SINISTER

The Post

2014 - Massacre Records

A CURA DI
ENRICO BLACKWOLF FAGNI
02/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Partiamo dal presupposto che a tutti noi piace il male. Ammettiamolo, noi siamo quelli che sotto i post buonisti degli amici di Facebook inneggianti al Metal candido, simbolo di unione e pace, rispondono: "EARGH!". Ed è per questo che il nuovo lavoro dei Sinister: "The Post-Apocalyptic Servant", non lascia delusi. Un album degno dei Maestri del Death Metal diabolico e furente ma che non è esente da difetti (perlomeno a parere di questo recensore). Ma chi sono i Sinister? Semplicemente dei mostri. Il percorso malsano e occulto della band Olandese ha inizio nel 1990, quando sono rilasciate due tracce contenute nella compilation "Where Is Your God Now?". Successivamente sono stati registrati 2 demo ( "Perpetual Damnation" e "Sacramental Carnage" ), poi è stata la volta del singolo "Putrefying Remains/Spiritual Immolation", ed infine di uno split album con i Monastery ed un ep omonimo. L'album di debutto: "Cross The Styx", è uscito nel 1992 e fin da subito è stato chiaro l'obiettivo della band: coprire il mondo con neri stendardi demoniaci, proponendo al pubblico un vero e proprio Deathmageddon. Al debutto da 10 e lode, è seguita una doppietta spietata di puro satanismo e caos strisciante: "Diabolical Summoning" nel 1993 e "Hate" nel 1995, album che nessun Deathster che si rispetti può lasciar fuori dalla propria piccola collezione privata. Tre album che ancora oggi insegnano che cos'è la brutalità a qualsiasi persona che voglia intraprendere le vie oscure del Metallo della Morte, al pari dei grandi capisaldi come "Pierced From Within" dei Suffocation, "Leprosy" dei Death, "The Ultimate Incantation" dei Vader e "Transcend The Rubicon" dei Benediction. Nel 1996 viene pubblicato l'ep: "Bastard Saints" e due anni dopo, nel 1998, l'album "Aggressive Measures", due lavori abbastanza calanti rispetto ai predecessori, sia in termini compositivi che di produzione, ma pur sempre buonissimi lavori. La stoccata al petto arriva con l'inspiegabile "Creative Killings" nel 2001, un album praticamente senza basso. La produzione troppo scarna, il mixaggio dei volumi curato da un sordo, i suoni piatti e poco corposi ed il riffing trito e ritrito sono stati troppo da accettare per i fans di tutto il mondo, che hanno accantonato la band ed il genere in sé per spostarsi sulle nuove sonorità fusion e progressive del Death Metal tecnico. I lavori seguenti vengono letteralmente snobbati, nonostante presentino dei notevoli miglioramenti rispetto a "Creative Killings". "Savage Or Grace" e "Afterburner", rilasciati nel 2003 e nel 2006, sono degli album validi che però non riescono per niente a differenziarsi dal resto delle produzioni musicali di quegli anni. Un altro flebile segnale di vita arriva nel 2008 con "The Silent Howling", album che tutto sommato la sua figura la fa ancora oggi. Dopo due anni in cui sono uscite una compilation ed un live album, un'altra bella pugnalata dritta al nostro nero e demoniaco cuore con il mediocrissimo "Legacy Of Ashes". Per fortuna questo brutto scherzo è durato solo due anni, nel 2012 difatti è uscito "The Carnage Ending", altro validissimo album, ma proprio come per "Afterburner", tristemente omologato alla media delle release contemporanee. Poi quest'anno, dopo essermi svegliato da incubi Lovecraftiani su capre dai mille figli, ho letto una notizia che mi ha lasciato perplesso: "The Post-Apocalyptic Servant verrà rilasciato il 23 maggio 2014". Sono sobbalzato dalla sedia ed in un lampo i dubbi mi hanno assalito. Avevo perso l'orientamento, non sapevo più chi ero, sudavo freddo e soprattutto: niente più alcol in frigo. Dopo il panico generale, mi è stato proposto di recensire il nuovo album ed un po' per timore, un po' per curiosità, un po' per speranza, ho accettato di buon grado. Sapete una cosa? Non me ne sono pentito. Mi aspettavo un lavoro coerente con le uscite passate ed effettivamente lo è, però, in questo nuovo album sono riuscito a percepire quel qualcosa di buon vecchio massacro "In Nomine Satanas", come direbbe il compianto Quorthon. Un album che è simile ad un martello da guerra di 15 kg dritto sulla calotta cranica. Non ci credete? Sentite Yog-Sothoth urlarvi di non dar retta a quel vecchio lupo del Black Wolf? Bene, allora beccatevi questo!



L'album è intavolato come un concept ed ogni canzone ha la sua storia che, di ascolto in ascolto, va a narrare un unico scenario apocalittico. Ogni canzone rappresenta un punto di vista delle creature che popolano questo futuro fatto di schiavitù e disperazione. In questa oscura prospettiva, gli umani sono stati ridotti a contorti schiavi mutanti al servizio di perfidi demoni, che usano quelli che un tempo erano umani civilizzati, per i loro sadici divertimenti. I mutanti, per cercare di sfuggire a questa tortura infinita, combattono ed uccidono quasi indiscriminatamente contro le orde di soldati del Servitore Post Apocalittico, colui che veglia in silenzio su questo mondo di rovina. La traccia che va ad aprire il nostro viaggio è "The Science Of Prophecy". Un sinistro riff di chitarra fa da sfondo ad un breve discorso che ci introduce a questa nuova realtà, come se fossimo appena nati in un altro mondo. Dopo questa piccola intro inizia la canzone vera e propria, fatta di pugni nei denti. I blast beat spessi e veloci ed il doppio pedale, che assomiglia di più ad un M61 Vulcan, curati da Toep Duin, sono ciò che mi ha entusiasmato di più ma anche ciò che mi ha lasciato qualche dubbio. Le strutture musicali finalmente tornano ad essere più Sinister old school. I riff iniziali di chitarra e basso sono un vero e proprio tornado ed il comparto vocale è buono, nonostante si noti la non assoluta pienezza del growl di Aad Kloosterwaard. Dopo l'assalto iniziale troviamo intermezzi più incentrati sul groove che sul caos, un classico nei componimenti più moderni. Il solo parte improvviso e ricorda il buon vecchio solo rumoristico tipico di chi negli anni 80 è cresciuto a pane e Slayer, lasciando spazio, un paio di riff più in là, ad armonizzazioni killer soprattutto sul finire della canzone. Il testo ci descrive una sorta di scienza occulta esercitata da un profeta, il cui obiettivo è, attraverso la tortura e la completa distruzione, quello di rendere gli umani degli esseri completamente lobotomizzati. Una volta passata una delle non più rosee introduzioni, ci ritroviamo di fronte a "The Macabre God". Qui il "morbid riffing" la fa da padrone, con hammer on malsani alternati da palm muting pesanti e cattivi fino al midollo. La voce viene introdotta da qualche accordo aperto prima di trascinarci di nuovo nel massacro più totale. La furia e la velocità costante spadroneggiano, anche quando veniamo sferzati da un inaspettato breakdown. Qualche particella solista armonizzata ci fa da antipasto per ciò che verrà dopo: riff alla Morbid Angel dei tempi d'oro che trasudano malvagità da tutti i pori, dalla tempistica più lenta ma martellante tipica del Death anni 90. Il tutto armonizzato nella maniera più sadica che si possa concepire, facendoci intendere che Dennis Hartog e Bas Brussaard, hanno poca voglia di scherzare. Dopo questo viaggio all'indietro nel tempo, un breve solo e poi via di nuovo nel Maelstrom della violenza. Il riff di introduzione fa anche da chiusura per questa traccia, che ci parla di una divinità "cannibale" e schiava dell'oscurità che, dopo esser sopravvissuta ad una guerra contro i suoi simili, detta i suoi comandamenti sul mondo ormai in rovina. Altro pugno nello stomaco con la solita ricetta: velocità stordente con intermezzi anni 90 dominanti e tirannici, questa è "The Sculpture Of Insanity". Ad un certo punto però, quando ormai pensavamo di avere la certezza di quello che ci riserva la canzone, veniamo invece spaesati da un improvviso uso di synth quasi in stile Nile. Un piacevole intermezzo che a mio parere, aumenta la qualità compositiva e contribuisce a non annoiare l'ascoltatore. "The Sculpture Of Insanity" narra di un idolo in carne umana, scolpito da quelli che vengono definiti come futuristici macellai demoniaci devoti alla nuova divinità. La scultura sarebbe un memento perenne del peccaminoso dominio del dio oscuro e macabro sugli umani. Una statua di follia che toglie il senno dalle menti, sostituendolo con un'ossessiva paura per il proprio tiranno. A questo punto del disco entriamo nel vero e proprio post apocalisse con "The End Of All That Conquers". Dopo un milione di anni dall'avvento di questo nuovo dominatore delle tenebre, non è rimasto praticamente nulla di ciò che era un tempo la Terra. Lande desolate su cui non cresce più nulla se non uno strano tipo di nera vegetazione, sono la realtà in cui sono stati trascinati gli uomini, ormai mutati completamente in schiavi folli, senza emozioni ed attaccamento alla vita. Esseri di puro dolore il cui scopo unico è compiacere "Egli". Per farci capire meglio il concetto, il comparto musicale è forse il più insano presente nel disco. Un'introduzione di armonici vibrati urlanti in fade in ci aiutano a concepire meglio il passaggio temporale fra la realtà di "The Sculpture Of Insanity" e questa. Dopo le grida strazianti ci può essere solo devastazione, ed i riff pieni di groove tenebroso e freddo che seguono ne sono la prova. Nonostante il songwriting non subisca delle variazioni così rilevanti fra traccia e traccia, ho notato che in questa ultima fatica musicale, molti piccoli accorgimenti riescono a smorzare l'aria troppo coerente, se così vogliamo definirla. La batteria ad esempio su questa track, gioca molto sul variegare dei piatti e si distacca dallo schema "classico", fatto solo di blast e doppio pedale continuo delle canzoni precedenti. I riff serpentini si intersecano fra veloci cambi di tempo mai troppo secchi o scontati. Anche qui, troviamo strutture più melodiche old school miste a composizioni violente tipiche dei canoni Brutal/Slam odierni, senza mai esagerare però. L'attacco in tapping del solo è uno spillone da cucito dritto nel cervello, meglio di così non si poteva chiedere, specialmente per la sezione ritmica sottostante. Anche in conclusione le sorprese non finiscono, difatti se ascoltiamo bene, notiamo che la chiusura della canzone è affidata alla terza strofa cantata, un intreccio di struttura compositiva molto pregevole. Torniamo sul percorso già battuto con "The Masquerade Of An Angel". Nel decorso narrativo a questo punto, ci ritroviamo nei panni di una donna angelo che che vaga solitaria. Ella ricerca, in questa dimensione di morte, altri esseri suoi simili ma ciò che trova, non è nient'altro che un "banchetto di morte". Resasi conto di essere sola, anch'ella cade vittima della disperazione totale fino a divenire parte delle creature che popolano il mondo decaduto. Le continue metafore dei Sinister sono state e continuano ad essere un punto di forza notevole per il quintetto Olandese, che riesce abilmente a figurarci il fatto che in un universo corrotto, anche la più flebile luce di speranza e bontà è destinata a spegnersi, come se venisse letteralmente risucchiata in un mefitico pantano. Il punto focale della canzone è il riff cantato principale a mio avviso, a cui fa da antipasto un potente Mathijs Brussaard facendoci finalmente godere un po' di basso tagliente come un rasoio, prima dell'entrata in scena degli altri strumenti. Questa canzone presenta i riferimenti più evidenti al vecchio songwriting di "Cross The Styx" ed "Hate". Un vero e proprio spintone indietro all'età d'oro della band! Strumentalmente parlando questa track è spaventosa, un inferno di armonizzazioni che creano un vero e proprio campo di battaglia, una velocità furiosa che viene spezzata solamente dalla mastodontica pesantezza degli intermezzi a corde mute, marchio di fabbrica Sinister. Purtroppo, caliamo un po' con "The Dome Of Pleausure", pezzo che passa più inosservato rispetto agli altri, quasi fosse di passaggio. L'arrangiamento non mi ha convinto del tutto, forse un po' troppo semplicistico rispetto alle precedenti canzoni, ed alcuni riff mi hanno dato l'impressione di un "già sentito" troppo significativo per essere ignorato. Non fraintendetemi, non critico nessuno perché "non innova", anzi, io premio l'ostinazione e la coerenza ma, quando una canzone è calante, è dovere di recensore farlo notare. Però, se presa come una canzone puramente per fracassarsi la testa contro il palco urlando a squarciagola "SATAN!", allora si, diventa notevole. Le lyrics della canzone ci aprono le porta di un duomo dove i demoni soddisfano i loro piaceri smembrando letteralmente i folli mutanti imprigionati in pesanti gabbie. Ci riprendiamo nettamente con la settima e title track dell'album: "The Post-Apocalyptic Servant". Qui la composizione migliora nettamente, la struttura si articola nuovamente risultando però non troppo complessa per l'ascolto. Il lieve intermezzo quasi dissonante ci distacca per un attimo dal contesto ultra violento, ma è tutto illusorio, poiché esso riprenderà pochi secondi dopo andando a chiudere il cerchio di mani in faccia continue. Il punto di vista che ci viene proposto nel testo è quello del Servitore Post Apocalittico, colui che domina su questa era di rovina. Egli, dopo aver generato eserciti di schiavi, muove guerra contro i mutanti sofferenti che tentano di ribellarsi al suo dominio. I soldati post apocalisse sbranano letteralmente i mutanti lasciando dietro le loro spalle solo morte, facendo così prevalere questa nuova razza su quello che un tempo era l'uomo. Un altro passo in avanti nell'arco narrativo e veniamo investiti da "The Art Of Skin Decoration". Arrivati all'ottava traccia iniziamo a sentire un po' la ridondanza del songwriting, talvolta troppo similare a quello degli ultimi lavori di band come i Suffocation ad esempio. Ciò però non deve scoraggiare l'ascoltatore, l'album in sé fila bello liscio. Degno di nota il solo, che risulta più melodico rispetto agli altri del disco. La parte vocale non entusiasma a livello di metrica ma dà comunque un buon input di brutalità. A livello di testo ci riallacciamo a "The Sculpture Of Insanity" poiché anche qui viene proposta una macabra forma d'arte futuristica. Pezzi di pelle mutante, strappata via dei corpi deceduti, vengono messi insieme per formare un collage d'odio colorato con il sangue. Questa disgustosa opera non è altro che un vessillo dei tempi che corrono, un ornamento per le nuove divinità. Un'altra introduzione di chitarra, accentata da martellate stoppate di batteria e basso ci fanno sbattere la faccia contro "The Saviour", la penultima canzone dell'album. Nonostante le aperture un po' ripetitive, il riff iniziale risulta singolare e pieno di malvagità. Le strofe cantate sono intersecate da intermezzi di pura follia compositiva che non interrompono per niente la striscia di cadaveri che si lascia dietro questa canzone. Un breve solo armonizzato e poi di nuovo nella mischia. Da notare è la presenza di una piccola strofa catchy verso metà della track che rimane in testa come un mantra abissale. Sul finire, dopo un piccolo stacco silenzioso, ci riallacciamo leggermente all'intro di "The Science Of Prophecy", con una variazione del quinto riff su cui possiamo udire delle parole che suonano molto simili a quelle pronunciate all'inizio del CD. Analizzando il testo veniamo messi di fronte ad un preciso chirurgo, un macellaio demoniaco che tagliando e mettendo insieme pezzi di corpi e di pelle va a formare le strutture della nuova razza controllata dal Servitore. Siamo infine giunti alla conclusione del nostro viaggio, i titoli di coda toccano a "The Burden Of Mayhem". Orde di schiavi che cavalcano su cavalli non morti, forze che si scontrano l'una con l'altra e a pesare sul conflitto, il dovere di mantenere questo caos futuristico per l'eternità. Su uno scenario di battaglia la cui colonna sonora, una sinfonia di devastazione. Ed eccola qui, veloce, prepotente, strutturata sadicamente come quasi tutto il resto dell'album. Ancora una volta ci sferza da ogni lato un breve solo di fendenti di spada, contornato da una ritmica ossessiva e agghiacciante. Per mettere la parola fine al viaggio, stavolta viene riproposto l'intro di "The Science Of Prophecy" ma con una lenta conclusione che cala fino al silenzio totale. Ok, fine dei giochi, tutti a casa, partita conclusa. Ah già, piccolissimo dettaglio prima di lasciarci: non era l'ultima canzone. Già, assatanati di pestoni sonori, quei pazzi dei Sinister sapete cosa hanno tirato fuori? Le cover! Tre cover diverse fra loro: una classica "Fall From Grace" dei Morbid Angel, una singolare "Deadly Inner Sense" dei Paradise Lost e un'impensabile "Unstoppable Force" degli Agent Steel! Ragazzi, sono letteralmente saltato dalla sedia per queste cover. Qualcuno potrebbe trovarle strane, inutili, addirittura brutte ma sapete cosa? Chi se ne frega! Queste cover sono la dimostrazione più palese che i Sinister sono una band che, ancora oggi, in un mondo dominato dalla mafia musicale, fa quello che gli pare e come gli pare. "Fall From Grace" è praticamente perfetta, una versione con suoni più moderni ovviamente ma non denaturalizzata nemmeno per un istante. Per "Deadly Inner Sense", può risultare un po' strano il growl aspirato di Aad rispetto alla ruggente e scurissima pienezza della voce del Nick Holmes di inizio carriera. Rimane comunque un'ottima cover. "Unstoppable Force" invece è "divertente". Certo, è un colpo di scure in mezzo al cranio sentirla senza John Cyriis, però il risultato finale rimane comunque strabiliante, è impossibile non scuotere la testa fino a svitarsela dal collo. Le tre bonus track pur non essendo in linea con l'album in sé sia per i testi che per le composizioni (e qui direte: grazie Black Wolf, ci volevi proprio tu per farcelo notare eh!), rimangono un buon ammazzacaffè. Un digestivo ottimo per un lavoro fatto come si deve, nulla da dire.



In conclusione quest'album, in alcuni episodi, può far impazzire di gioia e in altri può far storcere il naso, resta però un gran lavoro a mio parere. L'idea del concept è sempre buona, anche se magari viene poi sviluppata male (cosa che non è accaduta in questo caso). Il cercare di dare una sferzata di creatività ogni tanto non fa male, specialmente quando, per necessità qualitative o di etichetta, un artista si ritrova a dover quasi omologare il suo prodotto a degli standard di massa. Fare musica è un mestieraccio, ma quando dei veterani come i Sinister ti dimostrano che ancora oggi puoi sfornare un lavoro che parla di demoni senza per forza essere banale come un Glen Benton qualsiasi, ti senti davvero fiero di essere votato al Metallo della Morte! La produzione è ottima: suoni pieni, tutto mixato a dovere senza strumenti che sovrastano altri. Il riffing, tornato ad essere un po' più classico, aiuta i nuovi ascoltatori a non restare annoiati e quelli con qualche anno di più, a ritrovare in parte quelle sensazioni che provavano un tempo, a sentirsi a casa. I difetti maggiori in sostanza sono alcuni cali compositivi, la voce a volte poco piena ed aspirata, improntata un po' troppo sul Brutal moderno e con delle metriche troppo sentite e risentite, una batteria a volte troppo uguale, visto l'accentuazione piuttosto eccessiva del doppio pedale che comunque non si smuove troppo da una continuità "a tappeto", cosa che può annoiare dopo un po' e soprattutto, va a coprire un po' troppo eventuali colpi di piatti, tom, ride ecc... Le cover per me sono fatte bene e ci stanno perfettamente, anche se effettivamente per alcuni potrebbero essere un elemento noioso visto che sì, il disco fila discretamente ma non così liscio e senza momenti di distrazione. Penso che un 8 e mezzo sia un voto azzeccato per questo album, capace comunque sia di dare grandi soddisfazioni all'ascoltatore, spero solo che le prossime pubblicazioni seguano questa linea e ci facciano perlomeno ripensare ai bei tempi nei quali eravamo ingenui ragazzini, alla ricerca di un estremismo musicale che ci facesse rompere il collo, quando ci dilettavamo con "Scream Bloody Gore", urlavamo dai balconi con "Eaten Back To Life", andavamo in trip da lucidissimi con "The Key" e "Piece Of Time" e consacravamo gli scivoli dei parchi di quartiere ai Vital Remains. Certo, lo facciamo ancora, però come si suol dire: la prima volta non si scorda mai.


1) The Science Of Prophecy 
2) The Macabre God
3) The Sculpture Of Insanity
4) The End Of All That Conquers
5) The Masquerade Of An Angel
6) The Dome Of Pleausure
7) The Post-Apocalyptic Servant
8) The Art Of Skin Decoration
9) The Saviour
10) The Burden Of Mayhem
11) Fall From Grace
(Morbid Angel Cover)
12) Deadly Inner Sense
(Paradise Lost Cover)
13) Unstoppable Force
(Agent Steel Cover)