SAXON

Battering Ram

2015 - UDR

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
14/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Con precisione chirurgica, la storica band dello yorkshire pubblica, a distanza di due anni dal precedente "Sacrifice", il suo nuovo capitolo discografico, dal titolo "Battering Ram"; uscito ancora sotto l'egida dell'etichetta tedesca UDR, come "tradizione", sin dai tempi del rilascio di "Call to Arms" (2011). Un video realizzato appositamente per la titletrack "Battering Ram" (di seguito primo brano dell'album), già da settimane accompagnava l'allora imminente uscita del disco, recando con sé alcune info circa il team di produzione scelto dai Saxon; i quali decisero di giocare letteralmente in casa, decidendo di registrare negli studi di Andy Sneap, oramai notissimo producer inglese (collaborazioni con Megadeth, Overkill, Exodus, Testament...)  nonché chitarrista attivo e militante in una band storica della N.W.O.B.H.M., i misteriosi ed inquietanti Hell. Un contesto a dir poco "bucolico", quello nel quale Biff e soci hanno deciso di immergersi. Uno studio situato nelle campagne tipiche dell'Inghilterra più rurale, nel Derbyshare. Basta dare un'occhiata alla location, lo si intuisce dai tetti dalle tipiche strutture in legno, assai caratteristiche. Sappiamo poi, per certo, che gli studi dell''ex chitarrista dei Sabbat sono stati ricavati da ex fienili o stalle. Insomma, un contesto "casalingo" nel quale i Nostri hanno potuto respirare appieno la vera essenza delle loto terre, quella più schietta e sincera. Trovando la tranquillità tipica di certi luoghi, beneficiandone per tutto il tempo occorso per la completa realizzazione di "Battering Ram". Ad acuire questa "voglia di casa", da notare il fatto che sul disco sia presente - in qualità di ospite - uno dei figli di Biff, di nome Seb Byford, voce nei cori dei brani "Queens of Hearts" e "Stand your Ground". Di David Bower (cantante degli Hell) invece è la voce narrante presente nei brani "The devil's footprint" e "Kingdom of the Cross": nel primo caso, inquietante e teatrale, nel secondo caso ben più pacata e delicata. E a ragione, visto che quest'ultimo pezzo è stato scritto da Biff in memoria della vittime della Grande Guerra, a cento anni esatti (1915-2015) dallo scoppio. Il testo era già stato anticipato sul web e non si era capito se Biff volesse utilizzare questa canzone magari su un suo possibile lavoro solista. Invece, la ritroviamo su questo "Battering Ram" come ultima traccia, con Biff presente (come voce solo) nel chorus. Un  grande pezzo di cui parleremo nel dettaglio più avanti. Per quel che concerne il resto della line-up, invece, niente scossoni. Troviamo quindi i veterani Paul Quinn, Nibbs Carter e Nigel Glocker ben saldi nelle loro postazioni (chitarra, basso e batteria) affiancati da Doug Scarratt alla sei corde. Un'occhiata come sempre all'artwork di copertina, che ritorna ad essere appannaggio totale dell'oramai grande amico dei Saxon, Paul Rayomond Gregory, conosciuto ai tempi di "Crusader" (1984) ed collaboratore artistico del combo inglese per quasi trent'anni, seppur a fasi alterne. Sotto l'enorme logo della band, di colore rosso, su uno sfondo violaceo irrompe (abbattendo un cancello) un ariete la cui estremità culmina in un teschio cornuto. Sotto, troviamo la scritta del titolo in bianco, mentre ai lati vi sono due torce che ardono e due teschi di demoni posti ai lati dell'arco del cancello sfondato. In tutta franchezza, posso dire di apprezzate quasi di più la back cover: la quale mostra una foto in bianco e nero dei cinque Saxon, intenti a godersi una pausa (presumibilmente) dopo lunghe sessioni di registrazione. Li troviamo quindi a loro agio in un contesto informale, attorno ad un tavolo, con lattine di birra e vino; l'immancabile motocicletta quasi in primo piano sulla sinistra, sullo sfondo la Union Jack. Insomma, tutti gli elementi che definiscono la loro vita metallica. Bandiera inglese, motociclette, libagioni, voglia di divertirsi. Questi sono i Saxon e continuano imperterriti a mostrare sempre il solito atteggiamento, nonostante siano in giro da quarant'anni precisi. Appoggiante qua e là, nella foto si trovano anche un paio di chitarre, simbolo supremo della musica Heavy Metal. Un'altra bella foto, inserita nella versione gatefold del vinile, vede i Saxon in tutta la loro "anziana fierezza", con le lunghe chiome grige di Byford e Scarratt, Paul Quinn e la sua immancabile bandana... i volti scavati da rughe ma maledettamente "veri" di Nigel Glockler e di Nibbs Carter. Che sarà anche il più giovane ma  anch'esso risulta oramai quasi cinquantenne. Grande verità, foto che lasciano trasparire una fierezza fuori dal comune. Eppure, ci sembrano eternamente giovani, così volenterosi e carichi (anche e soprattutto dal vivo!) che quasi non ci accorgiamo di avere fra le nostre mani un loro disco datato 2015. L'ultimo in ordine cronologico, speriamo non l'ultimo e basta. Proprio perché questi alfieri del Metallo non hanno deciso (scelta nobile e coraggiosa) di adagiarsi sugli allori, di sfruttare stilemi ormai triti e ritriti. Ogni disco, e "Battering Ram" non fa eccezione, trasuda passione e capacità di rimettersi in gioco ogni volta, grazie a testi e canzoni per nulla scontati o fini a loro stessi. Bando dunque agli indugi, e tuffiamoci alla scoperta di quest'ultimo lavoro targato Saxon; con il consueto approccio track by track.

Battering Ram

Ci approcciamo al primo pezzo e subito constatiamo la ferrea volontà dei Saxon di non fare prigionieri! "Battering Ram (Ariete)" parte dapprima con arpeggi suggestivi, ben ricamati dalle due chitarre di Quinn e Scarratt, adagiati su percussioni brillanti di Glockler. Tutto questo, prima di normalizzare il riffing work e renderlo costantemente serrato e sul pezzo, accompagnando le energiche strofe cantate da Biff. La canzone è veloce e conosce uno fase di stop giusto per preparare il cantante a ripetere nel coro "like a battering ram!!", da gridare tutti a squarciagola. Il suono, come sempre, è magnificamente convincente e ben curato; come tradizione delle produzioni di Andy Sneap, del resto, vera e propria personalità del mixer. Prima dei solo, Biff grida alcune strofe sì epicamente, lanciando veri e propri cori che faranno sfracelli dal vivo ("fatemi sentire il vostro grido di battaglia !"), costruiti apposta per incitare il pubblico. Assoli ben bilanciati e ultimo assalto alla baionetta di tutta la band , ultimo chorus come tradizione allungato in più ripetizioni del titolo con ultime urla e finale preciso con batteria, basso e chitarre a chiudere. Nel testo, Biff si diverte scherzosamente a creare una metafora in cui combattenti e soldati al fronte non sono altro che gli stessi fan presenti ad un concerto. Giungono con le loro navi da guerra alla chiesa del metal, tutti uniti sotto un'unica bandiera. Lasciate che la vostra voce sia forte come una sola, stando in piedi dietro le barricate , preparate voi stessi per quello che vi attende. Le mura vibreranno stanotte, al suono dell'orda urlante. I decibel si alzano, le note volano in alto, a riempire completamente la sala. Sei pronto a cominciare? Lascia che il tuo martello da guerra vibri i suoi poderosi colpi... proprio come un ariete! Sorprendente come Biff riesca con termini epici a rendere viva la passione del fan: immaginatevi chi è davvero in prima fila a difendersi davanti alla barriere, dalle orde di riff e pattern di batteria che attaccano come arieti! Fino all'apoteosi tipica del feeling instauratosi tra cantante e pubblico, quando Biff dice, infiammando ancor di più l'auditorio: "lasciate che le nostre voci riempiano la sala, come non è mai successo prima. Fatemi sentire l'urlo di battaglia, fatemi sentire l'urlo di battaglia, fatemelo sentire... uno per tutti!".

The Devil's footprint

Una narrazione inquietante funge da prologo per la cupa e dinamica "The Devil's fooprint (Le impronte del Diavolo)". Narrazione non a caso affidata all'istrionico David Bower, cantante degli Hell, storica band inglese nota per il suo manifesto amore per l'occulto per tematiche esoteriche nonché misteriose. David, che è solito truccare il suo viso a mo' di fantasma, indossando provocatoriamente una corona di spine o spesso presentandosi in scena travestito da Baphomet (con tanto di lunghissimi trampoli), risultava per forza di cose l'uomo giusto per introdurre questo pezzo. "Era l'anno del Signore 1855, la neve fioccava in maniera massiccia...". Un riff distorto (quasi alla Mercyful Fate) di Doug Scarratt apre le ostilità prima che Nigel e Nibb costruiscono un base malefica su cui Biff canta i maniera brillante, ripetendo il titolo per due volte in occasione del refrain. Il bridge è sottolineato da un tappeto di keyboards in sottofondo; dopo la secondo strofa, Biff (cattivissimo come tutta la band) ammette di aver scorto il male, mettendosi nei panni di uno dei protagonisti. "Ho visto il Diavolo cavalcare stanotte.. prendete le vostre spade e rimandatelo all'Inferno, ricacciatelo laddove i demoni meritano di stare". Il solo di Doug Scarratt è quanto di più graffiante e veloce si sia udito, prima di un breve interludio melodico che si aggancia all'ultima strofa. Finale con le urla di Biff e il riff distorto iniziale. Un antica leggenda narra che nell'inverno del 1855 (presumo in Inghilterra) furono trovate sulla neve, fuori dalle abitazioni, della impronte enormi e non umane. O comunque, appartenenti ad animali a dir poco grossi e sconosciuti. Delle "spaventose" tracce lasciate da una creatura diabolica crearono dunque paura e panico, gettando le popolazioni di vari villaggi nel caos. Il Diavolo era libero di cavalcare, mettendo a dura prova la fede di tutti. Persone impaurite pregavano Dio che li mantenesse in vita. Eppure, le impronte erano sempre lì, nonostante preghiere su preghiere. Non è mai stato trovato nulla, malgrado le ricerche durassero giorni interi ed anche notti. Nessuno seppe cosa lasciò quelle tracce... i mastini del Diavolo, forse. Non restava altro da fare che mettere al sicuro i bambini e chiudere bene le imposte. Un testo che ricorda molto da vicino leggende popolari, come quella circolata nel Gévaudan (Francia) nella seconda metà del '700, riguardante un gigantesco canide assassino.

Queen of Hearts

Il magnifico e stupefacente terzetto con cui comincia "Battering Ram" si chiude con un mid-tempo preciso e di gusto quasi progressive, intitolato semplicemente "Queen of Hearts  (Regina di Cuori)". Davvero bello l'ingresso delle chitarre, perentorie come cesoie, con in sottofondo un quanto mai adatto tappeto di keyboards a dare quasi un vestito regale, "da festa" a questo brano così rock oriented. Biff, con una voce più suadente e bassa del solito, calibra le strofe con sapienza, prima di un ottimo cambio di tempo del bridge e di un ritornello certo "anomalo" per gli standard dei Saxon ma sublime nella sua particolarità. Seconda strofa e chorus ma, anziché seguire il classico schema, Biff attacca una terza strofa. Dopo il bridge di presenta quindi un vistoso rallentamento, con chitarre acustiche e basso che accompagnano prima le parole del cantante e poi i suoi vocalizzi... o per meglio dire, urla in sottofondo. Quarta strofa in cui udiamo la voce di Biff effettata e modificata e poi bridge e chorus finale. Canzone anomala senza solo, e con questa parte centrale sicuramente originale. Il tema cardine è quello di Alice nel Paese delle Meraviglie, classica favola senza tempo, riportata probabilmente ancora più in auge dai film del visionario regista Tim Burton ("Alice In Wonderland" del 2010), dopo il lungometraggio Disney datato 1951. Tornando alle origini, "Alice in Wonderland" e "Alice through the looking glass" sono due libri scritti da Lewis Carroll (1832-1898) che narrano appunto le vicende della piccola Alice, protagonista di avventure fantastiche in mondi immaginari. I Saxon ci parlano dunque di uno dei personaggi incontrati da Alice nel corso del suo viaggio nel "Paese delle Meraviglie", la Regina di Cuori; dispotica e tirannica, la quale aveva  il vizio di decapitare chiunque non la pensasse come lei o semplicemente commettesse un piccolo errore. La regina di cuori è lì, da sola, controlla attentamente tutto ciò che succede. Il suo regno è un'enorme scacchiera, e l'incauto giocatore è perso in una rete d'astuzia e d'inganno. L'alfiere si inginocchia lì nel suo angolo, pregando per la sua anima. I cavalieri lo sostengono, per osservare come la partita si svolga. Dobbiamo stare attenti a dove camminiamo, potremmo perdere la testa per quella regina rossa! La regina rossa, la regina di cuori . E' lei, la regina di cuori. Che, in questo testo, appare anche ed estremamente più seducente di quanto non lo sia mai stata.

Destroyer

ll quarto pezzo, "Destroyer (Distruttore)" non è assolutamente un filler, tuttavia non si discosta molto da ciò che venne proposto dai Saxon anche nel precedente album "Sacrifice". Se i primi tre brani, infatti, erano piaciuti anche per un certa varietà di tema, i successivi due sono più in linea con quello composto dalla band negli ultimi anni; buoni pezzi ma non eccelsi. Non certo una colpa, sia chiaro: del resto i Saxon ci hanno abituato sempre molto bene, e non è raro trovare un qualcosa di particolarmente funzionante anche in brani che all'apparenza risultano più semplici e forse leggermente meno articolati di altri. La più grande qualità "Destroyer" è insita nel suo essere brano molto diretto e aggressivo fin dal diabolico riff iniziale, solito lavoro pregevole della coppia Scarratt / Quinn, con Biff che aggredisce le strofe con la consueta bravura. Cambio di tempo durante il bridge e poi un chorus molto diretto, più un finale letteralmente indemoniato, ben scandito da delle urla totalmente fuori controllo emesse da Biff. Il solo è tutto ad appannaggio di Doug Scarratt, come al solito eccellente in questa fase. Non sappiamo poi molto della figura del "Distruttore" qui cantato, né riusciamo a capire a cosa mai si riferisca di preciso Biff, autore del testo. Nelle liriche si parla infatti di una figura fatta di carne e ossa, tuttavia assumente anche le caratteristiche cibernetiche di un robot drone. Non ha un né un anima né un cuore, il suo unico intento è quello di ucciderci tutti. Portatore di desolazione e di annichilimento, piombando giù dal cielo in maniera inquietante e maestosa. Non c'è nessun luogo in cui scappare, nessun luogo dove nascondersi. Un Distruttore che proviene dal lontano spazio per eliminare la razza umana. Nessuno vivrà abbastanza a lungo da assistere al sorgere del prossimo giorno, il nostro futuro è scritto e segnato. Un Armageddon su gambe, una macchina assassina. Nessuna protezione dai suoi terribili raggi laser, con i quali è in grado di vaporizzare qualsiasi cosa nell'arco di un battito di ciglia. Il Distruttore che scriverà la parola "fine" sulle nostre esistenze. Come sempre la letteratura fantascientifica ma più probabilmente qualche film di genere deve aver ispirato Biff nelle liriche, quanto mai pessimiste ed in linea con molti temi tipici dell'arte sci-fi.

Hard & Fast

"Hard and fast (Tosto e veloce)è un altro pezzo veloce e diretto, in linea con quanto espresso dal brano precedente. Risulta chiaro, in questa prima metà, l'intento dei Saxon: donare un giusto connubio fra varietà ed aggressività più prevedibile, presentandoci brani più "atipici" ed altri - invece - più schietti e sinceri che mai, in grado di trascinarci in un bel vortice di potenza nuda e cruda. Troviamo sempre le chitarre intente a creare suggestivi passaggi Heavy old style, con il gruppo che decide di tributare la propria imperitura vena inglese, suonando di fatto come solo dei veterani dovrebbero fare. Unica pecca, l'originalità anche qui lascia un po' a desiderare, facendo assurgere "Hard and fast" ad un qualcosa di certamente imponente ma comunque già sentito. Piacevole, ma nulla di più. L'ottimo lavoro in fase di produzione un po' nasconde la monotonia, mentre nella parte centrale vi è un pregevolissimo passaggio armonico delle chitarre, con il primo solo di Paul poi doppiato da Doug. Ultima strofa + chorus, che viene preceduta dal bridge ripetuto due volte. Il finale vede ancora un bellissimo solo di Paul a chiudere, sino all'improvviso cambio di tempo finale che mi ha ricordato qualcosa di epico alla Judas Priest, un finale che dunque conferisce un pizzico di varietà ad un brano altrimenti troppo monocorde. Anche liricamente parlando non ci troviamo dinnanzi a niente di nuovo, se non al classico e, immancabile negli album dei Saxon, tributo alla velocità in senso lato. Guidando a cavallo di un bolide d'acciaio verso l'alba, senza nessuna preoccupazione, correndo veloci e perdendoci in quest'aria che ci viene incontro, prepotentemente. Vediamo il mondo e la giornata scorrere come in un flash, come se fossero il proiettile di una pistola. Guidiamo fieri ed indomabili, sentendoci liberi. Andando veloci, alla velocità del fulmine. Tosti e veloci, spingendo la nostra gloriosa due ruote sino ai limiti dell'umano. "Correndo su e giù per la highway, il motore funziona perfettamente, non c'è niente di meglio al mondo, il massimo del piacere. Ascolta alla radio la tua canzone preferita, il rock 'n' roll non morirà mai... basta tenerlo sempre vivo!". Vivo come un fuoco da vivacizzare, sempre.

Eye of the Storm

Il forte boato di una tempesta è la normale nonché naturale introduzione a "Eye of the storm (L'occhio del ciclone)", brano il cui titolo non lascia molto spazio all'immaginazione: un bellissimo riff epico irrompe, precedendo l'ingresso di tutta la band anche grazie ad un ottimo lavoro dietro le pelli di Glocker. L'andamento della canzone è molto lineare, come del resto in tutto l'album; i Saxon (in particolare negli ultimi dischi) badano molto al sodo, stando attenti a non perdersi in troppi preamboli o comunque aggiungendo orpelli che minerebbero la loro volontà di risultare sempre diretti e mordenti. Metal classico, molto teutonico a dire il vero (in questo brano s'intende, non in generale), dotato di un sound reso travolgente grazie al sapiente lavoro di Sneap alla consolle. Nessuno volo di fantasia nemmeno nel timing dei pezzi, che si attestano tutti sui 4 minuti circa. Anche "Eye..." non fa eccezione. In fondo, la differenza tra (nome a caso!) Iron Maiden e Saxon sta proprio (anche) in questa scelta: se da un lato i Maiden hanno allungato decisamente i tempi, grazie all'aggiunta di lunghi prologhi e passaggi musicali articolati, la band di Quinn e Byford punta più sull'impatto devastante del riff dominante, con canzoni decisamente più classiche e brevi. Dopo il secondo chorus un ottimo interludio strumentale precede il solo di Scarratt, seguito da quello di Quinn; un altro passaggio strumentale vede in evidenza notiziari disastrosi in cui si annuncia l'arrivo del ciclone devastante. Ultimo verso e chorus con Nigel il quale, con china e doppia cassa, sottolinea l'accelerazione finale. Rimanere... o correre? Dobbiamo decidere ed anche in fretta. La furia degli elementi sta per abbattersi su di noi e non abbiamo tempo per perderci in dubbi di tipo amletico. Rimanere potrebbe essere un suicidio, ma avremo il tempo di correre via dal tornado? E se questo ci travolgesse nel mezzo della strada? Forse, scappare nei nostri rifugi sotterranei è la migliore delle scelte. Eppure, siamo ancora combattuti. Bisogna spostarsi rapidamente verso riva, dicono, l'uragano è alle porte. La tempesta nasce dal mare, distruggendo tutto quello che incontra, la rabbia dei cieli si scatena in libertà, la pioggia cade inesorabilmente. Niente ferma questa forza mortale, nessuna fuga a quanto pare sarà concessa. L'occhio del ciclone è onnipresente, tutto vede e nulla gli scappa. Lo sguardo sadico e soddisfatto di chi sta per compiere la più devastante delle calamità.

Stand your ground

Pochi secondi e "Stand your ground (Non arrenderti)" parte subito come up-tempo pimpante e scalpitante, un brano che ricorda quelle cavalcate spettacolari sfoggiate dai Saxon nei primissimi dischi. La base ritmica Carter / Glockler è un motore devastante su cui armonizzano le chitarre di Quinn e Scarratt, Biff canta molto bene, anche nel bridge che precede il vero ritornello. Doug e Paul come sempre si alternano nei solo, il secondo con un scala di note piuttosto classica e melodica, poi tutto rallenta e protagoniste divengono delle tastiere caratterizzate da suoni piuttosto anomali per i Saxon, prima del ritorno di tutta la band per l'ultimo assalto. Insomma, un brano anche questo diretto e lineare ma ben più convincente dei precedenti, mostrante anche qualche piccola novità (le tastiere) e non annoiando certo, anzi. C'è da dire, parlando più prettamente a livello lirico, che Biff Byford sicuramente può essere definiti come uno strepitoso scrittore di canzoni. Ma proprio perché da tempo immemorabile possiede il monopolio della scrittura delle liriche, tende diciamo a seguire quattro o cinque filoni dei quali sta finendo con l'abusarne. "Stand your ground" parla di come nella vita bisogni combattere per i propri diritti e non lasciarsi demoralizzare dalle avversità; pezzi come "Stand up be counted", "Never Surrender" e la più recente "Surviving against the odds" avevano già detto molto in merito, un tema al quale Biff tiene molto, recante messaggi sempre molto positivi, come in questo caso. Se ci sentiamo deboli e vicini alla sconfitta ed il nostro desiderio di vincere se n'è andato... è allora che dobbiamo insistere. Cerchiamo di fare un passo avanti, avendo fiducia nei nostri mezzi e nelle nostre idee. Non dobbiamo ritirarci, non diamoci per sconfitti, tutti viviamo per combattere un altro giorno di più. Dobbiamo smetterla di pregare ed agire celermente, in maniera subitanea. Quando siamo in cima ad un muro e stiamo solo aspettando di cadere... è lì, in quel momento, che dobbiamo insistere. Tutto sembra girare storto: a cosa serve dire la verità se tutto quanto sembra una menzogna? Eppure, dobbiamo andare avanti. Se cercano di trascinarci verso il basso, non dobbiamo lasciarli fare. Non molliamo la presa, non arrendiamoci!

Top of the world

Un stupenda ed isolata chitarra apre a tutta la band per un passaggio super-melodico, all'inizio di "Top of the World (In cima al mondo)". Anche in questo caso i versi sono cantati con la giusta teatralità da Biff, rapidi e veloci prima del chorus dove la chitarra armonica segue il vocalizzo del bravo singer. Questa volta è il solo Doug che si prende decisamente il suo tempo, estendendosi in un classico sfoggio di Heavy in puro stile Scarratt, prima dell'ultima strofa e del coinvolgente chorus, certamente ben studiato ed in grado di incalzarci il giusto che serve. Il finale è ad appannaggio del solo Paul Quinn, fino a chiudere. La semplicità delle volte è l'arma migliore e come già detto i Saxon ne fanno la loro personale crociata (il riferimento ad una loro popolarissima canzone nonché album è voluto, ci tengo a precisare): canzone piacevolissima nella sua linearità e nel suo non mostrare particolarismi degni di nota, per altro accompagnata da un testo molto interessante. Potremmo parlare questa volta della sindrome della solitudine dell'alpinista; sì, perché "in cima al mondo" è proprio un omaggio a chi ha violato le vette più alte del pianeta tra mille sofferenze e fatiche. Alla conquista di gigantesche formazioni rocciose, lì, da soli, senza il supporto di nessuno se non di noi stessi. Le montagne attendono il nostro arrivo: neve e ghiaccio, roccia di granite. Un solo errore, ne siamo consapevoli, ed il nostro destino sarà cadere nel vuoto. Eppure teniamo duro, la sommità non è stata ancora conquistata, preso affronteremo il test finale. Lì non troveremo ossigeno, potremo solo respirare quell'aria gelata. Il luogo dove la Terra incontra il cielo, la cima del mondo. Nella terza strofa Biff cita l'Everest, quindi penso che la canzone sia un omaggio ai pionieri della prime mitiche scalate della montagna più alta del mondo. Precisamente, nella frase "Il tuo corpo urla per la mancanza di riposo ma nessuno può sentirti, lì sull'Everest".

The End

Mancava fino ad ora il classico mid tempo "senza impegno" firmato Saxon; e leggendo le liriche di "The End (La fine)" , devo dire che la canzone contiene anche qualche elemento malinconico, quasi che anche i Saxon, come i Judas Priest sull'ultimo "Redeemer of Souls" annuncino quasi un imminente addio. Naturalmente si tende sempre a non pensarci, ma gli anni passano... ne parleremo comunque tra poco. Come dicevo, un riff dal flavour blues accompagna l'inizio della canzone e il ritornello mentre le strofe sono accompagnate da accordi più lenti, con la voce quasi triste di Biff: come nella parte centrale, dove un rallentamento e una sorta di ritmo da marcetta accompagna il singer mentre parla "di sentire il dolore". Ripartirà seguendo la sua strada, un domani... e non sa se tornerà ancora, c'è un sentimento nel suo cuore che deve per forza di cosa seguire. Lasciando tutto, sicuramente, sentirà il dolore vero sciogliersi lentamente nel suo petto, non lasciandogli scampo. Questo è il suo, il loro mondo, è quello che i Saxon sono. Non cambierebbero comunque una virgola di ciò che sono, ma vogliono comunque sapere se saremo con loro sino alla fine. Molti hanno già percorso tali sentieri, si sentono loro voci, le loro eco bisbigliare nel vento. Il pifferaio suona la sua sinfonia inesorabilmente, e bisogna seguirlo, nessuno può sapere cosa porterà il futuro. Aggiungo: i Saxon ora come ora sono ancora una corazzata vincente dal vivo, assolutamente un esempio per band più giovani... però chiaro il fatto che Biff e soci, sul loro tour bus, riflettano su come non sia detto che l'anno dopo ritornino ancora in quella città. Realisticamente gli anni passano e le fatiche aumentano; un pizzico di nostalgia e malinconia pervade il frontman, pensando anche ad amici che non ci sono più. Tuttavia, non pensiamoci, cari lettori. Un mondo senza Saxon sarebbe un trauma per chi vi scrive.

The Kingdom of the Cross

Triste è anche "Kingdom of the Cross (Il Regno della Croce)", un omaggio ai caduti della prima guerra mondiale, principalmente a quelli morti nella battaglie di trincea nelle Fiandre. Biff ha scritto una poetica canzone che ha lasciato,come dicevo in apertura, narrare (più che cantare) a David Bower. L'inizio di chitarra è molto liturgico e soffuso, Nigel tiene un ritmo preciso e ripetitivo su cui si narrano i versi. La trovo una canzone molto indovinata e suggestiva, nel chorus interviene anche Biff Byford il quale sottolinea un passaggio chiave del testo: "Sventoliamo le bandiere e diciamo addio ad una generazione perduta, hanno marciato nella storia. Verso il Regno, il Regno della Croce". Musica perfettamente in linea con quanto narrato, un toccante pezzo incredibilmente devoto ad una causa, quella "militare", molto cara a diversi gruppi Heavy Metal. Il tributo definitivo ad ogni tipo di combattente, di ogni schieramento. Tutti uomini e ragazzi uguali fra di loro, inconsapevolmente compagni, con differenti mantelli, giunti nelle Fiandre a combattere e morire. Sentiamo ancora milioni di spiriti gridare, una generazione perduta e amata che non ha mai chiesto il perché di tante atrocità. Del resto, non è mai importato molto ai generali ed ai vari signori della guerra come quei poveretti siano morti. A farne le spese, i loro cari, consapevoli dell'eroismo dei propri parenti, patrioti e combattenti. La croce è dedicata al milite ignoto che non sappiamo chi sia, ma che ricorderemo comunque nel cuore per ciò che ha fatto. Un po' come successe in "Call to arms", traccia del 2011, i Saxon ci regalano un omaggio poetico e commovente a questi soldati, alcuni anche senza nome che hanno combattuto senza chiedersi il perché una della tante guerre assurde intraprese dall'umanità. Ricordiamo solo qualche cifra: la Prima Guerra Mondiale, detta "La Grande Guerra" inizia dopo l'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno del 1914 a Sarajevo, la guerra vede contrapporsi gli Imperi Centrali (Germania, Impero Austro-Ungarico e Impero Ottomano) contro gli Alleati (Francia, Gran Bretagna e Italia, con l'ingresso poi degli Stati Uniti nel 1917), sul campo si calcola che morirono 9 milioni di soldati e 7 milioni di civili (per via anche di carestia e malattie). Nelle Fiandre furono celebri le battaglie di Ypres, dove i diversi fronti si schierano in una logorante e assurda guerra di trincea, con avanzamenti minimi e una vita di stenti e privazioni; furono anche utilizzati gas chimici. L'Italia conobbe una delle più umilianti sconfitte nelle storia con disfatta di Caporetto il 24 ottobre 2017, con l'esercito austriaco che sfondò le linee italiane in ripiegamento fino a raggiungere Udine... ma questa è un altra storia. Credo che Biff volesse rendere indistintamente omaggio alle vittime di qualsiasi parte della barricata fossero.

Bonus Track: Three sheets in the wind (The Drinking Song)

Nell'edizione digipack troviamo come ultima canzone un' allegro pezzo hard rock che parla di bagordi e gozzoviglie. "Three sheets in the wind (The Drinking Song) - Completamente ubriachi (Canzone da bevuta)"... lo si capisce anche dal titolo del brano, emblematico tra parentesi ma anche nel modo di dire "Three sheets in the wind". Espressione che non va tradotta letteralmente e risale al gergo utilizzato nulle navi, dai marinai, quindi traducibile nel verso "Eravamo completamente ubriachi". L'inizio di chitarre e la ritmica risultano subito accattivanti, con Biff che teatralmente dà proprio l'idea di gozzovigliare, un bridge e poi il titolo a chiudere con un solo a collegare il secondo verso. Dopo il secondo verso, Paul Quinn si scatena in suo timico solo, perfettamente in linea con quello che stiamo udendo, decisamente azzeccato e ben inserito nell'economia del brano tutto. Chorus e poi altro solo prima dell'ultimo verso. Biff canta il titolo nel finale con ottimi arpeggi di chitarra alle sue spalle, a ritagliare prima della classica chiusura di tutta la band. Dobbiamo immaginare Biff e il resto del gruppo probabilmente persi in qualche locale in giro per il mondo. Si scherza, si bevono un paio di bicchieri di vino e l'atmosfera si scalda, voci alte, gente che ride in maniera assurda. Un altro drink ancora, la notte è appena iniziata. Immaginiamoci in loro compagnia: uno shot tira l'altro, una pinta, un boccale... e senza accorgercene siamo già fuori di testa. Eppure, nulla può fermare il divertimento ormai assicurato. Ancora vino, ancora birra, dobbiamo deciderci ad andare via da questo pub. Non riusciamo a correre, non riusciamo a parlare, siamo oramai completamente ubriachi. Cominciamo ad averne abbastanza proprio verso la fine della serata, quando un mal di testa bestiale ci ghermisce ed il corpo inizia a... "rigettare" tutto l'alcool bevuto. La testa gira immensamente, il corpo debole e dolorante si accascia. Dormiamo e giuriamo di non darci più a divertimenti così sfrenati. Eppure, qualche tempo dopo, eccoci di nuovo lì. Con i Saxon, intenti a cercare l'uscita del pub, che non troviamo per quanto siamo inebriati dai fumi dell'alcool.

Conclusioni

Arrivati alla definitiva conclusione, non posso fare altro che promuovere con un bel voto questo potente e convincente "Battering Ram". Un disco che non presenterà certo la varietà apprezzata da molti fans "nuova scuola" del movimento Metal, ma che se non altro riesce a convincere per la sua profonda verità e schiettezza; mista ad un'energia scaturita dalla volontà, da parte dei Saxon, di continuare a mettersi in gioco disco dopo disco, senza arrendersi mai. Un entusiasmo che ha dunque fatto in modo di coinvolgere non poco i fan della prima e dell'ultim'ora, donando in pasto al pubblico un platter di sicura efficacia. Vecchia scuola mista a soluzioni più in linea con il periodo più "moderno" dei Nostri, coerenza stilistica ed anche aperture a soluzioni "nuove", in alcuni e sparuti casi. Insomma, un lavoro degno di un gruppo mai invecchiato e sempre, straordinariamente, sulla cresta dell'onda. Cavalieri ed instancabili alfieri di quella N.W.O.B.H.M. che ha visto sparire nel nulla tante band, fagocitandole letteralmente. Alcune, scomparse per forza di cose, per mancanza di stimoli; altre, perché devastate dalla crudele macchina del music business, che nessuno risparmia. Ecco dunque che i Sassoni fanno sentire la propria voce, dimostrando d'aver superato ogni tipo di impedimento "tipico" di determinate formazioni. Mancanza di stimoli e problemi con le etichette: inghippi che i Saxon hanno dovuto affrontare. Eppure, eccoli ancora qui. Eterni giovani nonostante l'anagrafe, ancora volenterosi di dire, di fare. Senza sbagliare un colpo, pubblicando anno dopo anno dischi che oscillano fra il "buono" e l'ottimo lavoro. "Battering Ram" si inserisce dunque a metà di questa ipotetica scala di lavori, dimostrando la sua intrinseca qualità ed il suo status di disco fresco e spontaneo, in grando ancora di dimostrare. Prova superata, anche questa volta! Sull'onda di questo rinnovato entusiasmo i Saxon avevano in programma un tour nei primi mesi del 2016, simile per impostazione ad uno già tenuto negli anni '80, chiamato "Bomber & Eagle"; in cui Biff e soci facevano volentieri da supporto ai Motorhead di Lemmy, con l'aggiunta delle Girlschool. Purtroppo, ben sappiamo come Ian Fraser Kilmister sia deceduto pochi giorni dopo il Natale a Los Angeles, esattamente il 28 dicembre 2015. Aveva appena compiuto i suoi 70 anni. Biff, che è stato per oltre 30 anni amico di Lemmy, è stato duramente scosso dall'avvenimento. Sembra addirittura che abbia scritto una canzone sul sempiterno frontman dei Motorhead, la quale sarà pubblicata sul prossimo album dei Saxon. Commovente è stato il concerto (al quale ero presente) tenutosi allo Sheperd's Bush Empire a Londra con i Saxon che hanno invitato sul palco "Fast" Eddie Clarke, primo storico chitarrista dei Motorhead e ora membro dei Fastway, nell'esecuzione delle celeberrima "Ace of Spades". Non meno emozionante, seppure senza Fast Eddie, anche le versione che gli inglesi eseguirono in quel di Trezzo in una serata assolutamente vincente per Biff che, entusiasta dei cori da stadio ricevuti dal pubblico italiano, ha promesso un ritorno dell'Aquila nelle nostre terre. Incroci con Lemmy a parte, i Saxon sembrano riuscire lentamente ma inesorabilmente anche a crearsi nuovi fans: se negli anni '90 si vedevano solo chiome grigie e fan attempati, ora nelle prime file vi sono giovani irriverenti spettatori, che hanno capito la grandezza e la storia di questa leggendaria band inglese nata nel '79. Il mito della N.W.O.B.H.M, la potenza del metallo che fu. Basta andare ad un concerto dei Saxon per poi non mollarli più: il carisma di questo straordinario leone del metal britannico, le due splendide chitarre, la simpatia e bravura di Nibbs e la classe assoluto di Nigel Glockler. In abiti civili Nigel sembra un vecchietto anche piuttosto claudicante ma dietro le pelli non scherza ed è uno dei più grandi  batteristi che abbia mai visto dal vivo. Un'ultima considerazione, con "Battering Ram" si chiude il lungo sodalizio con il manager Thomas Jensen (uno degli organizzatori del Wacken Open Air), un sodalizio che ha portato molta fortuna alla band e che ha di fatto quasi totalmente germanizzato i nostri Saxon, anche sotto il profilo musicale, senza contare le numerose volte che Biff & soci hanno potuto usufruire del main stage del Wacken per riportare in auge impianti scenografici assolutamente improponibili nei piccoli locali dover normalmente si esibiscono.

1) Battering Ram
2) The Devil's footprint
3) Queen of Hearts
4) Destroyer
5) Hard & Fast
6) Eye of the Storm
7) Stand your ground
8) Top of the world
9) The End
10) The Kingdom of the Cross
11) Bonus Track: Three sheets in the wind (The Drinking Song)
correlati