SAVATAGE

The Dungeons Are Calling

1984 - Music For Nations

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
29/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il debutto discografico dei SavatageSirens, viene seguito a distanza di circa un anno da un EP intitolato The Dungeons Are Calling. La registrazione dei due prodotti, tuttavia, avviene contemporaneamente e nell'arco di un giorno solo, e se non fosse per il limite di spazio offerto dal supporto in vinile - l'avvento del compact disc non si farà molto attendere, ma ancora è una tecnologia che il mondo metal non conosce - le canzoni farebbero tutte parte di un unico full-length. Succede invece che il repertorio composto dalla band fin dal 1979 viene appunto separato e pubblicato in due soluzioni. Nel 2011, per rendere omaggio alle intenzioni iniziali del gruppo, l'album e l'EP sono stati ripubblicati in forma unitaria. La line-up è ovviamente la stessa del disco d'esordio, e comprende Jon Oliva alla voce e tastiere, il talentuoso fratello Criss alla chitarra, Steve Wacholz alla batteria e Keith Collins al basso. In particolare sono i fratelli Oliva, con il saltuario contributo di Collins, a fare la parte del leone nel processo di composizione delle canzoni. Jon, oltre ad essere uno dei vocalist più osannati degli Anni Novanta, è anche un polistrumentista che agli albori della storia dei Savatage ricopre anche il ruolo di batterista, incombenza poi lasciata a Wacholz. Criss è un chitarrista profondamente influenzato da Ritchie Blackmore, Tony Iommi, Uli Roth e Michael Schenker, e si affaccia al giro della musica rock pochi anni dopo la comparsa di una generazione di strumentisti che uniscono alla tradizione chitarristica rock e blues il virtuosismo (a volte anche coltivato tramite l'educazione istituzionale) di derivazione classica: i prototipi di 'chitarrista bionico', capaci di oltrepassare molti dei limiti dello strumento nei primi Anni Ottanta, sono sicuramente Eddie Van Halen e Randy Rhoads. Inutile dire che - seppur non dichiarata - la loro influenza nello stile di Oliva è palese. In linea con Van Halen e Rhoads in primis, e con molti altri axemen della scena ottantiana, Oliva si serve di strumenti Jackson e Charvel (senza dimenticare che i primi sono in realtà una derivazione dei secondi), che mettono da parte la brillantezza blues delle Fender o i toni rotondi delle Gibson Les Paul per spingere il suono ancora più verso la potenza e la distorsione che l'heavy metal classico ha eletto a propria cifra rappresentativa nel passaggio tra gli Anni Settanta e la decade successiva. I Savatage di questo periodo sono, come provato dalla questione del 'finto doppio album', in una fase di creatività spontanea tipica delle band ad inizio carriera. The Dungeons Are Calling è un concept album, fatto abbastanza inusuale nell'heavy classico, che diverrà invece relativamente comune proprio a partire da metà degli Anni Ottanta, e dilagherà soprattutto nelle varie sottocorrenti del metal estremo nonché nel metal del decennio successivo ispirato al progressive rock. La copertina dell'EP aiuta già l'osservatore attento che voglia capire il senso di tale filo conduttore. Una rozza siringa che entra in un teschio umano scarnificato indica - come anche chiarito dalla band anni più tardi - che il disco non ha a che fare con torture e inferno, bensì con gli orrori della dipendenza dalla droga.



La prima canzone, che appunto dà all'EP il titolo di "The Dungeons Are Calling", comincia con una breve sezione acustica cui si sovrappone il respiro affannoso di Oliva, che contribuisce a creare una dimensione angusta e umida molto adatta all'idea di un sotterraneo solitario e pieno di sporcizia - non necessariamente di sporcizia materiale. Durante la parte acustica Oliva canta in modo sommesso e pulito, vicino al sussurro, descrivendo la discesa nel sottosuolo illuminato solo da poche candele e capace di attirare al proprio interno con una forza invisibile. L'esplosione del riff principale della canzone, che semina già il terreno per il materiale musicale di un album cult come Hall Of The Mountain King, coincide con un netto aumento di aggressività nella voce del frontman. Una delle caratteristiche principali di Oliva è proprio il passaggio frequente e con grande teatralità dalla voce pulita ad un suono distorto e compresso. Purtroppo questo particolare orientamento ne provocherà, insieme a fattori di età e di affaticamento fisico dato anche l'impegno cui normalmente sono sottoposti i cantanti rock, un momentaneo tracollo vocale negli Anni '90 e Duemila. La formula dei Savatage si basa su riff trascinanti e vorticosi, spesso collegati l'uno all'altro direttamente senza passaggi di 'lancio', oppure addirittura tramite break interni ai riff stessi. Ciò conferisce alla struttura delle canzoni una cifra di continua tensione che non lascia riposare l'ascoltatore per tutta la durata del brano, complice anche l'estremismo vocale di Oliva che verso la fine di questa prima traccia, per esempio, travalica i limiti del cantato per arrivare a vere e proprie urla, prima che un tappeto di sintetizzatori e il rumore di una saracinesca che sbatte concludano "The Dungeons Are Calling". Il solo chitarristico di Criss Oliva tradisce la particolare ispirazione dai grandi colleghi virtuosi suoi contemporanei, non a caso esponenti della nuova tendenza tipicamente americana di suonare pulito, veloce e con un suono potente e lucido. Il testo - una volta acquisita la chiave interpretativa del concept sulla droga - è facile da capire e descrive la solitudine convulsa di un tossicomane isolato dal resto del mondo e dalle persone a lui più care per colpa della dipendenza, attirato sempre più nelle viscere dei sotterranei bui e maleodoranti in ci lui stesso si è andato a cacciare (interpretabili anche come una metafora per indicare un percorso di decadenza da cui è difficile tornare). Il secondo brano, "By The Grace Of The Witch", sembra provenire da un incrocio fra due band storiche della scena europea - ma che hanno ottenuto un successo clamoroso negli States - Judas Priest e Black Sabbath. A dir la verità, sapendo che The Dungeons... viene pubblicato nel 1984, viene spontaneo pensare che la produzione più pop metal degli stessi Sabbath (quella in cui Iommi, per intenderci, si ritrova praticamente da solo a tirare avanti la carretta) sia almeno in parte influenzata dalla band della Florida. Questa volta non ci sono introduzioni acustiche di sorta, sia il riffing potente che la voce di Oliva vanno dritti al sodo con un sound distorto ed esplosivo, mentre durante il chorus la voce del frontman è accompagnata da un urlo collettivo. Il testo presenta la dipendenza del tossicomane come il sortilegio di una strega, che tiene imprigionate le anime per non dar più loro nessuna possibilità di fuga e redenzione. L'incantesimo, purtroppo, è destinato a spezzarsi solo quando ogni speranza è ormai vana, ovvero quando il malcapitato ci ha già rimesso le penne. Anche da questa canzone, e dalla relativa complessità del testo se si considerano i poco più di tre minuti di durata del pezzo (solo compreso), si capisce come i Savatage abbiano aspirazioni diverse dalla maggior parte delle band statunitensi dello stesso periodo, principalmente concentrate nella celebrazione della vita nel mondo rock e quindi magari più restie a scrivere testi impegnativi o su argomenti complessi e scomodi. "Visions", ancora più breve del brano precedente, descrive una crisi d'astinenza paragonandola alla visione dell'Inferno e del Demonio che lo governa: la mancanza della droga è talmente forte che anche l'accanita resistenza opposta dallo spirito del tossicodipendente è destinata a non durare per molto. "Visions" si mantiene su un ritmo di backbeat veloce ed incalzante, cavalcando un riff semplice, per tutta la durata del pezzo, mentre gil elementi di variazione sono offerti di volta in volta da sintetizzatori e da filler di batteria, per esempio dall'uso del doppio pedale.  "Midas Knight" segna una differenza netta da quanto offerto finora, con una ritmica principale in pesante swing che ricorda - guarda caso - i primi seminali lavori dei Sabbath e degli stessi Priest, unendola però al suono esplosivo ottantiano. Anche questo brano è introdotto da una piccola parte acustica strumentale, seguita immediatamente da acuti di Oliva - una caratteristica portante del brano - che cambia subito le carte in tavola ritornando al timbro sporco ed acido della strofa. Sembra che la band intera abbia mollato le briglie e si diverta da morire: le ritmiche di Criss Oliva sono sempre martellanti, mentre il solo deve molto alla coppia di vecchie volpi Tipton&Downing; la sezione ritmica macina la struttura della canzone come un rullo compressore mantenendo al contempo precisione e potenza, due dei principali punti di forza della band statunitense. Le parole celebrano la venuta di un cavaliere dorato (il riferimento è a Mida, famoso personaggio della mitologia greca capace ahilui di trasformare ogni cosa in oro) che combatte valorosamente contro le forze dell'oscurità, riuscendo a sconfiggerle nonostante sia da solo contro una moltitudine agguerrita. Così come è venuto, il cavaliere se ne va una volta assolto il proprio compito, il che potrebbe essere anche una metafora per indicare l'alternarsi del giorno e della notte, ma più verosimilmente designa l'ascesa del protagonista del concept verso una nuova luce e verso la liberazione dal proprio tormento. Una parentesi di sintetizzatori in pieno stile Vangelis o Giorgio Moroder apre "City Beneath The Surface", il cui riff - ancora una volta veloce ed aggressivo - è preceduto da un breve solo di chitarra. Il sound non cambia molto rispetto al brano precedente: le ritmiche serrate del riff si alternano a lunghe pennate con powerchords che aprono al breve ed incisivo chorus, mentre il solo è decisamente il più elaborato e selvaggio dell'intero EP. "City..." viene chiusa da un'improvvisa frenata che riporta il tempo ad un doom inconfondibilmente sabbathiano, prima che siano ancora i sintetizzatori a chiudere il cerchio e coronare la prova più lunga di questo mini-album. In controtendenza con l'immagine di luce e trionfo espressa nel brano precedente, il testo è la rappresentazione di una città infernale sotterranea - molto simile alla descrizione dantesca di Dite nella Commedia - in cui i peccatori vengono incessantemente puniti e torturati per gli errori ed orrori commessi in vita. A questo punto il concept sembrerebbe smettere di seguire il filo logico della redenzione: forse il protagonista non ce l'ha fatta a vincere la propria personale battaglia contro il demone della dipendenza? Dato che solo il concept dell'EP, ma non il suo completo svolgimento, è un dato chiaro e sicuro confermato dalla band, le intepretazioni che si presentano all'ascoltatore sono plurime... Non ci vuole molta immaginazione per capire che il significato letterale di "The Whip" rimanda ad un rapporto sessuale sadistico, in cui l'uso della frusta è l'ingrediente principale. Può darsi che la metafora, in questo caso, sia quella della totale obbedienza di una delle due parti all'altra: padrone e servitore, droga e drogato. Le coordinate musicali dell'ultimo brano si spostano nettamente dal clima angosciante e cupo delle altre tracce verso un ambiente più vicino al punk e al thrash, fin quasi a ricordare i Mötörhead addirittura nel solo di chitarra e nello stile vocale. Proprio nelle vocals Oliva sembra essere meno efficace e personale rispetto alle tracce precedenti, ritrovandosi quasi a 'parlare' la maggior parte della canzone piuttosto che a cantarla con la propria solita attitudine.



Con The Dungeons Are Calling i Savatage completano la propria prima fatica creativa, iniziata e rappresentata principalmente da Sirens. La band della Florida dimostra di aver imparato in maniera grandiosa sia la lezione Europea che quella Americana, combinando materia proveniente da entrambi i mondi in un calderone di influenze riconoscibili ma che al contempo sa di novità. Chiariamoci, i Savatage non inventano nulla che non sia già stato fatto in precedenza, ma hanno il merito di scoprire da subito il proprio sound autonomo, il proprio marchio di fabbrica. Lo sparo nel buio che fa esclamare "questi non possono che essere loro"... Per una band praticamente all'esordio non è poco, solo i grandissimi del rock ci sono riusciti. Il vero mattatore dell'EP è ovviamente Oliva, provetto compositore di sei tracce da apprezzarsi probabilmente alla luce anche di Sirens e che, nonostante presentino pressappoco caratteri musicali uniformi, sono un manifesto della proposta artistica di Jon e compagnia. Criss Oliva si rivela al mondo del metal come un chitarrista eccezionalmente talentuoso, che combina giustamente le influenze dei più grandi nel panorama mondiale. Criss è ancora lontanissimo dal creare un sound proprio, un sound che purtroppo non si definirà mai a causa di un incidente stradale che lo porterà via insieme alla moglie una decina di anni dopo, nel 1993. Wacholz e Collins lavorano straordinariamente bene nella sezione ritmica, caratterizzando i Savatage con un suono potente e preciso che poche altre band dell'epoca possono vantare. Sebbene non sia una parte conosciutissima della discografia del gruppo americano, questo EP ne è un più che degno rappresentante, e desta ancor più interesse in quanto ponte tra le necessarie influenze (e che influenze...) che ogni grande band palesa agli esordi ed il carattere personale del gruppo stesso. Per chi vuole abbuffarsi al tavolo dei Savatage Anni Ottanta, The Dungeons Are Calling è di sicuro un antipasto da re.









Tracklist



1. The Dungeons Are Calling

2. By The Grace Of The Witch

3. Visions

4. Midas Knight

5. City Beneath The Surface

6. The Whip


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