ROTTING CHRIST

Triarchy of the Lost Lovers

1996 - Century Media Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
22/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Dopo un discorso che ci ha portato in un territorio complesso per le parole e i concetti, oltre che per la diversità delle fonti da cui trarre informazioni per giungere ad una più corretta interpretazione delle canzoni, sia per quanto concerne l'analizzare uno stile sempre più definito, personale e riconoscibile, questa volta dobbiamo iniziare ad occuparci del cambiamento. Torniamo allora alla storia principale che avevamo iniziato a raccontarvi su queste pagine affrontandone un nuovo capitolo che, come vedremo, getterà una nuova luce su quello che già conosciamo. Un passaggio in un territorio ancora inesplorato il quale potrebbe essere foriera di un futuro successo od un'arma rivolta contro se stessi che potrebbe portare alla fine immediata, alla distruzione, al punto di non ritorno. Ma la storia deve proseguire perché si possa sapere quali saranno gli sviluppi. Se in precedenza avevamo parlato di «album della maturità anticipato» (il perché non sto neanche più a spiegarlo, è un concetto che ha già ammorbato abbastanza occhi e orecchie) e ancora prima di «album di passaggio tra le origini e il futuro», questa volta ci ritroveremo a parlare di «album della svolta». Una svolta epocale che porterà i protagonisti verso, come abbiamo appena accennato, un territorio ancora vergine e immacolato per quello a cui ci hanno abituati. Nonostante quello che uscirà da questa analisi, in bene o in male, va subito detto che l'opera di cui stiamo per parlare rimane comunque un lavoro fondamentale per lo sviluppo della carriera della band di cui vi stiamo narrando le gesta: i Rotting Christ. Dopo aver raggiunto la maturità artistica nei confronti dei testi delle proprie canzoni (le quali ci hanno dato non poche gatte da pelare per capirne il significato) iniziamo ad intravedere anche un passo significativo verso una più profonda maturità anche a livello sonoro, complice probabilmente una produzione un gradino più alto rispetto alle precedenti, che oltre a mantenere l'immediatezza e la spontaneità delle basi della musica del gruppo, permette di scoprire più nitidamente la accurata ricerca che venne fatta per dar vita agli arrangiamenti di questo terzo album. Eravamo rimasti a "Thy Mighty Contract" e "Non Serviam", due uppercuts degni di un campione dei pesi massimi che hanno scosso la scena Black europea e non solo, creando un ponte tra le verdi e fredde lande del Nord con le calde e variopinte terre Mediterranee. Dopo due full-lengths portati alle stampe a distanza di meno di un anno l'uno dall'altro (1993 e 1994), i Rotting Christ, a distanza questa volta di due anni dal loro capolavoro assoluto, "Non Serviam", subito dopo una breve pausa riempita dalla pubblicazione della loro prima compilation intitolata "The Mystical Meeting" (1995),  tornano a scuotere le menti con una nuova perla oscura, "Triarchy Of The Lost Lovers (Triarchia degli Amanti Perduti )" (la cui cover è una versione modificata dell'opera pittorica "La Danse du Sabbat" (1870) di Émile Bayard). Questo nuovo album, forte delle solidissime basi dei suoi predecessori, si spinge oltre, affinando sempre di più lo stile del combo greco (qui in veste solo di trio chitarra (e voce), basso e batteria, ma non una drum-machine come nei precedenti due platters, ma vedendo il ritorno di Themis "Necrosavron" Tolis dietro alle pelli ), che presenta un disco decisamente più rifinito, con un sound  Black nettamente più maturo sia strumentalmente che culturalmente, inserendo per la prima volta quelle influenze Dark e Gothic che caratterizzeranno i lavori successivi, dando vita così ad una nuova e ambigua creatura. Nella continua evoluzione della loro musica questo album segna il primo vero cambio di direzione rispetto ai dischi precedenti, pur mantenendo le basi Black che hanno portato la band dalla loro prima incarnazione Grind a ciò che li avrebbe elevati agli altari. Questo terzo disco, segna anche il passaggio ad una nuova etichetta per il combo ellenico; dopo la Osmose Records ("Thy Mighty Contract") e la Unisound Records ("Non Serviam"), per il terzo full-lenght viene firmato un contratto con la Century Media. Oltre a questo secondo passaggio, quindi passaggio di stile (e a breve vedremo in che modo) e di etichetta, vediamo anche in quale contesto, dal punto di vista discografico, uscì questo disco. Il 1996, per il Black Metal, fu un anno costellato da diverse novità, oltre ai dischi Black "puri" come "Monumental Possession" dei Dødheimsgard, "Blut & Krieg" dei Moonblood, "The Secrets Of Black Arts" dei Dark Funeral, "Heaven Shall Burn... When We Are Gathered" dei Marduk, "Kärgeräs" dei Root, "Forest" dei Forest o "For Kunsten Maa Vi Evig Vike" dei Kvist, vi furono diverse uscito che portarono uno stravolgimento e un cambio di vedute nel Movimento, oltre al nostro "Triarchy of the Lost Lovers"; tra i dischi "innovativi" uscirono "Blood On Ice" di Bathory, "Filosofem" di Burzum, "Memoria Vetusta I" dei Blut Aus Nord, "Lunar Poetry" dei Nokturnal Mortum, "For Snow Covered The Northland" degli Ancient Wisdom, "In The Streams Of Inferno" dei Mysticum, "Crypt Of The Wizard" di Mortiis, "Dusk And Her Embrace" dei Cradle Of Filfth oppure "Weltengänger" dei Lunar Aurora, dischi nei quali i loro autori osarono mischiare il Black Metal con il Gothic (come nel nostro caso specifico), l'Ambient, l'Atmospheric, il Folk o l'Industrial. Vediamo quindi come i Rotting Christ si ritrovarono subito in buona compagnia nel compiere questo loro salto. Quello che ora resta da sapere è come avviene questo cambiamento, cosa resta del passato e cosa si aggiunge, sia nella struttura degli arrangiamenti che per i testi. Già nei solchi del precedente album avevamo trovato, specialmente per quanto riguardava il lavoro alle tastiere di George "Morbid" Zaharopoulos, echi e rimandi ad un sound dal sapore gotico, che sembravano voler anticipare (se ci si pensa oggi) quello che sarebbe stato. 

King Of A Stellar War

Vediamo quindi cosa ci aspetta e lasciamoci accogliere al varco dall'iniziale "King Of A Stellar War (Re della Guerra Stellare)". Quello che subito notiamo è l'immediato intervento della tastiera come starter per questa prima traccia e la cosa, leggendo la line-up del disco, potrebbe apparire quantomeno strana non essendoci un tastierista accreditato né nella formazione né come guest, ma l'apporto atmosferico che lo strumento apporta immediatamente al brano rende quantomeno superfluo dibattere su chi sia a suonare. Oltre alle tastiere (le quali danno anche l'impressione che in sottofondo vi sia un coro che canta, come avevamo visto nella compilation "The Mystical Meeting" per ciò che riguardava la Demo "Satanas Tedeum") immediato è anche l'inserimento di chitarra, basso e batteria che completano l'atmosfera e danno subito corpo al sound rendendolo completo. Il passo della ritmica e del riff principale appaiono chiari e definiti fin da primi secondi; l'incedere sia della batteria che del basso è molto cadenzato e non c'è presenza di nessuno blast-beat all'interno dei patterns di batteria mentre i riffs mantengono ancora un'impronta Black ma che grazie alla velocità meno serrata riescono ad amalgamarsi alla perfezione con il mood del brano in questa sia partenza. L'altro aspetto della traccia che mantiene le basi evolutive Black dei Nostri è dato dalle linee vocali  cavernose e possenti che imprimono quella nota acida e aggressiva al tutto. Fino al minuto 1:21 il pezzo scorre linearmente senza cambiamenti che vadano in qualche modo segnalati, mentre al minuto sopraindicato la chitarra cuce sopra al riff portante un secondo riff più melodico e dai tratti più rockeggianti che cambiano aspetto alla canzone senza che la base iniziale subisca modifiche radicali. Al minuto 1:46 il secondo riff termina la sua corsa e il groove torna ad essere quello iniziale ma con una batteria più scandita che definisce in maniera più nitida il ritmo e che permette all'aspetto atmosferico dato da chitarra e tastiere di essere più marcato. Al minuto 2:40 assistiamo ad una improvvisa accelerazione globale la cui guida è affidata alla chitarra che cambia i connotati di questo brano ma che non ne diventa il tratto dominante annullandone l'impronta di partenza ma si inserisce abilmente nella stessa creando un continuo scambio tra questa velocità più sostenuta con il passo iniziale; una altalena tra rapido e cadenzato che coinvolge all'istante e che grazie all'interruzione degli interventi vocali, i quali lasciano il posto ai soli strumenti, mano a mano che i secondi scorrono si fa sempre più definito e preciso. Questo duello termina al minuto 3:27 quando una seconda variazione della velocità di esecuzione ci catapulta immediatamente nelle atmosfere iniziali, ma senza riproporre il medesimo andamento, tra riffs rallentati e ritmiche marziali; una seconda sezione totalmente strumentale che conduce fino al minuto 4:32 divenendo, mano a mano che l'arrangiamento scorre, sempre più ipnotico grazie all'ottimo guitar-working che riesce ad essere melodico e tagliente allo stesso tempo. Senza che questo incedere globale cambi nuovamente, rientrano in gioco le agguerrite vocals di Sakis Tolis che interrompono l'idillio strumentale e riportano la cattiveria nel pezzo. Al minuto 5:12 (quando manca un minuto esatto al termine di questa prima canzone), le tastiere tornano in primo piano a sostegno della chitarra riproponendo, questa volta sì, lo stile di apertura della traccia ma unendoci quel duello tra lento e sostenuto che avevamo ascoltato dal minuto 2:40 al minuto 3:27. Si crea quasi un brano circolare che termina prima che anche l'ultima sezione possa ripresentarsi. Questa opener si discosta subito da quanto abbiamo sentito negli album precedenti, dove era sì presente una venatura melodica dei brani ma che non era così marcata e dominante ma che si apprezza subito e non cerca il conflitto con i lavori già pubblicati ma, come abbiamo detto inizialmente, apre un nuovo capitolo dove il "vecchio" si mescola con il "nuovo", la mescola è ancora in una fase embrionale, ma la profonda ricerca dei Nostri verso un nuovo sound che possa sposare la loro proposta è già ad ottimi livelli."Il re del dominio interiore, il cerchio degli amanti perduti, quelli che iniziano la monarchia, melodie di loro che hanno abbandonato lo spettro". Si sente un vago riferimento alla mitologia greca più antica in questo primo testo, specie guardando al nome Emeron che appare alla fine (e che appare anche in un secondo testo come vedremo a breve) anche se non esistono riferimenti diretti in nessuna fonte esaminata, eccezion fatta per Emera, divinità greca personificazione del Giorno. Ma si vede che le due cose non c'entrano nulla l'una con l'altra. C'è dunque qualcosa di diverso che fa subito pensare ad una diversa interpretazione, che immancabilmente (e con un piacere mal velato) ci riporta in una unica direzione e quindi ad una unica spiegazione della trama di queste liriche: Lucifero. La prima cosa che ci porta a pensare questo è la frase "Un nuovo sovrano, figlio del primo re"  che si presenta come un Dio dall'armatura lucente (e seghettata) che porta con se un'aura di sensualità, di desiderio e che si erge come "faro di tutte le anime ultraterrene", sposato alla causa di una guerra divina, stellare, che si alza dal profondo ove egli ha trovato asilo. Forse un'interpretazione troppo affrettata schiava di quanto letto nei testi precedenti ma che in queste parole trova subito il modo di liberarsi nell'anima riuscendo a diventare l'unica cosa che gli occhi trasmettono alla mente.

A Dinasty From The Ice

Proseguiamo con "A Dinasty From The Ice (Una dinastia venuta dal ghiaccio)". Lo start di questa seconda traccia riprende dalla fine della precedente creando una continuità che già ci da l'impressione di ritrovarci di fronte ad un concept-album. L'utilizzo dell'impronta sonora della canzone iniziale, con il suo alternarsi di riffs lenti e veloci e l'incedere marziale della ritmica, domina per quasi tutti i primi due minuti del pezzo, senza che nascano varianti o soluzioni alternative che ne modifichino i tratti, divenendo subito smaccatamente lineare, anche se, prestando la giusta attenzione, il riff di partenza si discosta dal riff dell'opener ma nel globalità del suono, dato il groove pressoché identico tra questa prima parte della seconda traccia e la prima traccia, sfugge all'orecchio ad un primo ascolto, se poco attento. Va comunque detto che questo segmento iniziale possiede molta più melodia specialmente per quanto riguarda la chitarra. Aspetto melodico che si amplifica a partire dal minuto 1:43 dove sempre la chitarra prende il controllo totale dell'arrangiamento spingendo la ritmica quasi in secondo piano con un assolo delicato e sognante dall'aspetto tecnico che rasenta il virtuosismo. Quello che subito notiamo ancor prima che il brano raggiunga la metà della sua durata totale (4 minuti e 24 secondi) è la assoluta "complessità" della sua struttura che dopo l'inizio basato sul proseguo dell'opener, assume rapidamente una sua identità. In questo frangente melodico, come per "King Of A Stellar War", l'apporto vocale scompare dalla scena lasciando spazio solo alla strumentazione che può emergere in tutta la sua completezza rivelando, anche se sappiamo che non ce ne sarebbe bisogno, le ottime capacità tecnico-esecutive della band greca. Al minuto 2:44 la traccia viene stravolta da una variazione improvvisa che ne modifica groove e mood trasportandoci immediatamente in un territorio differente. Passiamo dunque da una (quasi) totale delicatezza ed armonia dei suoni (eccezion fatta per le vocals sempre di stampo Black) fondata sul trasporto dell'ascoltatore in lidi onirici dove l'apporto delle tastiere, dosato e mai dominante, amplifica il coinvolgimento, si passa ad uno stravolgimento che coglie impreparati; ripetiamo, siamo al minuto 2:44 e qualcosa nell'andamento di questa seconda canzone della tracklist cambia di colpo, i ritmi, pur continuando a mantenere un'impronta vicina a quella dei primi minuti, si fanno più scanditi e assumono più velocità senza comunque assumere toni serrati mentre i riffs diventano più aggressivi e rapidi riacquistando un gusto Black. Non sarà uno sconvolgimento radicale, d'accordo, ma il solo modificare l'apporto della chitarra cambia il groove della canzone che si spoglia dei suoi aspetti più melodici e si riappropria dell'aggressività originaria della band. Viene quindi a crearsi una nuova altalena tra velocità e mid-tempo ritmici (sostenuti sapientemente dalla tastiera) con riffs sia veloci sia riportati allo stile del leitmotiv del pezzo. Una canzone che sotto il punto di vista compositivo non mostra molti punti su cui parlare e scorre in modo decisamente lineare fatto salvo per la piccola variante che porta sì, come detto sopra, un piccolo stravolgimento all'interno di un brano che si segue senza remore quanto fatto durante la prima traccia, ma che in sostanza, nonostante gli enormi pregi tecnici ed esecutivi e l'ottimo lavoro alle chitarre, risulta con poca personalità. "Mille metri sotto, città sepolta di ghiaccio, osservanza della profezia, l'acqua scioglie il ghiaccio". Seguendo una logica che ci porta a vedere una continuità nei testi di questo disco fin dalle prime battute, proseguiamo ciò che l'open-track ha iniziato e guardiamo più in profondità nei paesaggi scossi da una guerra che supera la concezione dell'uomo in materia che esce dagli schemi. La canzone ci parla di una città sepolta sotto la terra, imprigionata nel ghiaccio, come profetizzato in antichi scritti. Una città governata da un Re barbaro, dove l'acqua che scorre lungo le pareti rocciose interne della terra, lentamente scioglie il ghiaccio liberando la città e i suoi abitanti. Entità che non hanno mai visto la luce ma che una volta libere sono pronte a seguire il loro Signore nella lotta ("attraverso lo spazio esterno, vicino al dominio interno, nella stella gelata di Thuge") rivelando grandi doti da astuti guerrieri: "leggere le menti dei loro nemici, strategia, difesa, in una battaglia impari, lanciando ondate di freddo". Quello che ricordano, seppur in parte o comunque se si conosce la storia, queste parole lo ritroviamo in una canzone tratta da "Non Serviam", la conclusiva "Saturn Unlock Avey's Son", dove si era trovato un riferimento mitologico al Mito di Urano (o Saturno) che si ribella al Zeus, suo figlio, che l'aveva spodestato come egli stesso aveva fatto con il padre  Urano e che per vendicarsi del figlio libera i suoi fratelli, i Titani, dalla prigione dove erano stati rinchiusi e dalle profondità salgono verso l'Olimpo per riprendersi ciò che gli è stato tolto. Ecco, quello che la mente vede in queste parole ricorda molto quel mito e quella canzone in particolare ma ovviamente, come ben sappiamo, così torniamo alla frase iniziale, esiste un'altra guerra ultra-terrena in cui un figlio si è ribellao a suo padre, o meglio, un angelo si è ribellato al suo creatore e questo ci ricongiunge con quello che è emerso nelle liriche della prima traccia, seppur esposte, in entrambi i casi, in una maniera molto più raffinata e poetica che diretta e spinta.

Archon

La terza traccia di questo disco si intitola "Archon (Arconte)", un titolo che appare già di per se culturalmente elevato e che prende spunto dalla parola greca árchon (?????) che indica un componente del più autorevole collegio di magistrati nella Grecia antica, e particolarmente in Atene, ma anche colui che detiene il potere un Monarca. Facendo riferimento allo gnosticismo più antico, gli Arconti erano i più stretti servitori del Demiurgo (altrimenti detto Dio) e avevano il compito di aiutarlo a mantenere l'equilibrio tra gli uomini e i Cieli, fungendo sia da angeli che da demoni, ovvero ciascuno degli esseri che governano i Sette Cieli, rappresentando e originando insieme le varie fasi della degradazione mediante la quale è spiegata l'origine del mondo sensibile, in cui domina il male, così come riportato anche nell'Antico Testamento biblico. Quindi, già dal titolo si può intravedere il livello del testo, o quantomeno intuirlo, di questa canzone, ma ce ne occuperemo tra poco. Contrariamente a quanto sentito fino a questo momento, questa terza canzone presenta una partenza diversa, più immediata, aggressiva e diretta, una autentica bordata che ci riporta subito ai primi due dischi del gruppo. Un inizio che si articola subito in due sezioni, individuabili ponendo la giusta attenzione sulla ritmica; si parte con un blast-beat velocissimo (anche se in un paio di punti sembra ci sia un ritardo tra batteria e chitarra) a sostegno di un riffing tagliente e rapido che dagli echi gotici e melodici dei primi due brani ci fa riimmergere subito nel Black più istintivo, questo primo quadro domina per 40 secondi per poi lasciare il posto ad una ritmica già più cadenzata e scandita mentre le chitarre non accennano a cambiare passo mantenendo la loro aggressività. Ad incrementare la cattiveria di questi primi secondi danno il loro contributo le linee vocali con il loro scream. Questo secondo frangente dello start della traccia, appare molto più curato nella sua veste ritmica. Al minuto 1:08 i Nostri affondano di nuovo il piede sull'acceleratore e il loro Black dagli echi Death (parte fondamentale del loro passato artistico nonché della loro evoluzione) torna a spadroneggiare incontrastato investendo in pieno muso l'ascoltatore abilmente ingannato dal cambio ritmico iniziale. Ma non si fa in tempo ad abituarsi alla velocità che si è scatenata che nel giro di pochi secondi, siamo al minuto 1:22, ecco che la batteria rientra nei ritmi cadenzati, ma non lenti, che avevano mantenuto il controllo del brano, indicando il percorso da seguire, da 0:40 a 1:08. Anche se i patterns di batteria sono stati nuovamente modificati, il piglio agguerrito dei Nostri per questa canzone non perde nemmeno un'oncia in fatto di potenza ed energia grazie all'ottimo guitar-working e alle vocals il tutto sempre ben sostenuto dalle linee di basso. Ma ancora i cambi non accennano a volersi fermare e al minuto 1:53 tutto rallenta (giusto ricordarlo prima che qualcuno sollevi questioni inutili, non in modo esponenziale tanto dal rendere la canzone dissonante, ma sempre con la giusta accuratezza), dalla ritmica ai riffs e il brano cambia aspetto e diventa più melodico e meno aggressivo (anche se facendo ben attenzione alla chitarra, i riffs mantengono la loro verve) e colorandosi di un assolo quasi romantico che apre alla parte conclusiva della traccia che seguendo fedelmente il copione del pezzo, con assoluta continuità, vira nuovamente verso il serrato e l'agguerrito per poi tornare al cadenzato e graffiante con cui terminare la sua corsa. Questo terzo brano potrebbe apparire ripetitivo per questa scelta; va anche detto però, spezzando una lancia a favore, che "Archon" è la sola canzone presente in questo album (con le dovute ed eventuali segnalazioni che troveremo nei pezzi successivi della scaletta) a strizzare l'occhio al materiale passato e alle sfuriate fulminanti contenute nei due LP e negli EP (o Demo) precedenti. "Una visione diventa realtà, un uomo morto che ritorna, un cavallo mitico lo canta, come un imperatore ritornato". Con questo terzo brano (vedremo subito dopo il motivo), possiamo chiudere un capitolo del disco e quindi vedere come si conclude (anche se sappiamo che non finirà mai) la lotta ancestrale. Due schieramenti si fermano l'uno davanti all'altro (come si può evincere dal contrasto tra il cavallo mitico della prima strofa e il cavallo bianco della seconda), da un lato ciò che un tempo fu morto che torna in vita pronto a rivendicare il suo trono e dall'altro l'esercito di chi simboleggia l'amato, il bene. Ma la luce riesce a rivelarsi più forte delle ombre che l'attaccano e l'Arconte sente che l'oscurità lo chiama a se insieme agli echi lontani di altri pianeti. "Arconte: le ombre chiamano. Arconte: i pianeti chiamano, gli echi nell'altro mondo. "Emeron, sono sopra tutto". La prigione di ghiaccio si richiude sopra le loro teste confermando l'antica profezia. Ma basterà questo per impedire al Faro di continuare ad emettere la sua luce e a condurre le menti fuori dal buio dell'esercito di luce?

Snowing Still

"Snowing Still (Nevica Ancora)", quarta traccia in scaletta. Anche in questa canzone la partenza è differente rispetto alle altre appena ascoltate. Il passo iniziale è cadenzato e con una forte vena melodica ed emotiva. L'inizio di questa canzone, con chitarra subito ben in vista, con riff portante doppiato che ne amplifica l'armonia e i tratti melodici, raggiunta e sostenuta immediatamente dalla ritmica di basso e batteria, presenta delle forti connotazioni Rock che spostano il pezzo verso una diversa "etichettatura" che però lo rendono godibile dai primi secondi. A rendere il brano più vicino ai territori oscuri della band ci pensano come in precedenza le vocals, le quali infondono anche note cariche di pathos alle liriche. Tutti i primi due minuti della traccia scorrono all'insegna della lentezza dei ritmi e della armonia della chitarra che in maniera lineare e senza cedere a differenti soluzioni o cambi di tempo e velocità proseguono con assoluta tranquillità cullando l'ascoltatore e stuzzicandone le più profonde emozioni. Una prima parte che potremmo annoverare tra le ballad più intriganti della storia del Rock duro e del Metal più estremo. La cura che la band riserva alla costruzione di questo arrangiamento dimostra la loro abilità nello spaziare (e già l'avevamo notato in parte nei precedenti lavori) tra i generi che compongono le loro radici, sempre cercando una loro propria identità ma senza dimenticare i loro trascorsi e ricercando attentamente stili e soluzioni idonee ad essere miscelate tra loro. "Snowing Still" è il brano più malinconico e sofferto di tutti quelli presenti nella tracklist come vedremo e come abbiamo già visto, sia musicalmente che liricamente, un abisso di disperazione musicale e canora che nella sua lentezza ha trovato la sua carica espressiva rivelandosi, sotto questo aspetto, il pezzo più forte di tutto il disco. Torniamo alla traccia. Fino al minuto 2:08 tutto scorre lento e ancorato su di un unico binario dove la melodia principale e la ritmica principale si rincorrono e si ritrovano sempre più cariche ogni secondo che passa in un crescendo continuo delle chitarre che esplodono in doppio assolo che sprigiona quella ulteriore carica emozionale che ancora non era stata espressa regalando completezza e pienezza al sound mentre il leitmotiv principale della ritmica e dei riffs non cambia. Al minuto 2:40 succede però qualcosa, le armonie leggere e quasi votate all'onirico e al romantico che ci avevano avvolto fino a questo punto sembrano venire incrinate da un evento improvviso. I riffs si fanno più distorti e aspri, non viene modificato il passo del pezzo che rimane con ritmiche in mid-tempo scandite e definite e linee di basso ugualmente delineate, ma basta questa distorsione nella chitarra per modificare l'impronta del brano che come abbiamo detto si sposta dall'onirico e romantico, per quanto riguarda la parte musicale, all'aggressivo. Un mood che muta la sua forma al minuto 3:26 quando con l'entrata in partita di un nuovo assolo, più breve rispetto al precedente, la velocità inizia ad aumentare di intensità riportando la canzone nei lidi sognanti che si respiravano nella prima parte ma mantenendo l'aggressività appena ascoltata in una esplosione sonora e vocale che accompagna fino all'ultimo secondo. Dopo due brani non particolarmente riusciti, il gruppo ritrova il piglio giusto e regala un secondo ottimo brano per quest'album; non particolarmente complesso ma grazie ad una struttura semplice ma molto efficace, il passaggio verso delle armonie dirette al Gothic dove la rabbia Black viene velatamente sopita (ma non eliminata) si percepisce maggiormente."Tutti i miei sogni mi riportano indietro. Posso vedere un bambino, sua madre in nero. Baciando il fratello morto (Nevica ancora)".Questo testo è il più pesante e difficile, emozionalmente ed emotivamente, di tutto l'album. Non ci troviamo in nessun tempo specifico e in nessun luogo specifico, le uniche cose che contestualizzano il paesaggio sono la neve, un lago che lentamente cede il passo al ghiaccio e dei cigni. La storia narrata è una morsa stretta attorno alla gola, un ferro rovente infilato nelle carni. Come schiavi di un incubo senza vie di fuga, assistiamo inermi ad una donna vestita di nero, inginocchiata su quel manto bianco con vicino un bambino, suo figlio, che la guarda e tra le braccia l'altro figlio, forse più piccolo, ormai senza vita. La donna piange e le sue lacrime diventano presto pezzetti di ghiaccio mentre i cigni assistono attoniti a quella scena e la neve lentamente ricopre quelle tre persone. Il figlioletto più grande bacia sulla fronte (immagine che nasce spontanea nella mente) il fratellino ormai privo di vita mentre il suo corpo scivola lentamente nella neve e mentre strani uccelli iniziano a volare sopra le loro teste (probabilmente uno stormo di avvoltoi). Un'immagine cruda, un dettaglio assordante di un quadro spento, freddo, lontano, silenzioso. Una scena che ci viene detto essere partorita da un sogno, ma da un sogno triste e disturbante. Una scena che va ben oltre il drammatico dove il nero della madre si mischia al bianco della neve come in una sorta di danza macabra dove buio e luce si abbracciano e si combattono a vicenda. "In un piacere toccato dalla morte la neve cade, copre il corpo, il freddo non la tocca, il ghiaccio si scioglie mentre le calde lacrime cadono". Un turbinio di sensazioni amplificate enormemente dalla musica. Non esistono altre parole che possono essere spese. "Anche se presto scende la notte, le lacrime si trasformano in ghiaccio a freddo, la neve copre il suo corpo e la neve smette di cadere".

Shadows Follow

Giungiamo al giro di boa con "Shadows Follow (Seguono Le Ombre)". La partenza riprende dalla coda della canzone precedente traghettandoci subito in un turbine di riffs tagliati con l'accetta e ritmiche dai tratti sia cadenzati che spazzati da rapidissime accelerate, quasi impercettibili. Il taglio estremo viene sempre lasciato alle vocals che hanno il compito di imprimere la giusta oscurità al brano che se fosse stato lasciato solo strumentale avrebbe avuto un aspetto più "delicato" anche con la presenza di un riffing portante distorto e serrato. Il livello compositivo è comunque alto e la scelta di partire dalla chiusura del brano precedente permette a questa sezione iniziale di espandersi nelle orecchie di chi ascolta con il crescendo migliore.  Per tutti i primi due minuti del brano, troviamo questo rapido alternarsi di melodie suggestive e controparti agguerrite in un mix preciso che mantiene i due elementi perfettamente equilibrati e con la stessa importanza senza che uno prevarichi sull'altro. Allo scoccare del secondo minuto, precisamente al minuto 2:03, come per "Snowing Still", qualcosa scuote l'aria e l'atmosfera cambia rotta. Un cambiamento che, giusto ricordarlo, non è in nessun modo drastico e che non sposta la proposta di base di questo album ma che, ecco perché il riferimento alla traccia, cambiando un solo elemento spinge tutto il brano a cambiare la sua forma. Anche in questo caso l'elemento trascinante è la chitarra che sposta il cursore da «melodico» a «agguerrito» senza però creare brusche accelerazioni ma permettendo a ritmi di mantenere le loro linee e i loro patterns. Ma non basta, dopo meno di 40 secondi succede nuovamente qualcosa... questa volta sì che veniamo investiti da un'accelerazione non prevista (ALT! Non pensate a niente di eccessivo nemmeno questa volta!) che cambia nuovamente volto al brano. La batteria raggiunge ritmiche a doppio pedale prossime al blast, solo prossime ma non improntate al Black e i riffs assumono tratti più serrati e ancor più affilati. Sembra quindi che la canzone voglia trasformarsi e incattivirsi ma non passano 10 secondi che al minuto 2:50 avviene un sottile rallentamento che quindi lascia presagire un ritorno allo start del pezzo ma non è così; 6 secondi e tutto ritorna serrato ma con un ritorno di quella alternanza con passaggi melodici ai quali all'arrivo del quarto e ultimo minuto (4:30 la durata totale) si intravede tra le pieghe dell'arrangiamento un probabile intervento della tastiera che crea una più decisa atmosfera finale aggiungendo una nota drammatica al feeling del pezzo che già denota, come i precedenti, una forte carica espressiva ed emotiva. Rimaniamo sempre all'interno di un contesto in cui i brani non sono elaborati o suddivisi in più parti come negli album precedenti in cui i punti di forza risiedevano proprio nella varietà intrinseca delle singole canzoni, questo non significa che le canzoni in scaletta siano poco curate, eccezion fata per dove segnalato, ma le durate contenute e la limitazione delle soluzioni a favore di un groove più scandito e meno belligerante e un mood più "soffice" si prestano perfettamente, altro fatto già sottolineato, al passaggio a cui i Nostri si stanno sottoponendo nel loro loro percorso musicale fin qui sviscerato, ma forse è proprio la linearità dei singoli pezzi unita al concept inteso dal punto di vista dell'arrangiamento a rendere questo album, fino a questo punto, poco definito e ancora troppo embrionale nel suo concepimento stilistico. "Ho visto una stagione. Ho sentito solo freddo. Sono così solo". Anche in questo caso, si crea un filo rosso tra i testi, molto più forte di quello che si crea tra gli arrangiamenti, ma a differenza delle prime tre canzoni dove la storia era la stessa, in questo caso, ad unire i testi sono le sensazioni e le emozioni a legare i brani. La tristezza e la malinconia fanno da padrone anche in queste liriche. Ci accorgiamo subito come la protagonista di questo brano, dopo le lacrime di una madre per il figlio, sia la solitudine di un uomo (o di una donna a seconda di chi legga e ascolti e della capacità di immedesimarsi) che si ritrova ad essere intrappolato (ecco un secondo elemento ricorrente) nella morsa del freddo che la sua condizione gli provoca, solo e al buio: "ipnotizzato dalla solitudine, in pareti colorate, la mia ombra, la mia compagnia, durerà così a lungo". Attorno a lui vede solo "bocche vuote, volti morti, in un mondo oscuro" da cui non esiste fuga. Una sensazione agghiacciante che stringe il cuore e schiaccia le viscere.

One With The Forest

Il viaggio continua sulle ali di "One With The Forest (Tutt'uno Con La Foresta)", sesta traccia delle nove previste dalla tracklist. Abbiamo nuovamente una partenza che si riaggancia alla coda del pezzo appena ascoltato che aumenta la sensazione che ci sia un legame sempre più forte ad un filo conduttore sempre più spesso tra questo pezzo e i due precedenti, sensazione che veniva meno in un paio di tracce ma che già si sentiva con il duo iniziale. La ritmica prosegue sul medesimo binario delle precedenti mantenendo un passo costante e ben ancorato su un incedere cadenzato, lento e tratti ipnotico con un ottimo sostegno da parte del basso mentre la chitarra tesse trame energiche e poetiche allo stesso tempo. A chiudere il cerchio e ad inserire la nota nera all'insieme intervengono le linee vocali maligne e avvolgenti di Sakis Tolis sempre ben miscelate nel contesto strumentale. Il passo si modifica in breve tempo e dopo soli 40 secondi avviene una prima svolta verso un Heavy Rock d'impatto che fa trapelare qualche piccolo rimando al Metal più classico che sembrano voler ritrovare le radici della band ma portandole tra le spire di questo nuovo percorso, dove però la vena gotica scompare, almeno in questo singolo caso. Il cambiamento avviene in maniera fluida attraverso la partenza e l'evoluzione della canzone, senza stacchi troppo decisi e con il giusto apporto di entrambe le parti in causa, energia da un lato e interventi melodici rapidi dall'altro. Siamo sempre più distanti dallo stile con cui i Nostri hanno esordito e questo cambio di rotta, come abbiamo potuto notare, non è certo privo di errori e cadute nella ripetitività ma rimane comunque uno sforzo solido e godibile anche se la componente Black rimane nelle mani delle sole vocals. La forza di questo pezzo sta proprio nel suo ricordare i fasti della Musica Metal nella sua forma più sanguigna e discostandosi ulteriormente da quanto ascoltato fino ad ora, ma finisce tutto qui. Anche in questa traccia, la band gioca sulla rapida alternanza tra movimenti melodici e rapide sferzate elettriche che donano una impronta più epica al tutto, ma ciò rischia di essere l'unico punto a favore. Uno schema presente in ogni brano ascoltato fino a questo punto ma che solo adesso, dopo la canzone iniziale, torna a farsi apprezzare nella maniera migliore. Persiste comunque la totale assenza di soluzioni che diano più movimento, eccezion fatta per la parte finale del brano dove chitarre, basso e batteria accelerano verso una gustosa cavalcata elettrica che chiude in bellezza il pezzo. Uno dei nei di questo disco, fino a questo brano, è proprio la costruzione delle tracce. "One With The Forest" è un buon pezzo, ma non basta ad elevarne la caratura più di quanto già evidenziato e questo potrebbe benissimo farlo precipitare nella categoria dei riempitivi. La struttura di questa canzone non mostra molti punti sui quali appendersi per stilare una analisi approfondita su più aspetti in quanto non ci siano varianti o soluzioni che spicchino rispetto al tema portante."Rapida mossa di immagine, impossibile rimanere intoccato. Il materiale segue l'equilibrio, rilascia rapidamente la carne terrena". Le regole del gioco cambiano nuovamente e dopo essere stati prede delle più forti emozioni e dopo aver combattuto con se stessi e la propria capacità di resistere ecco che i Nostri ci permettono di leggere liriche che ci regalano un attimo di distensione e rilassamento. Il titolo recita, traducendo nella maniera meno letterale e più interpretativa possibile, "Tutt'uno con la foresta" e dunque le liriche vanno di conseguenza e ci portano a fare una riflessione quasi spirituale accentuate dal volto criptico e non immediato delle parole che ci portano "tra verdi colline" immersi tra fiori umidi di brina che sembrano piccole gemme di cristallo, dove però "visioni appaiono da terra, ombre senza radici ma esistono ancora", dandoci un certo senso di inquietudine. Una foresta che è il simbolo della storia della vita, dalle origine del mondo, ai primi animali a tutto ciò che troviamo oggi, pensiero che nasce spontaneo anche senza che debbano esserci parole ad evidenziarlo. Ma non è solo quello, c'è anche una componente esoterica e spirituale molto forte che parla delle forze ultraterrene e di come queste giochino un ruolo fondamentale nel delicato equilibrio dell'esistenza. Un testo molto spirituale ed elevato culturalmente che porta a più riflessioni.

Diastric Alchemy

Proseguiamo con una traccia il cui stile della partenza ricorda nettamente un Death melodico dalle chitarre ipnotiche: "Diastric Alchemy (Alchimia Diastrica)". Proprio questa è la sensazione che si ha nei primi secondi del brano. Abbiamo sempre dei rimandi alla coda della canzone precedente ma la ridondanza del riff iniziale confonde l'ascoltatore e lo trasporta su lidi differenti. Un riff sul quale viene cucita una ritmica avvolgente in mid-tempo con una decisa impronta Hard Rock. Uno stile che prosegue senza cambi o incursioni fino al minuto 0:53 quando un piccolo ammorbidimento delle trame sonore spiana la strada all'ingresso delle linee vocali che si ergono come unico baluardo della crescita come band Black del trio ellenico. Al minuto 0:53, come abbiamo detto, abbiamo un ammorbidimento del sound generale che attraversa la traccia da 0:53 a 2:00 presentando un secondo andamento ipnotico e giocato su un unico riff di chitarra che ne detta le mosse mentre la sezione ritmica non viene particolarmente modificata, ma subisce solo un lievissimo abbassamento della velocità. Al minuto 2:00 si ritorna al groove di partenza ma con un mood più lento e sentito che permette all'album di ritornare entro i confini di un Doom / Black che si ispira nuovamente agli esordi del gruppo. Al minuto 2:49 fino a 2:53, la traccia sfocia nuovamente in ciò che si è sentito da 0:53 a 2:00; al terzo minuto i Nostri optano per un nuovo cambio che rigetta l'arrangiamento all'interno del box iniziale, modificandone solo l'andamento e la velocità. Ma questo ritorno non è fatto certo per durare per i due minuti restanti; infatti al minuto 3:50 veniamo travolti da una nuova mutazione che riporta, questa volta, il sound nei paesaggi gotici che vogliono essere proposti attraverso questo disco con un ritorno della tastiera a sostegno della chitarra. In questo frangente notiamo come avvenga un nuovo aumento a livello esecutivo della velocità del brano all'interno del quale spicca una vena Black che non resta più nelle sole corde vocali del leader del gruppo ma che viene portata avanti da tutti gli strumenti. Come il gruppo ci ha abituati, non si tratta di un aumento eccessivo o di un inasprimento troppo spiccato, ma quello che avviene è sufficiente per modificare i tratti di questa canzone spostandola dalla sua parte iniziale. Il nuovo uso delle tastiere che creano delle atmosfere suggestive che ricordano un coro (elemento che avevamo già trovato durante la disamina di "Satanas Tedeum") e che ben si prestano ad uso di vocals parlate molto teatrali che riportano subito alla mente "Non Serviam" e che, giusto per sottolinearlo ancora una volta, modificano l'aspetto di questa settima traccia in scaletta. Il brano giunge poi a conclusione con una somma totale di tutte le parti che l'hanno costruito. Sicuramente questa è stata una delle scelte migliori all'interno dell'album dopo "King Of A Stellar War" e "Snowing Still".

"meteoriti carbonici
i vulcani lanciano freddo
esplosioni vulcaniche
il legame dell'universo

tesori inestimabili
l'esplosione nasce
sepolto per sempre
sotto il carbone

circondato da spine
pietre non lavorate
anfore e ossa
quelle culture che sono sparite

oltre ogni fantasia
da qualche parte in stelle polari
mai immaginare
il mondo minerale

pianeti confusi
alchimia
stelle riadattate / alchimia
puzza di fumi / alchimia
un'alchimia diastrica

lave - rinfresca il freddo
polvere di luna - soprattutto
Salomone: il tuo tesoro è tenuto
saggezza: la legge dell'universo"

Anche questo testo ha una forte connotazione spirituale che invita a prendere il giusto respiro e pesare ogni singola parola per sapere a cosa questa porti. È molto più difficile capire cosa i Rotting Christ abbiano voluto dire, ciò non toglie che ognuno possa leggere ciò che più lo ispira internamente, nell'inconscio, nella mente, nell'anima o nel cuore. Troviamo passaggi che parlano di storia, "circondato da spine, pietre non lavorate, anfore e ossa, quelle culture che sono sparite" che ci portano a pensare alle nostre radici più profonde, riferimenti biblici, "Salomone: il tuo tesoro è tenuto" o riferimenti geologici dall'aria un poco intricata ""meteoriti carbonici, i vulcani lanciano freddo, esplosioni vulcaniche, il legame dell'universo". Quello che manca da capire, per aver un quadro d'insieme completo, è a cosa si riferisca il titolo, ovvero cosa sia questa "Alchimia Diastrica", dove con diastrica (o diastrico) si intende più un aspetto legato alla lingua parlata e all'uso che ogni individuo ne fa, quindi questo termine, girato al femminile ci riconduce ad una pratica alchemica personale e non legata alle pratiche più classiche a cui si fa riferimento con questa parola. Resta comunque un testo non facile che non aiuta in nessun modo, se non si possiede l'apertura mentale idonea (e chi scrive non ne è in possesso) per capirne il significato. Va da se che in questo caso chiunque si avvicini a questo brano e ne legga il testo sia libero di trovare la sua via interpretativa senza lasciarsi condizionare, appena sarà pronto.

The Opposite Bank

La penultima traccia del disco si intitola "The Opposite Bank (La Riva Opposta)". Lo start neanche a dirlo riparte dalla fine di "Diastric Alchemy" e questa soluzione, mano a mano, toglie sempre più personalità all'album e lo fa rimanere incatenato ad uno schema ripetitivo che toglie spazio ad eventuali idee che ne avrebbero potuto sollevare di più le sorti, data la già nota grandezza guadagnata dalla band in due soli album,  lasciandolo immerso in una bolla dalla quale non riesce a trovare uscita. La nota personale arriva verso lo scoccare del primo minuto quando al leitmotiv del pezzo, che come abbiamo appena ribadito per la sesta volta almeno, si rifà alla precedente traccia, vengono aggiunte precise sferragliate elettriche e bordate potenti che con precisione chirurgica si inseriscono all'interno del tema principale creando il giusto movimento anche se si delinea subito una certa linearità che non inserisce altre soluzioni nel contesto. Per riuscire a scorgere un passo differente all'interno di questo pezzo, bisogna attendere il minuto 2:38 quando una piccola sferzata al motivo principale ne cambia giusto un poco lo stile velocizzandone appena riffs e ritmiche portando ad una miscela più decisa tra melodia ed elettricità più spinta, specie a partire dal minuto 2:50 quando il tutto si sposta su un tappeto sonoro più soft  ma comunque energico che torna ad ammiccare all'Heavy più classico e di scuola ottantiana. Una alternanza di suoni e velocità che riesce a migliorare l'aspetto della canzone ponendo le basi per un intermezzo strumentale che porta fino al minuto 4:20 quando rientrano le vocals e la velocità più serrata riprende il comando facendo apprezzare, insieme a quanto appena sentito, molto di più la traccia, per poi ritornare all'ultimo minuto di durata allo stile iniziale concludendosi probabilmente nell'unico modo possibile anche se un proseguimento delle ultime due sezioni, magari unite, avrebbe giovato maggiormente. Anche per questa penultima traccia, gli appigli su cui far leva per argomentare in maniera più completa mancano irrimediabilmente e l'analisi risulta fin troppo sbrigativa e scarna, ma il materiale a disposizione non è molto, a meno che non si voglia scadere nella ripetizione di frasi già fin troppo usate. "Una canzone mortale sta arrivando incontrare il suono delle onde, il mago cieco sorge sulla roccia più alta". Ci spostiamo di nuovo e questa volta affondiamo le mani nella Mitologia e nella Poesia più antica. Colui che viene cantato in queste liriche è Caronte (che qui stranamente diventa il figlio di Anteros è il Dio dell'amore corrisposto o dell'amore non corrisposto e quindi "vendicativo" oppure ancora dell'amore omosessuale, invece che essere, come la Mitologia insegna, figlio di Erebo, divinità ancestrale, figlio di Caos e fratello della Notte, personificazione dell'oscurità) che ci viene presentato come un mago ceco, che annuncia il suo arrivo cantando una canzone che inneggia alla morte e all'abbandonarsi alle sue braccia senza timore mentre sali sulla sua barca ed egli ti guarda dall'alto di una collina. L'abbandono della vita terrena vista come un innalzamento dell'anima e della mente verso territori e pensieri più alti e profondi e non come termine fisico e materiale. "Un corpo è diventato una prigione un'anima eterna. Vieni da me, sarai in grado di andare ovunque, vedrai tutto". Il contenuto filosofico di questo brano rivela una grande conoscenza, cosa che già sapevamo, degli argomenti trattati, che non presentano leggerezza o futilità. Quindi veniamo ancora una volta, era già avvenuto in altri testi, ad elevare il nostro pensiero verso un mondo più alto, estraneo al comune pensiero, dove la ragione viene sollecitata a dovere per comprendere, guardando sull'altra riva, o sponda, quello che accade da questo lato del fiume. "Il lato più povero dell'universo tra orizzonti selvaggi, sentirai l'immortalità, camminerai sulla sponda opposta".

The First Field Of The Battle

Giungiamo al finale accolti sulla soglia da "The First Field Of The Battle (Il Primo Campo Di Battaglia)". Quello che ancora prima di premere per l'ultima volta, in questo disco, il tasto «Play» si fa largo nella mente e nel cuore e che la conclusione di questo disco riesca a risollevare l'album e a rendergli la giustizia che merita. Un bel respiro e premiamo quel tasto. La prima cosa che ci fa già sperare è come l'inizio di "The First Field Of The Battle" non riprenda dalla coda di "The Opposite Bank" rivelando solo una piccola ispirazione a quanto sentito nella parte centrale della precedente. L'impronta resta quindi su un Metal melodico dove echi classici e Black vanno a fondersi in un mix piuttosto riuscito. Dopo soli 40 secondi il passo cambia e si iniziano a ritrovare elementi che hanno costituito la struttura delle tracce precedenti: si parte una mutazione del riffing che da un approccio melodico (leggermente distorto) si sposta ad un approccio più acido e distorto, mentre dal punto di vista della sezione ritmica non avvengono modifiche e il passo resta cadenzato e scandito anche nel momento in cui la chitarra rientra nel giro iniziale al minuto 1:23. Questo ritorno sembrerebbe voler decidere quale potrebbero essere le sorti del brano e il suo andamento, ma per fortuna non è così. L'equilibrio della traccia viene scosso da una mutazione improvvisa che dopo un lieve rallentamento che ne spiana la via, allo scoccare del secondo minuto,  ci fa cadere nelle oscurità più profonde dove una ritmica serrata si mischia a riffs neri e quasi "sussurrati" ai quali si aggiunge la voce lontana di una tastiera che dipingono uno scenario tra il gotico e il Death con qualche lieve vagito Black in sottofondo. Al minuto 2:50 si rifanno spazio le melodie più aperte e ad uno stampo più lineare fino al minuto 3:12 quando un rientro in partita della parte più serrata dell'arrangiamento cambia di nuovo volto alla canzone anche se la soluzione è la medesima trovata nelle canzoni precedenti ma con un groove più personale con un mood decisamente più oscuro che riprende ciò che si è ascoltato da 2:00 a 2:50 sfociando subito in una ripartenza alla volta dei ritmi serrati e dei riffs più acidi che la band è in grado di concepire. Andamento che verte a proporre una sequela di riffs taglienti e aggressivi su cui vengono cucite linee vocali altrettanto affilate e agguerrite, tutto sostenuto da una ritmica adeguata. Al minuto 4:11, mentre chitarra, basso e batteria avanzano a testa bassa lungo il loro percorso ritorna la tastiera che porta con se le sue atmosfere malinconiche e magiche allo stesso tempo che infondo alla cavalcata bellica dei Nostri un pizzico di armonia che non guasta all'interno della soluzione di questo frangente del brano. Al minuto 4:20 rientrano in partita le melodie più aperte con cui quest'ultima traccia del disco è iniziata. Una conclusione degna della proposta di questo disco che arriva però alla fine di una scaletta straripante di troppi alti e bassi per ergersi nella maniera migliore. "Il vento più forte del nord lancia frecce nel muro alto. Un prigioniero sopravviverà libero, farà rivivere". L'album si conclude con un testo che di primo acchito appare enigmatico. Dunque, analizziamone gli elementi per poi ricostruire il tutto. Si parte con uno scenario che rievoca una battaglia tra un esercito formato da persone deboli, rifiuti della società, inetti contro le alte mure di una fortezza. Ma la debolezza di quest'esercito improvvisato si rivela subito più forte di quello che gli abitanti della fortezza credevano. "Il cielo sta bruciando, gli schiavi si ribellano; il re è morto, una nuova era rivelata". Ora, so che sarà scontato ciò che state per leggere, ma viene subito spontaneo unire questo testo con i primi tre dell'album arrivando a completare un opera a parte all'interno delle tematiche di questo disco. È inevitabile ritrovare gli stessi riferimenti e trovare delle analogie fino ad arrivare nuovamente alla medesima conclusione. Un prigioniero che una volta libero condurrà in guerra l'esercito degli ultimi liberandone la vera potenza, anche non volendo, viene in mente un solo nome: il Principe Ribelle, Lucifero. A questo punto, che ognuno tragga le conclusioni che reputa più corrette. 

Conclusioni

Cosa ci resta dopo l'ascolto della Triarchia Degli Amanti Perduti? Un album ricco di pathos ed epicità che però leviga ed ammorbidisce il sound dei Nostri, confermandone sì il talento ma dimostrando che, almeno per il momento, il percorso qui iniziato non rende alla band il giusto merito rispetto ai due capolavori precedenti. Brani strutturati in maniera eccessivamente ripetitiva e lineare, con pochi sfoghi, che fa perno su tre sole canzoni convincenti e sei riempitivi che ne minano le sorti in maniera irreversibile. Il coraggio che il gruppo aveva investito in questo cambio di rotta è sicuramente degno di lodi, ci mancherebbe. Del resto, ogni qual volta una band decida di rimettersi prepotentemente in discussione, verrebbe senza dubbio da apprezzare almeno lo sforzo, almeno il coraggio ed il carattere. Attributi che a diversi gruppi sono spesso mancati, capacità ed anche un po' di quella "faccia tosta", alla fin fine, mai da cestinare. Eppure, non basta volerlo: bisogna anche dimostrarsi maturi e capaci quanto basta, per traghettare la propria proposta musicale verso nuovi lidi, verso nuovi orizzonti che possano in qualche modo convincere pubblico e critica. Tante band hanno osato, raccogliendo ogni volta risultati altalenanti. Pensiamo ai blasonati Celtic Frost ed al loro tanto discusso "Into The Pandemonium", o magari al percorso dei Samael, proprio volessimo rimanere in ambito più prettamente estremo. Cosa dunque andò... magari non "storto", ma nemmeno nel verso giusto, per i Rotting Christ? A parer di chi vi scrive, forse la troppa "fretta", l'aver poco ponderato alcune situazioni, l'aver voluto virare in maniera improvvisa in maniera eccessivamente subitanea. Mi sento di affermarlo e ribadirlo: un cambiamento certamente lodevole,  ma che forse arrivò troppo presto, quando l'identità del gruppo aveva appena preso una sua forma e raccoglieva i giusti plausi per il proprio lavoro, che già in ambito Black si discostava dalla scena nord europea creandone una nuova. Quello che però va riconosciuto come ottimo risultato per questo terzo album, elemento che però non ci sorprende e a cui eravamo preparati e speravamo restasse integro, riguarda le liriche, sempre mature, maiuscole e cariche. Testi che danno la sensazione di trovarsi davanti a parole ispirate agli scritti del poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats. Una ventata di cultura e particolarità aleggia intorno alle parole scelte dalla band, queste ultime certo valutate e composte con cura, proposte al pubblico nella maniera più particolare e quasi "ermetica" possibile. Una poetica, quella dei greci, che di certo rifuggeva dai soliti stilemi ampiamente calcificati da altri gruppi. Niente più demoni sanguinari o lodi troppo "prevedibili" al maligno, tutt'altro. C'è un rilevante senso di tristezza che percorre i testi accreditati al bassista Jim "Mutilator" Patsouris  per tutta la durata dell'album; un'emozione negativa che può essere accostata solo a pochi altri album Metal. Sono finite le blasfemia diretta e per nulla celata e la rabbia degli album precedenti, sostituiti invece da un solenne senso di auto-critica e analisi dell'animo umano e delle emozioni umane. Le melodie dominanti accentuano questo triste lirismo. Nessun altro album (riferendoci all'epoca in cui questo disco uscì) cattura con la stessa maestria l'angosciante e persistente tristezza della perdita nello stesso modo in cui i Rotting Christ riuscirono a fare con questo "Triarchy of the Lost Lovers", creando un album profondamente personale e quasi (attenzione, abbiamo detto QUASI) religioso, a suo modo. Ma purtroppo per noi questo non è ancora sufficiente per farci annoverare questo album nell'olimpo discografico della band ateniese che su questo stile, stiamo sempre facendo un discorso riferito all'epoca di pubblicazione dell'album (vedremo poi le eventuali evoluzioni con i lavori seguenti), aveva ancora molta strada da fare e non sembrava ancora perfettamente conscia di ciò che aveva deciso di fare sovvertendo quanto fatto con due capolavori come "Thy Mighty Contract" e "Non Serviam".

1) King Of A Stellar War
2) A Dinasty From The Ice
3) Archon
4) Snowing Still
5) Shadows Follow
6) One With The Forest
7) Diastric Alchemy
8) The Opposite Bank
9) The First Field Of The Battle
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