SOILWORK

A Predator's Portrait

2001 - Nuclear Blast

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
21/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

I Soilwork certamente non si arrendono e proseguono la loro avventura dopo l'uscita "Chainheart Machine", decidendo perciò di sfornare un ulteriore album per fornire a noi tutti una nuova prova di forza e coraggio, tutta targata "Made in Svezia". La band, infatti, pubblica nel 2001 un nuovo disco: "A Predator's Portrait", una release che sancisce l'inizio della personalizzazione e della creazione del vero stile dei Soilwork. La formazione rimane la stessa del precedente platter, con Bjorn "Speed" Strid (voce), Peter Wichers (chitarra solista e ritmica), Ola Frenning (chitarra solista e ritmica), Henry Ranta (batteria), Carlos Del Olmo Holmberg (tastiere) ed Ola Flink (basso). Nonostante questo, però, i cambiamenti saranno molti e significativi, e ci aiuteranno sin da subito a capire meglio l'evoluzione futura del combo svedese. L'etichetta che si cura di questo terzo lavoro della formazione è incredibilmente la "Nuclear Blast", una delle case discografiche più famose e prestigiose che il Metal conosca;  tantissime sono le band che hanno collaborato con lei, ricordiamo gli In Flames, i Municipal Waste, i Dimmu Borgir, gli Atrocity ed i Master, solo alcuni dei più grandi nomi, ma ce ne sarebbero innumerevoli altri. Questo cambio di etichetta è una scelta molto importante per il gruppo, poiché è da questo momento che la sua apparenza "mediatica" inizierà sempre di più ad affermarsi ed a diventare una delle più importanti della scena. Grazie a questa release, infatti, i Soilwork diventano ufficialmente uno dei nomi di spicco della corrente Melodic Death Metal svedese, e da qui in poi la salita sarà continua. L'artwork questa volta è veramente a forte impatto: vi sono tre fotografie appoggiate su di uno sfondo molto rudimentale, ornato da ingranaggi e dai colori molto spenti ma aggressivi. Nelle foto vi sono: un uomo inginocchiato a terra con dei teschi appoggiati sul terreno, l'immagine di un volto di un bambino (deturpato e decomposto) e quella figura che ha contraddistinto l'artwork di "Steelbath Suicide". Infatti, aguzzando la vista, si nota facilmente come i Soilwork abbiano voluto riprendere la figura tipica dell'artwork del loro esordio. Probabilmente, però, considerando il titolo di questo platter, notiamo che in "A Predator's Potrait" (letteralmente, il titolo significa "il ritratto di un predatore") abbiamo una completa inversione dei ruoli. Colui che infatti era relegato al ruolo di suicida, diventa un vero e proprio cacciatore sanguinario. Le dieci tracce che compongono il platter sono pressappoco della stessa durata, aggirandosi sui quattro minuti circa. Detto questo, cominciamo ad analizzare traccia per traccia questo nuovo e diverso lavoro dei Soilwork. Il cambio di etichetta avrà sicuramente giovato ai nostri, come già detto.. e dunque, vediamo come sono riusciti a cavarsela avendo in questa occasione le spalle coperte da una delle major per antonomasia. Quando la "Nuclear Blast" chiama è sempre meglio rispondere a dovere, proprio per dimostrare a tutti di meritare i palchi più importanti e soprattutto quanta sia la voglia, ora che se ne hanno i mezzi, di far notare tutta la propria carica, senza adagiarsi sugli allori dello "sponsor" importante ma anzi, sentendo questo rapporto lavorativo come una vera e propria responsabilità più che un piacere.

Il primo brano è "Bastard Chain" e non abbiamo tempo per le intro melodiche, poiché i Soilwork decidono subito di partire con una delle loro tracce più aggressive. Nonostante questo, però, non ci mostrano ancora nulla di nuovo ,ed a questo punto potremmo chiederci  effettivamente dove sia il cambiamento. Sicuramente, lo vedremo più in là. Nel frattempo, questo è indiscutibilmente uno dei brani che riprendono le strutture precedenti, fortemente ispirate agli At The Gates, agli In Flames ed ad alcuni gruppi Thrash come i Destruction. L'intro parte subito sparata con la batteria violenta e dei riff veloci e veementi in sottofondo. La voce di Bjorn, come sempre ottima, non presenta numerose differenze rispetto ai due lavori precedenti a parte una maggiore raffinatezza generale. La struttura della canzone è molto semplice e tipica di tutte le canzoni metal, con i due refrain che si alternano alle consuete strofe. Nella seconda parte del brano ci sono alcune differenze: dopo uno scream del cantante si ripetono le strofe, si parte con un terzo ritornello e con l'assolo, ben eseguito, melodico al punto giusto ma che continua a non svelare il vero cambiamento che i Soilwork hanno apportato al loro stile. La conclusione del pezzo è contrassegnata da alcune battute di batteria che segue il pre-chorus al quale ci eravamo abituati prima di ogni ritornello. Nulla di nuovo, sino a questo momento. Di contro, le lyrics sono abbastanza enigmatiche ma si riesce a capire come i Soilwork parlino sicuramente di una persona codarda che vuole sempre rifugiarsi dietro a gente più forte, pur di coprire ed in un certo modo giustificare il suo degrado morale. È un testo abbastanza forte seppur non vi siano esplicitamente termini violenti, poiché il personaggio descritto è caratterizzato da connotazioni negative molto marcate. Infatti egli è uno che cerca solo il potere, non è interessato ad altro, ma che alla fine può solo biasimare se stesso per tutti gli errori che ha commesso. Nel suo degrado, però, trascina anche gli altri, formando la cosiddetta "catena dei bastardi" da cui il brano prende il nome. Alla fine, però, i cittadini che saranno stanchi di questo abuso di potere e dei sotterfugi non permetteranno che l'immondizia generata da questo individuo guidi il loro destino, per cui la band svedese auspica una rivolta per disarcionare il "potente". "Like The Average Stalker" è la seconda traccia del disco e parte con un riff iniziale dal vago sapore Heavy Metal , per poi partire con connotazioni più coerenti con il genere dei Soilwork. Il tono vocale di Bjorn stranamente cambia ed il suo growl diventa più definito e tecnicamente ben eseguito. Le tastiere che supportano i riff (abbastanza semplici) si riescono però ad avvertire chiaramente e donano un tocco di atmosfera maggiore all'intera composizione. A circa 1:25 si ha il vero cambiamento: Bjorn inizia a cantare in pulito sempre di più. I Soilwork, infatti, poiché attingevano direttamente dal Melodic Death Metal del Goteborg sound, non introducevano parti in cantato pulito nelle canzoni. Con questo album si ha il vero cambiamento che porterà la band ad apportare il suo tocco personale e differente rispetto agli altri "colleghi e creando, quindi, il Melodic Death Metal di stampo più prettamente moderno, uno stile che si evolverà sempre di più introducendo persino parti Hardcore. Le due strofe, perciò, sono accompagnate dalla tastiera e presentano riff semplici sovrapposti ad essa. L'assolo successivo non è troppo tecnico ma è molto espressivo e si fonde ottimamente con l'atmosfera. Successivamente, il cantato si alterna velocemente tra growl e scream e alla fine la batteria diventa la vera protagonista del brano che termina in dissolvenza. Testualmente parlando, il brano è un'analisi psicologica di uno stalker che insegue le sue vittime utilizzando per stanarle tutte le strategie possibili. Se noi riflettiamo anche sul testo della canzone precedente, notiamo come si prefigurano in questi testi persone che vogliono essere dei veri e propri predatori (coerentemente con il titolo dell'album). Infatti, lo stalker è descritto con aggettivi che evidenziano il suo lato scaltro e cinico. Egli striscia e si nasconde nel più totale silenzio calcolando ogni minima mossa della vittima. Emblematica è la frase in cui si rivela che nello stalker coesistono sia il sano che l'insano, grazie a questo possiamo comprendere come i Soilwork ci descrivano una personalità molto particolare: da un lato egli è completamente folle dato che l'atto stesso di seguire ossessivamente una persona è già un cattivo segno di squilibrio mentale; dall'altro lato, invece, si denota come i metodi che egli utilizza vengano partoriti da una mente completamente lucida e calcolatrice, non certo totalmente abbandonata alla follia. "Needlefeast" è il terzo brano del disco e si presenta con un riff molto promettente e prorompente, veloce, tagliente ma melodico. Gli scream di Strid sovrastano le ottime parti strumentali malinconiche, che riescono a creare un'atmosfera molto efficace. Le leggere ispirazioni Power Metal aggiungono un ottimo tocco melodico e la canzone procede in modo scorrevole tutta d'un fiato. L'ottimo cantato pulito dona dignità al ritornello poiché, a differenza di molte band Melodic Death Metal moderne, i Soilwork riescono bene a impostarne la loro presenza all'interno delle sezioni. Dopo un'ulteriore strofa in cui Bjorn si prolunga il growl abbastanza acidi, le tastiere anticipano l'assolo che, seguendo un po' lo stile di "Chainherat Machine" , si rivela davvero ottimo, fluido e ben architettato.  In realtà è il guest Mattias Ia Eklundh ad averlo suonato, chitarrista dei Freak Kitchen noto per aver collaborato anche con gli Evergrey. Un ultimo riff melodico ci anticipa un'ulteriore ritornello al cui termine vi è anche la conclusione del pezzo. Gli aghi a cui si riferiscono le lyrics di Bjorn, probabilmente, si rimandano al dramma dell'eroina e quindi alla droga, poiché quest'ultima viene descritta come la dipendenza che porta il protagonista a sentirsi veramente potente, inarrestabile e irraggiungibile. Grazie a questi aghi, infatti, egli riesce a volare ma, alla fine, anche a morire poiché, si sa, la droga è un'arma a doppio taglio, ingannevole e meschina, ed il prezzo da pagare per lo "sballo", alla fine, è molto alto. Alla forza iniziale che emerge dalle prime parti del testo si contrappongono poi altre atmosfere delle parti successive, più truci, malinconiche, tristi e disperate, quasi a rappresentare un grido di aiuto del protagonista. Si arriva ad un momento, infatti, in cui egli si sente completamente sperduto, spaesato e sfiduciato nei confronti della sua vita. Mentre la neurosi avanza il personaggio precipita sempre più nelle profondità dell'inferno. "Neurotica Rampage" è il brano successivo, e parte con un inizio caratterizzato da alcune tendenze Goteborg Sound e Thrash Metal grazie alla batteria potente e veloce. Le lyrics cattive declamate da Bjorn sono il giusto sfondo sia per le prime strofe che per il pre-chorus, ma è Ranta che è l'indiscusso protagonista in questo caso. Da come stiamo notando dagli ultimi pezzi il ritornello presenta delle parti vocali in clean ben assestate. Un breakdown decorato dalle parti di tastiera ci introduce all'assolo che si dimostra anch'esso ottimo. I Soilwork, grazie a questo ed al disco precedente, stanno dando prova di una grande capacità di creare e ricamare dei soli di grande effetto, capaci di dare i brividi a chi li ascolta.  Un secondo breakdown sorretto di nuovo dalla tastiera ci porta a un'altra aggressiva strofa e infine al ritornello. Le strutture di tutte le canzoni del sestetto svedese sembrano tutte somiglianti. Parlando di tematiche testuali, questa volta è di rabbia che i nostri decidono di narrarci. La rabbia che prende possesso di noi stessi e ci dona quell'energia incontrastabile che può farci commettere l'inimmaginabile: questo è il concetto che è alla base di questo pezzo, una rabbia nervosa, psicotica, incontrollabile, neurotica, appunto. Questa sensazione di potenza, però, è simbolo del degrado ed è così che il ritratto del predatore continua ad essere descritto, come una costante altalena tra la razionalità e la follia, poiché la prima dona i metodi, la seconda la forza di portarli a termine. E questa ira è quasi personificata tanto che il personaggio si rivolge direttamente a lei in seconda persona. "The Analyst" inizia con un riff abbastanza lento, accompagnato dalla leggera tastiera in sottofondo, ma il tutto accelera successivamente. Il brano è molto lineare e dà molto risalto alle vocals mentre gli altri strumenti, almeno per la prima parte, appaiono messi un po' in secondo piano. Il ritornello, anch'esso in voce pulita, ci mostra ancora lo stile dei nuovi Soilwork in tutta la sua interezza e la conseguente volontà di staccarsi dal Melodic Death Metal tradizionale aggiungendo qualche leggera spruzzatina di alternative. La prima parte della canzone (un po' sotto tono, forse) è presto terminata dall'espressivo e mirabolante assolo. Continuando a seguire la scia del secondo album capiamo come uno degli elementi di potenza di questa release sia la parte chitarristica. I Soilwork, però, questa volta ci concedono il bis poiché, dopo un brevissimo intermezzo vocale, si lanciano in un'ulteriore prestazione chitarristica mentre un nuovo refrain ci porta gradevolmente alla conclusione di una song partita a rilento ma finita sicuramente molto bene. I Soilwork ci mostrano una fittizia conversazione con un'analista, il quale viene accusato di aver compiuto un profondo errore poiché non riesce a capire che il suo interlocutore stia navigando nell'ignoto senza una via di uscita, non capendo bene il problema del paziente sin da subito. Le parole di Bjorn sono molto enigmatiche ma riusciamo a comprendere come la visione di questo psicologo sia molto ristretta e discriminatoria verso il suo assistito. In realtà, se analizziamo il disco nel suo complesso possiamo capire come questo apparente dialogo si svolga in realtà tra la preda e il predatore il quale, probabilmente, non ha ben calcolato il suo piano. Il suo primario obiettivo di distruggere tutto attraverso le bugie e le uccisioni può aver avuto successo, ma la band svedese sottolinea il vero importante aspetto: la dignità di aver perso ma con la testa alta è sopra ogni cosa, poiché il degrado morale (quello di cui il predatore è portatore sano) porta sempre alla vera distruzione dell'animo. Le vittorie iniziali possono sviare dalle vere condizioni, ma alla fine è negli sconfitti che la dignità risiede, quegli sconfitti che per lo meno hanno lottato lealmente. A questo punto i Soilwork si prodigano con la monumentale "Grand Failure Anthem", il brano più lungo del disco ed uno dei più elaborati stilisticamente. Si comincia con un riff tipicamente Swedish Melodic Death Metal ma poi è rivelata la vera forza del brano: dei vorticosissimi riff di chitarra, tempestosi, evocativi ed estremamente tecnici. La band dimostra davvero tutto il suo impegno compositivo in questo pezzo, mostrando una delle più grandi perle del suo repertorio. La breve parte in pulito rappresenta l'entrata ideale per le parti tematiche della canzone mentre questa volta il ritornello è interamente caratterizzato dal growl acido di Bjorn, convincente come sempre. All'incirca al secondo minuto e mezzo inizia un intreccio chitarristico notevolissimo, drammatico e da cardiopalma che lascia a bocca aperta e che si ripete anche un minuto dopo prima dell'assolo tenebroso, oscuro ed avvincente. Per fare un paragone azzardato si può associare questa traccia alla complessità di "Spirit of the Future Sun" della precedente release. La canzone si conclude con una battuta conclusiva e con degli effetti sonori in sottofondo in una chiusura abbastanza classica. Letteralmente questo è l'inno del grande fallimento, un urlo alla vittoria che si trasforma gradualmente in una onorevole sconfitta. Il tema si ricollega un po' a quello della precedente "The Analyst",  ovvero l'accettazione della sofferenza  valutandone il lato positivo, perdendo si ma con dignità. Lo scenario descritto sullo sfondo, però, è molto apocalittico, con un cielo minaccioso e forse i Soilwork vogliono lasciar intendere che questa convinzione stavolta sia totalmente vana. Infatti, l'uomo celebra la sua vittoria nonostante la sua tribolazione mediante l'inno, ma solo successivamente si rende conto che neanche quella è festeggiabile dato che il degrado morale, l'ira, l'odio, prendono possesso degli animi e corrompono gli ideali. A questo punto il prezzo della "vittoria" è molto alto, e notiamo che in tutti i brani si delinea questo dettagliato ritratto del "predatore", una personalità fredda, cinica e che pensa alla vittoria ma che, inesorabilmente, soccombe a se stesso e finisce per odiarsi. "Structure Divine" è un altro dei migliori pezzi dell'album. La settima traccia si apre con un sostenuto e melodico riff di chitarra che anticipa dei powerchord aggressivi conditi dalla tastiera in sottofondo. Le vocals di Bjorn non tardano ad arrivare sempre, con il loro stile più raffinato rispetto alle precedenti release. Ad un certo punto inizia una parte in pulito che si rivela essere il ritornello e le chitarre servono da semplice sottofondo. È quindi il momento di una seconda strofa che segue pressappoco lo stile generale. Si ha però improvvisamente un cambio tematico che porta di nuovo al ritornello in clean. Un riff thrash metal è subito successivo a questa struttura, coadiuvato da degli effetti elettronici di tastiera sullo sfondo, e poi si riprende la tematica precedente che è solo l'anticipazione all'assolo. Esso è abbastanza lento ed è seguito da alcune note di tastiera alla subitanea conclusione. Alcune battute di batteria terminano questo brano e ci lasciano soddisfatti dell'andamento generale. Il "predatore" sta cercando un modo per lenire le sue pene e costruire una "struttura divina", un piano che può proteggerlo e donargli la pace dei sensi. Nella prima parte del testo egli si interroga su come creare tutto ciò e quindi, chiuso nella sua stessa gabbia interiore, cerca di resistere per non spargere ulteriore sangue, non cedendo alla sua stessa malvagità. In realtà questo controllo il predatore lo perde presto poiché nella seconda parte del testo egli capirà che l'unico modo per ottenere la pace è quello di soddisfare il suo istinto sadico. È per questo che addirittura lo glorificherà, e costruirà una struttura diversa basata sul portare alto lo stendardo del sangue. Ovviamente tutto ha un prezzo, come ci stanno insegnando i Soilwork ,e questo è il completo degrado morale dove le leggi vengono invertite e distrutte. L'ottava "Shadow Child" inizia subito con un riff dal sapore chiaramente Heavy Metal un po' ispirato alla scena inglese degli anni '80. Comunque, la tastiera non tarda ad arrivare e i Soilwork tornano sui loro binari. La batteria questa volta gioca su alcune sincopi e Bjorn Strid si lancia in un cupo e lamentoso piccolo refrain in pulito. La strofa riparte nella stessa modalità di prima e la struttura si ripete con la tastiera che accompagna il tutto. In questi frangenti la voce di Bjorn ricorda un po' quella Fernando Libeiro dei Moonspell, nei loro pezzi più melodici e gotici. Un ulteriore cambio tematico ci porta ad un assolo mirabolante diviso in due fasi: la prima molto hard rock con alcune accennatissime venature blues, mentre la seconda più tecnica e che strizza l'occhio a sonorità power. È curioso notare come ascoltando la track "Gaia" del gruppo Auberon (notare anch'esso svedese) alcuni dei momenti dei rispettivi brani si assomiglino tantissimo tra di loro. Il ritornello di Bjorn in dissolvenza ci lascia trepidanti di ascoltare la prossima traccia. Il "bambino delle ombre" è ciò che guida il predatore verso la sua vittoria. Analizziamo un po' il pensieri di Giovanni Pascoli per comodità: il "fanciullino" è quella voce che risiede in ognuno di noi e ci svela l'arcano del mondo grazie alla sua spontaneità. Pensiamo a questa immagine e riflettiamola in questo contesto; così come il "fanciullino" dello scrittore italiano è il "Vate", ovvero, la guida, lo "shadowchild" diventa ciò che controlla il predatore. Anche qui ritornano i caratteri generali di questa figura predatrice: il sadismo, la volontà di distruzione ma, allo stesso tempo, un'insicurezza di fondo. Quest'ultima, in particolare, è accentuata dall'uso della frase "maybe I'm strong" ("forse sono forte") e la connotazione probabilistica è proprio la chiave di volta per capire i sentimenti reconditi del personaggio. A parte ciò, l'atmosfera generale è sempre apocalittica con il predatore che si erge a sommo conquistatore del presente e del futuro. La penultima "Final Fatal Force" ha un piccolo gioco progressive nella intro che ricorda alcuni minuscoli frangenti di alcuni brani dei Dream Theater. Questo alone svanisce presto e il ritmo si fa galoppante almeno fino al primo minuto e mezzo dove delle ritmiche sincopate ci portano al ritornello nel consueto growl acido di Bjorn. Subito dopo si riparte con il galoppo portante che ci riporta di nuovo alle sincopi e al refrain. Il ritornello non tarda ad arrivare e anche qui le influenze hard rock / blues sono notevoli e si sentono. In questo album la band svedese continua a dimostrare di che pasta sono fatti i propri membri con gli assoli resi ottimi grazie ad un'alta dose di tecnica e inventiva. A parte questo, però, il complesso risulta abbastanza anonimo poiché non vi sono altri momenti di punta. Le battute finali concludono questo brano abbastanza altalenante seppur non privo di spunti interessanti. Il testo di questa traccia è molto aggressivo poiché il predatore è pervaso dall'energia rabbiosa che lo porterà ad uccidere e a regnare. Abbiamo uno stravolgimento: l'insicurezza degli altri brani sembra essere svanita e al posto suo vi è una grande determinazione nell'imposizione della propria legge. C'è sempre il tema delle fiamme come il simbolo primario dell'ira e della distruzione ma la cosa che più sorprende è che il predatore è descritto come "Saviour" ("Salvatore"). Probabilmente la band ci mostra le intenzioni reali di questa figura, ovvero ripulire il mondo da ciò che non è degno di vivere. Ma c'è un ultimo problema: c'è qualche altra persona non specificata (potrebbe anche essere un linguaggio metaforico, non ci è chiaro) che cerca di controllare il protagonista in una sorta di rapporto preda-predatore. Questo però non sembra preoccupare il personaggio principale che si dimostra determinato comunque a volersi liberare di questo "burattinaio" che cerca di controllarlo attraverso i suoi fili. I Soilwork, dopo questi 9 pezzi, ci conducono al gran finale che si rivela essere la titletrack "A Predator's Portrait", la quale comincia con un andamento piuttosto galoppante costituito dal classico riff e dalla tastiera in sottofondo. Il ritmo aumenta subito con chiari riferimenti Thrash Metal mentre il ritornello non tarda ad arrivare. Quest'ultimo è in cantato pulito e ha un buon impatto grazie alla sequenza di note di chitarra, una sequenza breve ma ben impostata.  In realtà se una persona è molto accorta sentirà un'altra voce che accompagna quella di Bjorn e si tratta di una personalità di rilievo: nientemeno che Mikael Akerfeldt, il leggendario cantante e chitarrista noto per essere il frontman degli Opeth ed aver militato nei Bloodbath. Dopo un'altra strofa si riprende il ritornello con qualche variazione che consiste in alcune aggiunte vocali e ciò ci porta, successivamente, ad un cambio tematico dell'andamento generale che, come di consueto, ci apre le porte all'assolo. Quest'ultimo è molto buono grazie alle sezioni armoniche e all'ottima tecnica del chitarrista. Si riprende alla conclusione il tema principale, nel modo più classico possibile, con la batteria aggressiva e battente mentre un ulteriore refrain ci conduce lentamente alla conclusione di questo buon disco. Nella prima parte del testo si rivelano i rapporti che il predatore ha con la politica. Egli rifiuta la democrazia e segue soltanto la sua unica legge. Si rivela il carattere principale di questa figura, ovvero la volontà di seguire unicamente i suoi obiettivi e far di tutto per realizzarli, ma i Soilwork ci fanno capire dopo il secondo ritornello che questa figura sta per soccombere. Infatti essi ci invitano ad ammirare il ritratto del predatore prima che le mura si chiudano e che questo, quindi , inevitabilmente soccomba. Nonostante ciò egli vuol comunque primeggiare e distruggere coloro che l'hanno buttato giù poiché questo personaggio non può morire: la sua volontà, il suo desiderio e soprattutto l'ambizione che lo contraddistingue riusciranno a tenerlo in vita e a donargli sempre forza nuova.

Cosa dire quindi di questo album? Se riflettessimo attentamente sul precedente "Chainheart Machine" potremmo sicuramente notare come in quel disco i Soilwork avessero iniziato ad introdurre elementi di maggiore melodia staccandosi leggermente dal canonico Goteborg sound. La forza del secondo album era quella di aver introdotto numerosi assoli che facilmente colpivano l'ascoltatore. Questa caratteristica è stata implementata anche in questa release, donandoci pezzi fantastici e tutti di buon livello. Tra questi spiccano sicuramente "Structure Divine", "Grand Failure Anthem" e "Needlefeast" che da sole valgono il prezzo dell'album. L'unico neo di questo disco è che è leggermente più incostante nella qualità delle track rispetto al suo predecessore, che riusciva sempre a garantire altissimi livelli qualitativi. Le differenze però sono molte come abbiamo notato e si concentrano soprattutto sull'impianto vocale e sull'utilizzo delle tastiere. Riguardo il primo punto sono state introdotte numerosissime parti in pulito che non erano mai state presenti nei precedenti due lavori. Queste sono state per ora limitate ai ritornelli ma presto si espanderanno andando a investire altre zone delle canzoni. La voce dello stesso Bjorn è stata raffinata grazie ad un utilizzo meno "screamato" dell'ugola e ad una maggiore profondità dell'impostazione. Riguardo il secondo punto le tastiere rimangono relegate al loro ruolo di ornamento decorativo ma in questo caso la loro presenza diviene quasi indispensabile in alcuni momenti. Le loro sequenze, infatti, riescono ad avvertirsi molto di più rispetto al passato grazie anche ad una produzione migliore. In sostanza inizia qui il vero percorso dei Soilwork, che saranno accompagnati fino alla fine dalla "Nuclear Blast" e che sforneranno altri sei album che saranno dotati di una qualità più o meno bassa a seconda dei casi. In questo frangente, comunque, i Soilwork ci hanno donato un'altra perla da aggiungere alla collezione e, come sempre, ci fanno capire come suonare del buon melodic death metal moderno. E noi cosa possiamo fare? Ascoltare con gaudio e divertimento ciò che loro ci propinano e rimanere stupiti dal crogiuolo di rabbia, atmosfera e tecnica che poche band possono offrire. In questo,  c'è da affermarlo, i Soilwork sicuramente riescono e lo fanno anche bene. Gloria al popolo svedese perché, come al solito, il suo Metal è cosa buona e giusta! 


1) Bastard Chain
2) Like The Average Stalker
3) Needlefeast
4) Neurotica Rampage
5) Tha Analyst
6) Grand Failure Anthem
7) Structure Divine
8) Shadow Child
9) Final Fatal Force
10) A Predator's Portrait

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