STRAPPING YOUNG LAD

Live in Australia - No Sleep Till Bedtime

1998 - Century Media Records

A CURA DI
ANTONIO RUBINO
13/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

"City" segnò in modo definitivo la carriera degli Strapping Young Lad, destinati a entrare nella leggenda quasi esclusivamente per quel disco. Ma la carriera di un musicista non è solo studio discografico e nuova musica: bisogna anche allontanarsi da casa per diffondere le proprie canzoni in giro per il mondo davanti a centinaia, migliaia di fan in trepidazione e sovraeccitati, che non vedono l'ora di vedere la propria band preferita suonare davanti ai loro occhi. In tal senso, dopo l'uscita del secondo disco la band canadese si imbarcò in un tour mondiale: siamo nel 1997, Devin decide di portare la sua creatura agli antipodi, sino ai confini del mondo, rispetto al suo Canada; arricchendo per di più la line-up dei suoi S.Y.L. con l'entrata di John Paul Morgan, tastierista esclusivo per il tour, noto ai fan del musicista candese per il suo lavoro come tastierista in "Ocean Machine". Un'importante serie di concerti tenuti a supporto del suddetto album, il quale stava mietendo considerevolmente successi su successi, diffondendo il nome di Townsend praticamente ovunque, facendogli finalmente riscuotere il tanto agognato successo. Quello cercato e ricercato con grinta e volontà... del resto, diversi testi inerenti all'argomento parlavano più che chiaro, ce li ricordiamo bene. Non poche volte all'interno della sua musica il Nostro ha celato messaggi "in suo favore", catapultando l'ascoltatore dritto nella propria voglia di rivalsa e riscatto. Troppo tempo "dietro le quinte", troppi anni passati ad essere ricordato unicamente per aver collaborato con un grosso nome (Steve Vai). L'estro vulcanico di Devin non poteva certo sopportare una tal sorte, il momento della ribellione sarebbe arrivato presto. Una ribellione chiamata Strapping Young Lad per l'appunto, culminata nell'eruzione altrimenti nota come "City". L'album che più di tutti permise alla formazione canadese (in teoria una one man band, contemporaneamente un gruppo formato da membri fissi) di farsi valere e rispettare, scrivendo la storia del Metal anni '90. Gli anni del fervore più particolarmente duro ed alternativo, gli anni di Dimebag Darrell, di Peter Steele ed i suoi Type O Negative, gli anni di Kirk Windstein. Il mondo della musica dura, come lo conoscevamo negli anni '80, stava virando verso nuove terre, nuove derive ancora inesplorate. E proprio Devin Townsend ebbe il grande merito di inserirsi fra i pionieri, fra i primissimi esploratori di tali lande, lasciando il suo indelebile marchio su più di un'isola "nuova". Quella possente commistione di Thrash ed Industrial, quei suoni distorti, cibernetici, diretti e taglienti: "City" fu una rivelazione, null'altro da aggiungere. Il grido definitivo di un artista il quale riuscì a scalare le vette e ad affermarsi prepotentemente, finalmente ottenendo il successo tanto ricercato. La caparbietà paga sempre, in un modo o nell'altro... ed il secondo album degli S.Y.L. fu il definitivo trampolino di lancio, la pista dalla quale partire per permettere all'aereo di decollare una volta per tutte. Il seguito del successo, dopo le cifre raggiunte a suon di vendite, si chiamò dunque "tour mondiale", come dicevamo. Esatto, mondiale, visto che in un solo anno i Nostri girarono tutto il globo, suonando in Europa, Stati Uniti e Australia. Sarà proprio qui, precisamente all' "HiFi Bar and Ballroom" di Melbourne nell'Ottobre del 1997, che la band registrerà "No Sleep 'Till Bedtime - Live in Australia", incredibile disco live (che vedrà la luce 8 mesi dopo, esattamente il 2 Giugno 1998) il cui titolo fa anche da parodia alla famosissima canzone dei Beastie Boys del 1987, "No Sleep 'Till Brooklyn" contenuta nel disco di debutto "Licensed to Ill"; senza dimenticarsi del più "vicino" live storico dei Motorhead, "No Sleep 'Till Hammersmith". Un disco live che innanzitutto colpisce per la scelta, quanto meno singolare, di ridurre solamente a 7 le tracce effettivamente dal vivo, aggiungendone due in versione studio, poste a chiusura del CD. Una scelta non condivisa dalla band, la quale ammise di essersi ritrovata dinnanzi a questo rimaneggiamento "a conti ormai fatti", non potendo più far nulla per modificare il lavoro svolto. Scelta non troppo felice, pur quanto bisognasse comunque affrontare alcuni problemi sorti in fase di registrazione. Secondo lo stesso Townsend infatti, la band ebbe non poche difficoltà nella scelta e nell'inserimento dei brani, in quanto proprio durante le registrazioni "il nastro si esaurì" (cit.) lasciando gli Strapping Young Lad con un pugno di mosche, costretti a scelte praticamente obbligate. Aggiungiamo il rimedio dell'etichetta (la "Century Media Records") non concordato in nessun modo con i musicisti... ed ecco qui un quadro completo della situazione. Un vero peccato, visto il contenuto più che valido dei singoli brani, decisamente ben eseguiti ed in grado di sprigionare tutta la furia alla quale i Nostri ci hanno più che abituato, nel corso della loro carriera. Con una scaletta più corposa o comunque variegata, "No Sleep..." avrebbe sicuramente potuto dare di più, poco ma sicuro. Tuttavia, relegheremo le considerazioni definitive al momento più opportuno; quel che ora siamo chiamati a compiere è l'ennesimo passo attraverso la musica di un gruppo eclettico quanto duro, storico quanto estroverso. Quindi, facciamo un tuffo nel passato mettendo il disco nel lettore (in realtà lo sto ascoltando tramite Spotify, ma concedetemi la nostalgia), e premiamo play.

Velvet Kevorkian

Giunge immediatamente il momento di "Velvet Kevorkian", il nostro "battesimo", la nostra introduzione al mondo live degli S.Y.L. Le porte si aprono, la tensione è tanta, e la trepidazione è tangibile. Siamo sotto il palco, veniamo travolti da un coro a capella, che ci prende alla sprovvista. Ci rilassiamo quasi, talmente dolci suonano queste voci alle nostre orecchie. La band sale sul palco, i rumori degli strumenti che vengono accordati preannuncia l'imminente inizio della distruzione, quando all'improvviso un metronomo spezza la tensione e Mr. Townsend ci dà il benvenuto rompendo ogni indugio, facendo letteralmente esplodere la traccia d'apertura di "City". Impressionante in questo senso come l'esecuzione della band sia identica alla prova in studio: non una nota suonata diversamente, non un accordo posto in una tonalità inferiore o superiore; questa versione di "Velvet..." è identica alla sua controparte registrata in studio. Devin urla come al solito, live è anche più brutale e incazzato, e trasmette tutte le sensazioni anche ai "poveri" spettatori... i quali non possono che assistere inermi ad uno spettacolo di pura malvagità sonora, segno del fatto che la band non è certamente una creatura da "studio", tutt'altro. Gli Strapping Young Lad pestano duro ed urlano al mondo la propria voglia di scrivere una nuova storia, di segnare prepotentemente il corso degli eventi futuri. Si mandano letteralmente "in quel posto" tutti i falsi miti della società occidentale: religione, guerre per il potere, la musica in un certo senso più popolare e di largo consumo. "Fanculo" a tutto questo, grida Devin senza timore di ritorsioni o di proteste a seguito. Lo sfogo definitivo di chi vuol essere al centro dell'azione e non il contrario. Lo sfogo di chi ha intenzione di prendersi con la forza un posto sotto i riflettori, a costo di risultare simile ad un guerriero barbaro assetato di sangue, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca. Proprio come un berserker, Townsend si lancia quindi all'attacco. E sì... fanculo il mondo ed ogni suo falso Dio, ogni suo sistema di false credenze, ogni artefatto volto a distogliere l'attenzione da ciò che davvero dovrebbe importare.

All Hail the New Flesh

La band (tranne Hoglan) si prende solo qualche secondo di pausa prima di ripartire all'attacco con "All Hail the New Flesh", un impatto frontale che viene dritto verso di noi. Bellissimo vedere che le tematiche affrontate nel disco, e soprattutto in questa canzone, sono perfette in sede live, come fossero state scritte appositamente per essere sputate in faccia al pubblico. La presa di posizione, la rabbia e l'aggressività, la decisione, è tutto chiaro, ed entra ancora di più nella pelle nel contesto del palcoscenico. I Nostri sono qui di fronte a noi, intenti ad urlarci in faccia quanto siano arrabbiati con il mondo. Continua a sbalordire l'esibizione, dove gli strumenti sono suonati alla perfezione, e gli effetti "robotici", "industriali" sono enfatizzati, dando quasi fastidio alle orecchie, già messe a dura prova dall'enorme impianto messo su dal gruppo. Unica differenza fra questa versione di "All Hail..." e la sua versione in studio è la voce, qui Devin utilizza un tono più graffiante e brutale, rendendola forse migliore nel suo complesso. La sensazione originale, quella trasmessa dal disco, permane: siamo sempre lì, smarriti ed impauriti, persi nei meandri di una città fredda e cibernetica, nella quale il sindaco (Devin, non scordiamocelo!) è intento ad aizzare folle su folle, lanciandosi in proclami dall'alto di un pulpito. Questa è la sua città, queste sono le sue regole; chiunque non volesse rispettarle, è pregato di andarsene immediatamente! Rabbia, pura furia iconoclasta, violenta ed indirizzata verso chiunque abbia denigrato il frontman definendolo come una semplice comparsa. Di tutta risposta, il buon Townsend ha pensato bene di costruirsi una città tutta sua, dove poter governare indisturbato. Il brano ci accompagna quindi nel cuore di questa città... o ai cancelli, in caso non volessimo continuare il viaggio. Seguendo la scaletta originale di "City", troviamo quindi un altro pezzo potente e decisamente arricchito di particolari più che mai azzeccati. Reso ancor più tosto e graffiante della versione originale... scelta da promuovere in toto.

Home Nucleonics

Abbiamo appena il tempo di fermarci, quando un "The beat starts here..." sparato dalle casse ci avvisa dell'imminente distruzione totale: la band parte all'unisono con "Home Nucleonics", un muro di note che si muove inesorabilmente verso il pubblico. Il pogo qui è inevitabile, le persone si spingono a destra e a sinistra in impeti di violente emozioni, mentre la band osserva tutto dall'alto, decisamente compiaciuta di quanto generato. Qualche secondo di pausa con una voce registrata, ed ecco che il caos scende nuovamente su di noi, scatenando l'ennesimo pogo da lividi. Sembra effettivamente di ritrovarsi in quella bolgia, non dovrete sorprendervi se - una volta terminato l'ascolto - vi ritrovaste con qualche strano segno di contusione sulle braccia! Tecnicamente la band è sempre impressionante e precisa, intenta a farci (ed a farci fare, non lo scordiamo) del male. La voce non riesce a sostenere le note alte come nella versione in studio, ma graffia quegli acuti cari ha chi ha ascoltato il disco. Il massacro è servito, il testo viene accorciato e leggermente modificato per adattarsi perfettamente in sede live, come a volerci offendere. Una traccia esplosiva, distruttiva: non ci lascia un secondo di respiro, vuole esattamente trasmetterci tutto quello che il frontman ha sentito e percepito durante i suoi primi anni di carriera, quelli più difficili. Scrivendo questo pezzo, il Nostro ha quindi voluto esorcizzare in qualche modo quel suo vecchio status: ed ecco che nel cuore dell'ascoltatore si accende una fiamma destinata a bruciare fino alla fine della stessa canzone. Una fiamma che fa provare odio e rabbia, disgusto e repulsione, verso una situazione che non è molto diversa da quella che noi stessi proviamo, che viviamo sulla nostra stessa pelle. Il sentirsi drasticamente tagliati fuori dai giochi, di non contare più di nulla... quindi Townsend, dopo un lungo esame di coscienza, decise di dare sfogo alla rabbia anziché auto commiserarsi. Bisognava cambiare la situazione, prendere in mano il gioco e modificarlo a proprio piacimento e vantaggio. Ecco che dunque ci invita a fare lo stesso, scandendo dei ritmi selvaggi e spingendo sull'acceleratore, facendoci capire quanto sia importante reagire. Alzare la testa e ribellarsi, non sottomettendosi mai a nessun problema, per quanto grande esso possa essere.

Oh My Fucking God

Il tour è di supporto a "City", quindi ci becchiamo un'altra traccia tratta proprio da quel disco. Questa volta tocca a "Oh My Fucking God",  terzo brano dell'album, che di certo non permette in alcun modo al pubblico di rilassarsi, di riposare. Anche il ritornello, più arioso e melodico, è reso brutale dalla batteria sparata e pesante, motivando il mosh più violento, soprattutto nella sezione caotica verso il finale, preceduta da un invito abbastanza "sconcio" di Townsend riferito al pubblico. In questa sezione regna il caos totale, quasi non si capisce più nulla: gli effetti elettronici sovrastano i vari strumenti e la voce, forse anche  troppo, distogliendo l'attenzione dalla band e facendo quasi male alle orecchie. Ormai è anche inutile sprecare parole sulla prestazione della band, eccelsa anche qui, senza mostrare il minimo segno di stanchezza o cedimento. "A great deal of money, has been invested in this project,and we can't allow it to fail!". Non dimentichiamolo, "City" sarebbe stato l'album della consacrazione, del successo definitivo. Fallire era praticamente impossibile... e proprio per questo, in questo disco, per la sua realizzazione, sono stati investiti molti soldi, molte finanze. Sono stati fatti dei sacrifici, non si poteva (per forza di cose) non far detonare una bomba in grado di arrivare, con la sua potenza e le sue onde d'urto, praticamente dovunque. Ed ecco che in questa versione live "Oh My...." esplode ancor di più che nella sua versione in studio, compiendo un vero e proprio massacro. Distruggendo ogni ostacolo gli si paia davanti, devastando i timpani degli spettatori presenti. Si tocca... o meglio, si schiaffeggia in maniera violentissima il grindcore, addirittura tentando di superarlo, raggiungendo vette di Noise che sicuramente faranno venire il mal di testa a tutti quei poverini che si aspettavano qualcosa di leggero o comunque più mitigato. La sfacciataggine di un Devin espressa ai massimi livelli. Dopo anni di gavetta, dopo anni di sacrifici, il frontman si sente pur in diritto di sottolineare la sua presenza nel modo che maggiormente lo aggrada. Il "sindaco" non fa sconti: questa è la sua città, queste sono le sue regole. Chiunque non le accettasse, chiunque avesse da ridire, non potrà contare sulla "democrazia". Una parola che nella City non esiste, in quanto in essa vige ed impera unicamente un verbo, quello degli S.Y.L. E basta.

SYL

Finalmente possiamo rilassarci un po', anche se solo per un momento fugace, in attesa di una nuova esplosione. La bambina inquietante presente anche sul disco ci preannuncia l'arrivo di "SYL", portandoci indietro di un paio d'anni, sino a "Heavy as a Really Heavy Thing" (che da ora in poi chiameremo, per comodità, HAARHT). Avevo dimenticato quanto fosse brutale il primo album, e con i suoni tipicamente live il tutto risulta amplificato, rendendo il brano ancora "peggio" della versione originale; nel senso buono del termine, ovviamente. L'impatto è imminente, dopo dei rumori industriali e ripetitivi un "one, two, three, four!" di Devin dà il via definitivo alla traccia, che cade su di noi come un temporale privo di freni od attimi di esitazione. Non si capisce più nulla, il pogo impazza, tutti iniziano a spingersi, mentre Townsend sputa tutto il suo odio contro di noi, in maniera veemente e di certo non censurata od edulcorata. Il palcoscenico non è altro che l'ennesimo prolungamento dell'astio del Nostro, il quale vomita contro la platea il suo disgusto, la sua rabbia contro un sistema che ha tentato di emarginarlo. Con il suo "I Fucking Hate You" ripetuto allo sfinimento, il master mind impugna letteralmente le armi per compiere un'autentica mattanza, dalla quale nessuno potrà scampare. Ritmi serrati e suoni esasperati, più che in un concerto sembra di essere in un campo di battaglia. Un po' di relax durante il ritornello, anche per la band, e riparte la strumentale; l'headbanging selvaggio è d'obbligo. Devin incalza, con il suo parlato veloce e urlato, e dopo il suo "We are Strapping Young Lad and we take your stincking order!" ci prepariamo nuoavemnte a farci massacrare. Un picchiare selvaggio che ci conquista e cattura, spingendoci a menar spallate al nostro vicino, come la migliore tradizione Metal impone. Un brano per forza di cose reso in maniera così dura e passionale: dopo tutto, alle sue fondamenta, troviamo una critica spietata e poco velata verso tutti quelli che hanno "distrutto" l'ego di Townsend. "I was a puzzle in your sick life", "And I worked through your fucking lies". Un pezzo al vetriolo, velenoso ed urticante, composto da Devin per dichiarare guerra al mondo, mollando pesanti sberle sul volto di quell'industria discografica la quale voleva usare il musicista a mo' di burattino, da adoperare e gettare subito via. Un talento del genere ridotto a semplice comparsa da un sistema marcio: immaginate cosa ci saremmo persi, se Townsend si fosse arreso a quell'evenienza.

In The Rainy Season

"In The Rainy Season" parte immediatamente, subito dopo il brano precedente, non lasciandoci nemmeno il tempo di realizzare quanto successo pochi istanti prima. Un treno sparato a massima velocità, il quale finirà per deragliare, travolgendo tutto e tutti. Rimaniamo sempre su HAARHT, con la sua seconda traccia. La band non mostra il minimo segno di cedimento, non il minimo segno di stanchezza. Gene Hoglan è davvero impressionante, mantiene la stessa velocità e la stessa pesantezza perennemente, con ritmi neanche troppo facili da eseguire. Il che la dice lunga sul suo status di batterista d'assoluto rilievo della scena estrema, un musicista che tutt'oggi in moltissimi bramano, litigandoselo nel vero senso della parola. Ad onor del vero, benché percepibili distintamente le ritmiche di batteria, il sound generale tende a farsi un po' confuso, troppo pesante; pezzo suonato all'unisono e nella maniera più veemente possibile, per poter porgere il fianco ad una resa "cristallina" come magari altri momenti del nostro platter.. ma non importa, l'atmosfera creata dalla band è unica, e perfettamente funzionale ai suoi intenti. Ci si ferma, mentre le chitarre fischiano. Chiunque ricordi il disco, è perfettamente a conoscenza di un breakdown spacca collo lì e lì per partire, subito dopo la mattanza; e proprio quando devin pronuncia il "Four!" la band parte, creando un'onda nel pubblico, in quanto tutti compiono headbanging all'unisono, come degli inquietanti robot. Questa sezione è stata allungata rispetto alla sua versione studio, anche per permettere al pubblico di divertirsi ancora un po'. Finito questo splendido frangente, le chitarre ci riempiono la testa con i loro feedback, mentre Townsend prende il microfono per introdurci la canzone successiva, raccontandoci del merchandising metal presente nella sua collezione privata. Una sorta di oasi nel deserto, quei suoi oggetti così cari. Il deserto, metafora alla base del brano, da sempre visto come simbolo di perdizione e smarrimento, un luogo dal quale è quasi impossibile salvarsi, una volta varcate le sue soglie. Per questo, girando in tondo sino all'esaurimento, ad un certo punto non possiamo fare altro che inginocchiarci e sperare che la stagione delle piogge arrivi presto a rinfrescarci. Un modo per comunicarci quanto sia dura la vita? Quanto alcune volte tutti siamo accomunati dallo stare in ginocchio? Molto probabile che sia così, conoscendo i trascorsi del nostro eclettico e pazzo frontman.

Far Beyond Metal

Arriva dunque la vera sorpresa. Certo, una canzone suonata anche nei concerti precedenti... non troppo, a dirla tutta. La speranza di sentirla anche in Australia era tanta, il pubblico avrebbe voluto ascoltarla. Speranza assolutamente non tradita, in quanto "Far Beyond Metal" rappresenta un'esclusiva per gli allora tour, adoperata per l'appunto da riempitivo, almeno per quanto riguardava unicamente le setlist proposte (verrà poi registrata nel 2006 per l'ultimo disco in studio, "The New Black"). Una canzone atipica, almeno per gli standard creati dalla band con i due precedenti album. Basta fare mente locale, e si capisce subito che la traccia è stata fortemente ispirata dal progetto solista di Townsend, "Ocean Machine", messo in piedi solo qualche mese prima di questo concerto. Devin ce la presenta come "un omaggio al metal", ma in realtà altro non è che una parodia. Musicalmente parlando, ci troviamo di fronte alla più complessa canzone della band (almeno fino a quel momento), con dei riff molto più articolati e calmi, e addirittura delle sezioni di tapping sostenute da cori durante i vari bridge. Il pogo ovviamente non manca, ma non siamo agli estremi delle canzoni precedenti. Una canzone che serve quasi da pausa, che fa prendere il respiro sia a noi, che alla band. Dicevo parodia, in quanto il testo della canzone è quasi completamente senza senso. La prima strofa recita: "King Raul beat off King Raul wank King Raul beat off King Raul wank". Appunto, senza senso! Un breve ma bellissimo assolo spezza in due la canzone, alla fine del quale Devin ci comunica quanto segue: "The purpose of this exercise is to accentuate the cheesier parts!"  (trad. Lo scopo di questo esercizio è di accentuare le parti di cattivo gusto!), preludio della strofa più folle e ironica mai scritta (forse) dal canadese "Now in the halls of the Necro-Lord, Flash of fear when he sees my sword, I raped his women, smoked his bone, Leave a booger underneath his throne" (non ne trascrivo la traduzione in quanto molto volgare, vi lascio totale libertà di cercarla voi stessi e di trarne le vostre conclusioni!). Finita la canzone, ci accingiamo alla conclusione di questa epica serata con le due ultime tracce, "Underneath the Waves" da "City" ed "Happy Camper" da "HAARHT"... ma purtroppo, il nastro finisce all'inizio della prima delle due, lasciando due buchi vuoti sul disco, prontamente riempiti dalla label con due canzoni registrate in studio. 

Japan

Come detto qualche riga poco sopra, dunque, il nastro del live finisce proprio alla fine di "Far Beyond Metal", lasciando le due restanti tracce "fuori" dal disco di cui vi sto parlando. Come già specificato in fase di introduzione, la "Century Media..." ebbe comunque la geniale idea di inserire in scaletta ben due bonus tracks registrate in studio, in precedenza esclusiva per il pubblico giapponese. La prima, nemmeno a farlo di proposito, è per l'appunto "Japan", bonus track di "HAARHT". Per essere stata estrapolata direttamente dalle sessioni del debut, la canzone risulta molto strana, molto più ragionata e calma, pacata. Non è estrema e veloce come le canzoni del disco, ma si avvicina parecchio allo stile dell'album successivo, creando una sorta di via di mezzo.  Il supporto dei musicisti (ricordiamo che in "HAARHT" Devin risultava l'unico membro operante) porta quindi la canzone vicino agli stili "City", almeno a livello di resa sonora e produzione. Insomma, come avrebbe suonato (forse) il debut se una "vera" band avesse deciso di prenderne in mano le redini, coadiuvando Townsend nell'esecuzione dei vari pezzi. Dopo una prima strofa abbastanza articolata e strutturata, la traccia si apre in un ritornello estremamente melodico e positivo, con la voce di Devin che, tramite l'utilizzo dell'eco e delle backing vocals, riesce a palesarsi in maniera particolarmente eterea, quasi sfuggente. Purtroppo, il carattere "live in studio" di "Japan" spezza in maniera netta l'atmosfera che il disco dovrebbe avere da inizio a fine; trattandosi pur sempre di un live album, l'assenza del pubblico di sottofondo rende il sound leggermente più freddo, pacando gli animi invece incandescenti fino a qualche minuto prima. Liricamente ci troviamo di fronte a uno dei testi più brevi e, sicuramente, uno dei più belli scritti dal canadese. Il tempo è qualcosa che si può collegare a tutto: passato, presente, futuro, amore, decisioni, dubbi. È tutto una questione di tempo. L'amore, a volte, può finire per dar modo di pensare a se stessi e viaggiare, allontanarsi. Il tempo riporta la memoria a quando eravamo piccoli, e ci fa domandare cosa il futuro abbia in serbo per noi. Devin decide proprio in questo istante, allora, che è arrivato il momento per lui di tornare in Giappone ("I'm going back to Japan"). Una terra che deve forse aiutarlo a superare qualche delusione, in quanto - negli ultimi versi - osserviamo il suo saluto alla sua amata. "Addio, mio amor..." leggiamo, e per quanto un verso del genere ci faccia effettivamente sorridere (ben ce le ricordiamo, le colate di odio, rabbia e black humour presenti in "HAARHT"), esso risulta perfettamente inserito nel suo contesto, non sfigurando assolutamente.

Centipede

Andiamo ora con la traccia conclusiva di questo "No Sleep 'Till Bedtime", primo live album live ufficiale degli Strapping Young Lad. Seconda delle due tracce registrate live in studio, questa volta tocca a "Centipede", anch'essa bonus track della versione giapponese di "City". L'inizio di questa canzone è affidato a una sezione di chitarra estremamente distorta, accompagnata da un pattern solenne di tastiera. Entrano in gioco basso e batteria, che iniziano a dare un ritmo anche abbastanza lento e groovy alla traccia. Un riff ossessivo ma molto orecchiabile viene alternato a sezioni melodiche e molto distorte. La traccia procede su questi canoni, non allontanandosi molto dalla musicalità e dalla struttura delle canzoni di "City", con cui condivide anche la produzione, spaventosamente simile a quella tipica del disco pocanzi citato. Si chiude su una sezione quasi ambient, con le ultime parole del testo cantate a bassa voce da Townsend.

Una delle tantissime cose belle della musica sono i testi e, a volte, questi tendono ad essere estremamente criptici e personali. "Centipede" è uno di questi, un testo quasi senza senso, poiché quasi sicuramente riguarda un qualcosa di talmente vicino al Canadese da non poterci essere chiaro. A voi la libera interpretazione, posso comunque fornirvi delle "basi". In quanto è chiaro che il "centopiedi" in questione stia parlando nuovamente d'amore, come accaduto in Japan. Il che risulta ancor più antitetico con i testi della "città". L'album che più di tutti mostra un approccio violento, cibernetico e sferragliante dal punto di vista musicale, proprio per supportare liriche deliranti e decisamente impregnate di veleno. Qui, tutto cambia. Pochi versi sconnessi nei quali una figura femminile lascia "nel dubbio" un protagonista, rendendolo di fatto triste e sconcertato al contempo. Cosa fare o pensare? E' quasi impossibile potersi dare una risposta. Un tira e molla perpetuo, lasciarsi, ritrovarsi e lasciarsi di nuovo. Una donna che ci fa sentire giù, ci innalza e poi ci scaraventa di nuovo nell'abisso. Pochissime parole, molto mistero.

Conclusioni

Finito il disco, rimane solo silenzio; quel silenzio che, alla fine di ogni album, ti permette di riflettere su quello che si è appena finito di ascoltare. E' giunto il momento di tornare a casa, di lasciare il locale, di trarre le nostre conclusioni in merito a quanto abbiamo ascoltato neanche una manciata di secondi fa. Pensierosi ci avviamo verso casa, montando sul nostro mezzo, con le orecchie che ancora fischiano e chiedono pietà. Del resto, un assalto sonoro simile non è certo roba di tutti i giorni. Un live album, l'oggetto del mio articolo, che davvero riesce a fare la differenza: a suon di cattive intenzioni tramutate in fatti, di suoni brutali e di velocità / potenza sì magnificamente espresse da risultare quasi inquietanti, nel loro svolgersi e presentarsi. Non voglio adoperare metafore o giri di parole, posso tranquillamente comunicarvi quel che penso, in maniera sincera e soprattutto diretta: "No Sleep 'Till Bedtime" è uno dei migliori live album che il sottoscritto abbia mai ascoltato. Una produzione cristallina, pulita ed omogenea, che migliora le canzoni prese dal primo disco e perfeziona le tracce prese dal secondo, innalzandole verso un livello qualitativamente superiore. Se parlando di "HAARHT" migliorare era "semplice", visto che - lo ricordo - l'unico "punto debole" di quell'album sta nel lavoro in solitaria di Devin, rendere ancor più belli i brani di "City" era un'impresa pressoché impossibile. Dopo tutto, la città fu il passo verso la definitiva consacrazione, l'album perfetto sul quale potersi basare per costruire un futuro solido ed inscalfibile. Come si può rendere un disco da 10, un disco da 11? Semplicemente chiamandosi Devin Townsend e mostrando i brani sotto una nuova luce, caricandoli d'effetto e tensione. Una spettacolare prestazione live, che dona ai fan un resa identica a quella del disco solo con più "spinta". Un'aura di devastante potenza capace di farci scapocciare anche ascoltando da cd pur non essendo presenti "fisicamente" nel luogo del concerto. Le canzoni suonate sul palco sono identiche alle loro controparti registrate in studio, ogni accordo - frangente particolare - gioco d'effetti viene rieseguito in maniera ottima, giusto con qualche differenza qui e lì in alcune tracce, ma che non rovinano assolutamente il disco e l'atmosfera generale. Che, lo ripetiamo, risulta anzi più rovente ed accesa di come si poteva udire su disco. Insomma, un album che sembrerebbe avere solamente pregi... ma che non risulta, alla fine dei giochi, esente da difetti. Proprio perché un neo effettivamente è presente, e sebbene non sia troppo grande da far urlare allo scandalo, non è nemmeno troppo insignificante da esser trascurato senza neanche una menzione, quanto più piccola ed educata possibile. In sostanza, quello che può sembrare un difetto risiede nello "stacco" fra live e studio. Un problema che senza dubbio si manifesta subito dopo l'ultimo brano eseguito da palco, lasciandoci leggermente con l'amaro in bocca. E se il nastro avesse continuato a scorrere, anziché esaurirsi mozzando di netto il concerto? Ci saremmo ritrovati con ben nove perle dal vivo, senza il bisogno di due bonus tracks la cui presenza non risultò neanche troppo gradita agli S.Y.L., i quali - lo ripeto - vennero effettivamente colti di sorpresa da questa idea della "Century Media...". Polemiche a parte, a mio avviso il problema è stato comunque gestito magistralmente, benché l'espediente faccia in fin dei conti calare giusto un po' l'atmosfera d'insieme. Vedendo però il bicchiere mezzo pieno, era stato reso possibile l'ascolto di canzoni altrimenti (all'epoca) impossibili da ascoltare, almeno per il mercato americano e nostrano, vista la loro difficile reperibilità. Troppo spesso, i fan giapponesi hanno più fortuna di noi occidentali... era bene dunque settare diversamente la bilancia, concedendo anche ad Europa ed America due perle sinceramente apprezzabili, sia dal punto di vista musicale che testuale, nonostante parliamo di versi criptici e di difficile assimilazione. Le solite trovate di un Townsend che non finiva e non finirà mai di stupirci, fortunatamente.

1) Velvet Kevorkian
2) All Hail the New Flesh
3) Home Nucleonics
4) Oh My Fucking God
5) SYL
6) In The Rainy Season
7) Far Beyond Metal
8) Japan
9) Centipede
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