SEPTICFLESH

Communion

2008 - Season of Mist

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
01/05/2011
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Personalmente trovo veramente affascinante la cultura e la storia dell'antica Grecia, in particolar modo la sua mitologia mi ha sempre appassionato. Fortunatamente, in quel paese esistono molte entità in grado di farci rivivere direttamente quelle atmosfere antiche ed orientali che altrimenti oggi sarebbe impossibile ritrovare sul posto visto che ormai appartengono al passato, e lo fanno proprio attraverso la musica, e non una musica qualsiasi, ma il death metal in una delle sue varianti più coinvolgenti ed interessanti, ovvero quando nel sound brutale di questo genere estremo vengono inserite parentesi epiche, lontane, grazie alle quali basta chiudere gli occhi e lasciarsi trascinare dal vortice sonoro per venire catapultati direttamente nello stupendo paese mediterraneo. Ok, forse mi sono dilagato fin troppo descrivendo ciò che mi succede quando ascolto i Septicflesh. Vengono definiti i cugini dei Rotting Christ, malgrado la band guidata dai fratelli Tolis sia voltata, soprattutto negli due ultimi album, verso l'epic black metal. Se è per questo potremmo perfino definirli "fratellini" dei Nile, con l'unica differenza della cultura trattata, che nel caso della brutal death metal band statunitense è quella egizia. Devo dire che ho apprezzato tutti gli ultimi lavori della band, ma nessuno mi ha impressionato come il settimo full lenght intitolato "Communion". Cos'ha di straordinario? Il fatto di avvolgere l'atmosfera brutale generata dal muro sonoro con un alone cupo e misterioso davvero di impressionante qualità. Inoltre, l'accentuata dose di tecnica fa emergere l'enorme talento dei membri della band che dimostra di avere un grande potenziale e di poter produrre altri eccezionali lavori in futuro, come credo e spero sia "The Great Mass", appena rilasciato ma del quale non ho avuto ancora il piacere di ascoltare. Torniamo dunque a Communion, album prodotto da Fredrik Nordstrom, che aveva contribuito anche alla realizzazione di "Revolution DNA" nel 1999 e "Sumerian daemons" nel 2003 (e che in passato ha collaborato anche con i Rotting Christ). Il disco venne rilasciato per la label Season of Mist Records (fra le maggiori etichette in ambito Black/Death) ed ottenne buoni riscontri commerciali, risultato scontato secondo me visto che i nove brani di Communion sono nove autentici capolavori l'uno più bello dell'altro. Dal punto di vista della tecnica si denota un impressionante impiego di blastbeat e inarrestabili colpi a mò di mitraglietta per quanto riguarda la batteria al servizio di Fotis Benardo; riffing feroce e devastante per quanto concerne le chitarre di Sotiris Vayenas e di Christos Antoniou, che si deposita selvaggiamente sull'eccellente tappeto del basso del cantante che corrisponde al nome di Seth Siro Anton, che dimostra inoltre notevoli doti vocali che in me rievocano in qualche modo la tecnica di Mikael Akerfeldt (Opeth e Bloodbath), strepitoso nello sforzare le sue corde vocali durante l'esecuzione di growl profondi ed evocativi. Spesso e volentieri troviamo nei brani anche meravigliose parti in clean vocals, eseguiti magistralmente da Vayenas: esse contribuiscono a rendere i brani più completi sotto ogni lato, e ad innalzare il livello della produzione, già molto elevato di suo. Come se tutto ciò non bastasse, l'aggiunta del campionatore rende il risultato finale tutto più legato e da quel tocco in più che rende il lavoro semplicemente unico. Cosa dire poi della formidabile qualità della componente orchestrale e del coro al servizio di Antoniou, con melodie classiche che riportano al culto tipico dell'antica Grecia. Di ottima qualità anche la produzione a livello di songwriting, che permette quasi di venire trascinati in un lungo viaggio che conduce alle divinità ancestrali.



Vediamo ora da più vicino cosa hanno in serbo per noi i ragazzi ellenici: si parte subito con tutta l'aggressività del riff della track opener intitolata "Lovecraft's Death", brano di eccezionale qualità nel quale un sound technical death metal si appoggia sul velo classico dell'orchestra che richiama toni apocalittici; ed ecco arrivare i primi beats distruttori. Il brano giunge così verso la conclusione, guidata da riff taglienti che aprono le porte all'aldilà, annunciato dagli ultimi rintocchi di una campana. Come è facilmente intuibile dal titolo, il tema trattato è l'avversità nei confronti dello scrittore di romanzi riguardanti culture e civiltà antiche Lovecraft (che ha ispirato anche Karl Sanders dei Nile nella stesura di alcuni dei suoi testi). Con il secondo brano, dal titolo "Anubis", la band ci rivela un'altra delle sue molteplici facce: quella composta da cavalcate progressive combinata con un muro sonoro death metal (un pò in stile opethiano). Il brano si fa strada grazie ad un riff preciso ed azzeccato, composto non solo dalle chitarre, ma anche da suoni mediorentali oscuri. Ciò che mi fa mandare in estasi di questo brano è però il ritornello cantato con clean vocals che gli fanno assumere un tono evocativo nei confronti della divinità egizia protagonista del brano, appunto Anubi; un'altra cavalcata verso l'apocalisse ci arriva con la terza traccia "Communion", title track del disco, brutale in ogni aspetto, dal riff pesante ai colpi sulle pelli dell'instancabile Benardo. Anche qui viene richiamata un'atmosfera lontana grazie ai backing vocals del coro, che pare quasi un vortice che trascina tutto ciò che incontra, senza lasciare via di scampo. Ad un certo punto le acque si placano con una breve parentesi classica abbinata a versi diabolici: è il preavviso della ripartenza del brano, che conduce sino alla crescente intensità della parte conclusiva. Il tema trattato è una cornice di una situazione antica riportata alla perfezione da un complesso testo. Ed ecco arrivare un altro masterpiece, la breve ma intensa "Babel's Gate", nella quale predominano suoni che riportano alla mente la morte in un'aria inquietante; ancora una volta da orgasmo il ritornello, che fonde potenza a misticità. Dopo un'altra inserzione di violenza allo stato puro arriva un frammento progressive che conduce ad uno dei rari e brevi assoli di Communion, eseguito da Marios Iliopoulos (Exhumation, Nightrage) Al termine di quest'ultimo il brano riassume un livello elevatissimo, sino alla chiusura, ancora una volta padroneggiata da growl misto al chorus mediorientale. Anche qui è facilmente percepibile la tematica, ovvero la torre di babele, nella quale regna il caos. L'apice della composizione a livello di testi è senz'altro raggiunto con il quinto brano intitolato "We, the Gods", un'autoinvocazione che si snoda sul muro sonoro massiccio e corposo caratteristico del disco. Ormai avete imparato di cosa sto parlando: solito riff squartante, batteria incessante unite ad un growl che a tratti pare quasi disumano. Bellissima l'ennesima parentesi sinfonica, se così si può definire, visto che è accompagnata dalla voce maligna di Siro Anton; In chiusura una parte progressive ben studiata. Ora, con la bava alla bocca, bisogna prepararsi all'ascolto di "Sunlight/Moonlight". Da brividi, nel vero senso della parola, ma non per l'inqiuetudine che incute il brano nella parte di apertura, che più o meno rispecchia la media del disco, ma l'emozionante e profondissimo ritornello in clean vocals nel quale viene ripetuto il titolo, basato sulla contrapposizione del giorno e della notte durante un periodo di sofferenza nella quale pare di sentirsi più vicini alle entità soprannaturali. Un pezzo da 11 e lode. Concluso questo capolavoro, ne arriva subito un altro ma di stampo progressive, sto parlando di "Persepolis". La partenza non è delle più feroci, anzi, domina una parte melodica piacevole ma un pò lugubre. Successivamente diventa un brano da ovazione con prima una parte che richiama la fine del mondo con la giustizia divina, poi una piccola inserzione in stile classico; questi due elementi affiancati si ripetono un'altra volta, e si entra nella seconda parte del brano. Prima ci pensa l'orchestra a smuovere gli animi con l'ennesima parentesi placida che fa da apripista verso la seconda parte progressiva del brano. Qui si narra della città che dà il nome alla canzone, appunto Persepolis, e di come venne praticamente distrutta ponendo fine alla sua supremazia. La città, situata all'incirca nella zona fra Anatolia e Mesopotamia, faceva parte dell'impero persiano, ed era una delle città più fiorenti di allora, oltre ad essere una solida base politica per l'imperatore Ciro II, quindi la tematica rientra nell'ambito della storia. E così arriva "Sangreal", brano dall'apertura dal sapore di momento di culto agli dei, ma che quasi subito parte con un riff polverizzante accompagnato da un beat inarrestabile. Ottimo lavoro dal punto di vista vocale, infatti il brano è cotruito su un intreccio del growl di Siro Anton ai clean vocals di Vayenas; ancora una volta strepitoso il ritornello, perfetto: orecchiabile e piacevole nella sua melodia. La canzone parla del Sangreal, il preziosissimo calice nel quale è celato lo spirito degli dei antichi. Purtroppo si giunge così all'ultimo brano, ma è una chiusura talmente ben eseguita da non far rimpiangere il fatto che i brani migliori siano già transitati difronte a noi. Il brano si intitola "Narcissus", e bisogna dirlo, è un brano con una sua identità ben definita e distinta dal resto del disco, in quanto pare quasi una orecchiabile marcia decisa e non brutale, di veramente violento c'è solo il growl; comunque è un ottima composizione, arricchita da assoli in primo piano e anche come elemento di accompagnamento. Narcissus è il nome di un'antica divinità per il quale una ninfa perse la testa secondo una leggenda greca. Il termine giunge quasi inaspettatamente, visto che fino a pochi secondi dalla fine il ritmo è ancora sostenuto.



Nella versione realizzata per il Giappone al termine di Narcissus parte la versione orchestrale di Anubis, un autentico gioiello. E così siamo giunti al capolinea di questo breve ma intensissimo viaggio ricco di atmosfere piacevoli sulle quali i Septic Flesh ci hanno lasciato adagiare, per trentotto minuti di mille emozioni.


1) Lovecraft's Death
2) Anubis
3) Communion
4) Babel's Gate
5) We, The Gods
6) Sunlight Moonlight
7) Persepolis
8) Sangreal
9) Narcissus