Savatage

Handful of Rain

1994 - Atlantic Records

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
24/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Nella discografia di ogni gruppo c’è almeno un album che segna un cambiamento. I Savatage di cambiamenti che hanno influito ed influenzato il loro stile ne hanno subiti, di sostanziali, ben due. Uno è quello della sostituzione al canto di Jon Oliva con il giovane Zachary Stevens coinciso con il concepimento e la pubblicazione di Edge of Thorns, mentre l’altro ha un risvolto decisamente più amaro, parliamo della prematura scomparsa di Criss Oliva che ha segnato un grave lutto nel mondo dei Savatage e della musica metal in genere. Il prosieguo della carriera musicale di Jon e della sua band continua, come conseguenza a quel patto stipulato tra fratelli, che se uno dei due non avesse più potuto suonare nella band, l’altro avrebbe continuato a mantenere vivo il progetto. Il posto alla chitarra rimasto vacante viene occupato dall’allora ex (ma non più) membro dei Testament, Alex Skolnick. Big Jon per il nuovo disco compone come sempre tutte le musiche, eccezione fatta per la parte vocale di cui se ne occupa Stevens, e per gli assoli alla chitarra, che vengono concepiti dal nuovo componente, Skolnick. Il 15 Agosto del 1994 i Savatage pubblicano “Handful of Rain”, che contiene nella tracklist la song “Alone You Breathe” dedicata a Criss; il brano viene riproposto anche in versione acustica cantato da Jon  e possiamo trovarlo come bonus track. L’artwork di copertina semplice nella sua concezione, ha una caratterizzazione decisamente affascinante. Un uomo tende le braccia al cielo, avvolto da un turbine di nuvole rossastre; dall’alto un fulmine si palesa nell’oscurità rivelando una flebile cascata di pioggia. Analizzando i testi proposti dai Savatage nel disco, ci troviamo di fronte anche stavolta a riflessioni sulla condizione umana, sulla vita e sulla morte, dove le metafore usate e molto spesso criptiche, ci mettono di fronte alla presa di coscienza che l’esistenza umana è un soffio e tutte le scelte che compiamo durante il nostro percorso, possono indubbiamente influenzare il nostro cammino, il quale è sempre segnato da una sorte alla quale tutti siamo soggetti.. prima o poi. Rispetto al precedente lavoro (Edge of Thorns), se pur Handful of Rain sia un buon prodotto, manca di quell’attitudine stilistica tipica dei Savatage e di Criss; si sente la mancanza di una certa verve e di quella passionalità grintosa che ha caratterizzato quasi tutti i dischi precedenti. Il timbro vocale di Stevens, che già aveva apportato una nuova linea concettuale, abbinato al contributo compositivo di Skolnick, enfatizza una malinconica cupezza del sound alla quale ci si abitua piuttosto in fretta, apprezzando con l’andare dell’ascolto questo nuovo lavoro. La partecipazione di Skolnick nei Savatage dura solo sino al termine del tour Japan Live ’94; lo stile adottato dal chitarrista si discosta così tanto da quello del compianto Criss, da “urtare” la sensibilità ed il gusto dei fans, i quali ne criticano l’operato. Skolnick viene quindi sostituito da Chris Caffery. In Handful of Rain possiamo percepire un nuovo cambiamento; nella traccia “Chance” ci troviamo davanti ad un effetto corale con sovrapposizione multipla della voce di Stevens. Questo “esperimento” verrà adottato in seguito dalla band. Handful of Rain esce per l’Atlantic Records, le tracce contenute sono dieci per una durata complessiva di 49 min. e 29 sec.



I Savatage affidano ai “cobra sarcastici” il compito di iniziare il percorso sonoro del nuovo lavoro. La struttura compositiva è quella classica di strofa e ritornello ripetuti due volte, bridge e solo di chitarra, per chiudere con il ritornello. L’elemento caratteristico che balza all’orecchio sin da subito è quello della batteria: copiosa, incazzata, martellante, che sorregge con autorità tutto il tappeto sonoro e la possente voce del buon Stevens, che dà sfoggio della sua abilità tecnica e vocale con la giusta veemenza, conscio della propria bravura ma che evita di cadere nell’esagerazione, perfetto insomma. La linea vocale si impronta su un mood quasi parlato, molto cadenzato, come una marcia nelle strofe, mentre nel pre ritornello Stevens pronuncia le parole a raffica. Arriva il momento di ascoltare il primo assolo di Alex Skolnick che comincia la sua parte da protagonista con una nota prolungata e distorta, da quel punto si dirama un assetto esecutivo strong ma dal ritmo contenuto. La valenza tecnica di Skolnick non si discute, dal lato creativo il suo contributo è più che pertinente allo stile del pezzo. Chiude il cerchio di questo primo pezzo un incalzare degli stoppati di batteria. Leggendo tra le innumerevoli metafore di “Taunting Cobras” la prima considerazione che mi salta in mente è che le parole siano riferite al problema dell’alcoolismo. Le marionette citate nel testo sono gli uomini schiavi della bottiglia, che diventano nuovamente schiavi quando cercano di liberarsi del vizio, probabilmente schiavitù intesa come quello di un programma di disintossicazione. Insomma cadere in un tunnel porta dipendenza, liberarsene anche, la soluzione quindi quale sarebbe? Quella di non cedere, chiaro! Sono estremamente pulite le prime note che introducono la titletrack, ovvero “Handful of Rain”, con Stevens che dosa l’energia vocale su un docile tappeto melodico. L’incipit della canzone ha durata breve, poi l’impatto cambia apportando alla struttura compositiva maggiore spessore, non solo a livello di introduzione degli altri strumenti, ma proprio come energia. Batteria, linea vocale ed effetti alle corde irrobustiscono il sound, portandoci alle orecchie una bella cavalcata musicale. L’alternarsi di note clean con quelle distorte, così come il pestare violento sulle pelli contrapposto al solo colpo di cassa come accompagnamento, regalano varietà alla traccia, che risulta estremamente godibile. Un uomo riflette sulla vita e sulla morte, seduto in un bar davanti ad un bicchiere di whisky, ripensa alla sua vita, a come è stata, a chi ne ha fatto parte, a chi ha perduto. L’uomo osserva la gente, che come lui ha provato gioia e disperazione, trovando rifugio spesso in una manciata di pioggia, la cui simbologia mi fa pensare ad un pianto liberatorio. Un pianto che lava le ferite, un pianto che libera la rabbia, che nasconde una profonda solitudine, un pianto che lavi via il peccato. Le lacrime che ci bagnano assumono un significato ed una funzione particolare e diversa per ognuno di noi. Ma una cosa è certa, le lacrime sono indispensabili e quando non riusciamo più a trovare conforto nel pianto, quando le lacrime smettono di sgorgare dai nostri occhi, ci disperiamo desiderando con tutte le forze di riprovare quella “salata” sensazione di sollievo. La terza track è per me un vero capolavoro in tutto. Dal songwriting, all’esecuzione, al testo; se Handful of Rain risente inevitabilmente della mancanza di Criss nei soli di chitarra e l’atmosfera generale del disco è più spenta rispetto anche solo al precedente Edge of Thorns, il brano “Chance” vale l’acquisto dell’intero disco, che va non solo preso, ma posseduto con orgoglio nella propria discografia e sicuramente il nostro Criss sarebbe d’accordo come me. Un intro al pianoforte dall’eco malinconico apre le danze di Chance; segue Stevens al cantato con un’interpretazione quasi sommessa, dai toni docili a cui a sua volta segue un suono molto simile a quello eseguito con uno xilofono, una sezione d’archi irrompe nella quiete con enfasi, alternandosi prima a questi suoni e a quello di campanelli sintetizzati e mescolandosi poi con l’ingresso in scena anche della chitarra, facendoci ascoltare una delle introduzioni più belle concepite dai Savatage. La musica si stoppa ed un nuovo inizio introduce il brano vero e proprio; da un componimento di stampo orchestrale siamo passati al sound metal nudo e crudo. Il brano non ha nulla di facilmente assimilabile sin dall’inizio nonostante il ritornello non sia poi così ostico da ricordare, ma il concetto stilistico su cui è cucita Chance la rende immensa proprio per questo; in generale il songwrtiting è articolato in svariati cambi e combinazioni di riffs diversi, così come il ritmo che cambia la sua impronta rivelando toni decisi e tempestosi, altri quieti, altri ancora drammatici e rabbiosi, molto del cui merito va alla divina interpretazione di Stevens. Nella parte finale sentiamo proprio la voce del frontman moltiplicarsi a macchia d’olio, sovrapponendo frasi diverse con controcanti e chorous multipli da pelle d’oca! Un’unica voce, e non un coro, che con l’ausilio della tecnologia è riuscita a simulare una sezione corale dal forte impatto magnetico, impressionante, un’emozione incredibile che rimane addosso a lungo dopo la conclusione della canzone. La struttura musicale pregevole rivela un testo altrettanto d’impatto; le parole si riferiscono ad un personaggio della storia recente, ovvero Chiune Sugihara un diplomatico giapponese che durante la Seconda Guerra Mondiale ha salvato la vita di seimila rifugiati ebrei, rischiando la sua carriera e la vita della sua famiglia. Il testo è un continuo di metafore ed allegorie che descrivono lo stato d’animo di una persona il cui grande cuore coraggioso lo ha spinto oltre pericolosi limiti, pur di aiutare delle povere anime a riacquistare la libertà. Gli ebrei perseguitati vengono paragonati nella canzone a spighe in un campo di grano, la cui sorte è quella di essere infaustamente tranciati dalla falce della morte. Il diplomatico che ha davanti agli occhi l’orrore partorito dalla guerra, dice a se stesso di cogliere l’occasione per cercare di restituire a tutta quella gente, la possibilità di ritornare a vivere una vita serena. Tutta l’esistenza ruota attorno alle decisioni prese, bisogna creare e crearsi delle opportunità, dare una “chance” a chi soffre per uscire da quell’agonia. Il forte pathos provato nell’ascolto e nella presa di coscienza del testo di questo gioiellino targato Savatage, ci scuote inevitabilmente e ci accompagna verso il brano successivo. “Stare Into the Sun” è sostanzialmente una ballad i cui toni assumono duplice connotazione, descrivendo musicalmente una strofa dall’assetto pacato ed un refrain dall’effetto decisamente strong. La struttura è quella classica, non troviamo divagazioni di alcun tipo ed orpelli di stampo prog o sinfonico, ma una pura e semplice melodia rock, la cui fine viene anticipata dall’assolo di uno Skolnick incisivo ma che non si imprime nella mente. Mentre il buon Zak di contro riesce ogni volta a coinvolgere; lui non ha solo il dono naturale di un timbro accattivante, ha il pregio di saper usare il suo strumento in modo eccelso, di saperlo controllare e dosare, di interpretare quello che canta con passione e cognizione di causa,  esattamente come fa un attore sul palcoscenico, regalando emozioni talmente grandi, da riuscire anche a farci quasi dimenticare che lui ha preso il posto di big Jon dietro al microfono. Il tema della guerra ritorna visto con gli occhi del pentimento,  ma potremmo trovarci invece ancora una volta davanti ad una metafora. Due uomini si ritrovano a parlare, uno chiede all’altro tornato da una lunga guerra, cosa ha potuto interferire così tanto da accrescere nell’animo umano tanto odio. Chi ha combattuto si è reso conto di averlo fatto con una ferocia tale da farlo senza pensare di passare sopra gli affetti, come un figli od un fratello, frase che sta a significare “chi ho ucciso poteva essere mio figlio o mio fratello”. Analizzando il testo da un punto di vista puramente descrittivo, i due protagonisti esaminano quanto dolore può provocare una guerra, quanta disperazione e quanti atroci delitti, che vanno inevitabilmente a scuotere la coscienza ed a portarci in un baratro interiore da cui è difficile uscire. Nella versione metaforica la guerra sta a simboleggiare una vita colma di tumulti interiori, di scelte più o meno sbagliate, di perdite e delusioni, di rabbia ed astio. Poi ad un certo punto ci si ferma e si riflette su quanto il nostro modo di vivere ci condiziona. Piuttosto che avere il rimpianto di ciò che non ci è andato come avremmo voluto, è bene ricominciare a vivere una nuova vita volgendo lo sguardo verso il sole. Si procede con l’ascolto di “Castles Burning”, song a tinte forti sia per parte del songwrtiting che del contenuto lirico. Nella parte iniziale un riff inquietante accompagna il cantato di Stevens, segue un refrain dall’aria tempestosa che si acquieta con un arpeggio suonato in clean e che si alterna successivamente, nella seconda metà della canzone, agli innesti delle tastiere di big Jon. Tale inserimento acuisce un tono drammatico che diventa quindi accompagnamento di base della traccia, sino a quando l’arpeggio si palesa alle orecchie rasserenando il clima che diventa placido, concludendo il tutto con pacatezza. Come anticipato inizialmente, il testo tratta una tematica piuttosto delicata, ovvero la vita di Giovanni Falcone, a cui la canzone è dedicata. Il magistrato italiano che ha lottato contro la mafia sino alla fine dei suoi giorni, è morto in una strage proprio ad opera dell’organizzazione criminale Cosa Nostra. La moltitudine di metafore utilizzate nel testo descrive l’operato di Falcone, che ha rischiato la sua vita e quella della sua famiglia, per una causa importante tanto quanto pericolosa. Un uomo contro una cosca mafiosa dall’enorme potere, un uomo che da eroe hanno trasformato in traditore, un uomo che ha visto cambiare la sua vita e quello in cui credeva fortemente, rendendosi così conto di quanto fragile e manipolabile sia l’essere umano.  La sesta traccia “Visions” è uno strumentale della durata di un minuto e mezzo circa; il suo assetto di stampo orchestrale, grazie alla preponderante e prepotente presenza del pianoforte di big Jon, lo rende un intermezzo al disco davvero godibile. Sembra come se alcuni elementi naturali vengano descritti in musica: un vortice tempestoso spazza via con irruenza tutto quello che si trova davanti, ad un certo punto madre natura cerca di placare uno dei suoi rabbiosi figli, calmandone il temperamento aggressivo. Le parole di questa madre acquietano l’animo tormentato di un figlio che, pare apparentemente ascolti con calma, ma la sua anima ribelle torna ad esplodere risucchiando con ingordigia ogni elemento capitatogli a tiro. Gli accordi di big Jon vengono messi in risalto dai suoi compagni e dall’ausilio di una sezione d’archi la quale aggiunge carico musicale ed emotivo al brano. L’assetto compositivo di “Watching You Fall” inizialmente ci fa intendere si tratti di una melodica ballad, in realtà è solo un’impronta alle strofe, mentre il refrain pur mantenendo un ritmo serafico, acquista forza nell’esecuzione degli strumenti e nell’interpretazione vocale. Tranne la parte finale del solo, il brano non presenta variazioni significative, ma è la melodia ad essere l’unica vera protagonista, una melodia che diventa coinvolgente nel bridge antecedente al solo. In quel frangente Stevens carica con foga il proprio timbro ed introduce un più che discreto assolo alle corde. La parte in chiusura è affidata al pianoforte ed al suo immenso strumentista. Le parole contenute nel testo danno l’idea di un protagonista che ha visto accadere un fatto orribile al quale non ha saputo o potuto mettere un freno affinché non accadesse. C’è una forte dose di colpe che si fa ricadere sulle spalle; medita e riflette su quanto a volte l’incoscienza e la superficialità delle azioni, portano a sottovalutare un problema, uno stato d’animo, una chiusura psicologica che sfocia poi, purtroppo, in un orribile gesto decisivo. Sound strong e speed per la consecutiva “Nothing's Going On” la cui partenza è affidata ad una voce che dice un paio di parole e ad accordi di chitarra. Preludio alla traccia vera e propria che inizia con un possente riff di chitarra distorta. Entra in scena la sezione ritmica accompagnando la chitarra che tiene una nota prolungata mentre Stevens declama la strofa. Il ritornello non solo accattivante e facile da ricordare, ha un tiro bello tosto e denso di carica energetica. Ascoltare questo pezzo è come bere una sorsata di integratore dopo un’ora di jogging! Assolutamente in linea con la canzone è l’assolo di Skolnick che mette in luce la sua bravura ed introduce un bel fill di batteria dal suono quasi tribale. Il titolo della traccia ripetuto svariate volte da Stevens aumenta di registro sino a raggiungere un tono urlato e dal sapore liberatorio. Segue ancora un sostanzioso assolo al fulmicotone di Skolnick che ci porta alla conclusione di questa corposa craniata nei denti. Assolutamente fantasiose ed incomprensibili le frasi contenute nel testo, il quale cita due personaggi di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, ovvero lo Stregatto e la Regina di Cuori. Il contesto però non è assolutamente di stampo fantasy; sempre con l’ausilio di metafore le parole sembrano descrivere un incidente stradale ed il collegamento con la tragedia accaduta a Criss è immediato. Questo se si analizza la prima parte di testo, il discorso poi cambia quando si legge la seconda parte che sembra descrivere una persona abbindolata da un personaggio paragonato alla Regina di Cuori, che ne manovra i fili come un burattino, facendogli fare ciò che vuole. Se le due cose sono collegate probabilmente la Regina potrebbe impersonare l’alcool il quale annebbia la lucidità e fa compiere gesti assurdi, come premere troppo il piede sull’acceleratore. La penultima canzone “Symmetry” così al primo ascolto potrebbe sembrare un componimento semplice e senza grandi pretese. L’assetto in effetti non particolarmente variegato la rende meno incisiva rispetto ad altri brani, ma la cura dell’arrangiamento e dei passaggi, così come l’alternanza del suono pulito con quello distorto della chitarra, l’interpretazione vocale sempre impeccabile e consona in ogni apertura, rendono anche Simmetry un prodotto qualitativamente di pregevole fattura. L’assolo poi non di meno rivela una certa ricercatezza compositiva, di sicuro nulla di eclatante, ma certamente pensato alla giusta contestualizzazione stilistica. Poetiche le liriche che drammaticamente descrivono uno stato d’animo angosciato ed in perenne lotta con le proprie riflessioni. Il protagonista si interroga su quanto la vita e la morte siano in equilibrio e diano equilibrio all’esistenza, sottolinea che “i poeti ed i pazzi sfidano la ragione”, asserendo che estro creativo e genialità siano un po’ una forma di follia. Inoltre il protagonista spiega che spesso si rifugia nella sua mente, nei suoi pensieri, proprio per sfuggire alla follia e che nonostante tutto vale la pena di vivere fino in fondo, “giocando la mano” sino in punto di morte. C’è una persona alla quale poi il protagonista rivolge la sua attenzione, asserendo che è con lei che vorrebbe vivere. La conclusione di questo disco spetta ad “Alone You Breathe”, un componimento dal ritmo pacato ma colmo di intensità. Le musiche intentamente scritte da Jon Oliva in questa canzone trovano l’apice creativo ma ancor di più espressivo ed emotivo, la cui arte di “big Mountain” riesce a far vibrare le corde del cuore di chi ascolta. Uno degli strumenti principi da cui parte e si propaga tale magnificenza è proprio il pianoforte di Jon, che con le sue arie ricama meravigliosi tappeti sonori sul quale gli altri Savatage possono accomodarsi serenamente e regalarci una delle canzoni più belle (se non la più bella) del disco. Io stessa non vi nascondo una certa commozione ogni volta che odo questa sinfonia. Si proprio una sinfonia in cui pianoforte, chitarra e voce formano un trittico fortemente magnetico. La prestazione di Skolnick riempie le partizioni del songwriting arricchendole con trasporto, lo stesso trasporto che percepisce chi ascolta; le variazioni melodiche che toccano momenti delicati ed altri carichi di rabbioso vigore, viene sottolineato dalla prestazione vocale (eccelsa) di Stevens. La sezione ritmica si ritira in secondo piano supportando il trittico Oliva, Stevens, Skolnick e consentendo ai tre protagonisti di regalarci un’emozione talmente grande da volgere lo sguardo al cielo durante l’ascolto, e rivolgere un saluto con gli occhi lucidi al NOSTRO Criss! La parte conclusiva del brano concentra musicalmente tutti quei sentimenti che ognuno di noi prova quando perde una persona cara: amore, rabbia, dolore quel senso di speranza di poter e voler riabbracciare chi non c’è più con noi, al più presto. Un’apoteosi strumentale e vocale da brividi mette il punto alla canzone che Jon ha dedicato a suo fratello. Il protagonista delle liriche sembra parlare di qualcuno che non c’è più o che si è allontanato da lui, perdendo la cognizione di ciò che è l’essenza della propria vita. Strade da percorrere insieme ma che sembrano non incontrarsi mai, ognuno che attende l’altro, come se lo stare vicini fosse sottinteso ma evitato perché non dichiarato. Il protagonista quasi in forma di accusa, ripensa a quanto credeva di sapere su quella persona, ma che invece ignorava e se tali informazioni fossero venute a galla, in qualche modo le cose sarebbero potute andare diversamente. Rimpianti, ricordi, interrogativi a cui si vorrebbe rispondere per capire, sogni infranti o sogni non realizzati sui quali si è speso tempo e fatica; sono molteplici i perni attorno al quale ruota Alone You Breathe, ma tutti fanno riflettere su un unico grande significato e cioè che la vita è imprevedibile, e per quanto si possa programmare il futuro con scelte e decisioni, basterà un solo piccolo imprevisto per cambiare il corso degli eventi e spesso proprio della vita stessa. Successe così a Criss, il sogno della musica che aveva intrapreso con suo fratello si è spezzato il giorno che, un altro individuo, nell’incoscienza di una scelta sbagliata (quella di riempirsi di alcool e mettersi alla guida) ha cambiato le sorti di una vita per la quale aveva da tempo fatto le sue scelte. Alone You Breathe racchiude tutto l’amore di Jon per suo fratello tanto da inserirla come bonus track in alcune edizioni, nella versione acustica e cantata da lui, assieme alla dedica per Criss anche Chance viene inserita come bonus nella versione Radio Edit.



Handful of Rain è un buon disco. La mancanza di Criss si sente, il suo stile caratteristico, l’impronta che dava alle tracce non può essere sostituito da nessun altro. Skolnick è un ottimo chitarrista che nella sua breve avventura nei Savatage, ha cercato di adattarsi al loro stile, riuscendoci anche ma chiaramente facendolo a proprio modo, come io penso sia giusto. La sfortuna di Skolnick è stata quella di sostituire una delle fondamenta del gruppo, una delle due colonne sulle quali si è sempre poggiato l’Olimpo dei fratelli Oliva. Inoltre Criss assieme a Jon hanno composto sempre la musica che più gli si confacesse, in base alla tecnica, ai gusti ed alla creatività, chiaro quindi come un prodotto poi risulti tanto “perfetto” se cucito addosso alle proprie misure. Questo discorso vale per la maggior parte dei gruppi. Quando un musicista si trova a sostituire uno dei fondatori e compositori, prenderne il posto non è mai facile; doversi adattare magari ad uno stile diverso, entrare nelle “psicologia” musicale della band. Skolnick a mio avviso è riuscito più che discretamente nel suo ruolo a sopperire la mancanza di un Criss, che la sua band l’ha vissuta e respirata come fosse un figlio. In definitiva Handful of Rain ha qualche momento sottotono, ma si tratta di momenti appunto, l’impronta stilistica della chitarra è più strong che virtuosa, spesso in contrapposizione al resto degli strumenti, con una resa sonora però molto gradevole. Oltre alla pregevole fattura del songwriting, il disco rivela come sempre molta interiorità nei testi, come i Savatage hanno sempre fatto, ed anche questa volta non si sono risparmiati. Le parole sono importanti e lo sono sempre state per Jon Oliva e soci, facendoci sognare con le loro melodie, ma facendoci riflettere con tematiche sociali e psicologiche, facendoci emozionare ed approfondire la nostra anima portandoci a scavare nella nostra psiche e nel nostro cuore, con liriche appassionate, che riferiscono alla vita di tutti i giorni, ai sogni infranti, ad un amore perso, alla vita che avremmo voluto e non abbiamo potuto avere. Insomma i Savatage hanno sempre abbinato spessore musicale e di contenuti, cercando un connubio profondo da ogni punto di vista. Il loro operato è continuato su questa scia, con in più questa volta un fiore all’occhiello per quanto riguarda il brano dedicato a Criss. Torno a sottolineare un pensiero scritto poco fa: il disco vale quanto vale la band e sono convinta che anche Criss la pensa così.


1) Taunting Cobras
2) Handful of Rain
3) Chance
4) Stare into the Sun
5) Castles Burning
6) Visions
7) Watching You Fall
8) Nothing's Going On
9) Symmetry
10) Alone You Breathe

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