SONATA ARCTICA

Winterheart's Guild

2003 - Spinefarm

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
08/11/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dopo due successi seminali per il genere melodic power come il debut Ecliptica e il successore Silence, i Sonata Arctica tentano il terzo centro consecutivo con Winterheart's Guild. Ritornati alla formazione a quattro dopo avervi incluso Mirko Harkin per due anni, affidano nuovamente il doppio ruolo di cantante e tastierista a Tony Kakko. Come tutti sanno, se è vero che è difficile sfondare il tetto del grande pubblico, ancora più difficile è rimanervi e proliferarvi. Non a caso, quindi, l'album viene mixato ai Finnvox studio e prodotto con grande influenza della band stessa nel lavoro di sound engineering. L'elettrizzante "Abandoned, Pleased, Brainwashed, Exploited" apre il disco come una salva di cannoni della Bismarck. Il testo, a dispetto del mood musicale veramente tirato e potente, è un'invocazione a chi abita il mondo di oggi: troppe cose vanno male e la loro responsabilità ricadrà prima o poi sulle nostre spalle, è arrivato il momento di cambiare la situazione per smettere di sacrificare i bambini, indifesi per antonomasia e potenziali adulti-carnefici di domani, al falò delle nostre manie. La produzione da subito si dimostra ben bilanciata e mirata ad esaltare i cori performati dallo stesso Tony Kakko, mentre un indemoniato Tommy Portimo pecca certamente di scarsa varietà ma, al contempo, merita più di un plauso per tenuta e decisione nelle parti di batteria. "Gravenimage" si apre con episodio pseudo-sinfonico, quasi da colonna sonora alla Vangelis, e un riff molto distorto accompagnato da accordi di synth lascia fluidamente il posto ad un'atmosfera da ballad con in primo piano la voce particolare di Tony (grande cantante davvero) e un pianoforte, conditi da un sacco di riverberi e di effetti sonori. In breve la distorsione ricompare e le coordinate del brano si assestano su uno slow-tempo evocativo. L'argomento è stavolta lo sguardo retrospettivo di chi, arrivato al termine della propria storia, volge l'attenzione a ciò che è stato e a come l'ha vissuto, all'amore perduto, ai singoli attimi significativi di un'intera esistenza. Dopo una sezione veloce e ritmata, ritorna un tempo lento epico e fastoso, in cui a sorpresa si snodano progressioni armoniche inquietanti che richiamano all'immagine sulla tomba del titolo. "The Cage" invece si mette dalla parte degli animali, raccontando la cattività di un lupo da parte della sua stessa prospettiva, ovviamente molto umanizzata. Dal punto di vista musicale non aggiunge niente di nuovo allo stile velocissimo, ultra-melodico e virtuosistico della band, che ancora una volta si lancia in un brano completamente supportato dal doppio pedale batteristico, da cori maestosi ed aperti, da veloci soli di chitarra e tastiere, dalle escursioni vocali del solito Kakko, compatto ed espressivo anche nella difficoltà tecnica."Silver Tongue" si regge su ritmiche vocali piuttosto complesse, e pur essendo un ottimo pezzo fa fatica ad entrare nella memoria di chi, ascoltando un disco dei Sonata Arctica, si trova forse troppo spesso attorniato da melodie facilmente assorbibili, rimanendo magari un po' spiazzato nei momenti in cui è richiesto all'attenzione un po' più di impegno. Il solo centrale, comunque, si fa apprezzare ampiamente per l'influenza evidente del barocco classico, presente sia nella parte di chitarra che nelle tastiere. Apprezzabile la citazione di Melville: "Call me Ishmael". "The Misery" è una bellissima ballata, un po' zuccherosa ma che si proclama degnamente erede dei pezzi più romantici di Bon Jovi (non a caso uno degli "eroi" musicali di Tony Kakko). L'amore finito e la disperazione malinconica del protagonista sono ovviamente i temi portanti del testo. "Victoria's Secret" ancora oggi è uno dei brani più amati dai fans, ha un ritornello da cantare veramente "tutti in coro" e un ritmo trascinante. Si riferisce alla pienezza del vivere contrapposta alla rinuncia e alla depressione di fronte alle difficoltà. Nella strofa iniziale è un riff tastieristico a tenere alta l'attenzione, prima che il chorus a base di cori e lunghe pennate di chitarra distorta entrino in campo a rendere memorabile il brano. "Champagne Bath" comincia con un folgorante solo (un po' incassato forse a livello di suono) di Jani Liimatainen. La struttura episodica del brano, comunque trainata dal filo conduttore di un drumming abbastanza semplice nello stile ma molto veloce e pressante, si snoda attraverso la storia di una celebrità che appare vanamente ad ogni angolo della vita della gente senza tuttavia lasciare nessuna reale traccia della propria personalità. "Broken" è un mid-tempo abbastanza rilassato, anch'esso entrato nella storia della band soprattutto per essere stato a lungo nella set-list delle apparizioni dal vivo. La canzone di per sé, forse, è una delle meno efficaci dell'album, e il testo parla come al solito di pene esistenziali e di grandi domande sul senso della vita ma, ad un'attenta lettura, ci si potrebbe addirittura scorgere un possibile adattamento alla vicenda di Frodo, protagonista del "Signore degli Anelli" Tolkeniano. Una lettura sicuramente ardita, ma più di un elemento del testo (molto vago nell'identificare l'argomento di cui si sta trattando) potrebbe suggerire un'apertura a quest'interpretazione. "The Ruins Of My Life", dopo una breve introduzione atmosferica, ruzzola di nuovo giù dal pendio della formula doppio pedale + cori potenti + accordi lunghi e distorti + sintetizzatori, un brand di per sé gustosissimo ma in realtà, arrivati a questo punto dell'album, anche un po' stancante ed evidente showcase per il Kakko vocalist (apprezzabilissimo ma, come ogni torta deliziosa, alla lunga decisamente indigesto). Un buon cambio di tempo contenente il solo-duello (la parola "duello" è da pugni in faccia, ma talvolta ci si trova costretti ad adoperarla) tra tastiera e chitarra apre la scena ad un'ulteriore variazione prima di uno stacco lento e romantico. Insomma, nel giro di pochi secondi ben quattro sezioni diverse, alla fine delle quali entra un coro epico, tragico e sontuoso. Come a dire: dopo aver dato l'illusione della solita minestra, ecco che il dado per il brodo adatto cambia tutte le carte in tavola! "Draw Me" comincia in guisa dolcemente acustica, e il testo parla con rassegnazione di una vita che sta giungendo al termine e che, inevitabilmente, non può esimersi dal guardarsi alle spalle scoprendo gli errori fatti, le mancanze, le occasioni predute, i rimpianti di un'esistenza sfuggente e difficile da cogliere al meglio. Man mano che il brano prosegue, l'incedere si fa sempre più epico e maestoso, e dopo l'emozionante chiusura arriva un po' di "studio chatting" che non fa molto onore ad una traccia così malinconica."The Rest Of The Sun Belongs To Me" è una fulminante bonus track zeppa di gustosi virtuosismi e complessità strutturali, che tuttavia non aggiungono, francamente, nulla di nuovo a quanto già enunciato dalla band nel disco. A questo punto, meglio lasciarla definitivamente fuori dalla tracklist oppure includerla come canzone "regolare".Winterheart's Guild è il disco della velocità, della maliconia retrospettiva nei testi, non tanto dell'amore perduto quanto della dolorosa consapevolezza della caducità della vita. Parole altisonanti, certo, ma a conti fatti sono quelle espresse dalle liriche (a volte, in effetti, fonte di legittima ilarità per i puristi anglofoni) di un album tragico e pessimista. A livello musicale, tuttavia, alcune tracce efficaci ed emozionanti contrastano con altre meno riuscite e che lasciano la sensazione di "un album che poteva dire le stesse cose in metà dei brani". Paradossalmente pezzi dalla struttura estremamente semplice o estremamente complessa, agli antipodi quindi, si rivelano per certi versi i più riusciti, mentre altri che stanno un po' nel mezzo non riescono a colpire nel segno, troppo figli forse dello "stile Sonata Arctica" meno peculiare, quello che rimane meno impresso nella memoria. Ottimi brani come "Victoria's Secret" o "The Misery" farebbero invidia a molti altri metallari melodici ed eredi dell'hair Anni Ottanta, ma non hanno la spinta emotiva ed evocativa dei grani anthem di Silence o Ecliptica. Un terzo album ottimo, dalle tinte virtuosistiche più che apprezzabili ma francamente a volte un po' ridondanti, un disco che dimostra la maturazione e il progresso di una band in continua crescita (Reckoning Night costituirà un ulteriore passo avanti) ma che non riesce a scalfire la robusta corazza di due vacche sacre come i dischi precedenti. Buona prova, comunque godibile, di una band capace di fare anche meglio.


1. Abandoned, Pleased, Brainwashed, Exploited
2. Gravenimage
3. The Cage
4. Silver Tongue
5. The Misery
6. Victoria's Secret 
7. Champagne Bath
8. Broken
9. The Ruins Of My Life
10. Draw Me

Bonus Track: 
11) The Rest Of The Sun Belongs To Me 

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