ROTTING CHRIST

The Mystical Meeting

1997 - Century Media Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
16/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Facciamo un passo indietro, lasciamo i sognanti e a tratti oscuri paesaggi gotici e addentriamoci in un disco di per sé "strano" al primo approccio, o comunque insolito se inserito nel contesto di cui abbiamo iniziato ad occuparci con gli ultimi due articoli. Dopo esserci addentrati in un libro di poesia in musica come "A Dead Poem", dove le nostre emozioni sono state messe più volte a dura prova, concediamoci una nuova piccola pausa dalla disamina della discografia album per album di uno degli act più significativi nella storia del Metallo più Nero e allontanandoci di nuovo dalla trama principale, per fare sia un nuovo ripasso sulla storia fin qui narrata sia per fare una nuova scoperta. Al termine di questa parentesi, come abbiamo già fatto, proseguiremo il mistico viaggio attraverso i lavori dei Rotting Christ lungo la loro epocale carriera tra misticismo, esoterismo, mitologia, ribellione e poesia. Questo nostro secondo passaggio a ritroso, lo faremo attraverso l'ascolto di un disco "anomalo" (poi spiegheremo perché)  dei Nostri, licenziato dalla Century Media Records nel 1997, l'anno successivo alla pubblicazione di "A Dead Poem". Parte di quello che avete appena letto lo usammo già per aprire un precedente articolo ma trattandosi all'incirca di un passaggio simile, come incipit era perfetto, con le dovute modifiche. Ora viene la parte "complicata"! Per quello che stiamo per scrivere si potrebbe aprire una diatriba infinita quindi mettiamo ambedue le cose e risolviamo il problema. Ovvero: compilation o EP? Per non sapere né leggere né scrivere, facciamo così: questa seconda compilation, o questo EP della band (identificabile anche come una re-issue di un loro precedente album di cui faremo il nome tra pochissime righe), si compone anch'essa secondo uno schema preciso, ma che si discosta dalla precedente compilation omonima del 1995 dove venivano riproposti due lavori completi della prima parte della discografia della band. Quindi possiamo aggiungere che questo lavoro della band ellenica dal titolo omonimo della compilation del 1995, che come abbiamo visto reca come titolo quello di un brano tratto dall'EP "Passage To Arcturo", ci permette di fare, ancora una volta, un piccolo ripasso oppure una nuova scoperta sui primi passi del gruppo. Passaggio che faremo attraverso due sezioni precise. La prima parte è composta da due brani pubblicati originariamente come singoli nel 1993, in vinile, nell'album "????????????" ("Apokathilosis = Sepultura"): la già nota "The Mystical Meeting" (da noi conosciuta in "Passage To Arcturo") e la sconosciuta, per queste pagine, "Vision Of The Dead Lovers". Mentre la seconda parte (e questa è una novità) si compone di tre cover, tre brani di una band simbolo del Thrash europeo: i Kreator. I Nostri, come vedremo, eseguiranno "Tormentor", "Flag Of Hate" e l'anthem "Pleasure To Kill" (a loro volta incluse nella re-issue di "Triarchy Of The Lost Lovers" rilasciata dalla Century Media Records nell'Aprile del 1996, stesso mese e anno dell'album). Il perché sia stato scelto proprio il gruppo di Mille Petrozza, per quella che risulta a tutti gli effetti come una vera e propria dichiarazione d'amore più che un semplice tributo, è presto detto: stiamo pur sempre parlando di una compagine, quella teutonica, che assieme agli altrettanto validi colleghi Sodom e Destruction ha saputo gettare, nel corso dei suoi primissimi anni di vita, le basi per quella che sarebbe poi, di seguito, divenuta la proposta musicale di bands quali Rotting Christ e simili. Con  il loro thrash distruttore, velocissimo e violento quant'altri mai, i Kreator esercitarono difatti un notevole ascendente sulle band successivamente riunitesi sotto il vessillo di Black Metal. Non fu un caso, insomma, che quel sound così oltranzista e manesco avesse sin da subito conquistato personaggi come Euronymous e Varg Vikernes, giusto per citare due nomi fra i più noti e storici. Il primo viveva nel culto totale dei primi Sodom ed aveva sin da subito diffuso il verbo del Thrash teutonico all'interno della sua cerchia d'amicizie, mentre il secondo afferma tutt'oggi quanto "Infernal Overkill" dei Destruction sia stato uno dei dischi più importanti della sua crescita musicale. Insomma, l'estremo teutonico - ben più del sound Bay Area -  ancora una volta reso grande protagonista da un gruppo Black Metal, qui alle prese non con una, ma con ben tre cover rimandanti alla gloriosa epopea tedesca. Un modo che i Rotting Christ hanno anche per rimandare, in qualche modo, i fan maggiormente della prima ora alla scoperta delle radici essenziali di un genere che, dall'esperienza dell'Europa centrale/peninsulare (non solo Germania; ricordiamo la Svizzera con i suoi Celtic Frost e la nostra Italia con Bulldozer, Death SS e Necrodeath), ha avuto modo di imparare moltissimo, se non tutto quel che c'era da sapere. Tornando a parlare più specificatamente della compilation, dopo questa dissertazione circa il Metal estremo delle origini, notiamo come le ultime due covers, invece che essere eseguite separate (lo vedremo più approfonditamente al momento opportuno) vengano eseguite come medley, letteralmente "fuse" in un tutt'uno. Abbiamo quindi un album che esce dalla discografia nel suo ordine cronologico (ricordiamo che ora ci stiamo occupando della svolta Gothic della band ellenica) e che ci riporta agli albori. Potremmo anche definire questo lavoro, come detto prima, come una riedizione con tre bonus-track, nonché - come detto in apertura - l'ennesima possibilità di attuare un buon ripasso, prima di avventurarci all'interno dei cambiamenti che segneranno per sempre la vita musicale dei nostri greci.

Vision Of The Dead Lovers

Apriamo dunque le danze con "Vision Of The Dead Lovers (Visione degli amanti morti)", singolo pubblicato nel citato album del 1993 come Side A nonché bonus-track presente sia nella riedizione di "Thy Mighty Contract" (Century Black, 1997) che nella ristampa di "Satanas Tedeum" (Dark Side Records, 2010). La partenza è diretta e senza fronzoli con un buon apporto delle tastiere subito presente a rafforzare l'atmosfera, creando un connubio tra la rapidità degli echi del Death più grezzo e viscerale (che riporta subito alla memoria il primo Demo del gruppo: "Leprosy Of Death", dove i rimandi a band come Venom e Possessed erano tangibili e questi echi si rispecchiano anche nella partenza di questa traccia) e un sound "spaziale" molto oscuro ma che gioca in contrapposizione con la ruvidità del trittico chitarra-basso-batteria. Un attacco degno di nota che ci proietta di nuovo nei fasti del gruppo. Il suono è molto grezzo e non si discosta dal muro sonoro originale del brano che non subisce così variazioni e mantiene intatto il suo approccio schietto e immediato, senza cerimonie o overture strumentali stucchevoli. L'attacco delle vocals al minuto 0:20 crea una atmosfera ancor più estraniante, ancor più alienante, accentuata dal proseguimento senza varianti dell'arrangiamento che prosegue sulla linea di riffs serrati, ritmiche veloce e bellicosa e tastiere cupe ma stranamente melodiche in controtendenza alla controparte elettrica che si fa sempre più incalzante mano a mano che i secondi scorrono arrivando quasi ad espolodere al minuto 1:23 dove veniamo investiti non da un'esplosione al limite tra il Black e il Death ma veniamo investiti senza nemmeno avere il tempo di capacitarcene da una improvvisa virata del pezzo che termina la sua folle corsa per lasciarsi andare ad una decisa svolta verso un approccio più arioso e aperto dove ovviamente non cala il graffio ruvido e possente della band ma solo con una diminuzione della velocità ma dove basta un arrichimento del guitar-working che unisce al riffing principale un secondo riffing più definito e meno selvaggio per cambiare impronta alla traccia. Un secondo quadro che con il suo passo cadenzato e tranquillo (ma non certo scevro di oscurità) prosegue fino al minuto 2:19 (circa a metà della durata totale) quando nella stessa maniera improvvisa vista prima, ma senza che avvengano stacchi, pause eccessive e vuoti, il brano cambia nuovamente mood ritornando sui livelli puramente aggressivi della prima sezione della canzone ma con un fare meno selvaggio ed istintivo ma già più pensato nella sua struttura che va ad aumentare il suo livello compositivo al minuto 2:48 (fino al minuto 3:18) con l'inserimento di un assolo di chitarra dall'aria tecnica ma costruito in maniera tale da non risultare un mero esempio di virtuosismo ma si presenta come una seconda apertura all'interno del tema portante della traccia che getta una seconda luce sul taglio diretto e già di suo efficace dell'arrangiamento. Al minuto 3:18 assistiamo ad un nuovo cambio che fa precipitare la canzone in un abisso nero e sulfureo che si trasforma subito in un ritorno al leitmotiv inziale, affilato e distorto che porterà alla chiusura del pezzo con l'ultimo intervento vocale dopo una pausa durata per quasi tutta la seconda parte della canzone. Una traccia lasciata fuori dai primi dischi ufficiali del gruppo e pubblicata solo come singolo o bonus-track che invece avrebbe meritato un posto all'interno di uno degli album, ben costruita, composta e arrangiata. Probabilemente non presenta grossi spunti di riflessione o appigli per una analisi più lunga e profonda (senza scadere nella sola analisi tecnico-esecutiva che si preferisce lasciare agli esperti in altre sedi) ma di certo nella sua semplicità ha trovato tutta la spinta per ergersi tra i brani più meritevoli dell'act greco. "La vecchia gloria è fallita, il vecchio imperatore in un impero solitario. Eternità così splendente, ma seguita da nessuno. Tra la folla di principi otto re, coloro che hanno battuto infine tutti gli amanti... della monarchia. Il cielo è in lutto, vicino il sangue umano da sole... è troppo tardi per la nazione. Dopo questa miseria una più grande sta arrivando. Riciclaggio dei secoli promessi... Il cane morto nei dintorni del tiranno. Mitici sovrani, in mare e di terra..."; queste parole le possiamo inserire come anello di congiunzione all'interno dei primi testi del gruppo nella loro svolta Black, inserendolo quindi (grazie anche all'anno della prima pubblicazione, 1993) tra "Passage To Arcturo" e "Thy Mighty Contract", con qualche riferimento, in questo testo specifico a "Triarchy Of The Lost Lovers". Un testo che sembra trarre ispirazione dalla mitologia e dall'esoterismo, con parole che sembrano arrivare da un passato dimenticato. La prima cosa che verrebbe da pensare nel leggere la prima strofa, dove si parla di un imperatore in un impero solitario la cui vecchia gloria è fallita, potrebbe essere un riferimento diretto al Dio cristiano e, riferendoci a quanto detto sopra, sconfitto e abbandonato dopo la guerra che ha stravolto quello che lui credeva essere un regno solido e indistruttibile. Sconfitto da otto re nascosti tra le fila dei principi. Una parte che sembra anticipare sia il già citato "Thy Mighty Contract" che "Non Serviam". Ma c'è anche un riferimento mitologico che potrebbe rifersi alla liberazione dei Titani ("Mitici sovrani / in mare e in terra / gridano forte...") che però si amalgama alla perfezione nel contesto tanto da non sembrare ispirato dalla mitologia antica. Si parla anche di una tragedia più grande che ne sostituirà una già avvenuta e qua si potrebbe pensare a due fatti storici recenti della nostra storia come i due conflitti mondiali e non sarebbe così difficile inserire un riferimento simile all'interno del contesto, per il semplice fatto che secondo vecchie voci dietro ai due conflitti che hanno sconvolto e distrutto il mondo ci fosse dietro un conflitto più alto e lontano dalle concezione umana. Arrivando poi a inserire nella storia questi amanti morti che sembrerebbero far parte della schiera di coloro che sostenevano il vecchio imperatore e che con esso sono caduti sotto le raffiche della rivolta avenuta. Figure separate e apparentemente diverse tra loro che unite danno vita ad un quadro più ampio, tetro e spirituale allo stesso tempo.

The Mystical Meeting

Ci spostiamo ora alla title-track di questa seconda compilation: "The Mystical Meeting (L'incontro mistico)" oppure, come abbiamo visto, "The Mystical Meeting (Sevlesmeth Esoth Spleh Dog)". Dato che questo pezzo lo conosciamo, possiamo subito dire che come abbiamo già visto in precedenza non ci sono stravolgimenti dello stesso che non subisce modifiche strutturali e rimane identico alla sua versione originale; per cui possiamo tranquillamente ripetere l'analisi già fatta. Come per la traccia appena vista,, quindi ripetiamo il concetto, la partenza è diretta e riprende i dettami del Death più grezzo e viscerale che riporta subito alla memoria il primo Demo del gruppo: "Leprosy Of Death", dove i rimandi a band come Venom e Possessed erano tangibili e questi echi si rispecchiano anche nella partenza di questa traccia. Dall'attacco al minuto 0:45, la traccia scorre velocemente senza particolari soluzioni, con riffs granitici, linee di basso veloci e patterns di batteria spediti dove a comandare e a dettare il tempo è il doppio-pedale tipico del Death Metal, anche se non mancano sottilissimi echi Thrash Metal tra le pieghe di questa partenza. Fino al minuto 0:45, il brano scorre veloce con una ritmica decisa e martellante e un riffing serrato. Si percepisce sempre una certa ispirazione al Doom nel guitar-working (e questo possiamo già identificarlo, se non fosse ancora chiaro, come uno dei tratti distintivi dell'impronta dei Nostri) che aumenta l'oscurità del pezzo. Al minuto 0:45 (fino al minuto 2:25)  l'arrangiamento subisce un cambiamento radicale e tutto diventa lento, sulfureo, soffocante, con inserti di tastiera inquietanti, vocals recitate dallo stampo sinistro e rituale, il basso sale in primo piano divenendo la voce che detta il tempo e l'andatura. Gli echi Thrash e i rimandi Death scompaiono lasciando il posto alla componente Doom della band consegnandoci così un'impronta Black Metal già più personale, con una forte connotazione rituale. All'interno di questo quadro (da 0:45 a 2:25), assistiamo a ciò che avevamo sentito in "The Forest Of N'Gai", ma senza quel passaggio dal Doom al melodico/onirico nel suono, ma mantenendo quella vena nera e aggressiva che rapisce immediatamente. Ma il passaggio risulta subito più articolato nonostante al primo ascolto sembri lineare e posto su un unico binario. La prima sezione va dal minuto 0:45 al minuto 1:16 e gioca su una altalena di sali-scendi tra chitarra, basso e tastiera (la batteria subentra insieme alle linee vocali al minuto 1:02) che creano un moto ondulatorio ipnotico che si amplifica all'ingresso della batteria e della voce (di cui manca una trascrizione del testo per comprenderne le parole, l'unica frase riconoscibile è quella contenuta nel titolo, ovvero "Sevlesmeth Esoth Spleh Dog"). La seconda sezione parte al minuto 1:16 e vede un ulteriore rallentamento dei ritmi e appesantimento dei riffs con l'aggiunta, al minuto 1:44, di interventi spettrali della tastiera e di vocals sofferte racchiuse in un solo "urlo" anch'esso decisamente spettrale che si conclude in un «Sevlesmeth Esoth Spleh Dog» in growl che prepara alla chiusura di questo passaggio e prepara al passo successivo. Terminata quindi questa parentesi, al minuto 2:25 (siamo quindi alla metà del brano, secondo più secondo meno) il pezzo riprende a crescere in aggressività e velocità ritornando al mood iniziale, recuperando quindi quello stile tra il Death e il Thrash che aveva caratterizzato i primi 45 secondi. Facendo bene attenzione, è possibile captare il suono delle tastiere sotto al possente muro sonoro di chitarra e sezione ritmica, suono che diventa più nitido al minuto 3:10 quando l'arrangiamento compie un piccolo break e la tastiera può emergere. Questo nuovo rallentamento, segna un ritorno a ciò che avevamo sentito nella traccia precedente, questa volta con lo stesso spostamento dalla crudezza alla melodia grazie anche ad un assolo di chitarra rockeggiante e aperto, con una certa componente tecnica e virtuosa. Il rallentamento dura poco comunque e il pezzo, man mano che si avvicina alle battute conclusive riprende a crescere, non in modo eccessivo e mantenendo sempre l'apertura guadagnata in quest'ultima sezione. "Cerchio all'interno del cerchio, le ore sacre vengono. La fase finale prima dell'incontro, superare l'intera vita mortale, oltrepassando la zona invisibile. Coloro che credevano seguono ora la luce... Segnando la strada all'incontro mistico". Anche per quello che concerne le liriche il discorso (ovviamente) non muta e quindi ripetiamo quanto detto; va comunque ricordato che il nostro primo approccio con questa canzone era all'interno di un concept ben preciso e che quindi era legato al resto delle canzoni contenute in "Passage To Arcturo" e quindi ciò che si era detto era a sua volta collegato. In questo testo troviamo la prosecuzione delle liriche che avevamo trovato in "The Forest Of N'Gai" e trovammo anche una vaga somiglianza con il testo successivo, "His Sleeping Majesty". La band prosegue nella narrazione del rituale raccontato nella traccia precedente.  Tutto è pronto per il mistico incontro con il Potente Signore che porrà fine ai falsi Dei e alle false credenze cristiane e come nel testo citato, quando i cristiani si accorgeranno di aver adorato il dio sbagliato, lo rinnegheranno seguendo la luce verso la strada giusta.

Tormentor

Chiusa la parentesi brani a firma Rotting Christ è venuto il momento di occuparci di una mossa inedita nella discografia fino a qui affrontata del combo ellenico, in nessuno degli album visti in queste pagine ci era ancora capitato di imbatterci in tre covers che per stile musicale non avessero molto in comune con l'impronta dei greci per come li conosciamo, ma che ripesca dal loro background e ci riporta (anche se il brano rivisto poco fa lo aveva già fatto e lo sappiamo) ad una parte delle loro origini, innegabile un vago rimando al Thrash nei primi lavori del gruppo durante il loro passaggio dalle origini al Black più embrionale e viscerale (ma anche questo lo abbiamo già ribadito più volte), quindi ora non dobbiamo fare altro che ascoltare le versioni di Sakis e soci di tre must di ogni fan dei Kreator. Cominciamo con "Tormentor (Tormentatore)", brano tratto da "Endless Pain" del 1982. L'attacco viene mantenuto identico all'originale senza stravolgimenti o variazioni rispettandone la forma, viene solo a mancare il rapido intervento vocale (un secondo appena) al minuto 0:05 ma per il resto tutto resta invariato, solo la ritmica appare molto più rifinita e curata come per il riffing che appare più definito (calcoliamo che dal disco originale a questa cover sono passati quattordici anni, contandone la prima apparizione nella ri-edizione di "Triarchy...") ma ciò, ripetiamo ancora, non intacca l'attiutidine e lo spirito di questa canzone. Anche a livello vocale il mood del brano rimane invariato, nonostante la diversità nello stile tra Sakis Tolis e Mille Petrozza, più cavernosa la prima e più acida la seconda. Ma questa differenza infonde una luce diversa al brano e lo rende ancor più grezzo e aggressivo. L'arrangiamento resta invariato e la band non attua nessuna modifica per velocizzarlo o ammorbidirlo rimanendo sullo stesso binario lineare che porta i Nostri a scatenarsi su un Thrash affilato e diretto. Riff incisivi e tagliente e ritmica serrata che proseguono sul percorso datato 1982, mantenendo alto il vessillo del Thrash dell'epoca aurea. L'unica altra differenza che troviamo tra questa cover (anche se sarebbe meglio dire questo tributo) e l'originale è nell'assolo che parte al minuto 1:30 (1:48 nel disco dei Kreator, vediamo dunque come la durata del brano sia stata accorciata di circa venti secondi), un assolo anch'esso più definito e curato, quasi aperto e con una leggerissima vena melodica che lo differenzia dal solo originale rendendolo più personale e più basso nei toni rispetto a quello della band teutonica. Una variante minima che non muta lo spirito originale (come abbiamo già ripetuto più volte) ma che rende il tutto più oscuro e più vicino allo stile della band ellenica che riprende in mano le sue origini in una veste ancora sconosciuta come la cover di un brano storico. Musicalmente non ci sono molti punti a cui aggrapparsi e il mantenimento dell'arrangiamento originario, salvo il cambio di impronta dell'assolo e la definizione maggiore di chitarra e ritmica, non ci sono molte cose di cui parlare (come scritto prima, l'analisi tecnico-esecutiva la lasciamo agli esperti nelle apposite sedi); il groove non viene mutato, solo più rifinito e appena più scuro e incisivo, ma senza che la verve del brano venga a mancare o cambi rotta dal Thrash al Black.  Una buona prova per i Nostri che confezionano una cover di ottimo livello. "Attraverso l'inferno della notte dai tutto il tuo tormento alla forza del cielo! In nome di Satana diffondi tutte le tue paure, si sente la sua rabbia e sai che egli è vicino"; questo testo dei Kreator lascia ben poco spazio alla fantasia e alla ricerca di interpretazioni di diverso genere. Potrebbe pure essere additato come una scelta scontata pensando alle tematiche principale del gruppo greco. Un testo schietto, violento, "volgare", con immagini splatter che escono fuori dalle strofe e un solo e unico protagonista: SATANA! Parole dirette che ineggiano alla violenza più istintiva e al potere nero dell'Oscuro Signore che qui viene idolatrato e ci si fa beffe del Dio dei cristiani che dal Nero Imperatore viene spodestato. Niente di più niente di meno.

Medley: Flag Of Hate / Pleasure To Kill

Passiamo ora al medley tra "Flag Of Hate (Bandiera dell'odio)", tiltle-track dell'EP omonimo del 1986 e "Pleasure To Kill (Piacere di uccidere)" dall'album omonimo uscito anch'esso nel 1986. La traccia si suddivide quindi in due sezioni distinte, dei 4 minuti e 10 secondi totali di durata, 2 minuti e 9 secondi vengono riservati a "Flag Of Hate" e 2 minuti esatti vengono dedicati a "Pleasure To Kill". Come è gia da subito evidente, le tracce originali sono state ridotte (abbondantemente) della metà della durata originale (da 4:41 a 2:10 per la prima e da 4:13 a 2:00 per la seconda). Come abbiamo appena visto nella cover precedente, l'arrangiamento originario non viene stravolto ma lievemente modificato in alcune parti per far sì che l'impronta dei Nostri sia sempre ben presente e non si scada in una cover fine a se stessa senza un barlume di personalità. La prima cosa che notiamo è come lo start di "Flag Of Hate" venga cambiato per quanto riguarda l'attacco iniziale di batteria prima dell'ingresso del riffing portante, togliendo così 4 secondi alla durata complessiva del pezzo (che ricordiamo subito essere stato ridotto della metà). I Rotting Christ optano quindi per un attacco diretto di tutti e tre gli strumenti, chitarra, basso e batteria così da risultare subito più incisivi e schietti. Ovviamente, stesso discorso fatto sopra, la definizione più curata nel sound generale è una delle poche varianti, ma qui di puro stampo tecnico, che i Nostri apportano al brano così come era nato. Come prima, anche lo stampo vocale più profondo e meno acuto cambia il mood del pezzo rendendolo più cattivo, inteso come più oscuro. Quello che resta sottointeso, ma lo scriviamo comunque, è che essendo stata apportata una riduzione della durata, questo brano appare nettamente più veloce rispetto a quello partorito dalla mente dei Kreator, dando vita ad una traccia che si presenta sotto una luce più battagliera e con un piglio più diretto, sempre verace e scarno, preciso e affilato. Comparandolo con la versione originale si sente come alcune parti del leitmotiv della canzone siano state ridotte ai fini di rendere questo medley il più serrato possibile e di come il passaggio che nell'originale avviene al minuto 2:04 in questa veste avvenga al minuto 1:04, facciamo riferimento a quando la canzone dopo l'iniziale sfuriata elettrica, lineare e concisa, senza troppe cerimonie, subisca un piccolo rallentamento che ne inasprisce i toni e questo cambio avviene in amniera quasi identica nella versione firmata Rotting Christ che rimane comunque più tetra, non certo meno violenta, ma è subito meno scarna e minimale. Viene anche tolta la prima variante "lenta" dell'originale che iniziava al minuto 1:19 e inoltre a farne le spese di questa scelta resta coinvolto anche l'assolo finale di chitarra che nella versione dei Kreator entrava in pista all'incirca al minuto 3:20 dopo un rapido assolo ritmico che spianava la strada alla parte finale della canzone. Una cover ben riuscita ma che in questa veste penalizza l'originale pur mantenendone lo spirito, come si diceva già prima. Al minuto 2:10 dopo un rapido stacco al minuto 2:09, quindi un break di pochi millesimi di secondo, la band ci proietta da "Flag Of Hate" a "Pleasure To Kill". Vediamo subito come la partenza del brano torni ad rispettata nella sua interezza e vediamo subito come anche vocalmente i pezzi siano quasi del tutto identici. Un'altra cosa che si sente all'istante, sempre comparando le due versioni della canzone è come ciò che nell'originale avviene entro i primi 50 secondi nella versione di questo EP avviene quasi nello stesso istante, secondo più secondo meno nonostante la versione proposta dal trio ellenico (quindi solo dai fratelli Tolis nei rispettivi ruoli chitarra/voce Sakis e batteria Themis con Mutilator al basso) abbia quell'oncia in più in fatto di ritmi serrati e oscurità dei suoni. Ma le somiglianze tra i due brani terminano subito perché come abbiamo già detto, la scelta di unire due pezzi in una traccia sola e quindi di ridurne la durata complessiva ha portato alla scelta di eliminare diverse parti dell'originale per favorire questa decisione, vediamo così che tutta la parte che caratterizzava il pezzo originario dal primo al secondo minuto sia stata tolta, penalizzando così il guitar-working che si trova privo sia del suo passo spedito (anche se lineare e senza la monima variante degna di nota) e del corposo assolo che scattava al minuto 1:29, vengono quindi cucite insieme le parti della traccia che andavano dal minuto 0:00 al minuto 1:00 con quelle che andavano dal minuto 2:30 al termine della stessa ma eliminando ciò che avviniva al minuto 3:09 quando la traccia riprendeva a correre senza freni. Una scelta che senz'altro favorisce lo stile personale del trio greco ma che toglie delle parti interessanti che sarebbe stato bello ritrovare, vista l'alto livello tecnico ed esecutivo dei Nostri. "Sopra la città, stasera qualcuno morirà". Anche in questo caso abbiamo un testo diretto e preciso che non consente interpretazioni ad alto tasso culturale a meno che non ci si voglia improvvisare intellettuali di alto borgo o sedicenti conoscitori dell'animo umano a tutto tondo. Si potrebbe andare a cogliere un certo senso di ribellione portato però all'estremo che sovverte le tematiche sociali di cui spesso il Thrash si è fatto portatore che vengono portate all'eccesso e si trasformano in un inno all'odio e all'aggressività. Il male è l'unico motore che tiene vive le parole di questa canzone, che quindi, come per la canzone precedente, si discostano dal livello di ricerca che i Nostri fanno per ogni singola canzone, che quindi si abbandonano ad una lirica immediata, magari un po' scontata e minimalista, ma la cui aggressività lascia trasparire tutto il suo messaggio, anche se impregnato di odio e violenza e immagini esplicite. "Tempo per alzare la bandiera dell'odio, distruggere la terra è il nostro unico obiettivo". Stessa cosa vale per la successiva "Pleasure To Kill" che in questo caso sembra essere la diretta continuazione di "Flag Of Hate".  Un testo semplice anche in questo caso che già all'epoca in cui il pezzo venne pubblicato (come tutto il resto del disco) dalla band tedesca fece storcere il naso ai "puristi del genere" per l'attacco violento e sfrontato di musica e testi a detta loro carente di perizia e di tecnica. Risultato? Non fregava niente a nessuno del loro parere. Come variante abbiamo quella del killer Non-morto che si alza dalla sua tomba per andarsene in cerca di nuove vittime, con il favore della notte in un crescendo di violenza e immagini splatter che darebbero fastidio a gente dallo stomaco troppo delicato. Il "Piacere di uccidere" viene decantato in tutta la sua gloria senza che riesca a trasparire un discorso più alto e profondo, ma solo una storia horror (da B-Movie) pura e semplice dove l'unico protagonista è l'assassino redivio armato solo del suo fidato coltello o della sua motosega preferita (qualche riferimento agli horror più popolari degli anni '70 e primi '80 è presente) tra urla e sangue finchè la sua sete non è placata e lui non sia pronto a tornare nella sua bara. "Il mio unico scopo è quello di prendere molte vite. Il mio unico piacere è quello di sentire molte grida, da quelli torturati dal mio acciaio. Il colore del tuo sangue nel tuo corpo aperto è tutto quello che volevo vedere. Piacere di uccidere". 

Conclusioni

In conclusione, senza girarci troppo attorno, questo EP (alla luce dei fatti, definirlo una compilation o qualcosa di simile è soltanto un errore), se vogliamo essere sinceri, come avevamo già visto per la compilation omonima del 1995, non aggiunge niente in termini di discografia e (ripetiamo nuovamente una formula già usata) la sua funzione principale, la sola che possiamo attribuirgli, come abbiamo detto in apertura, è quella di concederci una pausa dalla storia che stiamo raccontando per fare un passo indietro e permettere a chi già conosce la trama di ripassare le basi per affrontare i cambiamenti e a chi ancora non conosce la trama del racconto di recuperare le parti mancanti e mettersi velocemente in pari e in questo caso specifico di scoprire sia un brano che ancora non avevamo affrontato sia di scoprire un lato di questa band che giunge nuovo rispetto a quanto già visto. Ma a parte questo non ci fornisce altro materiale, inteso come materiale nuovo. Certo ci permette di guardare attraverso ciò che è avvenuto poco prima del capitolo che stiamo raccontando o durante lo stesso (se facciamo riferimento alle tre covers dei Kreator), però rimane comunque il fatto che questo EP rimanga in un certo senso esterno alla discografia, se accostato a quello di cui abbiamo parlato nei due articoli precedenti. Un episodio, quindi, che tutto sommato non ci fornisce nulla sotto quell'aspetto, come per la compilation già affrontata. Ci permette solo di ripassare la storia recente e aggiungere qualche tassello, nulla più di questo. Sarebbe anche, forse, esagerato parlare di "valore documentario". Tutto quel che dovevamo sapere, circa gli inizi dei Rotting Christ, è racchiuso in tanti capitoli già ascoltati e ben sviscerati in ogni minima particolarità. Un nutrito lotto di lavori che, del resto, parla da sé: abbiamo album e una compilation decisamente più sostanziosi di questo piccolo episodio, il quale - alla fin fine - potrebbe forse fare la felicità dei collezionisti più accaniti. Un pezzo raro da sfoggiare fra le fila della propria, personalissima raccolta di CD, tapes e vinili: insomma, un tassello prezioso solo per chi, in sostanza, ha a cuore il culto della collezione, del potersi accaparrare quanto più materiale possibile circa la propria band del cuore o comunque di una band simbolo di un genere musicale / movimento. Per queste persone, "The Mystical Meeting" potrebbe forse avere un valore ben più consistente di quello che, personalmente, mi sento di attribuirle. Un valore "normale", nulla in più e nulla di meno a tanti altri episodi simili visti in ogni genere, in ogni situazione più o meno simile a quella ivi riscontrata. Dovessimo parlare di "capitolo da avere", di "uscita irrinunciabile", il tutto assumerebbe contorni menzogneri ed oltremodo esagerati. Quel che abbiamo fra le mani non è altro che un episodio a sé stante, una piccola parentesi ben incastrata in una discografia monumentale. Non certo qualcosa di brutto, o che sia capace di sfigurare e far sfigurare altro; semplicemente, un EP gradevole, ma che lascia il tempo che trova, senza colpo ferire, senza troppi fronzoli od orpelli attorno ai quali star troppo a girare. Certo, l'inserimento dei rifacimenti ellenici di alcuni classici dei Kreator potrebbe in qualche modo avvicinare i fan più oltranzisti del Thrash e del Black, facendo in modo che i due mondi possano godere del loro giustissimo modo di convivere, facendo notare ai meno informati e più "chiusi" quanto un movimento possa tranquillamente ispirarne un altro, senza che vengano poste barriere o comunque limiti di sorta. Del resto, stiamo pur sempre parlando di due mondi strettamente connessi fra di loro, negarlo sarebbe oltremodo pretestuoso, significherebbe calarsi nella malafede più totale. Comunque la pensiate, questi omaggi parlano chiaro: tre cover ben eseguite, certo... ma che, tornando al punto cardine della questione, non bastano comunque a rendere la situazione di chissà quale vitale interesse.  Che possiate usarlo come recap o come soltanto un ascolto degno di un momento di relax, nessuno se ne curerebbe più di troppo. L'importante è che tutti abbiate ben chiaro quanto questo piccolo lavoro non possa di certo avere il peso o la rilevanza di ciò che lo ha preceduto. Acquistatelo o non acquistatelo, la vostra vita non cambierà di certo; qualora crediate di poter stringere fra le mani un pezzo unico ed incredibile, però... spiacente dirvi la verità, rimarrete delusi. Prendiamo dunque "The Mystical Meeting" per quello che, dopo tutto, è: un divertissement, o poco più.

1) Vision Of The Dead Lovers
2) The Mystical Meeting
3) Tormentor
4) Medley: Flag Of Hate / Pleasure To Kill
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