SOULFLY

Enslaved

2012 - Roadrunner

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
01/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Un anno fa Max e suo fratello Igor, diedero alle stampe con i Cavalera Conspiracy, "Blunt Force Trauma", un album molto deludente da alcuni punti di vista: songwriting scarno, violenza fine a sè stessa ecc... Quindi sapendo dell'uscita di questo "Enslaved" con i Soulfly, eravamo un pò scettici a riguardo, aspettandoci un altra cocente delusione, che per fortuna non si è manifestata, anche se c'è qualcosa da ridire sul (pur sempre di qualità) songwriting del Cavalera maggiore, ma andiamo con ordine. Arrivato a 15 anni di carriera, e partito da un sound che continuava il discorso intrapreso con quel "Roots" della sua ormai ex band madre, i Sepultura, nel corso degli anni il nostro affezionatissimo adorava sperimentare senza stravolgere un sound che lui stesso aveva sviluppato, almeno fino a "Prophecy". Poi dal 2005 fino ad ora, e quindi da "Dark Ages", ci fu un inversione di rotta, tornando alla furia thrash itrisa di tinte hardcore, che raggiunse il suo apice, forse proprio con "Conquer" nel 2008. Ebbene, con questo nuovo album, forte di un nuovo cambio di formazione che vede il mestierante Tony Campos (Static-X, Ministry, Asesino ecc..) al basso e (fondamentale per il sound del nuovo album) David Kinkade (Borknagar), registra un ulteriore estremizzazione della proposta, con doppia cassa e blast beat a tutto spiano. L'album è stato prodotto presso i Tallcat Studios da Chris "Zeuss" Harris, noto produttore di gruppi metalcore ed harcore punk, che conferisce all'album un sound molto potente e moderno, e rilasciato per la Roadrunner. Se con il precedente "Omen" venivano trattati temi riguardo ai serial killer, con questo nuovo parto vengono trattati i diversi tipi di schiavitù, e quindi temi ben più maturi che in precedenza, che ben si sposano con la musica. Si parte con "Resistance", una specie di intro di quasi due minuti, con Max che inneggia alla resistenza contro gli oppressori, che fa presagire cosa ci attende nella tracklist, sia come tematiche che come sound. "World Scum" dà veramente inizio alle danze, trattando tutti i mali che hanno afflitto la storia dell'umanità, per cui è stato anche realizzato un videoclip. Con un ritmo martellante e tipicamente death metal, con batteria e basso in primo piano, fino all'arrivo delle chitarre, con un Max su tonalita tipiche del genere, con lo straordinario apporto della special guest, il vegano Travis Ryan dei Cattle Decapitation, che con il suo brutale growl, rende la traccia pesantissima ed efferata, che procede abbastanza linearmente, con i classici chorus da anthem a cui ci hanno abituato i nostri, fino ad una furiosa accellerazione che fa da trampolino al break cadenzato e tetro, che ricorda in alcuni frangenti i vecchi Sepultura, con un malato solo ad accompagnare il tutto, per poi riprendere la forma iniziale e terminando con dei fulminei blast beats. A seguirla c'è la più canonica "Intervition" che fa dell'impatto il suo principale punto di forza, enfatizzando l'aspetto più hardcore punk della proposta, tutto ciò almeno per il primo minuto e mezzo, finchè non si va a parare di nuovo verso il death, con tempi più cadenzati ed opprimenti, fino a riprendere la furia con un assolo al fulmicotone. Bella traccia, ma non è fra gli highlights del platter. "Gladiator", è scandita invece da strumenti che evocano un atmosfera solennemente da colosseo, per poi mischiare sapientemente come il brano che l'ha preceduta, riffing hardcore punk, con spruzzate di death, fino al break dove vengono ripresi gli strumenti dell'apertura, per poi esplodere in tutta la sua furia con blast beat e accellerazioni degne di nota, fino al melodico finale da urlare inisieme all'audience dei concerti, circondato da una malinconica ed indovinata melodia. "Legions", che è scandita da suoni da marcia, è tranquillamente la traccia più spettacolare dell'album, in quanto riassume degnamente ciò che sono e ciò che sono stati i Soulfly fino ad ora, oltre ad essere il punto più alto raggiunto da Kinkade dietro le pelli. Infatti è molto strutturata, un minestrone di influenze, dunque se per la prima metà procede a cavallo fra crossover e thrash, è nella seconda metà che il tiro diventa ancora più estremo e tagliente, con tanto di solo continuato e fulmineo che va ad aggiungere un tocco di classe alla grande furia. Purtroppo "American Steel" anche se presenta un bel arrangiamento musicalmente, porta uno dei limiti delle lyrics del caro Max, ovvero prendere il titolo del brano e ripeterlo ossessivamente alternando pochi fraseggi, che, se sarebbe stato per la prima volta, avremmo chiuso pure un occhio, ma purtroppo è dal 2005 che va inserendo testi con questa formula, che se da un lato facilitano la memorizzazione della traccia, data la povertà di parole, dall'altro l'affossano, rendendo il tutto leggermente prolisso e noioso, un occasione sprecata insomma, la traccia è anche accattivante musicalmente, con un bel break acustico, molto arabeggiante, oltre che parecchio evocativo a renderla particolare. Per fortuna a rialzare il tiro c'è la superba "Redemption Of Man By God" le cui lyrics sono state scritte dal grande Dez Fafara, ultimamente sotto i riflettori grazie ai Devildriver. Partendo in maniera molto sulfurea e rilassata, con malate melodie di chitarra si snoda poi verso tempi più rabbiosi e thrash, in cui lo special guest dà un ulteriore contributo con i suoi laceranti scream, fino al gagliardo chorus, in cui si alternano le due voci, aumentando il coinvolgimento, con doppio pedale a briglie sciolte, con  assoli che intervallano ogni strofa, dando un tocco di raffinatezza, fino a chiudere con le atmosfere poste in apertura, gran bel pezzo. Sulla violenza sonora più pura si muove "Treachery", infatti dopo la frase iniziale esclamata da Max ("This...Is...Treachery!") si scatenerà l'inferno, fino a quando non verrà allo scoperto, un'altra delle tracce più belle dell'album, una delle più sciacciasassi all'interno della tracklist, con un break melodico che fa da contro altare alla furia posta in chiusura, che non mancherà di mietere vittime in sede live. Su ben altri binari viaggia "Plata O Plomo" cantata interamente in portoghese e spagnolo, con Campos che contribuisce con il suo sguaiato scream alle vocals, narrando la storia del più famoso narcotrafficante che sia mai esistito, il controverso Pablo Escobar, visto come un malvagio dallo stato americano e venerato come un santo in Colombia. In questa traccia vengono anche messe in mostra le grandi doti "flamencose" di Marc Rizzo, che contribuisce nell'evocare suggestive immagini ispaniche che ben si collocano con il personaggio trattato. Inoltre con questa traccia si ritorna anche al sound dei prematuri Soulfy quindi nu metal, con i soliti innesti inseriti nel disco, nonchè una delle tracce più riuscite. A seguirla c'è la lunghissima (7 minuti e 18 secondi) "Chains" che riassume tutti i temi trattati nelle lyrics, ed è forse anche la più strutturata traccia del platter, che si evolve con il passare dei minuti, partendo in maniera cadenzata e diventando sempre più incalzante fino a raggiungere le vette di violenza sonora raggiunte in precedenza. Forse l'eccessivo minutaggio è fra i suoi punti deboli maggiori,  in quanto va a collocarsi male con il resto della tracklist, risultando un pò forzata. A chiudere il disco questa volta non c'è la classica traccia strumentale, ma c'è "Revengeance" che, come "Headup"(da cui è anche tratto il moniker della band) dei Deftones, a cui ha partecipato Max, è dedicata a Dana Wells, figliastro di Max venuto a mancare quando la sua carriera stava letteralmente esplodendo, la cui particolarità è da riscontrarsi nei 3 special guests, ovvero la prole di Cavalera, con Zyon alla batteria, Igor (non "quel" Igor) alla chitarra, che ha contribuito anche in fase di songwriting, e Ritchie a prestare la sua ugola nelle strofe e nei chorus. Il brano è quanto di più classico è stato offerto dai nostri fino ad ora, anche se in maniera più sentita ed adrenalinica, si riesce a percepire la particolare atmosfera che si era creata in studio quasi. Ottima conclusione. Max Cavalera non ne vuole proprio sapere di appendere gli strumenti al chiodo, dandoci l'ennesimo buon album e nient'altro, muovendo di pochissimo le proprie coordinate, e tenendo sempre un punto fermo: scrivere buone canzoni da portare live, dove, almeno fino a poco tempo fa era inattaccabile, anche se adesso inizia a mostrare un pò il fianco, visto il suo decadimento fisico palese. Cose di poco conto, se si pensa che è un musicista a tempo pieno, e quindi è anche comprensibile tale stato, anche se sarebbe il caso che si prendesse una leggera pausa per riallineare un pò di più le sue percezioni e curare di più il songwriting, visto che oramai c'è soltanto parecchio mestiere e poca voglia di osare. Forse dopo tutti questi anni, come recita un popolare detto "chi si accontenta gode", come del resto il pubblico a cui è rivolto questo album. Continueranno a piacere a chi li ha sempre seguiti ed ha accettato ogni cambio di direzione, continueranno a non piacere a chi non ha mai sopportato questa realtà, o peggio la figura di Max Cavalera. Nel bene o nel male, lui è ancora qui, lo stakanovista per eccellenza in questo determinato ambiente musicale. Implacabile!


1) Resistance
2) World Scum
3) Intervention
4) Gladiator
5) Legions
6) American Steel
7) Redemption Of Man By God
8) Treachery
9) Plata O Plomo
10) Chains
11) Revengeance

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