SATYRICON

Nemesis Divina

1996 - Moonfog Productions

A CURA DI
PAOLO FERRARI CARRUBBA
28/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

"Nemesis Divina", la vendetta degli dei. Un titolo diretto e lampante, massima dichiarazione d'intenti dei norvegesi Satyricon, l'essenza più viscerale ed aggressiva del black metal scandinavo; sublimazione artistica di un gruppo che ha definito la storia del genere. In questo articolo andremo ad analizzare quello che molto probabilmente corrisponde all'opus più rappresentativo di un certo modo di intendere il metal estremo nord-europeo: nel gelo ferale dei primi mesi del 1996 la leggendaria band composta da Sigurd Wongraven, in arte "Satyr", e Kjetil-Vidar Haraldstad, in arte "Frost", avvalendosi del prezioso contributo di Ted Skjellum, detto Nocturno Culto (famoso chitarrista e cantante dei Darkthrone), si rintanò nei norvegesi Waterfall Studios per incidere il disco che avrebbe definitivamente consacrato il monicker "Satyricon"nell'olimpo dei grandi di un genere che non ha mai smesso di spaventare e far scalpore, continuando a riecheggiare sinistro, forte di un vigore ancora vivido e di un'attitudine sempre attuale. La storia della band inizia nei primi anni '90, periodo in cui, dopo vari cambi di line up ed il rilascio dei demo "AllEvil" e "The ForestIs My Throne", i Satyiricon debuttarono sotto l'egida della "Moonfog Productions" pubblicando il fondamentale "Dark Medieval Times", lavoro permeato da una chiara matrice compositiva Burzumiana, vero e proprio inno ai secoli bui del medioevo, un capolavoro dal sound marcio e cavernoso, ma anche ricco di atmosfere gelide, splendido tributo ai tempi remoti e oscuri che furono. Sulla scia del gran successo immediatamente riscontrato con il primo album, il percorso della band continuò vittoriosamente con un altro classico. Infatti nell'autunno del '94, stesso anno d'uscita del debutto, i nostri diedero alle stampe il loro secondo lavoro in studio, il gelido e primitivo "The Shadowthrone", disco caratterizzato da una maggiore componente sinfonica, e dunque da arrangiamenti più barocchi e soluzioni compositive più elaborate e complesse. Due inverni dopo, il trio composto da Satyr, Frost e dal session-man Nocturno Culto (in tal sede annoverato con lo pseudonimo di "Kveldulv") avrebbe definitivamente cosegnato il monicker "Satyricon" alla storia con "Nemesis Divina", consacrazione ultima del percorso artistico intrapreso con i due lavori precedenti, la perfetta colonna sonora dell'apocalisse, un lavoro devastante, intriso di passione e romanticismo nei confronti del gelo e dell'antica cultura scandinava, oggi sepolta dalla fredda modernità: un immenso inno alla tradizione pagana passata e al folklore nordico ormai dimenticato. "Nemesis Divina2 rappresenta l'estremizzazione della volontà compositiva presente in "Dark medieval times" e "The Shadowthrone", l'album in questione è senza dubbio l'opera più violenta ed aggressiva mai composta dal combo, un trionfo di epicità e pathos, elementi supportati da vocals ruggenti, trame chitarristiche intricate e da un lavoro alle pelli feroce e spietato. Un lavoro estremamente curato, studiato e calcolato nel dettaglio, dunque; una perizia ed un'attenzione per il dettaglio quasi maniacale (quanto geniale), un processo lavorativo calibrato ad hoc per donare al pubblico un prodotto che suonasse unico, in grado di spiccare fra la massa di pubblicazioni (notevoli o meno) datate 1996. L'anno di "Filosofem" del già citato Varg Vikernes, di "Stormblast" dei Dimmu Borgir, di "The Secrets of the Black Arts" dei Dark Funeral. Ed ancora, "Heaven Shall Burn... When We Are Gathered" dei Marduk, senza dimenticarsi di "Latex Cult" degli Impaled Nazarene o "Blood on Ice" dei monumentali Bathory. Un panorama, per forza di cose, affollato e decisamente ricco di realtà in via di affermazione od al contempo giunte alla piena maturità. In virtù di questa volontà (e di seguito, capacità) di spiccare, "Nemesis Divina" non si limitò solo ad i contenuti: il terzo lavoro dei Satyricon fu anche in grado, in seconda battuta, di promuovere una piccola rivoluzione dal punto di vista più "visivo", presentando un art work oggi come oggi divenuto iconico, ma all'epoca considerato inusuale ed anche un po' controcorrente, se vogliamo. Basta riflettere su di un punto in particolare: qual è, tirando le somme, uno dei tratti peculiari del primo Black scandinavo? Una venerazione quasi spasmodica e compulsiva per il lo-fi, sia sonoro sia appunto visivo. In questo discorso, "Nemesis..." si inserisce rompendo ogni tipo di legame con la tradizione; anche interno alla storia degli stessi Satyricon, oltre che con la scena in senso lato. Se gli art work di "Dark Medieval Times" e "The Shadowthrone" non brillavano certo per una cura importante del dettaglio (il primo, un minimale disegno in stile fantasy; il secondo, dedicato ad un gioco d'ombre / oscurità), ecco che il terzo lavoro di casa Satyricon si discosta dai due precedenti, proponendo un concept ricco di dettagli e colori totalmente differenti dai "soliti" nero, grigio e bianco. Ottimo il lavoro compiuto da Stein Løken, ideatore del soggetto, pensato e realizzato a quattro mani con il collettivo "Union of Lost Souls", gruppo di designer norvegesi già attivi con Enslaved e Seigmen: troviamo quindi un portone sotterraneo, l'entrata di una cripta, celante chissà quanti misteri. Quasi inchiodato ad esso, un falco; tutt'intorno, fiamme vibranti e brillanti, piccoli dettagli posti sul lato sinistro dello stipite (un occhio in alto, una chiave al centro, una mascella in basso). Colori che vanno dal marroncino all'arancio, dal terracotta al brillare del fuoco. Sfumature, sovrapposizioni... insomma, una copertina impegnativa. Il tutto fu giustificato da Satyr in questo modo: "Prima di allora, gli standard consistevano in fotografie amatoriali, font decisamente scadenti, privi di qualità". Chiara, dunque, la voglia di distinguersi in ogni campo. Anche in quello artistico. Fatte le dovute premesse, passiamo dunque all'analisi track by track.

The Dawn of a New Age

Un riff pesante e cadenzato introduce la prima traccia dell'opera, "The Dawn of a New Age (L'alba di una nuova era)"; il muro di suono è scandito dai pesanti e solenni colpi della batteria di Frost, e poi improvvisamente il frontman Satyr ringhia: "This is Armageddon!", una dichiarazione semplice e spiazzante, una chiarezza che nell'immediato disorienta l'ascoltatore, le cui braccia tremano scosse da un brivido siderale.Le liriche del brano attingono direttamente dal libro della rivelazione, meglio conosciuto come Apocalisse di San Giovanni, con questa premessa ci rendiamo conto di essere stati repentinamente catapultati nel cuore pulsante del conflitto finale, il giorno del giudizio ha travolto l'umanità con una violenza disumana e senza alcun preavviso, danziamo sull'orlo del precipizio della civiltà: stiamo assistendo all'alba di una nuova era, la fine del Kali Yuga, il giorno dell'ira è giunto è l'uomo è destinato a soccombere inesorabilmente sotto l'acciaio degli dei. Una grandine di fraseggi rapidissimi si abbatte sull'ascoltatore impotente, il tema portante sarà continuamente soggetto a variazioni e sfumature, assistiamo a una scalata di riff che donerà al pezzo un andamento dinamico, versatile ed imprevedibile, a primo impatto ci si sente trascinati in un caos sonoro, ma pian piano la vittima di questo assalto metallico si accorge di trovarsi di fronte a una struttura ritmica estremamente complessa, retta da un ordine scrupoloso e chirurgico. The Dawn of a New Age è un vero e proprio bombardamento, probabilmente la composizione più violenta dell'intero album, l'ascoltatore si trova tragicamente in balia degli eventi, completamente incapace di reagire davanti a un muro sonoro così imponente da togliere il fiato. Ogni passaggio risulta più severo e austero del precedente, ogni struttura ritmica è studiata per annichilire ed annientare, Satyr si fa carnefice dei peccatori continuando a ruggire con furia animale, annunciando il compiersi della profezia della fine dei giorni dell'uomo, le tenebre offuscano la vista e il fuoco degli armamenti arde impetuoso incenerendo l'intero genere umano. L'olocausto sonoro si interrompe solo dopo la prima metà del brano, sezione in cui il basso del frontman esegue un fraseggio disteso ed atmosferico; tuttavia la furia riprenderà subito dopo grazie al puntuale intervento del duo Frost-Kveldulv, artefici di una sessione ritmica selvaggia, tinta di sonorità eroiche e da un andamento verticale epico, condito da sentori marcatamente drammatici. Il brano continuerà su questa scia fino alla fine con l'ultima ripresa del tema portante, l'ultima parte dell'opener è incorniciata da una sezione ritmica distruttiva e incendiaria, la battaglia è conclusa, ma la guerra è solo agli albori..

Forhekset

La disfatta del genere umano continua con l'avanzata inesorabile dei quattro cavalieri dell'apocalisse: il testo del secondo brano, "Forhekset (Stregato)", cantato completamente in norvegese, descrive un ulteriore passo nel compimento della profezia finale del nuovo testamento. La rovina dell'uomo mediante la rottura di tutti i legami e il disfacimento del regno della luce, la notte strega l'animo delle vittime del fato e l'oscurità più assoluta ne avvelena i deboli cuori, una pallida e mortifera luna diviene il nuovo sole; l'ordine naturale delle cose viene sovvertito, le creature notturne prendono il sopravvento sull'umanità. Un breve arpeggio di chitarra dall'atmosfera crepuscolare introduce un riffing serrato e ruvido, l'attacco delle vocals di Satyrrivela un'impostazione meno violenta rispetto a quanto accadeva nell'opener, tuttavia a livello ritmico il muro di suono rimane costante e le variazioni nell'avvicendarsi dei fraseggi creano continui picchi emotivi; in questo pezzo la componente aggressiva e quella melodica risultano perfettamente bilanciate. La composizione presa in analisi è figlia dell'esperienza artistica dei precedenti album, i riff risultano infatti aggressivi ma anche barocchi e affusolati, numerose sono dunque le virate che fanno cenno a ritmiche marcatamente folkloristiche e medievaleggianti. Nonostante la continua attenzione all'atmosfera, il ritmo non subisce mai rallentamenti di sorta, il riffing è versatile, in continua evoluzione, la canzone è strutturata come una scalata verticale di fraseggi che si susseguono concatenandosi perfettamente. Ogni passaggio della cavalcata rimane impresso nella mente dell'ascoltatore, il livello compositivo è altissimo, la perizia tecnica dei nostri risulta a dir poco ineccepibile, ognuno interpreta la propria parte al meglio, mettendo in musica la rivoluzione dei figli della notte. I lupi divorano l'animo degli uomini, le paure più fosche e recondite del vasto immaginario umano soverchiano il raziocinio, il regno della notte sempiterna e del caos più totale ha annientato ogni forma di progresso e ragione, il sole è tramontato e non risorgerà mai più: il combo celebra il glorioso sorgere dell'eclissi eterna con un movimento finale grondante di pathos, il ritmo cresce con un'impostazione ritmica da madrigale medievale, vivaci note di pianoforte infiammano il finale di questa canzone spettacolare. 

Mother North

La terza traccia dell'album, è senza dubbio alcuno la composizione portante e più rappresentativa dell'opera. Il brano in questione corrisponde al cavallo di battaglia più conosciuto, celebrato e blasonato dei Satyricon: "Mother North (Madre Nord)" è un manifesto, una dichiarazione d'intenti, la sublimazione della poetica ultima che permea le liriche dell'intero genere. Generazioni di band hanno inseguito il sogno di comporre una canzone in grado di raggiungere gli standard compositivi e stilistici dettati dal pezzo preso in analisi, stiamo parlando di un vero e proprio avamposto, un paradigma essenziale, sei minuti e mezzo di musica che hanno stravolto e ridefinito per sempre i canoni del black metal europeo. Risulta inoltre doveroso elogiare Mother North anche per via della propria importanza fondamentale a livello di definizione dei canoni estetici del genere, per il brano venne infatti realizzato uno splendido video clip divenuto materiale di culto e fonte di leggenda, testimonianza primaria e basilare dell'attitudine e dell'ideologia celebrativa del genere, la dimostrazione del fatto che il black metal non corrisponde solamente a un linguaggio musicale preciso, ma anche a un vero e proprio intorno artistico basato su una linea di pensiero ben delineata. "Mother north - how can they sleep while their beds are burning? Mothernorth - yourfields are bleeding.."A livello lirico la composizione si scaglia ferocemente contro la modernità e il cristianesimo, la religione è colpevole di aver distrutto la cultura dei popoli scandinavi antichi e tentato di cancellarne persino la memoria, Satyr si ribella, il frontman ringhia con estrema ferocia per riportare in vita il dolore dei propri avi. La rievocazione storica degli eventi passati è una denuncia, una durissima rivolta: la presa di posizione contro l'ipocrisia della modernità è dunque volta a mostrare al mondo le ferite invisibili che dilaniano dall'interno il tessuto connettivo del popolo scandivano, la rivalsa di un passato che non è mai morto, il sommo sussulto di un cuore che non ha mai veramente smesso di battere. Il celeberrimo riff d'apertura del brano scaraventa nuovamente l'ascoltatore nel mezzo della battaglia, non viene concesso alcuno spazio a intro atmosferici o arpeggi, l'inno alla grande Madre Nord si concretizza immediatamente in una sfuriata senza precedenti, il riffing è tempestoso e i ritmi sono serrati,solo con l'esordio delle vocals avremo una maestosa apertura melodica, un fraseggio ondoso ed epico sorretto da un coro imponente di voci gravi ed eroiche dal forte impatto emotivo. Dopo la prima strofa torna ad incalzare il motivo portante del pezzo, e poi improvvisamente la meraviglia: cupi rintocchi di campana introducono una variazione spettacolare, il ritmo si fa tragico e cadenzato, la sezione centrale della canzone risulta l'assoluta prova della versatilità compositiva dei nostri, l'atmosfera è densa, il pathos è a livelli stellari, abbiamo a che fare con il momento più carico di epicità e magniloquenza, a tratti l'arrangiamento melodico offre vibrazioni commoventi, pura magia messa in musica. "Sometimes in the dead of the night I mesmerize my soul, Sights and visionsprophecies and horror, theyall come in one"
In questa ampia sezione melodica Satyr decanta il ricordo di antiche stragi in forma di incubi notturni, l'animo del singer lacrima, soffre, sanguina, la passione del frontman si traduce in una performance stellare, il romanticismo verso l'antica tradizione è palpabile, risulta impossibile non empatizzare verso un sentimento così genuino e sentito. L'incedere del brano evolve con ulteriori aperture melodiche e ariosi tappeti di tastiera, il drummer Frost risulta costantemente sugli scudi, il suo tocco è preciso e puntuale, versatile in base alle esigenze ritmiche in continuo mutamento. Terminata la jam melodica ci avviciniamo alla conclusione del pezzo con la ripresa del riff portante, e dunque dell'antheminiziale su cui si basava la prima strofa: "Mothernorth - unitedwe stand (togetherwewalk) Phantomnorth - I'll be there when you hunt them down", i versi che hanno fatto la storia di un intero genere, le parole di Satyr sono toccanti, manifestazione di un fortissimo sentimento nazionale, un patriottismo che trascende il tempo e lo spazio e rievoca tutta la magia di un folklore andato quasi perduto a causa dell'avvento del cristianesimo. Si potrebbero scrivere righe e righe sull'importanza del brano preso in analisi, Mother North è un inno, un archetipo, un modello esemplare: una canzone in grado di riassumere la vera e più profonda essenza del black metal scandinavo.

Du Som Hater Gud

Siamo giunti al brano in assoluto più violento e fulminante del lotto: con "Du Som Hater Gud (Tu, che odi Dio)i Satyricon continuano la loro inesorabile marcia contro il cristianesimo, anche a livello lirico l'invettiva del frontman si fa sempre più aspra, in questo caso, come accadeva in Forhekset, il testo è cantato interamente in lingua madre, probabilmente proprio per esacerbare ulteriormente e con maggiore agilità semantica l'attacco nei confronti della religione cristiana. Così incalza la prima strofa: "Tu che odi Dio e la vita dei cristiani, e avverti tale presenza come un amaro cancro, tutto ciò deve essere disintegrato" L'attacco di Satyr è durissimo, privo della benché minima forma di retorica poetica o fronzolo artistico, il cantante si rivolge direttamente all'ascoltatore esortandolo a rinnegare la religione e gli idoli cristiani, massimo strumento di controllo dell'animo umano; la violenza del messaggio espresso dal testo trova riscontro in una sezione ritmica pesantissima e aggressiva, il drumming efferato di Frost incede severo e rapidissimo, le due chitarre non lasciano superstiti. Terminata la strofa abbiamo un primo rallentamento, eppure non c'è spazio per l'atmosfera, le chitarresi rincorrono al cardiopalmo, piangono note e amare e malinconiche, e poi via, immediatamente riprende il tema portante del pezzo per accogliere un acidissimo refrain carico di odio. L'instancabile doppia cassa di Frost è l'assoluta protagonista della sezione ritmica, la cavalcata si fa sempre più sincopata, caotica e feroce, attimi di pura furia annichiliscono l'ascoltatore, e poi repentinamente il riffing acquisisce un andamento ondoso ed ipnotico, senza accorgercene siamo giunti alla sezione finale del brano, a sorpresa il riffing ondoso trova un accompagnamento del tutto inaspettato: entra in scena un bellissimo arrangiamento di pianoforte, parentesi sinfonica ammaliante e pregna di quel denso alone di malinconia che pervade il pezzo per tutta la sua durata, una conclusione inattesa e decisamente magnifica. Ennesimo,prezioso e corposo tassello di un'opera che per ora pare proprio non avere davvero alcun punto debole.

Immortality Passion

"Immortality Passion (Passione immortale)", la quinta traccia dell'opera, corrisponde al personale brano favorito di chi scrive: l'intro è affidato a un breve tappeto di tastiera melodico e atmosferico, le chitarre esordiscono con un fraseggio cavalcante, dalle dinamiche folkeggianti e groovy, Frost partecipa con perizia al groove creando un incedere tribale e massiccio; con l'arrivo della prima strofa la sezione ritmica diventa sempre più quadrata e tempestosa, anche se l'iniziale attenzione per la melodia si mantiene costante, la peculiarità dell'impostazione melodica e ariosa delle ritmiche sarà presente per tutta la durata del brano. Come suggerito in partenza, il pezzo preso in analisi è caratterizzato dai fraseggi più folk dell'album, anche se la pesantezza del muro di suono manterrà comunque un taglio tipicamente black metal fino alla fine; probabilmente abbiamo a che fare con la canzone più sperimentale ed istrionica del disco. Il riffing poderoso rimanda ad atmosfere gelide e antiche, l'essenza del brano consiste nella celebrazione delle virtù guerriere degli estinti popoli nordici precristiani. "I amwinterwhenyoufreeze,I am the hammer and you are the anvil" ogni elemento delle liriche è un chiaro rimando concettuale al fascino delle tradizioniscandinavee alla grandezza degli immortali ghiacci artici, il testo descrive al meglio il sentimento di passione che lega un guerriero alla sua spada, una vita eroica vissuta nella costante speranza di risorgere nel Valhalla in seguito a una dipartita gloriosa. Il fraseggio portante del pezzo si evolve in dinamiche ondose supportate da delicati tappeti di tastiera, il riffing incede rapido eppure etereo, denso e avvolgente come una bufera di neve, l'atmosfera è glaciale eppure il suono delle due chitarre risulta sempre caldo e corposo. La sezione centrale risulta maggiormente sincopata e sinfonica, passata la metà del brano abbiamo una brusca accelerazione del ritmo, i toni si inaspriscono, le chitarre si fanno sempre più impetuose e i fraseggi incedono taglienti, si crea un'andaturasempre più efferata per introdurre la climax finale dell'ultima strofa, culmine emotivo della canzone: "Open the gate to immortality, I stand proudawaiting the gloryOf a new morning...darkness" l'ovazione di Satyr si conclude con l'apoteosi del guerriero nordico, ormai la gloria eterna è alle porte, l'immortalità attende il protagonista dietro i cancelli del Valhalla, l'ascesa è il coronamento di un'esistenza vissuta nel gelo della guerra e nella morsa degli stenti, il sacrificio di un'intera vita dedicata alle armi è il prezzo da pagare per essere ricordati fino alla fine dei tempi. 

Nemesis Divina

"Marcito il nostro regno, arrugginito il nostro oro, martellate le nostre pianure, tutto ciò che era florido ora patisce!" Così ringhia il frontman nei primissimi attimi della title track dell'opera, canzone ferocissima priva di intro, una delle composizioni più aggressive mai composte dal gruppo, altro brano cantato interamente in norvegese, crogiolo della furia di un passato che risorge con vigore assassino per riscattare la memoria di un'identità culturale violata. Il gran finale dell'album consiste nella risoluzione del conflitto finale, riff granitici si abbattono collerici sull'ascoltatore inerme per tutta la durata del pezzo, il muro di suono si dipana dinamico e pesantissimo. Lo stile compositivo del brano ricalca la violenza disumana dell'opener, ma anche le cavalcate epiche e groovy degli altri due pezzi cantati in lingua madre, Forhekset, DusomhaterGud e Nemesis Divina sono canzoni espressamente collegate da un preciso filo conduttore lirico e stilistico, altra prova della coerenza compositiva del combo, ogni tassello dell'opera è messo al posto giusto, l'album scorre organico e granitico, concepito come una fortezza inespugnabile. La rabbia cieca della strofa ci trascina verso un ritornello infervorato: "Vendetta divina: sputo nell'occhio della causa di Javeh. Vendetta divina: accoltello il cuore del figlio di Dio!" Ancora parole durissime da parte di Satyr, il refrain del brano è colmo di misantropia e odio anti religioso, picchi di devastazione sonora si rincorrono spasmodicamente, gli antichi dei dimenticati dall'uomo hanno rotto i sigilli che gli impedivano di calpestare la terra in forma fisica, l'ira del passato è risorta con rancore per estirpare il male alla radice, non c'è alcuna possibilità di redenzione, l'empio genere umano ormai è spacciato. L'eclissi che illuminava il cielo viene rapidamente inghiottita da un enorme sole morente, la stella esploderà consumando ogni vita, il pianeta e la via lattea verranno ridotti in cenere in una frazione di secondo, questa è la vendetta degli dei: una continua scalata verticale di fraseggi distruttivi si concatenano perfettamente abbattendo ogni difesa dell'ascoltatore, la fine è giunta senza preavviso, il giorno del giudizio non ha lasciato alcun superstite. Come accadeva nelle altre due tracce cantate in lingua madre, la sezione finale del brano consiste in una chiusura melodica, cupa e malinconica, in questo caso il sipario cala con un riffing disteso che crea un'atmosfera crepuscolare, l'inesorabile colonna sonora dell'oscurità che cala sul mondo. La vendetta divina ha annientato ogni cosa, ci troviamo innanzi a un panorama desolato e glaciale: l'universo come lo conoscevamo è stato annientato, della terra rimane solamente una fitta e buia coltre di cenere, una gigantesca nebulosa fatta di morte e distruzione. 

Trascendental Requiem of Slaves

La coda strumentale che chiude l'opera ("Trascendental Requiem of Slaves") si allaccia perfettamente alplumbeo ed oscuro finale della title track, fraseggi cadenzati e carichi di pathos avanzano e si evolvono fino a creare un valzer mortifero, il primo movimento della coda rappresenta la genesi della nuova era dell'oro, il tempo degli uomini è finito, e gli antichi dei hanno ristabilito il loro dominio sull'universo: mistiche entità fatte di luce e puro intelletto volteggiano gloriose tra i fumi della distruzione, la corruzione che avvelenava la via lattea è solo un ricordo lontano. Il secondo movimento della coda è una marcia funebre, gli scheletri fusi dei pianeti abbandonati vorticano silenti nell'oceano della distruzione. Note oscure e lugubri aleggiano come anime dannatein eterna agonia, la malvagità umana è stata definitivamenteestirpata dalla realtà fenomenica e gli spiriti corrotti danzano mesti in un'oltretomba ricolma di disgrazie atroci e infinita sofferenza. La straziante danza macabra degli spettri si protrae fino alla fine della coda, un'atmosfera infernale avvolge l'ascoltatore trascinando il suo spossato intelletto in un ultimo, glaciale tormento..Il suono si dirada gradualmente, il tremendo rumore della distruzione diviene un eco sempre più lontano, lo spaventoso tumulto che afflisse la terra è una memoria distante e rarefatta;l'opera termina nel silenzio, gli dei hanno vinto la guerra: la vendetta degli dei è compiuta. 

Conclusioni

Appena cessate le sessioni di registrazione invernali presso gli Waterfall Studios di Oslo, Satyr, Frost e Nocturno culto, nell'aprile del 1996 regalarono al mondo quella che probabilmente è la testimonianza più importante ed il massimo traguardo mai raggiunto nella storia della musica estrema europea. A distanza di ventun'anni dalla sua uscita, "Nemesis Divina" si configura come un lavoro ancora irraggiungibile, un'opera d'arte formalmente perfetta, un traguardo rimasto ineguagliato ed un lavoro che ha scalfito la prova del tempo senza alcun affanno. L'album in questione è unanimemente considerato come un'uscita fondamentale, immancabile in ogni collezione metal che si rispetti, vero e proprio manifesto del gelo scandinavo e inno alla memoria dei popoli precristiani. Il terzo lavoro in studio dei Satyricon merita necessariamente di essere annoverato tra i dischi black metal più influenti di sempre, l'opus consiste in un tributo alle terre del nord, un primitivo inno alla gloria della Norvegia e alla memoria di un folklore quasi estinto, che merita di essere vendicato: l'impatto culturale di Nemesis Divina sulla cultura musicale scandinava è stato a dir poco impressionante, ancora oggi la corrente creativa ed artistica musicale metal europea trae forte derivazione dall'importanza di brani anthemici come l'opener "The Dawn of a new age" , l'indimenticabile "Mother North" e la rocciosa title track, pezzi universalmente riconosciuti tra gli inni del genere. L'album analizzato si configura come un vero e proprio stendardo culturale, un inossidabile traguardo artistico che rimarrà per sempre un punto di riferimento per nuove e vecchie generazioni di metalheads. Impossibile non citare l'altissimo valore estetico e simbolico dell'artwork dell'opera e le celebri foto promozionali della band: la perfetta colonna sonora dell'apocalisse si fregia di un'immagine suntuosa ed evocativa, dalla forte valenza sciamanica e rituale. Dicevamo in sede di introduzione quanto la copertina spiccasse su moltissime altre della scena, creando anche uno scarto pressappoco immenso con le altre due presenti nei lavori precedenti dei Satyricon. Omaggio alla gloria imperitura dei tempi che furono, si erge  uno stemma pagano composto dalla carcassa di un falco inchiodato a una croce, in tributo agli dei; attorno all'animale appare una cornice lignea data alle fiamme. Una composizione cruda e violenta, perfettamente in linea con il sound guerrafondaio dell'album. Altrettanto fondamentale risulta la valenza estetica della foto promozionale della band, immagine dal fortissimo impatto visivo: Satyr posa su un trono d'epoca cingendo tra le mani un teschio senza scalpo, alle sue spalle si erge glorioso un elegante falco reale; ai lati del frontman capeggiano Frost e Nocturno Culto, entrambi coperti di borchie e armati fino all'osso. Molti gruppi black metal peccano per un'estetica trita e traballante, tuttavia in questo caso gli sguardi dei tre trasudano una vera passione viscerale per la nera arte, sigillata nella loro opera senza tempo; stiamo osservando uno scatto che ha fatto la storia del genere, decisamente doveroso sottolinearlo. Vera e propria dedizione alla causa, unita ad un sano senso d'appartenenza, sintomo della voglia di riscattare un passato mai troppo dimenticato. In questo senso, l'anti-cristianesimo presente nei testi della band si discosta a sua volta da una "blasfemia" semplice e magari solamente "shockante", fine a se stessa. Per i Satyricon, il discorso è diverso. Perché si odia il "dio straniero"? Per il semplice fatto che i suoi seguaci hanno - con la violenza - sradicato tradizioni millenarie, relegandole al fiabesco, al ridicolo, al "mitologico". L'urlo di "Nemesis Divina" è dunque lanciato contro il cielo, contro la volta celeste. Il Nord vive ancora, la Madre non si è mai arresa; la sua prole vendicherà l'oltraggio subito, ogni fratello caduto verrà consolato dal sangue nemico, il quale verrà versato a fiotti. In ultima battuta possiamo affermare che tutto l'intorno artistico, ideologico ed estetico che riguarda Nemesis Divina, corrisponde ad un perfetto crogiolo di sentimento e cognizione di causa. Il terzo album dei Satyricon ancora oggi rappresenta un capolavoro immenso e ineguagliabile, vera pietra miliare della rievocazione folkloristica scandinava e genuina testimonianza della passata cultura nord europea, un classico intramontabile.

1) The Dawn of a New Age
2) Forhekset
3) Mother North
4) Du Som Hater Gud
5) Immortality Passion
6) Nemesis Divina
7) Trascendental Requiem of Slaves