STRAPPING YOUNG LAD

City

1997 - Century Media Records

A CURA DI
ANTONIO RUBINO
06/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

La seconda tappa del viaggio (purtroppo concluso) degli Strapping Young Lad risponde al nome di "City", disco seminale per la storia della musica Metal, fondamentale per la band e per i loro (all'epoca) pochi fan. A differenza della volta precedente, il buon vecchio Devin Townsend (mastermind e principale compositore del progetto) non fu solo: per questo disco chiamò a rapporto diversi amici e conoscenti, come il leggendario Gene Hoglan ed i vecchi compagni Jed Simon e Byron Stroud. Hoglan soprattutto si rivelò un "acquisto" fondamentale, in virtù della sua incredibile bravura e delle sue collaborazioni con gruppi quali Death e Testament, assieme ai quali aveva già inciso (parliamo sempre del 1997) dischi del calibro di "Individual Thought Patterns" (1993), "Symbolic" (1995) e "Demonic". Non in ultimo, la militanza continua nel suo gruppo principale; quei Dark Angel maestri del Thrash più duro ed intransigente, all'epoca già famosissimi grazie al rilascio di lavori fondamentali come "Darkness Descends" (1986) e "Leave Scars". Autentici capolavori della musica estrema, nei quali il nome di Gene era inciso a chiare lettere. Per suonare qualcosa di altrettanto potente ed urticante, dunque, il Nostro risultò a priori (ed a posteriori) perfetto. Proprio perché, sostituendo alla perfezione la drum machine del disco precedente, il ruggente Hoglan riuscì comunque a dare al disco un ritmo robotico e meccanico, di chiara scuola Industrial. Il lato che - per forza di cose - doveva spiccare, in un lavoro del genere. Simon e Stroud, invece, erano amici di Townsend, e si mostrarono più che entusiasti all'idea di lavorare insieme a un progetto di quel calibro, suonando e registrando rispettivamente chitarra e basso. Un connubio praticamente messo al servizio di quel che sarebbe stato uno dei dischi simbolo degli anni '90. Qualora non fosse ancora chiaro il mio pensiero, mi appresto ad enunciarlo a gran voce. Quel che sto per recensire è, per me, la rappresentazione massima del sound degli Strapping Young Lad: un disco acclamatissimo dalla stampa, la rivincita definitiva di Devin dopo anni di critiche, sacrifici, delusioni. Il riscatto di chi, prima di allora, era stato sempre e solo "il cantante di Steve Vai", ma nulla di più. A suggellare questo trionfo personale ed anche generale, intervenne addirittura la carta stampata, la stessa che per anni ignorò Townsend, confinandolo nell'anonimato. Vi fu infatti una simbolica "premiazione" da parte di Revolver Magazine, noto giornale a tema Rock/Metal il quale definì "City" come uno dischi metal più importanti della storia. Con giusta ragione, aggiungerei. Un platter curato nel dettaglio, il quale vide ancora una volta il ruolo predominante di Townsend alla consolle, coadiuvato comunque da un team di "rifinitori" niente male... fra i quali spiccò un certo Daniel Bergstrand, ai tempi già famoso per le sue collaborazioni "in sala macchine" con i Meshuggah ed in seguito divenuto strettissimo collaboratore di importanti realtà estreme. Fra tutte, Dark Funeral ed In Flames. Una "città" dunque edificata grazie ad un sensibile aumento del gioco di squadra, non soltanto da Devin in solitaria; ma cosa rappresenta, questo nome? Come mai chiamare un disco di musica estrema "City"? Beh, la risposta è abbastanza strana. Inusuale... ed oserei dire "ridicola"! Dopo i lavori al primo disco e la sua conseguente pubblicazione, Devin si trasferì in Inghilterra per lavorare con i The Wildhearts (band del chitarrista virtuoso Steve Vai, con cui in precedenza Townsend aveva registrato un disco), per poi ritornare a Vancouver per lavorare in un ristorante. Stanco di questa vita e di questo andazzo, decide di trasferirsi a Los Angeles, dove fu ospitato da amici in comune; situazione di totale fortuna, dato che fu costretto per forza di cose a dormire sul divano (parole sue). Nel mentre, investito da questa nuova vita e dal carico di problematiche ad essa correlato, scrisse due dischi che, involontariamente ed inconsapevolmente, gli avrebbero cambiato la vita: "Biomech"(che uscirà sotto il moniker di Ocean Machine)  e per l'appunto "City", titolo ispirato alla città in cui viveva all'epoca. Il caos di Los Angeles, una delle città più grandi e tentacolari d'america; una situazione di certo non favorevolissima, dal punto di vista abitativo ed economico. Far di necessità virtù è un'arte, ed il Nostro ha saputo decisamente come rendere "reale" il ben noto proverbio. Costretto per uno strano scherzo del fato a dover creare la propria musica immerso non certo nella pace e nella tranquillità che un musicista - di norma - richiederebbe. Usare dunque questo clima come ispirazione... e comporre! Questo il significato intrinseco di "City", quindi. Questa la storia di un disco epocale, come difficilmente se ne sarebbero visti (nell'allora futuro ed anche nel nostro presente). Un disco che avrebbe consacrato definitivamente gli SYL come una delle band più importanti degli anni '90, insieme ai colleghi Pantera. Un disco che avrebbe segnato definitivamente le vite di tutti quelli che hanno contribuito alla stesura nonché alla registrazione di questo gioiello, questa pietra miliare. Già catturati dalla grafica della copertina, questa volta "oscura" e fredda, cibernetica, mostrante un progetto / circuito stagliato su di un fondo plumbeo, ci accingiamo dunque a varcare le soglie di questa città, cercando di non perderci né di farci fagocitare dalla sua immensa brama. Signore e Signori, questo è "City". Buona lettura.

Velvet Kevorkian

Un metronomo / sirena apre il sipario di "City", presentandoci la prima traccia del lotto, "Velvet Kevorkian". E come detto prima, questa volta il Nostro non è solo, no! Townsend si è portato dietro degli amici, degli alleati, ed è pronto a riprendersi quello che è suo di diritto. Niente rimorsi, basta col guardarsi indietro, basta pensare al passato: il presente è adesso, e bisogna vivere l'oggi. E Devin lo fa mediante una produzione stellare, ariosa e pulitissima. Un sound il quale prende un netto distacco dal precedente "Heavy as a Really Heavy Thing", soprattutto grazie ai musicisti che compongono la band, che finalmente aiutano e supportano il frontman, aumentando  la dose di distruzione che presto le nostre orecchie conosceranno.  Abbiamo una vera batteria, suonata da un batterista ormai diventato leggendario come Gene Hoglan. Preciso come un metronomo, quest'ultimo picchia come se stesse uccidendo quei tamburi e quei piatti, rendendo il tutto più naturale e umano, rispetto alla drum machine utilizzata nel precedente disco. La chitarra è suonata da Jed Simon, che rende il sound graffiante e corposo, grazie ad una distorsione altissima e ad una precisione chirurgica; mentre al basso troviamo Byron Stroud, che rende il tutto corposo e omogeneo, lasciando anche la sua impronta e riuscendosi a ritagliare un piccolo spazio in tutto quel caos industriale e meccanico. Dal canto suo, Devin ci accoglie prima con degli acuti che rimbombano nella nostra testa, un coro di voci che ci avvisa del suo arrivo, del Loro arrivo, per poi prendere in mano un megafono, salire sul punto più alto della piazza centrale della città e gridare al mondo intero le sue intenzioni, parlando con una voce carica di rabbia e adrenalina, ma che non nasconde un pizzico di gioia. Ci incita a unirci a lui, unirci ai suoi Strapping Young Lad, ed entrare a far parte di una famiglia malata ma accogliente, spietata ma intelligente. E noi ovviamente siamo onorati nell'accettare il suo invito, il Loro invito. Potremo finalmente scoprire i meandri più oscuri e nascosti di questa "City".

All Hail The New Flesh

È con la seconda traccia "All Hail The New Flesh", però, che ci rendiamo davvero conto di quanto il distacco tra questo e il precedente lavoro sia netto, quasi abissale. Di nuovo, la produzione è quasi completamente diversa, molto più vicina alle altre produzioni di fine millennio, decisamente ben articolata, molto particolare e diversa. Il songwriting risulta sempre cibernetico e industriale, estremo e veloce, ma c'è molta più melodia, i riff sono più ragionati, con un drumming estremamente preciso ma ben calibrato, molto adrenalinico e grintoso. Ora che siamo entrati nella "City", Devin ci conferma le intenzioni che aveva urlato due minuti fa: lui è tornato, in piena forza e più agguerrito che mai, per riprendersi tutto quello che hater e sfruttatori gli hanno sotratto poco più di 2 anni prima. Tutti quelli che lo hanno denigrato, lo hanno sfruttato e usato come turnista, come riempitivo tra un musicista e l'altro, possono tranquillamente andare a marcire da qualche parte ("All of you assholes can stay rotting here. I do not care, I will not be there!"). La presa di posizione definitiva arriva quando la traccia comincia ad aprirsi, quando accordi di chitarra e batteria heavy creano un'atmosfera carica di pathos e energia. Devin è ufficialmente tornato, ma non per vendicarsi: vuole creare qualcosa di diverso, qualcosa di rivoluzionario e destinato a scrivere la storia. Questo è ufficialmente "City", e questi sono gli Strapping Young Lad. Pura energia estrema ben miscelata ad un quid Industrial meravigliosamente amalgamato alle componenti più "classiche". Il genio di Townsend passa proprio per questa importantissima nota, ovvero amalgamare al Thrash più intransigente ed arrabbiato accorgimenti più moderni. E' qui che entrano dunque in gioco le melodie di cui vi accennavo pocanzi. Melodie capaci di rendere il brano più assimilabile per certi versi, ben rese anche grazie alla versatilità del cantante. Stiamo parlando di un personaggio in grado di fare qualsiasi cosa con la sua ugola, ora suonare violento e disperato... ora più aperto a sensazioni assai diverse dalle precedenti. I restanti membri seguono a ruota il loro "capo", picchiando e calibrando bene ogni immissione di forza. Si passa da momenti più veloci e adrenalinici ad altri più cadenzati, dominati dagli effetti industriali. La sensazione è proprio quella di esserci persi in una città fredda e cibernetica, nella quale il sindaco (Devin, per l'appunto) si lancia in proclami dall'alto di un pulpito. Questa è la sua città, queste sono le sue regole; chiunque non volesse rispettarle, è pregato di alzare i tacchi! A suon di estremo e melodie disturbanti, il brano ci accompagna nel cuore della città... o ai cancelli, in caso non vogliate continuare il viaggio. Un "primo" pezzo potente e strutturato in maniera egregia, davvero un grande inizio.

Oh my Fucking God

"Oh My Fucking God"... è ciò che ho esclamato alla fine di questa traccia. Ora che siamo entrati nella City, e siamo stati accolti da Townsend e bella compagnia, la prima tappa del suo programma di benvenuto è un bel concerto. Tanto, cosa potrà mai accadere? È facile pensare, dopo aver ascoltato il primo disco, che la produzione e il sound di questo siano più easy, più accessibili. Certo, per le prime due tracce è stato così, ma per questa assolutamente no! Una voce registrata da un televisore ci riscalda gli inconsapevoli timpani, i quali avevano avuto modo (un pochino) di "rilassarsi" durante le prime due tracce dell'album, sfruttando i momenti più ariosi e melodici. Percepiamo comunque queste parole "catodiche", questo chiacchiericcio incessante; un modo per comunicarci quanto segue: "A great deal of money, has been invested in this project,and we can't allow it to fail!". Insomma, in questo disco, per la sua realizzazione, sono stati investiti molti soldi, molte finanze. Sono stati fatti dei sacrifici, non si può non far detonare dunque una bomba in grado di arrivare, con la sua potenza e le sue onde d'urto, praticamente dovunque. Ed ecco che la terza traccia di "City" esplode. Letteralmente. Qui si tocca di nuovo il grindcore, anzi lo si supera di tanto, raggiungendo vette di Noise che sicuramente faranno venire il mal di testa a tutti quei poverini che si aspettavano qualcosa di leggero e rilassante, cullati anche dai momenti molto ariosi e leggeri che hanno aperto il disco. Il tutto culmina con un urlo disumano da parte dell'ormai troppo citato frontman, il quale ci distrugge decisamente e con fare tirannico quel po' di percezione sonora che era rimasta, ci demolisce qualsiasi traccia fosse rimasta dell'udito. Facendoci divenire quasi sordi, ma estremamente contenti e soddisfatti. Un assalto a dir poco incredibile, il quale "spezza" l'andazzo generale ed appunto per questo rende il tutto ancor più imprevedibile, incredibilmente poliedrico. Non certo, ciò dinnanzi al quale siamo al cospetto, un disco da prendere alla leggera. Proprio no! Anche a livello di testi si va sul pesante: ormai si è capito che Townsend è diventato molto sicuro di sé, conscio del suo talento e delle sue possibilità, e ce lo fa capire attraverso una terza presa di posizione, inserendo lungo i versi anche delle metafore riguardanti la vita "on the road" (and their glory was turned ugly and quite simple, like a venue when you're loading in gear), giusto per sottolineare il fatto che la proverbiale "gavetta" è stata più che eseguita, da parte sua. Ormai può permettersi di dire e pensare ciò che vuole, egli è intenzionato a divenire il protagonista della sua esistenza musicale e personale... cominciando proprio da qui, lodando il proprio operato, innalzandosi a genio definitivo. Come se non bastasse, si paragona addirittura a un Dio (Oh, my fucking God! Oh, I'm fucking God...). Certo, per molti può essere pura vanità, pura mancanza di tatto e senso critico... ma diciamoci la verità: una persona normale, un comune mortale, non avrebbe potuto creare di sana pianta una cosa così assurda e meravigliosa. Un brano emblematico che capovolge ancora la prospettiva e ci fornisce un altro assist per entrare nella mente di Devin. Una mente incredibilmente sui generis, quasi impossibile da comprendere. Il concerto è dunque finito, abbiamo compreso le intenzioni della band e del nostro "sindaco".

Detox

A fine concerto Devin ci lascia, torna nel suo camerino tutto solo, al buio. Qui compie una riflessione circa se stesso, scrutando il profondo del suo essere per capire davvero chi è diventato. "How did I get here tonight?" - "How did I reach this state?"? questi gli interrogative che permeano la traccia successive, "Detox". Sono frasi che il frontman pensa, scrivendoci su, cercando di adattarle ad un contesto musicale nonché narrativo. Non si aspettava tutto questo, non si aspettava di diventare qualcuno, abituato com'era ad essere nessuno, o magari un mezzo per far crescere qualcun altro, rimanendo nell'ombra. Proprio per questo motivo la canzone rompe con la crudeltà della precedente, facendosi quasi "spaziale". Ci addentriamo nei meandri più reconditi e nascosti della mente umana, ma non una mente qualunque: una mente che era abituata a vivere all'ombra di altre menti, e che tutto d'un tratto si trova a dover vivere nella luce, con degli enormi riflettori puntati direttamente in faccia. Insomma, un passo decisamente in avanti. Eppure... come dobbiamo comportarci, se ciò che desideriamo da una vita tutto ad un tratto si avvera? Molto spesso, i sogni rimangono "belli" quando appunto son solo sogni. La realtà non è mai troppo accomodante, bisogna sempre fare i conti con i pro... ma soprattutto, con degli enormi "contro". Che questa luce possa in qualche modo cambiarci? Renderci differenti da quel che in realtà siamo? Impossibile a dirsi, tutto quel che possiamo fare è fare i conti con il Vero, quando esso busserà alla nostra porta. Musiclamente andiamo progressivamente verso lidi melodici ed eterei: la traccia parte molto aggressiva, ma piano piano dei segmenti melodici si fanno spazio nel marasma dell'industrial, fino ad uscire completamente allo scoperto nel finale, vera e propria esplosione melodica del brano. C'è una piccola sezione "rumorosa" a metà canzone, che simboleggia proprio la lotta tra melodia e violenza, pace e guerra. Una guerra interiore, una guerra scaturita da delusioni, riflessioni e determinazione. Un esame di coscienza che tutti affrontiamo prima o poi, ma che in pochi riescono a gestire. Sarà questo il caso? Di certo risulta mirabile il modo in cui Devin è riuscito a mettere in musica un dissidio interiore vecchio quanto il mondo stesso. Cosa siamo e cosa mai saremo? Cosa saremo, e saremo ancora? 

Home Nucleonics

Le risposte agli annosi interrogativi esistenziali le troviamo in questo successivo brano, "Home Nucleonics". La rabbia ha prevalso. Il cuore di Devin è stato annerito e bruciato dal nero fuoco dell'odio, della furia. Un fuoco che brucia in eterno, e che può essere spento solo dal gelo della calma della ragione, della pace interiore. Una condizione di "nirvana" la quale non è comunque intenzionata a giungere molto presto, assolutamente no: Townsend è nero, è rosso, ha in se tutti i colori che manifestano rabbia,  odio e ferocia. Una canzone contro lo Stato, contro il suo sistema, contro tutto ciò che non funziona per colpa dei vizi e dell'ignoranza di qualcuno più importante. Tutto viene manifestato e tradotto in puro Grindcore industriale, un ritorno al vecchio disco ma con qualche aggiunta che migliora quanto fatto un paio d'anni prima. La traccia è esplosiva, distruttiva e letale: non lascia un secondo di respiro, vuole esattamente farti provare tutto quello che il Frontman ha sentito e provato a sua volta, scrivendo questo pezzo: ed ecco che nel cuore dell'ascoltatore si accende una fiamma destinata a bruciare fino alla fine della stessa canzone. Una fiamma che fa provare odio e rabbia, disgusto e repulsione, verso una situazione che non è molto diversa da quella che noi stessi proviamo, che viviamo sulla nostra stessa pelle. Quindi Townsend, dopo un lungo esame di coscienza, chiuso nel suo backstage, è arrivato a una conclusione: bisogna cambiare la situazione, prendere in mano il gioco e modificarlo a proprio piacimento e vantaggio. E lo fa scandendo dei ritmi forsennati com'altri mai, spingendo sull'acceleratore, facendoci dunque provare l'ebbrezza definitiva di una folle corsa destinata ad infrangersi contro un muro, in un vicolo cieco. Canalizzata tutta la loro rabbia, gli Strapping Young Lad ce la scagliano senza vergogna dritta in faccia, decidendo di travolgerci a suon di riff serratissimi e scalpitanti tamburi. Hoglan compie un lavoro magistrale, la coppia d'asce dal canto suo tiene botta in maniera definitiva. Il basso accompagna e rende più imponente il tutto, la chitarra ferisce mortalmente, Devin aggiunge il suo, come al solito. Un sistema marcio non può venir scardinato a suon di serenate, dopo tutto. Bisogna urlare, farsi sentire, bisogna martellare come fabbri. Distruggere ogni tipo di status quo, non accontentarsi, gridare la propria indignazione. Ai potenti, ai massimi sistemi, fa paura chi alza la voce. Ecco dunque che gli SYL non si limitano ad urlare. Proprio no: massacrano, strepitano, scalmanati come non mai.

AAA

Ecco quindi che giungiamo ad "AAA", il prossimo capitolo di questa insana storia. Durante un viaggio nella sua mente, Devin ripercorre i ricordi di quando era bimbo, quando non era ancora nessuno e quando era costretto a correre sempre via da situazioni sgradevoli, circondato da idioti (Devy in the corner of his teen year, born to run away. Children in the middle with the village idiot, so he never made the potty grade). L'infanzia è però solamente un lontano ricordo, un periodo passato, gettato nel cassetto della memoria. Adesso Devy è cresciuto, Devy è diventato un adulto maturo... il quale, deve pur mangiare, a modo suo (Now Devy has to eat it in his own way) e reggersi sulle sue stesse gambe, ancora fragili ma non per questo intenzionati a cedere. Nessuno deve più imporsi sulla sua strada, ogni ostacolo sarà superato o addirittura distrutto. Da bambini, dopo tutto, è facile ritrovarsi disillusi o comunque delusi. Non abbiamo ancora carattere, siamo purtroppo in balìa di tante situazioni differenti. Arrendersi è all'ordine del giorno, le nostre ossa sono ancora troppo fragili per sopportare il peso di varie responsabilità. E' quando cresciamo, che la musica cambia (scusate il gioco di parole). L'esperienza ci insegna come comportarci, come porci, come reagire. Questo, significa essere uomini: l'essere capaci di fronteggiare le avversità dell'esistenza, allontanando persone per noi negative o comunque nocive. La musica in questo caso si fa più calma e ragionata: non ci troviamo dinnanzi a rabbia e grindcore, ci troviamo di fronte a risolutezza, serietà e decisione. Devy è sicuro, e maturo abbastanza da sapere quale sia la sua strada, quale percorso intraprendere per raggiungere il suo obiettivo. L'industrial ritorna più forte che mai, con dei riff ripetitivi e groovy, il drumming che rasenta il prog, e il basso che compatta il tutto creando un lavoro pulito e omogeneo. Insomma, un qualcosa che comunque possa essere indice di maturità non solo esistenziale, ma anche e soprattutto musicale. Questo è ciò che gli SYL vogliono dimostrare, parimenti all'essere delle macchine da guerra. Hanno picchiato, hanno devastato, hanno giocato con melodie ed effetti cibernetici... ora ci mostrano il loro lato più tecnicamente compatto, più studiato e ragionato. Un brano calibrato praticamente al millimetro dove ogni musicista riesce praticamente a fare ciò che sa fare meglio, ad adempiere alla perfezione al compito assegnatogli. La marcia è iniziata: Devin è pronto definitivamente a prendersi tutto quello che gli spetta, con un'ultima cavalcata che porta inesorabilmente alla fine del brano.

Underneath the Waves

Quando decidiamo di dare una svolta alle nostre vite, quando decidiamo di cambiare drasticamente le nostre abitudini, la nostra quotidianità... nella maggiorparte dei casi è per un motivo solo: siamo stanchi. Siamo stanchi di provare, aspettare, lavorare, svegliarci presto ed andare a dormire tardi, siamo stanchi di fare le stesse cose ogni santo giorno. E quindi diamo una svolta a tutto, mandiamo all'aria anni di lavoro, prepariamo una valigia, andiamo via. Lontano da tutto e tutti. Ritorneremo? Rimarremo via per sempre? Gli Strapping Young Lad, in "Underneath the Waves", vogliono parlarci proprio di questo. Devin ci spiega (e si sfoga, facendolo) cosa si prova ad essere "Tired of waiting", "Tired of fighting", "Tired of hating", elencandoci poi tutta un'altra serie d'altre cose di cui è stanco, stufo, saturo. Tutte sensazioni molto vicine alle nostre, dopo tutto. Passiamo e proviamo le stesse cose ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. La formazione è riuscita perfettamente a tramutare tutto questo in una canzone che parte in un "finto" Death Metal, ma che si trasforma in una traccia puramente Industrial, dal fortissimo sapore punk. Una canzone che ha molti cambi stilistici, di registro e di tempo, ma che non spezza mai il filo conduttore che collega tutto, sin dall'inizio del disco. Un brano che ha del poliedrico e per questo potrebbe forse risultare di non facilissima assimilazione, ma che al contempo svetta sugli altri, in virtù del fatto di essere sicuramente uno dei più complessi dell'intero lotto. Se l'intenzione del gruppo era quella di continuare a mostrarci la propria capacità di "giocare" con vari stilemi, ecco dunque che la volontà cardine del progetto viene totalmente confermata. Trainati da un Devin in forma smagliante, i Nostri si donano dunque a tutta una serie di "effetti sorpresa" in grado di lasciarci piacevolmente colpiti, attirati. Magari non un brano eseguito per essere "cantato e canticchiato" mentre compiamo sovrappensiero una qualsiasi azione... ma, al contempo, una canzone in grado di mostrarci appieno le grandi potenzialità di un combo che fino ad ora sta riuscendo a sorprenderci praticamente in ogni dove, in ogni traccia. Anche a livello di testo Devin è riuscito a trovare le parole giuste e disporle in maniera perfetta: ogni verso è breve, conciso e arriva dritto al punto. Riesce in maniera esemplare a descriverci di cosa è stanco, cosa odia e cosa lo ha spinto a creare una canzone che affronta questo determinato tema, una canzone che sprizza adrenalina e rabbia da ogni poro presentandoci quanto di più estremo possa esserci, in determinati ambiti.

Room 429

Siamo or dunque quasi giunti al termine, osti dinnanzi ad uno dei capitoli più difficili del disco. Una cover, un rifacimento dei Cop Shoot Cop, band noise rock di New York. Un gruppo abbastanza nascosto nell'ombra, ma che proponeva uno stile  musicale molto cupo e fortemente ispirato dall'Horror, come visibile e riscontrabile in questa "Room 429" dopo tutto, traccia molto criptica e misteriosa, sia nelle atmosfere che nel testo. Gli SYL ce la ripropongono, rispettando la struttura originale, appesantendo leggermente il sound e di conseguenza rendendolo ancora più cupo e "horrorifico". La traccia si può leggere in tantissimi modi: il testo è molto oscuro, cupo e per l'appunto criptico. Può essere una storia d'amore andata male, un omicidio - suicidio commesso con la promessa dell'amore eterno; può essere una canzone ispirata alle gesta di Henry Howard Holmes, noto Serial Killer americano vissuto durante la fine dell'800 e divenuto famoso per il suo Castello, in cui affittava camere a persone che poi sarebbero divenute le sue vittime; oppure, semplicemente, una storia famigliare finita in tragedia (nel video originale si vedono due bambine che trasportano il corpo di un adulto). Gli elementi per un brano ispirato dunque a vari fatti di cronaca nera, le classiche "storie vere" alle quali si ispirano diversi film horror, ci sarebbero tutte. Fatto sta che la band di Devin Townsend è riuscita a rendere ancora più cupa e inquietante una canzone molto "spaventosa" come quella originale, mischiando il Noise all'industrial, creando qualcosa che sin dalle prime note ricorda la colonna sonora di uno slasher anni '70. Un brano dai ritmi non aggressivi, anzi incredibilmente cadenzati, particolarmente incedenti. Un pezzo che sembra muoversi in maniera insidiosa, come un predatore pronto ad azzannarci alla gola. Con passo felpato ma comunque scaltro, la velocità viene dimenticata in virtù della volontà di risultare quanto più "serpeggianti" possibile. Aveste voluto udire un qualcosa di disturbante ed inquietante... beh, amici lettori, siete stati più che accontentati! Un pezzo davvero "da brividi", sia per la / le storie alla base sia per il modo in cui è stato riarrangiato e dunque posto al grande pubblico.

Spirituality

E per la seconda volta, siamo giunti al capitolo finale. Il capitolo che chiude una storia fatta di rabbia e dolore, ma anche gioia e determinazione. "Spirituality" abbassa il sipario su questo meraviglioso disco. Una canzone abbastanza calma, quasi doomeggiante, rappresentazione musicale perfetta dell'esame di coscienza. A volte bisogna guardarsi dentro, per capire chi si è per davvero. La voglia, dunque, di partire in un viaggio alla ricerca di noi stessi, intenzionati a migliorarci, ad inquadrarci da un'altra prospettiva, sotto un'altra luce. Un messaggio che suonerebbe dunque ottimista, anche se dal testo si evincerebbe (leggendo fra le righe) anche stanchezza: Devy è ufficialmente stanco, lui stesso dice di essere "Bored out of my fucking mind!". La spiritualità coinvolge anche l'ascoltatore, che viene travolto da una marea di accordi e da un'ondata di melodia. Come quando, dopo una tempesta, c'è la calma e la realizzazione dei danni subiti, il dover riaggiustare tutto quasi da zero, doversi spezzare la schiena e lavorare. Ed è proprio di questo che il buon Townsend ci parla: la sua mente e il suo corpo sono stanchi di tutto e tutti, il Nostro è annoiato e triste. Il tutto musicale risulta dunque amalgamato ai pensieri del musicista, questa volta non certo intenzionato a devastarci l'anima a suon di "cybergrind". Tutt'altro, egli vuole renderci partecipi di ciò che sta provando, tentare a sua volta di farci imbarcare in questa "crociera" particolarmente impegnativa. La musica ci viene in aiuto, riusciamo grazie ad essa a percepire la voglia di distaccarsi da determinate situazioni ma anche la stanchezza, la pesantezza, la ferma volontà di voler sfogare uno status di assoluto malessere. Un'angoscia dunque buttata fuori a suon di andamenti quasi Doom o comunque assai più calmi del solito, in grado di renderci definitivamente partecipi del discorso cardine. Una voce robotica chiude definitivamente il disco, pronunciando una frase che fa crollare in appena 1 secondo tutta la serietà accumulata fino ad ora: "Strapping Young Lad rocks my hairy anus". Gli SYL, dunque... dominano i nostri peli anali. Cosa si potrebbe mai fare, dinnanzi ad una chiosa del genere, se non alzarsi in piedi ed applaudire, ridendo? Signori, chiuso il sipario. E' il momento di tirare le somme di questo "City", questa meraviglia di fine anni 90.

Conclusioni

Il disco è ufficialmente terminato. Giunge quindi il momento di tirare le somme circa quanto ascoltato, in toto, ripercorrendo idealmente ogni tappa di questa visita all'interno della città creata ex novo da Devin. Non posso negarvi il fatto che, in questo momento, lo sto riascoltando nuovamente, prima di inserire nel lettore il prossimo disco degli SYL, oggetto della recensione successiva. Non posso negarlo, questo disco va assaporato e riassaporato più volte; è quasi un bisogno pulsante, un desiderio da appagare. Una volta entrati nella vulcanica mente di Mr. Townsend, è impossibile uscirne indenni o (soprattutto) privi della voglia di riascoltare tutto daccapo un suo disco. Se poi il lavoro in questione è "City"... beh, credo che le mie sensazioni siano più che giustificate! Un album talmente assurdo e folle, talmente originale e fuori dagli schemi, da essere ancora unico, 20 anni dopo. Esattamente, avete letto bene: questa meraviglia della musica dura ha compiuto proprio 20 anni, lo scorso ventisette Gennaio; e sembra uscito lo scorso venerdì, per quanto già all'epoca era avanti anni luce a tanti lavori altrettanto avanguardistici. Non un semplice platter, bensì la voglia di superare se stessi, andando oltre, creando un qualcosa che potesse in qualche modo oltrepassare i confini già scritti con il precedente lavoro. Se "Heavy..." aveva dimostrato di quanta follia il buon Townsend fosse portatore sano, "City" scavalca le transenne e ci mostra la stessa pazzia finalmente "domata". Nel senso che, in questa occasione, il tutto scorre in maniera molto più fluida e ragionata, assumendo delle fattezze particolarmente riconoscibili, evitando di "schizzare" qui e là sulla tela come farebbe una macchia di colore. Il secondo disco, quello della definitiva consacrazione. Quello che permette agli Strapping Young Lad di divenire un vero e proprio gruppo, agendo come tale. Chiariamoci, nessuno dubitava delle capacità di Devin; del resto, avrebbe potuto tranquillamente bissare quanto accaduto in precedenza, mettendo tutto nelle sue mani (dalla registrazione alla produzione, dal songwriting ai tesi ecc.). Eppure, anche la mente più geniale, se lasciata troppo sola, può in qualche modo perdere qualche pezzo per strada. Circondandosi di ottimi musicisti come Gene Hoglan, Townsend è riuscito a plasmare la materia grezza mostrata nel corso di "Heavy...", modellando per bene l'argilla e dunque donando la vita ad un disco epocale, quasi "generazionale" oserei dire. Visto che tante sonorità moderne, tante trovate oggi assai famose, passano per forza di cose dalla "città" più nota del Metal estremo. Un disco che trasuda rabbia, disperazione e adrenalina da tutte le note di cui è composto: ogni riff, ogni pattern di batteria, ogni linea vocale e di basso è studiata alla perfezione, creando un tappeto sonoro atto a distruggere l'ascoltatore con un'ondata inarrestabile di odio e furia, per passare con l'incedere dei minuti e della tracklist verso passaggi più calmi, intimi e introspettivi. Solo chi ha provato pura rabbia e odio può immedesimarsi al 100% con la musica ed i testi di "City". Gli Strapping Young Lad, ma soprattutto il capo Devin Townsend, sono riusciti nella quasi impossibile impresa di tramutare e trasporre in musica queste sensazioni, queste emozioni. Si parte con pura rabbia e adrenalina, mentre Devin annuncia al mondo che è tornato, portandosi dietro amici e alleati... pian piano ci addentriamo nella sua mente, dove egli rivive il passato per giustificare il presente, e cercare di cambiare il suo futuro. Davvero notevole, poi, la cover dei Cop Shoot Cop, una canzone inquietante e misteriosa, ma che non stona assolutamente per niente con il resto del disco e della tracklist. Una piacevolissima sorpresa, dimostrazione dell'estrema poliedricità ed amore per la musica più "underground" mostrati dal ben noto master mind. Cari lettori, posso dirvelo con certezza: questo disco deve essere assolutamente ascoltato e posseduto. Un viaggio nella mente di un uomo che cerca vendetta e rivincita su tutti quelli che lo hanno demolito emotivamente, sin da quando era un novellino... che ora è cresciuto e ha la consapevolezza e l'esperienza per potersi prendere quello che gli spetta di diritto.

1) Velvet Kevorkian
2) All Hail The New Flesh
3) Oh my Fucking God
4) Detox
5) Home Nucleonics
6) AAA
7) Underneath the Waves
8) Room 429
9) Spirituality
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