ROTTING CHRIST

The Mystical Meeting

1995 - Uniforce Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
13/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dopo esserci districati attraverso un album capolavoro del Black Metal come "Non Serviam" e il suo predecessore "Thy Mighty Contract", due capisaldi nella Storia del Metal nella sua frangia più estrema, dopo averne analizzato musica e testi, guardando nei dettagli parole e significati cercando nel migliore dei modi di estrapolarne i significati e i riferimenti intrinsechi al loro interno, è giunto il momento di compiere un piccolo "break". Un lavoro che ha richiesto un certo spirito nella ricerca di testi e riferimenti mitologici e capacità di "entrare" nella mente del gruppo per capirne lo spirito nel comporre le proprie opere in maniera tale da giungere ad un discorso lineare, che mettesse in chiaro ciò che la band narra nelle sue canzoni, anche nei testi più complessi a livello visivo. Concediamoci una piccola pausa dalla disamina della discografia album per album di uno degli act più significativi nella storia del Metallo più Nero e concediamoci un breve ripasso sulla storia fin qui narrata, rivedendo una fase precisa e indispensabile prima di proseguire il mistico viaggio attraverso il quale veniamo guidati, come fece Virgilio con Dante, dai Rotting Christ lungo la loro epocale carriera tra misticismo, esoterismo, mitologia, ribellione e poesia. Faremo in questa sede, un ritorno alle origini; passando dal sound di "Thy Mighty Contract", grezzo e infarcito di magistrali riffs Black Metal ispirati alla scena originale, che pervadono l'album dall'inizio alla fine, con già una certa propensione ad una certa classe nel comporre e nel creare le atmosfere e dal sound di "Non Serviam", pieno di melodia, atmosfera, parti veloci e lente, l'utilizzo accurato di tastiere (che donano un'atmosfera maestosa all'aria generale) e pesanti chitarre, evoluzione naturale di "Thy Mighty Contract", alla riscoperta delle origini più grezze ed istintive del combo ellenico. Questo nostro secondo passaggio lo faremo attraverso l'ascolto della prima compilation dei Nostri, licenziata dalla Uniforce Records nel 1995, l'anno successivo alla pubblicazione del capolavoro "Non Serviam". Questa prima compilation della band ellenica, "The Mystical Meeting" (una seconda con il medesimo titolo venne pubblicata nel 1997), il cui titolo viene tratto dall'EP "Passage To Arcturo",  EP che come vi avevamo già raccontato è l'anello di congiunzione tra il passato e il futuro dei Rotting Christ nonché capitolo indispensabile per capire il cambiamento stilistico avvenuto sia nello stile compositivo che esecutivo della band stessa, ci permette di fare, come annunciato in apertura, un piccolo ripasso (o una nuova scoperta) sui brani fondamentali del gruppo. Ripasso che faremo attraverso la rilettura e il riascolto dei brani tratti dall'EP sopramenzionato e dalla Demo del 1989 "Satanas Tedeum". Vedremo anche il passaggio da una formazione embrionale a tre all'ingresso delle tastiere con le quali si giungerà all'incarnazione definitiva del gruppo. Divideremo quindi questa compilation in due parti: nella prima ritroveremo i brani di "Passage To Arcturo", mentre nella seconda, non avendoli ancora affrontati precedentemente, analizzeremo per la prima volta in questa sede, i brani di "Satanas Tedeum". Quello che possiamo notare è come non siano stati effettuati stravolgimenti all'identità originaria dei pezzi, che sono rimasti puri e incontaminati e questo riguarda sia, come avete visto, i brani di "Passage..." sia i brani di "Satanas...". Un'altra cosa che si nota, osservando la scaletta, è come i brani vengano presentati prima nell'ordine originale per quanto riguarda l'EP, quindi: 1) Intro: Arch Golgotha (The Small One In The Cross); 2) The Old Coffin Spirit; 3) The Forest Of N'Gai; 4) The Mystical Meeting (Sevlesmeth Esoth Spleh Dog); 5) Gloria De Domino Inferi; 6)Inside The Eye Of Algond. Senza modifiche per l'ordine originale, mentre, nel secondo caso, ovvero per la Demo, vengono ribaltati totalmente; assistiamo perciò ad un cambio di posizione tra la penultima traccia e l'ultima che vengono messe ai primi due posti, tra la prima e la seconda che si spostano in terza e quarta posizione inserendo all'ultimo posto la terza traccia. Detta così potrebbe apparire un po' complicata da comprendere senza conoscere la Demo originale, andiamo allora sul pratico. L'ordine originale della tracklist era: The Hills Of Crucifixion; Feast Of The Grand Whore; The Nereid Of Esgalduin; Restoration Of The Infernal Kingdom; The Sixth Communion; mentre ora avremo: Restoration Of The Infernal Kingdom; The Sixth Communion; The Hills Of Crucifixion; Feast Of The Grand Whore; The Nereid Of Esgalduin. Terza cosa che salta all'occhio è come questi titoli (e come vedremo a breve anche i testi), abbiano al tempo (era il 1989 quando la band rilasciò la tape auto-prodotta di questa Demo) anticipato e marcato a fuoco le tematiche che avrebbero dato vita all'incarnazione definitiva (comprese le varie influenze che vedremo in seguito e che già in parte abbiamo accennato) dell'identità del combo ellenico, seppur in una veste ancora embrionale. Possiamo ora iniziare il nostro ripasso sulle origini dell'evoluzione dei Rotting Christ e la loro ascesa verso i gradini più alti dell'Olimpo del Black Metal. Come noterete sicuramente, la parte riguardante l'analisi degli aspetti musicali e lirici dell'EP non varierà di una virgola rispetto a ciò che molti di voi, nsicuramente, avranno già avuto modo di leggere su queste pagine, mentre per altri potrebbe essere la prima volta che si imbattono in queste canzoni.

Ach Golgotha

Partiamo dunque dall'introduttiva "Ach Golgotha (Il Calvario)" (oppure "Ach Golgotha (The Small One In The Cross)" tradotto semplicemente come "Il piccolo in croce") e quindi, ovviamente, con "Passage...". La nostra opener è una breve brano strumentale della durata di un minuto e dieci secondi che attraverso una struttura atmosferica dagli echi gotici giocata sull'uso di cori ieratici e ritualistici prima soffusi, poi dominanti e poi utilizzati come sottofondo fino a farli sparire, effetti vocali spettrali e maligni supportati da percussioni sinistre. Tutti questi elementi, ci accolgono nuovamente al varco dandoci modo di respirare ancora una volta quella che era l'aria che si respirava attraverso tutto l'EP. Notiamo ancora una volta (e ai fini del nostro ripasso non può fare che bene) il passaggio attraverso il quale veniva progressivamente mutato il sound e lo stile della band, specie prendendo come riferimento i precedenti "Satanas Tedeum" (di cui a breve analizzeremo come promesso i brani essendo presenti in questa compilation) o il primissimo "Leprosy Of Death" (Demo, 1989) dove era già presente una nota oscura ma l'approccio ancora diretto del Grind iniziale nascondeva quest'impronta che solo da questo momento iniziava a farsi strada e a prendersi lo spazio meritato. Tornando dunque a questa opener, in un rapido crescendo, quasi impercettibile se non si presta la dovuta attenzione, veniamo proiettati senza ulteriori preamboli verso la partenza ufficiale.

The Old Coffin Spirit

Partenza ufficiale affidata nuovamente a "The Old Coffin Spirit (Il vecchio spirito della bara)". I cori rituali utilizzati nell'opener ritornano in questa seconda traccia , creando così il giusto finale per la traccia precedente facendola confluire in questo secondo pezzo. Abbiamo quindi una rapida intro corale e atmosferica che viene subito raggiunta (e coperta, ma fino allo scoccare del primo minuto riesce comunque ad essere percepibile e fornisce il giusto apporto atmosferico al pezzo) da chitarra e batteria. Lo stampo dei riff e della batteria non è ancora definibile Black Metal ma è ancora decisamente improntato verso un Death Metal pesante e tagliente che ben si sposa con la vocalità di Sakis Tolis, che qui presenta ancora molti punti in comune, anche se il ruggito mantiene comunque un'impronta Death, con lo stile di cantanti della scuola Metal estrema nord europea come Attila Csihar o Varg Vikernes (giusto per fare un esempio). Questa introduzione del brano scorre in maniera abbastanza lineare senza particolari invenzioni o soluzioni, dove il riffing portante e la ritmica veloce ma a modo suo cadenzata e scandita dettano l'andamento del brano. Non ci sono quindi i blast-beat tipici del Black mentre la distorsione della chitarra è già più vicina all'impronta che avrà il sound della band ellenica già a partire dal primo album. Allo scoccare del primo minuto, il riffing portante rallenta leggermente e si avvicina di più all'incedere ritmico mentre intervengono (al minuto 1:15) le linee vocali ad incrementarne la ferocia della canzone. Come già accennato, le vocals sono cavernose e possenti e donano quell'aura nera al tutto. Questo primo minuto della traccia viene giocata sull'alternanza tra riffs e ritmiche che si spostano rapidamente dal mid-tempo al lento e cadenzato, senza pause o stacchi ma in maniera molto fluida creando una sensazione di velocità inusuale per lo stile scelto per questo frangente, sensazione accentuata dalle linee vocali. L'impronta sonora rimane sempre ancorata ad echi Death molto marcati ma che comunque risultano già più personali e tetri rispetto allo stile classico. Allo scoccare del secondo minuto, assistiamo al secondo cambiamento; ritmica e chitarra aumentano repentinamente la loro velocità, subito imitate dalle vocals, spostando quindi il mood del brano dall'oscuro all'aggressivo, anche in questo caso senza creare stacchi o discontinuità, ma sempre in maniera fluida nonostante la repentinità della manovra. L'accelerazione è notevole e presenta già (sempre tornando al discorso fatto in apertura) alcune delle caratteristiche che confluiranno nei lavori successivi. Torniamo a questa terza parte del brano. Minuto 2:00, tutto il comparto sonoro accelera. I pattern di batteria iniziano ad avere delle somiglianze con il blast-beat tipico del Black e la furia esecutiva di Themis Tolis dietro alle pelli è esplosiva. Ma non c'è solo velocità in questo passaggio. A partire dal minuto 2:20, la band, inizia a giocare con l'arrangiamento reinserendo le soluzioni utilizzate nel minuto precedente, ovvero quell'alternanza tra riffs e ritmiche che si spostano rapidamente dal mid-tempo al lento e cadenzato; questa "trovata" toglie linearità al muro sonoro e crea molto movimento mantenendo vigile l'attenzione di chi ascolta oltre che a creare il giusto coinvolgimento. Al minuto 2:44 (il momento esatto in cui le vocals terminano il loro lavoro nel brano e lasciano il posto ai soli strumenti) tutto rallenta nuovamente in maniera totale e la scena viene lasciata alla sola chitarra, per pochi secondi; al minuto 2:48 si riprende a crescere in velocità e tutto torna ad essere agguerrito fino al minuto 3:25 (notare come è mutata la suddivisione tra le diverse sezioni che compongono il brano, dalla divisione netta dall'inizio al primo minuto, poi da 1:00 a 2:00 e adesso da 2:44 a 2:48 e poi da 2:48 a 3:25) dove la tensione cala di nuovo, i ritmi rallentano e riff sembrano "ammorbidirsi" e i Nostri passano dai rimandi Death ad echi Doom (altra caratteristica che si ritroverà nei lavori successivi, compreso il debut-album già analizzato nel precedente articolo sulla band) che fanno apparire il muro sonoro ancor più pesante nel passo oltre che ulteriormente più cadenzato e marziale nella ritmica, che però si concede repentini stacchi più veloci di uno o due secondi, i riffs si fanno più grevi e sulfurei, apparendo subito più tetri rispetto al leitmotiv iniziale. Al minuto 3:50 i suoni si appesantiscono ancora di più diventando più lenti e dall'incedere più deciso accompagnando verso il finale (minuto 5:02) avvolgendo chi ascolta in una atmosfera soffocante e buia. "La mia anima trema, esalazione asfissiante. Una bara non coperta mi attira, strano richiamo mentre leggo il nome. Ora posso riposare nella mia nuova dimora. Sono il vecchio spirito della bara, maestro e schiavo sulla mia terra" Questo testo spiazza leggermente se si pensa a quali sono le tematiche tipiche della band: Anti-Cristianesimo, Occultismo, Mitologia Greca. Un testo che parla di un uomo la cui anima viene richiamata da una bara scoperta che lo reclama trasformandolo appunto nello Spirito della bara. Un testo strano che non fornisce elementi per troppe interpretazioni o ricerche di significati intrinsechi, a meno che non si interpreti l'aspetto gotico e orrorifico di questa canzone come la spiegazione dell'inizio di un viaggio extra-corporale verso una dimensione spirituale più alta, un richiamo che spinge dunque a voler abbandonare la vita mortale per varcare una soglia ben più impegnativa ed importante, che dà il LA per l'inizio del concept narrativo dell'EP. O più semplicemente, la storia di un fantasma e nulla più.

The Forest Of N'Gai

Arriviamo poi, seguendo l'ordine esatto dell'EP, a "The Forest Of N'Gai (La Foresta di N'Gai)". L'apertura riparte dal medesimo stile con cui si era concluso il pezzo precedente, quindi ancora all'insegna del Doom. Prima novità rispetto al duo iniziale l'entrata in partita delle tastiere di George Zaharopoulos che aggiungono alla tavolozza dei colori la giusta sfumatura in più al paesaggio sonoro che si inizia ad intravedere sulla tela, con un taglio già più epico. Il connubio tra la solennità delle tastiere, il taglio affilato delle chitarre e l'incedere ritmato di basso e batteria permette subito di respirare un'aria diversa in questo album, grazie a questo arricchimento del sound. In questa prima parte introduttiva completamente strumentale, porgendo bene l'orecchio, è possibile scorgere qualche sottile vagito Gothic Metal (anche questo lo rivedremo in seguito) nell'approccio tastieristico di Zaharopoulos che risalta immediatamente tra i granitici riffs e la ritmica decisa. Lo stile della parte introduttiva si trasforma ben presto nel leitmotiv del brano. Al minuto 0:26, mentre il tema strumentale prosegue, si fanno avanti le vocals che, come per il brano precedente, infondono subito, grazie al graffio e alla cavernosità, l'esatta dose di aggressività e oscurità che unendosi all'impronta alla base di questa traccia dà vita subito ad un certo senso di epicità. Ma non è l'unico tratto delle linee vocali. Al minuto 0:40 un improvviso rallentamento di ritmi e melodie, nonché del riffing principale, porta ad un cambiamento nell'apporto vocale, che passa dal cantato al recitato; rimanendo comunque grezzo e aggressivo. Questo rallentamento accompagna l'ascoltatore fino al minuto 0:55 (abbiamo quindi una sorta di break di 15 secondi che spezza abilmente l'incedere iniziale della traccia). Da 0:55 a 1:20 si riprende con il passo iniziale e dove le linee vocali rudi e grezze assumono caratteristiche prossime al DSBM (Depressive Suicide Black Metal o Depressive Black Metal) come abbiamo notato nella terza traccia del primo full-lenght dei Nostri, "Fgmenth, Thy Gift (Fgmenth, Il tuo dono)"; vocals quindi dalle caratteristiche acute e dal mood straziante che amplificano la già soffocante atmosfera della canzone. Al minuto 1:20 l'andamento generale rallenta nuovamente, ma senza l'intervento di parti "recitate", infatti in questo secondo break le linee vocali si interrompono a favore dei soli strumenti guidati dalle tastiere, decisamente più in evidenza rispetto alla triade chitarra-basso-batteria. Anche questo secondo intervallo dura 15 secondi (da 1:20 a 1:35). Giunti a questo punto ci si aspetterebbe una ripetizione della formula già utilizzata, la quale creerebbe un movimento lineare del brano ma non è questo il caso. Senza nessuno ritorno da parte delle vocals, la traccia si trasforma in un pezzo totalmente strumentale nel quale la band si diverte nel creare diverse variazioni di tempo e melodia. Andando nel dettaglio. Terminato il secondo intermezzo rallentato al minuto 1:35, l'arrangiamento riprende i tratti Doom del suo leitmotiv ma con una differenza nei patterns di batteria che invece che tenersi su uno schema ritmico uguale a quello già utilizzato variano tempo e velocità mentre i riffs e le tastiere proseguono sullo stesso percorso crescendo lentamente di intensità mano a mano che il pezzo avanza. Allo scoccare del secondo minuto il passo della canzone cambia ancora e si torna a frangenti lenti e cadenzati dove la batteria scandisce il tempo in momenti ben precisi e dove le tastiere si zittiscono lasciando la scena a chitarra, basso e batteria, il tutto fino al minuto 2:13 (possiamo quindi definire questa parte come il terzo break nonostante la formula sia in qualche modo cambiata) quando l'impronta varia ancora una volta e grazie al ritorno dei cori in sottofondo si sposta su connotati più ritualistici e solenni senza che ci sia una eccessiva modifica della melodia principale. Tema che a partire dal minuto 2:44 cresce sempre più in velocità, mentre i cori tacciono, fino al minuto 3:09, quando rientrano in scena i cori (che termineranno al minuto 3:34) ma la velocità dei riffs e della ritmica non varia rimanendo veloce e ben scandita. Questa sezione della canzone termina al minuto 4:00 quando subentra una nuova variante dovuta al ritorno in prima linea delle tastiere. Non c'è un grosso cambiamento nel lavoro chitarristico o nel lavoro della sezione ritmica che si riporta soltanto su un incedere rallentato e cadenzato già utilizzato in questa "The Forest Of N'Gai", ma l'apporto delle tastiere ripone tutto sul piano Epic Doom dell'apertura. Seconda "novità" all'interno di questa sezione è lo spostamento delle linee di basso dal secondo piano al primo piano, arrivando ad essere più in evidenza di fianco alle tastiere, permettendo di apprezzare la tecnica allo strumento di Jim Patsouris. Un duello che permette al pezzo di spostarsi dalla crudezza dell'impronta di base della band verso un approccio più aperto e quasi onirico che coinvolge e avvolge. Il finale non è però questo. Mentre questo frangente volge al termine, al minuto 5:13, quando sembra di essere arrivati al finale (visto il progressivo affievolimento dei suoni), si viene investiti da un'atmosfera simile ad una danza tribale fatta di percussioni ipnotiche ed effetti sonori che mischiano suoni e voci che invitano chi ascolta ad entrare, ormai rapito da questa danza, all'interno della foresta del titolo. "Tutti i messaggeri potenti, dal mondo dei sette soli alla terra. La foresta di N'GAI, dove arriveremo. Colui che non può essere nominato. ITHAKUA ti servirà, oh padre di milioni di delizie. E ZAAR sarà chiamato da ARCTURO. È l'ordine di OUME AT TUIL. Glorificherete AZATHOT. Insieme a TSHATHOGUA" Attraverso una serie di nomi ispirati a Lovercraft (Tshathogua (Tsathoggua), Azathot, Ithakua (Ithaqua), entità presenti nel Ciclo di Cthulhu), nomi verosimilmente inventati (Zaar, Oume At Tuil), mitologia greca (Arcturo il quale richiama Arcturus, Arturo, stella della costellazione di Boote, che secondo la mitologia greca fu la stella posta da Zeus a protezione della costellazione della sua amata Callisto (l'Orsa Maggiore) dalle ire di Era) ci viene descritto un viaggio mistico verso una sconosciuta foresta dove, probabilmente, si compirà un rituale che richiamerà sulla Terra potenti divinità attraverso le quali si potrà acquisire un infinito potere che metterà fine al gioco delle false credenze. Come già accaduto in un'altra canzone già analizzata nell'articolo precedente ("Fgmenth, Thy Gift"), non sarebbe da escludersi una sorta di tematica satanista nascosta tra le righe di questa canzone, tematica unita però ad una certa conoscenza in campo letterario nonché nell'interesse mostrato per la mitologia e i culti più arcaici.

The Mystical Meeting

Ci spostiamo ora (in questo caso) alla title-track di questa prima compilation: "The Mystical Meeting (L'incontro mistico)" oppure, come abbiamo visto, "The Mystical Meeting (Sevlesmeth Esoth Spleh Dog)". La partenza è nettamente più diretta rispetto alle tracce precedenti e riprende i dettami del Death più grezzo e viscerale che riporta subito alla memoria il primo Demo del gruppo, il già citato "Leprosy Of Death", dove i rimandi a band come Venom e Possessed erano tangibili e questi echi si rispecchiano anche nella partenza di questa quarta traccia di questo EP. Dall'attacco al minuto 0:45, la traccia scorre velocemente senza particolari soluzioni, con riffs granitici, linee di basso veloci e patterns di batteria veloci dove a comandare e a dettare il tempo è il doppio-pedale tipico del Death Metal, anche se non mancano sottilissimi echi Thrash Metal tra le pieghe di questa partenza. Fino al minuto 0:45, il brano scorre veloce con una ritmica decisa e martellante e un riffing serrato. Si percepisce sempre una certa ispirazione al Doom nel guitar-working (e questo possiamo già identificarlo, se non fosse ancora chiaro, come uno dei tratti distintivi dell'impronta dei Nostri) che aumenta l'oscurità del pezzo. Al minuto 0:45 (fino al minuto 2:25)  l'arrangiamento subisce un cambiamento radicale e tutto diventa lento, sulfureo, soffocante, con inserti di tastiera inquietanti, vocals recitate dallo stampo sinistro e rituale, il basso sale in primo piano divenendo la voce che detta il tempo e l'andatura. Gli echi Thrash e i rimandi Death scompaiono lasciando il posto alla componente Doom della band consegnandoci così un'impronta Black Metal già più personale, con una forte connotazione rituale. All'interno di questo quadro (da 0:45 a 2:25), assistiamo a ciò che avevamo sentito in "The Forest Of N'Gai", ma senza quel passaggio dal Doom al melodico/onirico nel suono, ma mantenendo quella vena nera e aggressiva che rapisce immediatamente. Ma il passaggio risulta subito più articolato nonostante al primo ascolto sembri lineare e posto su un unico binario. La prima sezione va dal minuto 0:45 al minuto 1:16 e gioca su una altalena di sali-scendi tra chitarra, basso e tastiera (la batteria subentra insieme alle linee vocali al minuto 1:02) che creano un moto ondulatorio ipnotico che si amplifica all'ingresso della batteria e della voce (di cui manca una trascrizione del testo per comprenderne le parole, l'unica frase riconoscibile è quella contenuta nel titolo, ovvero "Sevlesmeth Esoth Spleh Dog"). La seconda sezione parte al minuto 1:16 e vede un ulteriore rallentamento dei ritmi e appesantimento dei riffs con l'aggiunta, al minuto 1:44, di interventi spettrali della tastiera e di vocals sofferte racchiuse in un solo "urlo" anch'esso decisamente spettrale che si conclude in un «Sevlesmeth Esoth Spleh Dog» in growl che prepara alla chiusura di questo passaggio e prepara al passo successivo. Terminata quindi questa parentesi, al minuto 2:25 (siamo quindi alla metà del brano, secondo più secondo meno) il pezzo riprende a crescere in aggressività e velocità ritornando al mood iniziale, recuperando quindi quello stile tra il Death e il Thrash che aveva caratterizzato i primi 45 secondi. Facendo bene attenzione, è possibile captare il suono delle tastiere sotto al possente muro sonoro di chitarra e sezione ritmica, suono che diventa più nitido al minuto 3:10 quando l'arrangiamento compie un piccolo break e la tastiera può emergere. Questo nuovo rallentamento, segna un ritorno a ciò che avevamo sentito nella traccia precedente, questa volta con lo stesso spostamento dalla crudezza alla melodia grazie anche ad un assolo di chitarra rockeggiante e aperto, con una certa componente tecnica e virtuosa. Il rallentamento dura poco comunque e il pezzo, man mano che si avvicina alle battute conclusive riprende a crescere, non in modo eccessivo e mantenendo sempre l'apertura guadagnata in quest'ultima sezione. "Cerchio all'interno del cerchio. Le ore sacre vengono. La fase finale prima dell'incontro. Superare l'intera vita mortale oltrepassando la zona invisibile. Coloro che credevano seguono ora la luce, segnando la strada all'incontro mistico" Ecco che in questo testo troviamo la prosecuzione delle liriche precedenti. Troviamo ancora una vaga somiglianza con un testo successivo ("His Sleeping Majesty") dove la band prosegue nella narrazione del rituale raccontato nella traccia precedente.  Tutto è pronto per il mistico incontro con il Potente Signore che porrà fine ai falsi Dei e alle false credenze cristiane e come nel testo citato, quando i cristiani si accorgeranno di aver adorato il dio sbagliato, lo rinnegheranno seguendo la luce verso la strada giusta.

Gloria De Domino Inferni

Le battute conclusive vengono introdotte da "Gloria De Domino Inferni (Gloria al Signore dell'Inferno)",  intermezzo della durata di appena un minuto e 46 secondi. Dopo una rapida introduzione atmosferica composta dal sibilo del vento, al minuto 0:19 una delicata armonia di pianoforte si aggiunge al sibilo sinistro del vento, creando una seconda atmosfera, onirica e quasi romantica, che viene poi supportata (a partire dal minuto 0:39), in sottofondo, dalla chitarra distorta di Sakis. Al minuto 0:44 (fino al minuto 1:19) si inseriscono le liriche del brano; unico brano della scaletta i cui testi sono scritti e recitati in latino (anche se a ben vedere appare subito come uno scritto in un latino non proprio preciso e corretto). Quelle che ne scaturisce è una preghiera solenne che ben si sposa con il tipo di arrangiamento scelto. Al minuto 1:19 e fino al secondo finale, il brano rimane totalmente strumentale e l'aura sognante e per certi versi romantica che concede quell'attimo di respiro all'ascoltatore e amplifica la vena mistica e rituale che sta alla base della proposta della band. Inutile sottolineare che il guitar-working di questo intermezzo finale, apre, almeno come ispirazione, l'ultima traccia dell'EP. "Gloria al Signore dell'Inferno e della terra della vita comune degli ultimi. Ti lodiamo. Ti veneriamo. Ti adoriamo. Ti glorifichiamo. Grazie per la tua grande potenza

Satana Signore, Re dell'Inferno, Padre Onnipotente" Sempre rivangando parole già usate, va detto che tradurre correttamente questo testo è stato arduo; trattandosi di un testo che già in latino presentava delle imprecisioni che con una traduzione troppo sbrigativa, lo avrebbero fatto apparire incomprensibile. Quella che ne esce è una preghiera volta a celebrare quello che per molti rappresenta l'Avversario, il Nemico, ma che come sappiamo rappresenta invece la conoscenza e la ribellione. Una lode per magnificarne la grandezza. Questa traccia, liricamente, contiene una delle tematiche base che ritroveremo sovente nei dischi successivi. Stando alle liriche precedenti e alle successive, questo testo potrebbe sembrare discordante, ma alla luce di quanto emerso, è la giusta prosecuzione del rituale narrato, dove, senza nomi ispirati alla letteratura o riferimenti mitologici, viene dunque rivelato il vero protagonista. Un testo breve, anzi brevissimo, immediato, per niente complesso o criptico.

Inside The Eyes Of Algond

Chiudiamo la prima parte di questo ripasso sulla storia della band con quella che è stata l'ultima traccia di "Passage To Arcturo": "Inside The Eyes Of Algond (Dentro l'occhio di Algond)". Come accennato poche righe fa, lo start di questa traccia riprende dalla traccia precedente, soltanto per quanto riguarda il riff iniziale, concludendo quindi la sua introduzione rappresentata da "Gloria De Domino Inferni" e aprendo alle note finali dell'EP. La prima cosa che salta all'orecchio è la dominanza della batteria e del basso rispetto alla chitarra, la ritmica ha un volume più alto e copre quasi il riff alla base di questo sesto arrangiamento, rivelando una produzione non certo cristallina, ruvida e grezza ma comunque in linea con l'aspetto ancora fortemente underground di questo lavoro. Abbiamo subito una variante rispetto alle cinque tracce che hanno preceduto questa "Inside The Eyes Of Algond", immediatamente nei primi secondi. Una variante che ovviamente interessa il passo del pezzo e il suo stile. Fino al minuto 1:09, il brano scorre lungo un moto perpetuo in cui riff e ritmica procedono con la stessa struttura senza cambi, in maniera ridondante, lenta e cadenzata, dove persiste sempre l'impronta Doom e viene abbandonato (almeno in questa parte iniziale) il Death e il mood del brano perde in pesantezza, mantenendo una certa "oscurità" ma spostandosi verso un'apertura quasi scanzonata e ariosa, in netto contrasto con le vocals sempre ruvide e graffianti (le quali intervengono nel brano, in questo primo minuto, da 0:23 a 0:32). Al minuto 1:09 viene introdotto il primo assolo di chitarra (da 1:09 a 1:44), un assolo con un certo approccio più Rock e con un gusto arabeggiante che si discosta rispetto al groove della canzone, ben amalgamato con i riffs e con l'incedere ritmato, coperto purtroppo però dagli alti volumi della sezione ritmica che non lo fanno ergere nel modo corretto. Al minuto 1:43, la conduzione viene lasciata nelle mani della sola chitarra che ha così modo di far sentire la sua voce, raggiunta al minuto 1:49 dalla batteria che batte il tempo per la ripartenza generale di tutti gli strumenti (eccezion fatta per le tastiere, ancora assenti in questa canzone). Il secondo minuto sposta il tiro rispetto a quanto appena sentito, modificando nuovamente il tutto; di base l'arrangiamento rimane il medesimo ma vengono accelerati i tempi esecutivi e quindi il tutto viene percepito come più carico e tagliente rispetto all'andamento ritmato e rallentato. Anche in questo caso, gli interventi rapidi delle linee vocali servono ad imprimere più cattiveria al muro sonoro. La distorsione della chitarra (che in questa parte della traccia, riesce sempre più ad emergere sulla ritmica) riesce a rendere la canzone ancor più affilata, rimuovendo la vena aperta che dominava nel primo minuto. Giunti al minuto 3:19, veniamo colti improvvisamente da una nuova modifica; basso e batteria riprendono il dominio della scena prodigandosi quasi in una sorta di duetto, un assolo a due voci mentre i riffs proseguono con la stessa impronta denotando una certa ripetitività. La velocità decresce, non certo in maniera esponenziale, ma si riduce rispetto a ciò che si è sentito dal minuto 1:49 al minuto 3:19. Da 3:19 a 3:49 si viene progressivamente introdotti verso un ulteriore cambiamento di percorso, attraverso ritmiche sempre più cadenzate e riffs che rallentano progressivamente. Al minuto 3:49, quindi, tutto diminuisce ancora una volta, fino al minuto 4:28. Non si tratta certo di un rallentamento eccessivamente vistoso (altra caratteristica già notata nel debut-album se vi ricordate) ma la sensazione che si percepisce è quella di una improvvisa frenata e della ripresa sotto un passo felpato. A 4:28, la batteria inizia a crescere in velocità riportando in auge i connotati Death della proposta (udibili specie nei patterns di batteria più che nei riffs che restano improntati più al Doom), subito seguita anche dalla chitarra e dal basso. Una accelerazione che non dura troppo tempo, circa dieci secondi, da 4:28 a 4:39, quando si rallenta nuovamente in favore di un Doom pesante, soffocante, sulfureo e lento, con pochi spazi a cambi di tempo, tranne che per un progressivo alzamento dei toni che però non ne modificano l'impronta, nemmeno con l'ultimo rapido intervento vocale. Una traccia conclusiva che non è proprio il massimo, specie se paragonata alla precedenti, con delle buone idee ma non espresse al meglio. "Ho viaggiato con lui in dimensioni incontrollate. Kuntath il deserto gelido, oltre il cancello della chiave argentata. Sono arrivato a Kythal vicino ad Arcturo. Fino a Mnar e al lago della stanza. Fino a ky-yian e la mitica Karkosa. Fino a Yantith e Y'XA-NULEI. Vicino a Insmuth. Dentro l'occhio di Algond ho visto da lontano, sotto allo zodiaco, all'interno dell'occhio segreto. La stella di Famelot ,ho toccato la cima dell'albero"Liricamente potremmo dire che questa canzone riprende dalle precedenti "The Forest Of N'Gai" e "The Mystical Meeting" e conclude il concept. Siamo dunque giunti, narrativamente, all'acme, al punto focale, al culmine. Il rituale si è concluso, i Messaggeri sono giunti sulla Terra, la Foresta li ha accolti, il cerchio si è chiuso e la Via è stata aperta. Quello che ci viene ora raccontato, dopo la Lode al Signore dell'Inferno, è un viaggio attraverso le spazio e la mente, ovviamente attraverso luoghi inventati (ad esempio Kuntath il deserto gelido, o Carcosa ed Innsmouth, luoghi creati da Ambrose Bierce ed H.P. Lovecraft) dove esoterismo, mitologia, astronomia si mischiano nel creare la mappa di un viaggio onirico e dai tratti pagani dove la propria coscienza tocca il suo massimo apice e la mente si apre ad una più ampia conoscenza.

Feast Of The Grand Whore

Prima di passare alla seconda parte della compilation, troviamo due versioni live di due canzoni tratte rispettivamente dai due lavori in esame. Si inizia con "Feast Of The Grand Whore (Festa della grande puttana)" da "Satanas Tedeum" e "The Forest Of N'Gai" da "Passage To Arcturo". Queste due versioni live potrebbero essere risalenti (sempre dopo aver effettuato qualche ricerca nella rete) alle prime esibizioni dal vivo del gruppo subito dopo la pubblicazione di del debut-album. Anche per queste due versioni, la qualità della registrazione è molto bassa e per niente definita, ma ciò non impedisce di analizzare due canzoni da studio riproposte dal vivo. Iniziamo quindi da "Feast Of The Grand Whore". L'apertura, come vedremo in seguito nella disamina dell'album da studio, viene affidata ad un distorto accordo di chitarra che annuncia l'imminente partenza della possente scarica elettrica di cui sappiamo essere capace la band. Prima differenza tra questa versione e l'originale sta nella presenza delle tastiere che si inseriscono subito nel coadiuvare le chitarre, che come si sente sono almeno due contrariamente alla formazione su disco. Al tema principale si aggrega quasi subito anche la sezione ritmica con il suo incedere lento e marziale. Una apertura funerea che sembra emergere dall'Abisso più nero. L'apporto delle tastiere cambia molto l'impronta del brano a differenza di quello che a breve vedremo dell'originale e l'atmosfera che ne nasce è molto più ricca e ricercata, togliendo parte di quell'aura grezza istintiva che ne contraddistingueva le basi. Le tastiere rimangono presenti con il loro motivo ripetuto per quasi tutta la durata del brano, interrompendo la loro corsa solo negli ultimi due minuti (circa) dove il controllo rimane in mano alle chitarre, così come il riff portante e l'andamento delle ritmiche. Una canzone lineare in cui è assente qualsiasi variante o soluzione, in cui gli elementi sono pochi per trarne una analisi più approfondita che richieda più parole. Vocalmente appare a tratti sfuggente al contrario di cosa si sente su nastro, ma sicuramente la bassa qualità non permette di fruire dello stampo vocale nella maniera corretta, riuscendo solo a tratti ad ascoltarne il vero livello di immedesimazione nelle liriche. Ottimo l'inserimento dell'assolo melodico nell'ultima sezione del brano che al Black dagli echi Doom che costituisce le fondamenta di questo pezzo infonde quell'aria rockeggiante che ben si presta. Il secondo brano live è, come già annunciato, "The Forest Of N'Gai". Partenza diretta con le tastiere ben in primo piano come nella versione da studio. La partenza è direttamente collegata alla canzone precedente e questo spinge sempre di più a pensare che siano state estratte da un live del gruppo risalente (viste le fonti video trovate) al 1993 (o all'anno successivo). Elemento di questa canzone che avevamo già apprezzato nell'EP è il grande lavoro di George Zaharopoulos alle tastiere che aggiungono, anche in questo caso, alla tavolozza dei colori la giusta sfumatura in più al paesaggio sonoro dal taglio epico e vagamente sognante anche alla presenza di vocals agguerrite e maligne. Nell'ascoltare questa versione si nota subito come non siano stati fatti grossi cambiamenti all'arrangiamento che è rimasto inviolato a differenza della mutazione (seppur piccola) che ha visto protagonista la precedente "Feast Of The Grand Whore". Rimane però di un livello dieci volte superiore il lavoro alle tastiere che aumenta l'epicità globale del pezzo con soluzioni sonore più profonde e ricercate che ricordano molto da vicino le atmosfere di un capolavoro come "Dark Medieval Times" da cui sembra trarre spunto per l'esaltazione dei suoni, non a caso, nella parte finale di questa versione dal vivo, invece che una tastiera sembra di sentire un piccola orchestra di flauti.

Restoration Of The Infernal Kingdom

E ora passiamo alla Demo del 1989, "Satanas Tedeum".
Quello che stiamo per sentire è il primo passo verso quella svolta epocale che con "Passage..." avrebbe trovato l'energia necessaria per fare il salto evolutivo che ci avrebbe donato di una delle Pietre Angolari del Movimento Black attraverso la quale buona parte degli stilemi di base sarebbero andati a completarsi. Parliamo dunque dei primi segnali verso questa svolta stilistica attraverso cui, come appena detto, si vanno a delineare i tratti fondamentali, in cui la matrice del Grind della prima incarnazione va a stemperarsi all'interno di un guscio (Proto) Black Metal dando luce a cinque tracce in cui si mescolano ingenuità di una band ancora in fasce e una già possente forza creativa, la brutalità e una proposta davvero genuina e fresca. In "Satanas Tedeum", come già ripetuto nelle sedi precedenti, i Nostri sono ancora in cerca di una loro strada e iniziano questo percorso di ricerca, come vedremo di seguito, alternando veloci aggressioni sonore a rallentamenti che sfiorano l'alienazione. E si parte subito con gli accordi distorti e pesanti del riff di apertura di "Restoration Of The Infernal Kingdom (Restaurazione del Regno Infernale)" che ci fa ritornare alla prima incarnazione della band ellenica, quando lo stampo era più orientato al Grind e al Death. Un riff che pare doppiare se stesso, amplificando sia la cattiveria sonora, aiutata dalla produzione scarna e poco accurata, che l'oscurità su cui la band gioca per ancorare saldamente al terreno le proprie basi stilistiche. Ciò che ne nasce è una sorta di Black primordiale, barbaro e ancora immaturo misto ad un Death violento e d'impatto e ad amplificare questa sensazione ci pensa l'anno in cui questa tape venne data alle stampe, ovvero il 1989, quando ancora i due generi non avevano ricevuto la giusta separazione per quanto riguardava il loro sound principale e quindi non erano ancora ben differenziati e uno convogliava nell'altro e viceversa. L'influenza di gruppi cardine (ed iniziatori del Metal Estremo) come Bathory, Venom, Possessed e, ovviamente, Celtic Frost era ben in evidenza sia in questa traccia sia in tutto l'album. Riprendiamo dall'attacco della traccia. Dopo soli 18 secondi, al riff di partenza ad opera di Sakis Tolis, si aggiunge immediatamente la sezione ritmica gestita da Themis Solis e Jim Patsouris che alzano ulteriormente il mood violento e diretto della canzone ancor prima che le vocals si inseriscano sull'arrangiamento. Una violenza sonora che si manifesta attraverso un andamento rallentato che diventa subito ipnotico e disturbante, arrivando al punto che la batteria rimane l'unico dei tre strumenti a mantenere una sua identità mentre basso e chitarra si confondono l'uno con l'altra dando il via ad una cacofonia in cui si respira tutta l'innocente ignoranza di una band che muove i primi passi su un terreno arduo. Poco prima che il contatore dello stereo segni il primo minuto, a 0:50, entrano in campo le linee vocali e il groove della canzone si sposta di qualche passo verso il Black degli anni a venire. Una voce cavernosa ed energica che investe l'ascoltatore lasciandolo steso al suolo. Con l'attacco vocale che alza l'asticella dell'aggressività, anche il comparto sonoro subisce una veloce virata e si assiste ad una piccola accelerazione, specie nella chitarra, mentre la ritmica, seppur più veloce, mantiene il suo andamento scandito e cadenzato. Questo andamento, a cui anche l'apporto vocale segue le linee dettate amalgamandosi correttamente ad esso, prosegue senza sorprese fino al minuto 1:34 quando una seconda sterzata rimescola nuovamente le carte sul tavolo portando il brano ad una accelerazione totale ancor più orientata al Black, annullando quasi del tutto lo stampo Death percepito inizialmente. La tecnica è ancora molto acerba e la cura (teniamo sempre in considerazione le strumentazioni di registrazione e missaggio disponibili all'epoca) nel suono non è ancora definita e "pulita" ma l'energia e l'attitudine che il gruppo investe e mette in questo brano è lodevole e di certo rivela già tutta la tenacia e la conoscenza che solo dai lavori successivi verrà snocciolata in maniera sempre più attenta (ricordiamo che solo dal successivo EP sopra raccontato, il gruppo sceglierà di inserire in formazione un tastierista con cui arricchire il sound di base) e meno scarna. Al minuto 2:50, quando manca poco alla fine del pezzo (circa 3 minuti e 10 secondi), assistiamo ad un nuovo cambio che vede la velocità del frangente precedente alternarsi, molto fluidamente, con continue interruzioni e breaks, repentini e veloci che danno movimento (e al primo ascolto disorientano) al leitmotiv di questa traccia accompagnandolo verso la conclusione. "Oscuri angeli sconsacrati caduti da secoli, oscuri guerrieri celebrano l'adorazione. Ultimo trionfo nel nome del nostro Maestro. Bassa la foresta che lo Ascolta il vento. Ascolta i lupi. La Bestia Gloriosa mezzo uomo mezzo lupo" Se spostate per un momento l'attenzione al concept contenuto nell'EP qui sopra, noterete subito una piccola affinità con alcuni riferimenti a certe parole, una su tutte: FORESTA (ora "Bassa la foresta che lo chiama" / prima "La foresta di N'GAI, dove arriveremo"). Mentre leggendo, troviamo rimandi al futuro del gruppo, inteso sempre per i testi. Si ha subito l'impressione, per riprendere il discorso fatto inizialmente, che sia questa Demo che l'EP abbiano fatto da apripista per ciò che sarebbe avvenuto dopo e anche di come questa Demo sia stata l'iniziatrice di quello che l'EP avrebbe narrato nei suoi testi, ma anche di quello che avremmo visto nel secondo full-lenght del gruppo. Quella che leggiamo è la storia di un gruppo di angeli caduti (vi ricorda niente?) che si trasformano in oscuri guerrieri pronti a sguainare la spada per Colui che li guida. Lo invocano a gran voce dalla foresta più bassa e fitta reclamano la loro vendetta, pronti all'ultimo trionfo mentre il vento e l'ululare dei lupi annunciano l'arrivo del Maestro, che si manifesterà sotto la forma di mezzo uomo e mezzo lupo e guiderà l'assalto finale.

The Sixth Communion

Procediamo con "The Sixth Communion (La Sesta Comunione)". Quella che fu la canzone finale di una Demo che dopo ventotto anni non ha perso smalto e carisma, si apre riprendendo dall'ultima parte della canzone precedente come in origine. Abbiamo quindi un guitar-working distorto e tirato cucito su una ritmica più marcata e scandita. Un'introduzione marziale e trascinante che attraverso pochi elementi, senza ricorrere a soluzioni di sorta o inutili orpelli, conduce attraverso tutto il primo minuto del brano. Allo scoccare esatto del primo minuto, un brusco rallentamento globale getta una luce diversa sulla traccia. Mantenendo intatto il ritmo che non subisce cambi, il riffing rallenta e muta l'impronta del tema portante portandosi dietro un'aura nera che fa virare lo stampo più diretto e tagliente dell'attacco iniziale. Sul piano della distorsione dello strumento non cambia nulla ma il cambio della velocità delle pennate sulle chitarra modifica il mood della traccia per questo frangente. Cambiamento che accompagna per soli 30 secondi quando al minuto 1:30 la chitarra cambia nuovamente velocità e torna ad essere aggressiva mentre il groove del brano, per ciò che riguarda basso e batteria, si fa ancora più scandito e definito, spianando rapidamente la strada per l'ingresso della voce (minuto 1:38) che si inserisce subito alla perfezione nel muro sonoro dove la ritmica, appena la voce inizia, segue immediatamente lo stile della chitarra doppiandone la velocità. Quello che abbiamo è un brano dove i canoni del Black Metal sono già ben presenti e rispettati. Gli interventi vocali sono molto rapidi e lasciano più spazio alla strumentazione. Al minuto 2:24, veniamo sorpresi da un lavoro di basso che crea un movimento all'interno dell'arrangiamento che al primo ascolto spiazza l'ascoltatore; sul riff portante che non frena la sua corsa, viene cucito un contro-riff di basso che prende le redini del pezzo e ne detta il ritmo, subito seguito dalla batteria. Troviamo quindi un ritorno alla ritmica iniziale ma con un tocco modificato che mette in risalto il basso che riesce a sovrastare anche la chitarra. Una trovata stilistica davvero ben riuscita. Al minuto 3:20, quando manca poco al termine della traccia, gli strumenti si amalgamano nuovamente in un unico muro sonoro e lo scettro del comando torna nelle corde della chitarra che aprono all'ultimo intervento vocale (il precedente era terminato al minuto 2:15) che accompagna al termine del pezzo (3:55) dove non troviamo ulteriori varianti o soluzioni. Un pezzo solido che scorre veloce e serrato anche nei cambi di tempo. Per ciò che concerne il testo di questa canzone, vi sarete sicuramente accorti che non è stata riportata alcuna lirica per questo brano è c'è un motivo preciso; dopo diverse ricerche pare che nessuno, nessuno, abbia avuto (detta così potrebbe sembrare una esagerazione) il permesso di vedere le parole, in quanto i testi sono legati da un lato all'occulto (ma questa è una caratteristica tra le principali della carriera dei Nostri e fino ad ora è stato un tratto distintivo del loro livello di conoscenza culturale) ma soprattutto il permesso non è mai stato concesso in quanto le liriche della canzone sono legate alla vita privata del loro autore e pare sia proprio per questo motivo che ne è stata vietata la riproduzione scritta.  Non è dunque così facile ghermirle dalla registrazione, complice la produzione "fatta in casa" e la registrazione non proprio ottimale (ma che resta comunque quella più appropriata per questa Demo). Rimarrà sempre e per sempre l'impossibilità di sapere cosa la cavernosa voce di Sakis Tolis narri in questo pezzo.

The Hills Of Crucifixion

Continuiamo con "The Hills Of Crucifixion (La collina della Crocifissione)". La partenza di questo brano non è di facile connotazione. Un'intro lenta e scandita che sembra preparare ad una scarica elettrica devastante ma che al suo interno riesce a combinare riffs distorti su patterns di batteria in mid-tempo su cui poggiano riffs di basso che appesantiscono e delineano ancor di più l'aspetto soffocante e plumbeo con cui questa canzone, in origine opener della Demo, inizia. Un inizio che ascolto dopo ascolto pare ricordare la partenza di "Non Serviam", seppur molto alla lontana, confermando il fatto che questa già questa Demo e l'EP rivisto prima contenevano le basi di ciò che sarebbe nato dopo. Al minuto 0:30, l'atmosfera generale si fa ancor più pesante grazie ad un rallentamento ulteriore della ritmica (mentre il riffing principale non frena la sua corsa). Rallentamento che dura fino al minuto 0:40 quando batteria e basso raggiungono, istantaneamente, la medesima velocità della chitarra, dando vita a quella scarica elettrica devastante che si prevedeva all'inizio. Al minuto 0:50 entrano in scena le vocals che con il loro stile cavernoso e profondo, unito ad una velocità di parola uguale al comparto sonoro, incrementa la cattiveria della canzone che sembra quindi rivelare la sua vera identità. Come per la precedente, gli interventi vocali sono rapidi e distribuiti con perizia chirurgica in modo da dare ampio spazio alla musica. L'impronta serrata e di chiara ispirazione Black Metal della prima ondata prosegue fino al minuto 1:30 quando una sterzata verso lo stile con cui si apre questa traccia. Come in precedenza, il guitar-working non varia in maniera significativa mentre la ritmica cambia andamento rendendo il tutto quasi più rockeggiante e cadenzato, in special modo dal minuto 1:50 quando questo cambio risulta più netto e marcato. Un andamento che lentamente porta la traccia ad diminuire sempre di più la velocità d'esecuzione arrivando a diventare sempre più greve e sulfurea. Questa sezione della traccia prosegue fino al minuto 2:44 quando i Nostri tornano ad affondare il piede sull'acceleratore creando una serie di riffs e di ritmiche martellanti che cambia ancora una volta il mood del brano segnando (minuto 2:50) il ritorno delle vocals che come per la precedente si inseriscono nell'arrangiamento e conducono verso le battute finali (3:12) senza che si presentino nuovi cambi. "Il cielo sanguina stasera. Separazione degli Dei, grida di blasfemia (sulla collina centrale). Fantasma divino, nera la croce, sanguinante la spina. Il corno sagomato contro il Santo Figlio. Landa infernale. Grida il cielo... è stasera o ieri? Blasfemia nella terra divina, la Terra Santa è offesa. Luce sabbatica, è il fulmine finale" Questo testo risulta fin troppo facile da interpretare, ad una prima lettura almeno. Si vede subito, che le parole scritte ci narrano di un fatto preciso le cui fonti sono facilmente reperibili: la Crocefissione, il Golgota, il Calvario. Un testo che possiamo suddividere in due parti; nella prima lo sguardo di chi narra ci porta ad osservare, con fare sadicamente compiaciuto, quello che sta accadendo sulla collina su cui ci ritroviamo, mentre il cielo versa lacrime di sangue e salgono ad esso urla blasfeme sulla croce ormai tinta di nero, altro sangue viene versato dalla corona di spine stretta sulla testa del "Santo Figlio" ormai prossimo a cadere nelle acque dello Stige; ma mentre ciò accade, mentre le grida blasfeme si fanno sempre più forti tanto da recare offesa alla terra dove si trovano, il fulmine finale investe la collina e una strana luce illumina la vallata mentre una nera figura risale dall'abisso pronta a riprendersi il suo posto. A questo punto risulta praticamente impossibile non rendersi conto che ci troviamo davanti (riferendoci all'epoca in cui uscì questa demo-tape) ad una delle prime lodi a Lucifero scritte dalla band ellenica. Lodi mai troppo dirette o platealmente infarcite di luoghi comuni, ma sempre scritte in maniera colta, diretta ma intelligente.

Feast Of The Grand Whore

Giunge ora il momento dell'oscuro rituale nascosto tra le pieghe sonore di "Feast Of The Grand Whore (Festa della Gran Puttana)". Lo start di questa penultima traccia è immediato ed è affidato ad un distorto accordo di chitarra che sembra annunciare un'imminente uragano. Accordo che si trasforma nel riffing principale del pezzo al quale, dopo quindici secondi, si aggrega la sezione ritmica con il suo incedere lento e marziale. Una apertura funerea che sembra emergere dall'Abisso più nero. Su questo progredire di atmosfere e suoni oscuri, al minuto 0:34 vengono aggiunte le voci che rendono il tutto più tetro e tagliente. Quello che ne nasce è un qualcosa tra il Doom e il Black, dove l'ipnotico, l'acido e l'onirico del primo si fondono con la rituale malignità del secondo, un matrimonio tra due stili musicalmente diversi che però riesce perfettamente. Una scelta musicale che attraversa tutta la canzone senza cambiamenti, anche minimi, contrariamente alle precedenti. Un pezzo lineare che però mette in mostra le qualità compositive del (allora) trio ellenico nel miscelare più influenze, rientranti più o meno nella stessa cerchia per quanto riguarda suoni e atmosfere possibili, per dare forma alla giusta amalgama che possa rappresentare il loro stile esulando quanto più possibile le bands di riferimento. Al minuto 2:24 a rendere sempre più mistico e rituale il pezzo troviamo un inserimento dai toni ieratici e suggestivi che può essere definito come un coro oppure un certosino lavoro di tastiera non accreditato a nessuna guest o membro del gruppo e non riportato nemmeno sulle copertine dell'epoca, comunque un accorgimento ottimo all'interno del comparto sonoro. La ciliegina sulla torta che decora nella maniera più appropriata una traccia che come abbiamo visto, salvo l'incipit, prosegue su un binario unico. "AncoraAclo Savaoth soth, il capitolo finale. Venti Ancoraagghiaccianti, ricompensa attraverso il sangue umano. Narahousa ha stupito e disonorato cantando antichi salmi necrofili. Essi percorrono senza paura il marmo mistico. Contrassegnare il punto di voris. Nella polvere di IBN Gazi aspettano in silenzio il sacrificio criptico. Trasformata nella lepre alata, galleggiare in zone remote distanti. Imparare il parallelo di Y'R, accogliere la grande puttana di Babilonia" Se escludiamo immediatamente il fatto che leggere"Aclo Savaoth soth - Il capitolo finale" ("Aclo Savaoth soth - The Final Chapter") spinga subito a pensare all'album omonimo della seconda formazione greca più influente della Scena Estrema, i Varathron, uscito però nel 2009, che non fa altro che fuorviare, specie se non si conosce questa Demo (uscita per altro nello stesso anno in cui la band citata vedeva la luce), dobbiamo subito prendere atto che la possibilità di trovarci di fronte ad un testo dai riferimenti complessi. Primo nome che salta all'occhio è IBN Gazi, più verosimilmente (spesso i testi riportati presentano degli errori) inteso come Ibn Ghazi, personaggio che appare nel racconto "The Dunwich Horror" di H.P. Lovercraft (1929), non per niente, il testo originale della canzone cita alla lettera: "powder of IBN Gazi". Abbiamo quindi un elemento (già ritrovato all'interno delle liriche della band) dove riferimenti ad una certa branca della letteratura, fungono da sfondo su cui viene dipinta la trama della storia. Abbiamo quindi dei rimandi a Lovercraft (la stessa frase"Aclo Savaoth soth" potrebbe benissimo essere tratta dal Ciclo dei Grandi Antichi) che ci catapultano in una storia tra il mistico e il rituale dove attraverso un sacrificio di sangue e arcaici canti salmodianti che richiamano i morti (altro riferimento alle opere di Lovercraft e al Necronomicon). Al pari di "Thy Mighty Contract" in "The Sign of Evil Existence (Il Segno dell'Esistenza del Male)", l'Universo Lovercraftiano funge da veicolo attraverso cui si snodano le intricate trame del pensiero dei Nostri. Ma quale è lo scopo di questo rituale sacrificale attraverso cui, con il dono di sangue umano (probabilmente ad essere sacrificato è stato o stata Narahousa unico nome attribuibile ad un essere umano all'interno del testo, ma potrebbe benissimo essere anche il sacrificio di un'intera comunità che si è trovata inimicata le divinità adorate. Non essendoci un riferimento su cui poggiarsi, ogni interpretazione diventa possibile) e agli antichi salmi, richiama in questo mondo da universi distanti, sotto la forma di lepre, la Grande puttana di Babilonia (spesso usato, nella Bibbia, come riferimento diretto alla stessa capitale babilonese che si considerava pari o superiore a Dio stesso), la meretrice che a cavallo della Bestia a Sette Teste spalancherà le porte all'Apocalisse e alla vittoria di Lucifero sulla Chiesa.: "Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: "Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione. L'angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Cristo."
Che festa sia per la Grande Meretrice.

The Nereid Of Esgalduin

Arriviamo alla chiusura di questa prima compilation dei Rotting Christ con "The Nereid Of Esgalduin  (Il Nereide di Esgalduin)". Si parte subito all'insegna del Black più primordiale e viscerale possibile con chitarre e ritmi subito serrati e agguerriti, che ricordano ancora gruppi cardine, intesi come iniziatori, della Scena Estrema come Venom e Bathory. Questo attacco diretto non subisce varianti e i tre strumenti si mantengono sullo stesso percorso fino al minuto 0:22 quando assistiamo al primo cambio di marcia dove sul riff principale viene assemblato un secondo riff (presumibilmente attribuibile al basso che come in "The Sixth Communion" prende il comando del ritmo) subito imitato dalla batteria che al blast principale inserisce rapidi stacchi sul battere del secondo riff. Ma tale variante dura poco meno di dieci secondi e già a 0:31 il bastone del comando torna nelle mani della chitarra che porta tutti verso una continua e costante accelerazione che investe in pieno volto chi ascolta e non ammette rallentamenti ma dopo soli 10 secondi ancora la batteria toglie il controllo alla chitarra e fa rallentare (non in maniera troppo esponenziale) lo stampo di tutto l'arrangiamento, linee vocali comprese che subito si adattano al percorso intrapreso, nonostante la chitarra non molli la presa e prosegue imperterrita nel suo riffing serratissimo e  "malato". Ma pure questa seconda ribellione non riesce a durare per troppo tempo e al minuto 1:05 il tutto torna oscuro, battagliero e tagliente come era in apertura a questa traccia. Questa scelta ha già dato vita ad un movimento intrigante e coinvolgente che mantiene viva l'attenzione sul brano. Il suono rimane sempre (vale anche per le altre tracce) molto scarno e ancora acerbo ma la grande carica che la band investe nel confezionare questo brano dimostra tutta la loro attitudine e questo continuo cambio di ritmi in rapida successione, riprendendo un discorso già fatto in questa sede, anticipa alcuni dei tratti che verranno evidenziati in modo più marcato e definito nei lavori successivi. Torniamo al pezzo. Siamo al minuto 1:05 e veniamo nuovamente atterrati da una scarica elettrica che non ammette prigionieri. Ad incalzare ancora di più il tutto, tornano, dopo una breve pausa di 5 secondi (da 1:05 a 1:10) con una potenza che niente ha di umano le vocals che con il loro ruggito profondo pongono l'accento sull'atmosfera generale della canzone. Il secondo elemento che rende il tutto ancora più oscuro e il secondo riff che va ad aggiungersi a quello principale (la registrazione rende un po' complicato capire se si tratti sempre della chitarra o se sia nuovamente il basso, ma più verosimilmente si tratta della chitarra) che inserisce quella nota nera che appesantisce ulteriormente e dona ancora più lustro all'impronta personale della band. Al minuto 1:50 si viene avvolti da un fulmineo assolo di chitarra distorto, acido e dalla precisione chirurgica che ben si presta allo svolgersi lineare di questa parte del brano, che non ha presentato ancora alcun tipo di variante, rimanendo sullo stesso binario e procedendo a testa bassa. Al minuto 2:14 un improvviso abbassamento dei toni e della velocità ci colpisce come un fulmine a ciel sereno e dalla violenza di una scarica ad voltaggio ci ritroviamo catapultati in una terra dove si mischiano ritualità, oscurità e a voler vedere anche un tocco di malinconia; un paesaggio musicale fatto di ritmiche cadenzate e scandite con un riffing lento e marcato anche se mantiene intatto il tremolo tipico del Black. Su questa trama intrigante che subito si stampa nella mente, come per "The Feast Of The Grand Whore", a rendere sempre più rituale il pezzo troviamo un inserimento dai toni ieratici e suggestivi, un coro (oppure, come sopra, un certosino lavoro di tastiera non accreditato a nessuna guest o membro del gruppo e l'effetto rimane comunque ottimo) che ci riporta subito a quell'impronta mistica e onirica che diventerà uno dei marchi di fabbrica dei Rotting Christ nei lavori successivi. Quando sembra che nient'altro possa venire aggiunto, che non ci possano essere altre mutazioni e quest'ultimo cambiamento ci porterà fino al finale del brano, ecco che quando mancano poco meno di una decina di secondi alla fine (minuto 3:47) un'ultima e sfrontata sferzata elettrica veloce e tagliente pone il suo sigillo e chiude nel migliore dei modi questa compilation."L'acqua scatenata di Esgalduin. La sposa maledetta della piramide, un corpo al nereide di Esgalduin. Dopo il vento appare. Bacio insanguinato sulle labbra, indossa la corona di bellezza. Ossessionato dalla sete del potere" Per poter affrontare quest'ultimo testo, bisogna prima chiarire due cose, due elementi, primo cosa sia il Nereide di cui si parla e secondo cosa sia Esgalduin. Andiamo per ordine: nella mitologia greca, con Nereide, s'intende ciascuna delle figlie di Nereo, divinità del mare tranquillo, benigne agli uomini; mentre Esgalduin, dopo una cospicua ricerca, risulta essere uno dei fiumi del Doriath, "the river under shadow" il fiume sotto l'ombra in lingua elfica, separante le foreste di Eldoreth e di Reion, nonché affluente del Sirion. Ma non si tratta di luoghi realmente esistenti che avete potuto notare, bensì di luoghi che trovano il loro habitat all'interno degli scritti di J.R.R. Tolkien risalenti al periodo che va dagli anni '50 agli anni '60. Ora che siamo al corrente di queste due cose, sorge spontanea una domanda: «Ma quindi come possono essere uniti questi due differenti elementi?». Quello che dobbiamo fare ora è capire quale sia il racconto che i Nostri intendono fare. Come possiamo unire mitologia e narrativa fantasy? Dunque, una seconda parola ci potrebbe venire in contro per trovare un possibile nesso tra le due cose: PIRAMIDE. Si parla anche di una sposa, "la sposa maledetta della piramide".  A questo punto però si ha come l'impressione di essere rimasti bloccati contro un muro, la strada appare bloccata. L'abilità dei Nostri di creare testi criptici che obbligano a cospicui dispendi di sudore e fatica per arrivare a sbrogliare la matassa in maniera tale che il tutto abbia un senso. Nelle acque impetuose di Esgalduin la sposa rinchiusa nella piramide darà corpo al figlio delle acque, egli, portato dal vento, indosserà la corona e con un bacio insanguinato sazierà la sua sete di potere. Alla luce di questo, cosa ne risulta? Un nuovo Re sta per sedersi sul trono che gli spetta.

Conclusioni

In conclusione, senza girarci troppo attorno, questa compilation - se vogliamo essere sinceri - non aggiunge niente in termini di discografia e la funzione principale che possiamo attribuirgli, come abbiamo detto in apertura, è quella di concederci una pausa dalla storia che stiamo raccontando per fare un passo indietro e permettere a chi già conosce la trama di ripassare le basi per affrontare i cambiamenti e a chi ancora non conosce la trama del racconto di recuperare le parti mancanti e mettersi velocemente in pari. Una sorta di valore "documentaristico", quindi. Una sorta di "replay" in attesa di una portata ancor più grande di quelle contro le quali già siamo incappati. Una compilation che potrebbe benissimo, se non proprio rimpolpare la collezione di un "maniaco" dei Rotting Christ, quanto meno sfamare chi della suddetta band si trova abbastanza a digiuno. Questo lavoro, dopo tutto, ripercorre alcune tappe fondamentali per quel che sarebbe stato il futuro a venire, e non si può dunque escluderlo a priori, limitandolo nel calderone della compilation fine a se stessa. Abbiamo fra le mani un prodotto certamente riepilogativo ma non totalmente "inutile" nel senso stretto del termine, in quanto (e lo ripeto) un neofita potrebbe trarre da esso un più che discreto giovamento, qualora volesse approcciarsi ai nostri greci in maniera "cronologica" ed eziologica, andando a riscoprire le cause, valutando poi gli effetti piazzandoli sotto un'altra luce, avendo ben chiare le dinamiche che di fatto trasportarono i Rotting Christ da un inizio più d'impatto e "scarno" ad un qualcosa di decisamente più personale, ricercato e particolare. Del resto, partire alla ricerca di un gruppo presuppone un cammino che sia quanto più dettagliato ed importante possibile. Le origini vanno comprese e studiate attentamente, dato che è ciò che siamo stati - in larga parte - a determinare ciò che poi diventiamo, nel corso degli anni. Provando, mettendo sul piatto idee e progetti, vedendo di prendere del buono da ogni situazione anche se quest'ultima si rivelasse diametralmente opposta ad una precedente. Questo discorso messo da parte, è pur vero che "The Mystical Meeting" non ci fornisce altro materiale, inteso come materiale nuovo. Certo ci permette di guardare attraverso quale passaggio è avvenuto lo sconvolgimento epocale che ha portato la band ellenica a passare dal Grind, al Death al Black nel giro di pochissimi anni (dalla fondazione nel 1987 fino al 1994, per rimanere nell'ambito di ciò che abbiamo già visto e ascoltato) riuscendo subito ad affermarsi tra le migliori realtà del Movimento Black. Ci permette anche di gustare del tiro in sede live dei Nostri che come abbiamo visto danno ampio spazio alla ricerca sonora che diverrà parte integrante della loro ventennale carriera. Però rimane comunque il fatto che compilations come queste permettono a chi non conosce la band di approcciarsi ai loro primi passi e chi li annovera tra le proprie bands preferite di ripassarne i momenti più importanti. Altro tratto che viene comunque rimarcato e come i due dischi qui raccolti, presentano un suono oscuro e in entrambi i casi grezzo e evocativo, un sound che anticipa quel suono epocale la cui oscurità sarà per sempre ritenuta un capolavoro assoluto della musica nera. Gli esordi della carriera dei Rotting Christ, conservano (come ribadito più volte) ancora un suono prettamente Death, sporco ed istintivo. "Passage to Arcturo" presenta suggerimenti su una visione musicale comunque più ampia complice l'uso delle tastiere, i ritmi studiati in maniera intelligente e linee di basso che unite al lavoro chitarristico giocano un ruolo importante nel proporre l'impronta Doom / Death che pervade i solchi di questo disco, come avevamo detto, mentre "Satanas Tedeum" è ancora carico di quella sana ignoranza potente e ruvida che nonostante l'incremento culturale anche nella composizione rimarrà sempre intrinseco nella musica marchiata a fuoco dalla band. In conclusione, ribadendo un concetto già espresso, le idee musicali fondamentali di questa proposta fanno sì che si possa distinguere facilmente lo stile della band (anche se, come già ripetuto, ancora in fase embrionale in queste due fasi) e ciò che verrà trasmesso con i lavori successivi.

1) Ach Golgotha
2) The Old Coffin Spirit
3) The Forest Of N'Gai
4) The Mystical Meeting
5) Gloria De Domino Inferni
6) Inside The Eyes Of Algond
7) Feast Of The Grand Whore
8) Restoration Of The Infernal Kingdom
9) The Sixth Communion
10) The Hills Of Crucifixion
11) Feast Of The Grand Whore
12) The Nereid Of Esgalduin
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