SACRED LEATHER

Ultimate Force

2018 - Cruz Del Sur Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
21/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Siamo nel 2018 ma è come se fossimo nel 1982. Il tempo si riavvolge come fosse una pellicola analogica, un poco usurata, dai colori sbiaditi e dalle immagini sgranate, ma che sa regalare grandi emozioni, sa riportare a galla dolci ricordi ed è capace di trasmettere certe sensazioni o soddisfazioni che la materia liquida o virtuale non sono minimamente in grado di replicare. Agguerriti e decisi a portare avanti un discorso risalente a una quarantina di anni fa, i Sacred Leather sono l'ennesima ottima formazione di heavy metal tradizionale che rappresenta una filosofia musicale di natura classicista, nonché la conferma, ancora una volta, del prepotente ritorno a determinate sonorità che da una decina di anni impazza in tutto il mondo, tanto per ribadire l'irrefrenabile ciclicità del tempo che plasma il passato e lo trasforma in presente. Già dalla presentazione del disco di esordio, dalle tinte rosso fuoco che avvolgono un felino, posa combattiva e occhi lucenti, pronto ad assalire l'ascoltatore, si intuisce un certo gusto per la tradizione laddove affondano le radici del mito, per un connubio fortemente sentito tra metallo inglese e U.S. power americano tipico dei primi anni 80. I Sacred Leather pestano duro, ma non solo, perché proprio come il puma in copertina riescono a metterci la zampata vincente e a graffiare a dovere i timpani dell'ascoltatore grazie a una manciata di brani di ottima fattura, costruiti su riff rocciosi e ritornelli goliardici che prendono nell'immediato e che restano incisi nel cuore. Sono bastati alcuni singoli, un live e un ep, il tutto gestito in soli tre anni, per approdare alla corte della Cruz Del Sur, etichetta italiana di grande rispetto che vanta, tra i propri artisti, band del calibro di Battleroar, Argus, Sacred Steel, Dark Quarterer, Steel Prophet e Twisted Tower Dire. Il biglietto da visita è servito con cura e i Sacred Leather non deludono le aspettative: heavy metal brillante, composto con passione e dotato di eccellenti melodie, disposto su sette brani incandescenti che faranno la gioia di tutti i puristi. In questo album, dannatamente diretto e dalla durata concisa, gli anni 80 tornano alla ribalta, in forma smagliante e abbastanza fresca, proiettando il pubblico indietro nel tempo, quando a imperare era un solo genere, ancora lontano dalle derive sperimentali che avrebbe preso qualche anno più tardi e totalmente privo di contaminazioni. La formazione di Indianapolis, Indiana, non ha certo intenzione di proporre qualcosa di nuovo, piuttosto l'intento è quello di ricalcare i passi dei giganti del passato e di ricordare le gesta di un'epoca lontana ma mai dimenticata da milioni di appassionati. Dopo una lunga gestazione durata quasi due anni, "Ultimate Force" esce nel febbraio 2018, proseguendo il discorso inaugurato con l'ep "Cassette 2016", lavoro prodotto soltanto in music-cassetta in copie limitate, che presentava due tracce qui riprese e inserite in chiusura. Insomma, tutto sembra richiamare a gran voce la decade più bella e magica che l'heavy metal abbia regalato, e si palesa come una sentita dichiarazione d'amore verso un passato mai sepolto: una bellissima copertina che omaggia formazioni storiche inglesi come Tygers Of Pan Tang, Jaguar o Wolf, una produzione ricercata a metà strada tra tradizione e modernità, un senso per le armonizzazioni chitarristiche, condotte dai due axe-men JJ Highway e Carloff Blitz, che tributano Judas Priest e Riot, e un tocco di epicità, che è poi il valore aggiunto, che ricorda vagamente la trilogia ottantiana dei mitici Grim Reaper. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dalle note partorite da questi cinque ragazzi dai bizzarri soprannomi per essere trasportati indietro negli anni, attraverso un viaggio spazio-temporale che evoca ancora oggi emozioni infinite e perché no, persino qualche lacrima dovuta alla nostalgia di un'epoca che non esiste più e che è oggi così lontana temporalmente, ma così vicina grazie a band come i Sacred Leather e tutte le altre sorte negli ultimi tempi e che si battono per mantenere in vita il verbo del caro vecchio metallo tradizionale. Dunque, siamo pronti ad iniziare questo viaggio a ritroso, nel tempo del mito, nell'epica dell'hard n' heavy, tra robuste cavalcate metalliche, acuti spaccatimpani, assoli frenetici e melodie irresistibili.

Ultimate Force

L'acuto impietoso di Dee Wrathchild e le incandescenti chitarre gemelle di JJ Highway e Carloff Blitz ci trascinano nell'uragano sonoro Ultimate Force (Forza Ultima), magmatica title-track che fuga ogni dubbio sul genere proposto: heavy metal potentissimo e dalle forme sinuose. Mentre il basso tagliente di Magnus LeGrand irrompe con vigore si attacca con la prima indimenticabile strofa: "Un suono terrificante ruggisce tra le montagne. Destrieri di acciaio e di tuono scendono sulla terra. La distruzione della terra è giunta". La linea vocale è irrequieta ma coinvolge con la sua bella melodia, proiettandoci in questo mondo apocalittico tempestato di tuoni e di lampi dove mefistofeliche figure irrompono nel mondo per divorarlo. Le chitarre emettono suoni stridenti, creando un vortice metallico che sembra un tornado impazzito che tutto travolge, mentre il drummer Jailhouse conduce la marcia con fendenti che sconquassano la crosta terrestre. Wrathchild ha un'ugola acutissima e subito mette in mostra le proprie doti spingendo al massimo e sottoponendo le sue corde vocali a forte stress, fino a quando non si giunge nel glorioso e dinamitardo pre-chorus che cattura al primo ascolto: "Di cenere in cenere, tornerete sulla terra". Il refrain è articolato e conquista nell'immediato, è fresco e terribilmente efficace, tanto da far tremare il suolo: "Correndo nelle tenebre, spade sanguinose su ruote diaboliche. È tardi per pregare, non c'è posto in cui nascondersi, ecco la forza ultima su un cavallo da guerra". Il vocalist è aiutato dai cori dei compagni nell'arduo compito di rievocare questo spettrale paesaggio e la guerra che infuria sul mondo, ma non si tratta di cori angelici, piuttosto di cori luciferini, che incutono paura e rafforzano il concetto di tenebra. L'oscurità la fa da padrone in questo brano, un'oscurità che si viene a creare mano a mano che si procede con l'ascolto, tra rasoiate metalliche e accelerazioni improvvise. Giunge la seconda strofa: "Cavalieri dal manto cremisi irrompono nella notte, le vittime restano immobili vedendo la fine arrivare. I cavalieri sono come fari luminosi giunti dall'inferno e cavalcano per la distruzione". Chi siano questi cavalieri non è dato sapere, probabilmente demoni che infestano la terra per sottometterla, venuti dall'inferno per schiavizzare l'umanità. Il caos regna sovrano in questo mondo devastato, perennemente in guerra, le chitarre ora si lanciano in assoli furenti che mettono a ferro e fuoco l'interno panorama. Le doti tecniche e il gusto melodico di Highway e Blitz è sotto gli occhi di tutti, la fase strumentale è un vero piacere da gustare, e così, in fretta e in furia, si giunge al termine di questa bellissima canzone. Diretta e veloce, un'apertura da brividi.

Watcher

I ritmi serrati proseguono con Watcher (Osservatore), tra fraseggi spericolati e acuti sanguinolenti entriamo in una dimensione tesa. La guerra tra popoli continua, così come l'esaltazione delle virtù guerriere. Anche qui troviamo i cori diabolici che accompagnano la voce di Wrathchild, specialmente nel prezioso refrain, che si staglia gelido e funesto quasi subito, appena dopo la prima strofa. "Arrampicarsi nella polvere, per giungere alla salvezza passo dopo passo. Il nostro regno è arrivato, quello vecchio è giunto al tramonto. Siamo i prossimi, così ci dicono". La narrazione segue un ritmo a tratti veloce, a tratti sincopato, per una struttura ondulata che culla l'ascoltatore, lo stordisce e poi lo stende al tappeto quando giunge il ritornello: "Gli uomini consacrati hanno respirato parole antiche, antiche parole in un vincolo di sangue". L'aria epica si percepisce non solo dalla nobile melodia, ma anche e soprattutto dall'utilizzo degli strumenti, in particolare dal lavoro di Jailhouse e LeGrand che sembrano sfidarsi in una danza pagana. Inoltre, l'ugola acuta del cantante, ha bisogno di contro-cori in sottofondo per risultare più cupa, non riuscendo forse naturalmente a raggiungere tonalità gravi, ma tutto ciò non fa altro che aumentare pathos e solennità. "Spiriti appesi, ci strappiamo le anime. Non possiamo tornare indietro, poiché siamo adnati troppo lontano". Le liriche raccontano di questo epico viaggio, l'epopea dei guerrieri perduti chissà dove, fuggito da un mondo di tenebre per raggiungere la salvezza. Giunge intrepido e funambolico il bellissimo assolo di chitarra, seguito a ruota dal bridge: "Antiche parole perdute nella sabbia, antiche parole in mani indegne, tutto per distruggere l'uomo, dividerlo e conquistarlo. Brucia nella notte, c'è un rituale e le nuvole sembrano combattere mentre la terra inizia ad oscillare". Il giorno sta facendo spazio alla notte, la luna sta sorgendo e già mezzo mondo è stato distrutto da questi antichi sacerdoti che fanno cattivo uso della sapienza. Il ritornello è cantato con voce acutissima, tant'è che sembra di sentire un brano di King Diamond, omaggiato anche dall'intensa e oscura melodia. Un secondo assolo ci accompagna al grande finale, scatenato al punto giusto, per una coda lunga e ambiziosa che regala grandi soddisfazioni grazie alle armonizzazioni alla Judas Priest.

Power Thrust

L'animo più irruento e goliardico della band americana, presente anche nel simpatico videoclip, arriva in tutto il suo credo con la bella Power Thrust (Spinta Di Potenza), costruita su splendidi e classicissimi fraseggi. Il lavoro delle chitarre e della batteria ricorda lo stile musicale, selvaggio e terremotante, degli Accept degli anni 80, data la foga sonora che prende per mano e induce a scatenarsi a volume altissimo. Questa volta la prestazione del vocalist è più controllata e maggiormente interpretativa: "Sono il gelo che ti torce la spina dorsale, bucando la tua anima ti possiedo, lussuria gocciolante tra le tue cosce, nelle tue grida il destino e il desiderio. Affonda nel mio amore, tra i miei denti, ora cavalca la morte mio eterno servitore". In scena si sta descrivendo un atto sessuale tra una donna e una creatura infernale, simbolo di morte e di distruzione. Le emozioni che dominano la vittima sono contrastanti, da una parte c'è la paura, il timore della perdizione, il brivido del pericolo, dall'altra vi è la seduzione, la voglia di essere divorata, penetrata, amata. La sezione ritmica rievoca perfettamente questa ambientazione particolare, purtroppo però il ritornello, scandito dai soliti cori diabolici e consistente nell'intonazione del titolo, non decolla, rimanendo in penombra e facendo perdere profondità e dinamismo al pezzo. La fase centrale è sicuramente la migliore, dove la potenza perduta nel chorus viene qui recuperata e arricchita da soluzioni più articolate. Infatti, il ritornello viene continuamente declamato, alternandolo a frasi intonate dagli immancabili acuti di Wrathchild. "Le fiamme bruciano, lussuria accecante, rimarrai soddisfatta. Collidendo, polverizzando, macinando sotto un incantesimo vissuto ad occhi aperti, intossicando, paralizzandoti per l'eternità". L'atto sessuale sta per compiersi, è un'estasi divina che lascerà la donna succube e infatuata per l'eternità. Vi è una sorta di rassicurazione nelle parole della creatura infernale, capace di amare in un solo modo: tramite la forza, l'indomita forza del suo corpo e l'irresistibile sicurezza della sua mente. La sottomissione della fanciulla è inevitabile ma, nonostante la grande paura, è anche emozionante. Highway e Blitz si scatenano alle sei-corde, duellando con Jailhouse, sovrastando le lancinanti grida del vocalist, qui soddisfatto dall'atto carnale che lo ha travolto, eccitato dalle sue stesse prestazioni. Un ottimo brano hard 'n' heavy, la cui unica pecca è quella di un refrain sottotono e di una struttura forse troppo semplice.

Dream Searcher

Le sacre tastiere, contornate da un'aurea magica e mistica, aprono la lunga e squisita ballad Dream Searcher (Cercatore Di Sogni). La dimensione nella quale ci ritroviamo è dolce e struggente, sorretta dalle chitarre dei due axe-men che si alternano in questa nenia dal sapore epico. Lentamente Wrathchild emerge intonando la prima estesa strofa: "Ho fatto un bel sogno, tu eri lì, immersa nella luce. L'ho visto nel sogno, in una notte solitaria, quando ho chiuso gli occhi. Non posso più vivere in questa spirale mortale, ma nel sogno sei lì, accanto a me". La tragedia è presto servita, molto probabilmente un uomo ha perso la sua amata ed ora la sogna in una buia e silenziosa notte. L'uomo rivede la sua donna in un sogno, la vede stesa accanto a sé nella penombra, e allora, in quel momento, egli si dimentica dei dolori della vita, vista come una spirale mortale, un calvario assoluto al quale è destinato. La pace viene ritrovata nel sogno, e la crudeltà dell'esistenza e della quotidianità viene ribadita nella seconda dolcissima strofa, intonata con maggior fermento: "Ora sono sveglio e tu non ci sei. Sono sveglio i miei giorni passano e svaniscono. Vedo il tuo viso che sbiadisce giorno dopo giorno quando mi sveglio". La sezione ritmica è sognante, delicata, ma pronta ad esplodere in un ritornello da capogiro, un vero capolavoro di emozione da cantare a squarciagola: "Continuerò a cercarti, quando chiuderò gli occhi tornerò a casa da te. Perso in un sogno alla ricerca della mia regina fiabesca. Non svegliarmi, so che non ci sei più ma non farlo, perso nel sogno tu sei la mia dolce e bella addormentata". Un ritornello fantastico, dolcissimo e intriso di malinconia, ma non c'è tempo per respirare perché la band si getta nell'altrettanto stupendo bridge, prima di lanciarsi nella parentesi strumentale. "Tu sogni lo stesso? Sto chiamando il tuo nome, il mio letto è freddo e vuoto", l'uomo si rivolge direttamente alla sua amata, perduta chissà quando, lontana da lui da tempo immemore, e si interroga su cosa stia facendo lei in questo stesso momento. Chissà se la donna sogna e spera le stesse cose. Intanto il giaciglio sul quale il ragazzo riposa è vuoto e triste, sintomo che questa storia non è destinata ad essere felice. Abbiamo oltrepassato metà della durata del brano, le chitarre sfrecciano nell'aria, il basso di LeGrand fa altrettanto, dunque si riaffaccia lo spettacolare ritornello, una gioia per le orecchie che va sfumando tra grida di incommensurabile dolore. Una ballata lunga e spettacolare, proprio quello che ci voleva a metà album.

Master Is Calling

Master Is Calling (Il Signore Sta Chiamando) narra di una proposta pericolosa; il narratore, ovvero questo Signore oscuro e divino, ci propone di unirci a lui, tendendoci la mano al fine di passare al lato oscuro della natura e diventare creature notturne, infernali. Un'ambientazione futuristica è richiamata da una breve introduzione alle tastiere, che ricorda un certo heavy metal di fine anni 80, anche se poi i sintetizzatori vengono subito accantonati per lasciare spazio alle granitiche chitarre gemelle che stendono un tappeto sonoro di puro acciaio sul quale prende vita la prima strofa: "Vedo il tuo corpo contorcersi per i miei peccati, seguimi, lascia andare l'innocenza. Seguimi nell'oscurità come una volpe, i venti iniziano ad alzarsi e a trasportarci". Ecco subito la proposta, seduzione del male che atterrisce l'umano spaurito come una volpe cacciata dal cacciatore. Parte il refrain, ben calibrato e che vede una buona prova di basso e batteria, strumenti questi che fanno da tramite con le ottime linee melodiche: "Vieni dal tuo signore, vieni e brucia con me", viene ripetuto ossessivamente, come a plagiare la mente del prescelto. Il ritmo è serrato, non vi è pausa alcuna, e allora si riprende a scalciare con la seconda strofa: "Sei un'offerta per la festa, bagnato del mio piacere. La notte ti avvolge, servita su di un trono, la tempesta si abbatterà sulla terra e il sole diverrà nero". Il male e l'oscurità stanno prendendo il sopravvento sul mondo, gli uomini stanno per essere trasformati in creature infernali, guidati dagli immortali poteri di questa figura divina, questo sacerdote della notte che condanna l'uomo costringendolo ad unirsi alle sue truppe. La festa è il pandemonio che presto si scatenerà sulla terra, dove diavoli e demoni si divertiranno a mettere tutto a ferro e fuoco. Highway e Blitz si prendono la scena grazie a funambolici assoli e un interessante duello con il collega Jailhouse dietro le pelli, qui scatenato come non mai a causa di colpi battenti che squarciano le casse dello stereo. La marcia, di natura Maideniana, prosegue imperterrita nelle ultime fasi concitate quando, senza grossi cambi di tempo o soluzioni alternative, si riprende il ritmo portante. "La tua lingua sbava sulla mia falce, il cielo diventa rosso durante la nostra corsa, senti il tuo lato malvagio e il tuo maestro che ti invoca". L'uomo è stato fatto vittima del Maestro, animo oscuro e falce in mano, incarnazione di morte, e a questo deve obbedire, tingendo di rosso la terra che calpesta, lasciandosi alle spalle una lunga scia di cadaveri. L'uomo è stato convertito alle forze del male e non ha più scampo, non può più tornare indietro. Si conclude con l'ottimo ritornello, da cantare squarciagola, tra acuti malsani, ritmiche incontrollate e paesaggi disastrati.

Prowling Sinner

La natura selvaggia e un leggero sentore epico esplodono con la suadente Prowling Sinner (Peccatore In Agguato), aperta da un arpeggio sognante che fa respirare per qualche secondo, almeno fino a quando le chitarre non si impennano dando origine a un pezzo terremotante. Wrathchild spara un acuto pazzesco e allora ci ritroviamo in piena N.W.O.B.H.M., tra le polveri di un uragano che si schianta sugli altoparlanti. "Corri da solo per le strade sconosciute, la luce della luna splende su di te, hai venduto l'anima alla notte. Tuono, fulmini, urla e morsi". Il primo verso è al cardiopalma, pronto per fare da ponte a un ritornello meraviglioso, forse il più riuscito dell'album, melodico ma potente: "Trova la tua strada laddove i demoni vanno a caccia, sanguina per nutrire, nutrire il tuo bisogno. Sei un peccatore in agguato", le linee melodiche sono sinonimo di libertà, svettano nell'aria a indicarci che siamo tutti peccatori e che dovremmo tutti sentirci liberi. Liberare gli istinti, essere peccatori, senza regole morali o limiti, la notte è nostra, le strade sono nostre, come guerrieri ci aggiriamo in città in cerca di divertimento e di follie. Il refrain incide nel cuore come una lama di rasoio, fomenta gli animi e resta impresso in mente come una cicatrice. Un violento assolo di chitarra separa le prime due parti, tanto per alzare ulteriormente questo polverone metallico che tutto travolge: "Ogni passo ti avvicina a me, ti ho tenuto d'occhio, tra le mie mani sarai dannato, schiavo del mio programma. È scaduto il tempo". Si è creata una vera e propria banda dedita ai bagordi, per tempestare la notte a ritmo di heavy metal. È il sacrificio da pagare per tutta la notte, trasformandosi in cacciatori alla ricerca di prede da sottomettere e con le quali cibarsi, soddisfando i propri istinti animaleschi. "Siamo peccatori in cerca di prede, ululiamo nel buio, siamo peccatori finché la notte non sarà svanita" urla Wrathchild nel refrain e le creature notturne si scatenano al suo comando. Le chitarre gemelle sono una vera goduria, così come il tappeto sonoro scaturito dal basso di LeGrand. Il ritmo si stempera lentamente, la corsa sembra terminata, la notte sta svanendo e allora gli strumenti rallentano il tiro, cullandoci in una danza leggiadra e sonnolente. Il sole sta sorgendo ed è giunta l'ora di andare a dormire.

The Lost Destructor / Priest Of The Undoer

The Lost Destructor / Priest Of The Undoer (Il Distruttore Perduto / Prete Del Disfattore) è il brano più lungo dell'album, suddiviso in due blocchi, come suggerisce il doppio titolo, si tratta di una composizione articolata, aperta da una atmosferica introduzione tastieristica che lascia posto ai colpi di batteria e ai graffi di chitarra che costruiscono un andamento di media velocità sicuramente evocativo. Il vocalist esordisce con voce cupa e sofferta intonando un testo piuttosto conciso, strutturato su solo quattro parti: "Solo nel deserto, sepolto dal tempo, distruttore dalla vita perduta. Spettro contorto, sotto la sabbia, scettro empio stretto in pugno". Un guerriero è perduto nel deserto, sfiancato dalle fatiche del combattimento, dolorante per via delle ferite, talmente distrutto nel fisico e nell'animo che assomiglia a uno spettro. Cammina forse verso il suo regno, un regno distrutto dalla guerra. Il ritmo accelera impercettibilmente, le chitarre scalciano, il basso pulsa come battiti di cuore, pompando sangue: "Il mondo attende il mio destino, ritorno alla polvere, tutti attendono il controllore". Colui che controlla è il distruttore perduto del titolo, controlla il suo mondo, un mondo in macerie, massacrato dalle continue guerre, ma egli non può fare nulla, è in balia del destino. Sinuosi fraseggi chitarristici fanno da ponte per la seconda parte, nella quale il testo si esaurisce brevemente: "Sto sanguinando tuoni da vene elettriche, il mio culto mi comanda di svegliarmi, sabbie di tenebre io sono convocato per dissetare il deserto col sangue. Il male sorge da un'antica tomba, divento cenere, tutti quanti attendono il distruttore". I musicisti si scatenano in un'intensa fase strumentale, mostrando tecnica e buon gusto della costruzione. A questo punto siamo giunti a metà pezzo e le liriche si sono giù esaurite, arriva dunque un improvviso cambio di tempo, dai toni fitti scendiamo in un paesaggio desolato e nostalgico e veniamo cullati da una serie di note dolci, per un intermezzo davvero riuscito, sospeso nel tempo, nel quale l'assolo di chitarra elettrica si scontra con l'arpeggio dell'acustica. Jailhouse riprende a dirigere i giochi, mentre le chitarre continuano a darsi il cambio. Il momento è catartico, molto poetico e sentito, dove si intuisce tutta la passione della giovane band. Wrathchild torna ad urlare, ma lo fa quasi in sottofondo, per non spezzare l'idillio creato, accompagnandoci al termine di questa opera. Un brano vincente, articolato al punto giusto, che evidenzia l'abilità dei ragazzi nel saper scrivere brani dal minutaggio esteso senza risultare noiosi o piatti ma tenendo desta l'attenzione dell'ascoltatore.

Conclusioni

Terminato l'ascolto di "Ultimate Force" riapriamo gli occhi, le note dell'album sono sfumate nel silenzio, la stanza è buia e nell'aria aleggia un vago sentore di malinconia. Siamo tornati al presente nel giro di una frazione di secondo e gli anni 80 sono sfuggiti via tra le dita, ancora una volta, lasciandoci con un ghigno sofferente scolpito sul volto. A questo punto le emozioni che scorrono in corpo amalgamandosi tra loro sono molteplici, i Sacred Leather sono riusciti nel difficile compito di rievocare i bei tempi lontani senza però sembrare cloni di nessuno, sfoderando personalità e talento. I sette brani che compongono l'opera-prima della giovane band americana godono tutti di ottimi spunti, come i glaciali riff e le linee melodiche coinvolgenti, dove il tutto viene messo a disposizione di una buona tecnica di base che fa presagire ulteriori sviluppi futuri. Liriche in linea con la tradizione e un buon vocalist sono gli elementi che spiccano in questo marasma sonoro piuttosto compatto, inoltre, tra i sette brani proposti se ne elevano almeno tre o quattro: la title-track è fenomenale, un pugno allo stomaco che stende al tappeto al primo colpo, la melanconica "Dream Searcher", power ballad di lunga durata, "Prowling Sinner", dalla smaccata intensità epica che costringe a gridare a squarciagola il bellissimo refrain, e la chiusura affidata a "The Priest Of The Undoer", sinuosa ed emozionante traccia che culla l'ascoltatore in tutto il suo generoso minutaggio. I Sacred Leather sanno scrivere pezzi brevi e diretti così come lunghe e articolate cavalcate metalliche, facendo intravedere un estro creativo che potrebbe esplodere negli anni a venire. Alla luce di quanto ascoltato, il felino ritratto sul bellissimo artwork ci ha aggrediti e si è cibato della nostra carne, ma i suoi occhi sono ancora iniettati di sangue e le sue fauci affamate, tant'è che è pronto nuovamente a saltare addosso alla prossima vittima e a sbranarla seguendo un ritmo serrato, sostenuto da armonizzazioni chitarristiche che creano palpitazioni ed emettono fraseggi che spezzano il fiato, mentre di seguito sfilano vorticosi giri di basso e raffiche di colpi dietro le pelli. In tutto questo caos infernale, l'ugola di Dee Wrathchild si staglia alta, con i suoi acuti svolazza in cielo come un'aquila in cerca di prede e ci delizia perfino con validi giochetti vocali. L'intento è quello di divertire il pubblico, di indurlo a cantare, di trascinarlo nella foga sonora, e in questo i Sacred Leather riescono pienamente, nonostante qualche inevitabile pecca che fuoriesce ogni tanto dovuta alla giovane età. "Ultimate Force" è un disco di esordio con i fiocchi, che magari con qualche cambio di tempo in più e un paio di ritornelli maggiormente incisivi sarebbe potuto essere ancora più vincente. Ma questo buon album ha il merito di lanciare una nuova realtà musicale che, se saprà giocarsi bene le proprie carte, farà strada e avrà una lunga e meritevole carriera. Gli elementi per raggiungere il successo ci sono tutti, adesso non resta che goderseli dal vivo per vedere se i cinque ragazzi riescono a trasmettere anche sul palco l'indomita grinta che li contraddistingue in studio. I Sacred Leather sono l'incarnazione stessa del concetto di heavy metal e vanno ad unirsi alle numerose giovanissime band (Ambush, White Wizzard, Stonewall, Stallion, Skelator, Icarus Witch, Night Demon, Skull Fist, Ancient Empire, Monument e tantissimi altri) che ormai si sfidano a colpi sonori di grande qualità nell'immenso panorama hard rock di oggi. Una nuova schiera di discepoli dell'acciaio è pronta a mettere a ferro e fuoco i palchi di tutto il mondo e a incenerire gli stereo di tutti gli appassionati. Sì, ne sono certo, l'epopea del sacro heavy metal è tornata, ed è più viva che mai, intanto ho ancora bisogno di un tuffo nel passato, dritto nei magici anni 80, inserisco nuovamente "Ultimate Sinner" nello stereo e premo play.

1) Ultimate Force
2) Watcher
3) Power Thrust
4) Dream Searcher
5) Master Is Calling
6) Prowling Sinner
7) The Lost Destructor / Priest Of The Undoer