SOILWORK

The Chainheart Machine

2000 - Listenable Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
26/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

La Svezia: una garanzia assoluta. Questo Paese è rinomato per le sue band metal di altissimo livello e, soprattutto, per la tradizione riguardante il Death Metal tutto, nonché per la sua accezione più melodica, denominata appunto Melodic Death Metal. Questo Paese, infatti, è stato teatro del cosiddetto "Goteborg Sound", uno stile nato grazie a gruppi geniali quali In Flames, At The Gates e Dark Tranquility. Ma c'è una seconda ondata di questo movimento capitanata da una band che si è fatta le ossa sfornando dischi di qualità ineccepibile: i Soilwork. Siamo all'inizio del terzo millennio, la band si era lasciata alle spalle il buonissimo "Steelbath Suicide", un esordio che si ispirava chiaramente al passato offrendo, comunque, un buon songwriting che, pur non mostrando eccessiva originalità, si rivelò comunque molto personale. I Soilwork provano ad andare avanti con il loro secondo full length: "The Chainheart Machine". La formazione comprende Bjorn "Speed" Strid (voce), Carlos Del Olmo (tastiera), Ola Flink (basso), Peter Wichers (chitarra) e due new entry: Ola Frenning (chitarra) ed Henry Ranta (batteria). Il disco esce precisamente nell'anno 2000 grazie alla "Listenable / Century Media", case discografiche celebri, in particolare, per aver collaborato con numerose band Death Metal. Tra tutte le release delle due etichette ricordiamo quelle di gruppi quali Adagio, Exhumed, Zonaria, Mors Principium Est, Gojira, Ancient, Aborted e Gorod. L'artwork mostra una gabbia toracica metallica dove al suo interno è presente un cuore. Esso, però, è rappresentato da una faccia molto particolare, suddivisa in una metà umana ed in un'altra assai scheletrica. Il perché i Soilwork abbiano scelto un'immagine simile sembra essere un mistero senza ascoltare l'album e, difatti, il senso del tutto ci verrà chiarito più avanti. Da una prima interpretazione potremmo dedurre che la band voglia quasi descrivere, in questa sorta di concept album, un mondo freddo e privo di sentimenti dove la morte regna sovrana anche all'interno degli animi umani, che per principio dovrebbero essere "caldi", pieni di speranze, sogni ed ideali. L'album si compone di ben 9 tracce (in quella finale è presente anche una Ghost Track) nella versione internazionale, mentre in quella giapponese si aggiunge la decima "Shadow Child". Nella seguente analisi track by track ci occuperemo di analizzare il disco in versione internazionale, quella a noi pervenuta. Procediamo dunque con l'ascolto e l'analisi di questa seconda opera del combo svedese, fresco di un buon debutto e desideroso non solo di bissare, ma anche di ampliare i consensi ricevuti con il precedente album. Non adagiarsi sugli allori, questa è la parola d'ordine. Avviamoci, quindi, nei meandri del loro sound, alla scoperta della loro seconda fatica. Una storia di cupo pessimismo, incentrata sul controllo della mente, su di una tecnologia che ci schiaccia e ci schiavizza.. un mondo dove il sole non brilla più e dove nulla sembra poterci recare sollievo.

I Soilwork decidono di iniziare il disco compiendo una scelta molto particolare: presentarci subito la titletrack. "The Chainheart Machine", infatti, è il primo pezzo dell'album. La decisione appare alquanto azzeccata visto il livello molto alto del brano. Notiamo dall'ascolto che lo stile non è cambiato molto dalla precedente release , ma anche che è presente una più forte dose di ispirazione. L'intro parte con dei suoni metallici che rievocano un conto alla rovescia e lo scream lancinante di Bjorn ci introduce a nostra volta in questa song. I riff riprendono molto strutture Thrash Metal tanto care alla corrente teutonica, e sono ben strutturati e posizionati in tutta la intro. Il ritornello è un frangente molto forte della canzone poiché la dose melodica si unisce alla cattiveria, donandoci momenti in cui i brividi ci saliranno per tutta la schiena, garantito! Lo stile canoro di Bjorn si basa principalmente su uno scream tendente al growl molto acido ma, allo stesso tempo, particolare e pregiato. Al secondo ritornello vi è un attimo di completo silenzio che "spezza" letteralmente la canzone.  Questo è solo il preludio alla parte più mastodontica della titletrack. Un'ulteriore strofa dai riff in tremolo-picking ci conduce ad un assolo molto tecnico che dura per circa un minuto, melodico ed introspettivo. Alla sua conclusione si riapre un'ulteriore strofa che riprende la struttura chitarristica portante, condita dal blast beat e dalle vocals cattive di Strid. Il bellissimo ritornello ci porta alla fine del brano caratterizzato da un cambio velocissimo di tema e da un brusco finale. Nello scorrere di tutto il brano, comunque, si nota un profondo miglioramento nella batteria che appare scandire con maggiore vivacità e spontaneità le varie parti. Henry Ranta, per questo , rappresenta una piacevolissima aggiunta alla formazione. La "Chainheart Machine", letteralmente "La macchina che incatena i cuori", è un'entità enigmatica che i Soilwork non rivelano chiaramente cosa sia nelle lyrics di questa titletrack. Si parla, però, della sua caduta da parte di un "messia che brandisce un martello" che probabilmente sarà il suo distruttore in un futuro più ottimista (che ci sia un collegamento con il dio Thor?). Dalle lyrics comprendiamo comunque come questa sia un'entità negativa che incatena i sentimenti delle persone, in preda al puro egoismo, privandoli della facoltà di provare emozioni. I Soilwork difatti ci descrivono un mondo molto ostile rappresentato da accozzaglie di macchine che producono gli unici suoni presenti. L'atmosfera generale è cupa e il sole sembra non essere mai presente tant'è che l'interlocutore prega affinché si manifesti la sua presenza. Questa canzone è lo sforzo dell'uomo di ribellarsi a ciò che lo incatena e lo logora. Questo sentimento si riversa con una rabbia completamente cieca che mira soltanto alla distruzione, tanta è l'oppressione da sopportare: violenza genera dunque violenza, non si può purtroppo spezzare questa catena. "Bulletbeast" riprende moltissimo strutture Thrash e si presenta come un brano molto convenzionale che non mostra niente di particolarmente nuovo sotto il sole. La intro è un concentrato di furia e velocità grazie alle vocals molto acide di Bjorn e ad un ottimo lavoro di batteria. La parte chitarristica si basa su veloci riff che, però, passano un po' in secondo piano. La track è tutta ispirata allo stile degli At The Gates al quale i Soilwork sono molto riconoscenti, è innegabile e facilmente constatabile. La parte degna di particolare menzione è il piccolo assolo che, pur essendo abbastanza breve, rivela un maggiore livello compositivo rispetto alla precedente release. I Soilwork, però, stupiscono tantissimo con un secondo assolo di estrema raffinatezza e figlio della melodia generata da quelle "schitarrate" tanto care a Michael Amott degli Arch Enemy. Il solo, questa volta di durata abbastanza estesa, riesce ad essere molto "emotivo", amalgamandosi perfettamente con gli altri strumenti. Senz'ombra di dubbio è stata questa la nota positiva che ha sollevato il pezzo dall'anonimato. La veloce parte finale si conclude con un nuovo ritornello analogamente alla track precedente e uno scream di Bjorn conclude il tutto. Ricollegandoci alla copertina dell'album notiamo come la bocca della strana faccia sia in realtà una pistola. Questo brano è completamente collegato a questa immagine anche se non presenta concetti particolarmente profondi. Il fantomatico "re" punta la sua pistola contro chiunque, ed è il solo caso a decidere chi morirà e chi sopravvivrà.  La band svedese ci mostra crudamente un mondo estremamente nichilista, dove la violenza regna sovrana su tutto. Le menzogne sono destinate a finire poiché questa "bestia-proiettile" riuscirà a far giustizia di tutti i disonesti ed i viscidi. Il linguaggio è nudo e crudo poiché i Soilwork non badano ai convenevoli, per descrivere le varie tematiche. La parte musicale deve rispecchiare la violenza che emerge dai brani ed il suo feroce nichilismo. E dato che siamo in questo mondo non possiamo avere fiducia di nessuno poiché tutti sono capaci di uccidere e trarne profitto. Speriamo che il "vendicatore" giunga dunque presto, e faccia piazza pulita di chiunque si diverta a giocare con la vita delle persone.. questo, è l'augurio del combo svedese in questa track. La terza traccia, "Millionflame" parte con un galoppante riff farcito di un'interessante parte di batteria che rimembra un po' quelle atmosfere Iron Maideniane trasposte in un contesto chiaramente intriso di death metal. E' dopo questo momento che Bjorn inizia a levarsi con i suoi feroci scream; poi, la scelta delle melodie chitarristiche è sempre azzeccatissima e risponde alle esigenze del brano specialmente nel piacevole ritornello. Verso i due minuti si apre una parte chiaramente di memoria Arch Enemy, che precede l'assolo che, anche questa volta, è ben elaborato e convincente. In questa release, differentemente dalla precedente, i Soilwork hanno puntato su ciò di cui "Steelbath Suicide" era carente: gli assoli, appunto. Prima di partire con una strofa ulteriore la band svedese vuole spingersi oltre con un perfetto soliloquio di basso. "Come on, Let's Go", così Bjorn ci apre ancora ad un ulteriore solo di chitarra dai vaghi toni hard rock. Queste atmosfere evocate sono il trampolino di lancio perfetto per un ultimo riff e la conclusione brusca che ci porteranno poi al quarto brano. Le lyrics riguardano una mente controllata probabilmente dall'odio e dalla ferocia. Questo controllo la porta all'accumulo di molta energia  demoniaca, la quale si riversa anche nelle fiamme che le circondano gli occhi. Questa forza diabolica controlla le azioni e i movimenti del personaggio, ma  decide al contempo anche il momento quando egli regnerà oppure cadrà. Le immagini evocate dai Soilwork in questo secondo platter giocano molto sia sulla rabbia che sull'atmosfera di controllo delle menti che imprigiona gli animi umani. Ciò si collega sempre alle catene che imprigionano il cuore e quindi alla grande macchina descritta dalla band svedese. E quest'anima dannata non si arrenderà mai poiché sarà sempre controllata da questa malvagità che la porterà a distruggere ed annientare qualsiasi cosa, almeno finché la sua "ospite" non deciderà di disfarsi del corpo per cercarne un altro più potente e disposto a fare il lavoro sporco. "Generation Speedkill (Nice Day for A Public Suicide)" inizia subito con un piccolo assolo dal sapore molto Heavy Metal, che porta al blast beat e alle vocals di Bjorn. La strofa successiva continua pressappoco sulla stessa linea tematica con veloci note di chitarra e con ritmi molto serrati. I riff melodici, seppur non si avvertano parecchio, sono molto azzeccati. I riferimenti Thrash Metal alla tradizione degli anni '80 si sentono molto forti, e le successive fasi di ispirazione agli At The Gates riescono a rendere giustizia al tutto proponendo momenti per niente banali. L'assolo seguente riprende da tutta la tradizione heavy metal proponendo una composizione vivace e convincente. Le parti di batteria si alternano tra riff melodici e parti di chitarra frenetiche e veloci. Tutto sommato è un pezzo abbastanza lineare che presenta la canonica struttura: intro-strofa- ritornello-strofa-ritornello-assolo-strofa-ritornello-outro. Nella conclusione ci sono degli effetti vocali che cambiano il pitch vocale di Bjorn, ed è molto particolare il risultato finale. Il testo è molto particolare poiché pone il proprio accento sulla nuova generazione che si "fissa" con i mass media e la tv. Ciò conduce ad un veloce genocidio culturale che coinvolgerà tutte le menti dei ragazzi. Questa opera di annichilimento delle menti pianta direttamente i propri semi sulle coscienze dei giovani grazie, appunto, a questi mezzi di (presunta) informazione. Già il titolo evidenzia come questo si tratti anche di un vero suicidio, poiché siamo noi a scegliere di guardare la tv. Poiché questa ci inonda di bugie descrivendo un mondo platinato dove le regole sono invertite, noi siamo come dei vegetali che, assorbendo tutto piano piano, corrono verso l'autodistruzione. Da questo stato, inoltre, non è più possibile sfuggire una volta iniziato il processo. I Soilwork anche questa volta giocano molto sull'immagine del controllo delle menti che è inevitabile fonte di distruzione. "Neon Rebels" riprende molto le strutture dei Dark Tranquility già nelle fasi iniziali salvo, poi, sfoggiare più personalità nel prolungarsi di un breve assolo. La struttura portante  viene poi accompagnata dagli scream di Bjorn Strid. Seppur di chiarissima matrice Death Metal, in questo brano ci sono dei piccoli sprazzi che riprendono un po' l'Epic Metal di Manowar e Manilla Road, seppur molto timidamente accennati. Il brano continua sugli stessi binari anche nei secondi successivi portando nuovamente ad un'altra strofa che recupera il tema principale. La song è molto lineare poiché è seguita dal consueto assolo che, pur non mostrando niente di assolutamente originale, riesce ad avere una fase finale molto convincente grazie ad una struttura in climax. Un ultimo refrain conclude le danze portandoci via un pezzo molto gradevole. Il testo, molto breve e coinciso, parla di questi "Neon Rebels", una razza probabilmente aliena che vuole vincere su tutto e tutti. Se possiamo pensare alla definizione del Neon come "gas nobile", possiamo comprende come questi ribelli vogliano rappresentare una razza degna di comandare e regnare. Il fatto che si citi la "missione nella galassia" nell'anno 2001 potrebbe essere un riferimento a Odissea nello Spazio dello scrittore Arthur C.Clarke. Questa volta i Soilwork ci mostrano un tema maggiormente focalizzato sulla volontà di essere liberi e di distruggere il sistema. Però, per ottenere ciò, bisogna uccidere poiché è necessario che tutto si conquisti attraverso sangue e sudore. Per la band svedese nulla è facile da ottenere nel mondo nichilista e ostile da loro descritto, e non si può respingere un invasore o ribellarsi ad esso con i sorrisi ed il concetto di non violenza. Bisogna impugnare le armi e cacciar via gli invasori con tenacia, senza aver paura di morire o di lasciarsi sopraffarre. "Possessing The Angels", la sesta track del platter, rivela il suo andamento fortemente thrash sin dalle prime battute. Il blast beat ci regala un frangente fortemente aggressivo ed anche il cantato di Bjorn Strid a volte è leggermente più cupo. Le tastiere, sempre abbastanza timide, si sentono fiocamente all'interno della composizione, e per il resto la track si mantiene su livelli alquanto standard anche se la forte dose di energia e veemenza sprizzanti da tutti i pori trasformano il tutto in un pezzo molto trascinante e fortemente coinvolgente. Le varie strofe si susseguono l'una con l'altra senza evidenziare marcati cambiamenti. Il mutamento avviene intorno al secondo minuto quando gli svedesi si lanciano in qualcosa di più melodico grazie all'assolo. In tutte le track del platter è possibile continuare ad avvertire come il combo proveniente dalla Svezia abbia puntato moltissimo sulle scelte chitarristiche. L'assolo in questione, infatti, dura più di un minuto e si rivela come uno dei vertici più limpidi e cristallini dell'intero disco. Alla sua conclusione, un growl ci riporta alla struttura Thrash portante che, a sua volta, è conclusa da un refrain e da un ulteriore urlo di Bjorn.  Anche qui, liricamente parlando, ci ricolleghiamo al tema del controllo. Un'entità malevola riesce ad avere il possesso di tutte le facoltà mentali della vittima. Tutte le azioni compiute in passato non potranno mai essere cancellate e questo essere controllante accentua questa insanabilità, spingendo il protagonista a macchiarsi di gravi colpe che macchieranno per sempre la sua esistenza. In realtà tutto si unisce all'argomento dell'autodistruzione che scaturisce dal peccato e dalla non consapevolezza di aver commesso atti atroci. Cominciamo a capire come questo feroce controllo che annichilisce e distrugge rappresenta quella voce della conoscenza che, stanca di tutto, inizia a vendicarsi contro colui che non l'ha mai voluta ascoltare. Diventa, perciò, come un demone che oscura il sole e che inizia a "possedere gli angeli", ovvero, a rendere malvagio ed oscuro tutto ciò che di positivo e riparatore ci sia al mondo.  Il sole dunque si oscura, il regno della notte (del Male, quindi) è pronto a governare. "Spirits of the Future Sun" sembra essere una continuazione del precedente pezzo. Questo brano rappresenta uno dei momenti più alti dell'intera discografia dei Soilwork poiché è un pezzo completamente anticonvenzionale (pur conservando le caratteristiche tipiche della band) e sorprendente in senso assolutamente positivo. L'inizio è lento e riprende molto dagli Iron Maiden, ed ha un'alta dose di melodia e malinconia, a dimostrazione del fatto che la band svedese, nelle fasi introduttive, ha puntato molto su una forte componente evocativa. Passato il primo minuto torniamo su binari più convenzionali grazie a quel Melodic Death Metal dalle forti ispirazioni Thrash a cui i Soilwork ci stanno abituando, ed il brano si muove su questi livelli tematici fino al terzo minuto dove vi è una leggera ripresa dell'intro. Ma la vera perla del pezzo è l'assolo dettagliato, curato, raffinato e pregiatissimo. Esso si snoda tra momenti più lenti ed altri più concitati ma non perde mai di intensità. "Steelbath Suicide" non aveva mai raggiunto tali momenti di pathos emotivo poiché le scelte chitarristiche erano meno improntate sui soli. I Soilwork, quindi, riescono a tirar fuori alte dosi di tecnica senza scadere nel banale in nessun istante.  Verso il quinto minuto il brano riprende le sue linee convenzionali ma siamo ormai consapevoli di aver trascorso almeno due minuti di assoluta goduria evocativa. Questo brano, sicuramente, è uno di quelli che musicalmente rimarrà più impresso in chiunque abbia ascoltato tutte le release dei Soilwork.  Il finale è costituito da alcune battute di batteria che chiudono il cerchio bruscamente. Il testo sembra anch'esso, come la musica, ricollegarsi con la precedente track poiché il sole era stato oscurato e, a quanto pare, questa canzone rimanda proprio alla presenza di una futura stella. Il protagonista delle lyrics è una personalità smarrita che non si ricorda del suo passato. Quello che però comprende è come il sole bruci sulle menti di quei giovani che sono corrotte dal mondo virtuale, ma come questi ultimi non riescano a vederlo. Fuori, infatti, la guerra è iniziata e sta mietendo vittime. I Soilwork continuano a porre l'accento sulla fragilità della mente e sul facile controllo che molti agenti esterni possono esercitare su di essa. Il protagonista, probabilmente, è stato traviato da questo dannoso sistema e sta scontando le sue colpe precedenti: da questo mondo, però, egli vuole evadere cancellando queste nefande azioni compiute quando egli non era in se. Da quel che emerge, il suo unico sbaglio è stato credere a un mondo basato sulle bugie. "Machinegun Majesty", la penultima track della seconda release dei Soilwork, è un pezzo di cinque minuti che parte con un riff molto thrash che rimanda abbastanza alla titletrack. Bjorn Strid continua con il suo convincente stile canoro mentre le varie battute si susseguono l'una con l'altra. Nei primi istanti il tema musicale non subisce particolari variazioni. L'incedere risulta abbastanza ripetitivo anche nel ritornello poiché i cambiamenti generali sono minimi, almeno fino a metà brano. Infatti, a giudicare dallo svolgimento delle varie track, i Soilwork dividono ciascun brano in due parti: una più aggressiva e cinica, l'altra più melodica e riflessiva, capitanata dai mirabolanti l'assoli. Anche in questo pezzo la regola non fa eccezione per cui eccoci di fronte ad un nuovo solo riuscitissimo e cristallino, dominato da note molto alte spesso sfocianti in armonici. Possiamo facilmente cadere nella trappola dell'headbanging ascoltando con quanta maestria e tecnica i Soilwork procedano nell'esposizione dei propri brani. Il finale è, come di consueto, caratterizzato da una ripresa del tema principale e da un'ulteriore ritornello. Questo, così come i restanti, è contraddistinto da toni leggermente epici. Una brusca battuta ci porta alla fine del pezzo. Questo pezzo mira molto sulla creazione di un'atmosfera cinica e violenta dove un'entità regale costituita, essenzialmente, da una mitragliatrice (una macchina da guerra, in poche parole) regna e uccide continuamente. La Terra è destinata ad una profonda decadenza dettata dalla rabbia, dal sangue e dalla ferocia degli uomini, il tutto scatenato dal panico generale. Ed essere "bucati dall'acciaio" rappresenta quasi un bisogno insostituibile e imprescindibile: la guerra continua mentre la notte regna sovrana ed eterna sull'umanità. Essa è destinata ad essere sempre presente poiché per nessuno c'è speranza di salvezza ed è un cliché artistico associare all'immagine notturna la privazione di ogni libertà e sentimento positivo. I Soilwork, inoltre, riprendono un'affermazione quasi "leopardiana": "We suffer, yes we suffer, in this pit of hell" ("soffriamo, si soffriamo, in questo baratro infernale"). Leopardi ne "La Ginestra" parlava della cosiddetta "Social Catena", ovvero della consapevolezza degli uomini di essere accomunati tutti dallo stesso destino. Quel "We" marcato più volte rappresenta, appunto, quest'aria di forte rassegnazione alla quale, però, tutti siamo destinati. "Room No.99" sembrerebbe durare quasi otto minuti. In realtà ciò è dovuto al fatto che essa nasconde una Hidden Track dopo un lungo silenzio. La traccia vera e propria parte con una intro molto aggressiva scandita da tonanti parti di batteria. I riff sono molto ispirati al death metal classico salvo poi diramarsi in diverse accezioni melodiche. Il ritornello è molto basato sulla melodia grazie a azzeccatissime note di chitarra quasi riflessive e malinconiche. I punti più aggressivi del pezzo si hanno nelle strofe farcite dal cantato di Bjorn, punti che non sono mai banali e scontati. Anche in questo caso c'è la classica divisione in due parti con la seconda completamente dominata dall'assolo introspettivo e tecnico. Ciò porta alla ripresa del tema centrale in blast beat che, come al solito, riprende moltissimo la tradizione del Thrash Metal teutonico di band come Destruction, Tankard e soprattutto Sodom. Note più oscure e atmosferiche ci portano verso la fine del pezzo che, stranamente, finisce in dissolvenza. Alcune confuse parole ci portano a questo momento particolare che sembra lasciare tutto in sospeso. In effetti il pezzo non è finito. Dopo quasi circa 3 minuti di assenza il pezzo riparte con una stranissima parte di violino che, stranamente, precede dei suoni metallici che ricordano un po' quel conto alla rovescia che iniziava con la titletrack. Da qui apprendiamo come quelli fossero anche i battiti del cuore della Chainheart Machine.  Dopo i vari testi incentrati sulla violenza, sul controllo, sulla predominanza degli altri sui più deboli, i Soilwork ci mostrano un pezzo dove il protagonista tenta di rifugiarsi nella cosiddetta stanza n.99, un posto dove può essere al sicuro. E in questo posto egli asserisce di poter rimanere per sempre al riparo da tutto ciò che lo tormentava. È una fine particolare ma ci fa capire come solo l'isolamento può portare fuori da quel controllo esercitato su di noi, che porta all'autodistruzione e all'annichilimento. All'inizio, infatti, egli è una vittima che è destinata a vedere e sentire tutto ciò che ha sempre visto e sentito. Alla fine, però, questa frase è riportata al contrario della sua accezione originaria poiché, essendo nella stanza n.99, il protagonista non sarà più condannato a dover assistere a tali atrocità. Il nulla, questo è il suo destino. La strumentale nascosta ci riporta un po' all'inizio dell'album e i Soilwork sembrano, comunque, lasciare tutto in sospeso. Ma una cosa forse ce l'hanno svelata: tutto è destinato a tornare come prima e l'uomo irrimediabilmente sarà dannato.

"The Chainheart Machine" rappresenta una maggiore concretizzazione di ciò che i Soilwork avevano già iniziato con la precedente release. È stupefacente quanto, però, pur rimanendo sui binari già stabiliti, la band svedese abbia voluto aggiungere una tecnica molto maggiore andando a riparare, soprattutto, sul "reparto" assoli, vera e propria perla dell'album. Non ancora siamo di fronte all'originalità che la formazione mostrerà più avanti ma tutte queste caratteristiche hanno reso il platter indimenticabile. Sebbene possa risultare forse un po' ripetitiva la divisione in due parti di ciascun pezzo, questa formula funziona alla grande e i Soilwork non perdono mai un colpo. Non c'è mai nell'intera tracklist un brano che sfigura davanti agli altri poiché tutti si mantengono sullo stesso livello qualitativo. Picchi degni di menzione sono la titletrack, "Millionflame" e, soprattutto, "Spirits of the Future Sun", vera e propria apoteosi di tutta questa produzione. Dal punto di vista della registrazione audio siamo ai livelli del precedente disco, "The Chainheart Machine", però, è un lavoro più raffinato ed è un sintomo ancora maggiore della volontà del combo svedese di voler cambiare le carte in tavola. Siamo ancora agli inizi di un lungo cammino che porterà a una maggiore versatilità del cantato di Bjorn (notare come nell'album siano assenti parti in pulito), una più marcata propensione verso sound più moderni e, soprattutto, a un maggiore distacco dal Melodic Death Metal tipico di Goteborg.  Gli Svedesi hanno quindi iniziato il loro mutamento grazie a questo capolavoro di album, una perla quasi esente da difetti della discografia "Soilworkiana". In futuro ci saranno dei cali dovuti a mancanza di inventiva e ad una maggiore commercializzazione, ma senza  quest'album non ci sarebbe mai stato il recente capolavoro "The Living Infinite". Promuovo a pieni voti questo album e lo consiglio a tutti gli appassionati del Death Metal poiché la composizione raggiunge davvero livelli altissimi. Se proprio dobbiamo essere pignoli alcuni dei brani peccano un po' di identità ma è un difetto facilmente riparabile. Per cui diamo fiducia a questi grandissimi svedesi e leghiamo anche noi il nostro cuore alle loro catene. 

1) The Chainheart Machine
2) Bulletbeast
3) Millionflame
4) Generation Speedkill
(Nice Day for a Public Suicide)
5) Neon Rebels
6) Possessing The Angels
7) Spirits of the Future Sun
8) Machinegun Majesty
9) Room No. 99

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