RUXT

Running Out Of Time

2017 - Diamonds Prod.

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
14/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Volevo allargarmi notevolmente in questo preambolo iniziale lanciandomi in digressioni metatestuali su come avrei potuto introdurre questa nuova recensione: spendere una nutrita somma di parole, comunque senza esagerare, quel tanto per creare un piccolo senso di attesa (vogliamo chiamarla anche "suspence"?) prima di arrivare al punto focale del discorso, ossia "com'è il nuovo disco dei Ruxt? È bello? Brutto? Merita di essere acquistato o è tutto sommato trascurabile?". Perché in fondo è per questo che si scrivono/leggono recensioni. Per i critici lo scopo è consigliare o meno l'ascolto/l'acquisto di un album, per la controparte - il pubblico - quella di spendere tempo/soldi per un determinato prodotto musicale. Quindi, ritornando a quanto scritto inizialmente mi sarei anche potuto dilungare - cosa che in parte, ma solo in parte sto facendo - dato che prima di arrivare al punto mi piace sempre tenere il lettore sulle spine (ma mai fino a fargli dire "okay, qui si fanno monologhi infiniti... è tutto un blablablablabla che non porta a nulla..." cosa che porrebbe fine all'attenzione del lettore, con possibile conseguente fine della lettura) ma dopo aver sentito Running Out Of Time (Diamonds Prod., 2017), il secondo album dei Ruxt, dato alla luce dopo circa un anno dal precedente, sento quasi il dovere di arrivare subito al punto. L'album, senza troppi giri di parole, è una bomba! Lo so, magari sarebbe bene lasciare determinate conclusioni a fine recensione, a quello che io definisco "outro", al quale spetterebbe dunque solo l'ingrato compito di riassumere quanto è già stato definito nel cosiddetto "cappello" (introduzione di un articolo... tanto per usare un termine giornalistico) ma stavolta cedo alla tentazione di parlare da "lettore" piuttosto che da critico, aggirando in determinati casi la forma standard di quella che dovrebbe essere una recensione dotata dei suoi basilari crismi. Almeno in questo caso - ed è una delle poche volte in cui mi sbilancio sin dall'inizio in un giudizio sommario - dato che invece di dare un'infarinata generale nel "cappello", analizzare con il bisturi le singole tracce e quindi SOLO ALLA FINE esprimere nelle "conclusioni" il giudizio finale, porto tale giudizio già nelle prime righe. Già, perchè nel sovraffollato panorama musicale del settore - parlo in questo caso di heavy, hard rock, hard & heavy et simila - non capita così spesso di imbattersi in un prodotto di tale forza espressiva, ispirazione e genuinità. E chiarisco quest'ultimo punto: per intenderci non è una di quelle cose "plasticose" e fredde messe in piedi ad arte per dimostrare le singole capacità dei vari membri. Se nella musica si cerca il "feeling", a prescindere da tutto il resto, che comunque non dovrebbe mai mancare, qui ce n'è a iosa. Ed è quasi una sorta di piccolo miracolo considerando che il precedente Behind The Masquerade (uscito come già specificato solo un anno fa) era già perfetto, e a questo nuovo parto spettava il compito di bissare la grandeur di quel gioiello. Compito riuscito, per chi non l'avesse capito, e possibilmente si fa ancora meglio, considerando che i nostri hanno avuto il tempo con il primo di affilare le loro armi, e il suddetto nuovo disco definisce in forma più compiuta quel che possono dire e fare in musica. Un mix estasiante, quello proposto dai nostri, in cui convivono sonorità mutuate dai Rainbow, Dio, Whitesnake e Deep Purple (questi ultimi opportunamente omaggiati nel primo disco con la cover di Soldier Of Fortune, da Stormbringer del 1974), amalgamate a dovere e filtrate/translate dal loro personale modo di concepire la musica, tanto che dei maestri sembra rimanere giusto un flavour, mentre tutto il resto è farina del loro sacco. Se si aggiunge che chi scrive è un fan sfegatato di tutti questi gruppi (e comunque del migliore hard & heavy) si spiega tanto entusiasmo verso chi sa raccogliere la loro eredità senza in alcun modo scimmiottare, ma comprendendo e compendiando la loro essenza in qualcosa di nuovo, aggiornato ai tempi odierni ma con quel gusto classico che fa piacere ritrovare. Tra le influenze percepibili anche quella di Jorn Lande, con il quale il singer dei Ruxt, Matt Bernardi, presenta affinità sul piano vocale facilmente constatabili. Avendo già dato una succulenta infarinatura iniziale su quanto ci accingiamo ad analizzare, passerei ad un breve spaccato biografico sui nostri prima di passare alla consueta track by track. I Ruxt sono una nuova band nata nel 2016 dall'unione di musicisti esperti: il vocalist Matt Bernardi (Purplesnake), i chitarristi Stefano Galleano e Andrea Raffaele (Snake, Rock.it), il bassista Steve Vawamas (Athlantis, Mastercastle) e il batterista Alessio Spallarossa (Sadist). I membri della band nel 2016 decidono di mettere insieme le loro precedenti esperienze e focalizzare le loro energie per fare un nuovo album allo scopo di rappresentare le loro origini musicali, e per fare ciò mischiano influenze da band come Gotthard, Dio e Whitesnake con una profonda ricerca di un sound personale. Il loro primo album, Behind The Masquerade, è stato registrato al Music Art Rapallo con Pier Gonella ed è stato pubblicato il novembre 2016 dalla Diamonds Prod. Il 2017 vede la luce il loro secondo parto discografico, Running Out Of Time, che senza mezzi termini bissa il primo album per compattezza ed ispirazione. Bene, detto ciò direi di concentrarci sulle varie tracce presenti nell'album.

Running Out Of Time

Si parte benissimo con la grintosa title track, "Running Out Of Time" (A Corto di Tempo), energico apripista che ci dà il benvenuto cavalcando bordate di sano epos possente e cromato. A livello tematico il brano sembra orientarsi, almeno in apparenza, su tematiche auto-introspettive: il protagonista/voce narrante sente che il suo tempo corre veloce (vi è la metafora di una clessidra che impietosamente getta sabbia a scandire il tempo) e deve capire cosa fare, come orientarsi, che strade percorrere. Sente di dover dare un senso al suo essere, al suo "percorso", ma è al contempo consapevole dei giorni che corrono veloci e, illuminato metaforicamente da un lampo in cielo, sente di dover dare a tutto una svolta differente. Di dover vivere a tutti i costi la sua vita. Un pezzo questo dal carattere neanche troppo velatamente esistenziale, o almeno questa è l'impressione che si ha ascoltandolo attentamente. Il tempo che passa e la vita che ci scorre davanti, l'impressione di perdere le nostre occasioni limitandoci all'attesa passiva, sono tematiche, inutile specificarlo, sentite da chiunque, dato che a tutti è capitato di sentirsi così. Così come a tutti è capitato di desiderare un nuovo inizio, di sentirsi "illuminati", ovvero di rendersi conto della propria situazione e di pensare a una via d'uscita, preda di un'urgenza che potremmo definire "ansia esistenziale". Considerato che questo però è il titolo che è stato dato all'album, il brano ha probabilmente un senso più ampio, inerente l'intera band e la sua volontà di crescere come realtà artistico-musicale, e magari di esplodere sul mercato. Insomma, la canzone sa parlare a tutti ed essere, in tal senso: "popolare", ma è anche una dichiarazione d'intenti dal sapore autobiografico da parte del gruppo. Musicalmente parlando il brano parte con soffusi rumori in sottofondo (presto emerge il ticchettio di un orologio) destinati ad aumentare d'intensità sino all'attacco di un bel riffone hard rock molto carico. Questo, arrivati quasi al minuto trova un piccolo stop prima di cedere spazio alla voce e ad un'intarsiatura strumentale di fondo destinata a fare da contorno al vocalist e architettura al brano. Il pezzo si mantiene notevolmente caldo e pregno di energia, avanzando su tempi medi destinati a perdurare per tutto l'arco della sua durata. Abbiamo quindi un bel bridge verso il minuto e venti e conseguentemente il chorus, in cui il singer canta a squarciagola la sua sensazione che il tempo stia scorrendo velocemente e la sua voglia di urlare fuori da sé la sua all'oscurità. Verso i tre minuti l'impeto del brano è intervallato da una piccola parentesi strumentale, quindi da un ottimo solo guitar, che ci riporta verso il quarto minuto alla voce e poco dopo a una nuova ripetizione del refrain che in qualche maniera ci conduce gustosamente alla fine del brano (ma non prima di un ulteriore abbozzo strumentale tanto per chiudere in bellezza).

Legacy

Si continua egregiamente con la seconda "Legacy" (Eredità), il cui testo stavolta fa riferimento alla natura "malvagia dell'essere umano", capace nell'arco della sua storia solo di arrecare danni e dare sfogo alla sua natura bestiale, cosa che tra l'altro, è opinione di molti, sarebbe una caratteristica propria dell'uomo (e cito Torquato Tasso: "Ma perché in van mi lagno? Usa ciascuno/ quell'armi che gli ha date la natura/ per sua salute:/ il cervo adopra il corso,/ il leone gli artigli, ed il bavoso/ cinghiale il dente; e son potenza ed armi/ de la donna bellezza e leggiadria;/ io, perché non per mia salute adopro/ la violenza, se mi fe' natura/ atto a far violenza ed a rapire?"). Il testo comunque, facile da intuire, è di natura sociale e di portata abbastanza ampia: l'orginalità - un po' come per il precedente testo - non è una prerogativa, ma poco importa, dato che il messaggio risulta molto chiaro e universalmente diffuso: un pessimismo di fondo sulla natura dell'essere umano, che risulta senza mezzi termini gretta, egoista, indolente e assassina. I costrutti sociali, tra cui barriere e confini, sono percepiti non come parte di un'evoluzione ma come una serie di ipocrisie, menzogne atte a celare malamente la natura e gli intenti predatorii dell'uomo, intrinsecamente debole e "incapace di liberarsi del dolore". Secoli e secoli non hanno cambiato nulla di questa sua natura. Il finale è l'unico sprazzo di ottimismo, una sorta di riconoscimento delle qualità dell'essere umano e della sua capacità di cambiare, e soprattutto un incitamento a unirci per cambiare le cose, per "abbracciare l'eredità", termine che nel contesto ha una valenza positiva quasi mistica. Ad aprire la mente, forse, subentra come elemento salvifico la musica. A livello musicale ci troviamo di fronte ad un altro bel brano arrembante e carico di sana grinta hard rock. La partenza è affidata ad un riffing energico reiterato alcune volte. Dopo una trentina di secondi dall'inizio compare anche la voce, energica e possente, sorretta da un apparato strumentale molto carico. Il brano, sin dall'inizio vede assestarsi su ritmiche mediamente veloci che permettono ai nostri di sfoderare le unghie e i denti in una dimostrazione di classe e forza davvero invidiabili. Sugli scudi, oltre ai vari strumentisti (il batterista come nel precedente brano mostra ottime capacità tecniche) è la voce di Matt Bernardi, a tratti miracolosa: il modo di giostrarsi differenti impostazioni vocali, dallo screaming più teatrale a modalità moderatamente più basse è sinonimo di autentica bravura, ed è inutile sottolinearlo, è proprio la sua voce una delle carte vincenti dell'intero disco. Da sottolineare come nel contesto discretamente veloce del pezzo, l'unica parte che subisce un piccolo rallentamento nei tempi è il refrain (si veda ad esempio oltre il minuto e venti), necessario possibilmente per "tirare il fiato" e conferire maggiore epos al pezzo (e più che per la prima ipotesi sinceramente propenderei per la seconda, dato che la carta epos viene molto sfruttata nel disco).

In The Name Of Freedom

Il proseguo è affidato a "In The Name Of Freedom" (Nel Nome Della Libertà), brano che sposta il discorso sugli eventi che sancirono il genocidio dei nativi americani. Molti sono i passaggi che definiscono il loro mondo - giustamente - come una terra pura ed incontaminata ("C'è stato un tempo in cui vivevamo/ liberi In perfetta armonia/ Gioendo della bellezza della vita/ Lontani da odio e bugie/ Ringraziamo la nostra Madre Terra/ Per il nostro Mondo consacrato/ Fatto di sole/ e pioggia" e ancora "La nostra anima come una sorgente d'acqua/ La natura era la casa [...] Non conoscevamo inganno/ In una nazione pacifica la nostra legge era verità") questo sino all'arrivo dell'uomo bianco, destinato a spazzare via ignobilmente la loro pace ed armonia / "L'uomo bianco arrivò all'improvviso/ Suonò come una tragedia [...] Pistole fumanti puntate su di noi/ Nessuna pioggia può lavare via il nostro sangue/ Vite silenziose svanirono /Il fuoco non ci diede scampo"). Un po' per mitizzazione, un po' per idealizzazione, la figura del nativo ci viene mostrata come romanticamente libera, empaticamente legata alla natura con la quale possiede un equilibrio a noi contemporanei sconosciuto. Inutile aggiungere che con il corso del tempo, in una maniera o nell'altra, la figura del pellerossa s'è ammantata di un'aura che è anche e soprattutto simbolica, ed è di questo simbolismo che il brano si carica, presentandoci tale figura come quella di un eroe disposto al sacrificio pur di mantenere integra la propria libertà. A cantare, idealmente, è l'ultimo guerriero indiano, pronto ad immolarsi per una lotta già persa, una sorta di "Achille's Last Stand" d'oltreoceano (immagino tutti conosciate il celebre brano dei Led Zeppelin contenuto in Presence: a parere di chi scrive uno dei loro capolavori assoluti). Il termine "Freedom" sul titolo, quindi, si colora di ambiguo e cupo sarcasmo, essendo il termine con cui gli statunitensi tendono a identificarsi di più, proprio quegli statunitensi bianchi che hanno annientato la libertà dei nativi. Esaminando a fondo gli altri brani, generalmente a carattere auto-introspettivo, viene il dubbio che l'uso del protagonista nativo americano sia un pretesto per parlare di qualcosa "al presente" - rispetto certo al contesto a cui si fa riferimento: possibilmente una lotta impari dell'onnipresente protagonista di questi brani contro qualcosa che sa di non poter sconfiggere. Si lascia comunque molto spazio all'immaginazione per qualisasi possibilità interpretativa. Musicalmente parlando In The Name Of Freedom si distacca dal tripudio di potenza espressa nei due precedenti pezzi per proporci un prodotto pacato e suadente, capace di fare breccia nel cuore dell'ascoltatore anche senza fare uso di testosterone aggiunto. Ad introdurci il brano è una parte molto atmosferica, addirittura "quasi" (il quasi è d'obbligo) ambient, che presto - nell'arco di un minuto abbondante - inizia a procedere su ritmiche ben definite, scandite dalla batteria e modellate dal piano. Un introduzione magica e trasognata, di grande impatto emotivo, che aumenta d'intensità con il passare dei secondi, fungendo da maestoso inizio per un brano il cui proseguo non tradisce assolutamente le aspettative di questo brillante preambolo. Al minuto e trenta circa subentra la voce, che lasciandosi cullare dalla tessitura strumentale precedentemente modellata, ci regala una performance particolarmente sofferta e ricca di pathos. Ho prima speso delle parole in merito alla duttilità della voce: confermo quanto detto sottolineando la capacità stavolta del singer di adottare registri più sofferti e malinconici, in contrasto con le prove "tonanti" offerte nei due pezzi precedenti. Non abbiamo a che fare con uno screamer, ma con un cantante a tutti gli effetti, dotato di un ugola capace di prestarsi a differenti variazioni di registro. Per tornare al brano, dal minuto e mezzo in poi si percepisce un assestamento su toni mesti e colmi di una certa malcelata melancolia. Questo almeno sino ai due minuti e mezzo, quando una moderata iniezione di testosterone (in soldoni un rincaro nell'uso della batteria e un riffing quadrato e potente) sancisce un aumento di vigore del brano. Da qui in avanti il brano si stabilizza su tempi medi, non particolarmente granitici ma di sicuro effetto (il trasporto emotivo è tanto e il brano non può non coinvolgere a primo ascolto). Ottimo il solo guitar messo in campo dai quattro minuti e cinquanta in poi, capace di volteggiare liberamente su un intelaiatura strumentale di fondo robusta ed accattivante (forse addirittura un pizzico zeppeliniana).

Everytime Everywhere

Il quarto brano "Everytime Everywhere" (Sempre e Dovunque) - brano usato tra l'altro come singolo, con Pier Gonella dei Necrodeath come guest star - si fa carico di un testo che già a primo acchitto si presenta decisamente meno articolato dei precedenti, ma più intimista ed oscuro, in parte in assonanza con i primi due pezzi del disco. Il cantante ci dice che viviamo fingendo, proferendo menzogne e dissimulando il nostro vero Io ("Atteggiati a bugiardo/ Occhi privi di lacrime/ Parole false prive di follia/ Scansa i tuoi problemi/ Fuori dalla tua anima"), cercando così di fuggire dalla realtà, di non affrontare i problemi (intesi probabilmente come esistenziali, non pratici). Ci sentiamo imprigionati ma dentro di noi, nel nostro cuore, si trova sia la triste risposta che la soluzione al nostro "male di vivere", la spinta ad affrontarci a viso aperto. Fra le strofe, il singer ci incita più volte a uscire da questo tunnel d'indolenza, a sorgere dalle nostre ceneri, "sempre e dovunque". Come già accennato inizialmente i toni intimisti sono sicuramente quelli dei primi due brani, ma di sicuro è con il primo brano che questo testo ha più a che spartire, considerando il messaggio tutto sommato "ottimistico" che si presenta come un bagliore alla fine dell'oscurità: per quanto la vita sia difficile e sovente è lecito nascondersi dietro a maschere pirandelliane allo scopo di non esplicitare il nostro vero io, prima o poi giunge il momento di emergere dalle nostre "maschere" per arrivare ad un confronto diretto con la realtà. Una resa dei conti inevitabile, considerando che i problemi si possono camuffare, ma questo non vuol dire risolverli. Musicalmente il brano parte con un riffing freddo, "asettico" ma di pregevole fattura, reiterato più volte. La batteria emerge solo dopo alcuni secondi completando la struttura introduttiva in un crescendo che porta dopo una trentina di secondi all'ingresso della voce. Il brano sembra assestarsi sin da questi primi passaggi su una struttura giostrata in tempi medi che non subisce particolari variazioni nell'arco della sua durata. Verso il cinquantesimo secondo fa capolino il bridge, già subodorante particolari effluvi epici, che trovano pieno compimento nel refrain, colmo di epos e molto melodico. Chiaramente il mio continuo riferimento a termini come epos ed epico non deve suscitare fraintendimenti: essendo il gruppo in parte debitore dei Rainbow e Dio, parliamo di un "epos" che attinge a piene mani da queste sonorità (mentre le modalità espressive sono totalmente roba loro), quindi se dico "epico" è quella tipologia di epos a cui faccio riferimento. Niente Manowar o Manilla Road per intenderci. Aldilà di queste dovute precisazioni, il brano, come accennato prima, prosegue tutto sommato su una struttura lineare e priva di grandi divagazioni e voli pindarici. Una nuova ripetizione del refrain verso i due minuti e dieci porta ad un ottimo solo guitar dotato di un eccelso potere evocativo. Quindi si riprende, scortati ancora una volta dal refrain, su ritmiche ampiamente collaudate, egregie nella sostanza.

Scars

Continuiamo con la quinta track, "Scars" (Cicatrici), il cui testo, ancora parecchio intimista, tratta della disillusione di un uomo - il protagonista/voce narrante - costretto a fare i conti con le delusioni della vita, carica di tante promesse non mantenute, di aspettative mai realizzate ("I sogni diventano stranieri/ Sta ancora cercando/ Il suo premio tradito/ È così triste vedere/ Quando un uomo ha combattuto invano"). Testo apparentemente retorico, in realtà potrebbe avere uno spessore più ampio. Da una parte il tema sembra potersi ricollegare all'ampio respiro dei primi due brani e del terzo, parlandoci di un individuo in cui tutto sommato è facile rispecchiarsi: una persona che va avanti per sopravvivere ma che per farlo ha dovuto abbandonare i propri sogni, spegnendo la propria "scintilla"; i suoi sogni ormai stranieri sono un ricordo la cui mente s'aggrappa, ma sono solo "fantasmi". Tuttavia, il forte richiamo all'aiuto di un terzo ("Quando l'oscurità giunge sulla sua strada/ Segui la sua anima nell'oscurità [...]Lasciati portare lì da lui"), che fra le strofe pare divenire perfino un appello, fa sorgere il sospetto che la canzone possa avere eventualmente qualche spunto autobiografico, personale dell'autore o, comunque, inerente una situazione vissuta in prima persona. La figura a cui si accenna diviene possibilmente, in questo contesto, una figura salvifica a cui aggrapparsi quando si è ormai raggiunto il fondo. Una figura non meglio specificata (Un angelo? Un amico?), per cui è lasciata all'immaginazione qualsiasi possibilità interpretativa. Le cicatrici potrebbero quindi passare, da generiche ferite inflitte dalla disillusione della vita, a rappresentare personali dolori e situazioni emotivamente ai margini, derive depressive che richiedono vicinanza e dedizione. Musicalmente si parte con un arazzo strumentale particolare, vacuo, "mesmerizzante", un effluvio sonoro che ci porta in breve ad un bellissimo solo figlio (nipote anzi) di certi Riot. E persino il riffing seguente può ricordare per sommi capi il gruppo Newyorkese (si ascolti l'introduzione di Running From The Law da Born In America). Si impone uno stop del riffing per lasciare ampiamente spazio alla voce e un ruolo comprimario alla batteria, a scandire i tempi. Una decina di secondi dopo emerge un riffing "grattato", quindi, poco dopo si torna ad una cesellatura strumentale di fondo più articolata e molto melodica. Successivamente la voce subisce un'impennata nei toni esprimendosi su registri pregni di pathos, accompagnata in sottofondo da un intramatura strumentale perfettamente in sintonia con la drammatica teatralità del singer. Ancora, oltrepassati i due minuti la voce si erge a protagonista accompagnata dalla batteria, e bisogna aspettare diversi secondi prima dell'entrata in scena degli altri strumenti, i quali, ancora una volta cesellano a dovere uno sfondo mesto ed evocativo. Ottimo brano anche stavolta, capace di fare breccia nella corteccia dell'ascoltatore pur senza esagerare nella potenza, la quale risulta una componente non del tutto indispensabile quando si parla di buona musica, fatta di cuore.

A Leap In The Dark

Il sesto brano, "A Leap In The Dark" (Un Salto Nel Buio), continua testualmente sulla scia dei brani di carattere introspettivo, riproponendo la tematica del tempo che fugge via e del destino avverso contro cui il protagonista si deve scontrare. Tormenti assalgono il proprio cuore (come visto in altri brani tali tormenti sono portati da una vita "sprecata", da sogni traditi), personificati da una sorta di demone ("Nutro il diavolo nel mio cuore") e per scacciare il proprio male di vivere questo decide di lottare contro ogni insormontabile avversità. Il tema dell'album, da quel che abbiamo ampiamente compreso - e come sottolineato precedentemente - è il tempo che scarseggia, inteso come quello necessaria a realizzarsi nella propria vita. Questo brano ha continuità con il precedente, tratteggiando un uomo fortemente disilluso e incastrato nella mediocrità di passato e presente. Tuttavia, a un certo punto uccide il suo "demone", quello dell'inerzia" e decide di fare un "salto nel buio", ovvero di gettarsi in un'impresa quasi disperata, ma capace di realizzarlo e di sconfiggere un'indolenza che rischiava di rasentare la follia. Una situazione che oggi vivono in molti, soprattutto i creativi e soprattutto in Italia, e dal momento che il cantante recita "tutto quello che voglio è il rock", sarebbe da aprire una parentesi sulla quasi impossibilità di vivere di musica oggi, nel nostro paese. Rispetto ad altre song del lotto questa A Leap In The Dark si presenta decisamente scattante e orientata su tempi un pizzico più veloci (il paragone certo è da farsi con brani come Scars o My Star - che vedremo poi - considerando che nel complessivo la velocità non viene lesinata, seppur opportunamente distribuita). L'introduzione è in sordina, con un ricamo strumentale che parte ovattato per poi esprimersi in pieno vigore dopo pochi secondi, fomentato da un riffing molto carico. Una ventina di secondi dopo è il turno della voce, che, adagiandosi sulla movimentata parte strumentale di fondo, si erge carica e grintosa: il vocalist, come sempre fino ad ora - e nei brani che verranno - da prova di grande capacità espressiva magnificando un brano di per se egregio. Impennate vocali e toni relativamente più dimessi si alternano con gran piacere mentre i ritmi si mantengono dinamici e carichi di una costante grinta. Senza conoscere stop o divagazioni di alcun tipo il brano avanza metaforicamente come un panzer sino ai due minuti e trenta circa, quando si impone un rallentamento che fa presto spazio ad un bellissimo solo guitar, a suo modo rilassato e mesto, in controtendenza con quanto sentito sino ad ora ma il suddetto cambio di rotta fa guadagnare al brano una certa evocatività come elemento aggiunto. Ad accompagnarlo vi è una tessitura strumentale gestita su tempi medi, scortata da una batteria quasi marziale, cronometrica nel suo incedere. Verso i tre minuti e mezzo comunque si riprende su dinamiche maggiormente cinetiche, già sentite nel resto del brano. da estasi dei sensi l'impennata della batteria in fase finale, accelerata notevolmente prima che il sigillo sia posto definitivamente sul brano.

Let Me Out

La seguente track "Let Me Out" (Fammi Uscire) stavolta ci pone di fronte ad un testo che senza alcun dubbio avrebbe come argomento principale la dipendenza da droga: il protagonista/voce narrante si trova in una sorta di metaforico baratro, una voragine aperta dal momento che questi ha iniziato a fare uso di sostanze illecite. Questi si rende conto del suo percorso senza sbocchi verso l'autodistruzione, ed implora un "elemento terzi" possibilmente la stessa droga di cui fa uso, di lasciarlo libero, di "farlo uscire dal buco nero" ("Prima che il mio tempo scorra via/ Invano, io sceglierò/ quindi, fammi uscire/ Fammi uscire dal mio buco nero"). Di questa strada il protagonista è consapevole, eppure la stessa consapevolezza lo porta ad avere giustamente dei rimpianti per ciò che potrebbe essere. La strada verso la libertà è in fondo possibile ma bisogna liberarsi con molta difficoltà delle proprie illusorie manette ("Vorrei non aver mai cominciato/ Dicono che io perda il controllo/ Non posso farcela senza la mia dose/ Potrei essere un uomo migliore/ Se e quando dipende da me"). Difficile a questo punto dire se vi sono o meno riferimenti autobiografici o se si tratti di immedesimazione (potrebbe essere tranquillamente una storia di fantasia, o un riferimento a un qualche conoscente/amico di qualche membro della band). Il grido d'aiuto evidente fin dal titolo stesso richiama l'appello già analizzato su "Scars", e non è impossibile vi sia in effetti una continuità concettuale tra le due tracce. Seppure minimale, c'è anche un richiamo al tempo che scorre inevitabile, leitmotiv più o meno subliminale dell'intero album. Il protagonista del brano è dunque consapevole della sua situazione e se ne vergogna, sa che la colpa è sua e sa che era stato avvertito, ma ormai è in un "buco nero", e si appella all'aiuto di un terzo che lo "faccia uscire" da quel tunnel. Ovviamente, il "migliore amico" di cui parlano le prime strofe, è la droga (probabilmente una siringa). Musicalmente il brano rispetta la tempistica del mid tempo già sentita altrove: un brano caratterizzato da un andamento massiccio e quadrato, molto melodico e venato anch'esso di un certo epos, specie nel bellissimo refrain. L'inizio è affidato ad un riffing granitico reiterato alcune volte, che lascia spazio in breve ad un guitar work vagamente zeppeliniano. Una trentina di secondi dopo è il turno della voce, pregna della solita grinta che nel disco non è mai mancata. Questa si adagia su un tappeto strumentale possente che, come ripeto, segue una struttura impostata su tempi medi. Quindi abbiamo un bridge che accenna i toni epici destinati ad esplodere in toto nel ritornello (intorno al minuto). Il proseguo è abbastanza adiacente a questo schema: il brano si presenta tutto sommato lineare e senza cambi di tempo e atmosfere, risultando immediatamente intellegibile e memorizzabile anche dal più distratto degli ascoltatori (categoria in cui si spera comunque di non imbattersi, dato che un disco - poi di una certa caratura come questo - andrebbe ascoltato con un minimo di attenzione). Egregio come sempre il lavoro di tutto l'ensemble, e in particolare per la sempre bellissima voce di Matt Bernardi.

My Star

La successiva "My Star" (La Mia Stella) è la prima ed unica power ballad del disco: un pezzo molto accattivante, ben strutturato e coinvolgente, dotata anch'essa di un testo notevole. Rispetto ai brani sino ad ora analizzati, il pezzo in questione ha un testo ben più lungo e romantico (quest'ultimo punto è quasi scontato trattandosi di una ballad, ma va ugualmente puntualizzato) di tutti gli altri, sebbene non sia chiaro se la persona amata, la "Stella" che brilla in un cielo infinito, sia una compagna o magari un/una parente (anche se il passagio che dice testualmente "ci siamo baciati" ci fa propendere per la prima ipotesi. Certo il bacio può essere stato tra due parenti (una sorella o una figura materna passata a miglior vita con le quali si sono avvicendati dei delicati, ultimi baci di commiato) ma il fatto di usare un termine quale "ci siamo baciati" e non "ci siamo scambiati dei baci" in realtà sarebbe più realisticamente attribuibile a un dolce bacio di una coppia di innamorati. Comunque quel che sappiamo, ed è quello che conta, è che quella persona non c'è più ("In un cielo senza limiti/ Vedo il mio raggio di luce/ Dietro il quale stai brillando luminosa" [...]"Sei la mia stella/ Sei là per vivere per sempre/ In tal modo ci ricongiungeremo") ma rappresenta, per il protagonista del brano, una sorta di angelo custode, un faro di luce nei momenti difficili ("Tu sei la mia stella/ La mia personale, vera guida nella vita"). L'uso di figure retoriche e allegorie è tipico dei brani più intimi e romantici: oltre alla "stella", ad esempio, il riferimento al blues inteso come momento drammatico, in quanto il genere è caratterizzato, a volte, da atmosfere lugubri e situazioni sentimentali al limite del parossismo. A livello musicale il brano come già detto risulta essere una ballad, quindi, come è lecito che sia, i toni più aggressivi e arrembanti vengono messi parzialmente da parte (e sottolineo parzialmente dato che comunque il pezzo, anche grazie a parti come il refrain - in cui il singer mostra ancora una volta la sua invidiabile potenza - o anche la seconda metà del brano, di misura più grintosa rispetto alla parte iniziale e forte di un energico solo guitar, dimostra di essere tendenzialmente una power ballad più che una ballad a tutti gli effetti). Il brano parte in maniera molto soffusa, con un ricamo strumentale che lascia presagire tutta la struggente trama musicale a cui si arriverà per gradi. Già dal trentesimo secondo fa il suo ingresso la voce, con il brano che diventa - grazie all'uso della batteria - un pizzico più ritmato (ma rimanendo sul piano di un rock soffice e delicato). La voce in questi frangenti sa essere dolce e carezzevole, arrivando per gradi a delle piccole impennate nell'intonazione/interpretazione. Un solo guitar di gran pregio, molto emozionante, fa capolino verso il minuto e venti, per magnificare ulteriormente un brano che già mostra ampiamente una forte componente "emotiva" e sofferta. Dieci secondi dopo ricompare la voce, che, seguendo le linee già tracciate in precedenza, continua a percorrere sentieri fatti di mestizia e desolazione ampiamente tratteggiati dall'egregio apparato strumentale. Èun amaro melodiare questo, un cammino su percorsi romantici dalle tinte grigie e ocra. Fondamentalmente si continua così per tutta la durata del brano - anche questo è un pezzo relativamente lineare - con qualche piccola impennata espressiva già verso i due minuti e venti, e comunque presenti oltre la metà del brano. Già il nuovo assolo (questo dopo i quattro minuti e venti) risulta essere ben più testosteronico (e sicuramente più duraturo del precedente). Anche la voce nella seconda metà del brano (questa divisione è puramente simbolica, dato che non ci sono evidenti suddivisioni in tronconi) è più energica, dotata di un surplus di grinta tenuta bene a bada in tutta la parte iniziale.

Queen of The World

Con il seguente brano, "Queen of The World" (La Regina Del Mondo), ci imbattiamo in una figura femminile tanto ammaliante quanto fasulla, vacua, ipocrita. Una donna che ha stregato il protagonista con il suo indiscutibile fascino ("Tu abusi del mio amore per nutrirti/ È il mio turno crudele sotto il tuo incantesimo") per poi rivelare la sua anima più subdola. La donna in questione è a tutti gli effetti una "virago" e quel che fa è solo per un senso di auto-appagamento e per interessi personali, quindi il concetto stesso di sentimento è una pura chimera ("Puoi solo vedere/ quello che vuoi vedere/ Ma ti limiti a negare/ di usarmi") cosa che il protagonista sa bene e quel che ne viene fuori è una gragnola di critiche riportate nel brano ("Fingi di essere una vittima/ Mentre è tutta colpa tua" [...] "Come in un gioco/ Tu mescoli tutte le tue carte/ Qualsiasi cosa tu ottenga non è mai abbastanza/ Fingi di essere la Regina del Mondo" tanto per citare alcuni brevi stralci). Nonostante la grinta smaccatamente hard & heavy del brano (del resto il disco è un disco a cavallo tra hard rock e heavy metal), il testo in questione sembra possedere quasi una sorta di "anima blues" se non fosse fin troppo articolato, perfino retorico, nel delineare una tipica femme fatale dalla lunga storia letteraria. Alla fine è quasi un elenco di accuse che, se non fosse per la musica, mancherebbe perfino di trasporto emotivo, così mesto e disilluso da non essere né triste né arrabbiato (l'atteggiamento che usa il protagonista risulta a onor del vero un pizzico "guascone"). Sembra che il cantante non ricerchi minimamente l'enfasi poetica, probabilmente per meglio delineare la natura biografica e personale di questa canzone, come ipotizzo che sia. L'elemento più interessante è quello che non viene detto: lui è del tutto rassegnato al suo ruolo di uomo "usato", altro particolare del brano dall'essenza tipicamente blues. Musicalmente ci imbattiamo in un altro brano (dopo il pathos del precedente) di nuovo ancorato a schemi più classicamente hard & heavy. L'inizio è affidato ad un intarsio strumentale di gran presa, forte di un riffone quadrato ed energico che ben presto - nell'arco di una quarantina di secondi - ci porta alla voce, bella, ruggente, colma di grinta (pur se di misura, qui e li si può riscontrare una certa affinità anche con l'ultimo Dickinson. Non eccessivamente, ma il certi toni il paragone subentra istantaneo). I ritmi si assestano sin da subito su tempi medi, destinati a procedere praticamente inalterati per tutta la durata del brano: complice il main riffing, ma anche quando i toni si fanno più distesi - e il riffing cede il passo ad intarsi strumentali più evocativi - navighiamo sempre nelle stesse acque. Dunque un brano possente, dall'andamento inemovibile e dal carattere ancora una volta epico, memore di tanto sublime hard rock che tanto ha influenzato i nostri. Unica eccezione - per quanto riguarda l'andamento complessivo del brano - è una parentesi più soffusa verso i quattro minuti e mezza, che cede subito il passo ad un ottimo solo guitar.

Heaven or Hell

Si conclude in bellezza con l'ottima "Heaven or Hell" (Paradiso O Inferno), pezzo che si fa forza su un testo dotato di una una poetica di carattere evocativo, sia di una ricerca di immagini retoriche. Per certi versi è la summa dell'intero album, ad esclusione di pezzi apparentemente "a sé stanti" come quello sui nativi americani e la femme fatale (sui quali, come esplicitato in precedenza, in realtà è facile trovare tematiche affini agli altri brani: il guerriero pellerossa come già detto porebbe essere la metafora del protagonista che combatte una battaglia che ha il sapore della sconfitta, mentre nel brano con la "fatalona" c'è comunque il senso di amarezza e delusione appartenente in pratica a tutto l'album). C'è la perdizione personale del protagonista e, quindi, la situazione di stallo nella vita, un momento che può tramutarsi in "Paradiso o Inferno" a seconda delle nostre scelte. C'è il fattore tempo che scorre implacabile, e quindi il bisogno di un cambiamento radicale, di una scelta di vita la cui necessità era stata già sviscerata in più d'una canzone, elemento sia autobiografico della band, sia - si direbbe quasi - di natura "pedagogica", come se la ricercatezza retorica sia indirizzata a voler portare l'ascoltatore a fare la scelta giusta. A conti fatti si richiamano soprattutto tematiche care a brani come la title track e Everytime Everywhere, specie con il primo brano per dei concetti che pur essendo i "leit motiv" di buona parte del disco, vengono nel brano di apertura esplicitati in maniera chiara ed essenziale (la delusione verso una vita che non prosegue come si vorrebbe, la voglia di redenzione). Musicalmente parlando il brano, di ottima caratura, risulta senza mezzi termini uno dei migliori del lotto, grazie anche al crescendo che lo porta da una prima parte maggiormente soffusa ad un proseguo più "epico" e grintoso il cui culmine è rappresentato da un frangente addirittura "incalzante" nelle ritmiche (nella storia del rock siamo pieni di brani strutturati su un continuo crescendo emotivo, il cui esempio più famoso - forse - è rappresentato da quella Stairway To Heaven che si è imposta di diritto come pietra miliare nella storia del rock. Niente di nuovo sotto al sole dunque, ma è sempre un immenso piacere sentire pezzi fatti in questo modo). Come puntualizzato dunque si parte "in sordina" (ma non prima di un coretto ai primi secondi che scandisce "Heaven Or Hell" tre volte) con un mesto lavoro di piano che ci introduce il bellissimo brano. Un ricamo strumentale questo molto soffice, delicato, che si pone come una vellutata carezza dopo una trafila di brani impattanti (nei quali naturalmente non includiamo My Star) capace di lenire come un prezioso balsamo le - comunque goderecce - ustioni causate dal rovente hard rock sin qui ascoltato. Il clima generale che si va delineando comunque, per onor di cronaca, è più venato da una sottile mestizia che da tranquillità fine a se stessa, e il cesello un pizzico triste del piano è qui a ricordarcelo. La voce, che comunque fa subito il suo ingresso, pur destreggiandosi su toni un pizzico più dimessi, non lesina guizzi di grinta qua e la. Verso i tre minuti e trenta i toni divengono più energici, grazie anche all'inserimento della chitarra (ma anche la voce contribuisce grazie a toni più muscolari e accesi). Il brano, da dimesso si fa vagamente epico, solare, carico di un'energia fino a quel momento inespressa. A quattro minuti e quindici i toni si accendono ulteriormente, grazie ad un lavoro più muscolare della batteria e della chitarra, la quale si getta quasi subito su un magnifico assolo (e magnifico non per la tecnica - comunque i nostri ne hanno da vendere e basta ascoltare il disco nel complessivo per rendersene conto - ma per il feeling espresso, davvero tanto).

Conclusioni

Arriviamo dunque alla fine del disco e anche alle classiche considerazioni finali, che a dirla tutta servirebbero relativamente, considerando che ho dato modo di esprimere il mio generale apprezzamento per tutto il corso della recensione (in primis nel "cappello" introduttivo). Comunque è lecito spendere qualche parola per sottolineare la totale riuscita dell'album: un disco questo, che pur non facendo perno su una assoluta originalità (l'impronta stilistica dei nostri, sia nel precedente disco che in questo, è sempre figlia dei vari Whitesnake, Rainbow, Dio e simili) esprime innegabilmente una certa personalità di fondo. Questa frase, apparentemente contraddittoria, in realtà ha una sua raison d'etre, considerando che "l'originalità", quella assoluta, è perlopiù un miraggio: qualunque musicista/gruppo musicale ha avuto i suoi "maestri spirituali" da cui pescare quel tanto che basta per forgiare il proprio sound. E così è per i nostri, che pur avendo come "mentori" (platonicamente parlando) i gruppi in precedenza citati, non si limitano a scimmiottarne il suono come farebbe qualche musicista di bassa lega, ma "attingono" alle loro modalità espressive per trarne qualcosa di loro, di definito e che non subodori in ogni momento dei vari Dio, Whitesnake, Gotthard eccetera. E il risultato finale è ottimo, sia per quanto riguarda il feeling - espresso in quantità industriali - sia per la tecnica dei vari musicisti e del cantante. Quest'ultimo è poi eccellente: tanto bravo nell'uso del "suo strumento" quanto comunicativo. E in certe parti, data la sua immensa maestria, viene quasi un brivido, un accenno di pelle d'oca nel sentirlo cantare. Per quanto riguarda i testi, trovo ottima la scelta di concentrarsi maggiormente su un determinato tipo di tematiche che circoscrivono in una precisa e ridotta insiemistica il piano di elementi trattati. Centrali, in questo senso, sono il tempo che scorre inesorabile e un senso di delusione e di amarezza, il volersi appigliare ad elementi salvifici o pseudo-tali (Scars e My Star appartengono senza dubbio alla prima categoria, mentre la droga su Let Me Out funge da falso elemento salvifico, capace in realtà solo di spingere il protagonista un passo in più verso il baratro), la volontà di rivalsa e il gettar via qualsiasi "maschera" per affrontare a viso aperto i propri problemi. La band unisce, in tal senso, un trasporto autobiografico in cui i fattori "tempo" e "azione", intesa come cambiamento, giocano un ruolo centrale. La poetica non è né oscura né esasperata, anzi: sebbene spesso crepuscolare, tende a una solarità percepita come lontana, difficilmente ottenibile ma auspicabile. In parole semplici: è un gruppi di "buoni", e anche fieri di esserlo, al punto che in alcuni casi i testi tendono chiaramente a voler "aiutare" l'ascoltatore, indirizzandolo verso atteggiamento propositivo e coraggioso nei confronti della vita. Oltre a questo, non mancano divagazioni su tematiche che almeno in apparenza risultano tendenzialmente diverse, alcune sociali, altre di natura più personale e autobiografica. Mi preme in tal senso citare un brano come In The Name Of Freedom, che apparentemente legato ad argomentazioni parecchio distanti dal plot generale del disco, in realtà - e come visto in precedenza - potrebbe essere semplicemente la metafora di un uomo pronto a lottare per la propria libertà individuale (anche interiore), anche a costo di perdere. E in effetti l'idea generale è che tale battaglia può solo portare ad una disfatta, ma l'importante è sempre combattere per quello in cui si crede. Quindi anche qui il messaggio risulta ampiamente positivo, in linea con quanto offerto dal disco nel suo complesso. Da menzionare anche l'ottima cover art, il cui compito sembra quasi quello di visualizzare graficamente uno dei concetti predominanti del disco, quello del tempo (fugace): e infatti troviamo rappresentati una serie di orologi sormontati da dei pali in una landa brulla e spoglia. Uno scenario surreale degno del miglior Magritte. E dunque, al termine di questa mia digressione finale, è logico sottolineare come il disco in questione sia senza ombra di dubbio meritevole di essere acquistato, ascoltato più e più volte e custodito gelosamente nella propria collezione di dischi. Perchè nel panorama attuale, ormai saturo di prodotti di stampo hard rock, heavy metal e hard & heavy, il suddetto platter spicca per bellezza, personalità e capacità di far immediatamente breccia nel cuore e nelle orecchie dell'ascoltatore. Dunque un plauso ai grandi Ruxt per averci regalato un nuovo parto di siffatta bellezza, e l'augurio, per il futuro, di continuare su questa strada. Perchè se il buongiorno si vede dal mattino, i nostri, ne sono sicuro, continueranno a sfornare album di altissimo livello deliziandoci di volta in volta con le loro innegabili capacità.

1) Running Out Of Time
2) Legacy
3) In The Name Of Freedom
4) Everytime Everywhere
5) Scars
6) A Leap In The Dark
7) Let Me Out
8) My Star
9) Queen of The World
10) Heaven or Hell
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