SOILWORK

Natural Born Chaos

2002 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
10/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il mondo continua a evolversi e con esso la musica va al passo con i tempi, mutando, cambiando ed arricchendosi sempre più di influenze di variotipo. Il ventunesimo secolo è ricco di rivoluzioni in campo metal: si affermano tantissimi gruppi progressive, nasce il djent e l'avant-garde metal prende sempre più piede, il tutto permette, a cadenza mensile, la nascita di formazioni completamente diverse fra di loro. Spesso, però, anche i gruppi più "vecchi" vogliono cambiare aria per scoprire nuovi orizzonti. Proprio per questo, la band svedese che risponde al nome di Soilwork continua il suo percorso con il suo quarto full length, "Natural Born Chaos", un album che segnerà un altro grande traguardo per Bjorn e soci, oppure si rivelerà un flop? Con questa recensione lo scopriremo! Dopo un ottimo "A Predator's Portrait", gli svedesi si cimentano con questo quarto lavoro, sintomo che il gruppo vuole sfondare nel panorama mondiale e sente la necessità di consolidare quanto di buono fatto in precedenza. Questo lavoro, pubblicato nel 2001 tramite "Nuclear Blast Records" (etichetta molto famosa in ambito Metal per aver trattato gruppi come Arch Enemy, tanto per citare un importante nome contemporaneo) presenta sulla copertina una bocca che sembra uscire da un muro, in cui sono presenti dei rivoli di sangue. Dalla cavità orale fuoriescono moltissime farfalle nere, simbolo del caos (alludendo forse alle cosiddette "farfalle nello stomaco", "sintomo" che indica una forte emozione in senso generale, molto spesso riconducibile all'innamoramento ma in alcuni casi anche dai connotati negativi). Facendo un discorso circa la produzione, notiamo come ci siano, in realtà, alcuni cambiamenti: l'album è stato registrato nello studio "Fredman" di proprietà di Fredrik Nordstrom (membro fondatore, assieme al talentuoso Gus G., degli Heavy-Power Metallers Dream Evil), ed inoltre è stato coinvolto nel lacoro anche il grandissimo genio canadese Devin Townsend. Devin, per chi non ne fosse a conoscenza, è una delle personalità più eclettiche di tutto il panorama musicale ed è noto principalmente per i suoi progetti solisti, nonché per la militanza negli Strapping Young Lad. Importanti innesti in ambito di produzione, dunque; a livello di formazione, invece, i Soilwork sono rimasti gli stessi che conosciamo: Bjorn Strid alla voce, Ola Frenning e Peter Wichers alle chitarre, Ola Flink al basso, Sven Karlsson alla tastiera ed, infine, Henry Ranta al basso. Il gruppo si è ormai affermato come uno dei pilastri del Melodic Death Metal moderno e, dopo una graduale evoluzione, abbiamo avvertito con il terzo album i primi segni di rivoluzione musicale. Ciò è stato possibile grazie all'introduzione di parti sempre più consistenti in voce clean che, unite con il classico sapore "Goteborg Style", hanno creato qualcosa di innovativo. Questo concetto verrà ancora di più rafforzato e sarà questo disco che segnerà l'inizio della vera personalizzazione dello stile dei Soilwork. La band gradualmente abbandona il melodic death metal puro delle prime release per abbracciare sonorità più moderne che strizzano l'occhio all'Alternative Metal. In quanto alla struttura del disco, il platter è composto da dieci tracce in mid tempo che non superano i cinque minuti di durata (eccetto l'ultima). Perciò, fatte queste dovute premesse, possiamo partire con un'analisi approfondita delle varie canzoni dell'album, con il consueto metodo "track by track".

La prima "Follow the Hollow" inizia con una voce registrata che ci dà il benvenuto, introducendoci al brano stesso. Già notiamo i primi cambiamenti: la voce di Bjorn Strid è meno acida rispetto ai precedenti album, i sintetizzatori hanno un ruolo maggiore, le parti in clean si alternano molto frequentemente con quelle in growl, donando al tutto un fortissimo sapore alternative. Dopo il primo minuto abbiamo una parte abbastanza gutturale, con le chitarre che coordinano bene le trame musicali; i riff, però, sono meno funambolici e sono gli effetti elettronici a dare un tocco molto più particolare al contesto. Il brano procede linearmente con cambi di tema fino al secondo minuto e mezzo, dove i Soilwork si lanciano in un buon assolo che strizza un po' l'occhio al passato. La voce in clean ci riporta al ritornello subito seguito dalla sezione in growl gutturale. Negli ultimi minuti Bjorn si lancia anche in alcuni scream che ricordano un po' "The Chainheart Machine", la loro seconda release. Passato che non viene dimenticato, ma anche volontà di innovare, dunque. Per quanto riguarda la componente testuale, siamo di fronte a un uomo che sta gradualmente perdendo la sua identità, mentre una voce gli suggerisce di "seguire il vuoto". I Soilwork ci mostrano il conflitto interiore del protagonista mentre cerca di divincolarsi dal buio che lo circonda, e tra sconfitte e vittorie il personaggio affronta il proprio destino. Cosa sia questo "vuoto" la band non ce lo spiega chiaramente, ma potrebbero esserci numerose deduzioni anche a seconda del nostro gusto soggettivo. Probabilmente la voce malefica della coscienza chiede al protagonista di avere una completa assenza di principi morali a costo di sopravvivere in un mondo che non ne richiede, anche se il protagonista non vuole piegarsi a questa richiesta ed antepone comunque la sua volontà di essere se stesso. I Soilwork, infatti, vogliono mostrarci un mondo caotico in cui non sembra ancora chiara la via di scampo. Probabilmente scopriremo questo concetto più in là con la release. La seconda "As We Speak" inizia con un riff di chitarra accompagnato dai sintetizzatori che continuano ad essere sempre più presenti, dato il cambiamento di stile della band. In generale i Soilwork si sono "ammorbiditi" e la carica presente nei primi album sembra essere molto più fioca e meno "trasmessa" di come accadeva. In compenso, ne ha guadagnato molto il lato melodico e sono le sezioni canore di Bjorn a creare i maggiori momenti degni di nota. Il ritornello infatti rappresenta uno dei vertici canori più espressivi dell'affermato cantante svedese. Grazie alle fortissime influenze Alternative i Soilwork puntano molto più sulle parti in pulito che fino alla precedente release erano più un orpello stilistico. La chitarra, in generale, nella seconda parte presenta un sound più moderno che strizza l'occhio alle sonorità americane. L'assolo del brano è accompagnato da una buonissima parte di batteria e, pur non essendo eccessivamente tecnico, conferisce la giusta atmosfera ad il pezzo tutto. Una sezione simile al ritornello viene ripetuta anche negli attimi finali, per un'altra traccia che si mostra meno "pestata" ma maggiormente incentrata sulla volontà di mostrare un cambiamento significativo. Quello delle lyrics di questa seconda traccia è un tema molto forte e più diretto: i Soilwork ci mostrano un mondo in cui la parola diventa un qualcosa di insignificante, atto solamente a far perdere tempo prezioso a chi invece dovrebbe agire. "Mentre Parliamo..", tutto accade. La gente muore, noi stessi ci ritroviamo tagliati fuori dai giochi senza nemmeno accorgercene, proprio perché siamo rimasti con le mani in mano, invece di agire. La parola è un'arma a volte potente, ed ognuno di noi, infatti, quando dialoga, esprime emozioni e sentimenti. Ma cosa succede se il pianeta in cui viviamo è afflitto dal caos? Ogni sussurro, ogni parola pronunciata diventa un'arma di dolore che provoca guerre, conflitti e, in particolare, deteriora l'uomo, che sa solo parlare e non agire. Nel mentre si parla, infatti, tutto si trasforma in pietra e diventa immobile, così come la speranza di avere un mondo migliore. Gli svedesi non ci mostrano mai un contesto in cui è possibile la salvezza ed è sempre il dissidio interiore dell'uomo a condurre alla rovina di tutte le cose. Mentre parliamo succedono cose nefaste in ogni parte del mondo: le mamme muoiono, gli uomini impazziscono e la vita, comunque, scorre via in un lasso di tempo brevissimo: quello di una frase. "The Flameout" parte con un riff abbastanza semplice, sorretto dal cantato di Bjorn Strid.  Il brano in generale non ha evidenti momenti che definiremmo notevoli a parte, probabilmente, i vari refrain che possiedono una forte carica emotiva donata proprio dal cantato espressivo e solenne del bravissimo frontman. I riff si alternano velocemente tra piccoli effetti elettronici e diverse sezioni di batteria, e dopo un cambio di tema la terza traccia ci mostra il suo piccolo gioiello: l'assolo. Al terzo minuto, infatti, i Soilwork si lanciano in un breve ma intenso momento solista che ci fa capire quanto la band si stia comunque impegnando per mantenere la qualità delle composizioni altissima. Il cantante, inoltre, modifica continuamente il suo timbro vocale confermandosi come una delle realtà canore più grandiose del metal moderno. La canzone continua ancora a creare delle atmosfere evanescenti e disperate, mentre l'eco di Bjorn conclude il tutto. Questo non sarà mai uno dei brani più ricordati dei Soilwork ma sicuramente ha delle parti interessantissime che raramente si sono ripetute nei brani successivi della discografia. Il testo è molto criptico ma essenzialmente si deduce, dalle parole, come una figura viscida e malefica sia precipitata nelle profondità dell'inferno. I Soilwork non ci danno molti dettagli in questo brano e si concentrano sempre sull'idea del dissidio interiore, che per la band è un tema molto caro. La figura dannata, infatti, non ha saputo vivere dignitosamente a causa dei suoi costanti e caotici attacchi di pazzia che lo hanno reso un vero e proprio mostro. In un certo attimo del brano si prega addirittura che "gli dei possano avere pietà del suo cervello bastardo", proprio perché sembra che ci sia qualcuno che preghi per lui, cercando di aiutarlo a non sprofondare e comunque a salvarsi. Il tema centrale, però, rimane la presenza di enormi fiamme che circondano tutto e diventano quasi un bisogno per il condannato. Si crea, perciò, un'unione corporale tra l'inferno e le membra dell'uomo dannato, interiormente e esteriormente. La titletrack "Natural Born Chaos" inizia con alcune battute di chitarra aggressive subito seguite da una parte elettronica. Il wah wah si sente leggermente in sottofondo ed il brano presenta particolarissimi e apprezzati riferimenti ai Pantera, in alcune strofe, mentre alcune vocals del ritornello ricordano vocalmente (anche se solo per alcuni secondi) alcune canzoni degli Shadows Fall, sempre per rimanere in tema di sound "U.S.A.". I Soilwork arricchiscono dunque il loro piatto di numerosissime influenze moderne provenienti anche dal mondo hardcore ma, soprattutto, come abbiamo notato, dall'alternative metal, divenuto proprio in quegli anni una vera e propria realtà, slegandosi dalla fama di "nuovo bistrattato". Il ritornello presenta alcune urla di Bjorn mentre, successivamente, tutto procede linearmente seguendo il tema portante. L'incedere è galoppante, battente e non si perde in tecnicismi rilevanti. L'assolo pre-finale è veloce anche se non degnissimo di nota. Si percepisce, quindi, un andazzo notevolmente diverso rispetto alla seconda release: gli assoli non assumono più, infatti, un ruolo centrale ma diventano parti decorative delle varie canzoni inserite negli istanti precedenti il finale. Altro importante elemento di distinzione e novità. Le lyrics ci parlano, in sostanza, di un personaggio che segue una voce la quale gli suggerisce come comportarsi. Come ben sappiamo, quando i Soilwork ci propongono questo motivo del "dialogo interiore", il rapporto con la "coscienza" non è mai positivo, visto che quest'ultima cerca sempre di trascinare i protagonisti nel degrado morale. "Natural Born Chaos" è dunque l'essenza di questo discorso poiché, grazie al sangue versato per i soldi e la fama, l'anima diventa sempre più dannata e soggetta ad un incedere caotico che, gradualmente, distrugge ogni possibilità di salvezza. Quest'ultima ci spinge dunque ad accumulare sempre di più, spingendoci anche a divenire disonesti, se questo servisse per raggiungere la nostra meta. L'idea dell'autodistruzione è sempre presente e rappresenta un elemento imprescindibile della filosofia "soilworkiana". Noi, infatti, siamo fautori del nostro destino il quale, però, non riusciamo mai a controllare adeguatamente. Questa forte scissione si risolve, appunto, seguendo l'istinto omicida che ci trasforma in esseri colerici e privi di scrupoli. Arriviamo dunque alla quinta traccia, "Mindfields", che ricorda nelle prime battute un po' il tema di "Needlefeast" del precedente album "A Predator's Portrait". La traccia inizia con tocchi abbastanza aggressivi, un contesto in cui il cantato di Bjorn Strid si fa abbastanza acido. E' una traccia che, possiamo a questo punto affermarlo con maggiore sicurezza, strizza molto l'occhio allo stile del già citato "A Predator's Portrait" anche se, ovviamente, le modifiche si avvertono grazie a una registrazione di qualità superiore ed alla presenza di una più forte modernizzazione del sound tutto. Le ritmiche cambiano velocemente tra le strofe e i ritornelli, in un incedere schizofrenico e caotico, mentre l'assolo è molto espressivo e presenta spunti molto originali grazie ancora a uno sguardo al passato. Un altro ritornello riprende ciò che abbiamo sentito in precedenza non aggiungendo nulla di nuovo, e delle battute di batteria ci conducono, come di consueto in molte tracks, alla fine del brano. Ancora una volta notiamo come i Soilwork non abbiano voluto del tutto accantonare e rinnegare il loro passato, presentandoci sempre e comunque degli elementi che mostrassero in un certo qual modo chi sono e da dove provengono. Scelte importanti, che non colgono impreparati i fan ed in un certo qual modo li "rassicurano" circa le novità presentate. Il testo parte subito con un'analogia tra il caos nato "naturalmente", e dei bambini che rappresentano il simbolo della distruzione. In realtà le figure infantili sono proprio i figli del caos che regnano sovrani sulla Terra. La band, però, cripticamente, ci porta nel mondo della guerra dove tutti perdono le speranze e sono costretti a fuggire. Il titolo stesso "Mindfields", infatti, ha un'assonanza con il termine "Minefields", campi minati. Non solo i Soilwork ci mostrano l'atrocità della guerra ma lo fanno attraverso un'analisi introspettiva dei sentimenti negativi provati dai personaggi. La band svedese non si sofferma mai sul fatto ma cerca sempre di scavare la mente umana e, come dei moderni Joyce, riportano molte parole come flussi di coscienza che partono dal corpo e rimbalzano sull'anima. Notare, infatti, che il termine Soilwork stesso sia una storpiatura di "Soulwork", ovvero "lavoro dell'anima", tenendo anche conto che "soil" significa "terreno". Per questo, la formazione gioca molto sul lato interiore andando a esaminare gli effetti che un determinato evento scatena sull'anima. Si tratta di un brano drammatico che ci mostra come le persone siano incollate alle finestre cercando di capire cosa succede, fustigate dalla morte dei propri cari e, soprattutto, impauriti dalla caduta di una nazione. Dunque, oltre che su campi minati, si cammina anche su quelli "dell'anima", come da titolo, scandagliando l'animo dei protagonisti, cercando di carpirne le sensazioni dominanti. Siamo arrivati ad uno dei tre pezzi che forse si distinguono di più, all'interno della tracklist: il primo di questi è il sesto brano, "The Bringer". La canzone comincia con una piccola parte in acustica, destinata poi a trasformarsi nel consueto riff accompagnato dai sintetizzatori. Bjorn comincia presto a cantare, e ci addentriamo in una sezione dominata dalle ritmiche affascinanti. Il ritornello è uno dei punti di forza del pezzo dato che l'interpretazione canora è molto buona, ed il pezzo procede con le strofe e due ritornelli finché arriviamo a circa tre minuti di ascolto, ed è lì che un bellissimo assolo si alza alto nel cielo. Non solo, alla fine di esso i Soilwork ci deliziano anche con delle dolci note di sintetizzatore. Finita questa particolare sezione la band svedese si lancia in un altro ritornello seguito da un'ulteriore strofa che conclude il pezzo. Insomma un brano tecnicamente ed atmosfericamente potente, che nella sua brevità e linearità si lascia comunque ascoltare ed aggiunge molto alla causa di questo disco, già di per sé assai valido come lavoro.  Nelle lyrics, il protagonista è controllato dal "portatore", un entità che lo costringe a fare ciò che non vuole e che lo conduce alla pazzia totale. I Soilwork descrivono lo stato d'animo dell'uomo evidenziando due cose in particolare: la mancanza di speranze e il desiderio di vendetta. Infatti, quando il personaggio potrà ribellarsi concretamente, tutta la sofferenza che ha provato si trasformerà subito in odio e sarà allora che potrà liberarsi delle catene rendendo pan per focaccia al suo aguzzino. Il "portatore" è colui che trasporta tutti i sentimenti negativi e probabilmente si tratta dell'inconscio del protagonista che, come sappiamo ormai, lo porta verso il degrado morale. Le anime si spengono e tutto perde di consistenza, così come la propria esistenza afflitta da un costante e caotico conflitto interiore. "Black Star Deceiver" è un altro brano che guarda al passato aumentando l'aggressività e la tecnica chitarristica. Gli istanti iniziali sono da cardiopalma e a rendere ancora più interessante la parte canora c'è la presenza del timbro inconfondibile di Devin Townsend che, con i suoi scream, rende tutto più schizofrenico. Il ritornello è un vero e proprio capolavoro poiché l'interpretazione è emozionale ma malinconica. Le strofe si susseguono velocemente e l'assolo è notevolissimo nonché più tecnico rispetto ai precedenti. Le varie sezioni si distinguono nervosamente senza sosta mentre Devin continua a intervenire prima dei ritornelli. Un altro refrain comincia tramite un piccolo breakdown per poi procedere come di consueto, mentre l'influenza del sintetizzatore è sempre chiara e distinta. Le tastiere, infatti, giocano un ruolo fondamentale in tutto questo album poiché conferiscono atmosfera ai brani, cosa che prima non si verificava. Questa stella nera è, forse metaforicamente parlando, il simbolo della guerra, probabilmente riferendosi a mezzi di aviazione di colore nero. Le lyrics si ricollegano moltissimo a "Mindfields", ma evidenziano maggiormente il lato violento del conflitto. La stella nera è spesso simbolo di pura energia caotica che si riversa sul mondo e che copre il sole con la sua oscurità. Come sempre il mondo descritto dai Soilwork è misantropico, solitario e devastato. Il testo è questa volta, in realtà, molto semplice e non descrive tantissimo; l'aspetto su cui insiste molto è proprio la ferocia di questa "stella nera" che distrugge tutti indistintamente e senza pietà, senza distinzioni e soprattutto senza provare rimorsi di alcun tipo. L'inizio di "Mercury Shadow", l'ottava traccia, presenta immediatamente dei riferimenti Hard Rock nella intro per poi procedere con una forte parte di tastiere che dona un tocco quasi Symphonic agli istanti iniziali. Bjorn comincia con una voce abbastanza sussurrata per poi procedere nella sua alternanza di growl e pulito, giungiamo dunque al ritornello che possiede dei cambi di timbro veloci e schizofrenici, e si interrompe all'improvviso per iniziare una nuova strofa. Le ritmiche hanno dei forti riferimenti al Thrash Metal, come in tutta la discografia della band. Il secondo ritornello è consequenziale e, dopo essere durato pochissimo, la canzone si lancia in una nuova sezione dominata dal sintetizzatore e dalla voce in pulito di Bjorn. Tutto torna nei binari molto presto, con un'ulteriore parte che si riallaccia a ciò che abbiamo sentito prima di questa sezione dominata dalle tastiere e dal clean. Ma i Soilwork cambiano nuovamente, tema guardando indietro alla parte con le tastiere. Intanto i riff si susseguono senza sosta con un ritmo cavalcante e trascinante che subito ci conduce all'assolo come sempre molto buono. La struttura generale, però, non presenta nessuna modifica rispetto alle precedenti poiché un ulteriore refrain conclude il tutto. L' "ombra di Mercurio" è proprio il nostro lato sepolto che, gradualmente, si infiamma ed emana anche oscurità. In realtà c'è una frase che ci rivela molto di più su questo brano poiché il protagonista sembra essere accusato di essere un miscredente. Questo potrebbe darci qualche indizio sul vero tema della canzone: la persecuzione degli eretici. Infatti, è noto che la Chiesa Cattolica condannasse a morte al rogo tutti coloro che non erano conformi con la loro ideologia o non credevano nella vera fede. Questa tendenza si è fortemente radicata nel '500 dove a essere vittime erano perlopiù le cosiddette "streghe". I Soilwork probabilmente si ricollegano a questo concetto denunciandone sempre i lati più crudi e presentandoci un protagonista non direttamente coinvolto nella persecuzione direttamente ecclesiastico, ma comunque lasciato "solo" ed additato da tutti come una sorta di individuo strano e da condannare. Si indaga dunque sulle sofferenze dell'anima umana che si scinde e ricongiunge continuamente nel dolore. La penultima "No More Angels" non presenta nessuna novità, a parte la collaborazione alla sei corde con Mattias IA Eklundh, chitarrista che aveva collaborato con i nostri nei precedenti tre album. E' un brano che punta molto sul lato groove sempre nel puro stile della band e che dopo due sezioni di riff iniziali, infarciti sempre dell'ausilio del sintetizzatore, si lancia nel ritornello in pulito, breve e conciso. Bjorn, infatti, dopo pochissimi secondi, si rilancia nel suo growl molto convincente che si alterna a velocissime parti in scream. Il cantato, ormai, è diventato versatilissimo e cambia timbrica continuamente. Le parti tematiche continuano in questo modo finché al terzo refrain succede qualcosa di inaspettato: le ritmiche si arrestano e la band si lancia in una bellissima parte atmosferica formata da un arpeggio di chitarra acustica. Ed è qui che la canzone ci mostra una delle sorprese più grandi, ovvero un assolo devastante ed allucinante sotto tutti i punti di vista, con una grande presenza di armonici naturali. Il ritornello finale ripetuto per due volte porta via anche il penultimo brano, altra grande e graditissima sorpresa. "No More Angels" è una canzone misantropica e diffidente verso il mondo, il protagonista cammina e si imbatte in una gentile figura e da qui il testo non ci lascia più vedere nulla. La band svedese, infatti, come al solito analizza gli aspetti più interiori e si concentra sulla sfiducia delle persone. "Niente più angeli, niente più bugie dolorose": è con questa frase che la formazione ci mostra tutta la misantropia e la disillusione che prova il personaggio evidenziandone, appunto, la completa sfiducia verso tutto ciò che è positivo. C'è anche il rifiuto dell'estraneo e ciò significa che il protagonista si è anche chiuso in se stesso, in un guscio che lo protegge dal mondo. Infatti in un universo così caotico l'unica soluzione è quella, appunto, di non interagire più con l'esterno per non rischiare di essere sopraffatti dal mondo. Il vero guaio, però, è che spesso questa lotta si espande anche a se stessi. "Soilworker's Song of The Damned" è la traccia finale di questo album e si prospetta sin da subito come un brano impegnato e sentito, quasi un manifesto per la band visto che figura il suo nome nel titolo, seppur modificato. Anche qui abbiamo l'intervento del grande cantante canadese Devin Townsend che riesce, come sempre, a donare un tocco di aggressività e ferocia ai testi. Inizia subito con una parte interamente di tastiera accompagnata dalla chitarra ritmica in sottofondo. I toni sono molto tristi e malinconici mentre la chitarra melodicamente accompagna il tutto. Bjorn inizia subito a cantare e si prodiga nel ritornello in pulito molto sentito. La canzone ha dei toni solenni quasi come un inno, un brano che continua con temi già visti ed uditi, sempre nel purissimo stile Soilwork. Verso i tre minuti c'è un leggero breakdown che precede il lento assolo che rimarca ancora di più la tristezza della track, mentre un ulteriore ritornello è il preludio per la conclusione dell'ultimo brano di questo quarto full dei Soilwork.  Chi è dunque il "lavoratore delle anime"? Colui he come professione ha il "lavorare le anime", di mantenere pura la sua sensibilità, il "soulwork", o, meglio, il "Soilwork" in questo preciso caso. Bjorn Strid e soci evidenziano come un coro di dannati (i quali come ben sappiamo sono figure ricorrenti nelle loro produzioni) si sia riunito in un inno disperato di denuncia verso una sorta di mondo totalmente alienante, una sottospecie di macchina che realizza anime volutamente cupe e meccaniche, differenti da quelle di chi un'anima ce l'ha innata e sa come farla funzionare. Il mondo, divenuto freddo e ostile, è costantemente dominato dalle nuove tecnologie che trasformano gli uomini in esseri dunque più "programmati" che animati da qualcosa. Per questo i lavoratori delle anime sono coloro che soffrono per la loro caduta, poiché possiedono ancora un'anima e sono, quindi, condannati a essere nulla, in un mondo che vuole il nulla. Trattati come i dannati dell'Inferno dantesco, i "Soilworkers" celebrano questo forte dissidio interiore e la frattura con il mondo attraverso questa canzone, il riflesso e lo specchio della loro malinconia.

Giunti alla fine, cosa dire dunque di "Natural Born Chaos"? E' un lavoro che ha dei pregi e dei difetti mai visti prima, all'interno dell'analisi di questa discografia. Se da una parte lo stile dei Soilwork si è notevolmente raffinato ed ha aggiunto un tocco di modernità sicuramente mai visto così nitidamente all'interno del mondo Melodic Death Metal (tralasciando gli importanti In Flames), dall'altra le canzoni si assomigliano moltissimo e non presentano spunti notevoli di caratterizzazione in grado di far spiccare definitivamente il volo a questo disco. La struttura si ripete moltissimo nei vari brani, e ciò non dà risalto all'album in generale. Questo difetto, però, è compensato dall'altissima qualità delle track che in alcuni momenti riescono a toccare livelli altissimi ("The Bringer", "Soilworkers' Song of The Damned" e "Black Star Deceiver", per citarne tre) grazie anche a una produzione molto più raffinata. La band svedese si è allontanata dal pane quotidiano di At The Gates, Dark Tranquility e primi In Flames per approdare verso orizzonti più particolari. Nonostante questo, lo stile dei Soilwork dovrà raffinarsi ancora prima di raggiungere quel capolavoro che è "The Living Infinite" poiché, dopo questo buon inizio con "Natural Born Chaos", i Soilwork attraverseranno una fase di mancanza di idee, commercializzazione e banalizzazione che li farà un po' perdere in loro stessi. E' da ribadire, però, che il quarto full della band è un lavoro ottimo sebbene presenti questi piccoli difetti di struttura: le tracce presentano in generale un ottimo groove e la composizione dei singoli pezzi è impegnata e sentita. Qualche riempitivo poteva essere evitato ma la formazione continua a mettere a tacere tutti gli oppositori grazie al grande impegno e, soprattutto, grazie un guitar work e un cantante di tutto rispetto. Bjorn è il vero protagonista del disco poiché, grazie alle sue indiscutibili doti canore, è riuscito quasi da solo a dare lustro a questo platter, grazie a interpretazioni vocali fuori dal comune. Egli, infatti, si conferma come uno dei migliori cantanti sulla scena death mondiale. Perciò, saremo anche noi "lavoratori di anime"? Sicuramente la nostra anima sono riusciti a lavorarla bene con questo disco, in attesa delle prossime release!


1) Follow the Hollow
2) As We Speak
3) The Flameout
4) Natural Born Chaos
5) Mindfields
6) The Bringer
7) Black Star Deceiver
8) Mercury Shadow
9) No More Angels
10) Soilworker's Song of the Damned

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