nel prodotto dei quattro di Francoforte e dando loro così una possibilità di rinascita e ritorno sulla scena in grande stile. L'album "B-Day" del 2002 infatti segnò la rinascita della fenice dalle proprie ceneri e proprio per la felicità del senno di poi i quattro thrasher decidono di ricordare con gioia proprio quel determinato periodo. Partendo quindi da brani caposaldo del campionario dei Tankard, senza i quali questo lavoro non si sarebbe potuto definire un best of, il gruppo punta con questo prodotto a valorizzare un determinato periodo della propria carriera, una scelta artistica che non è da tutti, dato che in genere, le raccolte tendono a pescare ad ampio raggio all'interno della produzione di un artista. Tuttavia, anche per chi dovesse ascoltare i Tankard per la prima volta, questa compilation si presenta come un ottimo biglietto da visita, adatto ed apprezzabile sia dal neofita che dal fan di vecchia data, il quale, troverà questo prodotto ad hoc per farsi la classica "raccoltona" da sentire in macchina a tutto volume. La cosa che lascia decisamente sorpresi, ed in positivo, è che benchè il periodo di storia del gruppo sia limitato ad un particolare arco temporale ciò non ci impedisce comunque di farci un'idea di come il gruppo di Francoforte sia notevolmente cresciuto non solo tecnicamente ma anche a livello artistico: dalle prime grezze composizioni di "Zombie Attack", dove l'alternanza di strofa e ritornello per tre volte era praticamnte un dogma, si passa a composizioni sempre potenti ma più raffinate a livello di riff e tematiche, come le ultime due canzoni del lotto, che in particolare ci offrono dei Tankard davvero in splendida forma. Un altro grande merito del quartetto teutonico che abbiamo già avuto modo di sottolineare, è poi la spiccata autoironia che da sempre li contraddistingue: i Tankard parlano per lo più di birre e di serate di baldoria non per rivestire la maschera del rocker ubriacone tutto birra e gnocca, ma perchè Gerre e soci sono proprio così, quindi ascoltando questi brani non troverete nulla di più sincero che vi descriva chi li ha composti. Vi basterà infatti farvi un giro su Youtube per trovare, oltre ai canonici videoclip della band, le divertentissime performance live ed alcuni video in cui Gerre si improvvisa intervistatore dei fan al Bang Your Head. In una scena musicale dove ormai sembra che sia l'altissima levatura tecnica votata unicamente alla serietà a farla da padrone, scalda sempre il cuore trovare gruppi come i Tankard che con la loro musica diretta ed incisiva non mancano mai di farci scapocciare e fare festa, con l'unica onesta pretesa di farci sfogare in maniera spensierata, anche se poi le loro liriche, per fortuna, oltre che sul bere si focalizzano anche su temi più attuali ed introspettivi. Dall'ironia quasi dissacrante di testi come "Die With A Beer In Your Hand" si cambia decisamente registro con, ad esempio "Time Warp" oppure "Octane Warriors" trovando anche la via di mezzo tra il goliardico e l'amara serietà con "Stay Thirsty". Chi avrà poi la fortuna di acquistare questa raccolta nell'edizione box set troverà inoltre, oltre al cd, una versione esclusiva in vinile, una statuetta portamonete raffigurnte un alieno, il sottobicchiere griffato ed una foto autografata dalla band, un vero e proprio starter pack per il suddito dei "Kings of Beer" che fa anche la sua porca figura all'interno della collezione di chi lo possiede. In alto i boccali dunque, prepariamoci a fare festa con questa delizia esclusiva dei Tankard.



1) Introduzione
2) Rectifier
3) Need Money For Beer
4) New Liver Please!
5) Slipping From Reality
6) Die With A Beer In Your Hand
7) We're Coming Back
8) We Still Drink The Old Ways
9) The Beauty And The Beast
10) Metaltometal
11) Zombie Attack
12) (Empty) Tankard
13) The Mourning After
14) Medley (Alcohol, Puke, Mon Cheri, Wonderful Life)
15) Octane Warriors
16) Stay Thirsty
17) Time Warp
18) Rules For Fools
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