STONE TEMPLE PILOTS

Core

1992 - Atlantic Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
21/10/2011
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Quando si nomina la scena di Seattle degli anni 1990 quello che subito si mette a fuoco è la matrice del Grunge che tutti conosciamo, e vengono facilmente in mente band quali Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden... un pò meno forse Stone Temple Pilots. Che sia perché una certa critica li considera parte di una cosiddetta "seconda fase del Grunge" piu’ tendente all’hard rock (come io stessa credo, e per questo lo inserisco in questa sezione) o perché siano originari di San Diego questo non cambia le carte in tavola: si tratta di un grande gruppo che ha saputo imprimere nei brani tutta la potenza, l’energia e la voglia di fare la differenza, sempre con uno straordinario pathos, incisivo e diretto.

Che poi siano stati in grado di cavalcare perfettamente l’onda Grunge (a loro insaputa) lo dimostra il loro primo album, "Core" uscito nel 1992.

Si tratta a mio parere di un album completo, di impatto, particolare ed estroso. Non si può negare che nelle sonorità degli STP riecheggino altri gruppi, quali nello specifico Soundgarden e Alice in Chains, ma ciò che non è da discutere è la presenza di ottime performance hard-rock che graffiano l’orecchio e poi ti martellano in testa… una simbiosi di sound e voci davvero azzeccata. STP non toccano picchi di tecnica, di precisione, ma restano dentro. Non deve stupire quindi che proprio "Core" resti a oggi il loro album più venduto.

Vediamo un pò da vicino questo album.

Dead & Bloated è l’opener track che inizia con una voce rauca ad effetto megafono, e poi una decisa batteria invita le distorsioni delle chitarre, la sensazione dominante è di essere corrosi da questa commistione di sound duri e dalla voce graffiante di Scott Weiland. Sicuramente un brano in cui il coinvolgimento è architettato dall’ensemble di batteria e voce, buon inizio!

La seconda track è Sex Type Thing e presenta fin da subito un’inversione del ritmo, si tiene maggiormente conto della chitarra e basso. Evidentemente un brano che afferma la primazia dei fratelli DeLeo nel arrangiare riffs per ottenere una soluzione compositiva in cui il ritornello sia melodico ma resti in secondo piano rispetto all’orditura nel pezzo. Grunge si, ma con una potente venatura rock degli anni 80’, che chiude prepotentemente il brano in modo secco. Song perfetta per un headbanging di tutto rispetto! Non per niente diverrà la chiusura più ovvia dei loro concerti.

La terza canzone è "Wicked Garden", divenuta negli anni un autentico classico del rock popolare americano, e non c'è da stupirsi: un sound forse più malinconico con delle flessioni alla Soundgarden e Pearl Jam ma con una melodia che calza ad hoc i toni di voce strascicati di Weiland. Nessun espediente originale quindi ma tutto in pieno stile Grunge.

Si lascia spazio alla quinto brano, "No Memory", ci troviamo ad ascoltare un pezzo strumentale, un arpeggio di chitarra dalla vivida malinconia che dura 1.22; piuttosto scontato leggerlo come il preludio alla quinta canzone "Sin", la loro successione è infatti a dir poco indovinata. A regalare un tocco di personalità è un riff di chitarra col chorus con una batteria su charleston leggera, ma a parte questo il brano non trova efficaci sbocchi, riffs poco orecchiabili, soluzioni compositive scarne che fanno pensare a un brano che non ha raggiunto mai una sua maturità interna.

A seguire "Naked Sunday" (qui più che mai si può parlare degli autentici STP). Si parte sulle sperimentazioni, su un’impronta più emotiva della band, più effetti, più groove, una rabbia scandita che sembra ben conciliarsi con quella che poi risulta essere la natura della canzone. Le grida principali che graffiano il sound insieme ad un wah-wah non mal disposto, rendono il brano molto grintoso. Energia e rabbia mixate. Alzate il volume per goderla davvero fino in fondo!

Si passa poi a "Creep". Decisamente un’ inversione di ritmo, di velocità, di melodia. Siamo di fronte a un brano che può ricordare "Nutshell" degli Alice In Chains o "Something in the way" dei Nirvana del tempo, si tratta di un pezzo che narra delle speranze e delle delusioni di un uomo che non riesce ad essere ciò che vorrebbe… è il tema Grunge di sempre: il disagio esistenziale. Un arrangiamento semplice ma ben disposto, una voce spinosa ma che riesce ad essere anche emozionante, controvoci rasenti al banale ma colme d’animosità, un cambio tra pulito e distorto ricco di sensualità musicale. Poesia.

Agli Stone Temple Pilots doveva piacere davvero alternare momenti di riflessione a rabbia adrenalinica. A seguire la malinconica ballata cè in effetti un brano grintoso, "Piece of Pie" dove Scott mostra la sua estensione vocale, con quelle venature di voce schiarite e quasi soffocate, urla sibilate, che lo renderanno unico. Ancora una volta effetti alla voce in alcune parti, stile megafono, ancora una volta buone le distorsioni di chitarra di DeLeo che si inseriscono adeguatamente nel piu’ generale sound spigoloso e vibrante che regge il brano.

Eccoci arrivati al tanto atteso e famoso "Plush", il brano cult del disco, quello che chiunque dovrebbe avere ascoltato almeno una volta. Per quanto vengano tacciati di copiosità a mio avviso si tratta di un brano che ci presenta autentici STP nella loro venatura più riflessiva e avvincente. Dolci e orecchiabili le sonorità in simbiosi irreprensibile con la voce, calda e emozionante. L’atmosfera che si percepisce è intima, il songwriting azzeccato nelle sue sfumature semantiche... un brano che si lascia ascoltare senza difficoltà e soprattutto che resta impresso, inevitabilmente.

La decima canzone è "Wet My Bed" con inizio un pò Indie, megafono alla voce, un parlato pacato e pensieroso, da ascoltare con le cuffie per goderne la musicalità, la calma, i pensieri e i concetti che il tutto, comprese le vocine in background, vogliono far trasparire... avete la pazienza di decifrarlo? Perchè non è una canzone, lo definirei un "brano in prosa".

Torniamo per l’ennesima volta a delle sonorità accelerate, nessun indugio per "Crackerman", che si presenta con buona dose di prepotenza farcita dal riff portante ad opera di DeLeo che rende il brano dinamico, con una batteria alla Guns N' Roses. Brano piuttosto scontato ma davvero orecchiabile.

L’ultimo brano dell’album è "Where the river goes"  che inizia con un groove semplice di batteria, poco dopo arricchito da un’euforia un pò insensata di chitarre e suoni distorti. Non si può negare che nel brano riecheggi molto dei Soundgarden (soprattutto nella melodia e nella voce). Il solito fade in di volume, tipically ’80-’90 rende la canzone la tipica song che chiude un disco.

"Core" resta un disco che merita diversi ascolti, e al di là delle polemiche di chi li accusa di copiosità e stentato carattere rispondo dicendo che non conosco altre band che in quegli anni abbiano saputo essere così tanto apprezzate da filoni diversi come il grunge e l’hard rock a seguire, quindi azzardo: consideriamoli un'enclave a sé.


1) Dead And Bloated
2) Sex Type Thing
3) Wicked Garden
4) No Memory
5) Sin
6) Naked Sunday
7) Creep
8) Piece of Pie
9) Plush
10) Wet My Bed
11) Crackerman
12) Where the River Goes