SLAYER

God Hates Us All

2001 - American Recordings

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
16/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Correva l'anno 2001 quando gli Slayer, ormai consacrati nell'Olimpo del thrash metal, pubblicarono il famigerato “God Hates Us All” (il cui titolo originale doveva essere “Soundtrack to the Apocalypse”), disco la cui fama è dovuta forse più all'assenza di Dave Lombardo dietro le pelli (uscito dagli Slayer per concentrarsi sul suo nuovo progetto, i Grip Inc.) che non per il suo contenuto vero e proprio. La band di Tom Araya, Kerry King ed il mai troppo compianto Jeff Hanneman (prematuramente scomparso nel 2013) trovò in Paul Bostaph un batterista le cui attitudini si rivelarono perfette: potenza, precisione esecutiva ed attitudine al genere furono infatti le doti per cui venne chiamato alle armi per sostituire il motore ritmico di una delle band più devastanti della storia del metal; eppure, all'uscita del disco in questione, la separazione fra i fans che tuttavia apprezzavano la nuova musica del gruppo e coloro che rimasero fedeli ai lavori col batterista originario di L'Avana si fece ancora più netta, svalutando in un certo senso il contenuto dell'album per dar troppa voce a futili discussioni e non apprezzare subito quelle che, col senno di poi, sarebbero diventati brani fondamentali di ogni set list dei concerti della band americana. Partiamo con ordine: siamo agli inizi degli anni duemila, il thrash metal sta vivendo i postumi della situazione di stallo degli anni novanta (se si pensa a “Load e Reload” dei Metallica o a “Risk” dei Megadeth si capisce bene perché non stiamo parlando di anni d'oro del genere), l'aut aut che si propose a tutti i gruppi in quel periodo era uno ed uno solo: evolversi o lasciar perdere. Fortunatamente gli Slayer non sono mai stati una band incline al gettare la spugna ed i quattro si chiusero in sala prove a lavorare sulle proprie idee, tenendo anche presente che cosa stesse cambiando nel modo di fare metal; in primis i pezzi di “God Hates Us All” non hanno perso assolutamente l'attitudine thrash metal, ma semplicemente i suoi autori si sono resi conto che suonare nel ventunesimo secolo esattamente ciò che si suonava negli anni ottanta avrebbe portato a pubblicare un disco fine a sé stesso, adatto solo ai nostalgici, e sperimentare troppo provando sonorità eccessivamente estranee alle proprie radici sarebbe stato un flop epocale. Il songwriting di questo disco si colloca esattamente al centro, a metà fra i due estremi poc'anzi citati, inserendo nella proverbiale “Slayer attitude” elementi differenti ma non troppo lontani al marchio di fabbrica, conferendo ai pezzi (per usare una metafora da fonici) un bilanciamento perfetto e dimostrando che un gruppo nato nel 1981 era perfettamente in grado di essere al passo coi tempi. Siamo negli anni in cui il nu metal sta letteralmente dominando la scena: il metal poter essere ancora più commerciale viene infarcito con elementi esterni come i campionamenti elettronici, i djs ed influenze rap ed hip hop che fanno si che sempre più persone possano avvicinarvisi e possa aumentare il numero delle copie vendute. Ecco infatti apparire band il cui il vestiario, per fare un semplice esempio, non ha più nulla a che vedere con i giubotti di pelle, le catene, le borchie e gli stivali, ma iniziano a farsi sempre più numerose le maglie larghe da hokey o le canottiere delle squadre di basket americane (indumenti che saltuariamente indossano anche gli Slayer stessi), i pantaloni a cavallo basso e le scarpe sportive. Quanto ai gruppi di questa nuova era da poter prendere in esame non vi è che l'imbarazzo della scena: pensiamo a nomi come Limp Bizkit, One Minute Silence, Linkin Park, Slipknot e Korn, tutti gruppi che seppur portarono una ventata di aria fresca in un genere diventato un po' “stantio” distolsero l'attenzione da quella che negli anni ottanta venne scritta come vera essenza del metal. Gli Slayer qui assunsero una dimensione controtendente, quasi paradossale: tornare alle origini essendo al tempo stesso innovativi e, a giudicare nel 2014, la missione si può considerare ottimamente compiuta. Partendo dall'artwork stesso si deduce che, in un era dove le grafiche in 3D ed i video stracarichi di effetti speciali vanno per la maggiore, la band californiana tornava alla semplicità. In copertina infatti vi è solo un libro, una Bibbia, marchiata col logo degli Slayer e macchiata da un misto di sangue ed inchiostro a ribadire una fede cristiana ormai imputridita, oppure anche nella stessa limited edition del disco, dove l'immagine rappresentativa è una semplice composizione di croci su fondo bianco; anche il videoclip di “Bloodline”, brano scelto come singolo di lancio, mira alla semplicità, la band infatti suona in una stanza vuota con solo i loro strumenti ed una serie di intermittenze di luce intervalla i quattro musicisti vestiti in abiti eleganti, normali e zuppi di sangue. Il messaggio di fondo, dunque è semplice è diretto: non importa che il tuo videoclip sia figo e pieno di effetti speciali, con la nostra musica vi asfaltiamo lo stesso perché siamo gli Slayer. Scendiamo ora nel dettagli in quella raccolta di perle di rabbia che compongono l'odio di nostro Signore per i suoi figli.



Il titolo della prima traccia parla subito chiaro: “Darkness of Christ” fa immediatamente calare le tenebre su ogni minima briciola di razionalità e di benevolenza presenti su questa terra; è un'introduzione caotica di un minuto e mezzo, durante la quale un fade in fa entrare gradualmente tutta la furia degli Slayer quasi fosse un monito per l'ultima possibilità di fuga prima dell'esplosione finale. I suoni sono confusi e volutamente “indietro” rispetto all'ascoltatore, perché lo scopo è quello di ricreare il caos e la confusione che ci avvolgono nella quotidianità della nostra vita: guerre, odio e crimini vari sono intorno a noi e non c'è la minima possibilità che Dio possa salvarci, anzi, gli esseri umani nella Bibbia cercano una salvezza di cui ci ha parlato solo una profezia ingannevole. La cacofonia dei vari tranci di brani degli Slayer mixati insieme è una confusione voluta, quasi un lamento di mille anime la cui disperazione ci spezza i timpani, è la base su cui le urla maniacali di Tom Araya dichiarano l'arrivo dell'Apocalisse, in un testo che può essere considerata la prima delle preghiere eretiche (“We believe all this chaos and atrocity can be traced back to one single event, we hold these truths to be painfully self-evident, all men are not created equal, only the strong will prosper, only the strong will conquer, only in the darkness of Christ have I realized, God Hates Us All!!” trad. “Noi crediamo che tutto questo caos ed atrocità possano essere ricondotte ad un singolo evento, riteniamo queste verità dolorosamente evidenti di per se stesse, tutti gli uomini non sono stati creati uguali, solo la forza prospererà, solo la forza conquisterà, solo nell'oscurità di Cristo ho realizzato che Dio ci odia tutti!!”). Tutta le religione e le credenze dell'uomo si rivelano vane, ogni dogma, ogni precetto ed ogni messaggio che ci è stato impartito da piccoli al catechismo viene quindi a cadere senza troppi sofismi, ma semplicemente restando immobili ad osservare tutta la malvagità presente a due passi da noi; i credenti giustificano tutto ciò come qualcosa di facente parte di un "disegno divino" più grande a noi incomprensibile, ma vengono a cadere nel loro stesso paradosso: se Dio ha progettato fin dall'inizio tutto questo male è ovvio che ci odi tutti. È proprio la frase “God Hates Us All” (in italiano: “Dio ci odia tutti”) urlata dal frontman cileno ad introdurre “Disciple”, uno dei brani più celebri e letali di questo album: sei coppie di accenti introducono la canzone poco prima che la chitarra venga sguinzagliata con un riff che già all'epoca era destinato ad imprimersi nella storia del thrash metal; Bostaph dà subito prova della sua bravura, imponendo il suo drumming preciso e velocissimo come nuovo motore trainante di questo carro armato pronto a devastare le linee nemiche. Araya urla come un ossesso quello che sono le rime di un poema votato alla distruzione della Terra, mentre le chitarre di King ed Hanneman vanno ad imporsi come le ali di un demone fatto di suoni affilatissimi e shredding mitraglianti. Su questa traccia infatti non c'è un attimo di respiro, la teatralità e la sontuosità non sono mai stati una caratteristica degli Slayer ed essi infatti hanno sempre mirato al sodo polverizzandoci le ossa canzone dopo canzone. L'odio per ogni concezione di un dio superiore sanguina ad ogni frase di testo, urlata da un folle in preda ad un'estasi blasfema nel rifiuto della fede cristiana: l'uomo è artefice delle sue stesse disgrazie e non sarà certo un'icona inventata a salvarci da noi stessi; il nichilismo e l'autarchia sono quindi la soluzione per sopravvivere in un ecosistema a noi ostile fin dalla nostra nascita; ci viene insegnato che il Signore opera per vie misteriose ed ama tutti i suoi discepoli, ma chi ha mai detto che fosse obbligatorio seguirlo? Forse Gesù ha mai costretto qualcuno con la forza a diventare suoo seguace? Poco importa quando è la scelta autarchica a guidarci: siamo completamente soli a combattere i nostri demoni e paradossalmente proprio essi si rivelano essere i nostri alleati (“I never said I wanted to be God's disciple, I'll never be the one to blindly follow, man made virus infecting the world, self-destruct human time bomb, what if there is no God would you think the fuckin' same, wasting your life in a leap of blind faith, wake the fuck up can't ignore what I say, I got my own philosophy, I hate everyone equally, you can't tear that out of me, no segregation – separation, just me in my world of enemies” trad. “Non ho mai detto di voler essere un discepolo di Dio, non sarò mai colui che va seguito ciecamente, l'uomo ha creato un virus che infetta il mondo, una bomba a tempo per autodistruggersi, se non ci fosse un dio non pensi sarebbe la fottuta stessa cosa, sprecando la tua vita in un salto nel buio della fede, alzati cazzo non puoi ignorare ciò che ti dico, ho la mia filosofia, odio tutti allo stesso modo, non me la puoi estirpare, nessuna segregazione o separazione, solo io nel mio mondo di nemici”). “God Send Death” rappresenta la desolazione dopo un uragano, nell'inizio del pezzo il tiro rallenta leggermente, lasciando alle chitarre lo spazio per esprimere tutti il loro pathos funereo attraverso un arpeggio distorto dal gusto tipicamente doom mentre il china della batteria scandisce questo incedere che lentamente cresce con i raddoppi di cassa di Bostaph; gli ascoltatori attenti degli Slayer che seguono il gruppo fin dagli esordi su tracce come questa notano subito che qualcosa è cambiato nel songwriting del gruppo, la potenza e la cattiveria ci sono sempre ma vengono utilizzati schemi ritmici insoliti e ricchi di groove, sui quali anche il cantato di Araya può adeguarsi per una maggiore orecchiabilità. Siamo di fronte ad un esperimento che può considerarsi perfettamente riuscito, in quanto l'attitudine originale del gruppo americano viene modernizzata senza assolutamente perdere il proprio impatto: ogni plettrata infatti risulta pesante e precisa seguendo i colpi di un quattro quarti di batteria che si dimezza e si raddoppia tenendo sempre il tempo con una freddezza a dir poco chirurgica. Ciò che colpisce maggiormente sono le strofe della canzone, tutto infatti sembra calmarsi per concedere ad Araya un mid tempo su cui stendere un parlato quasi melodico, una scelta insolita per i canoni del nome in questione, ma il contrasto con la successiva ripartenza al vetriolo crea un effetto spiazzante e vincente su tutti i fronti. Il testo mantiene l'odio verso la religione, l'essere umano e fragile ed in balia del proprio destino e nessuno, dall'alto dei cieli, si affaccerà o sporgerà una mano benevola in nostro soccorso, ma al contrario saremo lasciati in balia della nostra perversione. In una metafora quasi leopardiana l'essere umano viene raffigurato come completamente alla mercè di quella natura matrigna che non porge mai una mano benevola, ma al contrario sogghignerà ad ogni nostra difficoltà, beandosi di come siamo vili ed inermi di fronte alla nostra inesorabile fine (“Death is over due, nothing can save you, a morbid symphony, hearing you lie there screaming, taking life from you is all I wanna do trad. “La morte è più che dovuta, nulla ti può salvare, ascoltarti urlare è come una sinfonia malata, strapparti la vita è tutto ciò che voglio fare"). “New Faith” si apre nuovamente con la frase “God Hates Us All”, che torna di nuovo in eco, precedendo una partenza fedelissima al vecchio stile; questi sono gli Slayer che conosciamo e che ci dimostrano ancora una volta di essere i veri cavalieri dell'Apocalisse; l'ostinato sul ride trascina un brano dinamico e serrato senza esclusione di colpi, una vera chicca per tutti i thrashers amanti delle chitarre granite e taglienti, le pennate di King ed Hanneman infatti sono affilate come rasoi, sia che si tratti della strofa, il cui sviluppo è maggiormente serrato, o che si parli del ritornello, dove gli accordi si susseguono aperti e possenti e dove le mani dei due chitarristi cadono pesanti sulle corde come una ghigliottina sul collo del condannato a morte. Araya non sembra conoscere attimi di respiro nell'urlare tutta la sua ira, il bassista e cantante del gruppo, d'altra parte, ha sempre dato prova del suo talento nel condensare intere frasi in una battuta appena di musica; tale espediente si rivela ideale per conferire ai pezzi un tono claustrofobico e folle, soprattutto se aiutato, come su questo disco, da un distorsore che in certi frangenti trasformala voce in uno sciame di locuste pronto a devastare il territorio circostante. Altra novità stilistica sono i wah wah utilizzati per gli assoli di chitarr: queste pedaliere, unite a diversi altri delay e distorsori, dilatano le note delle parti soliste rendendo ancora più cacofonico il caos sontuoso creato dagli Slayer; siamo nell'era delle sperimentazioni sonore di fine anni novanta – primi anni duemila, ed anche il buon Kerry King vuole aggiungere al suo sound qualcosa di nuovo che, a conti fatti, non delude. L'odio verso la religione è ormai sguinzagliato e si continua ad accusare i cristiani di essere stolti nel credere in un salvatore che non c'è ed ecco imporsi la nuova fede basata sull'odio tanto quanto lo è la cristianità: i messaggi contenuti nelle scritture non sono altro che specchi per le allodole, il cui unico scopo è fare sì che non ci sorga mai un dubbio riguardo alla fede. Finchè saremo intrisi della sacralità delle immagini bibliche e dell'aura mistica che avvolge ogni parabola la nostra ragione sarà anestetizzata e la nostra ragione giacerà in stand by; al Vaticano fa comodo così, ma fortunatamente sarà un lungicrinito profetà di origine cilena armato del suo basso a portarci la nuova fede da seguire (“Welcome to the horror of the revelation, tell me what you think of your savior now, I reject all the biblical views of the truth dismiss it as the folklore of the times" trad. “Benvenuto all'orrore della rivelazione, dimmi cosa pensi adesso del tuo salvatore, io rifiuto ogni visione biblica della verità, scartandola come folklore dei tempi") con le stesse armi del proselitismo cattolico, Tom Araya diventa un testimone di una nuova fede che sovrasterà tutte le altre imponendosi come culto del rifiuto verso gli altri. La seguente “Cast Down” parte con un riff di chitarra granitico e travolgente, il tiro del brano si sviluppa su un tempo cadenzato e lineare per poi esplodere successivamente in una strofa dove la doppia cassa di Bostaph non risparmia i colpi delle sue mitragliate; particolarmente azzeccato in questa traccia è il rallentamento nel successivo bridge e nel ritornello, che ci presenta gli Slayer liberi di lanciarsi in sperimentazioni ritmiche mai provate sui lavori precedenti, dimostrando che i quattro musicisti riescono perfettamente a portare avanti ed evolvere il loro trademark senza uscire dagli schemi che li ha resi una leggenda del thrash metal; la velocità funambolica viene quindi momentaneamente messa da parte per lasciare spazio al groove ed alla “grandezza” complessiva dei suoni, facendo si che durante la canzone non ci sia uno o più strumenti in evidenza rispetto agli altri, ma che un unico muro sonoro ci spazzi via schiantandoci a terra, andandosi a chiudere in un finale a stacchi accentati dove il rullante, ottimamente equalizzato a tal scopo, ricrea un effetto di eco aperto simile ad uno sparo, come se Bostaph avesse momentaneamente imbracciato un fucile sul finire di Cast Down. Il testo questa volta è un'aperta accusa al sistema capitalistico americano, che dissangua i suoi cittadini fino ad abbatterli e gettarli via come se fossero pezzi di metallo arrugginito: è il denaro il fulcro nevralgico dell'intero mondo e sono le sue dinamiche che lo governano, il celebre “sogno americano” dello zio Sam è qui rappresentato come una fulgida illusione senza troppi peli sulla lingua. L'economia della prima potenza mondiale non guarda in faccia nessuno, finchè si è produttivi si è utili ma una volta esaurito il nostro potenziale veniamo sostituiti da unità più giovani che iniziano la loro attività favorendo il nostro stesso smaltimento? Può tale ottica considerarsi come assolutamente inumana e materialistica? Certo, anzi, è il sistema stesso che vuole sia così (“Hell is home on the concrete where the city bleeds, America - home of the free - land of fucking disenchantment” trad. “l'Inferno è la dimora del reale dove la città sanguina, America – terra dei liberi e della fottuta disillusione”). Con “Thresholds” i quattro americani continuano sull'onda della sperimentazione ritmica, il tempo sincopato ed i numerosi stacchi rendono l'inizio di questo brano leggermente zoppicante e non facilmente fruibile, dati i numerosi intrecci ritmici. Sono comunque le chitarre a dominare la scena, King ed Hanneman continuano ad imporsi con una serie di pennate pesante in palm muting che martellano ogni battuta e ricreano la base per le urla forsennate di Tom Araya, che ormai sembra non conoscere altri registri vocali. La batteria invece si mantiene abbastanza lineare e, visto e considerato il drummer di cui si sta parlando, si ha subito la percezione che su “Thresholds” egli sia confinato a suonare utilizzando solo un decimo delle sue potenzialità. Purtroppo trattandosi degli Slayer le nostre aspettative vanno a porsi su degli standard abbastanza elevati e questa canzone, purtroppo, suona decisamente disorganica nel suo complesso: decisamente troppi gli accenti, gli stop and go e ed i cambi di tempo in generale (fra l'altro non sempre inseriti al momento giusto), senza contare che anche il testo stesso è distribuito su due uniche grandi strofe dalla struttura irregolare e talvolta imprecisa, tutti questi elementi ci fanno capire che il gruppo stesso non vede in questo brano uno dei suoi cavalli di battaglia; evidentemente i tentativi di innovazione li hanno portati troppo fuori dal proverbiale seminato, facendogli comporre qualcosa che, a conti fatti, sa molto di filler inserito per far numero. Tema principale delle liriche sono l'odio ed il rifiuto per la condizione di sofferenza e disagio esistenziale in cui vive l'essere umano dell'età contemporanea, il nostro è uno stato di malessere non del tutto preciso, un buio di malumori illuminati solo dal nostro diniego dove è l'io ad essere protagonista: è l'io che rifiuta di sentire, di vedere ed addirittura di provare ogni qualsivoglia emozione; ogni stato d'animo che si crea dentro di noi si presenta come un qualcosa di informe e difficilmente interpretabile, mentre ad essere nitidi fin da subito sono l'odio ed il desiderio di violenza ("I don't want to see, I don't want to hear I don't want to feel anything, can't you understand, everything I do doesn't stem from you” trad. “Non voglio vedere, non voglio sentire e non voglio provare niente, non riesci a capire? Ogni cosa che faccio non parte da te”). Dopo questo episodio non del tutto soddisfacente, fortunatamente la successiva “Exile” si pone nuovamente sui binari della macchina da guerra statunitense: la struttura torna ad essere diretta, lineare e brutale; ormai le jam e le improvvisazioni sono durate fin troppo e sembra che i quattro musicisti stessi sentano il bisogno di tornare in carreggiata. La batteria torna nuovamente a martellare senza sosta sui fusti per poi lanciarsi in un tupatupa forsennato, ormai ritenuto universalmente l'abc del genere, sostenendo le chitarre divenute delle vere e proprie lame di rasoio che sfregano sulla membrana dei nostri timpani, il tiro è travolgente fin dai primi secondi e la furia di questo brano non può non istigarci all'headbanging; anche i fan più oltranzisti e legati alla tradizione non potranno non apprezzare Exile per la sua energia adrenalinica ed il suo potenziale altamente distruttivo: è la traccia che ogni thrasher vuole ascoltare e con cui vuole farsi esplodere le orecchie: batteria incalzante, chitarre granitiche e tanta malvagità per una composizione che eleva all'ennesima potenza tutta la cattiveria degli Slayer condensandola in poco meno di quattro minuti. Tutto l'odio di Tom Araya si riversa nelle frasi letteralmente ringhiate: la pressione e l'insofferenza per la realtà che ci circonda rendono il mondo un posto invivibile, da cui l'unica via di fuga possibile è l'esilio, in qualunque modalità . Non importa se decidiamo di andarcene cambiando residenza o passando volontariamente a miglior vita, siamo un'entità "inadatta" all'ambiente in cui viviamo ed è proprio il doverci tenere dentro questo desiderio di urlare a farci sentire maggiormente quella sensazione di oppressione che rende ogni singolo giorno un calvario interminabile (“Even though some things are better left unsaid, there's a few things I need to get off my chest, I need to vent - let me tell you why, I'm suicidal, maniacal, self-destructive, you leave me no hope” trad. “Anche se ci sono cose che è meglio non dire, ce ne sono altre che ho bisogno di tirarmi fuori dal petto, ho bisogno di sfogarmi, lascia che ti spieghi perché, sono un suicida, maniacale, autodistruttivo, non mi lasci speranza”). L'inizio di “Seven Faces” porta momentaneamente la calma dopo una colata di lava fusa inneggiante all'astio più totale, ma si tratta solo di pochi secondi: un arpeggio di chitarra effettato in delay dall'atmosfera ambient-horror per qualche istante ci lascia riprendere fiato ma è solo la quiete prima della tempesta, dato che sarà l'urlo in falsetto del vocalist cileno (vi basterà pensare all'inizio di “Angel of Death” per averne un'idea) a rigettarci nella mischia. Nuovamente gli Slayer puntano sul groove, muovendosi su un disegno ritmico maggiormente pesante e cadenzato, pregno di quella marzialità che ci consente di scuotere la testa senza obbligatoriamente rimetterci le vertebre cervicali. Nonostante ciò però non viene a mancare la potenza: anche quando viene ripreso l'arpeggio iniziale a metà del brano in sottofondo è ben udibile una chitarra distorta che tiene un power chord aperto, atto a gettare le basi per il successivo crescendo che esploderà poi nel finale della traccia. Nonostante la diversità di stile tra Lombardo e Bostaph, quest'ultimo è perfettamente in linea con le necessità di Kerry King e soci, i suoi non sono colpi ma vere e proprie mazzate che dilaniano le pelli e ci fanno sentire le vibrazioni ritmiche fino dentro alla nostra cassa toracica; a differenza del batterista storico del gruppo, il drummer dei Black Gates e dei From Hell vanta un sound più dinamico e maggiormente incentrato sui pattern che coinvolgono i tom ed i timpani ma complessivamente non si può certo pensare che stoni con quello che è il devasto sonoro del gruppo di cui stiamo parlando. Anche King ed Hanneman sfruttano questa diversità in tal senso, aggiungendo alle loro colate di palm muting una maggiore varietà compositiva dei riff così da poter creare una sinergia tra le asce e le pelli, accompagnate a loro volta dal basso di Araya che, si sa, non risulta particolarmente complesso a livello tecnico ma le sue pennate a tempo dimezzato si collocano sempre al punto giusto come mattoni di un unico muro sonoro compatto ed impenetrabile. Le sette facce di cui ci parlano i thrashers statunitensi sono quelle dei nostri demoni interiori, che ci osservano e ci seguono passo passo in ogni istante della nostra esistenza, non siamo in grado di identificarle chiaramente, poiché esse si presentano a noi come il nostro riflesso in un specchio che ci mostra e ci nega al tempo stesso qualcosa della nostra essenza, a mano a mano che il tempo passa, il nostro riflesso ci appare come un volto che si riconosce sempre di meno per poi ritrovare quel senso di familiarità e di conosciuto da sempre proprio in quelle facce che in realtà sono un'illusione; andando ad applicare un transfert psicologico ci riconosceremo di più proprio in quei volti che sono frutto della nostra immaginazione (“I saw them all around today, they don't stop they won't go away, they love the darkness in my eyes, help me find a way out when I'm lost within myself , they show me everything I need” trad. “Le ho viste tutte intorno a me oggi, non vogliono fermarsi né andare via, amano l'oscurità nei miei occhi, aiutami a trovare una via di fuga quando sono smarrito in me stesso, mi mostrano tutto ciò di cui ho bisogno”) un momentaneo cambio di tematiche che questa volta mira all'introspezione ed alla spiritualità. L'accordo iniziale di “Bloodline” può collocarsi nella hit parade dei riff thrash più noti e di impatto andando a ricoprire una delle posizione più alte; si accennava che gli Slayer vogliono innovarsi restando fedeli alla tradizione e la semplicità di questa serie di accordi è tanto mai basilare quanto efficace. A Sorreggere la strofa è la classica cavalcata slayerana, le pennate di King ed Hanneman trascinano il tutto accompagnate dalle martellate di Bostaph, regalandoci un pezzo di impatto e letteralmente brutale. La batteria entra accentando gli stacchi del main riff e tenendo il tempo sul ride per poi partire in un quattro quarti marziale ed imponente. Tutta la struttura della canzone si muove sul main riff e sulla cavalcata della strofa in una semplice struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello-medley e finale che fanno di questo brano l'espressione più riuscita di quello che furono gli Slayer dei primi anni 2000 e le accordature in drop consentono ai musicisti di utilizzare non solo i power chords ma anche i bicordi tipici della scena hardcore moderna di quegli anni, mettendo il gruppo “in pari” con gli altri pur mantenendo il loro status di band storica. Ad 1:58 troviamo l'intermezzo, un riff serrato seguito passo passo da Bostaph che fa aumentare la tensione come in un film dell'orrore, si tratta di appena un paio di giri prima che parta la ripresa finale su cui Kerry King sfodera il suo assolo; non siamo di fronte a scale neoclassiche o sweep picking ma solo ad una serie di note strasature di wah wah che quasi ci fanno percepire sulla nostra pelle lo scorrere di una colata di sangue ancora caldo. Araya si trasforma qui in un assassino spietato che ci può colpire quando meno ce lo aspettiamo, come un Freddy Krueger che ci piomba addosso con le sue lame mentre siamo privi di salvezza nei nostri sogni; non vi sono coperte o lenzuola che ci possano tenere al sicuro quando lo spietato killer ci insegue laddove siamo più vulnerabili: ogni ambientazione onirica può improvvisamente diventarela nostra camera mortuaria, ogni porta o soglia di genere la nostra bara ed il terreno stesso su cui camminiamo sarà il loco per la sepultura, che verrà fertilizzato dalla colata del nostro stesso sangue (“Eternal the kiss I breathe, Siphon your blood to me, feel my wounds of your god forever rape mortality, I smell of death, I reek of hate, I will live forever, lost child pay the dead bleeding screams of silence, in my veins your eternity, I'll kill you and your dreams tonight, begin new life, bleed your death upon me, let your bloodline feed my youth” trad. “Eterno è il bacio che respiro, dirigi il tuo sangue su di me, senti le ferite del tuo dio in una mortalità per sempre stuprata, io odoro di morte, puzzo di odio, vivrò per sempre, i bambini perduti pagano la morte nelle urla sanguinanti del silenzio, nelle mie vene la tua eternità, ti ucciderò quando i tuoi sogni stanotte prenderanno vita, sanguina la tua morte su di me e lasca che la tua colata di sangue nutra la mia prole”). Ad aprire “Deviance” troviamo nuovamente un arpeggio, attorniato questa volta da delle urla di donna e la voce di una radio della polizia che ricreano esattamente la colonna sonora per un omicidio brutale; la partenza è netta e travolgente con le chitarre che ci scontrano come un camion in corsa, la struttura della traccia però opta ancora una volta per la sperimentazione, muovendosi su una ritmica carica di groove perfettamente in linea con le atmosfere ossessive e malsane che in quegli stessi anni creavano i Korn o gli Slipknot, con la differenza che gli Slayer, pur giocando “in trasferta”, non risentono assolutamente della novità di questi stilemi, anzi li sfruttano a loro vantaggio per creare un brano nuovo ma tuttavia fruibile ed apprezzabilissimo. A risaltare su tutto è la voce di Tom Araya, che qui ascoltiamo armonizzata con una seconda parte vocale più alta per tutta la durata del pezzo; questo è un espediente stilistico assolutamente nuovo per il gruppo che però si rivela perfettamente efficace col progetto di atmosfera malsana e frenetica della composizione. Sono essenzialmente gli accordi aperti a costituire la partitura della traccia, le ritmiche in palm muting lasciano lo spazio a parti più di ampio respiro in linea con le urla disperate del vocalist, facendo di Deviance una delle parti più ricche di innovazione e meglio riuscite di questo album. Il testo racconta della deviazione mentale di un individuo improvvisamente colto dalla sete di sangue e che si appresta a compiere tutti i preparativi per il suo prossimo omicidio: l'oscurità del nostro animo, così oscura ed inquietante, improvvisamente ci appare calda ed accogliente ed i pensieri più torridi, all'improvviso, ci appaiono come i processi cognitivi più logici e normali che la nostra mente possa formulare. Uccidere non ci sembra un atto di violenza, ma un processo maieutico attraverso il quale, semplicemente, aiutiamo le vittime a tirar fuori che risiede già dentro di loro (“I embrace the darkness within, forever serve beneath its hand, horrid thoughts that surface to me, ceremony bloods command, I will live through this forever, I have done the things you grieve as you kneel before its evil, death is here deep inside you” trad. “Abbraccio l'oscurità dentro di me, per sempre servo sotto la sua mano, orridi pensieri mi sommergono, il comando di una cerimonia di sangue, vivrò in questo per sempre, ho fatto ciò per cui piangi mentre ti inginocchi dinnanzi a questo male, la morte e qui dentro di te”). La seguente “Warzone” non è una canzone ma un vero e proprio assalto all'arma bianca: immaginate di essere su un elicottero che vi sgancia nella zona più calda del campo di battaglia proprio dietro le linee nemiche, con i proiettili vaganti in ogni dove, le granate che esplodono e le membra di un vostro compagno deflagrato da un colpo di artiglieria insozzarvi il volto, questa sarebbe la perfetta colonna sonora di quel momento; la batteria parte subito senza freni sostenendo delle chitarre serratissime che eseguono un riff old school, di quelli che ci hanno regalato grandi emozioni in lavori come “Show No Mercy”, album d'esordio degli Slayer. Tom Araya sembra quasi un generale che comanda le proprie truppe durante un'operazione bellica, il frastuono è forte ed è necessario urlare perché i soldati possano sentire il loro comandante, le frasi della strofa sono serrate e pronunciate fuori fra i denti, le parole si accavallano confusamente una sull'altra mentre è solo l'urlo “warzone” (in italiano: “zona di guerra”) a sentirsi chiaramente. Anche su questo brano le chitarre puntano sulla produzione granitica, il main riff infatti deve travolgerci come un pezzo di un aereo abbattuto scagliato a tutta velocità su di noi; solo il ritornello, con la rapida successione di passaggi sui tom, crea un attimo di rallentamento in un procedere funambolico al vetriolo che si esaurisce in nemmeno tre minuti di canzone: rapida ed indolore, come una pallottola che ci attraversa il cervello e ci lascia esanimi senza nemmeno aver modo di individuale da dove essa sia arrivata. Il nostro nemico ormai è entrato nella nostra zona di guerra, ha varcato il confine ed è inevitabilmente condannato a morte per l'affronto, non c'è nulla che possa salvarlo dalla sua imminente esecuzione; seguendo perfettamente il motto latino "mors tua, vita mea" (tradotto in italiano "la tua morte, la mia vita") ucciderè il nostro avversario prima che egli possa fare lo stesso con noi diventa una necessità primaria per sopravvivere; l'omicidio è qualcosa di terribile ed immorale? Un soldato non ha troppo tempo per pensarci, ogni istante trascorso a meditare su questo argomento è un passo in più verso il sacco nero di plastica (“War zone - this is where it's going down, War zone - when you walk in my world, madness is coming your way, as long as my heart still beats, I can guarantee you, madness is coming your way” trad. “Zona di guerra – qui è dove cadrete, zona di guerra – quando ti addentri nel mio mondo la follia si abbatte su di te”). Mai altro titolo poteva adattarsi meglio ad un brano degli Slayer: “Here Comes The Pain” infatti inizia con un crescendo malsano e sanguinario: una chitarra tiene l'accordo mentre diverse sovraincisioni di un floyd rose violentato dalle violente vibrazioni della sua leva (tipico espediente delle band nu metal in auge in quegli anni) creano un crescendo a cui lentamente si aggiunge la batteria, le tonalità sono cupe e l'incedere resta comunque sospeso in una dimensione di attesa che non può fare altro che farci pensare che sta arrivando il dolore. La strofa si muove su un mid tempo dal groove cadenzato, un'altra sperimentazione, ed il riff si impregna di un tocco maggiormente crossover; la voce è nuovamente doppiata ed arricchita dai cori, il che fa si che il senso di ansia opprimente del pezzo venga maggiormente enfatizzato. Il terzinato delle chitarre è sostenuto da Bostaph con un tempo sincopato che raddoppia nel bridge poco prima di rallentare nuovamente nel ritornello, dove troviamo una linea vocale di facile presa destinata ad imprimersi nella nostra testa; la struttura complessiva del brano è ancora molto standard e di breve durata, ma sappiamo tutti che se c'è qualcosa per cui gli Slayer sono famosi è la loro schiettezza e pur essendo “monotona” a livello compositivo, questa canzone va a collocarsi fra le migliori del disco. Il break a 3:12 è la piena dimostrazione che la ricerca di groove e di nuovi orizzonti è l'obiettivo primario di “God Hates Us All”, lo sviluppo che conduce al finale del pezzo infatti potrebbe essere uscito da un disco dei Deftones e sembra difficile immaginarlo eseguito da King ed Hanneman, eppure, è proprio grazie al loro tocco che questi elementi ritmici acquisiscono tutto un altro valore. La chiusura della traccia è affidata alla ripresa del medley iniziale, con il ride a tenere il tempo ed a scandire i secondi di un atto di sadismo, anche la struttura ciclica sembra quindi una soluzione compositiva che fa gola al gruppo e che prontamente si presta a chiudere una composizione fresca ed innovativa suonata da un gruppo attivo dai primi anni ottanta. Punto centrale del testo è di nuovo un io destinato a portare la distruzione e l'anarchia nel mondo, che attraverso la voce di Tom Araya dichiara che ucciderà e devasterà qualunque cosa sul suo cammino, immergendolo in un dolore senza fine: il confine tra la quiete ed il caos è rappresentato da una semplice linea che inizia proprio di fronte a noi, così sottile e così potente al tempo stesso da separare due universi totalmente dicotomici, eppure, basta un semplice passo per passare dall'altra parte ed aprile il vaso di Pandora (“I am the new hell on earth, the lord of agony divine, domination, intimidation, lives within these eyes, reign of power, remorseless anarchy, I am arrogance in the flesh, unleashed intensity, step aside for the nightmare” trad. “Sono il nuovo Inferno sulla Terra, il signore dell'agonia divina, dominazione, intimidazione, vivono in questi occhi, regno di potenza, anarchia priva di rimorso, io sono l'arroganza nella carne, l'intensità sguinzagliata, fatti da parte per l'incubo”). A concludere l'album gli Slayer pongono la traccia che più di tutte nella tracklist guarda indietro al passato del gruppo: “Payback” è il classico pezzo di marca slayeriana totalmente old school senza novità di sorta: il main riff è eseguito attraverso una pennata veloce ed imprecisa, perché quando si vuole spaccare tutto non c'è tempo per la precisione, la batteria di Bostaph entra potentissima e non abbassa il tiro nemmeno per un secondo e dall'inizio alla fine dell'esecuzione ci regala un quattro quarti continuo che si interrompe solo nel break che conclude il ritornello; le strofe sono serratissime ed incalzanti, ideali per un pogo violento e brutale che i fans più di vecchia data non mancheranno di scatenare ai concerti. La struttura del brano è nuovamente semplicissima: strofa- ritornello-strofa-ritornello- medley-strofa e finale ed in 3 minuti e cinque secondi gli Slayer sono in grado di spaccare il mondo a metà. Il messaggio di questa canzone e che essa sia posta a chiusura del disco è semplice: abbiamo sperimentato soluzioni nuove al passo coi tempi (ovviamente rapportato al 2001, anno di uscita del disco) ma alla fine della fiera siamo sempre quelli del 1981. Il testo è nuovamente una cascata di violenza ed odio che si abbatte su tutti coloro che ci ostacolano: si sono presi gioco di noi e ci hanno umiliati nelle maniere più disparate, ma il karma è una puttana maledettamente puntuale nel presentarci la propria parcella e presto tutti noi avremmo ciò che meritiamo. Chi ci deride e ci è ostile non sa che cosa abbia davanti agli occhi, il primo errore di un combattente è quello di sottovalutareil suo avversario, ma un qualsiasi bifolco atto a deriderci commette uno sbaglio ancora più grande: quello di non considerarci nemmeno dei combattenti pronti a colpire (“I'm going to tear your fucking eyes out, rip your fucking flesh off, beat you till you're just a fucking lifeless carcass, fuck you and your progress, watch me fucking regress, you were made to take the fall now you're nothing, payback's a bitch motherfucker” trad. “Ti strapperò via quei cazzo di occhi e ti dilanierò la carne, martoriandoti fino a quando non sarai una fottuta carcassa senza vita, fanculo tu ed il tuo progresso, guarda il mio regresso, sei stato fatto per avere il sopravvento ed ora sei niente, la resa dei conti è una puttana bastardo”) un vero e proprio ritorno alle origini della band, una ricerca dell'archetipo di tutto ciò che caratterizza il metal estremo : odio, velocità e violenza.



“God Hates Us All” è quindi un disco fortemente innovativo ed al passo con i tempi, che ci ha offerto un quadro di quelli che erano gli Slayer agli inizi degli anni duemila e che va a collocarsi come punto di passaggio tra la fase old school della band e la successiva evoluzione che li condurrà fino all'ultimo “World Painted Blood”. Essendo però un ponte fra gli Slayer di ieri e di oggi alla sua uscita questo disco taglio nettamente in due i fans, chi adorò subito questo lavoro come nuova frontiera della musica estrema e chi lo considerò la classica commercialata solamente arrivata “in ritardo” rispetto a “Load e “Reload” dei Metallica o a “Risk” dei Megadeth, facendo considerare anche la band di Kerry King ormai arrivata al capolinea della propria coerenza, mutilata per giunta di quel suo principale pilastro chiamato Dave Lombardo. Le differenze con il precedente “Diabolus In Musica” del '98 apparsero subito nette, ed è forse proprio per questo motivo che all'epoca della sua pubblicazione “God Hates Us All” non fu pienamente apprezzato e totalmente metabolizzato e compreso dai fans; addirittura vi fu chi riteneva il gruppo ormai condannato ad adeguarsi alla moda del tempo per stare al passo con il nu metal e per sopravvivere, ma basta ascoltare questo disco in maniera più approfondita per capire che in realtà la band fronteggiata da Tom Araya non si stava allineando con gli altri ma che silenziosamente (neanche troppo in realtà) stava gettando le basi per un proprio percorso di crescita artistica che salvò il nome dell'assassino dal baratro della caduta nel proprio stereotipo e dal divenire cover band di se stessi. Oltre alle sperimentazioni prettamente compositive le novità si individuano subito nella post produzione: la registrazione digitale ha già iniziato la sua diffusione e da musicisti accorti i quattro americani ne furono subito intuite le potenzialità per il loro progetto di dare alla luce un disco devastante sotto ogni aspetto: è nelle chitarre che si sentono maggiormente le innovazioni: le sei corde sono infatti compatte e granitiche, non si tratta solo di ritmica ma di un vero e proprio muro che sprigiona fuoco e fiamme ad ogni ascolto e che realizza pienamente il sound della band. Nelle frange più estreme del metal non mancano i classici oltranzisti che rimpiangono sempre i “primi lavori” dei gruppi e che bollano le ultime uscite come commerciali e non all'altezza del nome stampato sulla copertina, ma il più delle volte si tratta più di un atteggiamento atto a far moda (a dir poco paradossale per coloro che si professano anti trend e sostenitori della purezza underground) che di un ascolto ritenuto non soddisfacente. Lavori come “God Hates Us All” sono ancora oggi, a tredici anni di distanza, dischi che devono ritenersi come secondo punto fermo in quella linea temporale che dal passato glorioso di una band conduce al presente e le proietta al futuro. Se oggi possiamo apprezzare quei dischi perfetti sotto ogni punto di vista, sia di suoni che di idee, è proprio grazie a questi primi esperimenti che non furono compiuti dai ragazzetti bellocci ormai caduti nel dimenticatoio ma dai “vecchi” leoni che in molti ritenevano ormai privi di artigli.


1) Darkness of Christ
2) Disciple
3) God Send Death
4) New Faith
5) Cast Down
6) Threshold
7) Exile
8) Seven Faces
9) Bloodline
10) Deviance
11) War Zone
12) Here Comes the Pain
13) Payback

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