SOILWORK

Steelbath Suicide

1998 - Listenable Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
20/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Parlando di band capaci di portare alto lo stendardo del Melodic Death Metal svedese, non possiamo certo ignorare la frizzante formazione dei Soilwork, un gruppo che essendo figlio della scena di Goteborg ha innovato moltissimo, nel corso della carriera, il suo sound caratteristico aggiungendo moltissime influenze moderne grazie alla creazione di uno stile sempre più personale. Ma tutte le grandi formazioni devono farsi la gavetta prima di capire la strada giusta da imboccare, e i Soilwork non sono un'eccezione. "Steel Bath Suicide" rappresenta l'inizio, il preludio, la nascita di un ottimo gruppo che saprà regalare parecchie emozioni negli anni successivi. La band si formò verso la fine del 1995, per volere di di Bjorn "Speed" Strid , inizialmente con il nome di Inferior Breed; successivamente hanno cambiato nome in Soilwork e firmato per la "Listenable Records" grazie a un incontro con Michael Amott, chitarrista degli Arch Enemy. Il loro sound primordiale era influenzato da gruppi storici come Pantera, Meshuggah e Carcass, ma dopo il cambio di nome adottarono linee più melodiche. Il debutto "Steelbath Suicide" è stato rilasciato nel Maggio del 1998 ma è stato riproposto più volte dalla "Century Media" nel 2000 (con "The Aardvark Trail" in versione live e una diversa copertina) e nel 2008 (con l'aggiunta di "Sadistic Lullabye" in versione live). La formazione all'epoca era composta da Bjorn Strid alla voce, Peter Wichers e Ludvig Startz alle chitarre, Carlos Del Olmo Holmberg alle tastiere e ai sintetizzatori, Ola Flink al basso e Jimmy Persson alla batteria. L'artwork originale raffigura un cyborg legato a due ganci, e dalla cui testa partono dei fili elettrici; la parte inferiore del corpo è completamente distrutta poiché si intravvedono benissimo i collegamenti interni del robot. Gli occhi del personaggio sono eterocromi : quello sinistro è rosso mentre il destro possiede il suo colore naturale. L'album è composto da ben 11 tracce dalla durata abbastanza breve (la più lunga si aggira sui quattro minuti e mezzo) e presentano più o meno tutte lo stesso stile caratteristico ancora non nel pieno della sua originalità.

Il disco parte con una intro strumentale dal nome "Entering The Angel Diabolique" dalla durata di due minuti circa, la quale si apre subito con un riff molto melodico sostenuto da forti battute che diventano sempre più scandite. Il sound ricorda molto gruppi come At The Gates e Dark Tranquility. La track si destreggia successivamente con buoni assoli abbastanza tecnici che si alternano a riff più violenti . Nel sound si sentono anche le influenze degli Arch Enemy, nella scelta dei powerchord e delle melodie. Il brano rappresenta una semplice intro e non possiamo offrirne un'analisi tematica per questo motivo. La successiva "Sadistic Lullabye" è altrettanto breve e parte con un riff subito ispirato agli In Flames gloriosi di "Jester Race" e agli Arch Enemy. È il primo pezzo a figurare le vocals di Bjorn Strid basate principalmente su uno scream basso che rappresenta un po' il punto di congiunzione tra questa tecnica e il growl. Nel ritornello la grandissima performance di Strid è sostenuta dal un riff melodico che cresce sempre più di tono mentre si riprende successivamente la linea generale del pezzo. La struttura è molto semplice poiché le strofe presentano dei powerchord incastonati tra di loro che si ripetono regolarmente.  Ad un certo punto i ritmi si calmano e Bjorn inizia a parlare silenziosamente; questo è il preludio a un bellissimo assolo molto melodico, dove anche il tremolo e il "wah wah" giocano componenti fondamentali per la riuscita del momento. Altri riff melodici e non ci conducono alla conclusione del pezzo. Le lyrics trattano di odio, morte e uccisioni in modo molto sadico e diretto. La scena si apre con l'interlocutore che si rivolge alle sue vittime su cui incombe una morte certa. Egli lavora mente il suo dolore raggiunge l'apice, infliggendone altrettanto ai suoi avversari. Il movente che guida il suo operato, difatti, sembrerebbe il raggiungimento dell'appagamento personale poiché la personalità pare essere molto tormentata e disturbata. Solo il suicidio, che avverrà a ritmo di una ninna-nanna sadica (da cui il titolo della canzone) porterà alla definitiva liberazione dell'individuo (questo tema può essere facilmente rapportato anche con il titolo dell'album). Bjorn ci trasporta in un mondo puramente misantropico: "Life's a sculpture that can't resist" ("La vita è una scultura che non può resistere"), si sottolinea la forte caducità della vita e la sua propensione ad essere distrutta. Segue a ruota "My Need", una traccia abbastanza convenzionale che riprende alcune piccole influenze Thrash Metal nella scelta dei riff (questo probabilmente dovuto allo stile della formazione ai tempi della denominazione Inferior Breed)  grazie anche alla presenza di armonici artificiali che rendono il sound più compatto. Il pezzo, purtroppo, risente di una certa monotonia poiché le strutture sono ripetute eccessivamente e non presentano variazioni degne di nota. Difatti, l'intero brano, già dalla intro, utilizza riff semplici e immediati che però risultano abbastanza anonimi anche negli intermezzi un po' più melodici. A salvare forse le carte in tavola sono le vocals di Bjorn (sempre molto convincenti) oltre al il veloce assolo che, però, ha una durata troppo ristretta per essere apprezzato appieno. I Synth finali concludono una track che non rende giustizia sia alle successive che alle precedenti. Questa canzone pare trattare un tema assai particolare: un abbandono all'energia della vita che rigenera, ci aiuta, e rappresenta un vero e proprio bisogno.  Questa forza però è data, ovviamente, dalla rabbia, poiché essa è capace di fortificare e donare una potenza sovrumana non presente normalmente. Il protagonista della track è alla ricerca di questa fonte di energia che assume gradualmente, e con la quale non potrà mai essere sconfitto e sottomesso. "Skin After Skin" è una traccia che punta molto sulla violenza e su ritmi serratissimi al cardiopalma. Fortissima è l'influenza di alcune band Thrash e Death, mista alla tendenza del brano ad essere estremamente catchy. Già dalla intro si vede anche l'influenza svedese, che è da sempre una componente fondamentale del sound dei Soilwork, mentre Bjorn Strid non cambia minimamente il suo stile canoro basandosi anche questa volta su uno scream dai toni bassi, in quello che sembra un incrocio tra le vocals degli At The Gates e dei primi In Flames. I riff assumono connotati sempre più melodici per poi procedere a attimi sincopati in cui la batteria offre un valido gioco ritmico. Il ritornello è di facile presa anche se si sviluppa su trame molto semplici e mai articolate. L'assolo offre una valida prova poiché i chitarristi Wichers e Svartz sono consapevoli di creare degli intrecci interessanti e per nulla banali, che trascinano gli ascoltatori in vortici di pura energia oscura. Il brano si conclude improvvisamente con una battuta finale. Il testo sembra risultare di difficile interpretazione. Probabilmente il protagonista è vittima di diverse delusioni d'amore di cui quella della quale si parla nella canzone è la decima ("I Count Them All, This Must Be Number Ten" ("Le conto tutte, questa dovrebbe essere la numero dieci"). A questo punto Bjorn Strid ci comunica che nelle storie molto spesso regnano le bugie e queste provocano inevitabilmente delle cicatrici indelebili. Già il titolo "Skin After Skin" (Pelle dopo Pelle) indica i diversi rapporti carnali che l'interlocutore ha avuto durante la sua vita, privi di sentimento. Peccato dopo peccato, infatti, Strid indica nelle fasi finali della track una vera e propria morte cerebrale poiché l'amore può essere facilmente un'arma a doppio taglio dalla quale possiamo rimanere facilmente danneggiati. "Wings of Domain" è un pezzo più atmosferico rispetto ai precedenti. Seppur aleggia ancora l'acerbità creativa della band, è innegabile come il brano sia una valida dimostrazione di impegno e coraggio grazie a un'attenzione forte per l'evocazione di un'atmosfera oscura e cinica. Per questa occasione Bjorn Strid alterna i suoi vocalizzi in scream con delle parti in pulito molto cupe. Nella intro, infatti, il cantante si dilunga subito con questa alternanza che cela moltissima rabbia sopita e ci conduce verso l'antro di una vera e propria furia omicida. Il ritornello presenta la più valida prestazione canora accompagnata da un ottimo sostegno strumentale e dal riff principale che possiede leggerissimi riferimenti alla musica araba. L'assolo offre un'altra validissima prova di Wichers e Swartz ed è chiaramente influenzato da band seminali del Melodic Death come Arch Enemy e Dark Tranquility. Le fasi finali riprendono il tema principale concludendo gloriosamente un pezzo molto valido all'interno della release. La track evidenzia temi molto tristi come il rifiuto dalla condizione amorosa e l'alienazione dal mondo. Il personaggio principale delle lyrics si ritrova in un mondo che lo rifiuta dopo la fine della sua relazione d'amore, dato che tutto sembra ormai in procinto di crollare, e si ritrova privo di punti di riferimento. Ciò che gli rimane, come evidenziato nel ritornello, è il combattimento contro se stesso cercando uno spiraglio di salvezza rappresentato dalle "Wings of Domain", letteralmente, le "Ali del Dominio", ciò che gli permetterà di controllare il mondo che lo osteggia. Questa ricerca è, però, disperata poiché il personaggio è spaesato e non capisce dove sia effettivamente l'amore che lo ha abbandonato e rigettato. La sesta track è proprio la titletrack, "Steelbath Suicide", un brano che è anche influenzato dalle grandi formazioni heavy metal che hanno regnato negli anni '80. Il realtà il pezzo non aggiunge nulla di nuovo, stilisticamente parlando, a ciò che abbiamo incontrato nelle precedenti track ma si presenta, comunque, come un'ottima prova degli svedesi. Nelle fasi iniziali la batteria è molto convincente grazie a una performance molto sparata e di alto impatto. Le vocals di Bjorn sono sempre all'altezza delle situazioni trattate, grazie anche a un valido sostegno ritmico e strumentale. Le parti melodiche riescono a definire come sempre le caratteristiche salienti della band e un assolo riuscitissimo riesce a donare lustro a un brano che si preannuncia come uno dei migliori dell'album. La ridotta durata della track in questo caso non rappresenta un aspetto negativo e la fine rende giustizia alla composizione riprendendo il tema centrale e amalgamandolo bene alla situazione generale. Dalla lettura delle lyrics spesso ritorna alla mente quella copertina di "Painkiller" dei Judas Priest a cui siamo tanto affezionati, con il demone che guida energicamente (e su di un cimitero infuocato!) quella moto metallizzata terminante in una prua "testa di drago". E quel centauro è proprio un cyborg alato, forse lo stesso che vediamo sulla copertina di "Steelbath Suicide". Da questo capiamo come la titletrack sia un vero e proprio riferimento ai Metal Gods degli anni '80 (non solo i Priest), coloro che hanno iniziato il culto del metal anche nell'abbigliamento caratteristico formato da cuoio e jeans. I riferimenti nel testo della track alle storiche band britanniche sono molteplici, come ad esempio la citazione stessa dell'odore del cuoio che aleggia nell'aria, o le ruote di acciaio ("Wheels of Steel"). Per cui, il brano ci invita a vivere nei dettami del metal e a trarre energia da esso, poiché non è un semplice genere musicale ma una vera e propria forza distruttrice che prenderà possesso di noi e che ci accompagnerà fino alla morte. "In A Close Encounter" è un'altra traccia concisa, dalla breve durata, in cui gli scream di Bjorn si fanno subito riconoscere per la loro veemenza e potenza. Dal punto di vista strumentale non ci sono momenti di alto rilievo poiché, bene o male, si continua sulla riga di brani come "My Need" seppur con una velocità meno sostenuta. L'inizio è caratterizzato da una partenza abbastanza atmosferica grazie all'apporto fondamentale dei synth di Del Olmo Holmberg. Tralasciando il lento ed espressivo (ma buonissimo) assolo della fase centrale, il brano scorre tranquillamente grazie a un riffing semplice ma ispirato, e ad alcuni rallentamenti ritmici che poi riportano alla parte in Synth atmosferica evidenziata nella intro. Le lyrics sono molto particolari poiché, probabilmente, si fa riferimento a un malato di HIV che nel pieno della notte scorge alcune stelle in lontananza. Queste rappresentano probabilmente la speranza del malato di evadere dalla sua condizione e di trovare una soluzione ai suoi mali. Queste luci, però, spariscono in fretta verso mondi lontani ed evidenziano la non mutabilità dei fatti che condanneranno il malato a rimanere nella sua condizione. L'ottava "Centro De Predominio" è un brano strumentale di due minuti che rappresenta un ulteriore intermezzo. Il pezzo comincia con un riff molto melodico di chitarra che ricorda i primi Arch Enemy di "Liiva" e gioca tutto su trame melodiche grazie alle ispirazioni Heavy Metal e Power Metal degli anni '80. Come brano dimostra una tecnica molto più elevata dove le intricate trame si intrecciano armoniosamente tra violenza e virtuosismo. I refrain più lenti disseminati per i due minuti del pezzo non sminuiscono la linea melodica ma la esaltano ulteriormente. Le parti finali riprendono un po' dalla tradizione Thrash Metal grazie a una maggiore velocità e a una buona tecnica chitarristica. In sostanza, "Centro De Predominio" rappresenta un'ottima traccia strumentale che regala tantissimi attimi di godimento. "Razorives" è una delle canzoni più lunghe dell'album e inizia subito con un riff molto duro ma melodico che anticipa subito i toni violenti della track. Dopo la intro, infatti, i ritmi accelerano così come l'incalzare della canzone, mentre le vocals di Strid accentuano la violenza generale della composizione. In questo brano figurano diversi cambi di ritmo, anche in prossimità del refrain, che mostrano una validissima scelta tematica della band svedese sia dal lato groove che dal lato puramente tecnico. La velocità generale si mantiene sempre su livelli molto sostenuti. Verso la fine il lato tecnico si eleva spaventosamente grazie alla presenza di assoli molto elaborati che prendono moltissimo dalla tradizione class metal degli anni '80 a cui si aggiunge chiaramente una forte matrice moderna. Il death metal, infatti, si incrocia con i forti riferimenti Power, Thrash e Heavy che donano il lato melodico a tutta la proposta dei Soilwork. Questo stile continua ad essere imperante fino alle battute finali, una degna conclusione a un pezzo molto convincente. "Razorlives" è un altro brano molto pessimista, incentrato sulla rabbia e la disperazione causata da una vita che non ci soddisfa e appaga. Il male aleggia sempre su di noi e la nostra vita può finire da un momento all'altro. Ciò che, però, crea la sofferenza maggiore, è la consapevolezza del proprio destino e ciò che sorprende è che questa percezione della morte si avverte nella vita terrena. Ogni vita è sulla lama del rasoio e avrà la giustizia che merita: così, nel refrain, Bjorn evidenzia come i bugiardi saranno bruciati da questa forza vitale e che la storia sarà per questo riscritta. Infatti, la nostra esistenza è uno specchio che non sarà mai ingannato e per questo ci ripagherà sempre del male che seminiamo. "Demon in Veins" è la penultima track del disco ed è la canzone che guarda di più al futuro e anticipa le innovazioni stilistiche che i Soilwork innesteranno più in avanti. Nella intro la voce di Bjorn è modificata elettronicamente da un filtro, diventando quasi cibernetica e immersa nell'oscurità mentre, successivamente, torna con il suo scream basso ma graffiante sorretto da una struttura composta da riff aggressivi di chitarra e synth in sottofondo. Lo stile che assumeranno più in là è anticipato da una maggiore semplificazione dell'insieme a favore di un groove più ispirato. Bjorn è più aggressivo che mai poiché il suo stile canoro, pur mantenendosi su toni bassi, presenta una maggiore cattiveria e ferocia. Il ritornello in cui pronuncia "Devil" incessantemente è una vera furia omicida e conferma il brano come il più duro dell'intero album. I riff riprendono sempre la scuola svedese seppur rielaborandola modernamente. Nella seconda parte del pezzo i ritmi rallentano un poco per lasciare spazio ad un'ottima parte di batteria che anticipa un assolo melodico ma espressivo. Il finale è incentrato, come nella maggior parte dei pezzi, su una ripresa del tema musicale principale prima però di un ulteriore refrain che conclude il pezzo. Le lyrics sono incentrate sulla presenza di un vuoto interiore che attanaglia il protagonista, un vuoto che cresce a dismisura. Questo è causato da un probabile circolo di dipendenza che lo bracca e distrugge anche se, "dentro" il personaggio, si nasconde un'essenza demoniaca che, accentuata da tutto ciò che il protagonista vive, non aspetta altro che uscire allo scoperto e distruggere tutto ciò che trova. I Soilwork con questo brano mostrano la follia umana e l'incontrollabilità che essa assume nelle situazioni più caotiche e disperate. Gli svedesi vogliono portare alla luce il lato più oscuro dell'uomo attraverso un pezzo che sia musicalmente sia tematicamente riesce a far emergere la parte "demoniaca" di ciascuno di noi. La chiave di volta per interpretare ciò è proprio il doversi trovare tra la vita e la morte senza via di scampo, ed è la mente che in queste occasioni diventa sempre più cieca per lasciare posto alla bieca pazzia. "The Aardvark Trail" è l'undicesima e conclusiva traccia dell'esordio dei Soilwork e si prospetta come un brano molto incalzante dai riff subito melodici che vengono alternati a parti più aggressive evidenziate dal solito scream di Bjorn. Qui la scelta delle strutture chitarristiche è molto semplicistica ma è sviluppata perfettamente grazie a una forte ispirazione. I riff, infatti, si intrecciano armoniosamente l'uno con l'altro e fanno emergere forse il migliore brano di tutto l'album. Il refrain è puramente strumentale e possiede l'intreccio chitarristico più ad effetto di tutto il pezzo, e probabilmente di tutto il disco. Il rallentamento precede poi un assolo molto buono che porta alla conclusione che, probabilmente, poteva essere più incisiva. L'undicesima canzone, infatti, sembra concludersi con il fiato sospeso e forse frettolosamente ma, sicuramente, ci ha regalato degli attimi indimenticabili grazie alle forti ispirazioni prettamente derivate dagli At The Gates, che i Soilwork hanno onoratamente tributato. L'Aardvark è un animale somigliante a un piccolo maiale il cui nome scientifico è Orycteropus Afer o oritteropo. È un animale molto attento alla ricerca del cibo e si difende benissimo dai suoi nemici (le formiche-soldato). Il brano letteralmente vuol dire "la pista dell'Aardvark" e i motivi per cui la band ha scelto questo animale risiedono nel fatto che comunque questa creatura ricordi un maiale e per questo motivo, di solito, è sporco e sudicio. L'interlocutore si rivolge a una persona che lo digusta, evidenziando la sua sporcizia interiore più che esteriore. L'intera canzone è un canto di odio verso questo personaggio sporco nell'animo e Bjorn, infatti, urla "I Give You Hell" ("ti darò l'inferno") per evidenziare l'insopportazione. La fine della creatura simile all'Aardvark è quella di avere la schiena squarciata dal demonio stesso.

I Soilwork hanno prodotto un album senz'ombra di dubbio molto buono, che riprende molto dalla svedese senza però riprodurla pedissequamente. I vari strumentisti possiedono un livello di tecnica molto elevato che li porterà successivamente a livelli di composizione molto più elevati. "Steelbath Suicide" rappresenta il preludio a tutto ciò poiché è un album che, pur rappresentando sicuramente un episodio fondamentale e ben riuscito, pecca di una mancanza di idee di fondo e di scarsa maturazione della band. Infatti, seppur le varie influenze siano rielaborate, molti passaggi non sono molto originali e peccano di scarsa inventiva. La durata molto ristretta dei brani, inoltre, aiuta e non aiuta a seconda delle occasioni, ma ci mostra un disco che mira subito al sodo senza molti fronzoli. Nota molto positiva è lo scream di Bjorn Strid, un cantante che ha dimostrato e dimostrerà delle grandissime doti canore che lo renderanno apprezzatissimo a livello mondiale dai metallari d'ogni luogo. Se però il buon vecchio "Speed" non è un novellino, d'altra parte il suo stile è ancora acerbo e non si dimostra molto versatile alle occasioni. Questa cosa sarà poi riparata nei successivi album dove l'alternanza tra growl, scream e pulito lo porterà a livelli stratosferici. In conclusione, "Steelbath Suicide" è stato un ottimo esordio per i Soilwork , che rappresenta un solido punto di partenza per la creazione di un sound più complesso e personale. Senza questo lavoro, infatti, la band svedese non avrebbe mai potuto diventare così apprezzata e noi metallari di tutto il mondo siamo grati a loro per aver creato questo disco che, seppur non sensazionale, è indispensabile per comprendere la loro evoluzione e capire un po' più di loro. 

1) Entering the Angel Diabolique
(instrumental)
2) Sadistic Lullabye
3) My Need
4) Skin After Skin
5) Wings of Domain
6) Steelbath Suicide
7) In a Close Encounter
8) Centro de Predominio
(instrumental)
9) Razorlives
10) Demon in Veins
11) The Aardvark Trail

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