SLAYER

Diabolus in Musica

1998 - American Recordings

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
09/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Proseguiamo il nostro cammino nell'Inferno sonoro che gli Slayer hanno creato con il loro thrash metal letale ed inconfondibile, scrivendo con una penna insanguinata quella che può essere considerata la Bibbia del male messa in note. La loro musica infatti racchiude tutto l'odio che si possa umanamente concepire e buttare fuori attraverso degli strumenti musicali; blasfemia, malvagità e cattiveria sono quindi le tre parole chiave in cui si possa riassumere ogni pubblicazione della band americana. Analizziamo ora “Diabolus In Musica”, lavoro del 1998, che precede “God Hates Us All” di ben tre anni e che ci fa compiere un passo indietro fondamentale nella discografia del gruppo, essendo la musica un arte viva, ogni disco porta con sé le emozioni del momento in cui nasce, regalandoci un'istantanea di quelli che erano gli Slayer alla fine degli anni novanta: l'era del grunge poteva considerarsi ormai conclusa ed il nu metal si preparava a conquistare il mercato musicale, ma, come abbiamo avuto modo di appurare, Tom Araya e soci non si sono certo fatti cogliere impreparati. La loro musica non risente assolutamente in modo negativo dello scorrere del tempo, anzi, in ogni anno che passa i quattro musicisti americani trovano sempre nuovi spunti per evolvere il loro thrash metal, quello che pur nascendo in un calderone farcito di altre band (i restanti “big four” ovvero Metallica, Megadeth ed Anthrax, giusto per citare) ha saputo svilupparsi in maniera del tutto autonoma e personale, andando a forgiare quel sound che sarà musa ispiratrice anche per i gruppi più estremi che devasteranno il mondo a colpi di black e death metal. Già dal titolo, si comprende che gli Slayer vogliono offrire al loro pubblico qualcosa di estremamente diverso rispetto alla massa, un qualcosa talmente dinamico e soggettivo che persino l'orecchio del fan più accanito faticherà a comprendere: il termine “diabolus in musica” infatti non è casuale: esso infatti indica il termine con cui, nel Medioevo, si indicava il tritono della teoria musicale, ossia l'intervallo di quarta aumentata (o quinta diminuita che dir si voglia) tra una nota e l'altra, che corrisponde a tre toni di distanza; essendo esso la metà esatta di un'ottava al suo ripetersi ciclicamente l'orecchio umano non è più in grado di distinguere se l'intervallo sia ascendente o discendente e ciò genera un paradosso che viene percepito dal nostro udito come un'irregolarità. Gli Slayer con questo lavoro stanno iniziando quell'evoluzione artistica che li farà “allontanare” dal thrash tradizionale degli anni ottanta per portarli ad un upgrade che aggiornerà la loro musica per renderla al passo con quella degli anni duemila. Anche sul piano grafico la band si è evoluta: dalla fase delle copertine old school che raffiguravano i demoni infernali in uno stile a metà fra gli affreschi medievali e le pitture tribali, terminata con “Seasons In The Abyss”, il gruppo passa a quella più minimale, dove si opta per degli artwork diretti ed incisivi, che fanno della loro semplicità la chiave di volta della loro espressione. Su “Diabolus In Musica” è raffigurato un essere umano in primo piano, presumibilmente un prete, calvo e magro, che posa con postura arcigna e quasi scheletrica su uno sfondo completamente nero; non sono necessari scenari o sfondi di sorta, perché gli Slayer mirano al simbolismo, l'unica luce presente arriva dall'alto, quasi come se fosse la luce divina, ad illuminare il soggetto; una metafora che potrebbe essere interpretata come Dio che illumina la sua chiesa ridotta all'osso e prossima ad un definitivo salasso, assediata dalle tenebre del Mondo. Il prete infatti non possiede certo le caratteristiche di un guerriero, anzi, la sua struttura fisica è quella tipica di un malato terminale, segno che la fede ormai ha dissanguato anche i suoi stessi ministri ed il buio di una realtà sempre più predatrice sta per avvolgere l'intera umanità in un'oscurità senza fine. Lo stesso logo della band assume una dimensione spirituale, assieme al titolo del disco compaiono scritti con un carattere basato sui simboli esoterici, fra i quali si possono riconoscere le lettere del nome della band e del titolo del lavoro. L'intero album dunque si presenta come un rituale, una messa nera in cui la malvagità del realtà odierna viene celebrata da un sacerdote ormai privo di forze e dove la musica degli Slayer si riversa sui nostri timpani come il sangue di Cristo che sgorgò dalle sue ferite all'atto della crocifissione.



Il disco si apre con “Bitter Peace”, una traccia il cui inizio lento e cadenzato si propone come l'apertura di una funzione religiosa; il charleston di Bostaph infatti tiene il tempo in maniera lineare e pesante ed apre uno sviluppo marziale e cadenzato che ci porta davanti agli occhi i fedeli in processione verso la chiesa del male, il retrogusto Doom di questa apertura quasi ci fa percepire la pesantezza dei passi di questi dannati, che lentamente si appropinquano al loro luogo di culto in cerca di una salvezza dall'eterna dannazione che non arriverà mai. Ad 1:37 arriva il break, i fedeli prendono posto, ed ecco entrare le chitarre di Kerry King e Jeff Hanneman a dare inizio al rito. Il tiro e come di consueto tiratissimo e feroce, la batteria di Bostaph trascina tutto come un carro armato in avanzata e le plettrate granitiche degli strumenti a corde creano un muro sonoro solido ed invalicabile; la struttura del brano in generale risulta abbastanza standard, ma a tenere alta l'attenzione sono gli stop and go e gli accenti che, posti nei punti giusti, spiazzano l'ascoltatore e rendono ogni passaggio dinamico e coinvolgente. Nel finale vengono utilizzati degli stacchi, un espediente che, di solito, si utilizza in apertura delle canzoni, ma come si accennava gli Slayer vogliono essere fuori dal coro ed anche l'utilizzo delle pause in chiusura si rivela comunque vincente: la precisione di Bostaph fa sì che ogni ripresa sia fulminea e letale come un colpo di pistola alla testo e lo scandire delle ultime frasi del testo sia irruento ed energico, un caos diabolico alternato agli istanti di silenzio che crea un contrasto netto e perfettamente riuscito. In questa traccia la pace viene definita “amara”, dato che l'uomo è per natura diffidente ed egoista e sente continuamente il bisogno di combattere per primeggiare; anche quando non c'è un motivo valido per iniziare una guerra (premesso che non ci sono mai motivi validi che giustificano un conflitto) l'essere umano deve comunque aggredire i suoi simili per sottrargli tutto quello che hanno per incrementare la propria ricchezza ed ucciderli per depurarsi da ogni minaccia in maniera preventiva; la condizione di pace in assenza di una guerra è quindi scomoda, quasi fosse una malattia, l'individuo guerrafondaio sente insita in sé la necessità di combattere, perciò l'assenza di una battaglia lo fa sentire “con le mani in mano” ed aumenta la tensione che solo aprendo un conflitto si potrà placare; come è auspicabile però, a forza di combattere l'essere umano arriverà ad al punto di annientare se stesso e quel giorno, purtroppo, sembra terribilmente prossimo. “Death's Head” si apre con uno sviluppo improntato sul groove: un mid tempo di batteria accompagna il basso di Araya mentre esegue una parte semplice a livello tecnico ma decisamente incisiva a livello emotivo, in quanto aumenta la tensione prima della partenza vera e propria; grazie a questa canzone possiamo percepire quel senso di “dissonanza” di cui si accennava all'inizio: se siete abituati alle sonorità di “Reign in Blood” questi Slayer vi risulteranno decisamente strani all'orecchio, il basso possiede qui un ruolo di protagonista come motore ritmico e la velocità non è fine a se stessa ma ha la funzione di ricreare uno stato emotivo ben preciso. La canzone infatti racconta la condizione di colui che vede la morte corrergli in contro, immaginate quindi che il cupo mietitore vi sia comparso di fronte nel vostro ultimo momento e vi abbia indicati come sua prossima preda, puntandovi contro un arma; chiaramente restate paralizzati dalla paura e presi dal terrore implorate che vi venga concesso qualche giorno di vita in più, ma con la morte non si discute, senza che ve ne accorgiate essa vi balza addosso con la sua falce e vi sferra il colpo decisivo, quello che lacererà via la vostra anima dal corpo e che vi trascinerà nell'Oltretomba per sempre; la struttura ritmica di questo brano vi farà immediatamente battere il cuore alla velocità della cassa di Bostaph, le chitarre cupe e pesanti delle due asce degli Slayer creeranno una notte in cui imperversa il temporale, i lampi squarciano il cielo illuminando solo per pochi attimi la testa della morte, la cui visione è talmente spaventosa che non riuscite nemmeno a descriverla né tanto meno a comprenderla bene, è solo un'immagine di puro terrore che vi sconvolge al punto da farvi impazzire; la morte dei giorni nostri non una più la falce ma un'arma da fuoco, perchè le pistole e gli esseri umani che le impugnano sono ciò che porterà l'umanità all'estinzione. L'evoluzione degli Slayer consiste quindi nel dare sonorità precise alle emozioni che vogliono esprimere, la velocità funambolica quindi si rivela ideale per esprimere il panico che suscita questa canzone, ma non sono solo i bpm ad adempire a tale scopo: per la prima volta gli Slayer sperimentano l'effettistica per arricchire ed ampliare la loro gamma di suoni e su questa traccia troviamo i delay a rendere le chitarre ancora più malsane, mentre i riverberi e i distorsori conferiscono alla già graffiante voce di Araya un maggiore tono di disperazione; l'estro creativo unisce qui le forze con la tecnologia per ottimizzare l'espressione della malvagità sonora. Con la successiva “Stain Of Mind” il gruppo arretra leggermente in fatto di sperimentazione per tornare sui binari più consoni e vicini alla tradizione; la traccia parte subito diretta senza compromessi e ci travolge come un camion che non rispetta lo stop ad un incrocio, non ci sono pause ma solo un rallentamento prima dei ritornelli, dove la batteria ed il basso si trovano da soli a creare quell'attimo di attesa prima di una nuova esplosione collerica, la voce di Araya passa dalle urla al sussurrare, quasi come se il gruppo fosse in sala prove a suonare ed improvvisamente un black out li lasci al buio ed il silenzio di quegli attimi sospenda momentaneamente la furia per poi ripartire appena ritorna la corrente. Il main riff della canzone utilizza una piccola chicca per le chitarre, nella sua semplicità infatti viene arricchito dalle armonizzazioni, dando quel tocco di novità in più che rende la struttura della parte fresca ma al tempo stesso fedele al marchio di fabbrica degli Slayer. È di nuovo il groove a farla da padrone, “Stain Of Mind” possiede infatti quell'orecchiabilità che sarà molto ricercata dai gruppi della successiva fase crossover come Slipknot e Korn, giusto per fare due nomi; le strofe del testo infatti, pur essendo sguinzagliate su di noi dal frontman cileno, possiedono una cadenza che si opprime facilmente nella nostra testa grazie al mid tempo ed all'immediatezza del riff. A livello di liriche gli Slayer ci regalano uno schizzo (“stain of mind” in inglese sarebbe appunto letteralmente una “macchia di mente” ovvero la traduzione per “schizzo, bozza”) dell'umanità giunta all'apice del declino; il testo infatti elenca una serie di elementi che conducono il genere umano alla propria fine, il dominio di pochi sulla moltitudine farà si che ogni minimo segno di benevolenza fra gli uomini scompaia lasciando il mondo in balia dell'odio. A farci da guida dovrebbe esserci la moralità predicata dalla chiesa ma anch'essa si rivela una malattia infettiva che ci devasta l'organismo e che al tempo stesso ci anestetizza con le “belle parole” delle Scritture, rendendoci più dolce la nostra fine. Questo macabro quadro si espone nella mente dell'io narrante di un Tom Araya sempre più avverso alla realtà che lo circonda, che con questa canzone si consacra come cantore dell'apocalisse inevitabile e ci invita ad abbandonare ogni speranza dopo aver osservato attentamente questa sua bozza dell'inevitabile. L'inizio di “Overt Enemy” non mancherà di stupire nuovamente tutti coloro che adorano gli Slayer per il sound graffiante dei primi lavori: ad aprire le danze è nuovamente la sezione ritmica composta da Bostaph ed Araya, la batteria si muove su un disegno ritmico dinamico e variegato mentre il basso la segue cadenzato ed imperterrito, su questa parte si sentono inoltre degli estratti confusi di messaggi radio della polizia e delle sirene e solo successivamente entreranno le chitarre armonizzate, l'atmosfera ricrea quindi la scena del crimine di un omicidio appena compiuto, dove l'arma del delitto è appunto la musica degli Slayer. La canzone si dimostra più riflessiva delle precedenti: la velocità si placa momentaneamente per dare spazio ad una composizione più atmosferica e meditata ad hoc per un film noir. La strofa infatti si muove su dei power chord aperti e tenuti che sorreggono la voce riverberata di Araya, mentre le parti serrate fungono da separazione fra una strofa e l'altra e nella progressione la batteria di Bostaph passa dai quarti ai sedicesimo attraverso un raddoppio di cassa mitragliante e preciso; il contrasto fra gli accordi solenni delle chitarre e la batteria sostiene tutto il pezzo rendendolo un unico grande crescendo che arriva al suo apice nel finale, siamo di fronte ad una canzone che è in via di sviluppo non solo in un determinato passaggio ma in tutto il suo essere, una caratteristica tipica del progressive rock che viene qui utilizzata nel thrash metal e dimostra come gli Slayer possano tranquillamente considerarsi realmente degli innovatori del genere. Nel testo viene raccontata la visione del mondo di un criminale, il classico “nemico pubblico” a piede libero, di cui le autorità non possono far altro che annunciare la presenza invitandoci a correre ai ripari; non è un assassino, non è un ladro, non è uno stupratore ma è tutti questi aspetti assieme, fusi in un'unica entità malvagia personificata che deruberà, ucciderà e violenterà la nostra serenità. A disgustarlo infatti è proprio la nostra vita, quell'esistenza morigerata e seguace delle regole solo apparentemente, perché siamo coloro che vedono la pagliuzza negli occhi del nostro vicino mentre non vediamo la trave nei nostri, ma c'è qualcuno, o qualcosa, che ci renderà la giusta punizione infliggendoci tutto il male della nostra ipocrisia in una volta sola; rispettiamo la legge e ci presentiamo altruisti in superficie ma in realtà siamo viscidi ed infidi, sempre pronti a gioire delle disfatte di colui di cui siamo gelosi e sempre in prima linea a sbandierare i nostri successi per rivalsa e ripicca; è proprio questa nostra esistenza a suscitare disgusto nel nemico pubblico (“Overt Enemy” in inglese), che si presenta ai nostri occhi come un balordo criminale ma in realtà egli altri non è che la nostra coscienza, casomai ne avessimo una, che dopo tutti i vani tentativi di correggerci getta la spugna e non prova altro che disgusto per come viviamo; siamo troppo fieri di noi stessi per toglierci la vita eppure nemmeno il suicidio rappresenta una possibile soluzione per la dannazione che ci infliggiamo da soli. “Perversions Of Pain” è un brano vecchio stile al 100%, con il quale i fans più oltranzisti del gruppo potranno soddisfare il proprio udito ed il loro palato: l'inizio è secco e diretto, con degli stacchi che ricordano vagamente quelli di “Angel Of Death”, ed il riffing è decisamente più serrato e spaccaossa; nella struttura del brano non c'è un attimo di respiro, la batteria infatti spinge incessantemente e l'unico momento di quiete è sul ritornello, dove le chitarre sfoderano un fraseggio a note discendenti in cui la malvagità regna sovrana, il gruppo lascia quindi intendere chiaramente che gli anni passano, ma il lo smalto resta sempre lo stesso, solamente si sta evolvendo verso nuovi orizzonti di furia estrema, ed il fatto che i quattro musicisti sperimentino nuove soluzioni non implica che non siano più in grado di scrivere i pezzi con lo stile di un tempo. Lo scopo di questa traccia è dunque quello di creare un ponte fra gli Slayer degli esordi e quelli del 1998, che da qui in avanti intraprenderanno un'ulteriore crescita artistica che li porterà fino ai giorni nostri. In queste liriche il buon Tom Araya veste i ruoli della perversione più malsana che si possa immaginare, una delle caratteristiche principali del suo songwriting infatti è proprio l'utilizzo della prima persona: l'io narrante rappresenta di volta in volta i vari mali che affliggono l'essere umano, conferendovi quindi non solo un maggiore pathos espressivo ma conferendo alle parole una maggiore vicinanza a noi, la forte soggettività di queste strofe infatti ci consente di percepire sulla nostra pelle ogni rasoiata raccontata dal gruppo e le varie “possessioni” vissute dal frontman lo rendono dunque l'ideale incarnazione della malvagità. Gli occhi sono lo specchio dell'anima per definizione, il migliore organo attraverso cui imprimere il male dentro di noi e far sì che esso possa sgorgare ed invadere la nostra mente, facendoci immediatamente visualizzare i cancelli dell'Inferno. Con la successiva “Love To Hate” sinceramente è difficile sentirsi thrasher; questa canzone ha ben poco del genere in questione, dato che la struttura mira tutta al groove ed all'essere catchy fin da subito. Bostaph dà prova sicura di tutta la sua potenza pestando sulle pelli come un martello pneumatico ma, a parte questo, il drumming in sé non esalta particolarmente. Siamo infatti di fronte ad un mid tempo lineare senza momenti di particolare pregio, fatta eccezione qualche sporadico passaggio inserito dal drummer americano forse più per non sminuire il suo talento che per rendere ricco un brano che di per sé dice poco ed ha più lo scopo di arricchire la tracklist. Le parti di chitarre e di basso sembrano scritte dai Limp Bizkit più che dagli Slayer, se non fosse per le urla disperate di Araya e per le accordature ribassate che spingono il tiro, sarebbe impossibile credere che questo brano sia stato composto dall'uccisore per eccellenza. A livello compositivo non c'è molto estro; salvo nel pre ritornello, dove un fraseggio in pieno stile Kerry King ci rassicura per un istante, la canzone non risulta certo una delle migliori composizioni della band. Va anche considerato che ai livelli di fama di cui stiamo parlando la coerenza è la prima cosa indubbiamente, ma il dictat delle major è quello che consente di portare a casa la pagnotta, consideriamo dunque questa parentesi come un contentino ai boss ed un tentativo da parte dei musicisti di stare al passo con una scena che all'epoca stava mirando sempre più verso il nu metal. Il senso del testo è quello di rappresentare l'odio come sentimento umano fondante: per quanto negativo sia, esso è l'unico stato umano veramente sincero e non dettato dall'ipocrisia, quando si odia qualcuno lo si fa con tutto il cuore, mentre si può benissimo fingere di voler bene a qualcuno senza provarlo realmente. Almeno sul piano delle tematiche si possono riconoscere gli Slayer che tutti noi amiamo, l'immaginario è sempre quello di una tortura studiata ad hoc per eliminare l'uomo dalla faccia della terra facendo sì che sia egli stesso a scrivere la parola “fine” sul suo epitaffio. L'io narrante del testo descrive una condizione di inevitabile misantropia, che in maniera molto leopardiana descrive il Mondo circostante come il nostro nemico ed impotente osserva il degrado umano giungere alla sua apoteosi. A livello strettamente tecnico nuoce sentire che Tom Araya cerca di modellare il suo cantato sullo stile dei rapper: al rovescio forsennato di parole, che gli consentiva di comprimere interi periodi in poche battute, punta su questa canzone alle rime ed all'orecchiabilità, scrivendo alcune frasi che sembrano quasi scritte per un karaoke, che pur di essere accattivanti mettono da parte addirittura il senso logico. A conti fatti, “Love to Hate” risulta un esperimento non del tutto riuscito. La sperimentazione continua anche nella seguente “Desire”, dove fortunatamente gli Slayer cambiano l'orizzonte verso cui puntare: abbandonato il crossover infatti, lo stile del brano guarda fortunatamente al passato della band, in particolare al periodo di “Seasons In The Abyss” dove l'obiettivo principale è quello di creare una canzone atmosferica dal tiro claustrofobico ed opprimente. Le chitarre infatti regalano un arpeggio tanto semplice quanto efficace per immaginarci chiusi in uno stanzino al buio, dove legati ed imbavagliati restiamo inesorabilmente in attesa che arrivi il nostro assassino ad ucciderci per liberarci da quell'ansia insopportabile. È nuovamente la batteria a presentarsi come motore trainante della traccia, Paul Bostaph ha già ampiamente dimostrato il suo valore nel creare partiture lineari e precise suonate con una potenza che quasi lascia credere che vi siano due batteristi a suonare insieme, eppure sono “solo” quattro gli arti a pestare sui fusti; altro aspetto per cui Bostaph si distingue dal collega e predecessore Dave Lombardo è un diverso uso dei piatti, che vengono utilizzati meno rispetto alle pelli e lasciati indietro rispetto alla cassa ed al rullane, ovviamente il risultato finale è quello di una batteria granitica e travolgente solo di rado alleggerita dai crash e dal ride. I suoni delle chitarre e del basso mirano maggiormente ai delay ed agli echo nei fraseggi, espediente che rende le sei corde eteree e delicate prima dello scontro a viso aperto con i distorsori che ingigantiscono gli strumenti nelle parti più tirate. Anche la parte vocale ricerca la melodia (per quanto possibile alle doti canore di Araya ovviamente), che nello sviluppo segue la linea melodica delle chitarre invece di rovesciarci le sue consuete urla colleriche; potremmo quasi considerarla la ballad del disco, ma sappiamo bene che gli Slayer non possiedono questo termine nel loro vocabolario. La tematica verte sul “romanticismo”, il soggetto narrante è infatti in preda ad un estasi erotica che lo lascia in uno stato quasi di grazia mentre giace abbandonato nell'ombra; forse l'abbraccio delle tenebre, forse il tepore di una donna sdraiata accanto a noi costituisce quello stato di momentanea beatitudine che ci stacca dalla realtà per farci entrare in una dimensione onirica e primordiale, dove il desiderio della carne e la voglia di un amplesso non sono da etichettare come depravazione ma come un normalissimo bisogno da soddisfare; lo stile ovidiano di questo testo trasuda erotismo in ogni parola, andando a cercare prima di tutto l'espressione dello stato emotivo in favore della precisione chirurgica del descrivere la chimica corporea dell'eccitazione. La seguente “In The Name Of God” riporta gli Slayer in carreggiata; il tiro della canzone è marziale e pesante, la velocità frenetica lascia il posto alla lentezza martellante, dove ogni colpo di batteria ed ogni plettrata cadono come un masso durante una frana per poi crescere nella seconda parte, dove il crescendo della collera giunge al limite ed esplode come un'automobile incendiata; sembra tutto finito, ma dopo qualche secondo di pausa apparente il pezzo riparte, questa volta creando una struttura sludge doom che farebbe gola ai Crowbar di Kirk Windstein; allo shredding infuocato, ovvero alle pennate serrate sulle corde, Hanneman, King ed Araya preferiscono il bending ed il dirt picking, creando alterazioni e fischi che sono, nel corso della storia, diventati il simbolo del male per eccellenza. Questa canzone è un tributo alle band basilari dell'Heavy Metal più cupo ed oscuro, innanzitutto ai Black Sabbath, ma anche a nomi quali Saint Vitus, Candlemass e Trouble, che hanno rivoluzionato il metal alternando alla velocità la lentezza come sinonimo di potenza. La struttura delle strofe infatti è composta solo da terzine, seguite da una batteria dritta e piena di stop and go, che gradualmente aumentano di bpm fino al break; gli Slayer, come si diceva, sono alla ricerca della loro evoluzione ed attraverso brani come questo stanno creando il thrash metal di nuova generazione, quello che dall'attitudine degli anni ottanta, da tenere sempre ben presente ovviamente, passa alle strutture più eclettiche ed alle produzioni in studio più lavorate che da qui a qualche anno ci regaleranno il successivo “God Hates Us All”, punto di snodo definitivo della band americana. Il testo mira anch'esso alla semplicità, racchiudendo le strofe in piccoli insiemi di frasi semplici composte da soggetto, verbo e complemento oggetto, dove Araya ci invita, ci coinvolge e ci accoglie al cospetto delle bugie che Dio ha raccontato all'uomo. Siamo di fronte al classico paradosso in materia di fede, se il Signore è così buono e benevolo, come mai siamo destinati a patire una vita di difficoltà e stenti? Ricondurre tutto al peccato originale è decisamente troppo facile ed anche se ammettessimo questa come risposta, indubbiamente duemila anni sono un po' tanti per portare rancore, soprattutto se a farlo è un dio descritto come misericordioso. La verità è che sono tutte frottole raccontate da uomini ad altri uomini, individui che si sono autoproclamati ministri di Dio e che in suo nome ci raccontano tante belle favole per tenerci buoni, sempre timorosi di un'ipotetica ira che un tempo era facile individuare nelle calamità naturali ma che oggi risultano sempre meno difficili da digerire. Non ci resta che attendere e sopportare fino all'arrivo l'anti dio, ovvero l'Anticristo, colui che sempre additato come il male in realtà risulta essere l'unico vero profeta che ci mostra il Mondo per come è realmente. L'inizio di “Scrum” ci getta letteralmente nella mischia (in inglese “scrum” appunto); la partenza è diretta quanto una mazzata nei denti e la canzone nel suo complesso si presenta come puramente old school, gli amanti dei primi dischi della band potranno sollazzarsi consumando il loro lettore attraverso questa traccia di appena due minuti e venti secondi, dove non c'è sosta alcuna, gli Slayer sono qui come le lame affilate di un mulinex che dilania le nostre carni e sparge il nostro sangue ovunque. King ed Hanneman hanno momentaneamente posato i plettro per prendere delle motoseghe da passare sulle corde delle loro chitarre, il main riff è infatti tiratissimo e graffiante quanto un rasoio ed i due chitarristi sembrano quasi lanciare una sfida al collega Bostaph dietro la batteria che, si sa, non è certo un batterista timoroso di frantumare il proprio set. Dopo un inizio in mid tempo, dove il gruppo scalda il motore, a 0:40 arriva il break con solo la chitarra intenta a sfoderare una serie di powerchords velocissima, momenti come questi nel thrash metal indicano solo una cosa: che da lì in avanti saranno calci nelle gengive e non sia mai che gli Slayer deludano i loro ammiratori in tal senso. Il restart seguente è un quattro quarti martellante ed incessante, un “tupa tupa” di quelli che a noi amanti del genere fa colare la bava dalla bocca, una parte da pogo sicuro dal vivo, separata solo da un medley nel quale si scaglia un assolo in puro stile slayerano: scale cromatiche a non finire tirate al massimo della velocità prima del finale netto e quasi inaspettato; sembra quasi che sia saltata la corrente durante l'ascolto ma sono i quattro americani che ci concedono di raccogliere i nostri morti e riserrare i ranghi. La canzone descrive lo stato di adrenalina che si prova durate uno scontro, nella lotta infatti il nostro organismo produce una carica di adrenalina che inibisce la nostra capacità di sentire il dolore ed aumenta la resistenza, il respiro rallenta, il cuore batte con pulsazioni maggiori in modo che i nostri muscoli siano tutti irrorati per dare il massimo; tutto ciò si manifesta come un momentaneo “rallentamento” delle percezioni periferiche, il nostro cervello focalizza tutta la concentrazione sul nostro avversario tenendolo sempre al centro del mirino ma non sempre questa si rivela la soluzione migliore: ingaggiato il combattimento infatti siamo di fronte a due opzioni, fuggire o reagire, però non è detto che chi stia di fronte a noi sia meno esperto di noi in materia, per quanto sia difficile va mantenuta la lucidità ma lette così queste sembrano tante belle parole a cui l'istinto omicida non bada nemmeno, non c'è sangue o gloria, ma solo furia e dolore e quando si è nella mischia quindi o si combatte o si muore. “Screaming From The Sky” riprende le coordinate stilistiche di “In The Name Of God”, puntando sulla cadenza e sulla marzialità invece della velocità alcalina; il tono è decisamente post apocalittico, un'atmosfera doom che ci mette in attesa della fine del Mondo da cui noi, ovviamente non abbiamo via di fuga. A spiccare su tutto è come sempre la batteria di Bostaph, un'incessante pressa che nella fucina degli Slayer lavora senza sosta per macinare le proprie pelli per rendere ogni tempo disegnato un vero esempio di batteria metal da manuale, alla tecnica infatti si aggiunge la potenza, che lasciano ben intendere che il drummer suona con il cuore oltre che con gli arti e che mira sempre a mettere tutto se stesso su ogni parte eseguita. Le chitarre si muovono possenti ed epiche su un riff che basa sul palm muting tutta la sua espressività, le cavalcate imperiali degli Slayer, d'altro canto, sono diventate famose al pari di quelle degli Iron Maiden, ma a differenza dei colleghi inglesi quelle dei quattro americani sono più oscure e votate al passaggio dell'arca dell'alleanza. La cadenza delle parti vocali è nuovamente in stile nu metal, con tanto di parlati in sottofondo a seguire la voce primaria, ma il risultato s questa canzone convince nettamente di più, il tono iracondo di Araya ha finalmente modo di modellarsi sulle nuove tendenze del momento senza perdere di vista la sua matrice originale. Anche la tematica del testo ritorna all'archetipo slayerano, la blasfemia è infatti l'ingrediente principale di quelle che più che un testo si presenta ai nostri occhi come una litania per i dannati che ormai sono destinati a marcire nell'Ade; le macchina da guerra create dall'uomo hanno ucciso talmente tanti esseri umani che sono arrivate ad eliminare anche i loro stessi creatori, questi carnefici però si sono meritati la loro atroce fine e mentre le loro anime bruciano negli inferi, sulle loro tombe senza nome le macchine continuano a marciare imperterrite ed ogni preghiera si perde nel frastuono di una guerra ormai destinata a durare in eterno, tutto è iniziato con un sibilo dal cielo, le bombe scagliate dall'alto che sono piombate sulle città con il loro urlo di guerra, le urla dal cielo sono quindi le moderne campane che annunciano la fine inesorabile. Il disco si chiude con “Point”, canzone il cui titolo non poteva essere più appropriato per chiudere un album che conduce gli Slayer al punto di partenza della loro evoluzione verso l'età adulta del loro thrash metal. L'incedere è incalzante e monolitico, il riffing si muove di nuovo sulla potenza delle pennate in palm muting che vengono di volta in volta arricchite da fischi e bending prima dell'accelerazione. Con l'ingresso della batteria in quattro quarti infatti, la mitragliatrice inizia a far scorrere il proprio nastro fino all'esaurimento delle cartucce; la struttura del brano si basa su una sequenza alternata di un mid tempo ed un “tupa tupa” lineare, creando sempre uno spiazzo nell'ascoltatore senza però perdere mai in grinta e tiro; in questa canzone vi è inoltre uno studio più accurato delle melodie soliste, l'assolo infatti appare più meditato e ricercato dei precedenti, ma è solo un'illusione che non vi sia attitudine in esso, basta infatti arrivare all'ultima porzione di pezzo per trovare il barbuto Kerry King martoriaci i timpani con uno dei suoi assoli stracarichi di wah wah con la leva del floyd rose tirata all'inverosimile. A livello compositivo troviamo su questa canzone conclusiva le due anime della band: quella legata alle origini e quella più sperimentale che si stava affacciando al futuro, unite in una sintesi che ci offre un quadro chiaro di chi erano gli Slayer di un tempo e chi saranno gli Slayer di domani. L'io narrante di Araya diventa in questo testo il portatore di guerra nei nostri lidi, quell'incursore che si insinua dentro di noi e che libera la nostra malvagità come se fosse un plotone di compagni catturato dietro le linee nemiche, la nostra coscienza rappresenta il fronte dietro cui questo soldato dell'odio dovrà gettarsi per minarlo dall'interno, in un'operazione bellica che nel silenzio delle tenebre del nostro animo sprigionerà una malvagità che nemmeno noi sapevamo di poter provare. Dopo questo assalto alla nostra anima Araya ci condurrà nel nostro viaggio di non ritorno, conducendoci alla morte in quanto suo messaggero e dove tutti noi siamo destinati a finire una volta esorcizzati tutti i nostri demoni; non c'è santo a cui possiamo votarci ma solo la rassegnazione e la frustrazione di quando comprenderemo che veniamo dalla cenere ed alla cenere ritorneremo e solo il vento dell'indifferenza di chi ci sopravvive potrà spargere ciò che resta di noi.



Capitolo successivo ad “Undisputed Attitude”, “Diabolus In Musica” si colloca come ulteriore passo avanti di una metamorfosi che gli Slayer hanno iniziato a partire dagli anni novanta, un'era dove il Thrash Metal non era certamente all'ordine del giorno, necessitava di una flebo di innovazione per poter resistere alla ribalta del grunge prima ed all'avvento del nu metal poi. L'astuzia di Kerry King e soci è stata quella di esulare dal mainstream di quei generi all'epoca in auge, isolandosi in sala prove per cercare di trovare, attraverso esperimenti ben riusciti ed altri meno felici, quello che potesse essere il trademark da associare al gruppo in quegli anni. Trovare il giusto compromesso fra passato e presente senza deludere i fan non è mai facile, soprattutto per un nome di questa levatura, ma se tale legame non è del tutto solido in questo lavoro, tuttavia in questa tracklist troviamo lo scheletro in ferro di un ponte che nei dischi a venire verrà pian piano rinforzato per divenire una solida ed incrollabile struttura di cemento armato. L'errore commesso da quelle band che in quegli anni pubblicarono album non del tutto convincenti (“Load” e “Re-Load” dei Metallica, giusto per fare l'esempio più lampante) è proprio quello di aver cercato di rinnovarsi senza avere prima una solida base d'appoggio da cui fare questo salto; gli Slayer, a differenza dei Four Horsemen, non hanno optato per un cambio drastico, ma si sono presi tutto il tempo necessario per fare un tagliando completo prima di uscire dai box e tornare in pista. L'aver dilazionato la loro crescita non solo ha permesso ai fans di metabolizzare meglio il nuovo percorso stilistico ma ha concesso al gruppo di creare una serie di dischi fra loro coerenti all'interno della loro discografia; conclusasi la loro prima epoca che da “Show No Mercy” arriva fino a “Seasons In The Abyss”, a partire da “Divine Intervention” (primo lavoro che vede l'assenza di Lombardo) gli Slayer hanno mosso i primi passi di un percorso di crescita che gli ha portati all'odierno “World Painted Blood”, in una marcia dove ha sempre sventolato fiero il vessillo del thrash metal d'eccellenza.


1) Bitter Peace
2) Death's Head
3) Stain of Mind 
4) Overt Enemy 
5) Perversions of Pain 
6) Love to Hate 
7) Desire 
8) In the Name of God 
9) Scrum 
10) Screaming from the Sky 
11) Point 

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