SUICIDE ATTACK

Prepare For Attack!

2015 - Cleched Fist Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
18/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Nella storia del metal sarebbe impossibile catalogare tutti i dischi che, con la loro musica e la loro storia, hanno contribuito a creare la leggenda di questo glorioso e sempiterno genere; in ogni lavoro, per un motivo o per l'altro, si nascondono canzoni che grazie alle loro note sono diventate letteralmente parte di noi. Parlando in ambito esclusivamente thrash metal, chi di noi non riconoscerebbe anche nel più confuso frastuono le note di “Madhouse” degli Anthrax, o di “Angel of Death” degli Slayer, quei riff, quei tempi di batteria, quei testi e quel sound hanno letteralmente forgiato la nostra anima di metallari arrivando a solidificarsi fin dentro le nostre ossa per unire al calcio di esse anche l'acciaio della musica. Ma dietro ad ogni grande lavoro si nasconde una grande bozza, ogni disco infatti viene preceduto da intense sessioni compositive in sala prove, durante le quali lentamente un'idea solo abbozzata su un mangianastri o su un foglio diventerà una canzone leggendaria. Andando ancora più a fondo nella storia di una band, molte volte tutto ha inizio da un ep di esordio: la maggior parte dei gruppi infatti, specialmente oggigiorno in cui, volente o nolente, è la prima impressione quella che conta, arriva sulla scena presentandosi con un demo oppure un ep; una raccolta di poche canzoni, talvolta le prime composte oppure le migliori selezionate dal proprio repertorio, per dare subito un assaggio al pubblico (e alle varie etichette e/o booking) di ciò che il gruppo è in grado di fare e che cosa, più commercialmente parlando, questi musicisti propongono. Va anche detto che ai giorni nostri, nell'era digitale dove un'intera discografia passa dall'occupare una mensola intera della nostra camera ad una più sterile cartella sul nostro lettore mp3, noi ascoltatori abbiamo, per così direi, “perso un po' la pazienza”: ebbene sì, oggi sono rimasti pochi i metal head all'antica, quelli che comprano il disco di una band sconosciuta animati dalla curiosità di scoprire qualcosa di nuovo con la speranza che il prodotto possa entusiasmarli oppure, dall'altro lato, quella filosofia per la quale, in caso contrario, la loro gioia sta comunque nell'aver supportato una band che, come loro, condivide una passione, pur divergendo nei gusti musicali specifici. Nel mare di internet navigano infatti pressoché tutte le band e la vita degli ascoltatori stessi è sempre più presa dal lavoro, dallo studio e dagli affari privati in genere, il tempo per mettersi di fronte allo stereo ascoltando e meditando su ogni singola nota ormai non c'è più, la musica che ascoltiamo, anche quella che adoriamo all'unanimità, viene ascoltata “di sfuggita”, guidando in macchina oppure facendola andare come sottofondo durante le nostre attività giornaliere. Una band, specie se si tratta di un nome che non abbiamo mai sentito, ha sempre meno tempo per poter lasciare il segno, ecco che, a seconda dei casi, quattro canzoni (o anche meno alle volte) diventano l'arma per giocarsi il tutto per tutto: pochi minuti di musica per scoprire se un artista ci piacerà oppure no. Ecco allora rivoluzionata in toto la stessa concezione di “assemblaggio” di un album, lo spazio in cui condensare il meglio del repertorio è poco, quindi cosa converrà fare? Creare un po' di suspence, magari con una breve introduzione, per poi partire in assalto all'arma bianca? Partire dritti con la nostra prima traccia migliore senza tante storie? Oppure metterne magari una di “media” qualità per poi lasciare il meglio alla fine? La situazione è ostica ma si sa, quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, anche perché come è risaputo, ci sono molte band che con le demo, all'esordio oppure pubblicate a carriera ormai alla ribalta, hanno fatto la storia, basti pensare alle demo dei Mantas, pubblicate postume e contenenti le bozze di quelli che sarebbero diventati i brani storici dei Death, o di una raccolta pressoché ignota come “Sons Of Satan” contenente i primi vagiti degli Slayer. Parlando di thrash metal in particolar modo, le demo assumono per i fans un gusto particolarmente pregiato, il formato ridotto infatti è di per se stesso un qualcosa di raro, un piccolo tassello di un mosaico artistico da conservare e da poter poi rispolverare una volta che il gruppo in questione sarà arrivato alla ribalta, per potersi fieramente vantare di averlo supportato fin dal primo show, senza poi contare che spendere quei pochi spiccioli per comprare una demo offre comunque ai fans l'occasione di aiutare la band stessa a rientrare un minimo della spesa fatta per realizzare questo piccolo lavoro. Parliamo ora di “Prepare For Attack”, biglietto da visita degli olandesi Suicide Attack, tuffiamoci quindi in un bel demo old school di thrash a la vecchia maniera, di quelli che solo guardandone la copertina e leggendone il nome, abbiamo la certezza matematica che la nostra cervicale urlerà vendetta una volta giunti alla fine della tracklist. Gli elementi visivi per non restare delusi ci sono tutti: il logo a punte taglienti bello evidente, il sol levante nipponico, come a ribadire che questi olandesi conquisteranno anche l'Oriente ed un sacco di braccia levate al cielo sul fondo della copertina, a simboleggiare che il loro thrash lo si gode al meglio live... ma il disco è comunque un buon inizio.



I Suicide Attack sono per la linea diretta, ponendo come apertura del lavoro “Suicide Attack”, la traccia a loro omonima, per dare di loro una presentazione più che eloquente: l'incipit infatti è lasciato ad uno speaker che semplicemente annuncia “Ladies and gentlemen, prepare yourselves to a schock” (trad. “Signore e signori, preparatevi ad essere schockati”), bando alle introduzioni atmosferiche ed orchestrali, più consone all'ambito power epic, per il thrash metal serve qualcosa di più diretto e crudo; immaginiamoci dunque un presentatore arrivarci davanti appena inserito il disco nel lettore, che, conformemente alle leggi in vigore, ci avvisa che queste sonorità posso "causare gravi danni alla salute", l'unica differenza è che un thrasher, di farsi tritare le ossa da una band, non vede l'ora. Mai le parole di un presentatore potrebbero essere più azzeccate e profetiche, che le mazzate inizino dunque a piovere. Ecco che la canzone esplode subito con uno start al fummicotone, trascinata da un riff di chitarra in pieno stile thrash metal old school che ricorda molto il riffing tagliente dei Death Angel, pur senza tralasciare l'influenza degli Anthrax, dei Nuclear Assault, ma anche di gruppi teutonici come Kreator e Sodom. La batteria procede lineare, con il classico tempo lineare in quattro quarti da headbanging sicuro, lo stile del batterista della band, Jordy Zoethout, segue fedelmente la linea di quella macchina da guerra di Vinnie Paul, ovviamente riprendendo le coordinate storiche dei Pantera di “Cowboys From Hell” e regalandoci quindi un vero e proprio colosso ritmico; la voce di Frans Swaters, chitarrista e cantante della band, si rivela subito un cantato bello grezzo ma non troppo sporcato dalla voce roca, che dall'acuto iniziale (ed è qui evidente l'influenza di Joey Belladonna) passa poi ad delle linee vocali decisamente carismatiche e decise, evitando l'uso eccessivo dei falsetti per restare più grave, ricalcando la linea canora più consona al filone tedesco. Trattandosi di un testo autocelebrativo, Frans descrive in maniera minuziosa che cosa avviene ad un live dei Suicide Attack: è calata la fatidica sera dello show, il locale pian piano si riempie mentre fervono gli ultimi preparativi tecnici prima dell'inizio ufficiale; il pubblico si ammassa nelle prime file dove avverrà il massacro vero e proprio del pogo, una coltre di teste ruoterà in un head banging sfrenato, mentre sangue e sudore bagneranno quello che diventerà il campo di battaglia dell'attacco suicida sonoro portato da questi quattro musicisti. Le note stesse del gruppo diventano le armi con cui i veri fans potranno marciare sopra i posers che purtroppo sempre più numerosi affollano i festival, quelli che si cimentano in dibattiti sulla storia del thrash metal partendo dagli anni duemila e sfoggiando magliette di band che sarebbe meglio utilizzare come rimpiazzo per lo straccio con cui laviamo la macchina, ma fortunatamente, band come i Suicide Attack, ci consolano mantenendo viva la tradizione di un dei generi più crudi e genuini di tutto il metal. Messe in chiaro le cose, si passa alla seguente “The Shadow”, brano anch'esso orientato verso la lezione dei fasti gloriosi ma che allo stesso tempo ci riserva delle piacevoli sorprese per quanto riguarda l'esecuzione ed il songwriting. Ad aprire le danze, un passaggio di batteria dal livello tecnico decisamente elevato, composto da una serie di rullate sul rullante ed i tom accompagnate da un tappeto preciso e lineare di doppia cassa che riporta alla mente i lavori di Richard Christy su “The Sound of Perseverance” dei già menzionati Death, il lancio ideale per un main riff basato su una serie di stop and go che si aprono poi nel successivo ritornello; le poche note serrate fra una pausa e l'altra creano un'interessante contrasto con i fraseggi che le due chitarre eseguono armonizzate, costruendo una sorta di ponte fra il thrash di ieri e di oggi, fra potenza e melodia, che rendono questo brano decisamente coinvolgente e piacevolissimo all'ascolto, ecco un primo esempio di quell'osare un pò sperimentale ed un pò, fortunatamente azzardato, che spinge i musicisti ad arricchire gli elementi di un genere già ricco come il thrash con spunti "fuori dal coro": l'utilizzo dei passaggi delle due chitarre in armonia non solo arricchisce il campionario melodico del brano in generale, ma vi conferisce anche uno sviluppo più fluido ed organico, ampliando di riflesso quello che è l'impatto del main riff, il quale, fin da subito, si impone come sferzata senza compromessi; ovviamente il tiro è sempre altissimo ma alla linearità standard vengono qui a sostituirsi parti ritmiche più serrate che rendono il brano più contratto senza però sottrarvi nulla in fatto di energia ed impatto. La resa del pezzo la si coglie ottimamente nella parte riservata all'assolo, divisa rispettivamente in una prima parte più serrata, dove la batteria esegue un quattro quarti con il rullante in sedicesimi rasentando a tratti il blast beat e la chitarra si fa più “sporca” eseguendo una serie di scale cromatiche, per poi aprirsi nella successiva parte melodica, più distesa sia a livello di percussioni che di chitarra, la cui esecuzione verte ora su un fraseggio più melodico. Le liriche pongono ora lo sguardo verso il passato recente: è appena passato un anno e ci chiediamo che cosa abbiamo imparato dalle esperienze vissute in questi dodici mesi, di cose da raccontare ce ne sarebbero tante, ma l'attenzione volge verso una più approfondita introspezione: la vita è morte e la morte in un certo qual modo è vita e noi, all'interno di questo immenso ciclo cosmico, non siamo altro che polvere che impotente viene soffiata via dal vento del tempo, l'ombra della morte aleggia sempre su di noi, immutabile ed in silenzio, aspettando con pazienza il momento in cui scoccherà la nostra ora e verrà il nostro turno per passare oltre le soglie del mondo terreno; dal nostro punto di vista un passaggio epocale da una fase ad un altra ma, in maniera molto leopardiana, agli occhi della natura siamo solo un essere che muore lasciando il posto al successivo che, per quanto diverso da noi, sarà condannato a subire le stesse pene inflitte dalla vita. Con “Waste Of Time” saliamo sulla macchina del tempo che ci riporta indietro di trent'anni, la struttura del brano è conforme in tutto e per tutto ai canoni del vecchio stile, rendendo questo pezzo decisamente appetibile per tutti quei thrasher che anche nel 2015 non si tolgono mai di dosso le Adidas, i jeans stretti ed il gilet stra farcito di toppe. A differenza della traccia in apertura, siamo ora di fronte ad un'influenza marcatamente più statunitense, pensiamo quindi ai Pantera, agli Overkill, ai Testament ed anche a band più recenti come Fueled By Fire e Municipal Waste; l'elemento vincente di questa traccia è l'alternanza fra un tempo di batteria dritto ed inarrestabile accostato ad uno dimezzato, che conferisce maggiore groove alla struttura spezzando un po' la monotonia ritmica ed arricchendo il dinamismo complessivo, anche se sappiamo benissimo tutti che per chi si nutre di pane e thrash, il tupa tupa non stanca mai. L'utilizzo dei cori e dei powerchord sullo special del ritornello fanno poi in modo che la melodia si imprima nella testa, rimarcando soprattutto le parole “Waste of Time” (trad. “spreco di tempo”), che dovranno diventare un dictat per tutti i fans ai concerti dei Suicide Attack. Il finale della canzone è volutamente spezzato, lasciando incompiuta la frase del ritornello per far restare in primo piano solo il tickettio di un orologio in fade out, ricordandoci sì che il tempo è parecchio ma maggior ragione non bsogna sprecarlo. Le parole di questo testo dunque riprendono concettualmente la lezione del De Brevitate Vitae di Seneca: a noi umani ci è stato fornito tempo in abbondanza ma a causa delle occupazioni frivole e prive di reale intento arriviamo al nostro fatidico giorno lamentandoci di quanto la nostra esistenza sia stata breve; ma a tutti viene fornito un lasso di tempo sufficiente, sta a noi farlo fruttare al meglio, ecco dunque che ognuno di noi si ritrova alle prese con la propria vita, durante la quale si fa il possibile per ottimizzare il proprio tempo, ma ahimè vi sono sempre gli altri ad ostacolarci in questo nostro intento: troppe sono infatti le cavolate con cui ci inducono a gongolare, anche quando magari sarebbe meglio lasciare posto alla serietà; persino i momenti in cui ci riserviamo di rilassarci devono comunque essere sfruttati al meglio, altrimenti, se in questi frangenti non riusciamo a goderci un po' di relax, essi si riveleranno in tutto e per tutto uno spreco di tempo, occorre dunque imparare a sfruttare al meglio il proprio tempo, in modo poi da poter guardare indietro al ostro passato senza trovarvi dei “punti morti”. Il giudizio sull'effettiva "resa" delle nostre attività per passare il tempo è chiaramente soggettivo, tant'è vero che ci sono persone che raggiungono l'apice dei propri pomeriggi semplicemente stando svaccati sul divano ed allo stesso tempo, invece, vi sono individui con il carattere decisamente opposto, i classici personaggi che non riescono a stare fermi nemmeno un minuto, neppure mentre dormono. Quale sia dunque la risposta a questo enigma esistenziale? Chi può dirlo... Quel che è certo è che finchè saremo soddisfatti di ciò che facciamo e di chi siamo, non avremmo assolutamente nulla da recriminarci. Il lavoro si chiude con “Who's Laughing Now?”, titolo quanto mai eloquente per una canzone di chiusura, poiché tale frase (trad. “Chi ride adesso?”) si pone sempre alla fine di ogni questione, esattamente in quel momento in cui il destino ci ha dato ragione e possiamo finalmente ribadire la nostra vittoria morale al nostro avversario. La traccia si apre con degli stacchi di batteria, seguiti con dei powerchord che lanciano poi un riff dal taglio quasi nu metal, ma possiamo tranquillizzarci che questa uscita dai binari, per quanto interessante, è solo provvisoria. Ecco infatti il break di chitarra da manuale, in cui un riff serratissimo lancia una partenza in puro stile thrash, di quelli che ci arriva nei denti come una martellata; il tempo di batteria è lineare, giocato tutto su raddoppi e dimezzamenti, a fornire la spinta in toto sono le chitarre, che si muovono qui su una serie di riff articolati ma sempre ben collegati tra loro, data la varietà esecutiva all'interno del pezzo. Delle quattro canzoni dell'ep, a livello compositivo, siamo di fronte senz'altro alla più ricca e variegata, tanto che nel finale possiamo trovare addirittura un blast beat serrato in pieno stile death metal, segno che comunque questi musicisti non limitano i loro ascolti solamente al genere da loro proposto, benché esso ricopra senz'altro un ruolo dominante. Il tachimetro dei Suicide Attack resta sempre altissimo di giri fino alla chiusura del brano, a cui si giunge dopo una parte letteralmente devastante che ci lascia felicemente “esausti” come quando arriviamo alla fine di un concerto dopo aver pogato tutto il tempo: siamo sfiniti, le ossa ci fanno male, siamo sudati da fare schifo, eppure, non potremmo stare meglio di così. Le parole di questo testo delineano il fisique du role del classico tuttologo, quello che sa tutto, almeno a suo dire, che però si rivela solamente come un distributore di aria fritta appena apre bocca, chi di noi non conosce qualcuno così, talmente fastidioso e petulante che non smetterebbe di parlare nemmeno mentre siamo lì presi dalla foga a prenderlo a pugni, ma che, anzi, verrebbe pure a criticari sul modo in cui lo stiamo pestando, quella persona che entra a gamba tesa nelle conversazioni distribuendo le sue classiche perle di saggezza da baretto senza che nessuno gliele abbia chieste; Il classico comportamento contrario a quello tenuto dalle persone intelligenti: prima di tutto perché chi veramente sa spesso tace, senza dar sfoggio della sua conoscenza, secondariamente, la maggior parte delle volte, chi più parla è proprio chi dovrebbe a maggior ragione star zitto. Avendo un po' di buon senso, e soprattutto istinto di conservazione, ci allontaniamo da questa grottesca figura, sia per non vedere il nostro raziocinio stuprato dalle sue idiozie, sia per preservare l'integrità delle nostre gonadi, perché diciamola tutta, i tuttologi rompono. In maniera molto profetica però questi soggetti avranno ciò che si meritano e saranno le loro stesse cialtronerie a rivoltarsi contro di loro, in un'epica scalata sugli specchi che li intrappolerà nella morsa sempre più stretta dei loro paradossi per poi condurli verso uno scotto da pagare direttamente proporzionale alla quantità ed alla grandezza delle loro sciocchezze, come una specie di contrappasso dantesco.



Se questo “Prepare For Attack” doveva essere giusto un assaggio di quello che ci attende in vista del primo full lenght degli olandesi Suicide Attack, che dire, non possiamo che avere già l'acquolina in bocca. In queste quattro canzoni c'è tutto ciò di cui si possa andare alla ricerca nel sound di una band thrash metal: legame con la tradizione, specialmente in una band old school come loro, che guarda con ammirazione entrambi i filoni (teutonico e americano) estrapolandone solo il meglio per poter esprimersi al meglio, energia e pacca al punto giusto, dedizione ma, ultimo ma non meno importante, anche un occhio di riguardo verso spunti più moderni, che rendono il loro songwriting squisitamente completo; non solo l'imitazione dei classici dunque, per usare un'espressione letteraria, ma anche il cimentarsi con idee ed elementi non thrash, ed in ciò il più open minded si rivela il batterista Jordy Zoethout, il cui stile altamente tecnico e preciso evolve a 3.0 quello che dovrebbe essere l'attitudine thrash del 2015. Ad accompagnare le pelli però vi sono le chitarre di Eelco Klis e Frans Swaters, sempre all'altezza della situazione sia quando c'è da mitragliare riff taglienti come lame di rasoio sia quando si cimentano in fraseggi e parti armonizzate dal taglio più melodico e neoclassico, ultimo ma non meno importante è il basso di Paul Van Son, che su questo disco esegue “il suo sporco lavoro” dimostrandosi sempre presente a sostenere il monolite ritmico pur non lanciandosi in passaggi solisti o comunque particolarmente elaborati. Dal punto di vista della post produzione in studio, essa è da dividersi in due: da un lato troviamo la batteria, lavorata ed equalizzata sullo stile dei lavori technical death, i fusti infatti possiedono pochi bassi in modo tale da far emergere le frequenze medio alte, dando ampio spazio alla punta della cassa nelle numerose parti serrate di doppio pedale; grazie a questo espediente infatti abbiamo modo di apprezzare tuttala precisione del batterista senza che i colpi si impastino in suono troppo basso della pelle, creando così “l'effetto trigger”; i piatti sono secchi e non troppo invadenti, un giusto contorno ad un rullante bello secco e cristallino che riesce così a martellarci i timpani colpo dopo colpo. Il basso possiede un equalizzazione abbastanza standard, senza distorsori o effetti particolari, una scelta più che ottimale per un quattro corde che insieme alle pelli ha il compito di comporre una sezione ritmica precisa, corposa e letale. Parlando delle chitarre, esse rappresentano l'altra parte del lavoro di mixaggio: alla modernità de basso e della batteria esse si uniscono con una scelta di suoni più orientata al gusto anni ottanta, uscendo ricche di gain e non troppo cariche di bassi, creando un amalgama ritmica pastosa ma non troppo, secca e cruda ma comunque nitida e cristallina, specialmente per quanto riguarda le parentesi melodiche e soliste. Una base quindi a cavallo tra vecchio e nuovo per una voce non troppo squillante e decisa che sa dosarsi bene sia quando si tratta di salire sui registri alti sia per scendere verso il simil growl, completando così un lavoro compositivo vivamente personale ed originale. Questo disco raccoglie solo quattro canzoni, che però compensano il loro numero esiguo con una freschezza di songwriting ed una personalità esecutiva davvero originali. Al giorno d'oggi si pensa che in fatto di thrash metal ormai sia stato detto tutto e le band che si lanciano nell'impresa di seguire la tradizione non facciano altro che fotocopiare quanto già fatto dai precursori. Un giudizio però troppo semplicistico e superficiale, che per fortuna viene smentito da lavori come quello di questa band olandese, che ha dimostrato con ottimi argomenti che una cosa è copiare, ben altra cosa è invece possedere la capacità di reinterpretare la musica degli anni ottanta secondo una propria visione personale, capacità che Frans e soci dimostrano di avvere ben affinata e consolidata. Se queste quattro canzoni erano giusto l'invito per prepararci all'attacco, ci sarà da serrare i ranghi in attesa dell'offensiva vera e propria dei Suicide Attack.


1) Suicide Attack 
2) The Shadow
3) Waste of Time
4) Who's Laughing Now?