SCUORN

Parthenope

2017 - Dusktone

A CURA DI
ALISSA PRODI
14/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Giuliano Latte è la mente che si cela dietro la one band man Scuorn; rilascia nel 2017, sotto l'etichetta "Dusktone", il suo primo concept album "Parthenope", il quale è basato sulla storia e sulle leggende di Napoli. Il Nostro Artista definisce il suo genere musicale come "Parthenopean Epic Black Metal" poiché in esso racchiude sia melodie tipiche della musica folkloristica della tradizione napoletana (con l'utilizzo di strumenti quali mandolino, "ciaramella", tammorra, tamburello, tricchebballacche, "scetavajasse", putipù, castagnette), sia perché Scuorn, nei suoi testi, narra in modo assai magniloquente storie, leggende e misteri che aleggiano attorno alla celeberrima città. "Parthenope" è un full length cantato interamente in dialetto napoletano della durata di circa cinquanta minuti,  composto da dieci tracce; l'album risulta articolato e complesso poiché la musica si rifà a diverse ondate di Black Metal (le vedremo successivamente) amalgamandole a linee melodiche, sinfoniche ed orchestrali, la cui cura vanta la collaborazione (in sede di registrazione) di Riccardo Studer (Stormlord).  L'artwork è curato dall'artista russo Alex del "Mayhem Project Design" e raffigura due elementi chiave della cultura partenopea: il Vesuvio e la dea Partenope. Il vulcano è l'elemento di spicco poiché viene raffigurato nel preciso istante in cui erutta;  la figura della dea invece è posta a sinistra del disegno, e seppur in penombra, viene comunque messa in risalto con un gioco di chiaro/scuro. Questi due importanti simboli verranno citati a più riprese rispettivamente nella seconda traccia per quel che concerne il vulcano e nella terza per ciò che riguarda il Poeta. Vedremo in seguito ed in modo più approfondito nell'analisi delle tracce come questi elementi vengono trattati e narrati dal Nostro Scuorn"Parthenope" è stato registrato presso il "16th Cellar Studio" da Stefano Morabito, il quale vanta la collaborazioni con artisti come Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance, Bloodtruth e molti altri. In sede di registrazione Scuorn si è avvalso di diversi artisti più o meno noti a livello nazionale, ovvero: Daniele "Ogre" Cristiano (NoFuck ) in "Virgilio Mago", Marco "Wolf" Lauro (Gort, Mors Spei, Vita Odiosa, Terrorfront) nel ruolo di Dragonizio in "Sanghe Amaro", Tina Gagliotta (Poemisia) nel ruolo della sirena Parthenope, Diego Laino (ADE) recita la parta di Ulisse nel brano "Parthenope" ed in ultimo, ma non meno importante, Libero Verardi (Disturbia) nelle vesti di  Polite nella traccia "Parthenope". In sessione di live/tour invece vi sono stati cambiamenti, l'artista ha ricorso a turnisti quali: David Folchitto (Batteria, Nerodia),  Libero Verardi  (Basso), Francesco Del Vecchio (Chitarra, Párodos) e Marco Gaito (Chitarra, Disturbia).  Avendo fatto le dovute precisazioni, proseguiamo dunque con la consueta analisi track by track di "Parthenope"; Il concept, la simbologia, la musica verrà in questa sede svelata. È tempo, leviamo l'ancora e salpiamo; navighiamo ora in questo burrascoso mare. Dirigiamoci alla scoperta di questo nuovo mondo, stringendo forte la mano di Virgilio; che così come un tempo protrae l'arto verso la nostra figura, fungendoci da prezioso cicerone e consigliere. "Miserere di me", recitiamo sommessamente. "Ond'io per lo tuo me' penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno", la sua risposta. Il viaggio è appena al suo inizio, eppure un che di mistico è già percettibile. Proprio per via di un concept già di per sé interessante ed anche nuovo. Paradossalmente, visto che troppe band italiane, nel corso della loro storia, hanno (imperdonabilmente) snobbato il tesoro (di valore inestimabile) che questa nazione ha modo di offrire. Una Storia, quella italica, che affonda le sue radici in un mondo fatto di miti, magie, misteri. Un percorso culturale che ben poche nazioni al mondo possono vantare od offrire. In prima battuta, quindi, dobbiamo senza dubbio lodare quel che Giulian ha voluto proporci: la sua visione di Napoli, una delle città più affascinanti dell'Italia tutta. Una città sospesa fra i mondi greci e romani, posta a cavallo di una tradizione che tutt'oggi fior fior di studiosi indagano in ogni suo anfratto e sfaccettatura. Filologi, grammatici, teologi, appassionati di miti, storici, ricercatori... insomma, Scuorn ha attinto dal tesoro di cui prima parlavamo, approcciandosi ad esso con piglio sapientemente folkloristico. I mille volti di un microcosmo che tanto glorifica il mondo pagano quanto quello più cristiano, sino a sfociare nell'esoterismo e nella magia. Cosa chiedere, di più? Per una volta, niente miti vichinghi o storie riguardanti il Ragnarok. Al contrario, la Storia di una parte d'Italia, magnificamente proposta. Insomma, un viaggio che vale la pena compiere, ponendoci immediatamente all'interno della barca metaforica di cui prima parlavamo. Tutto è pronto, possiamo tranquillamente appropinquarci a salpare, sfidando il mare in tempesta, prestandoci ad osservare con stupore e meraviglia questo mirabile affresco storico. Dipinto ed ideato da chi, come noi, vive la sua realtà sulla sua pelle, recando in essa buona parte della sua anima. La polvere sulfurea di un vulcano in eruzione copre l'orizzonte, quando gli ormeggi sono ormai mollati. Cosa ci attende, al di là del polverone?

Cenner' e Fummo

"Cenner' e Fummo" inizia sin da subito proponendoci un sound molto cupo il quale sembra uscire da un film dell'orrore; ciò che viene trasmesso sin dai primi secondi dell'ascolto è un qualcosa che sembra lasci presagire un evento catastrofico. Queste sonorità proseguiranno ininterrotte per circa trenta secondi, dopo i quali, si uniranno anche dei cori molto epici e pomposi. Due minuti appena, "Cenner' e Fummo" è la traccia che dà il via a questo monumentale capolavoro di Scuorn; sin dalle prime battute si percepisce quanto il Nostro si sia prodigato a cercare di raggiungere la perfezione sia a livello della produzione curata da Stefano Morabito (16Th Cellar Studio) sia nella cura del dettaglio, piccolo o grande che fosse. "Cenner' e Fummo", cenere e fumo ci catapulta direttamente dentro il concept di "Parthenope": traccia che vuole evocare l'eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C la quale ha totalmente distrutto ed annientato le città di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis e la rispettiva popolazione delle stesse; cenere e fumo è ciò che resta delle cittadine partenopee. "?ma quella notte, la terra tremò con particolare violenza e si ebbe l'impressione che ogni cosa veniva non scossa, ma rivoltata sottosopra. Già il giorno era nato da un' ora e la luce era ancora incerta e quasi languiva", testimoniava Plinio il Giovane nella sua seconda epistola all'imperatore Tacito, parafrasando il contenuto dei diari di suo zio Plinio il Vecchio, spettatore del triste fenomeno. Così continuava, aggiungendo particolari sempre più apocalittici: "Dalla parte orientale, un nembo nero e orrendo, squarciato da guizzi sinuosi e balenanti di vapore infuocato, si apriva in lunghe figure di fiamme: queste fiamme erano simili a folgori, anzi maggiori delle folgori. Non molto tempo dopo quel nembo discende sulle terre, copre la distesa del mare. Avvolse Capri e la nascose, sottrasse al nostro sguardo il promontorio di Miseno". Come abbiamo precedentemente detto, in copertina troviamo il Vesuvio in fase eruttiva, con Partenope atta ad osservare mesta la scena; e possiamo quindi notare come questo brano evochi direttamente l'artwork. La canzone termina con qualche leggera battuta di tamburo le quali ci introducono direttamente nel vivo di "Parthenope" con la successiva "Fra Ciel' e Terr'"

Fra Ciel' e Terr'

Iniziamo subito con un violento blast beat accompagnato in sottofondo da qualche orchestrazione. Fin da subito veniamo coinvolti dalla potente voce di Scuorn, la quale si snoda con maestria in uno scream molto potente. Il cantato, come detto poc'anzi, è totalmente in dialetto napoletano e quindi si consiglia l'ascolto (soprattutto se si vuole capire appieno il concept) con l'ausilio del booklet presente all'interno della confezione del cd. Le musiche di "Fra Ciel' e Terr' " sono dedite ad sonorità vicine ai nostrani Fleshgod Apocalypse ed agli olandesi Carach Angren, presentando inoltre tra riff granitici e blast beat feroci; i quali ci mostrano l'anima più nera e crudele del progetto, essendo chiaramente ispirati al caro Black Metal di scandinava memoria. Vi sono poi vari intermezzi dati da molteplici orchestrazioni e strumenti folkloristici che "addolciscono" lievemente il sound, strumenti suonati magistralmente dal Nostro, totalmente a suo agio nell'atto di riprodurre i suoni delle sue terre natie. La voce di Scuorn è una fitta lama che si penetra nella carne, con la quale l'artista fa si che il brano (ed anche i successivi) riesca a spiccare in cattiveria, crudeltà e ferocia. Abbiamo quindi vari elementi tali per cui Scuorn riesce a creare un qualcosa di unico e particolare nella sua proposta. L'epicità, da cui deriva anche il monicker di "Parthenopean Epic Black Metal", è basata da vari intermezzi costituiti da tastiere e cori.  Tralasciando le chiare ispirazioni a band passate, Giulian riesce con il suo estro creativo a donare alla scena Metal Italiana un qualcosa che, a mio avviso, mancava: una sapiente fusione di ferocia e carica emotiva, più una degna celebrazione di realtà tutte italiane. Finalmente, aggiungerei, dato che per troppi gruppi (ma non solo tricolori) sembra quasi sia una prassi snobbare il proprio paese d'origine, prediligendo realtà nordiche e scandinave.  Per quanto riguarda il concept, "Fra Ciel' e Terr' " narra della nota eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. Ciò che non vi ho detto nell'introduzione circa l'artwork ve lo menziono in questa sede, poiché è fondamentale per cercare di comprendere ulteriormente l'operato del Nostro. In copertina, come detto precedentemente troviamo un chiarissimo scorcio dell'eruzione del Vesuvio, il quale probabilmente è stato estratto dal dipinto originale "Vesuvius From Portici" creato da Joseph Wright Of Derby tra l'1 e l'11 maggio del 1771. Questo disegno, presumibilmente, è stato creato in base a qualche millenaria testimonianza / fonte storica di coloro i quali vissero e videro l'eruzione del Vulcano. D'altro canto, Plinio è stato citato non a caso, dato che uno dei più noti resoconti sulla catastrofe sono da far risalire proprio alla sua figura. Come fa quindi Scuorn con la sua musica a trasportarci in questa situazione catastrofica? Molto semplicemente, se così si vuol dire, il Nostro si avvale di parole così espressive, ben ponderate e ben collocate, capaci di farci capire esattamente la forza del vulcano, le emozioni e sensazioni provate. Il tutto, ovviamente, si poggia a ben salde strutture musicali di matrice Black con innesti epici i quali fanno si che l'amalgama sia ancora più possente, tetra ed in un certo qual modo "mistica". 

Virgilio Mago

Partiamo subito carichi e pregni di riff di deciso gusto Dimmu Borgir, quelli del tanto amato "Stormblast", uno dei tanti riferimenti dai quali il Nostro attinge per creare la propria musica. "Virgilio Mago" è una sorta di omaggio al poeta nato come Publio Virgilio Marone, ma meglio noto come semplicemente Virgilio. In un passaggio estrapolato dalla traccia, precisamente verso il 2.48, sentiamo recitare questo verso: "Viv' Cavall e bronz'/ Sconfiggi 'stu muorb, e dà nova vit' a sti creature [?]", pronunciato da Daniele "Ogre" Cristiano (NoFuck ); una chiara relazione e visione d'insieme con / di tutto l'operato del Nostro, questo perché innanzitutto vediamo come la figura di Virgilio non solo viene riportata nell'artwork ma addirittura eretta come colonna portante di tutto il concept, poiché il Poeta è secondo la leggenda il "poeta-mago" protettore della città di Napoli. Virgilio era noto anche grazie ad alcuni dei suoi "poteri magici" con i quali proteggeva Partenope, la città che lo aveva adottato. Ciò che recita Daniele è inoltre l'estrapolazione di un'altra storia che ruota attorno al Poeta: di fatti, attorno alla testa di bronzo del cavallo sono legate molte leggende di cui una precisamente riferita al poeta poiché egli, secondo un racconto popolare, "?fece fondere un grande cavallo di bronzo per guarire una razza di equini afflitta da un morbo. Gli trasfuse il suo magico potere e ogni cavallo condotto a fare tre giri, intorno a quello di bronzo, era immancabilmente guarito". Proprio per questo il Vate viene anche definito come il protettore degli animali e della vita agreste; la quale ha sempre dimostrato di amare ed onorare. Basti pensare ad alcune sue opere quali le "Bucoliche" e le "Georgiche", celebranti la Natura e la semplicità della vita dei campi. Tornando al brano ed alla musica, in esso vediamo fondersi (come il bronzo si fuse col magico potere di Virgilio) musica e parole. La melodia del brano ed il cantato in napoletano si armonizzano creando un connubio unico, raro e magico. Ciò che rende tutto più misterioso ed esoterico sono le orchestrazioni epiche e l'interpretazione altrettanto valida da parte di Daniele, che riesce a recitare in modo perfetto una parte così fondamentale per la canzone e per il concept del album. Durante l'ascolto della canzone, e ciò succederà anche nelle altre tracce, saranno proposti assai frequentemente (senza risultare troppo pomposi e monotoni) intermezzi di cadenza folkloristica che ricordano a tratti musica tipica napoletana, alla maniera dei Negura Bunget, per quanto riguarda il modo di inserire le loro tradizioni in un contesto Folk Metal. Ed  è questo uno dei tanti punti di forza di Scuorn: saper prendere, cogliere le sfumature non solo della terra natia, ma anche di altri artisti che come lui hanno creato delle pietre miliari. Estrapolare le parti migliori, farle proprie, personalizzarle e creare un qualcosa che vada oltre una semplice bella proposta. 

Tarantella Nera

Avete presente la musicalità tipica della tarantella? Bene,  prendiamo la struttura/ritmo cadenzato di questa tipica espressione napoletana, distorciamola, poniamola in chiave black metal, mischiamo il tutto, aggiungiamo un abbondante scream acido e crudele capitanato dal nostro fedelissimo Scuorn ed avrete così ottenuto "Tarantella Nera". Una traccia che include, forse in modo più spiccato e marcato rispetto alle altre canzoni del lotto, la tipica caratteristica di un classico brano che può essere definito come Folk Black Metal. Per fare un brevissimo ripasso ed appunto, il Folk Metal non consiste in altro che nell'amalgamare sonorità tipiche di una specifica zona geografica (con annesse liriche riguardanti storie, leggende, culture popolari) ri-arrangiate in chiave Metal, con l'ausilio di strumenti autoctoni. Quindi, il Nostro, da come abbiamo avuto modo di capire anche in questo brano, non fa altro che accentuare ed incattivire il ritmo della Tarantella, ridipingendola in una nuova veste totalmente Folk/Black circa alla stessa stregua in cui i Finntroll utilizzano la Humppa nelle loro canzoni. "Tarantella Nera" è una sorta di omaggio al Dio romano Bacco (romanizzazione del greco Dioniso), il quale era noto per essere la divinità del vino e dell'ebbrezza che esso comporta. Riferimenti alla vendemmia, al vino e ai baccanali, ovvero le cerimonie che nell'antichità venivano tenute in onore del dio. Troveremo nelle parole di Scuorn chiari riferimenti a codesta Divinità. Scelta non inusuale, visto che i ritmi frenetici ai quali assistiamo altro non fanno che riportare in auge una delle componenti principali del baccanale, ovvero il ritmo ballabile. Un ritmo sulle quali le sacerdotesse di Bacco / Dioniso, ovvero le Baccanti (o le Menadi), si scatenavano in danze forsennate sotto i fumi dell'alcool. Un momento d'estasi incontrollata, nel quale la perdita totale del controllo e l'ebbrezza venivano viste come un modo per avvicinarsi a Bacco. Di conseguenza, in questo modo il dio avrebbe potuto intercedere per i propri fedeli, donando gioia e prosperità, nonché fortuna ed auguri di salute e buon raccolto. Particolare il fatto che Scuorn citi un soprannome greco di Bacco / Dioniso, ovvero Trigonos, cioè e trino. Proprio perché la divinità, secondo gli antichi miti, nacque la bellezza di tre volte. La prima, generato dalla madre emele, la seconda da una coscia di Zeus e la terza dalle sue stesse carni, dopo essere stato ucciso dai Titani, totalmente dilaniato. Ci uniamo dunque alla danza delle baccanti, facendoci trascinare da questo ritmo violento, totalmente ubriachi. Il vino è gioia, il vino rallegra. Rabbocchiamo i calici finché l'uva ci donerà cotanta abbondanza!

Sanghe Amaro

Compiamo un balzo in avanti con la successiva traccia "Sanghe Amaro", la quale riprende le sonorità presenti in "Virgilio Mago": riff glaciali e poderosi, scream acido, batteria disarmante, senza dimenticarci ovviamente del basso il quale riesce comunque ad emergere in maniera spiccata nonostante il massiccio muro sonoro. La chitarra tagliente accompagnata alla voce di Scuorn riesce a dare quel tocco in più alla visione d'insieme, un'amalgama che magnificamente rende l'idea di tutto quel che stiamo ascoltando.  Circa a metà brano, viene ripreso il riff di punta di questa traccia al quale in modo molto leggero si accompagna una voce in latino appannaggio di Marco "Wolf" Lauro (Gort, Mors Spei, Vita Odiosa, Terrorfront), il quale in questa traccia recita il ruolo di Dragonizio. In realtà, un po' tutte le liriche dimostrano il loro dipanarsi nel latino misto al napoletano; ed è proprio nelle parti in lingua arcaica, che riusciamo a scorgere meglio il significato chiave del pezzo. "Wolf" recita infatti un proclama mediante  quale emette una condanna a morte nei confronti di un cristiano. "Gaii Aurelii Valerii Dioclezianii, Quod te christianus nuntiavisti, ego, dragontius, sic dico ed impero, aputatum caput tuum a corpore sit! Neapolis, urbs Sanguignum!". Da notare  il fatto che il condannato sia un certo Iannuarius.. o Gennaro, se preferite. Esatto, avete letto bene: un brano che riprende le vicende del patrono di Napoli, San Gennaro, il quale fu condannato a morte dall'allora governatore della Campania Dragonizio, servo di Diocleziano. Imperatore noto per la sua intolleranza nei riguardi dei cristiani, da lui duramente perseguitati. Secondo la Storia, Gennaro si recò in visita (assieme a due suoi amici) presso le galere di Miseno, nelle quali era stato imprigionato il proprio amico Sossio, reo d'essersi professato cristiano. Cercando di intercedere per il proprio compagno e dichiarandosi a loro volta cristiani, Gennaro ed i suoi amici vennero dunque imprigionati dallo stesso Dragonizio, e condannati (lo apprendiamo anche dalle liriche) dalla "damnatio ad bestias", una delle forme più crudeli e sadiche d'esecuzione. All'interno di spettacoli circensi, di fatti, gruppi di cristiani venivano dati in pasto a tigri e leoni, per il pubblico ludibrio. Tuttavia, qualcosa andò storto. Non è chiaro come la condanna sia stata effettivamente scampata: secondo alcuni fu Dragonizio stesso ad impedirla, vedendo come durante il supplizio il pubblico parteggiasse per i condannati. Secondo altri, Gennaro eseguì una benedizione, tale per cui gli animali si inginocchiarono al suo cospetto. La sorte dei prigionieri, però, fu ugualmente segnata; Dragonizio optò per la sospensione della damnatio ed ordinò la tempestiva decapitazione del trio. Un brano che rende omaggio al simbolo di Napoli, narrandone i momenti più drammatici con fare epico e quasi imperiale. Verso la fine del pezzo si ha un breve intermezzo che sfocia in lidi dapprima assai Folkeggianti, dai ritmi sostenuti scanditi anche dai tamburelli ed altri elementi musicali tipici della cultura partenopea. Di seguito, vengono ripresi stilemi più tipicamente Black Metal, assai melodici e baldanzosi nel loro mostrarsi. 

Averno

La sesta traccia del lotto è "Averno" la quale si presenta come la proverbiale "calma prima della tempesta". È una traccia interamente strumentale cadenzata da un ritmo sì serrato ma comunque soave ed epico, ed a rendere tutto ancora più magico sono ancora una volta gli inserti proposti dal nostro con i suoi strumenti tipici. È un brano di breve durata, circa due minuti, durante i quali sono presenti soltanto pochissimi elementi che vengono riproposti in maniera cadenzata. Il finale della canzone funge da introduzione alla successiva traccia "Sibilla Cumana", la quale verrà raccontata fra poco. Averno, anche in questo caso, è un chiaro riferimento alla cultura napoletana tanto cara a Scuorn. Il termine Averno ha un doppio significato: il primo si riferisce ad un lago vulcanico presente nel comune di Pozzuoli, il secondo invece si riferisce al regno di Ade;  il quale veniva chiamato anche Orco oppure Averno. Facendo una piccola digressione il nome originario era Avernus, la cui traduzione significa "senza uccelli" poiché si narra che l'assenza dei volatili nella zona del lago fosse dovuta al fatto che le acque dello stesso esalassero gas particolari dovuti alla vicinanza con vulcano, i quali non permettessero la vita di alcune specie animali. Secondo la religione greca, il lago era un accesso all'oltretomba e per tale motivo gli inferi romani si chiamavano anche Averno. Inoltre, come non menzionare anche Virgilio in questo contesto? Di fatti il poeta (nel sesto libro dell'Eneide) colloca vicino al lago l'ingresso agli inferi, nel quale l'eroe Enea deve recarsi. La traccia sarà priva di testo in modo tale da creare un parallelismo con i sentimenti dell'eroe, alle prese con un viaggio dannato e maledetto? Questo non ve lo so dire, probabilmente non sarà così. Ma una di una cosa sono certa, il Nostro crea nota dopo nota, canzone dopo canzone un piccolo monumento di storia e cultura. 

Sibilla Cumana

La Sibilla Cumana non era altro che l'oracolo presente nei pressi del lago Averno in una caverna conosciuta come l'antro della Sibilla, questo secondo il poeta Virgilio. Ecco perché le due tracce sono strettamente correlate. Ormai siamo quasi giunti al termine del full-length ed abbiamo bell'e capito di che pasta il Nostro è fatto: "Sibilla Cumana" non è che un'altra conferma. Traccia che viene scandita in una metrica Folk, alle quali ormai sappiano già che verranno unite orchestrazioni a dir poco idilliache. "Sibilla Cumana" è un ulteriore traccia pregna di storia e culture qualificanti il retaggio di Giulian. Si evince come il Nostro, riesca a trasmettere la passione e l'amore per la propria terra anche utilizzando un genere che non è propriamente conosciuto per essere pacifico. "pacifico". Il ritmo, verso metà canzone si fa più leggero, fin quando l'ensemble prende forma in un ritmo più serrato, epico, intervallato in sezioni più caute. Si ha quindi un crescendo/diminuendo di tensione fino a giungere il culmine della cattiveria alla fine del brano. Le tre tracce "Averno", "Sibilla Cumana" e "Sepeithos" sono collegate da un fil - rouge molto chiaro: "Averno" funge da intro a questa triade, "Sibilla Cumana" rappresenta il fulcro tirando in causa la saggezza, la profezia e la maestria delle Sibille, mentre "Sepeithos" chiude il trittico facendo riferimento ad un'altra leggenda che vedremo a breve. Leggendo accuratamente il testo della traccia in questione, ci rendiamo conto di come questo faccia effettivo riferimento alla pratica dell'oracolo. Erano soprattutto gli eroi ed importanti personaggi della mitologia greco romana, a servirsi di un consulto con le sacerdotesse predilette da una determinata divinità. La Cumana, in tal proposito, era dedita al culto di Apollo, il quale secondo il mito si innamorò di lei a tal punto da offrirle qualsiasi cosa ella volesse, pur di divenire la sua sacerdotessa. La Sibilla scelse quindi una vita dalla durata infinita, tanti anni quanti granelli di sabbia si potrebbero contare in una manciata, tenuta in una mano. Si dimenticò tuttavia di richiedere annessa l'eterna giovinezza, autocondannandosi ad un invecchiamento lungo e praticamente infinito. La musica, così arcana e misteriosa, riprende in pieno lo stile delle profezie sibilline. Aggettivo tutt'oggi usato, "sibillino", proprio per descrivere un qualcosa di apparentemente insensato ma chiaro indice / profezia di un evento in procinto di compiersi. I responsi della sibilla non erano mai troppo chiari: bisognava interpretare le sue sentenze, visto che queste venivano emesse in uno stato di totale trance, nel quale la sacerdotessa entrava direttamente in comunione con il dio di riferimento. Scuorn non fa altro che narrarci il tutto nella medesima maniera. Cogliamo riferimenti chiari, eppure l'insieme della sua musica risulta a tratti inafferrabile. Affascinante, misterioso, esoterico. "Sibilla Cumana" è un ulteriore esempio di quanto questo concept sia da ascoltare più e più volte, cercando di interiorizzarlo e capirlo meglio di quanto si può.

Sepeithos

Compiamo dunque l'ultimo passo all'interno di questa triade di brani, prima di addentrarci verso la fine del platter. Questa è la volta di "Sepeithos" traccia che risulta essere un ottimo filler ben posto verso la chiusura di Parthenope. Il brano riprende leggermente la chiusura di "Averno" e di conseguenza la intro di "Sibilla Cumana". "Sepeithos" ancora una volta si estende su lidi dediti ad un Black Metal abbastanza ambivalente: da un lato il gusto per riff malvagi, tosti e diretti (scuola francese, qualche eco dei Mutiilation), dall'altro una sorta di comunione di quest'ultimi con sonorità quasi auliche, imperiali, ricercate (Emperor in particolare) i quali possiamo prenderli come pilastri per i riferimenti della canzone. Si inizia con lo scandire del tempo da parte di una batteria accompagnata da leggere orchestrazioni, alle quali poi verranno aggiunti tutti gli altri strumenti facendo sì che il sound diventi più marcato. Per dar ulteriore forza sopraggiunge il cantato di Scuorn, il quale come abbiamo già avuto modo di vedere riesce a spiccare in modo assai incisivo e prepotente. Da menzionare sono assolutamente i brevissimi cori epici a tratti quasi elettronici che spiccano a sorpresa durante il brano. Circa verso la metà del pezzo, abbiamo un brevissimo intervallo strumentale cadenzato da orchestrazioni e strumenti tipici come il classico tamburello, il quale viene riproposto a più riprese durante l'ascolto del full length. In questi quattro minuti Scuorn narra di un'altra leggenda che aleggia attorno alla città di Napoli, ovvero: quella del fiume Sebeto, sul quale esistono sono una serie di miti e leggende circa la sua esistenza. Nel testo, Scuorn racconta ciò che fu il Fiume per questa città. Divideva quindi Napoli in due versanti: Neapolis, la città nuova e  Palepolis, la città vecchia. Il mito sul quale Giulian decide di focalizzarsi, tuttavia, è quello circa l'eterna battaglia che vedeva il giovane Sepeithos umanizzato e reso gigante, contrastante l'altro giovane gigante Vesevo (altro nome del Vesuvio). Le due forze della natura, rese uomini, lottavano con tutte le loro forze (l'uno eruttando lingue infuocate, l'altro frantumando sassi e trascinandoli in mare) per conquistare l'amore di Leucopetra, bellissima ninfa figlia di Nettuno. I primissimi abitanti di Napoli avevano dunque innalzato un culto dei due dei minori, asserendo il fatto che le loro forze combinate fossero in grado di far nascere la vita, sui territori sedi dei loro scontri.

Parthenope

Conclusa una triade, apriamo un portone! Era così che diceva il detto giusto? Forse no. Ma la porta, l'apriamo comunque. E ci dirigiamo così alla nona, eponima e penultima traccia dell'album. Prima di descrivere la canzone è necessario fare una breve premessa: si tratta di una perla di rara bellezza, probabilmente è una delle tracce più articolate, composte e interpretate del 2017 in ambito Metal. Il perché lo scopriremo nel corso delle seguenti righe. Poteva mancare il riferimento a Partenope in un concept album del genere? Ovviamente no, ed il Nostro ha tenuto la chicca in serbo per una degna chiusura di questo capolavoro. "Parthenope" è la traccia più complessa ed articolata del lotto, poiché vede al suo interno una struttura non indifferente. La musica è una fusione tra Black Metal ed Hans Zimmer, il testo sembra totalmente estrapolato da un colossal storico così come le interpretazioni di Diego Laino (Ade) nelle vesti di Ulisse e Libero Verardi nei panni di Polite,  sono a dir poco magistrali. Non è un'esagerazione, posso dire di aver toccato l'emozione con mano e di aver percepito come Scuorn, Diego e Libero abbiano fuso e creato un qualcosa di monumentale. Provare per credere. Il concept presente in "Parthenope" è il seguente: Partenope è la sirena di cui Ulisse vuole sentirne il canto, e Polite suo fedele compagno di viaggio cerca in prima istanza di distoglierlo dal tentativo, poiché sa che l'imbarcazione sulla quale stanno navigando andrà in rotta di collisione con gli scogli a causa dei poteri illusori della creatura; successivamente Polite si farà convincere da Ulisse a tal punto da legarlo all'albero maestro, affinché Ulisse riesca a sentire questo fastidioso e magico canto di Partenope, mentre gli altri marinai sono  impegnati a navigare con le orecchie tappate dalla cera onde evitare che la nave affondi. Lo scambio di brevi incisi tra Polite ed Ulisse risulta a dir poco cinematografico, tanto che entrambe le voci paiono essere uscite da un cast di un qualsiasi film sull'Odissea. La cura del dettaglio, la precisione (anche se in alcuni punti leggermente pecca, ma è un qualcosa di poco conto), la minuziosità con cui i Nostri hanno creato quest'opera sono da premiare. Durante l'intermezzo parlato si possono sentire vivamente le corde che si stringono, le onde che si infrangono sulle rocce, i passi dei marinai, tutto ciò è stato immaginato nella mente di Giulian ma messo a punto in sede di registrazione da Stefano Morabito. Inoltre, quando Ulisse viene legato e lasciato in balia delle onde, Diego riesce a regalarci emozioni uniche poiché è riuscito ad immedesimarsi totalmente nelle vesti del personaggio che stava interpretando, regalando così non sono a Scuorn un'interpretazione impeccabile ma anche l'ascoltatore riesce per un attimo ad immergersi totalmente in una visione di un ipotetico film. Il brano, comunque, lascia l'ascoltare con una sensazione di vuoto e fiato sospeso, fino alla fine, almeno per me è stato così; ma posso dire di non essere stata l'unica ad avere simili emozioni. Ovviamente, non si può parlare di Partenope senza parlare della sirena, la regina in questo caso capitanata ed interpretata da Tina Gagliotta (Poemisia), la quale riesce a rendere il tutto ancora più tragico, fastidioso e sentito. 

Megaride

Traccia semistrumentale, poiché viene ripreso il cantato della sirena Partenope già presente nella traccia precedente. Qui, Scuorn, in ultima battuta, non fa altro che rimarcare il concetto di legame con la propria terra e con le proprie leggende e miti, compiendo così un tributo all'isola di Megaride nella quale (secondo la leggenda) venne sepolta la sirena Partenope. Il canto della sirena è tanto straziante quanto fastidioso, ma il tutto è stato volutamente reso così marcato ed esasperato affinché emergesse il dolore, se così si può definire, provato dalla sirena al rifiuto di Ulisse. La traccia probabilmente è la più orchestrale di tutto l'album  poiché del tutto scevra di elementi propriamente Black Metal. La tastiera ci trasporta lungo un percorso composto da angoscia, ansia, timore, paura. "Megaride" termina con un coro epico il quale rende il finale sospeso che ci lascia viaggiare con l'immaginazione. Sarà forse un piccolo segno che Scuorn avrà voluto lasciarci nella speranza di un prosieguo di "Parthenope"? Ai posteri l'ardua sentenza. 

Conclusioni

"Parthenope" è un concept album che si potrebbe equiparare ad un viaggio; un viaggio simbolico, emotivo, spirituale, mentale? insomma date la definizione che, secondo voi, meglio si addirebbe a questo lungo e periglioso iter. Non me ne vogliate cari lettori ed affezionatissimi, ci sarà sicuramente qualcuno di voi che non sarà d'accordo col mio punto di vista ma vorrei cercare di farvi comprendere come mai quest'album merita il massimo. "Parthenope" è un album il quale, penso, possa definirsi anche un colosso, un pilastro di una nuova ondata Black Metal di stampo italiano. Scuorn è un Artista che può essere incluso in un'ipotetica "hall of fame" nostrana, questo perché è riuscito a creare un qualcosa che potrebbe eventualmente  essere anche considerata un archetipo di "Epic Black Metal".  Ciò non perché non vi sono album che propongono sonorità simili, ma semplicemente perché "Parthenope" è un concept album complesso, intelligentemente strutturato e musicalmente impeccabile. Nel panorama Black Metal odierno soprattutto nel caso italiano, vi sono pochissime realtà che sono riuscite ad emergere dal fango dell'underground; probabilmente questo è dovuto a diversi fattori: la stessa proposta musicale, la mancanza di un pubblico ricettivo, promozione sbagliata. Scuorn invece, non solo si è ingegnato a trovare tutte le teste di serie utili alla sua causa, ma si è anche prodigato a costruire mattone dopo mattone un'Opera fatta e finita. Le liriche, la musica, le idee, è tutta farina del suo sacco. "Parthenope" è un album che non può non passare inosservato, credo che anche gli scettici dovrebbero dargli una possibilità. Scettici che, probabilmente, non converranno col mio punto di vista, ma d'altronde non la pensiamo tutti nello stesso modo. È un album il quake, forse ai puristi di un certo tipo di Black Metal, risulterebbe fin troppo pulito ed anche sofisticato, ma di certo la proposta di Scuorn non è un Black Metal di stampo scandinavo o francese old school, è un qualcosa che va ben oltre l'idea iniziale di queste scuole. L'opera merita il massimo per tutta una serie di fattori che riguardano anche la personalità di Giulian, un ragazzo determinato che ha creduto con tutto sé stesso nel suo progetto; d'altronde chi non lo farebbe? "Parthenope" vede racchiuso nel suo interno la passione, il sacrificio, l'impegno, lo studio, la ricerca, tutti elementi che devono, a mio avviso, essere premiati e riconosciuti. Non è un album che può essere meramente relegato ad un semplice ascolto e ad un commento lascivo, credo che meriti di più di un semplice "è un album più che discreto". Scuorn col suo "Parthenope" merita di essere inserito nelle future pietre miliari di questo genere, mi auspico che quest'album venga menzionato a più riprese negli anni a seguire. Riprendendo ed ampliato quanto scritto in "Fra Ciel e Terr' ", Giulian riesce con il suo estro creativo a donare alla scena Metal Italiana un qualcosa che, a mio avviso, mancava e del quale ne potevamo sentire la necessità. "Parthenope" non è l'ennesimo album ben confezionato, ben prodotto, ben costruito, è un qualcosa che va oltre poiché durante il percorso di ascolto, l'ascoltatore riesce a cogliere, raccogliere, interiorizzare, ciò che Scuorn ci ha proposto. Giulian, ha fatto sì, pur avvalendosi sia in sede di registrazione sia in sede live, di unire ciò che secondo lui poteva rappresentare il meglio della scena Metal Italiana, ed unendo le forze, le idee, la pazienza, il sudore e la fatica, questi sforzi sono stati ampiamente ripagati. 

1) Cenner' e Fummo
2) Fra Ciel' e Terr'
3) Virgilio Mago
4) Tarantella Nera
5) Sanghe Amaro
6) Averno
7) Sibilla Cumana
8) Sepeithos
9) Parthenope
10) Megaride