SAVAGE STEEL

Begins With a Nightmare

1987 - New Renaissance Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
16/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Vi voglio fare una domanda, prima di iniziare questa recensione: secondo voi, che cosa può o come si può definire un metallaro? Secondo il sottoscritto (ed è una mia personalissima opinione) un metallaro è un seriale divoratore di musica, un chimico del suono che sa cogliere la differenza fra qualcosa che è bello e qualcosa che non lo è, anche in cose che generalmente vengono definite "orrende", il metallaro capta al suo interno tratti di genialità. Soprattutto, sempre secondo il mio parere, un metallaro, estrapolando la definizione non tanto dai pieni anni '80, ma più dalla fine dei '70, è una persona che non ascolta solo Heavy Metal, o Thrash, o Death, o qualunque altra forma possa assumere questa musica, ma piuttosto il metallaro si sposta come una bolla impazzita fra passato e presente, fra storia ed innovazione, ed è ampiamente consapevole che per conoscere il "poi" bisogna assolutamente sapere cosa sia il "prima". Negli anni purtroppo, specialmente in questi ultimi, il metallaro ha iniziato ad avere una accezione quasi e sempre più negativa da parte della gente, e con chi c'è in giro spesso, non li biasimo per nulla; ormai questo concetto è associato a chi ha la mente chiusa, a chi non vuole ascoltare opinioni contrarie dalle sue, ma anche ad una persona con cui in generale non si può ragionare. Se spostiamo poi la focalizzazione del discorso sul "digging", quel concetto per il quale bisogna sempre andare nel sottobosco musicale, al fine di affondare le mani nella verità, questo cerchio si chiude in maniera perfetta: non solo i metallari ormai, agli occhi esterni sono persone poco affidabili dal punto di vista musicale, ma anche nel mondo musicale stesso risultano essere persone che hanno quei 10/20 gruppi che ascoltano (spesso anche meno), senza mai andare più a fondo, senza mai guardare sotto ogni anfratto alla ricerca delle vere monete d'oro. E questo bosco ombroso, oscuro e fitto, è una giungla brulicante di formazioni che, paradossalmente, hanno dato a volte contributi veramente pesanti alla causa dei vari generi di cui fanno parte, se non a livello dei blasoni, poco ci manca. Pensate, per fare un esempio, alla NWOBHM: un pantheon di formazioni mirabolante e sempre in movimento, con decine e decine di formazioni che ogni giorno buttavano sangue e sudore sui propri strumenti. Alcuni ce la fecero (Iron Maiden, Judas Priest, Saxon, Demon, Satan e tantissimi altri), molti altri vennero relegati al mondo dei 45 giri autoprodotti (Virtue, Black Rose, Scarab), o alle raccolte (stile Metal Massacre) nel quale compariva in maniera furtiva e quasi nascosta un loro pezzo (Urchin, Blitzkrieg, Sparta). Ecco, in qualsiasi genere, più o meno, funzionava cosi, specialmente nella cosiddetta "golden age" di un determinato filone. Nel caso specifico della recensione odierna, dobbiamo prendere un aereo, farci migliaia di chilometri, ed atterrare a Mississagua, una remotissima e fredda regione dell'Ontario, Canada. Qui, in Canada, sappiamo bene quali generi negli anni '80 la facevano da padrone, Thrash, Death, ma anche quelle sperimentazioni incredibili (e mai capite fino in fondo) stile Voivod o Entropy: le influenze statunitensi erano forti nella terra dell'acero, e quindi formazioni spuntavano come funghi in cerca di una fetta di vana gloria. Metallica, Megadeth, Slayer, Anthrax, i fondatori del genere, veri padrini del Thrash ed influenzatori a loro volta di tutta una serie di generi più estremi venuti negli anni seguenti: i ragazzi di allora ascoltavano con forza e convinzione tutto quello che gli passava fra le mani, dai vinili alle cassette registrate in casa con lo stereo, le menti fiorivano e le discussioni erano all'ordine del giorno. In questo pentolone che bolle, troviamo i Savage Steel, band Power/Thrash dalle tinte forti e dagli argomenti che spaziavano dal mistero alla guerra, fino ad arrivare alla fantasia, il tutto con la tecnica sopraffina che spesso, nella storia, ha contraddistinto i gruppi canadesi. I nostri Savage avevano rilasciato due demo, una nel 1984, tre anni dopo la loro formazione, e che si intitolava Assault Attack Tour, una micro selezione di quattro pezzi live prese da uno dei primi mini tour che fecero all'interno delle mura canadesi, distribuita rigorosamente in maniera indipendente ai concerti, e stampata da loro stessi (come era prassi all'epoca). Seguì Scepters of Deceit, seconda demo, targata 1985, che invece conteneva brani inediti, e sempre stampata su cassetta con distribuzione indipendente. A questo punto, nella carriera di Paul Gleneicki & soci, entra in scena una buia casa di produzione californiana, la New Renaissance Records, fondata nel 1985 (ormai chiusa), e che nel suo roster ha avuto, durante gli anni, gruppi come At War, Wehrmacht ed Executioner. La New Renaissance vide nei Savage Steel qualcosa di magico, il loro sound era potente, incisivo, tecnico al punto giusto, voce pulita e non effettata, diretta come un pugno ben assestato. Decise di prenderli sotto contratto, e di dare voce alle loro idee: da quel parto demoniaco nel 1987 venne fuori Begins With a Nightmare, primo full lenght del gruppo canadese. Stampato su un vinile a 12 pollici (con versione, che per l'epoca era una vera chicca, anche clear vinyl, che chi vi sta scrivendo possiede e custodisce gelosamente come una reliquia stile Gollum), e rilasciato in Canada, Usa, e poi man mano arrivato anche in Europa, Begins è un album dalle fattezze ancora grezze, specialmente nella resa finale del sound, ma è al tempo stesso maledettamente trascinante, ti tira a sé come un cacciatore con la preda, finché non spara il colpo fatale e tu cadi esanime. Copertina tipicamente anni '80, tamarra, pomposa, ma al contempo horror e di grande impatto, con un uomo vestito da demone con capelli bianchi e faccia scheletrica, vestito solo di jeans ed anfibi, che gira l'angolo di quello che parrebbe un castello medioevale, brandendo due spade, quasi volesse uscire dallo schermo e colpirci con forza. Dunque, direi che il viatico è stato spremuto a sufficienza, è il momento di tirare fuori il vinile dalla sua cartonata custodia, le sue trasparenti linee e solchi ci guardano fameliche, lo appoggiamo sul piatto, e siamo in attesa dell'apocalisse mentre la puntina si avvicina al disco.

Hit from the Rear

Il solco vuoto finisce, fruscii di sottofondo, e veniamo investiti da un riff di chitarra martellante ed ossessivo, degno del miglior Thrash tecnico: è il via di Hit from the Rear (Colpito alle Spalle). Il ritmo ossessivo continua a colpirci il cranio come un'ascia da guerra, finché non arriva sulla scena anche la voce di Paul a finire il contorno iniziato. La batteria da il ritmo, come su un'antica nave da guerra, mentre la linea vocale risulta pulita, perfettamente lineare e alle volte si lancia in qualche acuto non troppo forzato, ma anch'esso in linea col pezzo. I quasi sette minuti che compongono il pezzo sono una enorme corsa contro il tempo, nei quali si scivola fra cantati che tirano fino al falsetto, quel ritmo ossessivo/compulsivo che imperterrito non accenna ad andarsene dalle mani di Marshall Birch, così come basso e batteria proseguono nel loro essere metronomi. Unico spazio che trova un assolo è verso la seconda metà del pezzo, in cui abbiamo un piccolo accenno di tapping sul manico della chitarra, ma per la restante parte il brano continua ad accelerare e decelerare come se il tempo non fosse mai abbastanza, dando ancor più risalto all'intera sezione musicale, e barcamenandosi fra dinamiche Power e Thrash. Verso la metà del quinto minuto c'è un rialzarsi della chitarra, che dimentica per un altro attimo il proprio ritmo stringente, e si dedica ad una cascata di note senza remore, ce le fa piovere addosso incurante delle conseguenze, prima di chiudere di nuovo il cerchio con il solito ritmo che ci ha portato all'inizio, un enorme viaggio oscuro che arriva alla fine con noi ascoltatori esausti e stanchi, ma al contempo felici come non mai di aver dato il la a questo incubo su gambe. Parafrasando il titolo, è facile capire di che cosa il pezzo tratti: si parla di inseguimenti, di un enorme assassino che ti sta inseguendo, e tu, vittima ignara, quando ti accorgi che le tue spalle non sono così libere come pensavi, ti metti a correre, fiatone, i polmoni che bruciano come se le fiamme li avvolgessero, ma non puoi fermarti, non puoi perché la lama di quel coltello è sempre più vicina, puoi sentirla fendere l'aria dietro al tuo orecchio, e quegli occhi di bragia che ti guardano fin dentro l'anima non ti staccano il loro sguardo di dosso neanche se tu andassi in capo al mondo. Tutto questo fino al momento ferale, in cui il killer ti ha raggiunto, e tu ripensi a quella predizione fatta dalla zingara, che ti aveva presagito sventura e morte, il tuo destino era segnato, ma tu non ci avevi dato molto peso, l'avevi etichettata come l'ennesima bufala della vita. Eppure, quando il demone alle tue spalle vibra il colpo che ti colpisce senza che tu possa fare niente, allora pensi che forse tanto bugia non era quella uscita dalla bocca della chiromante, le sue parole di sventura erano vere fino all'ultima. Ormai però è troppo tardi per ricordarsi i consigli, il sangue scorre sulla tua schiena, la testa va indietro, gli occhi piano piano si spengono, diventano bianchi sempre più mentre te ne stai andando, e quella luce in fondo al tunnel, scopri che non esiste, scopri che hai sprecato l'intera tua esistenza per non aver ascoltato. Te ne vai consapevole che darai un dolore a tutti quanti, che hai preso la vita come un gioco quando non avresti dovuto farlo, ed ora, col prezzo più alto possibile, ne stai pagando le atroci conseguenze. E' il momento di affilare le lame adesso, il demone della copertina ancora fende l'aria con le sue spade piene di sangue, ed in nostro soccorso viene il secondo pezzo, che in realtà è semplicemente un lungo intro di due minuti della canzone che segue.

The Betrayal

The Betrayal (Il Tradimento), è, dicevamo, una lunga sessione di Thrash tecnico senza compromessi; la chitarra mangia note come un grassone al pranzo di natale, la batteria, nuovamente relegata a metronomo, batte il ferro finchè è caldo dandoci l'impressione di una lugubre marcia di cadaveri. Le mutazioni del brano solo soltanto nel suo cambio di ritmo, si passa da note più ravvicinate ad alcune più slacciate e con spazi fra di loro, il che conferisce al pezzo intero ancora più energia, perché non si sa mai cosa aspettarsi da questa sezione di Begins. Ascoltandolo ancora meglio si ha come l'impressione che il killer della canzone precedente non sia ancora sazio di vittime, e si stia aggirando nei meandri contorti dalla nebbia e dal fumo dei tombini di una città senza nome. In mano, coperta da un lucido e fermo guanto di pelle nera, tiene il suo enorme coltello, dal quale sgorgano nella notte piccole gocce nere come la pece, che in realtà, appena vengono illuminate dalle nebulosa luna di questa ora buia diventano rosso fuoco, è sangue, sangue dell'ultima vittima a cui ha piantato la lama ben dentro la carne, lama che ormai miete vittime come un cane consuma il suo lauto pasto. Il killer si dimena, impazzisce, la bava alla bocca aumenta mentre lui fa di tutto per cercare la sua prossima vittima, ignara del fatto che la sua vita sta per volgere al termine, per mano di un energumeno in impermeabile nero, mani guantate e sguardo vitreo in volto. La vittima non arriva, l'uomo comincia a ringhiare come un orso famelico, i suoi denti bianchi vengono illuminati dalla luce notturna, quei canini aguzzi con cui ogni tanto sostituisce il coltello sembrano altrettante lame di rasoio; tutto questo finché non viene il buio più totale, la scena si interrompe come una pellicola rotta, semplicemente perché è arrivato il momento di passare al prossimo truculento brano.

Chambers of Darkness

Un ennesimo riff compulsivo e ripetuto apre le porte del pezzo legato all'intro, si tratta di Chambers of Darkness (Camere dell'Oscurità): il ritmo ripetuto sembra scorrere grandemente nelle vene dei Savage Steel, tutto questo finchè il nostro buon chitarrista non si rompe le scatole del piattume, e decide di lanciarsi in un micro assolo degno di questo nome. E' interessante vedere come il gruppo abbia sfruttato al massimo la voce di Paul, spesso e volentieri mettendola al centro della scena, facendo rimanere gli altri strumenti a dare il ritmo dell'intera sessione (fra cui una menzione d'onore spetta anche al basso suonato da Marko Talvitie, scomparso purtroppo nel 2013). Si prosegue così, fra ritmi Power, con la loro carica di energia e ridondanza, in senso positivo, ed alcune sferzate e frustate di Thrash tecnico di scuola canadese, improvviso e possente, che conferisce all'intero brano una energia che spesso non accenna a diminuire di una virgola. Sul finale il brano monta, si gonfia, la batteria comincia a darsi ancora più da fare, la chitarra abbassa qualche semitono ed improvvisa scale in su ed in giù sul manico della chitarra con forza decisiva, mentre si sente in maniera decisa anche il basso, slappate poderose su quelle spesse corde che danno adito a sessioni tipicamente Techical Thrash, in cui abbiamo anche influenze che vanno dal metal classico al Jazz più cervellotico. Qui si sprofonda nel baratro più buio dei tradimenti (dando anche voce al titolo dell'intro), e dell'oscurità più nera, in camere senza stanze ne finestre, solo noi ed il respiro della nostra anima. Si parla di sfruttamento, di persone che lavorano per un fine superiore, ma che improvvisamente si rendono conto di quanto effimero e finto possa essere questo meccanismo: ed allora protestano, alzano la testa e le mani al cielo per esprimere il proprio parere, ma non fanno altro che venire schiacciati da coloro che li comandano a bacchetta, e che non vedevano l'ora di avere creste da far abbassare. Le camere dell'oscurità potrebbe essere anche un riferimento ai pozzi senza fondo che sono gli animi delle persone senza scrupoli, universi senza stelle nei quali è difficile trovare un po' di luce, più si lotta per averla, più il buio ci avvolge, prima con fare gentile, quasi come un'amante affettuosa, ma poi, appena ha conquistato la nostra fiducia, ci strangola senza pietà, finchè non esaliamo l'ultimo respiro della nostra vita. Si parla anche di città costruite sulla menzogna, di promesse non mantenute, e della finale ribellione in cui "vi abbiamo rubato le chiavi", come per dire che possono aver tirato su quello che vogliono, mura di dicerie, bugie ed inganni, ma se la chiave per entrarvi è sparita, quella città del peccato è destinata a morire come tutto il resto, a diventare polvere e sparire così come era apparsa, e le sue camere oscure sono condannate a farsi di sabbia e nebbia, fino a non distinguerne più i contorni.

On the Attack!

Tre urli disperati, quasi come un generale che comanda le sue truppe, ci da il via per On the Attack! (All'Attacco!), ultima traccia del lato A: ricominciano anche qui i ritmi ripetuti ed ossessivi, ma stavolta andiamo decisamente più sulle sanguinolente spiagge del Thrash, ed anche dello Speed di fattura americana, dando un ritmo al brano decisamente altisonante. La chitarra si infiamma, le corde vomitano ed inanellano le combo come se il domani fosse solo un ricordo, batteria e basso grandemente si sentono coi loro tom e le loro corde doppie, mentre la voce di Paul, al solito, da l'orchestrazione a tutto questo, fungendo da arringatore del popolo sotto di lui, e coadiuvandosi con gli strumenti in maniera egregia. Tutto ciò senza contare la grande affinità che c'è fra le varie parti di questo brano, nei suoi soli due minuti scarsi, minuti in cui si ha una composizione di devastazione senza eguali, almeno nei brani ascoltati fino ad ora. Non che i brani appena trascorsi fossero orribili, tutto il contrario, ma qua i nostri Savage Steel sono riusciti a condensare la cattiveria e la tecnica che nei brani appena finiti riuscivano ad esprimere in cinque o addirittura sette minuti, in soli due e poco più, dando vita ad un demone che cammina su monti di cadaveri. E' interessante anche vedere come qua la chitarra, che fino ad ora, a parte qualche sprazzo di estro, si era arrogata il ruolo di comprimaria della voce, si alzi di un tono o due, dandosi e prendendosi con forza il suo spazio, fra un falsetto di Paul e l'altro. Chiamata alle armi, di questo parla la canzone, un soldato che ci racconta le sue grottesche sensazioni e paure prima di entrare nel conflitto: egli è un ottimo soldato, uno dei migliori, eppure, tutte le volte la sua mente vaga, si distorce e contorce al pensiero di una nuova battaglia, di una nuova guerra da affrontare, fucile in spalla e morte nel cuore. Pensa a dove verrà mandato, lui, macchina di morte addestrata da Satana in persona a togliere la vita agli altri, egli è come un enorme mietitore, che al posto della lucente falce, ha un mitra stretto a sé, un giubbetto ed un elmetto in testa, sguardo perso e al tempo stesso concentrato, occhi di ghiaccio, animo fiero, e ubbidienza cieca ai doveri dei militari. Qualche dubbio però lo assale, gli fa strizzare le budella dal dolore, ed arrovellare la mente; è giusto quello che lui sta facendo? E' necessario tutto questo? Ma soprattutto, lui, è ancora un uomo, o soltanto una enorme macchina per vincere le guerre? Sono domande che il giovane si pone nella propria testa, si lambicca il cervello per capire che cosa fare, tutto questo però, viene bruscamente interrotto. Interrotto da cosa? Ma è ovvio, dalla chiamata all'attacco: un grido gutturale si leva dal fronte, è il capo dell'esercito che chiama a sé i suoi miliziani di morte per gli altri, li chiama a sé come un fiore chiama l'ape, e loro, come pecore, o come formiche, si mettono in marcia, arrivano sulla linea del fronte, e poi caricano, consapevoli che potrebbe essere l'ultima volta che vedono la luce del sole, ma non gli interessa, ed al nostro protagonista anche di meno, i dubbi che lo assalivano sono spariti, ora c'è solo la voglia di sangue. I successivi tre minuti prendono il via con una serie di poderose schitarrate, seguite a ruota da batteria e basso, e poi successivamente dall'accogliente voce di Paul, ormai marchio di fabbrica di questa formazione canadese.

Night Prowler

Tutto questo porta il nome di Night Prowler (Predatore della Notte); il pezzo continua ad incedere con violenza, e mentre di sottofondo la chitarra imperversa dando il via ad una vera e propria tempesta di fulmini e saette, la voce si barcamena fra falsetti mai troppo tirati, e toni lineari e puliti come la calma piatta del mare. Tutto questo, come ormai ci siamo abituati in questo disco, genera un culto davvero encomiabile dietro all'ingegneria sonora dei Savage Steel, con soluzioni sempre altamente ficcanti e geniali, come l'idea spesso di lasciare la chitarra a ritmi Thrash e Power andanti, concedendole ovviamente lo spazio per qualche solo degno di questo nome, ma al contempo la chitarra fa da seggiolino per la voce, e fa salire la linea gutturale ancora di più. Il tutto con una precisione quasi fastidiosa in certi punti, si ha quasi la voglia di sentirli sbagliare (in senso buono, ovviamente), prendono spunto infatti tanto dall'Heavy canadese, famoso per essere fra i prodotti più tecnici e verosimilmente migliori di sempre, ma anche da qualche tradizione europea, come il Thrash svizzero o inglese, nei quali l'ignoranza regna sovrana per alcune trovate di violenza espressiva, ma il tutto viene letteralmente messo in riga da voce e chitarre pulite nella loro distorsione, tempi precisi e andamenti costanti. Il brano continua ad implodere ed esplodere fino a traghettarci al finale, nel quale l'ultimo colpo di reni in falsetto di Paul ci da l'ultimo schiaffo prima di lasciarci completamente andare via, tumefatti e lividi di dolore. Questo brand, il night prowler, ormai lo hanno utilizzato tantissime band nel corso della storia; dalla vergine di ferro che prese soltanto il concetto di "predatore", per l'intro del suo primissimo full lenght, dal titolo omonimo, agli AC/DC nel loro album più conosciuto ed apprezzato della prima era, Highway to Hell. Il  concetto del predatore notturno dunque, questa enorme ed informe bestia che brama carne e sangue, ormai è stato sdoganato in tutte le lingue e rifrazioni, quindi, che cosa hanno dato in più i Savage Steel a questa teoria: sicuramente la presenza di ritmiche così incisive mette ancora più in risalto il testo, dandoci veramente l'impressione che quei falsetti di Paul siano le grida disperate delle vittime, che si ritrovano il cacciatore davanti. In più, i Savage, affrontano anche il concetto dalla parte del carnefice stesso, guardando coi suoi occhi le vittime designate, che gli chiedono perdono o pietà per peccati mai commessi, ma semplicemente perché sentono che stanno arrivando alla fine della loro vita. Il predatore però è un ammasso purulento di violenza, morte, distruzione ed annichilimento, gode nel sentire la vita che gli si spegne fra le mani, vedere la vittima gonfiare gli occhi, serrare la gola, inumidire lo sguardo e cacciare un ferale urlo nella notte più cristallina, mentre il sangue sgorga a fiumi dalle loro gole, macchiando il vestito del predatore e la terra, con chiazze sempre più consistenti. E' un concetto interessante, molto horror alla base, come la maggior parte dell'album in sé; è un disco oscuro, dalle tinte notturne, ma che viene illuminato da queste atipiche linee vocali così altisonanti (guardando la copertina si ha quasi l'impressione di un efferato disco di Thrash massiccio e roccioso, con riff taglienti, voci basse e batteria blastata senza pietà, ed invece ci ritroviamo falsetto, chitarre Heavy/Power, cori continui, ritmi serrati e tecnica a profusione, semplicemente geniale).

Streets of Indecision

Dai toni invece, con grande sorpresa, decisamente solo Heavy classico, è la traccia numero sei, intitolata Streets of Indecision (Strade dell'Indecisione); qui i nostri canadesi decidono per un attimo di abbandonare il power e il Thrash, per concentrarsi maggiormente sull'impatto del duo chitarra/voce, che insieme producono un ritmo assai cadenzato e continuo, da una parte abbiamo la chitarra che sgorga riff e soli senza sosta, aiutata dai piatti e dai tom di batteria, dall'altra la linea vocale, che qui si ripulisce un attimo dai falsetti e canta in maniera diretta e feroce, nel suo essere pulito e cristallino. Il risultato finale? Un'energia da farsi cadere le orecchie e la mascella, trovarsi così tante influenze all'interno di un disco non è cosa così usuale, ma qua si parla di sperimentazione (non pura, ovviamente), oltre che della capacità di collimare fra loro sound diversi, di modo da fornire un prodotto in continuo mutamento, cambiamenti che si susseguono come impazziti, ma che non danno mai l'idea di pazzia totale, piuttosto di gente che sa benissimo cosa fa. L'unico spazio di falsetto, breve e conciso, Paul se lo prende alla fine, prima di un ultimo sprazzo di energia metallica della chitarra, e lo stop finale, che arriva anche esso quando meno te lo aspetti, improvvisamente si ferma, e tu, se da una parte sei contento, dall'altra sei deluso perché ne volevi ancora. Qui si parla della paura di uscire di casa, per quale motivo? Ovviamente per un mostro che terrorizza i viali di questa fantomatica città. Potrebbe, ancor più che nei brani precedenti, essere un ottimo riferimento alla mascotte sulla copertina (disegnata peraltro dal grande Drew Elliot, collaboratore della New Renaissance Records che aveva già disegnato le copertine per due raccolte della label californiana, la Thrash Metal Attack e la Speed Metal Hell), questo demonio vestito da metalhead in jeans ed anfibi che brandisce due affilate lame sanguinolente. Considerando anche il titolo dell'album (per il quale non c'è una traccia dedicata), è facile fare il collegamento con l'argomento del brano in questione. Tutto inizia con un incubo, un incubo su gambe in questo caso che stringe fra le sue mani un'intera città; i bambini vengono lasciati in casa, sono il suo pasto preferito, ed i genitori non possono far altro che proteggerli ad ogni costo, anche della propria vita. Questa bestia enorme si aggira fra i fumi della notte, sbavando, i suoi segni sono visibili, lo sguardo che ha ti passa da parte a parte come un coltello nel burro, e tu non potrai mai scordartelo una volta incrociato il suo demonico volto, solo incubi rimarranno nella tua testa, solo maledetti e profondi incubi. E proprio dagli incubi forse questa creatura prende forza, dalla paura che respira ogni notte quando esce a caccia, essa lo alimenta, gli fa gonfiare il petto ed essere fiero di sé stesso per tutto ciò che è riuscito a fare, tenere fra le sue pelose e rugose grinfie un'intera comunità. Tuttavia, andando più a fondo nel brano, si può trovare anche come "strada dell'indecisione", un feroce attacco alla mala sanità, a quei medici che, forse per paura o negligenza, sbagliano valutazioni, o non sanno cosa fare in quel momento, quando la loro mente dovrebbe viaggiare come un treno in corsa, essi si bloccano. Il problema è che così facendo rovinano una vita per sempre, anzi, alcune volte la interrompono del tutto; dunque, testi horror, ma anche denunce sociali all'interno dei Savage Steel, come nella miglior tradizione che il Thrash Metal ricordi dalla sua fondazione agli inizi degli anni '80. 

A Night of the Horizon

Prima di lasciarci definitivamente andare i Savage Steel hanno ancora due cartucce a pallettoni da spararci in piena faccia: la prima delle due si chiama A Night of the Horizon (Una notte sull'Orizzonte). Qui torniamo, dopo i fasti Heavy del brano precedente, nuovamente nelle meccaniche Thrash, viene accantonato anche il Power qua, è semplicemente una botta di metallo percosso a tutti gli effetti, col solito tema di chitarra ripetuto e la voce in falsetto che la fa da padrone, così come le sessioni lineari di Pau. L'intero brano è un continuo cambio di ritmi e velocità, si passa da cadenzate molto sincopate, in cui basso e batteria danno letteralmente il tempo, ad altri momenti in cui la vera protagonista è la chitarra, che nella seconda parte pare quasi lanciarsi in alcuni vocalizzi stile Groove, abbassando qualche semitono e nel silenzio più totale degli altri elementi, fatta eccezione per i piatti e le pelli della batteria. Veniamo sballottati come su una nave in burrasca fra questi elementi, e ci chiediamo quanto manchi alla fine, ma non perché siamo stanchi, semplicemente perché le botte iniziano a fare male, ma i Savage non ne vogliono sapere, continuano a malmenarci, con la sezione chitarristica che si erge ancora quando inanella una serie di note una dopo l'altra con l'ausilio anche del tremolo, prima di acquietarsi del tutto e stoppare il pezzo bruscamente, così come era iniziato. Dopo tanto sangue, morte, distruzione, mostri e demoni, è il momento di avere una flebile speranza; in questo caso gli Steel ce la danno parlandoci di un uomo che ha raggiunto il suo scopo, ha ottenuto quel che voleva, dopo un periodo atroce finalmente il tunnel dell'orrore è finito, può respirare di nuovo. La sua gioia è palpabile in ogni angolo di sé, si evince grandemente il sorriso che gli è stato stampato in faccia dalla sua stessa anima per l'obbiettivo raggiunto. Il nostro protagonista arruffa la folla parlandoci di quanto la vita sia breve, ed una sola, di quanto tutto quel che facciamo debba essere pesato e tarato, al fine di non commettere sciocchezze ineluttabili e dalle atroci conseguenze. Mirabile quando, sul finale, prima del ritornello, dice, che la vita è troppo breve per stare in mezzo ai rifiuti, bisogna selezionare sia che cosa facciamo, ma anche chi frequentiamo, la famiglia non ce la possiamo scegliere, ma gli amici e la gente che abbiamo intorno si, senza dubbio, ed altrettanto senza dubbio dobbiamo fare attenzione a chi incontriamo, fra le pecore della società si nascondono anche tanti lupi, e se ti scovano, ti sbranano vivo. Un'ennesima analisi sociale dunque per questo settimo brano di Begins, in cui i Savage Steel abbandonano per un attimo le tematiche da Carpenter o Romero, al fine di dare un quadro molto personale della loro visione sociale, facendoci capire le loro idee ed il loro modi di porsi nei confronti degli altri, sviscerando concetti importanti.

Switchblade Man

Per chiudere in bellezza questo incredibile cerchio di incubi e mostri, i nostri Steel scelgono Switchblade Man (Uomo a Serramanico); qui si parla di un classico pezzo Heavy/Thrash con tutti i crismi. I ritmi sono chiusi, serrati con lucchetto e chiave d'acciaio fortificato, le combo di chitarra tornano a sconvolgerci, si percepiscono influenze Speed e metalliche provenienti da oltreoceano (specialmente dall'Inghilterra e dalla Germania), ma coadiuvate dalle precise e metronomiche meccaniche canadesi, che prendono forza tanto dalla loro parte statunitense, quanto da quella francese ed europea in generale. Si procede così, per tutti e tre i minuti del brano, Paul si sgola, poco falsetto, molta linea vocale graffiata e diretta, la chitarra si riprende il trono e deflagra nelle nostre orecchie con grande energia, tipico ritmo anni '80 con la sua positiva pomposità e complessità, ma al tempo stesso una serie di riff incisivi e rocciosi, come chiunque si aspetterebbe da questo genere. Sembra impossibile, ma da quest'ultimo brano si capisce benissimo quanto i nostri canadesi fossero degli scavatori seriali nei confini della musica; in un unico disco, ed in sole otto tracce infatti, sono riusciti a dare sfogo all'etica musicale inglese, statunitense, canadese, teutonica e chi più ne ha, più ne metta. Questa canzone è un enorme pentolone di lava fusa che scalpita per uscire e bruciare tutto, compresi noi che stiamo ascoltando, e, nome omen per il brano, è veramente tagliente come un coltello a scatto, apparentemente sembra innocuo, ma quando quella lama esce, vedi di fuggire, perché non ce n'è per nessuno. E questo uomo a serramanico invece? Beh, lo potremmo interpretare come un energumeno sempre pronto ad attaccare briga, la sua casa è la strada (come dice l'intro del pezzo), egli non va mai fatto arrabbiare, perché come la sua controparte di ferro e pelle, scatta a molla subito, prendendo a schiaffi chiunque gli si pari davanti, anche un'innocente. Come il coltello egli taglia, spezza, piega, rompe e punge; tuttavia anche per l'uomo comune è possibile sconfiggere l'uomo a serramanico, facendogli semplicemente capire dove sbaglia (realizzare ciò è la sua criptonite, come si evince dal testo), guardarlo fisso negli occhi facendogli intendere che la paura non fa parte di noi. Lui allora, prima gonfierà ancora il petto, nel tentativo di spaventarci, ma quando si renderà conto di chi o cosa siamo, allora desisterà, consapevole di aver trovato qualcuno che non riuscirà a schiacciare, noi ci rialzeremo sempre e comunque, magari ne usciremo con qualche escoriazione e taglio di troppo, ma saremo lì, in piedi con la faccia grondante sudore e sangue, ma in piedi di fronte a lui, testa alta e sguardo fiero, ed allora quel serramanico non potrà far altro che rientrare in sede, con la lama spuntata.

Conclusioni

Una degna conclusione di un disco che, per i più estimatori, è leggendario; i Savage Steel hanno dato forza ad una bestia meravigliosa, dalla quale farsi mangiare è un immenso piacere. Affondate le mani nei suoi solchi, consumatene ogni nota, perdetevi in quegli scuri toni della copertina, insomma, fate anche voi il vostro incubo iniziale. Begins With a Nightmare è l'esatta dimostrazione di ciò che abbiamo iniziato a dire nella introduzione; nella musica non si può stare fermi, e neanche il nostro amato e coccolato Heavy Metal sfugge a questa regola. Niente, anzi, nessuno vieta di adorare ed ascoltare i blasoni, essi sono là e sono famosi per un enorme motivo, aver dato il via a qualcosa, essere stati i primi a produrre una musica mai sentita, un ritmo mai registrato, un testo mai scritto, una canzone mai ascoltata. Loro hanno dato il la, ma poi c'è chi si è ispirato a loro per andare avanti, e c'è chi ancora ha preso, con il massimo rispetto, le loro tradizioni e le ha trasformate in qualcosa di incredibile ed inusuale, come è il caso qui presentato. Scavate, cari miei lettori, scavate sempre, e soprattutto non fossilizzatevi né su un gruppo, né tantomeno su un genere, potreste avere delle sorprese lasciando la mente libera di vagare: paradossalmente potreste arrivare a conoscere Miles Davis o Duke Ellington grazie agli Iron Maiden (come è capitato al sottoscritto, grazie ovviamente al signor Nicko McBrain), potreste arrivare al Blues dagli AC/DC come dai Saxon o da tanti altri, o ancora, potreste arrivare, come dovrebbe essere prassi, a band semisconosciute e seminali tanto quanto i blasoni, dai blasoni stessi, andando sempre più a fondo. Perché la musica è un pozzo, un pozzo in cui cadere senza mai risalire un superfice, se si ha la forza di continuare a nuotare, non c'è limite a quello che si può scoprire, né tantomeno a quello che si può ascoltare. Dunque, disco assolutamente consigliato per chi pensa che solo i Metallica o i Megadeth abbiano qualcosa da dire, o anche soltanto per chi ha fame di qualcosa mai sentito prima, beh, questo incubo su gambe fa decisamente per voi, prendetelo, amatelo, mangiate letteralmente le note che lo compongono, non ve ne pentirete. Se posso poi dare un consiglio personale, ma premetto, è l'opinione di un folle collezionista, questo disco merita di essere acquistato in vinile, specialmente l'edizione clear (bellissima, con l'inner sleeve stampata contenente tutti i testi), quel fruscio di fondo prima di ogni brano, o all'inizio del disco stesso, sarà un momento ancora più personale con la vostra musica, sarete solo voi, l'LP e le casse a cui aggrapparvi per sentire ogni singolo elemento che compone l'album. Tutto questo senza dimenticare che i Savage Steel hanno prodotto anche un seguito di Begins With a Nighmare, si chiama Do or Die, uscito per la Maze Music l'anno successivo al primo full lenght, prima che la band improvvisamente si sciogliesse fra misteri e nostalgia di chi li aveva seguiti; accade spesso che tante band scompaiano così, ma questa è la musica, è una giungla, c'è chi va avanti e c'è chi si ferma, per fortuna ci sono ancora i nostri dischi a ricordarci i fasti di un tempo, quando fare musica voleva dire sputare sangue sulle note, ed è bellissimo vedere oggi tante formazioni giovani fare questo, musica magari vecchia o vecchissima scuola, con un pizzico di moderno, ma sempre nel pieno rispetto delle tradizioni e di chi le ha messe in piedi, oppure fare qualcosa di personale ed unico, ma affidandosi sempre a chi, come i Savage Steel, ha dato, in un lasso di tempo esiguo, tutto quel che poteva dare alla causa del Metal.

1) Hit from the Rear
2) The Betrayal
3) Chambers of Darkness
4) On the Attack!
5) Night Prowler
6) Streets of Indecision
7) A Night of the Horizon
8) Switchblade Man