STRAPPING YOUNG LAD

Heavy as a Really Heavy Thing

1995 - Century Media Records

A CURA DI
ANTONIO RUBINO
13/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Nel 1994,  il poliedrico  Devin Townsend si apprestava ad esordire mediante il rilascio di uno dei dischi più assurdi e sperimentali che il mondo Metal abbia mai ascoltato. Ma andiamo con ordine. Chi è Devin Townsend? Devin Townsend è un musicista canadese, divenuto famoso per la sua versatilità e il suo spiccatissimo senso dell'umorismo. Influenzato da una miriade di generi musicali, tra cui Metal, jazz, blues, elettronica e altri, inizia la sua carriera musicale sin dalla prima infanzia, avvicinandosi al banjo all'età di cinque anni. Uno strumento particolarmente folkloristico, scelta particolare in quanto distante dai tre pilastri del Rock / Metal (ovvero chitarra, basso e batteria). Già nelle prime fasi di vita, quindi, il Nostro si svelava decisamente estroso e volenteroso di incorporare nella sua futura esperienza quanto più materiale possibile, in maniera totalmente "onnivora". All'età di dodici anni decise in seguito di dedicarsi ad uno strumento decisamente più "canonico", prendendo in mano una sei corde e cominciando di fatto una brillante carriera in erba, la quale lo vide far parte di diversi gruppi appartenenti al circuito liceale. All'età di 19 anni fondò quindi la sua prima band ufficiale, i Grey Skies, contemporaneamente avvicinandosi ad un'altra band: i Noisescapes, con i quali iniziò a suonare per colmare il vuoto lasciato dal dimissionario Jed Simon, dividendo la scena (oltre agli altri membri) con il bassista Byron Stroud. Due nomi, amici lettori, che vi invito a tenere bene a mente. Quando sarà il momento, capirete il perché. Tornando allo svolgimento della storia, con i Noisescapes il nostro Devin incide i suoi primi pezzi in studio, poi raccolti in una demo proposta a varie etichette, con la speranza di ottenere un contratto discografico. Contratto che arrivò grazie all'interesse della "Relativity Records", la quale si mostrò ben più interessata al talento di Townsend come cantante che al gruppo in sé; nonostante i Noisescapes riuscirono comunque ad incidere con essa un album, "Promise". Dicevamo, però, di quanto il musicista sovrastasse il resto della band, grazie al suo estro ed alla sua abilità dietro il microfono ed alla sei corde. Proprio  per questo, la label diede a Devin la possibilità di incontrare il chitarrista statunitense Steve Vai, decisamente interessato a collaborare con lui. Trovatisi entrambi sulla stessa lunghezza d'onda, il sodalizio poté iniziare, protraendosi per poco meno di due anni. Con Steve, Townsend registra l'album "Sex & Religion", a cui segue un tour mondiale a supporto del disco, più un'ulteriore serie di concerti questa volta insieme ai The Wildhearts, band supporto di Vai. Con i quali, il canadese registrò il singolo "Urge", in qualità di ospite. Siamo dunque nel 1994, e l'instancabile musicista decide di lanciarsi in un altro progetto ancora: una Thrash Metal band formata, oltre che da lui in veste di chitarrista, anche da Jason Newsted al basso ed alla voce, nonché da Tom Hunting (Exodus) alla batteria. Il progetto, denominato IR8, fu però avviato solo per puro divertimento, e nulla più. "La gente aveva ascoltato le nostre canzoni, pensava che avremmo realizzato un CD... ma non era assolutamente nostra intenzione. Avevano preso questo progetto troppo sul serio!"; queste le dichiarazioni del chitarrista, circa questa sua parentesi musicale. Parole dirette e prive di significati nascosti, le quali non facevano altro che giustificare l'estrema poliedricità di Devin, la sua voglia di confrontarsi ogni volta con un genere differente. Piccola nota per i più curiosi: i brani registrati dagli IR8 sono comunque contenuti nella compilation "IR8 vs. Sexoturica", rilasciata da Newsted nel 2002. Arrivati a questo punto, potremmo forse giudicare - almeno all'apparenza - come "felice" questa prima tranche di carriera. Un frangente nel quale Devin ha potuto collaborare con musicisti di fama mondiale, girando il mondo, accumulando sensibili quantitativi d'esperienza. Certo, l'ago della bilancia pendeva comunque verso una sorta di positività, sostanziale... eppure, il canadese si sentiva non poco insoddisfatto, "vuoto" addirittura. Come dichiarato in molte sue interviste, il vero problema era l'essere "il musicista di qualcun altro" e non il musicista che egli avrebbe davvero voluto essere. Dopo la sua collaborazione con Steve Vai, infatti, la "Relativity..." accantonò senza troppe spiegazioni i Noisescapes, giudicando la musica di Devin "non molto commerciale". Ogni volta che il Nostro tentava di esprimere se stesso, veniva di fatto invitato a ripensarci, a piegarsi alle esigenze altrui. In una parola, veniva relegato al ruolo di turnista. Di lusso, certo (date le sue enormi abilità), ma pur sempre turnista. Caparbiamente, Townsend decise di non arrendersi. Andò avanti, provò e riprovò... non si arrese neppure quando il presidente della "Roadrunner Records" rifiutò di collaborare con lui, definendo la sua musica "solo rumore". Finché una telefonata gli cambiò letteralmente la vita. Finalmente, dopo innumerevoli rifiuti e critiche alla sua musica, Townsend, nel 1994, riceve un'importantissima offerta dalla "Century Media Records", importantissima etichetta discografica diffusa a livello mondiale, che gli dà l'opportunità di registrare un disco di musica estrema. Vedendolo come un nuovo inizio, il Nostro inventa letteralmente il  moniker Strapping Young Lad, registrando il primo disco tutto da sé, ricominciando da capo. Addirittura, non volendo adoperare il suo vero nome, usando lo pseudonimo "Nived" (il suo nome, al contrario). Il perché, è presto detto: non l'intenzione di rinnegare se stesso, bensì la voglia di non essere etichettato come "il cantante di Steve Vai" e dunque giudicato in base a ciò che faceva al fianco del virtuoso. Nel 1995 vede dunque la luce "Heavy as Really Heavy Thing", primo album della band (ancora un solo project, all'epoca) e disco destinato a segnare in modo incisivo la carriera del musicista canadese e la scena anni '90 del metal. Ciò che troviamo all'interno è un industrial fortemente influenzato dalla musica estrema, miscela che di fatto rende la musica molto caotica ed inquietante. Un sound fortemente originale, con ritmiche serrate, riff veloci e pesantissimi e una voce che alterna urla forsennate a parti in clean quasi comiche. Avrete capito, dunque, che di carne al fuoco ne abbiamo tantissima. Un disco del genere non merita un'analisi generica. No, "Heavy as a Really Heavy Thing" va analizzato traccia per traccia, testo per testo, riff per riff. Solo così daremo vera giustizia a un album che, a 22 anni dalla sua uscita, risulta ancora più folle e geniale più che mai.

S.Y.L.

Con cosa si può rappresentare un Robot che prova odio? Sicuramente con "S.Y.L.", traccia d'apertura di "Heavy as a Really Heavy Thing". Fin da subito capiamo l'intento della canzone: una critica spietata e poco velata verso tutti quelli che hanno "distrutto" l'ego di Townsend. "I was a puzzle in your sick life", "And I worked through your fucking lies" e altri versi della prima strofa distruggono tutti i detrattori del Canadese, il quale decide di sfogarsi contro chiunque lo abbia confinato al ruolo di eterno secondo. Delusioni, rabbia, frustrazioni... ogni malattia dell'anima sembra rivivere lungo questa furiosa traccia. Un brano sugli scudi composto da Devin per dichiarare guerra al mondo, prendendo letteralmente a raffiche di pugni quell'industria discografica la quale voleva usarlo come un miserabile burattino. Un talento del genere ridotto ad un semplice comprimario: immaginate cosa ci saremmo persi, se il Nostro si fosse arreso a quell'evenienza. Invece, no. Il ruggito di Townsend è ben percepibile, a chilometri di distanza. Parole dure, che macinano distruggendo ogni ostacolo. E gli strumenti non sono da meno: polverizzano letteralmente tutto, un carro armato diretto verso gli haters del musicista, senza pietà e senza ripensamenti. Devin però non si calma: ecco che dalla rabbia si passa a forza e coraggio. Il testo si trasforma in una presa di posizione: "I am the coming of a new age", "I've seen the comings of a new time, get ready...", "To stand it through, by any length", sono alcuni dei versi che compongono il resto del testo. Un inno, un incoraggiamento a se stesso e a chi lo ha aiutato fino a quel punto compongono una profezia del cantante. In questo punto della traccia, la voce si fa sussurrata, e la strumentale diventa una marcia inarrestabile che sostiene gli intenti bellici e rivoluzionari della voce.  Le influenze si fanno sentire tutte: non siamo davanti a un semplice Industrial, qui si possono trovare tutte le ramificazioni della musica estrema: Thrash, Death, e Groove si mescolano alla perfezione con ritornelli ariosi e colmi di speranza, proprio come il testo. Una traccia perfetta per aprire il disco, una canzone che dice tutto e niente, ma lo fa divinamente e senza fronzoli.

In The Rainy Season

Una piccolissima sezione di basso ci introduce alla seconda canzone del disco, "In The Rainy Season", facendoci notare sin da subito che gli animi non si sono calmati, gli spiriti sono ancora bollenti, incandescenti. Nonostante questo la traccia si configura come un'invocazione della pioggia. Lo stesso Devin ci dice che è stanco del caldo, è stanco del calore... e tutto quel che vuole, non è altro acqua e ombra. ("Bring me rain", "Take this away... July, July, July bring me rain"). Cosa vuole farci intendere attraverso questo "viaggio nel deserto accompagnato da strane presenze", di cui ci parla attraverso dei versi? Ovviamente, il tutto risulta come una metafora:  ogni verso nasconde un messaggio. Ma cosa vuole comunicarci? Sarebbe arduo, ora come ora, spiegarlo. Il deserto è da sempre visto come metafora di perdizione e smarrimento, un luogo dal quale è quasi impossibile salvarsi, una volta perduticisi. Per questo, girando in tondo sino all'esaurimento, ad un certo punto non possiamo fare altro che inginocchiarci e sperare che la pioggia arrivi a rinfrescarci. Un modo per comunicarci quanto sia dura la vita? Quanto alcune volte tutti siamo accomunati dallo stare in ginocchio? Molto probabile che sia così. Il bello della musica, e della musica di Devin in particolare, sono le infinite modalità di approccio; quindi vi lascio il piacere di farvi una vostra idea, senza influenzarvi in alcun modo. Musicalmente, invece, la traccia sembra discostarsi dalla precedente "S.Y.L.", andando ad esplorare territori più ampi e ariosi (soprattutto nel refrain, il quale picchia forte ma mostra contemporaneamente linee vocali più melodiche), senza abbandonare la componente estrema finora mostrata; una componente estrema a dir poco pulsante, che a tratti sfiora, in questa canzone, il Grindcore più cybernetico possibile, reso tale da espedienti elettronici particolarissimi. Ora supportato da sezioni melodiche non propriamente "adatte" ad un qualcosa di così crudele, ora ricco di sensazioni "spaziali" che di certo farebbero la gioia dei conterranei Voivod. Insomma, un mix letale di emozioni fra di loro discostanti, quasi antitetiche. La sezione finale, invece, calma letteralmente i bollenti spiriti, gettando definitivamente acqua sul fuoco. Abbiamo dunque una parentesi dominata da eterei synth, con la chitarra che segue alla perfezione la sezione ritmica. Un tutto che sostiene una voce calma, acuti sognanti e eterei, i quali ci accompagnano dolcemente alla fine di questa traccia meno folle, ma decisamente più atmosferica.

Goat

La cosa che più di tutte rende Devin originale è la facilità con cui cambia drasticamente genere, nello stesso brano o da un brano all'altro. "In the Rainy Season" ci lascia con un'outro acustica, ariosa... ma subito dopo, ecco che ci sbatte letteralmente in faccia del Noise il quale ci fa ritornare subito con i piedi per terra. Dopo il rovente viaggio nel deserto, invocando disperatamente un po' di pioggia, torniamo dunque sani e salvi a casa, re-immersi nella quotidiana routine, alle prese con un grave problema di tutti i giorni, affliggente (o avente afflitto) forse ogni singola persona sulla faccia della terra: cosa c'è di più brutto - infatti - del lavoro non gratificante? Della routine, della quotidianità? "Goat (Capro)" parla proprio di questo; il frontman paragona tutti i lavoratori "passivi" a delle Goats, delle capre. Ma non solo nel lavoro, anche nella quotidianità ci fa notare come siamo facilmente abbindolabili, come ci lasciamo trasportare facilemnte dal bisogno di soldi e dal desiderio di dare una svolta alla propria vita. Almeno questo è quanto traspare da versi come "Work expectations bind the holy to the wrong", "Old buck he pumps it up, to keep his life from getting low",  "Then back to compo when he's home". Insomma, un attacco non proprio velato a determinati sistemi. Per quanto riguarda il songwriting, in questa terza traccia del disco troviamo del Groove che prende ispirazione dai Pantera, con dei riff estremamente groovy e accattivanti; un Devin che quasi scimmiotta i colleghi Phil Anselmo (soprattutto lui!) Dimebag Darrell e Rex Brown, dando vita a quello che sembra a tutti gli effetti un outtake di "Far Beyond Driven". Le ritmiche e le atmosfere sembrano in effetti ricalcare quelle tipiche del settimo album dei nativi di Pantego. Il tutto arricchito da rumori "industriali", simili a quelli emessi in una fabbrica (proprio per ricordarci il tema della traccia) e dei versi di capra lungo i vari ritornelli. Sì, versi di capra, abilissimamente inseriti "a ritmo" ed in grado di esprimere al meglio la polemica che il brano intende lanciare. Insomma, un brano che non si muove lungo velocità esaltanti, al contrario, fa del ritmo la sua arma migliore. Eppure, anche nel suo discostarsi da quanto udito in precedenza, riesce a conquistare grazie alle sue cadenze ed al suo svolgersi così accattivante ed invitante alla nobile arte dello "scuotimento di testa".

Cod Metal King

Per la legge dei grandi numeri, ogni disco ha il suo filler. O meglio, quasi ogni disco. Purtroppo, "Really as a Really Heavy Thing" cade proprio in quella trappola. "Cod Metal King" si aggiudica il titolo di riempitivo dell'album, una traccia che passa tranquillamente inosservata, senza lodi o che spinga a prodigarci in chissà che riconoscimenti. Un industrial di ispirazione Ministry, con un cantato siimil Death Metal, unica vera "perla" della canzone. Si inizia dunque con una drum machine estremamente ritmata, seguita da un basso anch'esso carico di groove. Sound arricchito dunque da effetti elettronici non troppo invasivi ma di seguito imbastardito da una chitarra elettrica massiccia ed arrabbiata, mai comunque volenterosa di "coprire" il tutto. Dicevamo di atmosfere alla Ministry, ma non sarebbe sbagliato parlare anche di trovate che, di lì a poco, avrebbero influenzato un gigante dello showbiz come Marylin Manson, soprattutto per quel che concerne alcune soluzioni tipiche del refrain. Interessante, in questo senso, la seconda metà abbondante del brano, nella quale il "monotono" ritmo generale viene in effetti quasi ad anticipare lo stile che in futuro sarà parte integrante dei dischi del Reverendo. Il tutto si infrange dunque in una cantilena fanciullesca, un finale nel quale un bambino canta innocentemente una filastrocca in inglese. Trovata bizzarra, insomma, ed anche il testo non è da meno: qui si criticano di nuovo i "vertici" (case discografiche, direttori di azienda, ecc) con dei versi che a volte confondono, poco chiari e colmi di metafore messe alla rinfusa. In tal senso, il caos lo si percepisce sin dal titolo. Una traduzione esatta, in italiano, dell'espressione "Cod Metal King" sarebbe infatti impossibile da dare: "cod" è un termine inglese - infatti - atto ad indicare sia l' "inganno" in sé che un particolare tipo di pesce, il merluzzo. Considerando l'humour tipico di Devin, che la creatura marina sia dunque da considerarsi non è da escludersi. Leggendo più attentamente, però, e soprattutto tenendo in considerazione la parola "Metal", la traduzione "inganno" sembra la più appropriata. Il Re degli inganni metallici, insomma, dedicata come dicevamo al "vertice", al "presidente". Che si tratti dunque di una frecciata presso i piani alti delle case discografiche, sulla carta "metallari" ma in verità dediti al culto del guadagno facile, attraverso la ricerca ed il proporre musica quanto più commerciale possibile? Una canzone che abbassa di un punto il voto finale, non mostrando nulla di nuovo... ma che comunque riesce a far sentire un leggerissimo fremito grazie a un assolo fortemente distorto, e una chiusura affidata, come dicevamo, a quella voce bianca così spiazzante.

Happy Camper

Rabbia. Odio. Disgusto. Schifo. Come esprimere tutto questo? Attraverso il grindcore ed il thrash, ovviamente! "Happy Camper" non lascia tregua, un carro armato che spara direttamente ai timpani di tutti quei poverini che lo incroceranno sulle loro vie. Una canzone divisa in tre parti per 3 minuti di durata, la quinta traccia del disco non fa prigionieri: nella prima assistiamo quindi al trionfo di Grind / Hardcore pocanzi citato, una porzione di brano nel quale il Nostro sembra unire gli Slayer agli Extreme Noise Terror, con un cantato vagamente à la Macabre. Primo minuto passato, nel secondo Devin torna a parodiare i Pantera proponendo un groove all'interno del quale si fa largo prepotentemente un cantato in stile Anselmo. Qualche piccola soluzione à la Voivod si fa largo dunque nel terzo minuto, in cui un Thrash freddo, industriale e cibernetico sembra far rivivere i fasti di "Killing Technology". Si riprende dunque con il Grind / Hardcore / Thrash sino alla fine, frangente nel quale il buon Townsend sembra squarciarsi le corde vocali, tanto spinge sul pedale. Un brano insomma violentissimo e privo di punti morti o fasi di stanca. Un pezzo che non fa sconti, neanche a livello tematico, dove vengono prese in giro, derise ed umiliate tutte quelle persone che vivono in base ai gusti degli altri e che, più in generale, sono dedite al culto dell'inganno: abbiamo i manager (You've got your fingers in your asshole And your hand on the call), false amicizie (So if you are an asshole who pretends to be a friend), i "fighettini" che sperano di fare soldi attraverso la propria immagine (I hate your fucking faces and your trendy cut hair). Categorie di personaggi con i quali il povero Devin ha dovuto avere a che fare, per questioni di vario tipo. In questa canzone, dunque, troviamo la vera e propria summa dell'odio di Townsend. Categorie e status i quali fanno decisamente perdere la testa al talentuoso musicista canadese; ben conscio dell'illegalità circa l'uso delle mani e delle armi, dunque, il nostro folle genio decide di sfogarsi con il suo mezzo più potente, la musica. Un concentrato d'odio volto a seppellire nella vergogna e nel disprezzo tutti coloro i quali non sono capaci di imporsi, nella vita. Andando dove va il vento, e per questo calandosi le braghe dinnanzi ai più potenti, a chi potrebbe effettivamente aiutarli nella realizzazione dei loro sogni di fama e falsa gloria. Insomma, se conoscete qualcuno che odiate per davvero, dedicargli questa meraviogliosa canzone. Vi farà sentire decisamente meglio!

Critic

Per sopravvivere, a volte siamo costretti a vivere delle vite al limite. Siamo costretti a fare quel che odiamo fare, pur di avere una parvenza di vita tranquilla. Inoltre, c'è chi è costretto a mettere in gioco la propria vita pur di mantenere la sua famiglia. "Critic (Critico)" parla proprio di questo: la traccia n. 6 del disco ci racconta di un uomo sfinito, un uomo stanco obbligato a dover vivere una vita estrema pur di poter sopravvivere ("You took the call, you took the fight I'm finished here, I'm on to the next"), e che comincia seriamente a pensare al suicidio come mossa finale, abbandonare la famiglia a se stessa per smettere di soffrire, per smettere di lottare ("Help me end my nights in here And help me get this water clear"). Ma la speranza è sempre l'ultima a morire: a volte non ci si rende conto che l'unico ostacolo siamo noi stessi, quindi basta farsi forza, dopo un bell'esame di coscienza, per dare un drastico cambiamento alla propria vita. Ed ecco che il nostro eroe, il protagonista di questa canzone, decide di ignorare tutto, e voltare pagina. Anzi, chiudere il libro per aprirne uno nuovo, da riscrivere da zero ("And in the dawn I see the question A bleeding wrong forcing right"). La cronistoria della vita di Devin sino a quel momento, insomma. Tutto questo ha un sottofondo estremo: la musica si allontana dal Grind della precedente, per esplorare territori vicini al punk e al thrash, con un pizzico di groove, senza ovviamente abbandonare quell'industrial che ci accompagna sin dall'inizio dell'ascolto. Una miscela strana, che incorpora stilemi più groove novantiani ad altri ben più classici. Exhorder e Pantera che dominano circa il fattore influenza, più tutta una serie di trovate simili a sprizzi di melodica ariosità. Dal secondo minuto si cambia registro, avvicinandosi ad una sorta di "sludge" che sottolinea alla perfezione il momento della depressione. Un po' Crowbar, a dire il vero, momento assai lento e cadenzato, sofferto, sentiti. Ma ecco che dopo poco la traccia riparte, proprio quando si decide di cambiare vita, con un effetto elettronico che cresce man mano che la canzone avanza impetuosa, a suon di martellanti ritmiche e galoppanti velocità, più il ritorno dei melodici refrain, chiudendosi con un impressionante urlo di pura liberazione, di pura vittoria. Uno stile, quello dell'ultimo frangente, il quale avrebbe in seguito definito alcune delle coordinate musicali dell'immenso filone Alternative tipico dei 2000.

The Filler - Sweet City Jesus

Tutti, chi prima o chi dopo, siamo stati utilizzati come oggetti dal punto di vista amoroso. Chi era la ruota di scorta, chi ha avuto la fortuna (o sfortuna) di diventare un amante, e chi semplicemente è stato utilizzato come "riempitivo" dal proprio partner, nell'attesa del "vero amore". "The Filler - Sweet City Jesus" parla proprio di questo: accompagnato da una base musicale che strizza nuovamente l'occhio al groove, la traccia è un tributo a tutte quelle persone che sono divenute filler, riempitivi, per il proprio amore ovviamente non corrisposto. Ancora una volta, un racconto che si potrebbe benissimo interpretare ripensando alla carriera di Devin, ed a tutte le vicissitudini ad egli occorse fino a quel momento. Lo dicevamo anche in fase d'introduzione. Cos'era Townsend se non un "filler", un riempitivo, all'interno del suo contesto? Certo, l'onore di condividere il palco con grandi musicisti non gli era indifferente... eppure, la sofferenza più grande derivava dal constatare quanto le sue ali fossero tarpate. Insomma, sentirsi fuori posto, non potersi esprimere, non poter andare avanti nella maniera più consona ed adatta a noi. Un po' come essere bloccati in una relazione in cui il partner ci considera al massimo come delle "brave persone", degli "amici"... ma non più come l'amore della sua vita. Una traccia con un ritmo assillante, piena di noise e rumori particolari, particolarmente ritmata e dunque costellata di espedienti ai limiti dell'industrial e dell'elettronica. Suoni che crescono di intensità con l'incedere del minutaggio, accompagnando quindi questa traccia al raggiungimento di situazioni ben studiate e calibrate sin nel minimo dettaglio. Importante constatare come Devin abbia voluto rendere questo primo album quanto di più estroso possibile, giocando ogni volta con espedienti fra di loro differenti. Non solo Groove ma appunto anche Industrial, rumori, sinistre melodie, un cantato ogni volta estroverso e particolare quant'altri mai. Insomma, è anche grazie a tracce come questa che il canadese iniziava a farsi conoscere come uno dei più importanti innovatori e sperimentatori in campo Metal. Un brano che rafforza questa sensazione di "crescendo particolare", fino a raggiungere il suo picco disturbante alla fine, dove il sottoscritto ha dovuto abbassare il volume per non giocarsi definitivamente i timpani. E ironia della sorte, questa canzone non è assolutamente un filler, ma anzi, una delle migliori del disco. Davvero una gran prova.

Skin Me

Siamo quasi giunti alla fine di questo disturbante viaggio. L'ottava traccia di questo originale album, "Skin Me", fa ritornare la mente all'inizio del disco. Ci troviamo di nuovo di fronte a un indutrial "classico", vecchio stampo, di matrice Ministry, anche se leggermente influenzato dalla musica techno, soprattutto nelle prima metà della canzone. Per non parlare della chitarra, incredibilmente pesante ed in grado di adattarsi a questo contesto, in maniera pressappoco perfetta. Ed ecco che intorno al minuto 2 e mezzo, il componimento accellera, schiaccia il piede sul pedale trasformandosi in una canzone heavy estremamente cadenzata, ritmata. Nel frattempo, voci di sottofondo e rumori vari aumentano di volume e intensità, fino alla fine, dove gli strumenti si fermano e voci ed effetti vanno da soli, come un coro acappella composto da pazienti di un manicomio. Perché, in fin dei conti, la sensazione è proprio questa: quella di avere a che fare con dei pazzi scatenati alle prese con chissà che crisi, di chissà che intensità. Un vero e proprio "psycho circus" composto da cori di dannati, da voci ora estreme ora filtrate. Un effetto "straniante" che, ancora una volta, ci riduce attoniti e privi di punti di riferimento. Anche qui la tematica è quella della denuncia al sistema discografico, ma questa volta viene celata; non siamo davanti alla furia e alla violenza della prima traccia, ma c'è una sorta di maturità di fondo, in grado di rendere Devin più arguto e misurato nelle sue critiche, sfoggiando un'ironia degna di una persona estremamente intelligente e sul pezzo. Quindi il tema viene affrontato attraverso delle metafore ("Sit here, Blue light, Washed out, Borrowed, Pin me up and boil, Welcome to the wrong"), fino al verso finale ("That is the death of music"), piccola (probabile) anticipazione dell'ultima traccia del suo primo disco solista, "Ocean Machine". Insomma, tutto un insieme di critiche rivolte ad un sistema il quale non premia impegno ed originalità, ma anzi è dedito all'arte sinistra del trasformare qualcuno a proprio piacimento. La "morte della musica", proprio perché l'intero sistema sembra non funzionare e sembra per questo motivo privilegiare lo "sbagliato". Quel che in apparenza non dovrebbe funzionare, ma che alla fine ci propinano come buono e giusto. Sicuramente una delle tracce più semplici e immediate del disco, se non una delle migliori. A differenza dell'altra track "Ministry oriented", dal ritmo troppo blando e poco coinvolgente.

Drizzlehell

Ok, ora mettete a letto i bambini. Sì, perché si toccano temi per adulti, assolutamente vietati ai minori. Fatto? Sono tutti a letto? Bene. Questa canzone parla della... masturbazione! Esatto, avete letto benissimo. La nona traccia, "Drizzlehell"  fa uscire il lato più folle e volgare di Townsend, lato ormai conosciuto a chiunque lo segue da almeno 3-4 anni. Un lato divertente, e a tratti inquietante, soprattutto in questa canzone, dove egli cambia faccia impersonando diversi pervertiti intenti ad appagare la loro sete di auto-piacere, ovviamente attraverso pratiche "perverse", tipo il voyerismo. Osservare i movimenti di una ragazza, spiarla letteralmente, desiderare di possederla, esibendo la propria voglia in pubblico senza vergogna. Una soluzione che potrebbe ricordare alcuni testi dei Venom, ispirati in tal senso dalla pratica "onanistica". "Teacher's Pet", "Voyeur", brani parimenti diretti ed incentrati sulla cronistoria di varie fantasie a dir poco perverse: da un alunno che sogna di eseguire un "69" con la sua professoressa ed un uomo intento a spiare giovani ragazze e coppie appartate mediante un binocolo. Un tipo di umorismo di grana grossa ripreso dunque dal buon Devin, il quale si dimostra parimenti "sguaiato" in certe narrazioni e soprattutto umoristicamente caustico. Davvero un testo particolare, del resto delle liriche circa l'atto più antico del mondo non sono mai state così troppo esplicite! Tutto questo sostenuto da una sezione musicale che strizza l'occhio al punk più moderno, senza abbandonare minimamente l'impronta industrial che ci sta tenendo per mano sin dall'inizio del nostro ascolto. La traccia inizia con un insieme di distorsioni e riverberi vari, sia di chitarra che di basso, per poi sfociare appunto in scalcinati stilemi punk già citati poco più sopra. La voce del frontman parte prima normale, pulita, ma si distorce e modifica man mano che il minutaggio passa, diventando addirittura quasi impercettibile alla fine di ogni strofa, quasi il Nostro volesse "scivolare" all'interno del caos più totale, di fatto spiazzandoci e rendendoci ancora una volta pieni di punti interrogativi. Perché, queste intuizioni? Perché, queste soluzioni? E' Devin Townsend, amici lettori. Da un genio come lui, non possiamo aspettarci altro. Tre minuti di traccia che (come ogni singola altra traccia del disco) aumenta di intensità, diventando sempre più violenta e disturbante, fino all'apice finale, che mi ha costretto a rimuovere le cuffie per non giocarmi i timpani, ancora una volta.

Satan's Ice Cream Truck

Ci siamo. L'ultima traccia. L'ultima "fatica". Come avrete abbondantemente capito, se siete arrivati fin qui, non siamo davanti a un disco normale. Quindi, perché aspettarsi un'ultima traccia normale? Dimenticate tutto quello che avete ascoltato fino ad ora. Dimenticate le precedenti 9 tracce, dimenticate tutti questi minuti passati a tormentarvi le orecchie e i vostri timpani (in senso positivo). "Satan's Ice Cream Truck" è la traccia più folle, geniale e originale del disco. Si comincia con un motivetto stile "camioncino dei gelati" (appunto), di quelle cantilene clownesche molto adoperate in simili contesti, per accaparrarsi una buona fetta di pubblico mediante un'apparenza simpatica. Rumori circensi e "pagliacceschi" fanno addirittura da sfondo durante le strofe, le quali sono cantate come fossero una filastrocca per infanti, per l'appunto. Alternate a loro volta a ritornelli pesanti in stile death metal, i più pesanti del disco. Abbiamo il growl più gutturale dell'album, e la chitarra più cupa e pesante. Due minuti di follia pressappoco TOTALE, sfocianti dunque in una fine oscura e cavernosa. Il testo, ovviamente, è puramente ironico, satirico: Satana alla guida di una camionetta di gelati che attira prima i bimbi con una melodia dolce e con parole allegre e divertenti, per poi rivelarsi e portarli con se nel suo inferno fatto di fiamme e gelati sciolti! Ovviamente non manca qualche riferimento troppo velato alla pedofilia (parliamo di Satana, alla fine) e qualche battuta a doppio senso. Proprio perché il modo in cui Satana adesca le sue vittime altro non è che il metodo più adoperato da criminali mossi dai più svariati intenti. Attirare un bambino con dei dolci e farlo poi ritrovare nella tana del lupo, a sua insaputa. Satana, in questo modo, sa bene come attirarsi anime sempre fresche, ottimo combustibile per il suo regno. Una traccia che alza di tantissimo il voto della recensione, proprio perché perfetta come chiusura. Dopo un disco claustrofobico, inquietante e oscuro, una boccata d'aria fresca. Che per di più fa morire dal ridere!

Conclusioni

Quindi, miei cari compagni di lettura, siamo giunti alla conclusione. "Heavy as a Really Heavy Thing" è ufficialmente terminato, lasciando dietro di sé (ovviamente!) tante parole e tanti pensieri da scrivere. Questo è senza ombra di dubbio un disco seminale, un disco che ha cambiato, nel bene e nel male, e nel suo piccolo, una scena che stava cominciando ad avvicinarsi sempre più alla cultura di massa, riportandola alla nicchia di cui ha sempre avuto bisogno; perché, detto francamente e senza troppi giri di parole, questo album non è assolutamente per tutti, al contrario dei lavori più recenti di Devin Townsend: qui abbiamo un disco che merita almeno 5-6 ascolti per essere apprezzato a pieno, per poterlo assimilare, per poterlo rendere nostro e poterne parlare. Un viaggio spiazzante, da inizio a fine, forse dovuto alla gran voglia di Devin di mettersi in gioco, dopo tanti anni di "dietro le quinte". Riflettiamo appunto su questo: lo abbiamo letto e ben capito nell'intro, quanto il canadese fosse scontento dei rifiuti e dei veri e propri insulti ricevuti da più di una casa discografica. Nemmeno troppo poche, le sue brutte esperienze con i vari manager e "talent scout". Quindi, è perfettamente comprensibile il fatto che egli avesse voluto rendere "Heavy..." ben più della sua prima opera; al contrario, qui non parliamo solo di un ottimo esordio, ma di una vera e propria rivincita, di una vera e propria voglia di urlare al mondo la sua presenza. Buttando nel calderone tutto ciò che in quel momento lo ispirava e gli procurava interesse. Industrial, Thrash, elettronica, Punk, Metal... tutto è inserito in questo pazzo guazzabuglio. Il quale, però, ha un senso. Non siamo dinnanzi ad un caos totale, difatti. Siamo davanti al lavoro geniale di un musicista preparato come pochi, il quale ha dimostrato di possedere sin dai suoi primi anni di carriera una maturità compositiva notevole. Far convivere tanti stili non è infatti un qualcosa che tutti saprebbero fare. Al contrario! Devin, questo, lo sapeva. Ed anche in virtù dello scetticismo generale, ha dato prova di sapersi muovere come un vero e proprio veterano, come un genio consumato dal trascorrere del tempo, capace dunque di dar vita - a mo' di mago - ad un golem variopinto e praticamente inarrivabile, indescrivibile. Una creatura, questo "Heavy...", che proprio come il mostro di Frankenstein prende vita attraverso l'assemblaggio di parti eterogenee più la definitiva scossa, l'infusione di vita che solo Townsend avrebbe potuto immettere. E per di più, fortunatamente differendo dal mostro narrato da Mary Shelly, la creatura in questione non sembra volersi ribellare al suo creatore. Certo, siamo solo all'inizio: il progetto Strapping Young Lad deve ancora dimostrare l'assoluto meglio di sé. Ma per il momento, possiamo goderci quanto di più folle il Metal anni '90 ci abbia donato. Folle e ben costruito, congeniato, affinato in molti punti. A differenza di brani sperimentali già presenti in altre situazioni, difatti, i pezzi di "Heavy..." scelgono di concentrarsi in una durata non propriamente imponente. Non suite di venti minuti e neanche sfoggi di tecnica svolti nell'arco di sei minuti e rotti. Decisamente no, l'aura di follia di questo album deve essere subito percepita; cosa che riusciamo a fare discretamente, direi! Ciò proprio per la sua velocità, lunghezza e atmosfera: canzoni della media di 4 minuti, testi che vanno dal violento allo spirituale, dal serio all'umoristico. Tutto ovviamente sostenuto da una varietà musicale disarmante: si passa dal black all'heavy, dal grindcore al punk senza abbandonare l'industrial, genere principale del disco e filo conduttore che mantiene in piedi i 10 componenti che creano questo album. Un lavor che va ascoltato almeno una volta nella vita, uno dei "100 Dischi Metal da Ascoltare Prima di Morire", e da avere assolutamente nella propria collezione. Fidatevi del mio parere, correte a procurarvelo, in qualsiasi forma o formato. Non ve ne pentirete, garantito! 

1) S.Y.L.
2) In The Rainy Season
3) Goat
4) Cod Metal King
5) Happy Camper
6) Critic
7) The Filler - Sweet City Jesus
8) Skin Me
9) Drizzlehell
10) Satan's Ice Cream Truck
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