SUFFOCATION

...of the Dark Light

2017 - Nuclear Blast

A CURA DI
MAREK
17/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Chi siano i Suffocation e cos'abbiano effettivamente fatto per il Death Metal, è un qualcosa che tutti i veri appassionati del genere dovrebbero obbligatoriamente sapere. Un gruppo che non avrà raggiunto i numeri e la notorietà di altri colleghi magari più blasonati (gli imprescindibili Death, i Cannibal Corpse...), eppure ha segnato e contrassegnato veemente la storia del Metallo della Morte. Un letale terzetto di full-length, un trio d'album pubblicati negli anni '90; "Effigy of the Forgotten", "Breeding the Spawn", "Pierced from Within". Tre titoli da considerare con il giusto e dovuto rispetto, dinnanzi ai quali provare un certo tipo di timore reverenziale. Dischi che, più di tanti altri, hanno permesso al suono brutale e sanguinolento di instaurare un proficuo connubio con quella spiccata ricerca tecnico - esecutiva, tipica del musicista preparato ed estroso al contempo. Tutto questo, sono i Nostri: furia iconoclasta ed esecuzioni straordinarie, ferite inflitte col bisturi piuttosto che con una mannaia arrugginita. Tagli precisi al millimetro, provocati con rabbia e velocità. Insomma, la storia del Technical Death Metal passa obbligatoriamente (facendo tappa più o meno fissa) anche per casa Suffocation. Tecnica e brutalità, contemporaneamente. Ben pochi gruppi sono stati capaci di amalgamare le due componenti in maniera così perfetta, senza lasciare che l'una prendesse il sopravvento sulla compagna. Tutto perfettamente calcolato, studiato, propostoci in maniera talmente diretta e particolarmente "intricata" da rendere felici praticamente tutti. Dagli amanti del "saper suonare" a quelli della musica più greve, grezza, grondante sangue. Una storia che ha visto la sua ripresa da ormai 15 anni. Piccolo momento amarcord: dopo gli ottimi tre album più sopra elencati, i Suffocation decisero infatti di sciogliersi. Eravamo nel 1998, a ridosso della pubblicazione di quello che - a parer mio - è da considerarsi il loro capolavoro novantiano, "Pierce...". Varie vicissitudini portarono i membri lontani dalla loro creatura, ma fu nel 2002 che i master mind Frank Mullen e Terrance Hobbs decisero di riprendere in mano il progetto, riportandolo ai fasti di qualche anno prima. Un discorso che dunque riprese ufficialmente nel 2004 con la pubblicazione del buon "Souls to Deny": un disco il quale mostrò lo status di perfetta salute del combo, il quale - dunque - si ritrovò a voler continuare visti gli ottimi riscontri ottenuti. Successore di "Souls..." fu l'omonimo "Suffocation", datato 2006. Album che di fatto confermò quello stato di grazia, e che sancì anche l'allontanamento del combo newyorkese dalla scuderia targata "Relapse Records", la label "sponsor" del clamoroso ritorno in pista. Fu così che i Suffocation trovarono una nuova casa nella blasonatissima "Nuclear Blast"; sotto l'egida del colosso, i Nostri pubblicarono il buon "Blood Oath" nel 2009, seguito da "Pinnacle of Bedlam". Uscito quattro anni fa ed acclamato in maniera a dir poco considerevole. Sulle ali di cotanto entusiasmo, giungiamo dunque al presente, nel 2017, anno del "tris" firmato "Nuclear Blast". L'anno in corso è infatti l'anno di "...of the Dark Light", ennesimo capitolo discografico di una band in forma smagliante . Un album che ci presenta una formazione quasi del tutto rinnovata, la quale vede ancora nel duo Hobbs / Mullen la definitiva colonna portante. Ad affiancarli, i neo arrivati Eric Morotti (batteria, contemporaneamente attivo nei Killitorous) e Charlie Errigo, chitarrista in precedenza attivo nei Pyrexia, storico gruppo underground del panorama Death americano. Curioso il fatto che, nei Pyrexia, abbiano militato diversi ex-Suffocation, come Kevin Muller, Guy Marchais, Keith DeVito e Doub Bohn. Sempre parlando della line-up di "...of the Dark Light", è bene non dimenticarsi - in ultimo ma non per importanza - del bassista Derek Boyer, saldo nel suo ruolo sin dai tempi di "The Close of a Chapter", live album datato 2005. Cosa dobbiamo dunque aspettarci da questa novità? Una grande etichetta alle spalle, registrazioni svolte nei "Full Force Studios" in compagnia dell'engineer Joe Cincotta (collaboratore di lunga data degli Obituary), mixing e mastering ad opera di Zeuss (già attivo con gli Hatebreed); se poi vogliamo aggiungere una copertina "inedita", piuttosto differente dal solito stile dei Suffocation (realizzata da Colin Marks, anche collaboratore dei nostrani Fleshgod Apocalypse), la quale dona al tutto un certo tipo di nuova immediatezza, di novità particolarmente gradita... il gioco sembrerebbe fatto. Ad illuminarci ancora di più, le dichiarazioni colme di speranza rilasciate da Terrance Hobbs alla vigilia della pubblicazione di "...of". "Il momento per cui abbiamo molto aspettato è finalmente giunto. Durante gli ultimi quattro anni, i Suffocation hanno deciso di prendersi il loro tempo per realizzare questo disco... del quale siamo orgogliosissimi! E' il disco più brutale che abbiamo mai rilasciato! Abbiamo lavorato duro sin dalla fine del 2016 [...], siamo riusciti ad andare anche oltre i limiti di ciò che i Suffocation sono. Spero vi piaccia!!". Citando pedissequamente, "il disco più brutale". Siete dunque pronti a finire tagliuzzati da un tornado di lame affilatissime? Spietati esecutori e freddi calcolatori... questi sono i nostri newyorkesi, e non mancheranno, anche questa volta, di confermare il loro status. Let's Play!

Clarity Through Deprivation

Cominciamo questo folle viaggio al fulmicotone: tosta e compatta avanza la prima track, "Clarity Through Deprivation (Verità tramite privazione)". Un Juggernaut sonoro di proporzioni mastodontiche, un attacco frontale che subito ci catapulta negli anni '90, la decade d'oro del Death Metal. Il sapore dei pesanti e veloci riff, il basso frastornante che si lascia ben udire, una batteria mitragliante e chirurgica, il mostruoso growl dell'incredibile Mullen: tutto sembra orientato verso una brutalità senza quartiere, un flavour vagamente à la Deicide più una perizia tecnico-esecutiva a dir poco da manuale. I Suffocation spingono sull'acceleratore in maniera belluina, ed in tinta con la musica sino ad ora proposta ci narrano d'odio ed oscurità. Una storia fatta di morte e macerie, sporca di sangue, di cupa rassegnazione. Cos'è il mondo, se non un'enorme menzogna? Cos'è la vita, se non la prima e più palese delle bugie? Versi colmi di disperazione, eppure non madidi di lacrime; il protagonista sembra in tal senso accettare le conseguenze derivate dallo squarcio del velo di Maya. Egli ha capito, ha inteso, ha smesso di illudersi. Man mano che lascia scivolare via la vita dal suo corpo, man mano che la fine si avvicina, si rende conto della tragica e nuda verità. Tacitamente osserva il mondo finire, non dicendosi affatto sorpreso. Una volta che l'oscurità ghermisce il nostro cuore, allora l'illuminazione può dirsi - paradossalmente - raggiunta. Trascendenza, immanenza, ogni concetto spirituale o terreno vien meno dinnanzi a ciò che tutto è: desolazione, distruzione, disillusione. Crollano i massimi sistemi, crolla ogni certezza. Il primo minuto di brano è dunque orientato al crollo di ogni grande lume. Speranze demolite a suon di blast-beat, riff rugginosi e growl da spavento. Si giunge così ad un primo rallentamento, frangente in cui i Suffocation cominciano a "marciare", avanzando cadenzati e compatti, instaurando un groove coinvolgente ed al solito mostrante una grande capacità d'esecuzione. Si ritorna a correre poco dopo, ma si torna a rallentare successivamente, quando il singer scandisce a chiare lettere il titolo del brano. Ormai tutto è perduto, non v'è più certezza se non quella di morire. Spirando, giungiamo alla conoscenza massima: tutto è morte, tutto è oscurità. Ogni concetto al di là di questa massima risulta inevitabilmente una frottola ben congeniata, atta a farci vivere nell'illusione di domare il nostro essere. Il titolo viene ripetuto ad oltranza, un bel sottofondo di piatti, unito a pesantissimi chitarroni, fa il resto incorniciando un momento di certo non veloce ma comunque esaltante, particolare. L'ascia solista inizia su questo background a ricamare una sua prima espressione solista, slegandosi poi dal resto ed iniziando ad emergere maggiormente, emettendo tremolanti note. Si arriva così, marciando a passo di mammuth, alla fine di un primo, ottimo brano. Moriamo, veniamo privati d'ogni cosa... e solo così, riusciamo a capire le reali regole dell'esistenza. Meno abbiamo, più la verità risulta chiara e per certi versi anche innocua.

The Warmth Within the Dark

Proseguiamo di gran carriera l'ascolto, approcciandoci al secondo brano della tracklist, "The Warmth Within the Dark (Il calore nell'oscurità)". Si ricomincia a picchiare assai sodo, il folle juggernaut non blocca la sua corsa ed, in antitesi al finale della open track, i Suffocation decidono di presentarci schiettezza, velocità e brutalità. Corsa sostenuta che ancora una volta richiama i fasti della decade novantiana: primi Death, Cannibal Corpse... quel sound così malvagio, tosto e diretto sembra rivivere lungo questi solchi, in maniera mirabile. Il Death Metal suonato da chi ha contribuito a codificarlo e teorizzarlo, poco da dire! Un primo minuto esemplare, in cui il gruppo alterna follia a brevi momenti più ragionati e cadenzati; stilemi atti a descrivere nonché a - degnamente - incorniciare un'altra storia a carattere tristemente nichilista. Ancora una volta, è una domanda esistenziale a venir posta: cos'è, l'esistenza? Chiaro e laconico, il messaggio dei nostri newyorkesi risulta al limite dello schietto. "La vita è solo il passaggio verso la morte". Versi colmi ancora una volta di pesante disillusione, eppure non disperati. Se quel che cercate è un testo sofferto o comunque tristemente sentito, avete sbagliato disco. I Suffocation sono pienamente consapevoli di questa tragica verità, esprimendola senza troppi problemi. Al contrario di qualche povero ingenuo che, invece, ha dal canto suo la voglia di credere il contrario. Un messaggio difficile da lanciare e quasi impossibile da far recepire. Del resto, la verità può causare fastidio. Ci vengono descritte persone nell'atto di vomitare letteralmente, al solo udire determinate parole. Perché scandalizzarsi? Accettare la vita per quel che è, in un impeto di senecana consapevolezza ("Ogni giorno moriamo un po' "), in uno slancio stoico, potrebbe in qualche modo salvarci da mille ansie e paure. Dicevamo di un primo minuto colmo di alternanze: ebbene, superato lo scoglio dei 60 secondi, tutto cambia. E' di nuovo una cadenza malvagia e perfettamente scandita a prendere il sopravvento, conducendo i nostri a passo pesantissimo. Un frangente asfissiante, claustrofobico, capace di strangolarci letteralmente. Un vero e proprio waterboarding sonoro, il quale dobbiamo subire, annaspanti ed imploranti un po' d'aria. Solo qualche sprazzo dell'ascia solista sembra poterci donare un filo d'aria. Tutto questo sino al raggiungimento del minuto 2:28, momento in cui la velocità sembra voler tornare in maniera prepotente. I Suffocation continuano a lanciare il loro messaggio, degno dei profeti più malvagi ma dotati d'una strana e stoica sicumera. Affrontiamo le nostre paure, faccia a faccia. Guardiamole per bene, accorgiamoci di quanto la verità possa renderci effettivamente liberi. Accettiamo la vita come semplice momento transitorio, ed ecco che la paura della morte smetterà di ossessionarci. Arriverà il nostro momento, arriverà per chiunque. Or dunque, non dobbiamo temere il naturale ed intoccabile passaggio verso la mietitrice. Percepiamo il calore dell'oscurità, sentiamolo, accarezziamolo. Rendiamoci conto di quanto possa cullare i nostri sensi e dunque recarci più tranquillità di quanto effettivamente pensiamo. Sempre mostrando letali alternanze, il brano sembra dunque concludersi al minuto 2:50. Momento di silenzio, e subito dopo l'assalto finale. Si picchia, si corre, si taglia col bisturi. Ferocia da predatore, sì chirurgicamente mostrata. Furia cieca e tecnica malvagiamente espressa: i Suffocation non fanno sconti, proprio come la morte.

Your Last Breaths

Inizio differente per "Your Last Breaths (I tuoi ultimi respiri)", il quale si fregia di una intro corposa e molto estesa, in cui pesanti e rugginosi riff di chitarra ritmica fungono da contraltare per una sinistra melodia estesa dall'ascia solista. Una cantilena oscura e dispensante morte, la quale si interrompe al trentesimo secondo, per lasciare ampio spazio alla brutalità della quale i Suffocation sono portatori sani e fieri. Tagli precisi e netti di lame affilatissimi, un singer capace di domare il suo growl in maniera assolutamente perfetta, un drumming tecnico e sempre all'altezza della situazione: il tutto, al servizio di una cattiveria sonora difficilmente riscontrabile altrove. Il connubio perfetto, la convivenza definitiva. L'ultimo respiro, l'ultimo fatale respiro. Il tema portante del brano è il momento più critico della vita d'ognuno... l'ultimo istante. Respiri contati, ossigeno ormai in fase d'esaurimento totale. Cosa sta effettivamente accadendo? Quali pensieri, quali immagini ci affliggono? Sembriamo confusi e spaventati, totalmente in balia del buio divoratore. Veniamo inglobati da un tunnel senza fine, e solo allora realizziamo quanto non avremo mai voluto sapere, ciò di cui mai avremmo voluto renderci conto: siamo esseri insignificanti, in totale balia del destino ed incapaci di comandare alcunché. Tutto è un'illusione, non siamo in grado di controllare nulla, non siamo mai stati padroni della nostra vita. La morte ci prende, ci trascina con sé, rendendoci fragili ed indifesi. Esaliamo l'ultimo respiro, ormai ridotti a delle larve prive di volontà propria. Proprio in concomitanza del fatale istante, i Nostri rallentano di nuovo. Un rallentare strascicato e grandguignolesco, nel quale ben si inserisce una chitarra solista in grande spolvero, come nella intro squillante ed opposta alla rugginosità dei riff ritmici. Un assolo che termina in un nuovo trionfo di riff rocciosissimi e crassi, sui quali il growl di Mullen può dominare in maniera netta. Piccolo virtuosismo di chitarra ed ecco che la batteria torna a correre, sfoggiando un drumming variegato, sempre sul pezzo, tecnico e potente. Cerchiamo di sfuggire al nostro destino, eppure tutto sembra tristemente segnato. Rimaniamo con un pugno di mosche, ormai sconfitti, annichiliti, ridotti ad un numero fra miliardi d'altri. Ci rendiamo conto di quanto sia stato tutto così insignificante, e proprio per questo moriamo fra i rimpianti, donando gli ultimi respiri a pareti sorde e grigie, le quali presto scompariranno dalla nostra vista, sostituite dal tunnel oscuro per antonomasia. Ultimi secondi di brano dominati dalle infernali cadenze: si va piano, eppure il gruppo sembra divenire pian piano un carro armato pronto a distruggere tutto e tutti, con le sue marce devastanti ed i suoi cingoli implacabili.

Return to the Abyss

Traccia numero quattro, "Return to the Abyss (Ritorno nell'abisso)" si fregia di un particolare inizio. Un sospiro sembra anticipare una corsa violenta e spregiudicata, inizialmente scandita da gutturali vocalizzi emessi dal singer. Poco dopo l'instaurarsi di quest'atmosfera così cupa, i Suffocation decidono di infrangerla, rendendo il proprio sound più crudele e sanguigno. Si corre dunque per far male, per tirare sprangate come se non ci fosse un domani. Headbanging assicurato per una traccia la quale rallenta solo verso il minuto 1:20, in cui i Nostri si aprono alle cadenze alle quali ormai ci hanno abituati. La ragione torna ad andare a braccetto con la furia cieca, la tecnica palese del combo americano si manifesta, prendendo letteralmente in braccio la loro voglia di aggredirci. Amara riflessione, quella presente in questo testo. Una riflessione circa il destino, circa l'ineluttabilità di quest'ultimo. A quanto sembra, nessuno sembra in grado di poter scegliere il corso della propria esistenza. Al contrario, tutto sembra indirizzato verso l'incertezza, verso l'impossibilità di cambiare le carte in tavola, una volta che queste vengono definitivamente scoperte. Sostituirle con le altre due proverbiali è impossibile. Non nasciamo uguali, c'è chi può salire, c'è chi invece non potrà fare altro che scendere. L'unico modo per porre fine alle proprie sofferenze è dunque tornare in quell'abisso dal quale tutti noi veniamo. Un salto nel vuoto, una sorta di suicidio rituale da operarsi. La salvezza raggiungibile solo tramite la morte, tramite il sacrificio insano e definitivo. La fine è l'unica via da perseguire: dobbiamo inginocchiarci dinnanzi al potere dell'infinito, temendone e rispettandone la tirannide instaurata da ancor prima che il tempo stesso nascesse. Dopo tanto strascichio arriviamo al minuto 2:20, nel quale chitarre mitraglianti suonano la carica; ed ecco che il brano si impenna, presentandoci una chitarra solista a dir poco indemoniata, le cui note squillanti e sferraglianti ben si stagliano su veloci riff ritmici e su di un drumming forsennato. Basso ai massimi storici, Mullen indiavolato, ed ecco che la sei corde torna a spadroneggiare in maniera prepotente, prevaricante. Giungiamo presto alla fine, la furia dei componenti viene in parte mitigata da una strana e cantilenante melodia: il suono dell'ultimo istante, quello in cui risultiamo faccia a faccia con l'eterna ed inevitabile fine. Un desolante suono, oscuro e maledetto, suona come campane a morte. L'abisso ci reclama, ed è lì che noi andremo. Per porre fine ad ogni nostra sofferenza, per non dover più patire la crudeltà del destino.

The Violation

Giro di boa raggiunto con la quinta traccia, "The Violation (La violazione)". Si inizia macinando riff a dir poco plumbei e sanguinolenti, non correndo all'impazzata; niente scatti improvvisi, ritmo ben saldo sulle sue fondamenta e potenza espressa tramite chirurgici lavori di ritmica. Basso e batteria risultano calibrati alla perfezione, giocando letteralmente con il ritmo generale, donando la vita a cadenze dannate, in grado di farci apprezzare (come se ce ne fosse bisogno, ancor di più) la tecnica strumentistica dei nostri, validissimi musicisti. C'è spazio, poco prima del minuto 1:40, per un piccolo accenno di corsa, prima che l'ascia solista intervenga a scippare il posto al cavernoso growl del singer, fino ad ora grande protagonista. Un growl il quale narra l'ennesima storia carica di disfattismo e bieco pessimismo: "voi non avete futuro", massima ricorrente più volte espressa a chiare lettere, vera chiave di volta per la comprensione di un testo altrimenti  - leggermente - criptico. Si parla di altre dimensioni, di proiezioni astrali. Di un luogo sconosciuto, impossibile da raggiungere sfruttando mezzi tipicamente umani o meccanici. La dimensione in cui a dominare è un vuoto letteralmente infinito, nel quale tutti noi dovremmo saltare; visto che, in fin dei conti, non avremmo niente da perdere. Cos'abbiamo? Cosa ci lasceremmo dietro? Una vita senza valore, bugie, menzogne a non finire. Dicevamo dell'ascia solista, la quale decide di prendersi il suo spazio emettendo note squillanti e vibranti, ben supportate da un riffing work roccioso quanto un cumulo di macigni. I tempi sono sempre ragionati e per nulla forsennati, salvo qualche piccola, sparuta infusione di cattiveria. E' verso la fine, che il tutto decide di scatenarsi. Si riprende un modus operandi à la Deicide e si pesta duro in maniera concitata: la drammatica presa di coscienza di una vita ormai gettata alle ortiche, inutile da viversi. Un tormento eterno da noi scioccamente percepito come un paradiso, come una manna piovuta dal cielo. Tutto quel che dobbiamo fare è violare gli spazi cosiddetti "inviolabili": varcare la soglia, buttarci nel vuoto. Non avendo nulla da perdere, potremmo solo guadagnare. Il tutto dunque si conclude nella foga generale, segno del fatto che il salto è stato compiuto in maniera totale. Il vuoto infinito è ormai parte di noi.

...of the Dark Light

Sesta traccia e titletrack, "...of the Dark Light (...dell'oscura luce)" viene introdotta da una batteria dedita ad una piccola serie di stop and go, prima che il ritmo divenga lineare e basato su una notevole velocità d'esecuzione. Potenza allo stato puro, veemenza chitarristica, voce cavernosa e minacciosa quant'altre mai: i Suffocation portano la loro creatura sino allo stremo, prima di uno stacco di crash il quale ci introduce ad una sezione decisamente più lenta e ragionata. Non sarebbe sbagliato, leggendo fra le righe, captare una vena profondamente anticattolica lungo lo snodarsi di queste parole così alacremente ruggite. In sostanza, i nostri newyorkesi ci svelano una scioccante ed angosciosa verità: l'uomo poteva rispondere ad ogni sua domanda, fosse essa la più esistenzialista o la più semplice. Qualcosa, però, nonostante quelle risposte esistano tutt'ora ed aspettino solo d'essere captate, ha deviato il nostro percorso. Facendoci - di fatto - scivolare via, chissà dove, lontani dalla verità. Un qualcosa ci ha reso schiavi, incapaci di pensare con la nostra testa. Un qualcosa che ci ha riuniti in gregge per meglio controllarci. Tragica condizione ben esplicata dal sound emesso poco dopo il famoso stacco, citato più sopra: la chitarra solista si prende il suo tempo, ben stagliando le sue note lungo una ritmica precisa e calibrata al millimetro. Note misteriose, rinforzate da un leggero effetto eco, serpeggianti e squillanti. Si continua a far male in questo modo fino al minuto 2:10, momento in cui un rullo di piatti lascia spazio ad una chitarra ancora dedita ad un buon modus operandi, basato quest'ultimo sugli stop and go. I ritmi, sostanzialmente, rallentano ancora di più, a tratti. La batteria alterna colpi singoli a raffiche di doppio pedale, il ritmo generale procede "a singhiozzi" e rende il tutto ancor più massiccio, ancor più sanguinolento, fino alla definitiva conclusione. Il growl del singer condisce il tutto alla perfezione, donandoci un'altra grande prova. Dunque, ci siamo auto schiavizzati, fuggendo letteralmente via da quel che era, in fondo, la reale verità. Abbiamo preferito seguirne una posticcia, creata ad hoc per obnubilare il nostro pensiero mediante frottole d'ogni genere. Siamo dunque totalmente annichiliti al pensiero di esserci messi nel sacco con le nostre mani; per di più, sembra sia troppo tardi, ora come ora, per tornare indietro. Eppure, la speranza continua a sussistere. Basterebbe solo accorgersi di quell'eco lontane, di quelle verità ancora riecheggianti, nei secoli dei secoli. Capite una volta, potremmo farle nostre per sempre. 

Some Things Should Left be Alone

Settimo brano del lotto, "Some Things Should Left be Alone (E' meglio lasciar perdere alcune cose)" non fa prigionieri e parte subito in quarta, mostrandoci tutta la cattiveria che i Suffocation sono capaci di esprimere. Senza fronzoli od orpelli, il brano parte deciso e dedito all'amata ultraviolenza: batteria scatenata, chitarre mitraglianti, growl proveniente dal ventre dell'inferno, basso frastornante. Il Death Metal nella sua forma più sguaiata e primordiale, magnificamente presentatoci a mo' di bastonata sulle ginocchia. Si spara, si picchia, si menano calci e pugni, fino ad un piccolo rallentamento intorno al minuto 1:14, frangente in cui la chitarra solista delinea melodie stranamente inquietanti, comunque mai troppo preponderanti, assorbite da riff di ritmica orribilmente rugginosi. Le cadenze più pacate sono a dir poco impercettibili, in puro stile Death Old School; così come anche la storia narrata, ben lungi dalle tematiche esistenzialiste espresse pocanzi. Si parla di un rituale evidentemente finito nel peggiore dei modi, mediante il quale è stata risvegliata una belva dall'indicibile potere, dalla forza sovraumana. Un demone dell'aldilà, intento a razziare e distruggere, per saziare la sua sete di brutalità. Quasi fosse il brano incarnatosi in forma fisica, il mostro sfodera le sue zanne ed i suoi artigli per fare del male, per uccidere, per bere sangue umano, suo pasto preferito. Mutilare, squarciare, sventrare, sbudellare. La creatura non vuole fare altro che infliggere dolore, e molto probabilmente riuscirà nel suo intento, visto che nessuno è in grado di fermarla. I Nostri non si placano, adottano di quando in quando cadenze più "calme" ma il brano non cambia registro. Vogliono farci del male, i Suffocation vogliono aggredirci a suon di Death Metal. Splendido l'assolo che va a chiudere l'episodio migliore dell'intero disco, un'autentica gemma di brutalità tecnica incastonata in una corona fatta di carne ed organi umani. Non si poteva optare per altri modus operandi, il potere della fiera doveva essere descritto in questo modo. Dopo tutto, parliamo di un demonio assetato di sangue, intenzionato unicamente ad uccidere, ancora ed ancora. Come non descriverlo se non sfruttando tutti gli stilemi tipici di un genere? Il brano se vogliamo più "essenziale", ma al contempo più efficace di questo "...Of the Dark Light". Come già detto, un genere suonato da chi ha contribuito a teorizzarlo, non da qualche ragazzino apparso solo di recente.

Caught Between Two Worlds

Ci avviciniamo alla fine con la penultima traccia, "Caught Between Two Worlds (Intrappolato fra due mondi)", la quale cambia ancora le carte in tavola, presentandosi alle nostre orecchie in maniera differente dalla sua illustre predecessora. Un inizio dagli spigoli ben smussati, ritmiche coinvolgenti alternate ad improvvise scariche di doppio pedale e rullate di tom. Il tutto comunque viene tenuto a freno, per donare al brano quella parvenza di sconsiderata ragione. E' quasi al termine del primo minuto, però, che qualcosa cambia. La chitarra solista inizia a suonare quasi a mo' di "sirena", e da quel momento la velocità più brutale comincia ad alternarsi alle cadenze assassine sino ad ora udite. Il brano che forse e più di tutti sta mostrando quanto i nostri siano letteralmente in grado di giocare con le due anime - pilastri della loro musica. In che senso, dunque, siamo intrappolati in due mondi? La risposta è presto detta: abbiamo sostanzialmente due vite, da vivere: una immanente e l'altra trascendente. L'immanenza risiede nel corpo fisico, la trascendenza nel nostro spirito. Vita terrena e vita ultraterrena, due situazioni conviventi ma comunque destinate a separarsi dopo la morte. Il vero dilemma che ci attanaglia, è: cosa troveremo, nell'altro mondo? La risposta dei Suffocation non risulterebbe certo sgradita a Trey Azagthoth, visto che si parla - sostanzialmente - di una strana "eternità" fatta di sofferenze, dominata da antiche presenze in grado di sconvolgere la nostra mente in maniera pressoché totale. Vediamo e percepiamo cose dell'altro mondo, non vorremmo credere a quelle atroci visioni. Eppure sono palpabili ed interagenti, riusciamo ad osservarle anche troppo nitidamente. Un testo a tratti "lovecraftiano", eppure metafora perfetta del messaggio che "...of the Dark Light" vuole lanciare, con i suoi testi. La vita terrena è tutta un'enorme menzogna, e le aspettative che rechiamo dietro la possibilità di un'eternità felice e paradisiaca non sono altro che frottole da noi inventate per rassicurarci. La possibilità di un "per sempre" d'eterno dolore è dietro l'angolo, dovremmo cominciare a vagliare anche queste ipotesi. Si arriva alla metà del brano nello stesso modo in cui siamo partiti, fino a che la chitarra ritmica inizia a macinare note più serrate e compatte. Ecco dunque che si parte correndo, in maniera rapida e travolgente. Il tutto si infrange in un nuovo stop, in cui è il basso a dominare; fino ad una definitiva comparsa della brutalità sonora. Velocità sostenuta e cadenze assassine, growl ferale ed, infine, assolo al fulmicotone. Siamo intrappolati fra due mondi, persi in due vite dominate dal dolore e dall'oscurità. Da una parte la carne martoriata, dall'altra l'anima molestata. Non ci resta che scegliere di che veleno morire, ed infine consolarci con una terribile scarica di violenza propostaci in ultimo dai nostri amici newyorkesi.

Epitaph of the Credulous

Si giunge alla fine di questo tragico viaggio con l'ultima traccia, "Epitaph of the Credulous (Epitaffio del credulone)", scandita da un inizio veloce e sanguinolento, quasi a ricordare i Death del periodo "Scream Bloody Gore" perfettamente incrociati con i Cannibal Corpse dell'era Barnes. Un inizio mostruoso, nel quale il basso si fa sentire distintamente e v'è comunque spazio per tecnicismi degni di nota. Come già accaduto per "Some Things...", però, i Suffocation decidono di optare per una dose maggiore di brutalità che di tecnica, dando vita ad un brano diretto e dominato da ben poche velleità "particolari". Anche il testo risente di questa scelta, narrandoci appunto di uno sterminio di "creduloni". Ovvero, di devoti al Signore; i quali vengono - come risposta alle loro infinite preghiere - uccisi ad uno ad uno da un angelo sterminatore, ridotti a selvaggina, a carne da macello. Una creatura, quella celeste, quasi simile ad un'arpia. Dotata di artigli, ella ha sangue dovunque, conseguenza della mattanza in fieri. Il fluido vitale d'ogni essere da lei trafitto schizza sul suo corpo, rendendo il suo apparire ancor più mostruoso e terrificante. I fedeli fuggono spaventati, ma nessuno sembra potersi salvare da questo genocidio. Vecchi, bambini... nessuna pietà, per nessuno. Ed ecco dunque, che in punto di morte, si pentono della loro sempiterna devozione. Del loro aver donato senza problemi il loro libero arbitrio e la propria esistenza ad un Dio che in questo momento li sta uccidendo senza mostrare reticenza alcuna. Come mai? Perché tutto questo? La risposta è presto detta: l'uomo ha barattato le sue facoltà intellettive, la sua libertà, per prostrarsi dinnanzi ad un essere bugiardo e spregevole. Ed ora, immancabilmente, si ritrova a pagare il prezzo delle sue scelte. Tutto in linea con il Death delle origini, anche per quel riguarda il rallentamento di metà brano, simile ad alcune soluzioni tipiche nonché topiche degli Obituary. Si riprende a correre verso il minuto 2:30, si ritorna a fare male, ma male sul serio. Furia iconoclasta, furia genocida, ben sottolineata da assoli magnificamente eseguiti ed in seguito da un nuovo rallentamento, verso la fine del pezzo. Il quale si conclude dunque così, strascicando, come un moribondo in attesa del colpo di grazia. Come si può sperare nell'aiuto di Dio, se è lo stesso Dio che ci sta uccidendo?

Conclusioni

Non posso non ricollegarmi, in sede di conclusione, a quanto dichiarato da Hobbs poco prima dell'uscita di questo (precisiamo) gran bel disco: "il nostro album più brutale". Sì e no, o meglio: almeno io, non credo che questa "fu premessa" possa corrispondere a totale verità. Chiariamoci, "...of the Dark Light" è un album crudele fino all'osso, malvagio e disfattista. Non offre certo spunti "allegri" né tanto meno cade nel crasso lodare "la tecnica" ad ogni costo. Più che di argomenti "spaziali", "cerebrali", "filosofici" (come tanto di moda ora; tristemente), i Suffocation preferiscono parlarci di tetro nichilismo, di disfattismo, di pessimismo. Un film a tratti esistenzialista che ben si sposa con la proposta musicale espressa... più "calibrata e ragionata", però, che brutale nel senso stretto del termine. Proprio perché le due parti, esecuzione ed impeto, sono miscelate talmente bene che risulta a tratti assai difficile parlare di una piuttosto che di un'altra. Un album brutale, detto senza mezzi termini, dovrebbe risultare molto più schietto e diretto, alla maniera di realtà come Dying Fetus od Exhumed, per intenderci. E laddove il discorso "Brutal" prevaleva, ovvero ai tempi dello storico terzetto "Effigy... - Breeding... - Pierced...", ciò era dovuto ad una produzione capace di glorificare il lato più "diretto" dei Nostri. Una produzione lontana anni luce dal lavoro compiuto in questa sede. Chiariamoci: accasarsi ad un'etichetta importante come la "Nuclear Blast" deve necessariamente essere il sogno di chi, per anni, ha macinato riff e chilometri dovendo contare solo sulle sue forze, solo sulle sue finanze. Un bel premio per una carriera straordinaria è quello di poter vivere una seconda giovinezza avendo a disposizione ciò che per troppo non si è mai avuto: una stabilità ed un bel budget a disposizione. Tutto ciò però non può snaturare (o nel caso dei Suffocation, macchiare leggermente) una proposta che NON DOVREBBE scordare le sue radici. Quelle profonde ed ancorate alla belluina visceralità, alla ferale volontà di porre la grezzaggine sonora ben prima della cura del dettaglio. Le produzioni targate "Nuclear Blast" hanno questo grandissimo difetto, il rendere tutto toppo simile, piatto ed omologato. Un prodotto "per tutti", che non dovrebbe essere "per tutti". Sarò forse troppo "romantico", a credere nel fatto che i più dovrebbero spaventarsi (ancora) nell'udire un disco del genere, e non certo stringersi in coorte a lodarne il lavoro alla consolle. Ma tant'è, riconosco la soggettività del mio giudizio e non posso fare in modo che questo influisca troppo sulla valutazione finale. Perché quello che abbiamo fra le mani, amici lettori, consiste in un Juggernaut sonoro compatto, concreto e funzionale al suo scopo: divertirci a suon di Death Metal classico. Un Death Metal qui espresso, lo ripeto, da un nome sinonimo del genere. Hobbs e Mullen, ben aiutati dai loro "giovani" compagni, hanno dato prova di saperci ancora fare, confermando l'ottimo trend iniziato sin dallo storico ritorno sulle scene. "...of The Dark Light" non sarà magari il loro album più brutale, ma contiene senza dubbio ogni elemento che ha reso grande, nel tempo, i Suffocation. Tecnica sopraffina, malvagità, crudeltà, perizia tecnico / compositiva. Un disco che diverte, coinvolge, che si fa ascoltare e riascoltare. Mai noioso, mai debole. Insomma, un album che, nonostante il piccolo difetto elencato qualche riga più sopra, riesce a fondere il nostro stereo in maniera mirabile. Segno del fatto che i newyorkesi ci sanno ancora fare e che non hanno ancora intenzione di smettere. Il che è un bene: del resto, abbiamo ancora ed oggi più che mai bisogno di determinati capitani di lungo corso. Personaggi che possono ancora insegnarci tanto, e che possono soprattutto impartire ai più giovani la più fondamentale delle lezioni: suonare con la volontà di credere nel proprio progetto, non per accaparrarsi quale like su questo o quel social network. In sostanza, "...Of the Dark Light" è un disco più che onesto. Non un capolavoro assoluto, ma sicuramente un ottimo platter, degno compare degli altri grandi lavori succedutisi in questi ultimi anni. La speranza è che i Suffocation decidano di continuare lungo questa strada, non snaturando mai la loro proposta e continuando a perseguire la loro attitudine, il sentiero da loro battuto anni ed anni or sono. Di "sperimentalismo" ne è piena la scena, ormai. Al giorno d'oggi, la vera trasgressione sembra consistere nel suonare in maniera diretta e schietta, senza aggiungere troppi orpelli alla propria musica. Per chi come il vostro affezionatissimo non ne può più di tastiere, cori, sinfonie et simila, questo disco rappresenterà sicuramente una boccata d'aria non indifferente. Suonato col cuore e con gli attributi, non per far contento qualcuno.

1) Clarity Through Deprivation
2) The Warmth Within the Dark
3) Your Last Breaths
4) Return to the Abyss
5) The Violation
6) ...of the Dark Light
7) Some Things Should Left be Alone
8) Caught Between Two Worlds
9) Epitaph of the Credulous
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