ROTTING CHRIST

Thy Mighty Contract

1993 - Osmose Productions

A CURA DI
DANIELE VASCO
06/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Metal Estremo... Nero Metallo? Black Metal.
Quando si parla di Black Metal, si fa subito riferimento alla scena scandinava (Norvegia, Svezia, Finlandia). Nell'immaginario collettivo il Nero Metallo è certamente accostato al Nord Europa in senso lato, alle sue grandi ed impenetrabili foreste, al suo clima gelido, allo Spirito pagano degli Antichi Dei. Non è un errore riferirsi a queste precise scene, quando si inizia ad affrontare tale discorso; del resto il "genere", generalmente underground, è diffuso perlopiù in Europa, ma lentamente sta acquisendo una crescente notorietà da parte delle nuove generazioni di ascoltatori, di tutti i paesi. Sottogenere del Metal, conosciuto anche per il fatto d'esser caratterizzato da tematiche discusse, spesso vicine a satanismo, paganesimo ed Anti-Cristianesimo; e per alcuni fatti di cronaca che hanno visto come protagonisti i suoi esponenti: suicidi, vandalismi contro luoghi cristiani e perfino omicidi. Tematiche che caratterizzano altri gruppi o artisti sono invece vicine al nichilismo, alla misantropia, al tema della morte ed al mistero collegato ad essa, alla celebrazione romantica di miti e tradizioni nordiche o della natura, al nazionalismo. Ma questi elementi, per chi fa parte degli amanti del genere, non risultano certo sconosciuti. Quindi è pressoché inutile soffermarsi nuovamente sulle origini della scena, tra la prima e la seconda ondata formata da Mayhem, Hellhammer, Bathory, Celtic Frost e Venom (tra i precursori del genere) oppure parlando della sua diffusione attraverso bands come Satyricon, Immortal, Darkthrone, Emperor, Burzum, Gorgoroth, Carpathian Forest, Dimmu Borgir, Gehenna, 1349, Enslaved, Ulver, Taake, In the Woods e Tsjuder, ed in seguito in tutta la Scandinavia. Oppure parlare di quanto sia stata  importante anche la scena svedese, grazie all'opera di Dark Funeral, Nifelheim, Marduk, Dissection, Watain e Setherial oppure di quella finlandese, nella cui militavano e militano gruppi come Impaled Nazarene, Beherit, Behexen, Satanic Warmaster e Horna. Da queste parti il Black-Metal assunse caratteristiche distinte, con brani più corti, più potenti e con una superiore qualità di registrazione. Nasceva già dunque un forte contrasto tra le varie scene e le due ondate, anche sulla differenza del tipo di registrazione, scarna o definita. Cambiavano alcune tematiche, anche rimanendo ancorate ai temi di base, riportati qualche riga fa. Un passaggio importante per conoscere il Movimento Black-Metal, le basi sono tutte qui. Ma in questa occasione, non è delle basi ci occuperemo; bensì, di una componente ancora poco sviscerata in questa materia. Quindi, tralasciando questa parte, è interessante soffermarsi sulla nascita di alcune promettenti scene che si staccano dal cordone ombelicale della zona originaria, per diffondersi con uno spettro più ampio attraverso tutto il globo. Nuove bands stanno nascendo, tutt'ora, nella scena Black d'oltreoceano (dove già ovviamente esistevano dei gruppi che si traevano ispirazione dalla Terra Madre, come gli Absu), in quella greca, in quella polacca o in quella russa. Saltando a piè pari l'elenco delle nuove realtà che abbiamo detto essere ancora "legate" alle zone d'origine del Movimento. Sì, perché (a mio avviso s'intende) chi pensasse che tale espressione estrema della musica Metal fosse solo patrimonio di una precisa zona del Vecchio Continente, ebbene, per quanto tale idea non possa essere, come si diceva in apertura, da considerarsi del tutto errata, costoro commetterebbero pur sempre un errore. Non solo perché importanti bands dedite al Black stanno nascendo un po' in tutto il mondo, ma anche, e soprattutto, perché le basi per lo sviluppo di questa forma estrema di musica sono state gettate anche in altri paesi. Quella di cui parleremo dunque in questo spazio, è proprio la Scena Ellenica. In questo caldo paese del Mediterraneo, alla fine degli anni '80 (notare come questa decade ritorni prepotentemente a segnare l'inizio, o la fine, di un nuovo capitolo nella Storia della Musica Contemporanea, del Metal in particolare) un gruppo di musicisti decide di dare vita ad una nuova forma di espressione musicale che, se da una parte risente comunque dell'influenza dei padri fondatori elencati in apertura, dall'altra brilla di luce propria, una luce che permette a noi di parlare di un Movimento Ellenico del Black Metal. Movimento caratterizzato dunque da tratti distintivi, i quali affondano le loro radici, oltre che nei gruppi già citati più e più volte, soprattutto nell'opera di coloro che sono il SIMBOLO del Black Metal ellenico: i Rotting Christ. I Rotting Christ nascono ad Atene nel 1987 su iniziativa dei fratelli Tolis, Sakis (Necromayhem) alla voce e chitarra e Themis (Necrosauron) alla batteria, i quali resteranno sempre i membri fissi del gruppo. All'inizio della loro carriera, i Rotting Christ rilasciarono vari Demo e Split: Decline's Return del 1988, Leprosy of Death sempre del 1988 e The Other Side of Life, EP -Split con i Sound Pollution del 1989, proponendo un grezzo Grindcore basato sulla brutalità e sulla velocità. Dopo queste prime prove, i Nostri cambiano il loro approccio musicale, facendosi influenzare (e potremmo dire, positivamente) da gruppi come Venom e Celtic Frost, rilasciando nel 1989 lo storico Demo di 5 brani Satanas Tedeum che di fatto segna il loro ingresso ufficiale tra le fila del Movimento Black-Metal. I pezzi del demo, nei quali suona il basso Jim Patsouris (Mutilator), mostrano una band intenta a mixare le sue precedenti esperienze Grindcore con il nuovo approccio Black; quello che ne viene fuori è un suono oscuro, pesante, cadenzato e terribilmente affascinante che avrebbe influenzato, enormemente, tutta la Scena greca. Il suono dello storico Demo viene ripreso nel 1991 quando la The End Records rilascia l'EP "Passage to Arcturo", un disco presenta un sound sempre oscuro e grezzo, in cui a dominare la scena sono tuttavia le inquietanti tastiere e il riffing serrato e misterioso che risente di influenze a  metà tra il Death e il Doom. "Passage to Arcturo" entrerà negli annali del Black con pezzi indimenticabili come "The Forest of N'Gai" e "Gloria de Domino Inferni", rappresentando un disco epocale, un pilastro assoluto del Nero Metallo. Il successo di questo EP (il primo a firma della band dopo i primi tre Demo e i primi due Split) suscita l'interesse di un certo Øystein Aarseth, meglio noto come Euronymous (Egersund, 22 marzo 1968 - Oslo, 10 agosto 1993), che si dimostra interessato a distribuire la musica dei greci tramite la sua etichetta, la "Deathlike Silence Productions". La morte del chitarrista norvegese, però, impedisce la realizzazione di questo progetto; nonostante questa grave perdita (drammatica per l'intero Movimento Black-Metal), i Rotting Christ riescono comunque ad ottenere un contratto con la "Osmose Production" che nel 1993 rilascia il loro primo full-lenght: "Thy Mighty Contract", registrato tra Novembre e Dicembre del 1992 presso i Molon Lave Studio di Atene, pubblicato nuovamente dalla Century Black, a Gennaio del 1998, contenente due bonus-track, originariamente presenti nell'EP "Apokathelosis (????????????)", comprensivo di un nuovo artwork. Il disco conferma il talento del gruppo e, pur essendo meno famoso di altri lavori del genere, deve considerarsi un classico a tutti gli effetti. Il suono è come sempre evocativo, prediligendo l'atmosfera, oscurissima, alla velocità, sebbene episodi più veloci non manchino nel corso del platter. I brani risultano affascinanti e mostrano un suono sporco ma non confuso all'interno del quale la componente Death si dimostra sempre presente ma interpretata in una chiave Black davvero originale. L'inquietante suono delle tastiere, ad opera di Magus Wampyr Daoloth (la misteriosa figura che risulterà essere fondamentale nella scena ellenica, per aver dato vita al seminale progetto dei Necromantia, nonché mente dietro i Thou Art Lord e i Septic Flesh) e la voce possente di Sakis completano un disco fondamentale nella definizione del suono ellenico. Thy Mighty Contract aiuta a consacrare il nome dei Rotting Christ imponendo il loro modo di suonare all'attenzione della scena dell'epoca che dall'opera del gruppo di Atene verrà molto influenzata. Un primo album che conteneva già quelle che sarebbero state le tematiche affrontate dal gruppo anche negli album successivi: Anti-Cristianesimo, Occultismo, Mitologia Greca. Questo primo album dei Rotting Christ è il calcio d'inizio per tutti gli appassionati sia del gruppo che del Movimento Black-Metal, con il quale inizia a prendere forma l'impresa della band (insieme al successivo "Non Serviam"). Il sound di "Thy Mighty Contract" è grezzo e infarcito di magistrali riffs Black-Metal ispirati alla scena originale, che pervadono l'album dall'inizio alla fine. Si può anche azzardare di accostare l'uscita di questo lavoro della band di Atene con l'inizio della seconda ondata Black-Metal, accostandolo anche, in termini di composizione, con i suoi omologhi norvegesi. Anche se, in realtà,  "Thy Mighty Contract" è leggermente più "di classe", specie nel suo utilizzo dell'atmosfera, vagamente più cupa, dovuto probabilmente alla profondità con cui vengono trattati i temi più oscuri, dove testi, voce e musica formano un rituale esoterico dal quale è difficile sottrarsi.

The Sign of Evil Existence

Il rituale inizia sulle ali di "The Sign of Evil Existence (Il Segno dell'Esistenza del Male)", opener che si apre con il sibilo del vento, proiettandoci subito in una atmosfera antica sulla quale viene subito cucito un pesante riff di chitarra, altamente distorto, che regna incontrastato per 27 secondi (dal minuto 0:06 al minuto 0:33). Porgendo bene l'orecchio, si può avvertire una soffusa melodia dai connotati sulfurei ad opera delle tastiere che da un lato fanno assumere a questa introduzione un tono, dall'altro la dotano di una sottile vena epica; un connubio che spiana la strada all'attacco delle vocals che si spostano subito dall'approccio cavernoso e possente degli esordi verso uno scream acido e a tratti acuto. L'ingresso delle linee vocali segna anche l'inizio del martellante blast-beat della batteria (nell'album viene utilizzata una drum-machine) che spinge sull'acceleratore investendo, con tutta la carica distruttiva data da voce e strumenti, l'incauto ascoltatore. Lo scream utilizzato dal frontman della band, Sakis, dimostra però un approccio diverso in questa tecnica; lo stile usato rende questa prima canzone sì vicina alla scuola norreno / finnica del Black-Metal, ma con una vena "maligna" già più marcata la quale, grazie alla produzione (scarna e sanguigna) del disco, viene oltremodo accentuata. Il passaggio dallo stile iniziale del gruppo, ovvero dal Grindcore, all'applicare la lezione impartita da Celtic Frost e Venom si dimostra subito ben marcato, si percepisce anche una vena Thrash Metal, facile da individuare anche nei primi lavori dei due numi tutelari. Il Black-Metal di scuola Europea è molto presente, ma la freschezza con cui i Nostri confezionano questo loro debutto, oltre ad "estremizzare" quello che il Black-Metal aveva concepito fino a quel momento, li rende certamente più personali e meno riconducibili ad un'ispirazione precisa, lasciando più possibilità nell'interpretarne stile e sound. Dal minuto 0:33 al minuto 1:05, la canzone scorre in maniera molto lineare senza cambi di tempo o incrementi di velocità nell'esecuzione, sostenuta solo da chitarra (la quale però viene arricchita, dal minuto 0:40, da alcuni riffs che spezzano il tema principale creando dei fulminei break) e batteria (il basso risulta a tratti impercettibile in questa prima parte, anche se le linee si riescono, prestando la giusta attenzione, a distinguere nella ritmica).  Allo scoccare del minuto 1:06, questa prima traccia, subisce un cambio nell'arrangiamento, dove il Black va a mischiarsi con un andamento quasi più "melodico" che dona più colore e pone l'accento sulla proposta della band ellenica. La trama principale resta invariata e prosegue la sua corsa in sottofondo, mentre viene tenuto in risalto questo riuscito mix tra Thrash e Black primordiale. Il tutto dura fino al minuto 1:20 quando le due parti, fino a questo momento distinte, si fondono aprendo alla parte finale del brano (la cui durata è di 2 minuti esatti). Il mood del pezzo cambia radicalmente in quest'ultima sezione, i ritmi e le chitarre sembrano quasi rallentare, ma questo è solo un effetto dovuto all'incedere più cupo visto che in realtà la velocità non cala nemmeno di un'oncia, le tastiere fanno nuovamente capolino dalle retrovie tessendo abilmente una trama  più oscura e atmosferica e la voce rende il tutto ancor più solenne e demoniaco, anche in questo caso, senza perdere smalto o cambiando in maniera troppo marcata. Gli ultimi secondi del brano vedono anche l'avvicendarsi di due linee vocali che chiudono il pezzo con un duello ben riuscito. L'arrangiamento, anche se suddivisibile in due parti, rimane comunque molto lineare e non ci sono troppe variazioni all'interno. Caratteristica che non fa certo storcere il naso, regalando così una canzone sanguigna e convincente. Se dal punto di vista musicale, come abbiamo visto (e come vederemo a breve nelle successive canzoni della tracklist) la struttura è abbastanza complessa, anche liricamente i Nostri hanno fatto un ottimo lavoro. I testi potranno apparire semplici ed immediati, ma celano una ricerca precisa, attraverso la quale le tematiche principali della band (come già accennato: Anti-Cristianesimo, Occultismo, Mitologia Greca) trovano il giusto veicolo per essere affrontate con intelligenza e nel modo migliore. Partiamo dunque da quella che potremmo definire una preghiera vera e propria per rievocare gli Spiriti Antichi. "Tu, spirito delle profondità... fai cessare la brezza marina! Rinvigorisci l'antica fiamma, risveglia la belva che dorme nei ghiacci! [...] Ti invochiamo o Glohithia, appari nella tua forma di serpente! Fammi conoscere i segreti della foresta!!". Anche se la ricerca del nome Glohithia non porta a nessun risultato che indichi una divinità precisa all'interno della Mitologia classica (o in Demonologia), azzardando un'ipotesi, si potrebbe ricondurre tale nome all'Universo Lovercraftiano, catalogando Glohithia tra gli Dei Minori. Di per certo, sappiamo che diversi testi dei Rotting Christ attingono da diverse saghe horror fantasy. Le parole di questa canzone, in sostanza, mischiando paganesimo (l'invocazione di un Dio Serpente - altra cosa da notare è come questa divinità sarà presente anche successivamente all'interno dell'album - presente nelle tradizioni sumere, egiziane e babilonesi) agli orrori partoriti dalla mente di Lovercraft, narrano di una nuova Apocalisse scatenata dal Risveglio di una antica Divinità Dormiente (anche in questo caso, questa Divinità, ritornerà nei testi successivi).

Transform All Sufferings Into Plagues

Si continua con "Transform All Sufferings Into Plagues (Trasformiamo tutte le sofferenze in piaghe)", canzone che parte in maniera più aperta rispetto alla precedente, senza nessuna intro atmosferica giocata sull'uso di effetti sonori. Una partenza che odora di NWOBHM e Metal Classico, dove le chitarre attaccano con un assolo melodico che avvolge immediatamente, coadiuvato da una linea di tastiere leggera e dal suono di un tamburo che scandisce il tempo introducendosi nella melodia in momenti ben precisi (ad esempio al minuto 0:01 poi al minuto 0:03, da 0:05 a 0:07 e via di questo passo fino a 0:16).  Questo per i primi 16 secondi del brano, quando l'incedere marziale dell'unico strumento a percussione lascia il posto all'intera batteria che unita al guitar-working rende il tutto ancora più melodico grazie ad un pattern cadenzato e "lento", perfettamente integrato con le chitarre. L'ingresso delle linee vocali al minuto 0:28 segna un cambiamento nell'arrangiamento globale, un cambiamento che interessa soprattutto la ritmica che da lenta e cadenzata si avvicina ad un primo aumento della velocità, mentre rimane inalterato l'andamento delle chitarre. Una miscela tra un movimento lento e uno (parzialmente) più veloce che crea una sezione interessante e mostra un lato tecnico dei Nostri già ben marcato. Tecnica ovviamente non fine a se stessa ma rivolta alla riuscita del brano. Le vocals si fanno più profonde e c'è un ritorno a vocalità più cavernose e meno acide rispetto all'open-track. Un secondo elemento che ben si sposa con la scelta fatta per questa seconda traccia in scaletta. Questa prima parte, fino dunque al minuto 1:41, ruota attorno a questo incedere veloce ma cadenzato, a tastiere che tessono trame in sottofondo senza divenire eccessivamente dominanti (come troppo spesso accade in determinati sottogeneri del Metal) nonché a riffs e rapidi assoli che riescono ad infondere una forte vena poetica. Dal minuto 1:41, la storia cambia e la canzone sfocia in riffs più serrati e cupi che vanno ad inserirsi su un tappeto di tastiere più in risalto, mentre voce e batteria si fermano lasciando la scena ai soli due strumenti rimasti. Il percorso si insinua quindi in paesaggi più profondi, dal punto di vista musicale, dove rimangono sì le melodie che hanno caratterizzato l'inizio di questa seconda canzone dell'album, ma scendono verso l'Abisso e appaiono già più nere fino a che, dal minuto 1:54, la batteria ritorna portando di nuovo il tutto verso lidi prossimi al Metal più classico e viscerale, senza però lasciare che gli intrecci appena creati dalla chitarra e dalla tastiera si annullino e cambino direzione; si crea quindi un nuovo connubio all'interno del brano come per la prima parte, dando vita ad un terzo quadro all'interno della canzone stessa. C'è solo un leggero incremento della velocità, ma non c'è uno stacco così netto che faccia stonare questa soluzione. Al minuto 2:10, l'impronta sonora cambia di nuovo e il pezzo diventa più grezzo e meno votato alla melodia, mentre la velocità cresce di qualche altro piccolo punto, specie per il ritmo. I riffs sono affilati in questo frangente, recando quella nota cattiva e distorta al tutto. 2:25, la velocità cresce ancora. L'oscurità rimane sempre presente grazie al guitar-working di Sakis ma si inserisce in un contesto sempre più grezzo e scarno che si stacca dall'apertura e torna verso lidi più prettamente Black oriented. 2:45, la velocità cresce ancora di più. Al minuto 2:58 rientrano in scena anche le vocals e il brano raggiunge quel livello di aggressività e velocità perfetto per questa proposta. L'equilibrio con cui ogni elemento è stato studiato ed utilizzato fino a questo punto denota già una grande professionalità e conoscenza della materia da parte dei Nostri, i quali dopo gli inizi che li avevano visti impegnati in un genere diverso dal Black, pur restando in ambito Extreme-Metal, si rivelano subito una grande promessa per il futuro del Movimento Black-Metal (non per niente, ora, i Rotting Christ, sono entrati di diritto tra i massimi esponenti del Black). La canzone torna al percorso le cui basi sono state gettate dall'opener, quindi torna una certa linearità sia nei patterns di batteria sia nel riffing principale, il quale presenta però degli inserti che spezzano il moto perpetuo del riff portante creando dei rapidi stacchi che lo rendono più interessante. Al minuto 4:13, interviene un nuovo assolo di chitarra che riporta l'impronta iniziale, melodica e aperta, assaporata ad inizio brano, la quale arricchisce ancora di più quest'ultima parte della canzone (durata totale 5 minuti e 26 secondi); assolo che dura fino al minuto 4:40, 27 secondi che passano da uno stile molto classicista ad un altro più elaborato e tecnico, che culmina in un virtuosismo esplosivo letteralmente da brividi, per poi lasciare il posto ad un secondo assolo, ma questa volta delle tastiere: le quali prendono il comando allo scoccare del minuto 4:40 supportate dal passo sempre sostenuto della batteria (che non ha mai decelerato nemmeno per un momento) e dai riffs. Da notare come gli interventi vocali siano stati distribuiti lungo tutto il brano senza concentrarsi in un punto preciso, lasciando molto spazio alla parte strumentale e diventando quasi un commento ad essa. Gli ultimi secondi del brano ripropongono ciò che si era ascoltato al minuto 1:41, quando i riffs e gli assoli rapidi che li accompagnano riescono ad essere evocativi, oscuri, ma riescono anche ad infondere una forte vena poetica. Siamo solo al secondo pezzo e già l'anima di chi ascolta urla e scalpita. "Selvaggi cavalieri, pronti a distruggere, forgiati nelle viscere della terra. Risalgono dall'oscuro a bordo di un cocchio, attaccheranno in sella a cavalli alati [...] La maledizione di Nath, la maledizione di Iostha". Proprio questi due nomi, Iostha e Nath, sono gli elementi più curiosi, all'interno di un testo complesso. Ovvero, coloro che potremmo definire i protagonisti della storia narrata in questi versi. Chiariamo subito il fatto che ci troviamo dinnanzi a due nomi fittizi, comunque legati ad un qualcosa di esistente e tipico nell'ambito della mitologia classica. Leggendo queste liriche, diventa subito evidente come la storia narrata ruoti attorno al Mito dei Titani,  lo si capisce nel punto in cui viene il Tartaro; elemento non certo di fantasia, identificato come una sorta di "inferno" greco. Subito dopo abbiamo la comparsa di una batteria di "cavalieri" che proprio da lì risorgeranno. Il Tartaro è la loro prigione, una fossa buia nella quale furono rinchiusi da Zeus dopo una sanguinosa battaglia avvenuta Monte Olimpo. Chiaro riferimento al mito dei Titani, esseri che si contesero con gli Dei la supremazia del mondo, perdendo rovinosamente. Risorgeranno per vendicarsi, dunque. Per quel che riguarda i milioni di anime perdute, i fiumi che esse guarderanno ed atteaverseranno ecc., tutto questo altro non è che un altro riferimento all'aldilà classico.  Non sarebbe sbagliato identificare, nei corsi d'acqua anonimamente citati, l'Acheronte: ramo del ben noto Stige,il "fiume del dolore" che ci accoglie una volta entrati nell'Aldilà. Il nostro destino, dunque, è quello di morire e quindi di salire sulla barca di Caronte, altra figura citata esplicitamente dai Rotting Christ, celeberrimo traghettatore d'anime.

Fgmenth, Thy Gift

"Fgmenth, Thy Gift (Fgmenth, Il tuo dono)", terzo brano. Si parte subito senza preamboli con chitarra, basso, batteria e voce subito pronti a travolgere qualsiasi cosa sia sulla loro linea di tiro. La ritmica di base abbandona il blast-beat per focalizzarsi su stilemi più "standard", quasi Hard-Rock invece che Metal, molto cadenzata e dall'incedere ben scandito, mentre i riffs si mantengono distorti e affilati. Le linee vocali sono rapide e intervengono, fino al minuto 0:28, per non più di 4 - 5 secondi ogni 3 - 4 secondi (se si esclude l'attacco immediato alla partenza del brano, subito al primo secondo). Al minuto 0:28, i giochi vengono guidati solo dalla strumentazione che manterrà il dominio sul pezzo fino al minuto 1:37. All'interno di questo lungo intermezzo (1 minuto e 9 secondi in totale), oltre al tema portante che ha caratterizzato la base dell'arrangiamento sino a questo punto, da 0:42 (sopra a ritmica e riffs) viene cucito il primo assolo di questo brano, un assolo che passa dal melodico e rockeggiante al tecnico e virtuoso con una fluidità invidiabile, che andrà ad arricchire la trama di questa sezione fino al minuto 1:04, quando il bastone del comando tornerà in mano al solo comparto ritmico. Si percepisce sempre una certa linearità nella composizione anche di questo brano, come nei due precedenti, per quanto riguarda la struttura di base del pezzo; "stranamente" questa scelta non crea disagio o noia e riesce sempre a tenere desta l'attenzione e a coinvolgere l'ascoltatore. Al minuto 1:37, ritornano le vocals. Le quali, dal cantato in scream acuto iniziale, si spostano verso una sorta di spoken-word in scream che infonde quella vena esoterica al pezzo. Questo ritorno delle vocals dura per circa 13 secondi (da 1:37 a 1:50), dopodiché torna tutto nuovamente in mano al tema musicale principale, che vede l'ingresso anche del secondo assolo di chitarra ben inserito su riffs abilmente ricamati. Dando vita, questa volta, non ad un movimento melodico ma ad un appesantimento delle atmosfere, creando, come nell'iniziale "The Sign of Evil Existence", un rallentamento generale, con un pattern di batteria in mid-tempo (tratto ritrovabile anche nella prima parte della canzone); che però risulta solo una "sensazione", un "effetto ottico",  in quanto la velocità del brano resta la medesima, non cala e non aumenta. Questo secondo break strumentale prosegue fino al minuto 2:08 quando le vocals tornano a farsi sentire, completando nuovamente la formazione. La voce assume dei tratti strazianti in questo frangente, portando il tutto verso la prima fase del Depressive/Black-Metal dai connotati cupi e claustrofobici, che strappano il cuore ancora pulsante dal petto di chi ascolta e lo stritolano in una morsa fino a farlo esplodere. Tutto in questa fase rallenta e si fa più pesante, e questa volta non è solo una sensazione. Al minuto 2:27 si può sentire anche il contributo delle tastiere che pur rimanendo in secondo piano rispetto al trio di base chitarra-basso-batteria, danno il giusto apporto all'atmosfera del pezzo. Al minuto 2:30 arriva anche il terzo assolo, il quale dà vita ad un duello chitarra-tastiera di ottima fattura. Duello che dura 20 secondi. Al minuto 2:50, le chitarre tacciono: la batteria scompare e tutto viene riposto nelle mani di Magus Wampyr Daolothb e nei suoi tasti bianchi e neri, sostenuti solo dal basso, fino al minuto 2:58 quando, con un rapido crescendo, la batteria e la chitarre si uniscono di nuovo al gruppo ed al minuto 3:04 riprendono ad esercitare potere assoluto della canzone. La velocità torna a salire ma quell'aria oscura e tetra che si è respirata in questo minuto (per essere precisi, da 2:08 a 3:04) non viene alterata e pur essendoci un incremento, seppur minimo, nella velocità d'esecuzione, questo tratto distintivo non viene a mancare e resta infuso in quest'ultima parte del brano. Anche le linee vocali ritornano, al minuto 3:34; e questo ritorno avviene all'insegna della cattiveria e dell'acidità delle vocals stesse, che riprendono lo stile utilizzato nella prima parte della traccia: ovvero, brevi interventi di 3 - 4 secondi fino al minuto 3:47, quando cessano nuovamente e restano solo gli strumenti (tastiere escluse) che portano fino alla chiusura del brano (4:30)."Seremoth, Levino, Alchemoth... evocato tramite sfoggio di lussuria, risvegliati dal caos oscuro! Ti meriti questo dono, l'offerta di Absu! Successore di Fgmenth, osserva i tuoi sogni divenire realtà. Obbedisco al tuo comando..". In questo testo, si parla di un Dio della Distruzione chiamato in mille modi: Seremoth, Levino (notare l'assonanza con il nome Livyatan, Leviatano, terribile mostro marino citato nel vecchio testamento ) Alchemoth, Razal Tach. Una sorta di raffigurazione di Satana, un'entità che risveglierà le coscienze di pochi eletti e li condurrà dunque alla vittoria, contro il giogo dei Falsi Dei. I nomi sono ancora una volta fittizi, l'unico riferimento certo che abbiamo è quello fatto all'Absu; ovvero, il Sacro Regno delle Acque nella tradizione sumera. Un luogo sotterraneo, puro, dimora del Dio Enki. Un altro riferimento non troppo celato potrebbe invece ritrovarsi all'interno del titolo della canzone: Fgmenth, un nome all'apparenza privo di significato eppure molto simile ad alcune parole presenti nella "preghiera" da pronunciarsi durante il rituale d'evocazione di Cthulhu: "h'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn". Non sarebbe dunque da escludersi, anche questa volta, una sorta di tematica satanista unita però ad un certo gusto per la letteratura nonché interesse palesemente mostrato per gli antichi culti pagani, siano essi greci, asiatici o mesopotamici.

His Sleeping Majesty

Siamo al giro di boa, al quarto brano degli otto totali che compongono l'album: "His Sleeping Majesty (Sua Maestà Dormiente)". Come per la precedente "Fgmenth, Thy Gift", anche in questa quarta traccia abbiamo una partenza immediata e priva di preamboli, nella quale l'influenza dei primi Venom si sente chiaramente; quindi, non è difficile ascoltare suoni ed influenze tipici del Metal britannico, più un tocco di quello Speed Metal di cui la band capitana da Cronos si è fatta portatrice. Senza tralasciare, inoltre, qualche lontano rimando a Motörhead e Judas Priest. Abbiamo quindi una batteria decisa ma cadenzata e molto ritmata, al pari del basso e un riff portante affilato ma senza essere eccessivamente distorto. Un attacco proietta subito la traccia in un universo Metal a cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80. Un inizio molto promettente, per questa quarta traccia. L'elemento che riporta l'attenzione verso la matrice Black della band entra in partita allo scoccare dei 15 secondi, ovvero quando le linee vocali giungono a spodestare l'intro strumentale e prendono le redini del pezzo. Ma l'attacco delle vocals dura solo 4 secondi (da 0:15 a 0:19) e si riassumono in un fulmineo urlo in scream che viene subito e nuovamente sovrastato dagli strumenti, i quali proseguono imperterriti con il medesimo riffing e la medesima ritmica fino al minuto 0:30 quando si inseriscono le tastiere (le quali producono lo stesso accordo per tutto il tempo, adattandosi ovviamente al ritmo della traccia) recanti all'impronta del brano un'aura elegiaca e rituale che ben si sposa al sound di base di questa traccia. Questo intermezzo dura fino al minuto 0:43 quando rientrano il cantato e l'aggressività del brano torna a crescere. Strutturalmente non vengono eseguiti cambi di sorta e il tappeto musicale prosegue sempre nella stessa maniera di come è iniziato, anche se l'apporto delle vocals fa virare di qualche grado, come appena detto, l'aggressività del pezzo. Questo "His Sleeping Majesty" non è certo un brano Black-Metal classico fatto di blast-beat, tremolo-picking e screaming. Bisogna però non sottovalutare questa miscela tra ritmiche classiche del Metal, una vena Thrash e ovviamente l'approccio Black alla base. Un insieme che di fatto dà vita ad un brano interessante, nonostante la linearità (come si è visto nei tre brani precedenti) alla base dell'arrangiamento. Anche il secondo intervento vocale è di breve durata (da 0:43 a 1:03), dopodiché i controlli tornano nelle mani del comparto strumentale su cui non c'è niente da aggiungere in più di quanto già detto e ripetuto fino a questo momento. Questo percorso prosegue fino a che non si giunge al minuto 1:18, quando l'andamento cambia e la velocità dei riffs e dei ritmi aumenta in maniera repentina, cogliendo di sorpresa. La base resta pressoché identica, ma il solo fatto dell'aumento dei bpm e quindi della velocità con cui la traccia viene eseguita, dà l'impressione che riffs e ritmi siano cambiati. Un aumento si stoppa dopo meno di 3 secondi, quasi non si ha nemmeno il tempo di rendersene conto di questi due cambi così ravvicinati. Il tutto avviene da 1:19 a 1:22. A 1:22 rientrano le linee vocali e il brano, musicalmente, rallenta. Fino a 1:28, quando il cantato si ferma e la velocità cresce di nuovo. Per un secondo, questa volta. A 1:29 riparte il cantato che si ferma a 1:31 per tornare a 1:35 e stopparsi a 1:40. Questo movimento tra lento e veloce, voci che appaiono e scompaiono, destabilizza chi ascolta e assume dei connotati vagamente ipnotici. La sensazione è piuttosto piacevole e ci si lascia trascinare senza opporre resistenza. Al minuto 1:50 (anche se appena appena in sottofondo) si può sentire il primo assolo di chitarra della canzone, che aggiunge quella nota melodica al tutto. Allo scoccare del secondo minuto assistiamo al ritorno delle tastiere in concomitanza, qualche secondo prima, del ritorno anche della voce. Il brano cambia nuovamente stile, la base è sempre la stessa, oramai è superfluo e scontato ripeterlo, ma le tastiere aggiungono quel colore in più che fa apparire tutto più omogeneo e di certo crea quella variazione che tiene viva l'attenzione. A 2:20 le tastiere si fermano e si zittiscono, anche le linee vocali fanno un piccolo break e al timone rimangono solo chitarra, basso e batteria. Fino a 2:23 quando le parole si fanno nuovamente largo tra gli strumenti. Per meno di 2 secondi. Così come da 2:30 a 2:31 e poi da 2:35 a 2:37. Al minuto 2:50 tornano le tastiere e l'atmosfera torna a farsi rituale. Da notare come l'uso delle tastiere sia adibito ad accompagnamento e a fautore del giusto apporto atmosferico, senza che lo strumento diventi troppo dominante e invasivo. Questa sezione termina a 3:16 e gli ultimi secondi del pezzo (fino a 3:33) terminano sullo stesso andamento ritmica-chitarre che hanno dominato per tutta la canzone. Possiamo quindi dire che qui termina la prima parte dell'album."Volti distrutti dietro l'idolo, una volta credenti, sacrificatisi e traditi. Per anni e anni, la sua dormiente maestà è stata sepolta dalla nera sabbia". A questo punto, prima di addentrarsi nell'analisi della storia, è giusto dire che tradurre correttamente questo testo e dargli una forma (e una logica), in modo da renderlo così fruibile anche per coloro che non fossero troppo avvezzi alla lingua d'Albione, è stato pressoché impossibile; trattandosi di un testo che già in inglese suona malissimo e che facendone una traduzione letterale, lo farebbe apparire subito sgrammaticato e senza la parvenza di un qualsivoglia filo conduttore o senso logico. Riuscendo tuttavia a separare ed isolare le parole chiave al suo interno, ricostruendone così il significato con piglio quasi filologico, si riesce a trovare il bandolo della matassa e si riesce a comprendere il tema trattato: si parla della falsità del Dio cristiano, imposto dagli "invasori" (appunto, cattolici) a chi invece glorificava un tempo gli Dei Pagani. Si fa riferimento alla potenza di questi ultimi, sepolti dalle sabbie del tempo ("Per anni e anni, la sua dormiente maestà, è stata sepolta dalla nera sabbia") e resi "miti", leggende, favole atte a stupire un uditorio che guardava ad essi come a dei personaggi di fantasia e nulla più. Un trattamento non certo di favore, che non sarà stato degno della loro potenza ma per lo meno li ha resi indimenticabili. Quando i cristiani si accorgeranno di aver adorato il dio sbagliato, in punto di morte lo rinnegheranno (Disillusi dai loro signori, ora in punto di morte, li rinnegano). Ma sarà troppo tardi e soccomberanno alla potenza degli antichi dei, desiderosi di vendetta.

Exiled Archangels

La seconda parte del disco ci fa tornare in ambito prettamente Black, con una delle canzoni più famose della band greca: "Exiled Archangels (Arcangeli Esiliati)". Partenza immediata a suon di blast-beat e riffs distorti per i primi 26 secondi, quando le vocals si presentano subito sulla soglia. Questo mood acido, distorto, maligno, veloce e aggressivo perdura fino allo scoccare del minuto 0:53, quando improvvisamente tutto cambia. I ritmi diventano cadenzati, pur restando veloci, i riffs rimangono distorti ma rallentano giusto un po', mentre le linee vocali restano invariate, a tenere alto il vessillo Black della canzone. Siamo solo all'inizio e già veniamo colti di sorpresa da un cambio, seppur minimo, di registro. Si passa quindi dal Black puro e semplice ad un Black/Thrash. Un secondo cambio non tarda ad arrivare e già al minuto 1:02, si giunge ad un repentino rallentamento sia del riffing che della sezione ritmica. Capiamo subito, bastano questi pochi secondi per capirlo, che siamo dinnanzi ad un brano il quale riesce a saggiare la velocità, i ritmi cadenzati, le decelerazioni e un coraggioso e riuscitissimo, come vedremo a breve, inserto vocale di alta classe, il quale verrà svelato al momento opportuno. Al minuto 1:48, la velocità diminuisce di nuovo e il brano diventa tetro e oscuro, al secondo minuto vengono aggiunte le tastiere. Finalmente scopriamo qual è l'inserto vocale al quale facevamo riferimento poche righe fa: partendo con una breve parte in spoken-word le linee vocali, dallo scream, passano ad un cantato in clean con un crescendo vocale sempre più ispirato ed evocativo che torna, a 2:12, a sfociare nello scream più puro. Uno stacco che ben si presta alle liriche del testo (che affronteremo ovviamente in seguito). Tornano ad aumentare anche i ritmi e la velocità della chitarra. L'oscurità guadagnata dal brano non scompare, anzi, viene amplificata ulteriormente. Anche quando, a 2:58, le vocals scompaiono lasciando tutto nelle mani della Musica, anche se la velocità cresce di qualche punto, sempre miscelando in dosi uguali velocità e ritmica cadenzata. Sopra al riff portante viene cucito un secondo riff più aperto, dall'incedere ipnotico, che dona più lustro al guitar-working generale; la "pesantezza" del brano dunque non scompare, assistiamo solo ad un'apertura ariosa a 3:31 quando si materializza l'assolo di chitarra che pone quell'accento rockeggiante che ben si presta allo stile del pezzo. All'arrivo del quarto e ultimo minuto (durata totale 5:07), l'atmosfera torna a scendere verso gli Abissi, in un'altalena tra stacchi veloci e momenti cadenzati che attira in maniera inesorabile. Un brano che definire convincente sarebbe riduttivo. La complessità di questo pezzo (sempre alla pari con i precedenti), passando sopra all'andamento circolare del tema musicale portante, resta un qualcosa di disarmante. Non è una canzone complessa come le prime quattro tracce, ci sono meno varianti, ma resta pur sempre di una certa caratura e la classe non manca.

"Caduti in miseria, costretti nell'ombra, la rivolta degli oppressi che risorgono dalle oscure profondità. Iria, Utopia, giungete a noi! Credete in noi, amateci! Testate la nostra voglia, la nostra sete di vendetta... contro chi ha osato esiliarvi!!". Unico e solo protagonista di queste strofe è niente meno che Satana! Nonostante i nomi ancora una volta inventati, i numerosi appellativi ad esso affibbiati, è chiaro che si sta lodando Lucifero, per via del tema dell'angelo caduto, topic portante del comparto lirico. Ben sappiamo come egli sia stato il primo degli Angeli scacciati dal paradiso, punito per la sua voglia di conoscere e per non essersi accontentato di una vita fatta di preghiera e contemplazione. Particolare il punto nel quale i Nostri citano la parola "Therion", ovvero il nome greco per "Bestia". Quella che nell'apocalisse viene vista come un drago a sette teste, provvisto di dieci corna, marchiato con il 666 (Il numero della Bestia come riportato nell'Apocalisse di Giovanni, 13, 16-18: "Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha l'intelligenza calcoli il Numero della Bestia, e il suo numero è seicentosessantasei"). Sappiamo come Lucifero, per i satanisti filosofi, sia una figura positiva in quanto Portatore di Conoscenza (Lucifero = Lucifer = Lux, Ferre, ovvero, Portatore (Ferre) di Luce (Lux), Luce = Conoscenza). Si descrive dunque un rituale atto ad evocarlo ed a glorificarlo, nonostante si abbondi di riferimenti a personaggi del tutto inventati dalla stessa band.

Dive the Deepest Abyss

"Dive the Deepest Abyss (Immergiti negli Abissi più profondi)", sesta traccia. Partenza con batteria in mid-tempo e un riffone pesante e lento, per i primi 10 secondi, scaduti i quali, con un crescendo repentino, la canzone si sposta subito sul piano Black-Metal, acquisendo velocità e aggressività, dove interviene anche un fulmineo urlo in scream di appena due secondi. Il tutto fino al minuto 0:15 quando si torna ad un sound decisamente ritmato. Questo ritorno all'impronta utilizzata per aprire il brano termina al minuto 0:24 quando la velocità d'esecuzione torna a dominare fino a 0:30. Proprio in quell'istante entrano ufficialmente in partita anche le vocals, che dall'acuto tornano al cavernoso, le quali grazie all'andamento lento e cadenzato fanno assumere alla canzone caratteristiche simili ad un Doom/Black sulfureo e maligno. Come nei brani precedenti (ormai si è capito), anche qui assistiamo ad un movimento altalenante che porta il sound a variare di continuo. Quindi, terminata questa parentesi, al minuto 0:39, con uno scatto repentino e senza che si creino buchi o pause dissonanti, la canzone accelera di nuovo creando un vortice dal quale è difficile fuggire. Ma la tempesta dura poco e già a 0:42 (quindi dopo soli 3 secondi), ecco che tutto torna all'impronta iniziale con l'aggiunta di ciò che si percepiva da 0:30 a 0:39. La nuova accelerazione arriva a 0:50, accompagnata da un secondo urlo in scream nettamente acuto. Cinque secondi e tutto torna come prima. Questa volta, l'incedere lento dei riffs e i patterns in mid-tempo della batteria proseguono fino al minuto 1:32 prima di staccare nuovamente a favore della sola velocità. A 1:36 la furia è già finita. In questo caso, al posto di utilizzare un scream più gutturale come nelle parti precedenti, viene scelto uno scream più acido e acuto, lo stesso usato, salvo nei momenti indicati, per le tracce precedenti a questa "Dive the Deepest Abyss". Fortunatamente, questo andamento, che sinceramente cominciava ad essere troppo monotematico e andava oltre la linearità e la ripetizione, rischiando di essere già troppo forzato, si arresta e il brano rimane ancorato alla parte cadenzata utilizzata dall'attacco iniziale in poi. A 2:16, lentamente, fanno il loro ingresso delle tastiere che assumono tratti simili a dei violini e recano un'aria sinfonica; una novità, all'interno di questo debutto. Un inserimento che dona anche un che di orrorifico al tutto. Questo quadro termina al minuto 2:44, quando le tastiere escono di scena e l'incedere generale subisce un ulteriore rallentamento per circa 6 secondi per poi crescere nuovamente, senza arrivare ad una velocità troppo marcata, restando quindi sullo stesso mood. L'esecuzione rapida e affilata torna a farsi sentire al minuto 3:17 fino al minuto 4:13, quando i ritmi calano di qualche unità. Al minuto 4:25 arriva anche quell'assolo di chitarra dai tratti più aperti già apprezzato in precedenza, che si riserva il compito di smussare le linee affilate della traccia aprendo alla parte finale, portando con sé un tocco di classe in più. Per il finale vero e proprio, i Nostri optano per le sonorità utilizzate tra il minuto 0:30 e il minuto 0:39. Un pezzo la cui partenza non è stata delle più brillanti e dove le soluzioni, inizialmente, ruotavano sullo stesso perno senza effettuare nessun cambio di manovra, ma che dal secondo minuto fino all'ultimo (5:50) riesce a trovare il giusto equilibrio."Dinnanzi a me un rosso oceano, praticamente sconfinato. Una via mistica che conduce al mondo sotterraneo, lunga milioni d'anni e più [...] devo immergermi. Queste rosse onde mi aspettano, mi mostreranno ciò a cui appartengo". Non occorrono molte parole per comprendere questo testo. Ci troviamo davanti ad un Rituale di Iniziazione atto ad un innalzamento verso una Coscienza Superiore. L'immersione nelle acque assume dunque un ruolo del tutto simbolico, esoterico. Il sapere, quello vero ed autentico, viene visto non come una superficie ma anzi come una profondità ignota ai più. Un concetto antipositivista, in un'ottica d'elitario possedimento della conoscenza. Essa non è per tutti, e non si mostra all'uomo né tramite la scienza né tramite la falsa religione. Solo andando oltre, perdendo i propri sensi in un mare color cremisi (forse raffigurante la vastità dell'universo), allora potremo conoscere. Apprendere quanto di vero dobbiamo sapere. Solo gli spiriti più liberi dal giogo "materialistico" potranno assurgere a vere e proprie divinità, abbracciando il cosmo e carpendone i più intimi segreti. Un richiamo che scocca a mo' di freccia nelle nostre anime, e ci spinge dunque a voler abbandonare la vita mortale per varcare una soglia ben più impegnativa ed importante.

The Coronation Of The Serpent

Ci avviciniamo all'ultima traccia attraverso "The Coronation Of The Serpent (L'Incoronazione del Serpente)". Partenza sempre diretta e senza introduzioni atmosferiche di sorta (che restano una caratteristica della sola opener dell'album, The Sign of Evil Existence). La rapidità è già palpabile nei primi 27 secondi, con un riffing principale serratissimo, vocals ruggenti e un blast di batteria a dir poco distruttivo. Al minuto 0:27, la rapidità sale di livello per circa 20 secondi, quando con un movimento fluido il sound raggiunge nuovamente dei piani musicali più ritmati con dei riff più "dolci", sempre tutto con la giusta dose di cattiveria e aggressività, ma senza che nulla venga giocato sulla celerità fine a se stessa. A questo frangente, si unisce il primo assolo, come sempre fautore di un "addolcimento" dell'impronta principale, sempre ben in risalto nel suo taglio agguerrito, il quale vede aggiungersi quella nota di Metal classico, vagamente rockeggiante, che ben si amalgama alla trama portante. Un assolo che presenta un crescendo sempre più tecnico e virtuoso che al minuto 1:08 lo porta sul punto quasi di esplodere prima di calare sempre più di volume fino a scomparire. La tecnica chitarristica di Sakis Tolis è di ottima fattura, gran classe e invidiabile nel creare riffs e assoli. Le vocals usate in questo punto del brano risultano più acute e per certi versi acide, oltre a presentare un pathos davvero coinvolgente e dai toni drammatici, rispetto alle linee vocali cavernose con cui la canzone è partita. Al minuto 1:33, il groove di questa penultima traccia in scaletta subisce un cambiamento radicale; i riffs diventano nuovamente serrati come in apertura, ma con uno stile più "cattivo", nettamente più lento, che riesce ad entrare nel profondo dell'anima di chi ascolta, mentre la batteria e il basso creano un tappeto ritmico più lento perfetto per il guitar-working utilizzato. Cambio di registro anche per il cantato che vira di nuovo dallo scream acuto ad uno scream parlato dai connotati rituali come era avvenuto in "Fgmenth, Thy Gift". Quest'incedere tiene banco fino al minuto 2:30, quando con l'inserimento delle tastiere avviene un secondo cambiamento radicale. Mentre la base resta comunque invariata, l'arrivo delle tastiere porta con se quella ventata anni '70 / '80 che pare quasi voler portare l'impronta verso un mix tra Heavy-Rock e Horror-Metal, cercando quindi di dare quell'impronta scanzonata e citazionista (come in Dive the Deepest Abyss le tastiere sembrano voler omaggiare sia Mike Oldfield sia i nostrani Goblin, mantenendo comunque una loro impronta personale senza scadere nella mera copia) ad un brano che invece vuole essere cupo e agguerrito. Un mix che funziona e dà vita ad un gioco di luci e ombre molto ben architettato. Sul finire di questa parentesi, dal minuto 2:56 fino al minuto 3:22, l'arrivo del secondo assolo di chitarra sposta nuovamente l'ago della bussola verso una nuova rotta. Nuova rotta che viene raggiunta al minuto 3:22, con un ritorno a ritmiche votate al blast e a riffs più spinti; si torna quindi al sound con cui la traccia è iniziata. Questo ritorno conduce fino al termine del pezzo (4:06) senza inserire nuovi cambiamenti."Oggi è il giorno dell'incoronazione, dopo tanti anni finalmente la celebriamo! S'instaura il blasfemo regno, rendiamo il tributo al dio serpente!!". Non giriamoci troppo attorno. Prenderla alla larga non serve. Protagonista principale è nuovamente Satana. Tema principale: L'incoronazione di Satana, praticamente, il Re Serpente a cui fa riferimento il testo, colui che tentò Eva nell'Eden. Come avevamo già spiegato, la figura del Serpente è tipica delle culture orientali, nelle quali assume connotati in larga parte positivi. Si pensi ad esempio al cosiddetto "Uroboro", ovvero la serpe intenta a mordersi la coda, simbolo universale di ciclicità e dunque perfezione. Come ben sappiamo, l'Ebraismo ed il Cristianesimo, successivamente, hanno giudicato negative e blasfeme molte tradizioni orientali, inglobandole nel loro ordine di cose come negative, riferite al male. Ecco dunque che i Rotting Christ elogiano il Serpente, per le religioni monoteiste simbolo di viltà ed infamia. Un dio serpente, Satana, che dopo aver dannato per sempre la progenie di Dio assurge egli a vera divinità dell'uomo, adorato, servito e riverito. Un testo breve, ma per nulla complesso o criptico.

The Fourth Knight Of Revelation (Part I and II)

Chiusura affidata a "The Fourth Knight Of Revelation (Part I and II) - Il Quarto Cavaliere della Rivelazione (Parte I e II)". Finale che lancia immediatamente il suo incantesimo di distruzione attraverso insolite melodie, con chitarre che dipingono il paesaggio sonoro con sfumature dalle tinte nere, dove Necromayhem evoca "Il Quarto Cavaliere dell'Apocalisse" e le melodie della tastiera aggiungono il loro eco completando il rituale. Entrando nello specifico, l'apertura di questo finale prosegue sulla strada iniziata dalla traccia precedente, riprendendone i tratti più cadenzati e i riffs più sulfurei. Questa canzone, seguendo quanto evidenziato nel titolo, possiamo suddividerla (almeno) in due parti, suddivise a loro volta in due sezioni. La prima parte del primo quadro va dall'attacco del brano fino al minuto 2:30, dove l'incedere è totalmente votato ad un Black/Doom ipnotico, che rende omaggio sia ai Celtic Frost che ad uno dei due gruppi identificabili come "Padre del Metal": i Black Sabbath. In alcuni tratti, specie a partire dal minuto 1:00 in poi, sembra di sentire il sound che contraddistinto la prima Era della band inglese. Tutto è lento (con rapidi inserti più veloci specie per ciò che concerne le chitarre, le quali creano movimento) e soffocante come il Doom richiede mentre a tener alta la bandiera Black ci pensano le vocals. Al minuto 2:31, la prima parte si chiude e si apre la seconda parte. La sezione ritmica si zittisce e in scena resta solo la chitarra che si scatena in un riff ancora più serrato e rapido, il quale al minuto 2:37 si trasforma in duetto dove lo stesso riff si manifesta in due toni diversi, uno più distorto e basso e uno ugualmente distorto in primo piano. A 2:42 torna la sezione ritmica e il pezzo esplode verso uno Speed-Black che riporta, a 3:10, verso le sonorità della prima sezione di questa prima parte, ma con una velocità esecutiva superiore, che quindi non riporta verso gli echi Doom, almeno non totalmente. Facendo bene attenzione, ci si accorge dell'arrivo delle tastiere che infondono nuova atmosfera al pezzo, pur rimanendo in sottofondo. Mano a mano che ci avviciniamo agli ultimi due minuti della canzone (durata totale 6:47), al minuto 4:23, sentiamo tutta questa prima parte, spegnersi lentamente arrivando quasi al silenzio completo, siamo quindi pronti per la seconda parte della canzone. La seconda parte, mentre le chitarre terminano la loro corsa, andando sempre più verso il basso con i volumi, lentamente ci svela un coro dai tratti rituali che viene raggiunto dall'eco di un tamburo il quale ne detta il tempo in un crescendo sempre maggiore fino a che, al minuto 4:35, non riattaccano le chitarre con il loro riff tagliente e distorto; mentre il ritmo resta dettato dal passo marziale del tamburo, i cui echi fanno assumere a questa sezione un aria rituale e mistica, molto atmosferica. Al quinto minuto, viene cucito sopra al riff  un arpeggio armonico che attenua l'aggressività permettendo all'atmosfera di emergere maggiormente. Questo serve a chiudere il primo quadro della seconda parte di questa traccia finale. Al minuto 5:26, un nuovo muro sonoro si erge sopra le teste degli ascoltatori rimettendo l'accento sul taglio combattivo e tagliente della band ellenica. I riffs tornano ad essere acidi e distorti su cui si inserisce una ritmica decisa ma dal passo sempre cadenzato, quindi senza utilizzare blast-beat o ritmi eccessivamente veloci. Ad accentuarne i tratti, sempre trasformandosi nell'angolo della bilancia tra aggressività e melodia, viene aggiunto un riuscitissimo assolo di chitarra che non sovrasta i riffs ma si unisce a loro creando il connubio perfetto. L'ultimo minuto, ritorna a presentare il Black/Doom apprezzato fino ad ora, ma con inserti vicini allo Speed/Black sentito nella prima parte, a cui il ritorno delle vocals regala ancor più intensità."L'angelo più brillante, spirito ribelle, potenza eterna. Yoth Iria... empio maestro, Yoth Iria... principe di fuoco". Come se i Rotting Christ avessero man mano semplificato i loro testi, ci troviamo dinnanzi ad un insieme di versi i quali non lasciano troppo spazio all'immaginazione. Esclusi i soliti appellativi "originali", inventati, risulta chiaro il fatto che ancora una volta è il Maligno l'oggetto dell'adorazione del combo greco. Un'adorazione che avviene mediante cliché abbastanza comuni, "satanici" appunto perché migliaia di volte associati alla figura del Principe delle Tenebre. Un'altra lode a Lucifero, altri riferimenti che si sprecano all'Apocalisse (il numero 7: sette trombe, sette sigilli ecc.) e nomi inventati per indicare Satana, qui chiamato Yoth Iria, nome che non vuol dire nulla. Al solito, il Diavolo viene visto come portatore di conoscenza e saggezza, il quale - quando verrà la fine del mondo - salirà sul trono dominando uomini e dei. 

Conclusioni

Tirando le somme, possiamo dire di trovarci dinnanzi ad un album incredibilmente valido. Nonostante esso - almeno al tempo della sua uscita - non venne immediatamente capito ed accolto nella maniera calda ed entusiasta che ora come ora (in questo preciso istante!) ci aspetteremmo, per un disco del genere; figli come siamo d'un tempo in cui ogni tipo di materiale può essere reperito con estrema facilità, dal prodotto più noto a quello più underground. Stiamo infatti parlando a posteriori, e ben conosciamo oggi quell'ascendente che l'importanza / l'estro dei Rotting Christ hanno esercitato sulla scena Black mondiale. Eppure, "Thy Mighty Contract" rimane un album sì elogiato da molti seguaci del Metallo più Nero, ma ancora abbastanza sconosciuto rispetto ai cosiddetti album "cult" scandinavi. Questione di poca importanza, tuttavia, vista comunque la validità conclamata posta alla base del platter in questione. Un album importante, il quale segna un passaggio molto netto rispetto al lavoro precedente dei Nostri: "Passage to Arcturo"; proprio perché le composizioni risultano di gran lunga migliorate rispetto all'episodio precedente, mostrando già alcuni scorci della sofisticazione che sarebbe venuta in futuro, con i dischi successivi. Parlare dunque, giusto per un momento, di "Passage to Arcturo" risulta abbastanza naturale, poiché dopotutto è l'anello di congiunzione tra passato e futuro, capitolo indispensabile per capire il cambiamento stilistico avvenuto sia nello stile compositivo che esecutivo della band stessa proprio in questo "Thy...", in cui l'identità sonora del gruppo stava cercando una propria impronta distintiva, in una scena musicale che stava facendo altrettanto nell'emergere. A differenza di "Thy Mighty Contract", l'intero EP suonava come se fosse stato concepito direttamente in una sala prove, senza essere stato provato prima, in presa diretta, in una sorte di "buona la prima", con la band che ancora era carente dell'energia virale infusa nei successi lavori. L'album oggi recensito segna quindi il passaggio innanzitutto verso un sound più asciutto dal Grindcore delle origini; un sound con una evidentissima componente Black/Doom (che si avverte in maniera più distinta in Dive the Deepest Abyss e in The Fourth Knight Of Revelation (Part I and II)), ancora in fase embrionale, ispirata dai Celtic Frost e una più melodica di scuola Bathory, più nordica, fredda e minimalista. Ecco quindi, riassunto in poche parole, ciò di cui si è parlato più lungamente nella disamina di ogni singolo pezzo. Questo cambio ha sicuramente giovato alla band ellenica, portandola da subito, verso le vette più alte e tra i nomi più importanti della scena. Abbiamo sottolineato più volte la presenza di una forte linearità all'interno di ogni arrangiamento, per quanto concerne i vari temi portanti e questo, in altre occasioni, sarebbe stato un punto sfavorevole, una scelta che avrebbe fatto storcere il naso ai più, ma contrariamente al solito, questa linearità che i Nostri hanno scelto per le loro canzoni non stanca e non annoia (salvo dove indicato: Dive the Deepest Abyss); anzi, come abbiamo detto, mantiene desta l'attenzione proprio perché arricchita da quei vari ed intelligenti cambi, ben inseriti lungo i vari brani ed in grado di variare le caratteristiche sonore della musica proposta in maniera altamente pregevole. Salvo alcuni punti non pienamente convincenti, questo è e resterà uno tra i debutti in full-length più solidi, forti e convincenti nella storia del Metal Estremo. Un album che possiamo definire tranquillamente come avente tutto: passaggi melodici lenti e sconcertanti con tastiere soffuse in background, riffs che passano dall'essere oscuri all'essere quasi "commoventi", ritmiche che si spostano senza problemi da scatti d'ira e movimenti fluidi, lenti, a tratti marziali e (come già più volte ripetuto) cadenzati, senza scordarsi di quelle linee di basso che non solo sostengono la sezione ritmica ma arricchiscono ogni solco di ogni canzone. In sostanza, un disco che mi sento di consigliare ad ogni amante del Black Metal; a chi volesse, soprattutto, distaccarsi un momento dai "soliti canoni" per ascoltare qualcosa di certamente valido ma non troppo "noto". Iniziando così un cammino lastricato di sorprese e scoperte pregevoli, come appunto il percorso dei Rotting Christ risulterà. Come avremo modo di vedere, durante i prossimi articoli.

1) The Sign of Evil Existence
2) Transform All Sufferings Into Plagues
3) Fgmenth, Thy Gift
4) His Sleeping Majesty
5) Exiled Archangels
6) Dive the Deepest Abyss
7) The Coronation Of The Serpent
8) The Fourth Knight Of Revelation (Part I and II)
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