SAXON

Strong Arm Metal

1984 - Carrere

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
16/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo nel 1984, i Saxon stanno per compiere il definitivo passaggio che li traghetterà da una piccola etichetta (la "Carrere") verso una grande realtà, quella "EMI" che avrebbe permesso (almeno in teoria) un decisivo salto in avanti, da compiersi nel dorato ed immenso burrone altrimenti noto come "mainstream". Un salto nel vuoto che i nostri sassoni avevano dimostrato di poter compiere, a suon di album entrati prepotentemente nell'immaginario Metal seppur non supportati o comunque realizzati con l'ausilio di chissà che budget da sogno. Tutto era pronto, dunque, per il definitivo "salto di qualità", qualora volessimo utilizzare un'espressione forse un po' brusca ma in linea di massima efficace. I giochi erano fatti, all'indomani dall'uscita di "Crusader" Biff e soci avrebbero salutato la loro ex etichetta, per entrare nei ranghi del colosso britannico. Etichetta la quale, come ultimo "ringraziamento", decise quindi di pubblicare una raccolta in grado di celebrare gli anni d'oro della band albionica, trascorsi proprio sotto la sua egida. "Strong Arm Metal", rilasciata poco prima del già citato "Crusader", fu dunque uno degli ultimissimi lavori targati Saxon ad essere distribuiti dalla "Carrere", il penultimo se contiamo anche l'album "crociato". Un omaggio ai fan di tutto il globo, i quali avrebbero potuto di certo godere di un "riassunto" di certo efficace, degno dei propri scaffali porta-dischi. Parliamo dunque di anni d'oro, anni ruggenti nei quali i Saxon si ersero, pur con pochi mezzi a disposizione, a massime autorità della N.W.O.B.H.M, mettendo a ferro e fuoco il proprio paese natale, risultando successivamente di grande esempio anche per bands d'oltreoceano; un certo James Hetfield, per dire, non ha mai mancato di dimostrare la sua autentica venerazione per i Nostri Sassoni, ammettendo calorosamente la loro essenzialità all'interno del panorama Metal degli anni ruggenti. Una storia iniziata nel 1979, con la pubblicazione del primissimo, omonimo debutto. Un album, quel "Saxon", forse ancora acerbo sotto determinati aspetti, tuttavia ricco di spunti interessanti, di trovate decisamente sui generis. Idee che vennero meglio concretizzate appena un anno dopo, quando il gruppo riuscì a farsi largo nell'affollato panorama d'Albione con l'album "Wheels of Steel". Brani come "Motorcycle Man"e "747 (Strangers in the Night)" permisero ai britannici di entrare nelle classifiche, scrivendo di fatto una pagina importantissima dell'Heavy a livello non solo inglese, ma anche mondiale. Lo stesso 1980 fu anche l'anno del successore di "Wheels...", ovvero "Strong Arm Of The Law"; disco ancor più apprezzato del precedente, scrigno contenitore di rare perle quali "Dallas 1 p.m" o la pluriosannata "Heavy Metal Thunder". Una storia che proseguì un anno dopo con la pubblicazione di "Denim and Leather", manifesto definitivo del Saxon-pensiero nonché disco di maggior successo di Biff e compagnia. E via, continuando a vele spiegate: nel 1983 troviamo forse il capolavoro definitivo di quegli anni, "Power & the Glory", anticipato di netto dal leggendario live album "The Eagle has Landed". Due dischi di grande significato: il primo, letteralmente, si dimostrò sin da subito come la teorizzazione finale del sound da sempre sfornato dai nostri. Epico e massiccio, Heavy senza fronzoli od orpelli, ma anche capace di catturare, di indurci a cantare; insomma, l'album perfetto, rilasciato nel momento giusto, quello vissuto sulla cresta dell'onda. Il secondo non fece altro che dimostrare quanto i Saxon fossero un'autentica macchina da live. Partecipazione massima, voglia di dare il meglio... una vera prova di forza che riuscì ad essere impressa su vinile, trasmessa in seguito ai posteri. Arriviamo così all'anno di questa raccolta, quasi omonima di "Strong Arm Of The Law". Un 1984 che avrebbe portato la band ad "alleggerirsi" in vista della voglia di sfondare sul suolo americano, diventando così una band di caratura mondiale. Un salto nel vuoto che non si rivelò vincente, come tutti sappiamo... ma che viveva in quel momento le sue battute iniziali. Prima di "Crusader", prima di "Sailing to America"... abbiamo quindi la celebrazione finale degli anni d'oro, di quel periodo magicamente incastonato in una raccolta certo non esente da difetti ma neanche da gettare via; tutt'altro, semmai. Mettiamoci dunque comodi e partiamo alla volta di questo viaggio nel tempo, riscoprendo le tappe fondamentali del cammino sassone. Uno dei cammini di certo più sventurati e sfortunati, ma contemporaneamente fondamentali della storia del Metal.

Strong Arm of the Law

"Strong arm of the Law - Il Braccio forte della Legge" apre dunque questa sua (quasi) omonima raccolta. Su di un accordo in distorsione è il basso di Steve Dawson a porsi in netta evidenza, entrando prepotentemente nel vivo della questione, prima di un bel riff armonico che, dopo una rullata di Gill, si trascina dietro tutta la band. Il brano ha un sapore quasi blueseggiante, procede con disinvoltura e coinvolge subito l'ascoltatore, incalzato dal suo incedere. Biff parte con la storia da raccontare, prima del chorus, contraddistinto da due perentorie affermazioni :"stop !", " get out !" e ovviamente, a seguire, il titolo della canzone. Dopo la seconda accoppiata di strofa e chorus è Paul Quinn a deliziarci, con il suo amabile stile anni '70 sfoggiato lungo il dipanarsi di un ottimo solo, supportato ottimamente da Graham Oliver in fase di ritmica, degna spalla del suo compagno. Finale con il chorus ripetuto più volte, prima di un piacevole e coinvolgente congedarsi di tutta la band... ma a cosa si riferisce Biff, autore come sempre dei testi, quando parla del braccio violento della legge? Innanzitutto, partiamo da un'importante premessa: lo stesso frontman dei Saxon ci comunica, nella sua biografia, di come all'epoca non amasse moltissimo le forze dell'ordine, in quanto veniva spesso "segnalato" alla polizia a causa della sua intensa attività in sede di cortei e scioperi; Biff, lo sappiamo, ha lavorato come suo padre in miniera, e proprio in quegli anni roventi  l'Inghilterra veniva fustigata da continui tafferugli, per via della decisione del primo ministro inglese, la Lady di Ferro Margaret Tatcher, di chiudere molte attività produttive in diverse zone paese. Per di più, era solito fare i conti con le divise a causa del pregiudizio suscitato dal suo aspetto poco "elegante", tipico del rocker motociclista (capelli lunghi, giacca in pelle ecc.). Quindi, il tono un po' canzonatorio adoperato nei confronti dei "bobby" inglesi all'interno di questo testo risulta più che comprensibile. Dopo questo necessario chiarimento, giungiamo al vero significato delle liriche: i Saxon fermi in una stazione di servizio, con la radio accesa a volumi molto alti... la sensazione, da parte di Biff, che qualcosa di brutto stia per accadere, proprio nel momento della ripartenza. Infatti, una macchina della polizia insegue con i lampeggianti la band, costretta quindi ad accostare. Gli agenti sogghignano, pensando già ad un arresto facile; cercano la "roba" con cui i nostri dovrebbero "farsi", scambiati per dei drogati a causa del loro aspetto truce. Alla fine i poliziotti rimangono con un pugno di mosche in mano: l'unica cosa che eccita la band è la propria musica, la corsa ad alte velocità sulle auto, sulle motociclette; i Nostri non hanno infatti bisogno d'altro. Anche questa traccia è un assoluto classico dal vivo, credo che dal 1980 in poi non sia praticamente mai mancata in una set list del gruppo.

Wheels of Steel

Proseguiamo con la title-track del secondo album studio dei Nostri, pubblicato nel 1980. "Wheels of Steel - Ruote d'acciao", uscita all'epoca come singolo di lancio, ottenendo un buon risultato nelle chart inglesi e trascinando poi in maniera virale anche il long playing; a dir poco, un'altra canzone epocale dei Saxon. Il riff leggendario con cui Graham Oliver apriva le danze, anche dal vivo, è rimasto stampato ed è tutt'ora stampato nelle menti di ogni metallaro, d'ogni generazione ed età: sembra quasi esser stato forgiato nelle acciaierie metalliche di Birmingham, anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di Barnsley, città natale del gruppo. Per la precisione, Oliver prima suona una singola nota, lasciando mediante un effetto che quest'ultima svanisca in dissolvenza... poi parte deciso nell'eseguire il suddetto riff, con tutta la band a seguirlo, più anche un urletto lanciato a mo' di carica da parte di Biff.  Le due chitarre unite costruiscono un base quanto mai solida per il cantato graffiante del frontman,  ben tre strofe più chorus (nel quale Byfor si diverte ad allungare la parola "wheels", donando al refrain grande effetto) si susseguono, prima che parta un ottimo assolo di Oliver, in puro stile Hendrix (chitarrista del quale Graham è letteralmente un adepto). Momento solista che dura anche parecchio, prima che la band si riunisca ancora per l'ultima travolgente cavalcata. Dopo aver ripetuto più volte il chorus, Biff e tutta la band si fermano per quello che sembra il finale della canzone, salvo poi ripetere il titolo alternando due semplici ma efficaci parole: "uh , yeah !". Inutile ricordare al lettore come Biff Byford si diverta moltissimo dal vivo ad allungare di molto la canzone, già relativamente lunga (oltre sei minuti) facendo cantare, saltare e divertire il pubblico di tutto il mondo. Basterebbe chiedere a chiunque avesse visto i Saxon dal vivo e in particolare a chi è stato al festival del culto metallaro, il Wacken, ove i Nostri hanno presieduto più e più volte. In sostanza, con Wheels of Steel Biff ottiene quel sound à la AC/DC che voleva;: un caratteristica costante della loro carriera, alternare pezzi heavy ad altri decisamente più sul blues rock. Ma di cosa parla la canzone? Ovviamente, ancora una volta di motori e velocità; questa volta lo spunto è una macchina americana, una Chevrolet del 1968 (il modello con i tubi di scarico ai lati, per intenderci). Erano macchine di gran moda all'epoca, dal costo non eccessivo e ovviamente figlie del mito U.S.A. In sostanza, un po' come per il "motociclista", anche qui non c'è spazio per nessuno: con la sua macchina il protagonista sfreccia a 230 km all'ora, battendo chiunque, non lasciandosi sorpassare da nessuno e mettendo in riga i "maiali dell'autostrada", ovvero i piloti esperti ed impreparati. Usa carburante per aerei, brucia le gomme perché la sua macchina ha le ruote d'acciaio; l'intera canzone dunque, come era accaduto per "Motorcycle Man", dona un senso di libertà pura; sfrecciare sulle strade del mondo senza pensieri né mali che ci affliggono. Siamo soli assieme al motore che romba e l'asfalto sotto le ruote, non ci serve nient'altro per andare avanti. Un inno alla libertà che trovò grande riscontro nell'immaginario dell'epoca, facendo sognare migliaia di giovani metalheads.

Never Surrender

La terza traccia della raccolta, "Never Surrender - Mai arrendersi", inizia con un altro micidiale riff distorto di chitarra, supportato da precisi colpi di cassa di Gill a dettare i primi secondi, un sound maledettamente metal che ti colpisce come un martellata sulle gengive. L'inizio del brano è infatti un assalto a Fort Apache con la baionetta, un rullo compressore, un panzer che travolge tutto e tutti. Subito Biff aggredisce e ringhia la prima strofa sul magico tappeto delle due chitarre, seguito da un comparto ritmico di tutto rispetto. Il chorus diretto e semplice è uno sfogo magistrale del nostro frontman, un momento per rifiatare e per donare quasi un  momentaneo salvagente a chi ascolta, prima che band ritorni a martellare come un rullo compressore. Si giunge quindi rapidamente al secondo chorus. Un pregevole assolo di Quinn e poi, con lo stesso schema già collaudato in "Princess of the Night" (anch'essa contenuta in "Denim and Leather"), ritornello corto e poi ancora strofa più ritornello, proseguendo di gran carriera. Con l'ultimo chorus in continua ripetizione si spegne in dissolvenza il brano, dimostrando ancora una volta tutto il suo valore. L'obiettivo di realizzare un altro singolo radiofonico fu decisamente centrato, senza per altro tradire quelle che sono le caratteristiche della band, heavy metal britannico d'origine controllata. Biff ammette candidamente di non essere propriamente nato "nella parte più malfamata della città", avendo aggiunto alle liriche giusto un pizzico di fantasia in più. Il protagonista è appunto uno sbandato, nato dalla parte "marcia" del suo paese, aldilà della ferrovia. Non ha mai avuto niente, solo persone che lo denigravano, la vita per lui non è mai stata facile... ma nessuno lo può abbattere o demoralizzare. Non ci si deve mai arrendere, nemmeno quando si ha contro tutto il mondo: bisogna reagire e combattere. Il protagonista è sempre sulla corsia di sorpasso, cerca di sfruttare tutte le sue possibilità, ha iniziato la sua vita dal basso, ma ha intenzione di arrivare sempre più in alto, nessuno può frenare la sua ambizione. Anche in questo caso, pur non traducendo subito al primo ascolto le liriche, il significato generale viene stampato nella nostra mente da queste due semplici parole, Never Surrender. Chiaro che dal vivo la canzone entusiasma e carica di adrenalina il pubblico, un testo che in qualunque modo lo si voglia intendere invita a reagire e combattere, qualora fossimo messi di fronte alle avversità. Chi subisce bullismo nelle scuole, chi non viene accettato per come è vestito, per le proprie passioni e, perché no, per i propri gusti musicali: ognuno di noi ha un argomentazione per cui si sente in conflitto con il mondo circostante. Un messaggio talmente universale che, anni dopo, Biff Byford ha deciso di intitolare proprio "Never Surrender" la propria biografia.

747 (Strangers in the Night)

La quarta traccia è un altro immenso classico dei Saxon, un'altra delle canzoni più famose ed iconografiche del gruppo, nonché fra le più suonate dal vivo: "747 (Strangers in the Night) - 747 (Sconosciuti nella notte)". Il brano inizia con un bellissimo passaggio melodico di Paul Quinn, con tutta la band al seguito, poi un breve momento di stop dove udiamo solo il riff portante emesso dell'altra chitarra di Oliver... ed ecco Biff attaccare la prima strofa. Il cantante dei Saxon, coadiuvato da voci sovrapposte (o backing vocals) canta in maniera magnifica e con grande trasporto emotivo delle tragiche vicende che riguardarono un volo sciagurato, compiuto da un boeing 747. Le strofe sono come capitoli di un breve racconto, avvincenti e drammatiche, alternandosi con un chorus bellissimo e melodico, impossibile da non cantare dal vivo. Oliver ci regala un pregevole assolo prima delle terza strofa seguita ancora una volta dal chorus: il suono di un aereo che atterra è il sottofondo ideale per un Biff sugli scudi, che ripete ancora tre volte in titolo, prima del vero chorus finale, con Quinn che di lì a poco riprende il solo armonico iniziale, finendo purtroppo subito in dissolvenza. Il brano, uscito anche in versione singolo, ebbe all'epoca un buon successo, trascinando anche tutto l'album verso l'alto. La canzone, liricamente, è concentrata su due avvenimenti consequenziali; ovvero, un tragico blackout avvenuto a New York con il successivo tentativo di atterraggio dell'aereo boeing 747 Scandinavian 101 (nome di invenzione del volo, e più che mai adatto alle rime) completamente al buio e senza riferimenti sulla pista di atterraggio. Un situazione drammatica quindi, con l'equipaggio del 747 che in pratica diventa invisibile, uno "sconosciuto nella notte" come appunto dice il titolo, non riuscendo ad arrivare da nessuna parte. L'aereo non può certo atterrare solo con l'ausilio della luce della luna, dopo tutto. Biff sottolinea come anche l'accostamento con il popolarissimo pezzo di Frank Sinatra sia stato utile, non perché ovviamente i pezzi si assomiglino, ma anche solo per assonanza nel titolo.

Frozen Rainbow

Il lato A della raccolta "Strong Arm Metal" si conclude con l'epica ballata dal titolo "Frozen Rainbow - Arcobaleno ghiacciato", davvero un piccolo gioiello, tratta dal primo omonimo disco dei nostri, datato 1979. Quella che troviamo in questa tracklist, tuttavia, è una versione "short" e strumentale della canzone originale, "tagliata" per motivi a noi sconosciuti. Anziché dal basso poderoso di Steve Dawson, il brano (nei suoi due minuti e poco più) viene introdotto dal palesarsi degli assoli, con le chitarre di Oliver e Quinn che si inseguono in maniera sublime, sino a giungere lesti verso un finale caratterizzato da un poderoso cambio di tempo, sottolineato dalle percussioni di Pete Gill. La canzone, seppure il cantato sia stato omesso e risulti quindi meno della metà effettiva, mantiene in parte il fascino epico e melodico che la caratterizzava nella sua interezza. A dire la verità, il suo vero significato rimane in parte oscuro, costringendoci a lasciar correre un po' l'immaginazione: si parla di un personaggio, non meglio specificato, impegnato alla ricerca del segreto custodito nell'arcobaleno ghiacciato. Possiamo immaginare un uomo desolatamente solo, immerso nel freddo e nella neve alla ricerca di un obiettivo diventato la sua ossessione. Se fossimo nei tempi moderni, potremmo pensare che Biff si sia ispirato al mondo "oltre la barriera" presente nella daga de "Il Trono di Spade", se ci concedete il riferimento ardito...

Motocycle Man

Rombo di motori, chopper scalpitanti all'impazzata sulle highway americane: "Motorcycle man - Motociclista" apre il lato B del vinile di questa raccolta. La canzone che i Saxon dovrebbero sempre eseguire specificatamente durante ogni raduno motociclistico (e sicuramente lo avranno fatto: hanno suonato, durante l'arco della loro quasi quarantennale carriera, in tutti i posti possibili e immaginabili) proprio per il tributo reso da questo brano alle moto cromate e spettacolari che da sempre stimolano la fantasia anche dei metallari (basterebbe pensare in questo senso ai numeri compiuti da Rob Halford dei Judas Priest con la sua Harley Davidson). Il riff semplice e diretto di Graham Oliver viene seguito a tutta velocità dalla band e non mancano i fischi con le dita di Biff Byford, come a richiamare la nostra attenzione, quasi dicendoci: "fateci largo, stiamo arrivando! Toglietevi o sarà peggio per voi!". La canzone ha una andamento piuttosto lineare, salvo il cambio di tempo nel chorus, semplice e diretto anch'esso, con la ripetizione del titolo della canzone. Il pezzo, non potrebbe essere altrimenti, si chiude in un roboante caos degli strumenti con basso, chitarre e batteria lanciate nella mischia, alla massima amplificazione, a volumi quasi illegali. Liricamente, nemmeno a dirlo, la canzone è dedicata alla motocicletta, al brivido della velocità con il vento tra i capelli, le accelerazioni e persino l'odore degli scarichi e della benzina, che riempiono le narici dell'uomo a cavalcioni. L'eccitazione e l'adrenalina sono talmente alle stelle che il motociclista decide irresponsabilmente di correre anche dei rischi, tentando di superare le macchine più veloci sulla strada, nessuno lo può fermare. Torna tutto l'immaginario, anche cinematografico, del mito del chopper: si sprecano i riferimenti a pellicole come "Easy Rider" del 1969, con qualche accenno a vicende realmente accadute ed all'epoca drammaticamente attuali, notizie e vicissitudini riguardanti band motocicistiche come Hell's Angels e Banditos; bande da sempre supportanti i Saxon e le loro celebrazioni della vita di strada, grazie anche allo sponsor di Lemmy, il quale - considerato un'istituzione dai motociclisti - non esitò a presentare i Saxon ai suoi amici biker, invitandoli all'ascolto della musica dei Nostri.

Stallions of the Highway

La successiva "Stallions of the Highway - Gli Stalloni della superstrada" riprende, come vedremo, ancora una volta il tema della motocicletta sparata a tutta velocità, intenta a correre in modo folle e sconsiderato. Il brano inizia con un riff piuttosto interessante, in grado di destare la nostra attenzione, sebbene si possa notare nell'insieme una certa ingenuità compositiva, risalendo questo specifico pezzo al debutto dei Nostri. Un album, "Saxon", che nel 1979 ebbe modo di presentarci una band senza dubbio sul pezzo ma ancora lievemente indecisa circa l'effettiva direzione da prendere. In sostanza, abbiamo senza dubbio una  bella canzone, incalzante e dinamica... tuttavia, "Stallions..." reca in sé il difetto di rivelarsi fin troppo derivativa, a mio avviso. Espliciti se non smaccatamente palesi i riferimenti al sound di una band molto amica dei Saxon, ovvero i Motorhead di Lemmy. Proprio alla maniera del trio capitanato da Mr. Kilmister, il pezzo risulta dunque veloce e senza orpelli anche nel ritornello; non ci troviamo dinnanzi ad un qualcosa di epocale, tuttavia "Stallions..." riesce a farsi piacere proprio per via delle sue vivaci chitarre, ed anche per il buon approccio vocale di Biff. Per altro, il pezzo è uno dei pochi "sopravvissuti" del primo sfortunato album, venendo ogni tanto ripescato dal vivo. "Stalloni della superstrada" è il nome che certi giornalisti adoperavano agli inizi quando scrivevano dei Saxon, tanto il pezzo risultasse rappresentativo dei loro primi concerti. Come dicevamo, si tratta di un'altra canzone che esalta la vita on the road sulla moto, con il brivido della velocità e i pericoli della strada. Non importa se si sta scatenando un temporale, il motociclista protagonista delle liriche ha bisogno di viaggiare a tutta velocità, lasciandosi alle spalle una giornata negativa. Si accenna ad uno scorazzare in moto quasi a scopo terapeutico, per uscire dai vincoli di sudditanza, anche psicologica, di chi ti comanda sul lavoro ed anche in famiglia, una sorta di ribellione adolescenziale a quelle che sono le regole convenzionali.

And the bands played on

Il brano successivo, uscito ai suoi tempi anche in versione singolo / 45 giri, è "And the bands played On - e le band continuavano a suonare": senza ombra di dubbio un'altra perla meravigliosa della discografia dei Saxon, contenuta in "Denim & Leather" del 1981. Su di un pregevole spunto di Quinn il brano assume subito un andamento ritmico vivace, pieno di rifiniture di volta in volta eseguite dai due chitarristi. L'ottimo cantato di Biff ben descrive l'emozioni di una giornata storica, di cui poi parleremo. La canzone scorre piacevolmente, risultando corta e senza intermezzi solisti né cambi di tempo, con lo schema strofa più chorus ripetuto per quattro volte. Tutto si basa sull'ispirato riff di Quinn e sulla ritmica di Oliver, nonché su di un base ritmica sempre all'altezza. La song ha di per sé ha un minutaggio cortissimo, quasi da hit radiofonica. Insomma, un brano decisamente catchy, reso però straordinario da splendide rifiniture melodiche (la coppia d'asce Quinn / Olivier rasenta qui la perfezione) ed anche dal significato del testo. Abbiamo già parlato nelle precedenti occasioni della storica partecipazione dei Saxon al primo Monsters of Rock in quel Donington Park. L'anno successivo, Biff ne trasse spunto per un testo stupendo, in cui ripercorre tramite flashback ciò che avvenne in quella memorabile giornata. Tardo pomeriggio, il sole tramontava, la folla urlante all'ingresso delle band... c'era fermento nell'aria, tutti percepivano quanto sarebbe stata grande, quella giornata. Grandi aspettative, il tutto ammantato da una captabile aura di magia, instauratasi tra palco e pubblico; l'attesa spasmodica prima di salire sul palco: pioverà, nevicherà, chi lo sa? "Ci siamo seduti al sole mentre le band continuavano a suonare". Particolarmente suggestiva l'ultima strofa, dove Biff racconta,  anche con un paio di giochi di parole fortunati, la magica serata,  dove egli vedeva l'Arcobaleno brillare (sicuramente un riferimento agli storici Rainbow , headliner del festival), i fuochi d'artificio nel cielo, la musica che continuava a deliziare le sue orecchie per tutta la notte. Rock 'n' roll ovunque, i Saxon erano gli estranei nella notte (adoperando palesemente un verso della loro fortunata "747 strangers in the night"). "And the bands played on" ha un bellissimo impatto anche dal vivo, ed è diventata un classico anch'esso irrinunciabile, con Biff che ricorda sempre, ogni volta, la stretta connessione fra il brano e la primissima partecipazione al Monsters of Rock dei Saxon. Ancora adesso nell'udire le strofe cantate da Byford si ha quasi l'impressione di essere lì con lui, in quel memorabile agosto del 1980, talmente sono vivide le descrizioni. Ci si immagina gli stessi Saxon ammirati, guardando le altre band suonare, l'emozione e le aspettative pochi minuti prima di salire sul palco.

Dallas 1 p.m.

Ci avviciniamo alla conclusione con "Dallas 1 p.m - Dallas, 13 del pomeriggio" , che oltre ad essere uno dei migliori pezzi di "Strong arm of the law" risulta a mio avviso una delle più belle canzoni scritte in assoluto dai Saxon. Il basso di Steve Dawson seguito ritmicamente da Pete Gill risulta il viatico iniziale del pezzo, su cui si aggiungono tre chitarre (una ovviamente in overdub): infatti, sia Oliver che Quinn si uniscono con asce ritmiche suggellando un inizio veramente d'atmosfera, entusiasmante fin dal primo ascolto. Bisogna aspettare fino a quasi due minuti, prima che Biff attacchi con la strofa; intanto, melodicamente la band ha già suonato quella che è la base musicale del refrain. Dopo la seconda strofa  non troviamo il refrain, anzi il pezzo si interrompe bruscamente: udiamo quindi delle registrazioni in sottofondo, resoconti "in tempo reale", datati ed assai concitati di giornalisti (quelle che adesso chiameremmo "breaking news" ), prima che un bellissimo ed elettrico solo di Graham Oliver ipnotizzi letteralmente l'ascoltatore. Finito il solo, la band torna a marciare con il riff portante fino all'ultimo chorus, fino al finale netto sancito dai piatti di Gill. L'impressione, ascoltando bene la voce di Biff, è che sia stata filtrata in studio per renderla quasi un voce narrante da televisore, come quella dell'anchorman di un qualsivoglia notiziario. Inutile ricordare al lettore che l'una di pomeriggio del 22 novembre del 1963 a Dallas, sono l'ora, la data e il luogo della morte per assassinio di John Fritzgerald Kennedy, all'epoca presidente degli USA.  Un delitto che ovviamente fece il giro in tutto il mondo, vista l'importanza del personaggio, e che non lasciò indifferente neanche Biff, il quale scrisse in tema questo splendido pezzo. Quest'ultimo non si configura, ovviamente, come un giudizio sulla politica di Kennedy o come un'analisi della indagini; piuttosto, abbiamo la cronaca di quello che successe in quella tragica giornata a Dallas. Biff inizialmente descrive il punto di vista dell'assassino: la piazza è affollata, e sul privilegiato punto d'osservazione egli  inizia ad assemblare il fucile, aspettando il passaggio della macchina presidenziale, dopo aver acceso prima la radio. Un'esplosione di rosso sangue in testa, urla di confusione e l'eco di colpi nell'aria , la Cadillac accelera e la polizia invade le strade, nessuno può credere a quello che è successo. Il mondo è scioccato da questa tragedia , siamo tutti seduti attorno alla TV, osservando gli sviluppi della drammatica vicenda. Quante volte, anche nella nostra testa, ricordiamo quelle tragiche immagini in bianco nero, rese celebri anche dal film di Oliver Stone , "J.F.K."?  Come già accennato nelle precedenti recensioni, i Saxon piacciono anche per queste composizioni che descrivono fatti storici di cronaca , elemento sin da sempre presente nella loro discografia. Ed è interessante, infatti, vedere come la band inglese riesca a racchiudere in una sola canzone tutte le sensazioni e i dolori di quei momenti, sia da parte dei presenti che del mondo incredulo.

Denim & Leather

Arriviamo così alla conclusione della raccolta con la title-track del suo album omonimo, "Denim & Leather - Jeans e Pelle": l'andamento blues delle chitarre di Quinn e Oliver si adatta perfettamente ad un ritmato headbanging, facilitato anche dal ritmo perfettamente sincopato del basso e delle batteria, mentre Biff inizia a descrivere nelle liriche quello che sono le giornate-tipo del metallaro medio di quei meravigliosi anni. L'andamento classico strofa più chorus, ripetuto diverse volte, viene interrotto da uno dei più bei solo di Graham Oliver. Il finale vede dei cori del ritornello a dirla tutta un po' eccessivi, altisonanti, questo perché registrati in studio insieme a fortunati fan estasiati, i quali nella loro concitazione (più che comprensibile, ci mancherebbe!) hanno creato non volendo un effetto leggermente cacofonico; tutto questo dà vita ad un carosello di ritmi e note che si stampano subito in testa, ormai chiunque, considerando anche il significato che ha preso il brano nel tempo, riconosce quel riff iniziale, così come l'andamento generale della canzone... e non appena quest'ultima viene accennata, siamo già tutti con le mani al cielo. All'inizio della recensione parlavo di canzone-manifesto dell'heavy metal: giudicate voi dalle liriche. Biff ci domanda retoricamente dove fossimo nel '79, quando tutto ha avuto inizio, quando "la diga ha ceduto" (usando una bellissima metafora). Si indossavano i jeans in denim, si indossavano giubbotti di pelle, si correva per stare in prima fila davanti al palco, si leggeva la rivista preferita dalla fine fino all'inizio per cercare la propria band preferita e per sapere dove suonava. Si faceva la fila tra ghiaccio e neve per comprare il biglietto, si cercava il proprio negozio di dischi di fiducia... non è questa, cari lettori più attempati, la vita del metallaro medio prima dell'avvento di internet? Ancora, proseguendo nelle liriche : chi di noi non sognava di diventare un guitar-hero, magari un bassista, di imparare a suonare la batteria, oppure di essere un cantante come Biff, stando orgogliosamente dinnanzi a folle oceaniche? "Jeans e Pelle ci hanno uniti, eravate voi durante gli show che liberavate il vostro spirito". Quando Biff ci chiede (retoricamente, nel testo) se ascoltassimo la radio tutti i venerdì sera, troviamo un chiaro riferimento al palinsesto della BBC Radio di allora; c'era un popolarissimo programma chiamato appunto "The Friday Rock Show", condotto per moltissimi anni da Tony Wilson e che trasmetteva del buon rock, oltre che concerti in diretta. "Denim & Leather" diventò ben presto un pezzo inamovibile dalle set-list dal vivo dei Saxon, ed è impossibile non identificarsi genuinamente nelle liriche. La passione per la musica metal è qualcosa di viscerale, una devozione totale per la propria band preferita, non esistono paragoni con altri generi musicali. Questa è una canzone che di fatto celebra il matrimonio blasfemo tra il pubblico e la band, i rituali e le gesta di una comunità che libera se stessa, esorcizza le proprie frustrazioni quasi in maniera terapeutica attraverso i concerti. I Saxon erano popolari in quegli anni anche proprio per una sorta di identificazione della classe operaia, media, nella quale tanti ragazzi potevano rivedersi.

Conclusioni

Tirando le somme, "Strong Arm Metal" non è né la migliore né la peggiore delle raccolte targate Saxon. Buoni pezzi, buona scelta, una compilation divertente e coinvolgente, la quale riserva senza dubbio delle piacevoli sorprese ed attimi di divertimento. Di fatto, a renderla notevolmente più di spicco rispetto alle altre, è il suo status di "prima in assoluto", essendo infatti il primo vero "punto di incontro" di ogni album dei Saxon fino all'epoca composto. Tuttavia, nonostante possa definirsi un importante capitolo della discografia sassone, pur non rasentando certo la perfezione totale, come ogni compilation "Strong Arm Metal" non risulta esente dalle normali critiche che ogni fan muoverebbe nei riguardi di simili lavori, a prescindere dalla band chiamata in causa. A mio avviso, ad esempio, risulta curioso (se non proprio incomprensibile) che pure essendo uscita nel 1984, "Strong..." non contenga pezzi tratti dal meraviglioso "Power & the Glory", uscito l'anno precedente e - per quel che mi riguarda - il disco più bello mai registrato dei Saxon, sicuramente il migliore degli anni '80. Confermo e sottoscrivo, anche migliore dei celebrati secondo, terzo e quarto album. Sarebbe stato bello omaggiare quel capitolo, se non altro per creare un discorso più ampio e decisamente più completo. Di certo, questa compilation segna una linea quasi di confine, sostanzialmente, ottenendo perciò un valore aggiunto; parliamo infatti di dieci brani che rappresentano il massimo dei primi quattro anni di carriera della band, celebrati anche in molti libri sul metal, definiti per forza di cose "gli anni d'oro". "Wheels of Steel", "Strong?" e seguenti? giudicati all'unanimità come gli album protagonisti della New Wave of British Heavy Metal, e non sarebbe potuto essere altrimenti. Più volte lo abbiamo ricordato (e sono le stesse parole pronunciate del master mind della band, impresse nero su bianco nella sua auto-biografia): avessero avuto, i Saxon, un manager migliore e produttori in studio migliori, i Nostri avrebbero veramente potuto sfidare gli Iron Maiden in quanto a popolarità. Se, infatti, nei primissimi anni '80 le due band erano partite praticamente all'unisono assestandosi quasi sullo stesso livello di vendite e di successo, ma mano che gli anni '80 sono proseguiti la band di Steve Harris ha conosciuto un'escalation a dir poco impressionante, mentre i Saxon si sono prima assestati per poi procedere verso un lento declino di popolarità. Splendido il loro clamoroso ritorno, composto da tanti buoni album, mentre la stampa specializzata li ignorava a scapito delle nuove "mode" del metal. Ecco, "Strong..." ci fornisce un bello spaccato - anche se incompleto - circa le reali potenzialità di una band che avrebbe potuto far faville, se fosse stata messa in condizione di farlo. Tornando alle raccolte, sicuramente quella della EMI del 1990 sarà più completa poiché contenente tante altre gemme fino a "Destiny" del 1988, chiudendo di fatto un epoca gloriosa. Un'epoca soprattutto celebrata da noi italiani, da sempre al fianco dei motociclisti sassoni in virtù dell'apprezzamento che loro hanno sempre dimostrato nei riguardi del nostro paese. Ce lo ricordiamo, lo sappiamo bene, continuiamo a vederlo: i Saxon non si sono mai arresi; la loro fortissima stretta metallica, il loro braccio d'acciaio, continuano a cingerci oggi in maniera più forte e veemente che mai. Come giudizio finale, pur valutando questa raccolta in maniera più che positiva, direi che non possiamo comunque assegnarle il massimo dei voti come tutte le canzoni in essa contenute meriterebbero; questo perché, forse, "Strong Arm Metal" risulta leggermente scarna di contenuti, sia come booklet e info in generale, sia come materiale inedito quale può essere un traccia nuova, demo o live che si voglia, chicche spesso inserite per invogliare all'acquisto del prodotto. Nel corso della loro carriera avremo raccolte più accattivanti... dunque, non ci resta che aspettare.

1) Strong Arm of the Law
2) Wheels of Steel
3) Never Surrender
4) 747 (Strangers in the Night)
5) Frozen Rainbow
6) Motocycle Man
7) Stallions of the Highway
8) And the bands played on
9) Dallas 1 p.m.
10) Denim & Leather
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