Scorpions

Fly to The Rainbow

1974 - RCA Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
04/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Abbiamo parlato a lungo nella recensione del primo disco prodotto dalle code di scorpione tedesche più famose di sempre, di quanto la loro capacità di sperimentazione ed innovazione musicale (particolarmente seguendo la scia del Rock psichedelico) sia stata una chimera che i teutonici hanno seguito prevalentemente in "Lonesome Crow". Questo non è del tutto esatto, difatti Klaus Meine, Schenker e soci, hanno continuato anche nei due anni successivi al successo (poco, e abbastanza in sordina) di "Lonesome...", ad introdurre nella loro musica partiture e ritmi provenienti dagli anni sessanta, pur rinnovandoli pesantemente con quelle lyrics che sarebbero poi diventate un vero e proprio marchio di fabbrica. Nel 1973 gli Scorpions tornano in studio, ed apportano sostanziali cambiamenti alla formazione primordiale; alla chitarra vediamo l’ingresso, affiancato all’inossidabile Rudolph Schenker, un personaggio che rappresenterà da qui in avanti un vero cardine per il gruppo, colonna portante e apportatore di grandi cambiamenti positivi, Mr. Ulrich Roth. Al basso invece, forti del desiderio di voler indurire un po’ il proprio sound, gli Scorpions piazzano dietro quelle spesse corde un altro personaggio che farà la storia del gruppo, Francis Bucholz. Con questa versione “riveduta e corretta”, i tedeschi si mettono al lavoro, e dopo neanche un anno di folli sacrifici e sudore versato, danno alla luce il loro secondo lavoro; ciò che ha sempre colpito di questo  capitolo musicale degli Scorpions, è senz’altro la copertina stessa dell’album. Sfido chiunque, anche i fan di più vecchia data del gruppo, a riuscire a spiegare che cosa rappresenti (qualcuno addirittura all’epoca, toppando clamorosamente, lo definì quasi “un inno all’omosessualità”, frasi ovviamente atte soltanto a screditare la band), lo stesso Schenker, intervistato poco dopo la sua pubblicazione, dichiarò: “Non chiedetemi che cosa significa la copertina…non mi è piaciuta fin dall’inizio. Mi sembrava ridicola allora e mi sembra ridicola adesso; è stata fatta da una ditta di grafica di Amburgo, che aveva già fatto un ottimo lavoro per noi ai tempi di Lonesome Crow, ma credo che questa volta abbiano fallito miseramente. Per quanto riguarda il significato, posso solo provare ad immaginarlo, ma preferirei non farlo..”. Dunque, con queste “rassicuranti” parole pronunciate da uno dei pilastri del gruppo, avviamoci come chirurghi in attesa di impiantare un quadruplo bypass coronarico, ad eviscerare con cura i meandri più nascosti di "Fly To the Rainbow".



Seppur il disco sia ancora fortemente influenzato dalle sonorità anni sessanta, partiamo con un brano che per tutti i settanta è diventato una vera e propria hit nei concerti degli Scorpions, e che ne incarna ovviamente tutto lo spirito che avrebbero avuto negli anni seguenti: "Speedy’s Coming" (Arrivando Velocemente) inizia con una potente plettrata di chitarra elettrica, massiccia e pesante, prima di lasciare il posto al ritmo Hard Rock e alla voce di Meine, già qui fortemente diversa dal disco precedente, e già proiettata nei canoni in cui tutti noi lo ricordiamo, forti acuti, toni alti, estensione vocale non indifferente. Ottimo il songwriting di questo primo pezzo, i riff di chitarra si intrecciano come piante rampicanti sui muri di una vecchia casa, Schenker e Roth duellano ferocemente per tutti e tre i minuti di ascolto, mentre di sottofondo si riesce anche a sentire il ritmato basso di Bucholz, colui che assieme a Roth stesso, furono i veri e propri fautori dell’orientamento Hard Rock della band (anche se la canzone fu scritta da Rudolph e Klaus, ed essa divenne talmente famosa fra i fan, che ne venne pubblicata anche una versione “singolo”, ma che raggiunse le bancarelle soltanto nel 1975, durante la pubblicazione di In Trance). Si parla di amore in questa canzone, amore per la musica, e la voglia soprattutto di presenziare a qualsiasi evento dei nostri beniamini preferiti, l’assoluta noncuranza della parte economica che ci spinge a comprare ogni manufatto o nuovo lavoro della nostra band prediletta, e soprattutto la folle corsa che ogni volta facciamo mentre andiamo ad un loro concerto, sicuri quasi di arrivare in ritardo e perdere i posti migliori; arrivare velocemente dunque, correre a più non posso per le strade della città al solo scopo di idolatrare star che forse non ci considereranno mai come noi vorremmo, ma sappiamo (o almeno, possiamo immaginare) la meravigliosa sensazione che le rockstar provano ogni volta che salgono sul palco e trovano la platea colma di persone che sono li solo per loro, e fra i tanti ci siamo anche noi, che come schegge impazzite abbiamo corso fin lì, per rimanere impressi nei loro cuori anche se i nostri sguardi non si incontreranno mai. I ritmi si placano per i secondi quattro minuti grazie a "They Need a Million" (Hanno Bisogno di un Milione); brano questo dai toni quasi arabeggianti ed esotici, in cui ritornano a farsi sentire, anche se più timidamente, le tradizione psichedeliche con cui gli Scorpions hanno iniziato, ci parlano di persone, e della loro inguaribile sete di denaro e successo, e della differenza che intercorre fra loro e l’uomo che canta, non più ossessionato da quel “milione” famoso che tutti vogliono, ma semplicemente voglioso di vivere. E’ un pezzo questo dai tratti quasi noir e dark, melanconico e forte al tempo stesso, con quei ritmi che ci ricordano i film alla “Un tè nel deserto”, o quelle colonne sonore così intense e pregne di significato, in più abbiamo anche uno scambio di ruoli, perché il buon Klaus lascia il posto al microfono in questo brano a Rudolph Schenker che, pur non essendo il suo ruolo principe, da prova di grande abilità vocale. Il messaggio di fondo del brano è chiaro e conciso, non bisogna soffermarsi al materialismo dei soldi o delle cose che possediamo, per essere felici nella vita bastano i nostri due occhi che guardano un arcobaleno, o più semplicemente la nostra capacità di accontentarci di quel che abbiamo conquistato fino a quel momento, e non volere sempre di più come avvoltoi famelici. Avete presente Jimi Hendrix? Ma si dai, solamente uno dei cinque chitarristi più influenti della storia; ecco, se fosse stato ancora in vita all’epoca della pubblicazione di Fly to the Rainbow, avrebbe sicuramente amato alla follia la traccia numero tre, "Drifting Sun" (Sole alla Deriva): i ritmi qui si fanno davvero psichedelici ed intricati, specialmente sul finale in cui abbiamo il campo lasciato completamente libero alle chitarre e alla batteria, che cozzano come asce antiche a colpi di note; non è affatto un brano semplice da capire questo, le ritmiche di fondo sono complesse ed elaborate, ed è anche uno dei due brani più lunghi di tutto il disco, ben sette minuti di follia collettiva. Anche qui abbiamo un cambio di microfono, che viene affidato questa volta oltre che a Schenker, anche al nuovo arrivato, Ulrich Roth, ed anche egli si dimostra abbastanza saggio dietro l’asta, senza compiere troppi sforzi vocali, ma spesso e volentieri lasciando parlare la sua chitarra, ma, nei momenti in cui timidamente si fa avanti e canta, ci parla del sole, nostra energia e batteria per tutto il globo. E’ un inno questo alla sua insaziabile fame di energia e luce, e soprattutto la sua innata capacità di scaldare i cuori ogni volta che lo si vede, anche se, rovescio della medaglia vuole che non possiamo stare più di tanto a fissarlo, i nostri occhi possono incrociare il suo sguardo solo per pochi secondi alla volta, ma noi sappiamo che è li, sempre presente ad illuminare le nostre giornate, e a far si che le tenebre non siano eterne; noi tutti sappiamo però che il sole non avrà vita eterna, esso piano piano si sta già spengendo, con ritmi impercettibili per noi ovviamente, ma arriverà il giorno purtroppo, fra centinaia e centinaia di anni, in cui la sua energia si esaurirà, la luce non bagnerà più le nostre coste, ed una spessa pennellata di grigio avvolgerà le terre intorno a noi. Pur essendo al secondo disco soltanto, gli Scorpions non potevano certamente farci mancare una delle loro classiche Power ballad, spesso e volentieri inserite a metà del disco, un po’ per smorzare i toni della produzione stessa, e un po’ per saggiare più a fondo le abilità sia vocali di Meine, che chitarristiche di Schenker e Roth; "Fly People Fly" (Volate gente, Volate) parla di libertà e voglia di volare, volare verso lidi sconosciuti e assaggiare il gusto dell’infinito, senza pensieri o vincoli che ci leghino alla terra, ma solo con la mente libera e senza freni. Grande prova della voce di Klaus in questo frangente, che con la sua solita linearità canora, ma sempre colma di carisma, ci accompagna in questo viaggio nello spazio sconfinato , mentre la chitarra in sottofondo ad intervalli regolari si lancia senza paracadute in assoli degni delle migliori tradizioni Rock di sempre, cascate di note che ci piovono letteralmente addosso come un fiume in piena, anche se sono morbidi e vellutati come la seta. Come sempre è bene soffermarsi sulla capacità degli Scorpions di unire testo e musica, essi non sono due elementi scardinati l’un dall’altro, ma piuttosto sono due unità saldamente unite fra loro, dove inizia una, finisce l’altra e viceversa; qui ne abbiamo un chiaro esempio se pensiamo al tema della canzone, l’infinito e la voglia di scappare da questo mondo si sentono tanto nelle parole di Meine, quanto negli assoli di chitarra, così leggiadri e possenti al tempo stesso, ci danno proprio la sensazione di stare galleggiando nel cielo più alto ed irraggiungibile, dove la nostra voglia di libertà finalmente può saziarsi come meglio desidera. I ritmi Hard Rock invece ritornano, anche se in maniera abbastanza timida, nella traccia seguente, "This Is My Song" (Questa è la mia Canzone): si fa in questo brano una analisi decisamente cinica del mondo, soffermandosi principalmente su quanto le persone spesso non pensino a ciò che esce dalle loro bocche, ma danno fiato ad esse non curandosi minimamente delle conseguenze di ciò che dicono; la canzone parla sostanzialmente di questo, e da anche una soluzione al problema, l’amore. Ebbene si, per gli Scorpions l’amore è la risposta a molte delle domande che la gente si pone, e può essere benissimo un amore non necessariamente dato a qualcun altro, ma amore inteso come sentimento universale che unisce tutti noi, amore verso qualcosa ma anche verso le semplici meccaniche del mondo che ci circonda, amore per gli altri e per la società in generale, amore in ogni sua forma. Ed è così, mentre la musica di sottofondo incalza sempre di più , che i tedeschi arringano il mondo accusandolo di non avere abbastanza amore per le strade, di produrre intere generazioni di cloni tristi e grigi, il cui unico scopo nella vita è non avere rispetto per niente e per nessuno, accusano persino il mondo intero di essere causa dei propri mali, avendo creato falsi miti a cui la gente, pur di non risultare “uno fra tanti “, si ispira e cerca di emulare, causando ancora più sofferenza negli altri. Un ritmo lento ed una chitarra appena accennata, dal ritmo quasi spagnolo, ci introducono alla penultima traccia dell’album, e seconda Power Ballad della produzione stessa, "Far Away" (Lontano); già, ma lontano da cosa? Lontano probabilmente da tutto il male che aleggia nel mondo, il protagonista del brano infatti si rivolge ad una ragazza, chiedendole semplicemente di fidarsi di lui, prendere la sua mano e volare verso l’arcobaleno, verso terre sconfinate e mondi inesplorati, cercando di “imparare a volare”, volare forse inteso come volo della mente, o forse anche come volo dell’anima, non ci è dato saperlo, considerato che, come accade spesso con i testi musicali, l’interpretazione è totalmente personale. Di sottofondo continuiamo a sentire la chitarra dal sapore spagnolo, dolcemente pizzicata ed accennata in vari punti, tranne che nel cuore centrale del brano, in cui viene fatta esplodere come una granata, e lasciata libera di sfogarsi in un assolo di pregevole fattura. Qui si sentono bene le varie influenze che albergano nel disco, si passa da momenti in cui quasi ci pare di sentire vaghi sentori di Folk e cantautorato europeo ed americano, ad altri (come nella parte centrale) in cui quell’Hard’n Heavy che ha fatto salire gli Scorpions in vetta alle classifiche mondiali esce fuori e dice “ci sono anche io”, ad altri ancora in cui a farla da padrone è semplicemente la voce di Klaus, con gli altri strumenti lasciati a tappeto musicale. Credo sia questo probabilmente il più grande merito degli Scorpions, essersi sempre rinnovati anno dopo anno, continuando, pur rimanendo saldamente ancorati all’Hard Rock e all’Heavy, a sfornare dischi che fra loro hanno molto in comune, pur però rimanendo ognuno a sé stante, e altro merito che hanno è senza dubbio quello di aver sempre prodotto singoli brani per “tutti i palati”, nella loro discografia troviamo pezzi che fanno venire l’acquolina in bocca ai Rockers e ai metallari più cattivi, ma troviamo anche ballad malinconiche (e sempre magistralmente scritte, e badate bene che scrivere una ballad non è cosa affatto facile), troviamo brani più AOR, brani ancora più eclettici (basti pensare al primo disco o ad alcune tracce di questo), insomma, brani per ogni singola sfumatura che potesse essere inserita, ed è questo, oltre alla capacità ovviamente di continuare a rimanere sulla cresta dell’onda nonostante gli anni che avanzano, che separa le rockstar dai semplici musicisti. Chiude il disco un’altra delle canzoni (pochissime) più lunghe mai scritte nella loro carriera musicale, quasi dieci minuti interi di musica, e che fa anche da title track al disco stesso, "Fly to the Rainbow" (Vola verso L’arcobaleno): la possiamo definire questa traccia come un sunto di tutte le precedenti (e questo è un “vizio” che gli Scorpions negli anni seguenti prenderanno con sempre più frequenza, inserire come ultima traccia un brano che fa da spartiacque fra tutto quello che è stato detto in precedenza, in cui sono presenti elementi presi da tutte le tracce), e devo dire che forse questa è la canzone più bella dell’intero disco, un’intensa cavalcata attraverso le note, con elementi che richiamano il rock anni sessanta, quanto altri che vengono palesemente estrapolati dalle tradizioni dei settanta appena nati all’epoca. In tutto questo sentiamo la voce di Meine che ci accompagna in questa fantomatica storia del mondo (e del gruppo stesso, con alcuni rimandi alle loro esperienze personali), passiamo dal sentirci raccontare leggende su antiche città forse mai esistite, ad altri momenti in cui torna il tema del viaggio e della fuga dal mondo, per raggiungere sempre questo fantomatico arcobaleno che sembra diventato ormai il santo Graal da cercare con ogni fibra di sé. A tratti il pezzo assume quasi i toni del blues, tenendoci incollati alle cuffie fino al passaggio successivo, e ritornano anche le sessioni Hendrixiane che avevamo sentito qualche traccia fa, il tutto coadiuvato dalle voci, in questo caso sia di Meine che di Roth, che ci accompagnano come antichi vati per tutto l’ascolto o quasi; il brano negli anni successivi divenne, assieme a Speedy’s Coming, un altro must dei concerti della band, veniva quasi sempre inserito a fine scaletta, data sia la sua lunghezza che i ritmi in esso contenuti, adattissimi a fare da suggello fra l’intero concerto ed il suo mirabolante finale.



 



E’ un disco questo da godere in tutta la sua interezza, da ascoltare tutto d’un fiato dall’inizio alla fine senza saltare neanche un passaggio; per contro c’è anche da dire che, esattamente come il primo, non è una produzione fruibile per tutti i palati musicali, spesso e volentieri non è neanche ascoltabile da chi il gruppo lo conosce molto bene, questo perché, nonostante la psichedelia qui rispetto a Lonesome Crow rappresenti solo una piccola parte dell’album intero, alcuni elementi sono ancora pesantemente presenti, anche se vengono supportati dal nascente astro Hard Rock. Dunque, se Lonesome Crow andava ascoltato per rendersi conto di quanto gli Scorpions abbiano saputo nella loro carriera addentrarsi anche in territori sconosciuti ai più, Fly to the Rainbow va ascoltato per capire “l’inizio del tutto”, al suo interno è contenuto il segreto del successo delle code di scorpione, l’inguaribile fame di fare musica pensata, ma al tempo stesso che entri in testa la prima volta che la si sente, esso è come lo scrigno del tesoro alla fine di un lungo e difficoltoso viaggio, e starà a voi ascoltatori aprirlo e scoprire le meraviglie contenute al suo interno, meraviglie che però saranno solo l’antipasto, dato che il sound che qui è appena accennato, esploderà in tutta la sua potenza neanche un anno dopo, quando gli Scorpions pubblicarono il loro primo “vero” (se mi passate il termine) disco, che risponde al nome di In Trance.


1) Speedy's Coming
2) They Need a Milion
3) Drifting Sun
4) Fly People Fly
5) This Is My Song
6) Far Away
7) Fly to The Rainbow

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