ROTTING CHRIST

Non Serviam

1994 - Unisound Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
08/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

In questa sede, con questo nuovo articolo, stiamo per addentrarci in un discorso che a tratti apparirà difficoltoso e non immediatamente comprensibile, ricco di riferimenti non solamente musicali. Un discorso che affronta in modo già più alto e approfondito un qualcosa di già intrapreso ma che fino a questo momento non arrivava a toccare certi livelli che rendessero arduo il compito di comprendere i temi affrontati. Occorre dunque fare un piccolo preambolo che in seguito ci aiuterà (si spera) a far luce su temi e argomentazioni che via via si paleseranno dinnanzi ai nostri occhi. La ribellione interiore, la lotta contro un pensiero costruito,  la ribellione ai dogmi, la lotta contro chi vuole dominare le menti e strappare le ali. La ribellione interiore che piano piano prende coscienza ed esplode all'esterno. Nella storia dell'uomo, la voglia di riscatto e ribellione ha sempre costituito una parte fondamentale del suo essere, essere libero di pensare e agire; da sempre questa voglia è stata al centro di grandi manovre di abolizione da parte di coloro che vogliono essere gli unici a tenere la torcia accesa del comando. Una ribellione che inizia prima del mondo, agli inizi dei tempi, quando tutto doveva essere ancora stabilito, quando l'uomo iniziava a muovere i suoi primi passi sulla terra. Un Principe che non accetta di prostrarsi al volere di un Falso Re. Parole che restano scolpite nella dura roccia, parole che svegliano le menti e ridestano la Ragione. Luce e conoscenza contro buio e falsità. Ma questo non basta, occorre fare un secondo passo introduttivo. Prestate molta attenzione alle parole che seguiranno, perché saranno molto importanti nel momento esatto in cui inizieremo ad affrontare questo nuovo viaggio. «In un tempo imprecisato, prima che la creazione dell'uomo fosse anche soltanto nei pensieri di Dio, una ribellione ben più grave e terribile sconvolse le fondamenta stessa dell'Universo. Lucifero, l'Angelo prediletto da Dio, il Portatore di Luce, commise l'imperdonabile peccato di sfidare l'Onnipotente e diede inizio ad una guerra sacrilega che distrusse per sempre l'unità del Regno dei Cieli. Venne sconfitto e fatto precipitare sulla terra che si ritrasse al suo passaggio. Egli, con la sua caduta, creò una profonda voragine nella quale rimase imprigionato ma nella quale poté creare il suo regno. «Meglio regnare all'Inferno, che servire in Paradiso!». Colui che diverrà il Primo Ribelle, rifiuta di servire il suo Creatore. «Non Serviam! Non servirò! NON LO SERVIRò!» Parole che cercano (e riescono) a liberare la ragione dal suo limbo spronandola a riprendersi il suo spazio. Come spesso accade, questa operazione, oltre alle parole, trova il suo veicolo anche attraverso la musica e come andremo a vedere, in questo caso, attraverso una musica forte, dura, diretta, NERA. Su queste parole si va a focalizzare l'analisi che stiamo per intraprendere e ovviamente lo faremo attraverso uno dei capisaldi del Metal Estremo che proprio in questi giorni compie il suo ventitreesimo anno di vita. I Rotting Christ, reduci dal già ottimo esordio "Thy Mighty Contract", nel quale avevano messo in mostra la propria violenza sonora e il livello culturale dietro alle liriche, oltre ad un certo senso per la melodia, si riconfermarono nel 1994 dando alle stampe il secondo album ufficiale, "Non Serviam", creando subito uno dei pilastri del Black Metal, album che non deve assolutamente mancare sullo scaffale di ogni amante del Movimento. Siamo ovviamente ancora lontani dal sound squisitamente ricercato e rifinito degli album successivi, ma "Non Serviam" dimostrò di avere già tutte le carte necessarie per essere la pietra miliare che è tutt'ora: riff ispirati, passaggi melodici intriganti, canzoni che si stampano subito nella mente (la titletrack in primis), una produzione che ne risalta l'aggressività e la spontaneità, oltre che al sound studiato ed ammantato da un'aura maligna avvolgente. Quello che è altresì certo è che ci troviamo di fronte all'album della maturità artistica del combo greco, in barba a quella regola non scritta trita e ritrita menzionata tante di quelle volte da risultare ormai noiosa per l'orecchio (tutti la conoscete!), che per capire se una band è pronta per il grande salto bisogna attendere il terzo album. Questo è uno di quei casi in cui ne bastano solo due per annoverare la band tra i Grandi. Siamo ancora in una fase pressoché iniziale, quindi il tutto non è ancora precisissimo e curato ma si sente già ciò che andrà a costituire il sound dei lavori successivi. Un album che vide la luce in un anno in cui i maggiori pilastri della Scena Black facevano la loro apparizione sugli scaffali, pietre miliari come "In The Nightside Eclipse" degli Emperor, "De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem, "Transilvanian Hunger" dei Darkthrone, "The Shadowthrone" dei Satyricon, "Hvis Lyset Tar Los" di Burzum, "Pentagram" dei Gorgoroth, "The Celtic Winter" album firmato Graveland, "Verwüstung - Invoke the Dark Age" degli Abigoir, "Opus Nocturne" dei Marduk oppure "Ceremony Of Opposite" dei Samael giusto per citarne alcuni. Tra queste gemme trovò subito il suo spazio anche "Non Serviam", album che consacrerà la band ellenica dei fratelli Tolis nel Pantheon del Metallo Nero per i secoli futuri. Un disco che si dimostra subito un tomo dal peso non indifferente per ciò che concerne la nascita di uno stile tutt'ora odiato e non compreso che nonostante lo sdoganamento ricevuto mantiene ancora quell'aura di "musica di nicchia" il cui piacere di ascoltarlo è ancora riservato a chi ne ha compreso la bellezza celata dietro ai suoni distorti e ai ritmi veloci. Questo secondo album si presenta subito come un proseguimento di un percorso musicale e lirico la cui strada è stata preparata e spianata grazie ai lavori precedenti, dei quali porta avanti gli argomenti principali e li porta ad un livello ancor più alto, spesso criptico e oscuro.

The Fifth Illusion

Iniziamo il nostro percorso per questo nuovo viaggio spirituale, per questo nuovo rituale, attraverso "The Fifth Illusion (La Quinta Illusione)". Partenza immediata e senza introduzioni di sorta basata su un riff distorto e serrato su cui viene cucito un secondo riff che riesce ad essere sia melodico che tecnico e veloce, aprendo la strada all'ingresso delle vocals le quali fanno il loro ingresso al minuto 0:14 (fino al minuto 0:18) lacerando l'aria con un urlo aggressivo e potente seguite a ruota dall'arrivo di basso, batteria (che ricordiamo essere una drum-machine come nel disco d'esordio, nonostante la presenza di Themis "Necrosavron" Tolis come batterista attivo nella line-up) e tastiere (alle quali l'urlo va ad unirsi per poi scomparire), dando subito il loro sostegno alla chitarra creando subito il tema principale di questa opener. Si avverte quindi un'aura gotica e spettrale che dona una linfa speciale alle fondamenta Black del sound della band. Le tastiere creano poi l'eco di un coro che va ad intervallarsi con il ritorno delle linee vocali dando così vita ad un duello tra la celestiale armonia delle tastiere e la sotterranea brutalità del cantato. Mentre il duello avanza senza fermarsi, basso, chitarra e batteria tengono alta la tensione proseguendo imperterrite il leitmotiv distorto e serrato che ha aperto il pezzo, dando vita a loro volta ad un secondo duello con le tastiere che si ritrovano così a dover difendere il loro posto dall'attacco della triade strumentale da un lato e della voce dall'altro. Questa battaglia tiene banco fino al minuto 1:36 quando un improvviso stacco sposta l'ago della bilancia dalla ferocia ad un passaggio dove una melodia rockeggiante spezza il ritmo concedendo un momento di respiro a chi ascolta e mostrandoci ancora una volta anche la seconda faccia dei Nostri, che si dimostrano abili anche nel tessere intermezzi melodici e tranquilli. Si mantiene comunque l'anima gotica delle tastiere che anche in questo frangente riescono ad inserirsi alla perfezione, mentre l'aggressività delle vocals rimane invariata; anch'esse sono ben amalgamate alla musica. Nonostante la virata verso una sezione più soft non manca certo una discreta vena aggressiva che lentamente, tramite la chitarra, verso lo scoccare del secondo minuto, torna prepotentemente alla ribalta stoppando l'idillio melodico al minuto 2:20 riportando il caos e la distruzione nelle orecchie di chi ascolta. Una cosa che colpisce l'orecchio in questo ritorno ai ritmi serrati è l'incedere di alcuni patterns di batteria (provando a descriverli a parole: blast-beat portante, una rapida successione di colpi sul rullante e poi due più possenti ma uguali ai precedenti sul timpano), i quali torneranno poi a farsi sentire in una delle tracce successive... ma ne parleremo a tempo debito. Tornando a questo primo brano: siamo al minuto 2:20, la parentesi "Rock" è terminata e si ritorna al Black più seminale anche se un piccolo strascico del passaggio appena terminato rimane nell'aria facendo sentire la sua presenza. Questo potremmo definirlo come il secondo intermezzo del brano in quanto da 2:20 fino al minuto 3:00 veniamo accompagnati in questo inizio di percorso da un frangente totalmente strumentale. Al minuto 3:00, la breve sfuriata si ferma e si ritorna, come visto poco fa dal minuto 1:36 a 2:20, in un contesto dove è la melodia creata dalla mente di George "Morbid" Zaharopoulos a dettare le regole per l'andamento del pezzo. Di conseguenza anche chitarra e sezione ritmica vanno rapidamente ad adattarsi alle disposizioni delle tastiere che scompaiono al minuto 3:27, lasciando la scena al resto della strumentazione che prosegue su questa strada senza cambiare una virgola, delineando così un secondo frangente più armonioso e onirico senza l'apporto del cantato, il quale ha terminato la sua corsa al minuto 2:20. Al minuto 3:55, ad implementare la carica emotiva si aggiunge un raffinato assolo di chitarra dai tratti tecnici con cui Sakis "Necromayhem" Tolis dimostra tutta la sua abilità nel passare dal tremolo Black all'Heavy Rock più classico, con estrema fluidità. L'assolo, unito al tema principale di questo terzo intermezzo, ci accompagna allo scoccare dell'ultimo minuto di questo brano quando a 4:36 si ritorna alla scarica elettrica e serrata iniziale nel quale rientrano in partita le tastiere, le quali ricreano quell'eco di un coro che va ad intervallarsi con il ritorno anche delle vocals, ridando così vita nuovamente a quel duello tra la celestiale armonia delle tastiere e la sotterranea brutalità del cantato che abbiamo visto nella sezione compresa fra 0:24 e 1:36. Quest'ultima parte accompagna fino al minuto finale (5:32) terminando la traccia nel migliore dei modi possibili. "Un regno sotto la catacomba, solcato il terreno... Auto-Abenegazione e un flauto per dipingere l'atmosfera. La Quinta Illusione, Auto-Illusione della realtà. La Quinta Illusione, prigione a guardia per i tuoi sogni." La quinta illusione. Un testo di per sé decisamente criptico che in qualche modo riprende le liriche di "The Old Coffin SpiritAncora", open-track dell'EP  "Passage To Arcturo" esaminato in precedenze su queste pagine, portandole ad un livello culturale superiore. Siamo di nuovo dinnanzi a parole che ci parlano di tombe antiche, bare vuote e spiriti erranti. Ma in questo caso, i riferimenti ad un via verso la scoperta di se stessi e la ricerca di un piano più alto della conoscenza, si fanno nettamente più vividi e tangibili. La quinta illusione, auto-illusione della realtà, neutralizzazione della fantasia, auto-abnegazione, l'espansione del proprio destino. Come se la realtà in cui viviamo altro non sia che un inganno della mente. Quello che queste semplici parole sembrano voler dire consiste nella narrazione dell'inizio di un viaggio extra-corporale, qui più definito nei termini e studiato nelle parole, seppur esposto in una maniera semplice che può apparire "strana" e incomprensibile; un  viaggio verso una dimensione spirituale più alta. Così come in precedenza, sempre attraverso l'unione di una bara con il suo spirito ospite, irrequieto e pronto ad uscirne, qui anticipato da un incauto visitatore che richiamato da tale spirito ha smosso il terreno ricoprente l'antica catacomba fino a riportare alla luce l'oggetto che ne invocava il nome. L'ascoltatore viene ancora una volta invitato, accompagnato da quelle parole che descrivono un flauto dipingente l'atmosfera, creando subito un'immagine nitida a cui la mente fa riferimento, a spingersi oltre le catene mentali  della sua vita da mortale per poter varcare, prima con la mente e poi con l'anima, una soglia ben più impegnativa ed importante. Un testo ancora una volta, come appena detto, strano che non fornisce elementi per troppe interpretazioni o ricerche di significati intrinsechi, a meno che non si interpreti soltanto l'aspetto gotico e orrorifico di questa canzone come ipotizzato nella precedente.

Wolfera The Chacal (Neoplasia)

La seconda traccia, "Wolfera The Chacal (Neoplasia) - Divora lo sciacallo (Nuova formazione)", comincia in maniera differente rispetto alla precedente, potremmo dire che l'inizio è il suo esatto opposto. Ovvero, se prima era la chitarra la prima voce ad aprire seguita poi dalle tastiere, qui sono le tastiere ad aprire per poi essere raggiunte dalla chitarra; e lo fanno con un tono molto melodico e quasi sognante al quale viene unito un riff altrettanto melodico e romantico. Nei primi ventidue secondi sono solo questi due elementi a mandare avanti le danze con un crescendo continuo che ci porta verso l'aggiunta della sezione ritmica, la quale non cambia nemmeno di un'oncia il tema principale. Abbiamo quindi una partenza decisamente lieve e delicata che al minuto 0:30, con l'arrivo delle vocals, muta in un mix di leggerezza e aggressività che coinvolge immediatamente, trasformandosi mano a mano in un pezzo, dal punto di vista strumentale, sempre più oscuro e tagliente ma senza che ciò comporti un radicale incremento della velocità della strumentazione o un inasprimento delle linee vocali, quindi i ritmi e i riffs si mantengono su di un'impronta cadenzata,  con la carica generale e le voci che rimangono fredde e cavernose. Durante questa fase, da 0:30 fino al minuto 1:10, le tastiere tacciono per poi ripresentarsi all'improvviso come coadiuvante per la parte cantata, infondendo nuovamente alla traccia quell'aura tra il gotico e l'ecclesiastico sempre ottimamente riuscita per poi defilarsi nuovamente al minuto 1:30 lasciando di nuovo il dominio solo al trio chitarra-basso-batteria, che proseguono nel loro incidere senza apportare modifiche di nessun tipo. Questo andamento potrebbe risultare eccessivamente lineare ma non comporta nessun effetto soporifero e non crea noia, anzi, l'ingresso breve ma continuo delle tastiere, che dopo pochi secondi di silenzi rientrano in partita, dona subito a questa prima sezione del pezzo il giusto senso di movimento che tiene incollato l'ascoltatore, rapendolo tra le sue spire. Al minuto 2:30, la prima sezione della canzone termina la sua corsa e in maniera repentina i Nostri alzano i toni e premono sull'acceleratore, senza sforare nel Black più seminale, ma rendendo comunque il riffing più aggressivo e scandendo ulteriormente la ritmica che non arriva al blast-beat ma comunque guadagna un incedere che ben si presta al cambio di rotta del pezzo. Ma la sferzata dura poco; al minuto 3:00, tutto il comparto strumentale rientra in carreggiata e il brano ritorna alla "delicatezza" iniziale senza annullare la seppur breve accelerata avvenuta nei precedenti 30 secondi, vediamo dunque come anche se i toni si siano smorzati, l'energia non sia venuta meno e nonostante si sia tornati nei paesaggi sonori che hanno caratterizzato la prima parte del brano il leitmotiv è mutato. Cambia anche l'atmosfera che inizia a farsi più tagliente e viene incrementata dal ritorno di veloci e più pesanti incursioni all'interno dei patterns di batteria (i medesimi che avevamo trovato nell'opener) che scandiscono ulteriormente il tempo e donano quel tocco oscuro e rituale in più al tutto. In questo frangente avviene un fulmineo crescendo che ci porta all'introduzione del primo assolo di chitarra, un solo dai tratti rockeggianti, armoniosi e con giusto quel pizzico di tecnica che non guasta e che non va a defluire nel mero virtuosismo. Oltre a dare colore a questo segmento della traccia numero due dell'album, l'assolo segna il confine tra la prima e la seconda metà della canzone. Al minuto 4:12, mentre l'assolo sfuma, la velocità aumenta e giungiamo in un ambito più Black-oriented anche strumentalmente in un crescendo sempre maggiore di intensità e velocità, dove tutto, dalla chitarra, al basso, alla batteria diventa più serrato e affilato. Al minuto 4:50, entra in gioco il secondo assolo di chitarra, ancor più tecnico del precedente ma più distorto e "cattivo" che porta verso un proseguo del tema musicale veloce e oscuro che ha preso le redini del pezzo. La furia è destinata però a non durare e a cedere il passo ad un nuovo cambiamento che, sempre con la massima fluidità e senza che si creino stacchi o buchi, riporta l'arrangiamento nei binari iniziali riconsegnando i tratti melodici agli strumenti e portando redenzione nei suoni più crudi e distorti, riconducendoli su una via più onirica, dove tuttavia non manca il graffio distintivo dei Nostri che riesce a non farsi relegare nelle retrovie e mantiene comunque un'aria aggressiva seppur i toni vengano smorzati e la velocità diminuita, dove non vi sono tastiere che ammorbidiscono ancor di più, anzi, l'apporto di queste ultime all'interno dell'ultimo minuto, regala una nuova vena oscura alla conclusione della traccia. "Nella foresta disordinata, metabolismo del lupo, il miraggio della realtà; quando lo sciacallo entrò in vista l'estrazione del chiaro potere raggiunge la vergogna in puro acciaio... è fulminante è illuminato, l'occhio della bestia brillava di rabbia." Arriviamo ad un testo che si presenta subito con una veste criptica e non facile da tradurre. La prima cosa che desta l'attenzione è l'uso della parola neoplasia che tradotta significa nuova formazione. Effettuando una ricerca, immediatamente si aprono diverse pagine di carattere medico che inseriscono tale parole all'interno di vari contesti di medicina; tralasciando però questo aspetto medico e prendendo in esame un aspetto della parola, utilizzando le medesime fonti uscite come base, si trova una dicitura che parla di crescita incontrollata di alcune cellule e di come ciò porti ad una situazione di caos. Dunque, teniamo a mente questa parte e vediamo come subito trovi spazio all'inizio del testo, con il verso "Nella foresta disordinata". Già si parla di caos, dunque. Prima di capirne (o anche solo provare a farlo, dato che chiunque ascolti e/o legga le parole, trae la propria interpretazione, che difficilmente sarà uguale a quella di un diverso soggetto) il significato, la prima cosa da fare è tradurre il titolo, questione di per sé già ardua, ma, andando per rapidi tentativi, si arriva ad una traduzione che può essere la più veritiera, ovvero, "Divora lo sciacallo". Abbiamo giustamente detto che queste liriche possiedono un'anima fortemente criptica e il significato intrinseco del testo non si presta ad un'interpretazione facilitata. Dunque, soffermandosi sulle sole parole, così come sono scritte, si nota subito come di primo acchito ci troviamo davanti ad una breve storia con protagonisti un lupo e il suo cacciatore e come ambientazione una foresta. Una storia dove il lupo attacca e uccide il cacciatore liberando il suo branco e se stesso dal pericolo. Lo sprezzante cacciatore, con la sua arma scatena la rabbia del lupo che assale l'avversario e lo elimina, eliminando al tempo stesso la minaccia. Questo ciò che appare limitandosi alle immagini che il testo ispira nel leggere "superficialmente". Ma, se teniamo a mente la parola detta prima, neoplasia, e andiamo a guardare una seconda parola, neofiti, e ci aggiungiamo due frasi specifiche, "Cammina alla luce delle stelle, chiamalo misantropo" e "Una costruzione fisica simile a sé, la razza fetida" si nota come sotto alla semplicità della storia esista qualcosa di più profondo. C'è un legame tra la lotta per la sopravvivenza tra il lupo e il cacciatore che rispecchierebbe una lotta più alta, tra ragione e manipolatori del pensiero, tra l'uomo e chi vuole esserne il padrone. Come se ad un certo punto della storia umana, fosse apparsa a turbare la quiete una razza fetida che ha subito cercato di imporsi plagiando le menti e a cui un piccolo branco è sempre riuscito ad opporsi dando vita ad una lotta infinita sui diversi piani dell'esistenza.

Non Serviam

Giungiamo ora ad uno dei pilastri del Metal estremo, uno dei brani più ammalianti ed elevati mai scritti: "Non Serviam (Non servirò)". Da notare che per la prima volta da quando abbiamo iniziato ad addentrarci nella discografia dei Rotting Christ, questo sia il primo album dove troviamo all'interno della scaletta la title-track del disco. Vi ricordate quanto detto poche righe fa? Parlavamo dell'incedere di alcuni patterns di batteria che a breve sarebbero tornati a farsi sentire. Bene, è giunto il momento di ritrovarli. Parlavamo anche, in apertura, di canzoni che si stampano subito nella mente e sottolineavamo come la titletrack fosse la prima traccia di questo disco a confermare tale discorso; la maniera in cui lo fa è la più semplice ed immediata, il suo riff principale ed il preciso incedere della batteria si fissano nelle nostre orecchie rendendola subito riconoscibile in mezzo ad altre canzoni, qualsiasi esse siano. Detto questo, andiamo un poco più nello specifico. La partenza è immediata e senza preamboli, con chitarra e batteria immediatamente in primo piano, alle quali si aggiunge anche la tastiera con il suo apporto atmosferico mai dominante se non esplicitamente richiesto. Atmosfericamente il pezzo ha una partenza sublime che diverrà il tema portante il quale lo attraverserà per l'intera durata. A questa parte strumentale, per dare ancor più atmosfera, si aggiunge un cantato dall'aspetto molto teatrale, sofferto e sentito che fa apparire lo scream di Sakis prossimo ad un lamento straziante specie quando viene ripetuto il titolo della canzone. Va detto che nonostante ci sia una certa velocità nell'esecuzione, almeno in questo frangente iniziale, non si arriva mai a velocità esagerate o a sfuriate imperiose, i ritmi sono cadenzati così come l'andamento di chitarre (seppur distorte) e tastiere. Vige un equilibrio preciso e studiato nei dettagli che permette di seguire parole e musica con la medesima attenzione senza perdere attenzione. Dal minuto 0:00, quindi all'attacco della traccia fino al minuto 1:55, l'arrangiamento corre sul filo già descritto per poi subire un primo cambiamento. Le tastiere si fermano e la conduzione viene lasciata alla chitarra che qui crea (come nelle precedenti due tracce, grazie all'intelligenza del suo esecutore) più livelli nelle proprie tracce, dando vita ad armonie molto accattivanti tanto da indurci a credere alla presenza di almeno due chitarristi all'interno della band. Prosegue ancora il motivo strumentale principale fino al minuto 2:20 quando subentra la seconda variazione, presentandosi quest'ultima con un'accelerazione tangibile sia della ritmica sia del riffing. Comunque, sia nel lavoro alle chitarre, sia nella batteria, troviamo dei passaggi, brevi e decisi, che scandiscono il ritmo generale tanto all'interno del blast-beat tanto nei riffs. Una scansione precisa che apre la strada, al minuto 3:00, dopo una leggera decelerazione, al primo assolo di chitarra che segna un ulteriore passaggio all'interno dell'arrangiamento. Al minuto 3:20, il rientro in squadra delle tastiere riporta quell'aura carica di oscurità che va ad unirsi alle liriche recitate. Si instaura un'atmosfera rituale nera ed evocativa di grande impatto e che prepara al "grido" di «NON SERVIAM» (minuto 4:00) nonché al ritorno al motivo iniziale, con un lento crescendo che esplode al minuto 4:40 dove musicalmente la struttura del brano, come appena detto, ritorna al tema iniziale e accompagna verso la conclusione al minuto 5:12 trascinando con se tutta la carica emozionale contenuta nell'anima di questo pezzo. "Emozione - bruciando icone di legno. Uomini umili - nell'ombra delle candele. Re notorio - maledetto e isolato. Apre le sue ali. Entra nell'abisso. Non Serviam. Ambizioni sotterranee. Lui. Nessuna sottomissione. Egli è fuggito come una fiamma. Abbattuta l'umanità. Scatenate le sue regole. Il morso intacca il tallone. Crea il caldo sottoterra. Con il volto dell'angelo. Amoreggiando con il peccato. La sua voce nell'eternità. Non Serviam." La ribellione interiore, la lotta contro un pensiero costruito, la ribellione ai dogmi, la lotta con chi vuole dominare le menti e strappare le ali. Una ribellione che inizia prima del mondo, agli inizi dei tempi, quando tutto doveva essere ancora stabilito, quando l'uomo iniziava a muovere i suoi primi passi. Un Principe che non accetta di prostrarsi al volere di un Falso Re. Parole che restano scolpite nella dura roccia, parole che svegliano le menti e ridestano la Ragione. Luce e conoscenza contro buio e falsità. Eccoci al motivo per cui abbiamo usato, in apertura, queste esatte parole; ma prima di metterlo nero su bianco occorre riprendere in mano il preambolo già scritto e approfondirne la storia con più dettagli possibili. Dunque : «Dio creò sterminate schiere di Angeli, di Puri Spiriti dotati di grande intelligenza e di forte volontà. Il Cielo si popolò in un attimo di questi esseri beati, che lodavano il Creatore e nello stesso tempo godevano di perfetta felicità. L'Angelo più bello era Lucifero, Portatore di Luce e Conoscenza, il quale eclissava gli altri col suo splendore, diventando l'unico degno di dialogare per conto di tutte le schiere angeliche con il Creatore. Quando Dio manifestò a Lucifero e agli altri Angeli il suo disegno di creare gli uomini, Lucifero volle essere anche lui capo degli uomini. Ma Dio, ritenendosi l'Unico giusto, volle mettere alla prova la loro fedeltà, esigendo dagli Angeli un atto particolare di umile sudditanza. La prova fu questa: la Seconda Persona Divina, il Figlio Eterno del Padre, Gesù Cristo, nella pienezza dei tempi si sarebbe fatto uomo, pur restando vero Dio, e tutti gli Angeli lo avrebbero dovuto adorare, pur vedendolo rivestito di misera carne umana. A noi umani, esseri ritenuti inferiori rispetto agli Angeli, non sarebbe costata troppo una simile prova ma per gli Angeli, invece, la prova fu durissima. Lucifero, dotato di qualità eccellentissime, pensando che un giorno avrebbe dovuto umiliarsi davanti al Figlio di Dio fatto uomo, senti in sé tanto orgoglio da dire: "Non serviam! Non servirò! ...se si farà uomo, sarò a lui superiore!".  Altre schiere di Angeli si unirono a Lucifero, quasi per dare la scalata alla Divinità. Si iniziò la tremenda lotta in Cielo in cui gli Angeli fedeli a Dio, guidati da l'Arcangelo Michele, cacciarono Lucifero e i ribelli dal Cielo facendoli cadere sulla terra e imprigionandoli in una fossa profonda all'interno della terra stessa. "Meglio regnare all'Inferno, che servire in Paradiso!"». "NON SERVIAM", un motto di ribellione verso una subdola entità accecata dal Suo potere, entità che voleva imporre il suo volere agli esseri superiori da egli stesso generati. Spiriti intelligenti in grado di comprendere e decidere e dunque capaci di ribellarsi ad un potere più grande da cui derivavano scelte non condivise. Se isoliamo la derivazione biblica di questa storia e ci concentriamo sul significato di ciò che viene narrato, isolando a sua volta l'aspetto Anti-cristiano dei contenuti così esposti, ci troviamo di fronte ad un testo che, oltre ovviamente a tessere lodi nei confronti del Principe Ribelle, ci conduce attraverso liriche che spingono a trovare ognuno la propria strada, ribellandosi a idee e "leggi" la cui decisione non è condivisa e che vogliono occludere ed escludere la libertà individuale; liriche ribelli, il cui rischio di essere additate come "sataniste" (la cosa fa già ridere di suo senza cercare un senso logico nella possibile discussione a riguardo, anche perché l'argomento è più complesso di quello che la gente normalmente pensa e crede di sapere... si finirebbe col fare un soliloquio perché nessuno ascolterebbe) è pressoché immediato (e ovviamente, non serve puntualizzarlo, dettato dalla stupidità legata a filo doppio con il libro da cui l'ispirazione per le liriche viene estratta). Lucifero è stato il primo vero Ribelle; il Primo a sottrarsi a regole pre-costruite e ad una prova nata solo per escludere il libero arbitrio e la possibilità di essere uguali e godere degli stessi diritti di chi si reputa l'Unico Giusto e l'Unico Padrone. Colui il cui nome, come già scritto, significa Portatore di Conoscenza ("maledetto ed isolato"), invita chiunque sia in grado di espandere e liberare la propria mente da false dottrine e parole ad alzarsi e ribellarsi a sua volta, anche a rischio di essere cacciato e confinato come egli stesso venne cacciato e imprigionato nei ghiacci più profondi sotto alla terra calpestata dagli uomini. "Immortals Sum, Anni non vexaverunt me, Mille suboles certat contra a tyrannidem. Nus fons ad erevum est, Numguam Recessi, Per te natus sum et tu per me... NON SERVIAM".

Morality Of A Dark Age

Si prosegue con "Morality Of A Dark Age (Moralità dell'Era Oscura)". Torniamo alle partenze dirette e senza passaggi introduttivi con un riffing diretto e una ritmica che si insinua al suo interno sfociando in un movimento cadenzato ed ipnotico. Un  andamento che caratterizzerà tutto l'arrangiamento per i primi 2 minuti del brano. Un segmento iniziale che presenta al suo interno delle sfaccettature che spostano l'ago della bussola dall'orientarsi verso lidi totalmente Black e infonde rimandi che ricordano tanto all'Hard Rock che l'Heavy più classicheggiante, pur mantenendo quell'aspetto ombroso e maligno il quale unito agli echi percepiti genera un connubio perfetto che ammalia e avvolge con estrema facilità. L'ingresso delle vocals al minuto 0:30 inserisce all'interno del brano una ulteriore sfaccettatura che sposta ancor di più l'atmosfera della canzone, grazie ad una scelta vocale dai tratti sofferti e dove la voce sembra straziata, verso lidi che paiono ammiccare al già nascente (seppur ancora poco noto e ancora in fase sperimentale all'epoca di questo album) Depressive Black Metal. Ne scaturisce quindi un paesaggio sonoro e vocale davvero carico a livello emotivo. Non ci sono particolari sperimentazioni, cambi di tempo o variazioni di sorta in questa prima parte e il tutto scorre su di un unico binario... ma come si diceva poco fa, trascinando senza sforzi chi ascolta. Il tutto avviene senza il minimo apporto delle tastiere che in questo segmento non si inseriscono ad aumentare il livello atmosferico e il trio formato da chitarra, basso e batteria basta da solo a tessere la trama principale sia musicalmente che atmosfericamente. Al minuto 2:20, quando il brano ha ormai praticamente raggiunto la metà della sua durata (4 minuti e 59 secondi in totale), un'improvvisa e brusca sterzata cambia repentinamente le sorti della traccia e rimescola le carte in tavola. I ritmi accelerano al pari dei riffs, non si tratta di un aumento così esponenziale. Tuttavia, anche se di poco, il cambiamento si avverte subito: il riffing portante rimane il medesimo e la sua impronta si avverte, miscelato com'è ad un riff più veloce e tagliente rendendo così diversa l'impronta generale. Stesso discorso per la ritmica dove però l'aggiunta di un serrato blast in secondo piano sposta l'asticella dalla sequenza cadenzata iniziale. Al minuto 2:58, una seconda sterzata rimescola di nuovo le carte in tavola e pur mantenendo vivo il mix sonoro già descritto, con un rallentamento globale degli strumenti muta per la terza volta il pezzo. A sorpresa fanno la loro entrata le tastiere di Zaharopoulos che si aggiungono alle linee melodiche già cariche dell'arrangiamento. Nasce così una atmosfera ancora più sublime (non che senza tastiere non lo fosse, l'ottimo lavoro strumentistico del brano è innegabile) e dai tratti onirici marcati. Tastiere che comunque non invadono prepotentemente la scena e non usurpano il comando detenuto da chitarra, basso e batteria ma si aggregano come coadiuvante, come sostegno. Ritornano quindi riffs scanditi e patterns cadenzati, ma questo segmento non è fatto per durare per troppo tempo, infatti al minuto 3:22, riparte la cavalcata elettrica più feroce come al minuto 2:20, ma questa volta è una accelerazione più decisa che sposta l'interruttore da "melodico" ad "aggressivo", zittendo istantaneamente le tastiere. Anche questa aggressività non riesce a dominare per più di qualche secondo, infatti al minuto 3:53 (quindi appena 30 secondi) si ritorna ad una sezione "soft" alla quale, al minuto 4:10 si aggiungono nuovamente le tastiere. Questo andamento accompagna fino alle battute finali dove a chiudere magistralmente il pezzo ci pensa un perfetto assolo di chitarra attraverso il quale si accende e spegne all'istante l'ultimo sprazzo di cattiveria di questa "Morality Of A Dark Age" . Un brano giocato sull'intervallarsi di passaggi lenti e veloci che si danno il cambio rapidamente e dove si viene piacevolmente ingannati dalla partenza emotivamente ed emozionalmente pregna della prima parte. "La legge decide. Trasmetti le mie parole. Il triangolo copre ogni angelo. Ho toccato il terreno e visto le tue mani. Duemila anni dopo Cristo. L'Era Oscura." Come in un racconto ben preciso, si prosegue con ciò che "Non Serviam", liricamente, ha iniziato. Possiamo quindi dire che questo brano consista nel secondo capitolo circa la rivolta avvenuta nei cieli. I riferimenti a Dio e al suo "progetto" al quale Lucifero si è ribellato e alle sue conseguenze sull'umanità sono chiari ("Il triangolo copre ogni angelo"). Tutti lottano contro tutti, ognuno spinto dal solo istinto, con la mente oscurata e indottrinata. Vediamo come, dopo quella che possiamo tranquillamente chiamare "Guerra nelle Alte Schiere", anche per l'umanità iniziò una sequela di scontri sempre più cruenti, sempre più aspri, sempre più sanguinosi, spesso guidati da chi il potere vuole detenere a tutti i costi perché, secondo questi burattini guidati da fili più alti delle loro teste, il Vecchio con il Triangolo sopra la testa ha deciso di donare loro attraverso un disegno più grande di quello che esattamente loro possono capire. Il potere si sa, tende a dare alla testa. Da questa situazione, andando a cercare un significato nel testo, o almeno provando a cercarne uno tra i molteplici che possono celarsi tra queste parole, ne consegue la ricerca; anche se in effetti il testo non lo dice, ma sembra quasi voler invitare a compiere tale ragionamento e la ricerca che ne consegue, di un potere uguale e contrario che ponga fine a questa ignobile macelleria umana e spinga tutti a spezzare le catene che imprigionano i loro pensieri solo perché una Legge decisa da altri impone la propria visione come unica e giusta, senza distinzioni di Culto o ideale ("La legge decide. / Trasmetti le mie parole."). Si arriva quindi a invocare il ritorno al suo posto sul Trono del Principe, ormai additato come il Solo e Unico Nemico, provocatore di tutti i mali e di tutte le sciagure... quando invece proprio Lui è stato il primo a saper usare la ragione e il libero pensiero. Una preghiera verso Lucifero che non ha bisogno di nominarlo apertamente per far capire che le parole vengano rivolte a lui. Si parla di Era Oscura e della sua Moralità, un'era che pare rispecchiare perfettamente ciò che si continua a vivere ancora oggi, mentre queste parole furono scritte ventitré anni fa. Si parla anche di "Una voce speciale" che "risale sopra ceneri e ossa". Un testo di per sé lievemente criptico e non facile da analizzare ma che potrebbe trovare in quanto è stato scritto in queste righe una spiegazione plausibile... anche se, probabilmente, inesatta.

Where Mortals Have No Pride

Passiamo ora "Where Mortals Have No Pride (Dove i mortali non hanno orgoglio)". Riff immediato, batteria che assomiglia ad una scarica di mitra, basso ben in evidenza e vocals agguerrite e acide, questi gli ingredienti della partenza diretta di questo quinto brano della scaletta. Come nel brano precedente, vediamo come la traccia, inizialmente presenti un arrangiamento dall'andamento lineare senza variazioni degne di nota o cambi di tempo al suo interno. Ovviamente, a differenza della precedente, parliamo di un arrangiamento differente, infatti non c'è un approccio votato alla melodia ma il tutto, come annunciato sopra, è immediato, veloce, guerrigliero, definito, distorto e tagliente. Un scelta di orientare il brano verso un mood già più Black. Anche in questo caso gioca un ruolo importante la linearità del tutto, che come già visto non annoia e non fa perdere l'attenzione né in caso di tempi più dolci né in caso di tempi più serrati. Non sono presenti rimandi particolari in questo primo segmento e l'impronta propria dei Nostri pervade tutta la struttura del muro sonoro scatenato. Al minuto 2:00, arriva il primo cambio che trasporta la canzone dall'aggressività e dalla velocità alla melodia e ai ritmi cadenzati (in pratica l'esatto opposto del brano precedente), ma come abbiamo già avuto modo di vedere, il cambiamento non è così radicale e netto, non si corre il rischio di spiazzare eccessivamente chi ascolta o di fargli storcere il naso per un cambio inadatto al contesto. In questo passaggio, gli echi Hard&Heavy più classici tornano a farsi sentire e cambiano, seppur non in maniera pesante, i tratti del pezzo. Questo fino al minuto 3:14, quando il timone ruota diversamente dall'ago della bussola facendo cambiare rotta alla nave. Per un minuto e 14 secondi il dominio è stato nelle mani di un intermezzo strumentale che ha creato un gioco di colori decisamente azzeccato per questo brano, mentre al minuto 3:14, alla fine di questa parte, con un nuovo ingresso anche delle linee vocali, si rientra nei sentieri musicali serrati e affilati iniziali. Fino al minuto 3:41 quando si passa nuovamente ad una selezione musicale più leggera, ma sempre energica e decisa. Un copione uguale a quello di "Morality Of A Dark Age" che lentamente crea quella sensazione di trovarsi di fronte, nonostante le ottime qualità tecniche e compositive della band, ad una fotocopia con le immagini invertite della stessa canzone. Ma data la diversità dell'arrangiamento, questa rimane solo una sensazione; piuttosto pesante, ma solo una sensazione. Torniamo al pezzo: siamo al minuto  3:41 e la canzone riprende ciò che si era sentito nello spazio di tempo che andava dal minuto 2:00 al minuto 3:14 con la differenza che l'apertura per il primo assolo di chitarra che aumenta la carica melodica di questo segmento pone sotto una luce diversa questo cambiamento che riporta ad una soluzione già usata nella traccia evitando che la sensazione di prima prenda corpo. Allo scoccare del quinto minuto, quando mentalmente ci si prepara all'arrivo di un nuovo cambio che ricrei nuovamente la stessa alternanza, veniamo spiazzati da un improvvisa interruzione dell'assolo, dei riffs e della ritmica e all'irruzione inaspettata delle tastiere che si ergono dal nulla portando con loro uno stacco cinematografico di grande impatto che con un crescendo rossiniano, altrettanto inaspettatamente, riaccende il fuoco su riffs e ritmica. Tutto si ripresenta quindi con il proprio groove cadenzato ed un passo melodico ai quali, al minuto 6:34 viene tessuto un secondo assolo chitarristico di ottima fattura che ben si sposa ai tratti "delicati" di quest'ultimo minuto della traccia. Ultimo minuto che però non termina con il passaggio che abbiamo appena visto ma che si conclude con un'ultima virata verso la velocità, riprendendo la strada intrapresa nella prima parte di questa canzone. "Dodici troni attorno al tempio. Dodici re, dodici figli. Dodici regni, dodici pianeti. Dove le fiamme ardono le carni. Dove il ghiaccio congela l'anima. Dove i mortali non hanno orgoglio." Ad un primo impatto si potrebbe esclamare: «Ecco che si prosegue nelle lodi per il Re Serpente, il Ribelle, il Principe, il Nemico (per gli altri), il Signore dell'Inferno, il Diavolo... Lucifero!». A voler vedere... non esattamente! O almeno, non nell'immediato! Permettetemi di provare a spiegare. Questo pensiero ci mette fuori strada dato che in questo testo si vede subito come il livello culturale e di conoscenza in materia mitologica, misticismo, culti religiosi e credenze popolari sia già più ricercato. Siamo ben lontani dalla lode o dalla preghiera anche se la composizione delle liriche potrebbe tranquillamente portare a questa precisa conclusione. Ad una prima lettura sembrerebbe che il gruppo parli dell'Inferno riferendosi ai "dodici regni, dodici troni dove le fiamme ardono le carni"... sappiamo però che ciò non è possibile, in quanto i cerchi infernali (o gironi) che si aprono alla fine dell'Acheronte sono nove; siamo nuovamente fuori strada. C'è una ricercatezza più profonda in questa canzone, nei due testi precedenti abbiamo visto come la fonte di ispirazione potesse essere in qualche modo collegata con la Bibbia. Siamo comunque collegati alla storia iniziata con "Non Serviam" e proseguita con "Morality Of A Dark Age", ma il tutto riprende il racconto sotto un altro punto di vista. In questo caso, la Lotta di cui si è parlato, partirebbe, sempre cercando una spiegazione più prossima alle reali intenzioni della band nello stendere queste liriche, da scritti arcaici con riferimenti alla Mitologia sumera e, solo per collegamento diretto di alcune parole usate, con alcune parti riconducibili al Libro dell'Apocalisse, venuto ovviamente dopo. Si potrebbe perfino azzardare ad un riferimento ai miti sulla creazione antecedenti al mito dell'Eden e del primo uomo e della prima donna (che non è Eva ma Lilith, ma questo è un altro discorso), come le saghe degli Accadi e dei Sumeri, con probabili affinità con il Gilgamesh, giunte prima delle storie dell'Antico Testamento e che fanno riferimento a scritti ancora più antichi, a fonti remotissime di cui non rimangono che frammenti ove si narra che molte migliaia di anni fa una razza di esseri depositari di conoscenze guidò fin dai primi passi l'evoluzione della civiltà terrestre. Un livello culturale quindi più ampio ed elevato che ci accompagna verso quel posto dove "i mortali non hanno orgoglio" ovvero, sempre tornando ad un concetto già espresso, dove il potere e la conoscenza vengono detenuti solo da pochi eletti e dove l'umanità altro non è che un infimo schiavo di essi. Impossibile non vedere la descrizione di un Inferno reale in questo messaggio e quindi impossibile non vedere una lode verso Lucifero.

Fethroesphoria

Prima di giungere al trittico finale di brani che chiude il disco, i Nostri ci presentano una traccia totalmente strumentale intitolata "Fethroesphoria (Fethroesforia)". Il pezzo viene aperto da un riff di chitarra acido e tetro al quale si aggiunge immediatamente un effetto sonoro guidato dalle tastiere che ne aumenta l'oscurità e porta alla mente come una sorta di allarme di guerra che poi si trasforma in un lontano lamento spettrale. Questo accade nei primi 26 secondi. A partire dal minuto 0:26, lentamente, la chitarra si allontana, senza però scomparire del tutto, lasciando il dominio alle tastiere che danno vita ad un susseguirsi di suoni dal gusto orrorifico e melodie malinconiche che si ripetono fino alla conclusione, creando un turbine di emozioni contrastanti concentrate in un minuto e 36 secondi di durata. Un intermezzo che spiana la strada alla canzone successiva e prepara l'ascoltatore alla violenza sonora che potrebbe scatenarsi.

Mephesis Of Black Crystal

Terminato l'interludio strumentale, si passa ora a "Mephesis Of Black Crystal (Metamorfosi del Cristallo Nero)". Al primo ascolto è subito evidente come il copione, dal punto di vista compositivo, sia rimasto inalterato rispetto alle due tracce precedenti l'interludio strumentale di "Fethroesphoria", ci ritroviamo dunque ad assistere ad una prosecuzione del discorso già affrontato con "Morality Of A Dark Age" e "Where Mortals Have No Pride". E come già detto in precedenza, se non fosse per l'abilità nel costruire i vari arrangiamenti, il rischio di cadere nella canzone-fotocopia è estremamente alto. Vediamo nello specifico: partenza sempre diretta e senza bisogno di ricorrere ad introduzioni. Chitarra, ritmica e voce dominano subito la scena distribuendo in maniera equilibrata il peso atmosferico del brano tra melodie cadenzate e vocals acide e graffiate. Un riff che si stampa subito nella mente e un incedere che trascina fanno da tappeto ad una partenza sublime alla quale, dopo 40 secondi dall'attacco, si congiunge la voce della tastiera che infonde quell'aura gotica che avevamo apprezzato nel brano di apertura, che contrapposta all'energia, seppur ad una velocità rallentata, di chitarra e sezione ritmica infonde quella vena malinconica che affascina. Un apporto che dura per poco più di 5 secondi terminati i quali le tastiere tacciono e restano solo i tre strumenti principali seguiti dalla voce che presenta uno stile di intervento rapido e conciso, distribuito equamente lungo questa prima parte dell'arrangiamento. Le tastiere ritornano al minuto 1:20 riproponendo il medesimo motivo sempre per un massimo di 5 secondi. L'aspetto Black di questo segmento viene lasciato nelle mani dello scream delle linee vocali mentre musicalmente abbiamo sempre un'impronta che rimanda sia all'Hard Rock che all'Heavy più classico come visto in precedenza, con qualche piccolo eco che sembra derivare dal Thrash in lontananza. Ed eccoci così giunti alla prima variante: secondo minuto sulla timeline e primo cambiamento. Passiamo dal cadenzato e curato nelle linee melodiche alla pura furia nera con ritmiche rapide e martellanti e chitarre che ruggiscono sopra alle quali le vocals rigettano tutta la loro rabbia, la quale si amplifica in questo aumento dell'aggressività generale. Al minuto 2:30, senza che ci siano nuovi cambi, appaiono nuovamente le tastiere con il loro motivo elegante e malinconico per circa 8 secondi dopodiché il brano continua la sua corsa a folle velocità a testa bassa e senza concedere respiro. Una cavalcata sfrenata che prosegue fino al minuto 3:27 quando viene (quasi) bruscamente interrotta in favore di un nuovo segmento sempre veloce e belligerante, con dei rimandi ai primi Venom al suo interno che vanno ad inserirsi nell'impronta stilistica del gruppo, senza oscurarla. In questo caso, fortunatamente, il pericolo di essere di fronte ad un qualcosa di già sentito, ad una ripetizione dell'andamento delle due tracce sopra elencate svanisce rapidamente.  Al minuto 4:04 e fino al minuto 4:11 una nuova apparizione della tastiera torna a sottolineare il livello atmosferico del pezzo dimostrandosi una soluzione stilistica molto azzeccata, lasciante ampio spazio al resto della strumentazione. Si ritorna poi alla cattiveria più pura, intervallata da ulteriori brevi commenti aggiuntivi delle tastiere e da un assolo che chiude alla perfezione la traccia sfumando al minuto 5:23. "Tu vedrai nella mia anima gli anelli alle mie dita. Ogni parola e ogni ordine... non sentirai più l'odore dei fiori, non vedrai più l'oceano. L'orizzonte di cristallo, ho dipinto tutti i muri di nero". Appare quasi come il prologo oscuro di un romanzo fantasy se si pensa ad un trono accerchiato da pantere, ad un uomo che urla all'universo di essere il suo nuovo padrone mentre tra le mani stringe un cristallo nero che macchiandosi del sangue della figlia dell'uomo si trasforma in un nero palazzo all'interno del quale colui che è seduto sul trono vede nascere il suo regno. Un palazzo dal quale però non si può uscire e il mondo esterno rimane solo un ricordo. Appare anche come una sorta di maledizione, specie nelle frasi che dicono "Non sentirai più l'odore dei fiori / Non vedrai più l'oceano", come una minaccia di prigionia all'interno di questo nero palazzo di cristallo. Ma questo solo l'inizio di una seconda storia che parte dalle precedente e si snoda attraverso tre canzoni. Chi è l'uomo seduto sul trono?

Ice Shaped God

Ci avviciniamo alle battute finali con "Ice Shaped God (Dio di ghiaccio)". Sui passi dell'ultimo segmento di "Mephesis Of Black Crystal" i Nostri scelgono di aprire questa penultima traccia della scaletta. La partenza, tuttavia, nonostante abbia un mood uguale alla parte finale della precedente, possiede comunque una sua identità precisa e può addirittura essere suddivisa in tre passaggi, tre movimenti, come fosse l'ouverture di un'opera: uno iniziale, uno centrale e un ritorno al passaggio iniziale, tutto prima dello scoccare del primo minuto, quindi condensato nei primi 60 secondi. Dall'attacco al minuto 0:30 il brano ha un groove veloce ma cadenzato allo stesso tempo, su cui viene cucito un riff distorto e serrato che arriva diretto e preciso al volto di chi ascolta. Dopo i primi 30 secondi si assiste ad un piccolo aumento della velocità già ben marcata sopra al quale viene appoggiata una delicata melodia curata da George "Morbid" Zaharopoulos il quale crea, come già accaduto nell'interludio strumentale che ha diviso a metà l'album, un lontano lamento spettrale capace di rendere il tutto quasi soffocante. Al minuto 0:50 rientra in gioco il segmento di partenza che prosegue anche dopo lo scoccare del primo minuto della traccia al quale poi, dopo soli 10 secondi, si riuniscono le tastiere, rimanendo sempre in secondo piano e fungendo da contorno e non da carattere dominante fino al minuto 1:20. Questo il terzo passaggio, che ripete quanto già sentito da 0:30 a 0:50, senza aggiungere o  togliere niente. Una piccola nuova variante arriva al minuto 1:20 quando al passo diretto e chirurgico del tema principale vengono inseriti dei repentini cambi di tempo, lenti e scanditi, che creano un movimento ipnotico, tanto quanto lo è stato l'apporto della tastiera nei secondi precedenti. Il tutto fino a 10 secondi prima del secondo minuto, quindi a 1:50, quando questo breve scambio lascia il posto alla sola velocità esecutiva dove i riffs restano serrati e la ritmica ripropone i fulminei cambi di tempo regolari ascoltati prima. Al minuto 2:27 le sorti mutano ancora e il brano si sposta verso lidi più cadenzati dove ogni strumento è definito e riconoscibile, un frangente che permette di riprendere fiato e riprendersi dall'ipnotico caos dal quale siamo stati investiti. A 2:50, a suggellare questo passaggio alla melodia, si aggiunge un assolo di chitarra dall'aria sognante e sentita, nel quale non manca un certo gusto tecnico. Ma i giochi non sono ancora chiusi. Prossimi allo scadere del tempo, quando mancano appena 30 secondi prima che la traccia finisca, la somma totale di quanto sentito in questo pezzo ci investe totalmente creando la sferragliata finale in un mix di melodia (dettata dalle tastiere) e velocità. Un brano circolare che invece di apparire scialbo e ripetitivo si rivela una piccola perla all'interno del disco. "Ombre pietrificate, malefiche intenzioni. Emerso nel nulla, niente padre, niente madre. Un utero innaturale"; non giriamoci troppo attorno: Consci di quanto visto nei due lavori precedenti, "Passage To Arcturo" e "Thy Mighty Contract" e visto quanto analizzato, liricamente, in questo secondo full-lenght dei Nostri, la denominazione Re dalla forma di ghiaccio a quale figura porterebbe a pensare? Se utilizziamo come riferimento, andando quindi a scomodare, un certo Dante Alighieri, chi troviamo nel nono cerchio al termine della quarta zona (denominata Giudecca, ultima zona del girone dei traditori) raffigurato con tre volti, intrappolato in un lago ghiacciato dopo aver dato origine, con la sua caduta, all'immensa voragine in cui l'Inferno ha trovato la luce? Non troviamo nomi scritti da nessuna parte né riferimenti così smaccati... ma qui si parla di ombre pietrificate, malefiche intenzioni, emersione dal nulla, niente madre e niente padre, un utero innaturale, il mare bianco con i pesci morti, a quale figura possono portare frasi e parole come queste? A cosa fanno pensare? Si potrebbe andare a ricercare un significato mitologico (nella mitologia norrena esistono le figure dei Giganti del Fuoco e della Brina) letterario all'interno di queste liriche ma si finirebbe per ritornare, in un modo o nell'altro, a parlare della stessa figura. Giusto o sbagliato che sia, anche in questo caso viene difficile (e forse è dettato da una associazione di idee troppo immediata e poco ponderata) non vedere una lode verso Lucifero nascosta tra le parole usate.

Saturn Unlock Avey's Son

La chiusura viene affidata a "Saturn Unlock Avey's Son (Saturno libera il figlio di Avey)". Diversamente dai brani precedenti, per quest'ultima traccia i Nostri scelgono di introdurre il brano in maniera cinematografica, sinfonica ed evocativa. Non si tratta comunque di un'intro che prende troppo spazio, e nel giro di 10 secondi, un riff possente ma carico in quanto a melodia, seguito da una ritmica scandita fanno irruzione sulla scena mentre le tastiere, fautrici di questa introduzione, sfumano lasciandosi alle spalle tutta la loro epica oscurità. Il brano prosegue poi con un connubio tra la profondità del lavoro chitarristico e l'incedere della sezione ritmica sulle quali entrano a gamba tesa le vocals cavernose e acide di Sakis che riagguantano con i loro artigli l'oscurità lasciata dalla tastiera e la riporta viva e vibrante sul tappeto melodico della canzone. Una parte iniziale molto orientata all'Heavy più classico mischiato all'Hard più melodico e rockeggiante. Un ménage à trois musicale e vocale intrigante tra voci Black e arrangiamenti Hard&Heavy di gran classe. Una scelta già apprezzata all'interno dell'album che qui raggiunge il suo apice. E siamo solo all'inizio. Al rintocco del minuto numero uno, un assolo di chitarra, il primo, dà al tutto quella pennellata in più che amplifica ulteriormente i già forti connotati melodici della traccia. Terminato l'assolo, l'arrangiamento subisce un continuo crescendo nella velocità del lavoro chitarristico che porta il pezzo a crescere d'intensità ma anche nella carica epica e nera che ne pervade l'anima. Una serie di riffs che giocano sull'alternanza tra suoni alti e suoni gravi i quali ben si sposano perfettamente con i patterns di batteria e le linee di basso che rimangono concentrate sul loro incedere cadenzato. Questa soluzione prosegue fino allo scoccare del terzo minuto, quindi fino a metà canzone, quando il continuo accrescimento della velocità della chitarra, porta velocemente ad aumentare anche la sezione ritmica finché il tutto non esplode in un repentino stacco Heavy Rock che spiazza per 4 secondi per poi riportare la traccia nuovamente in carreggiata così che il percorso riprenda, fino al minuto 3:22 quando la medesima brusca sterzata ridesta nuovamente l'attenzione per i successivi 8 secondi quando l'arrangiamento cambia ancora e il piede affonda un poco di più sull'acceleratore e l'interruttore viene impostato su Black Metal. La rabbia musicale della band fuoriesce in tutta la sua potenza, ci spostiamo dunque su riffs distorti e affilati con una batteria che macina blast-beat alla velocità di un mitragliatore e con un basso che rivela tutta la sua carica mentre le linee vocali diffondo tutta la loro cattiveria. Al minuto 4:32, mentre la furia incalza, tornano in campo le tastiere con la loro atmosfera spettrale e rituale dal sempre ottimo impatto. Appena prima che scatti il quinto minuto (al minuto 4:56) all'improvviso tutto si rifà lento, melodico e cadenzato e il sound torna a colorarsi di chitarre raffinate e ritmi docili intanto che un poetico assolo rifinisce i contorni e completa lo scenario. Su queste note energiche e "soft", mentre l'assolo sfuma, si va a concludere quest'ultimo brano e con lui questo terzo lavoro, simbolo di una perfezione sonora fatta per durare nel tempo. "Egli mi chiama per obbedirgli, per liberarlo dalla sua tomba. Oltre le montagne, il castello selvaggio vestito di nero. Con rispetto io obbedisco alle lande insanguinate. Bacio il terreno, le mie labbra tinte di rosso". La conclusione di questo album viene affidata ad un pezzo le cui liriche hanno forti connotati legati alla mitologia greca più antica. Andando a cercare dei riferimenti che possano coadiuvare la comprensione di quest'ultimo testo, una volta compresi i connotati appena citati, ci si imbatte in una parte del Mito di «Saturno: Saturno (o Crono), titano, figlio più giovane di Urano e di Gea, padre degli Dei dell'Olimpo e creatore degli uomini, che si ribellò alla tirannia del padre che non accettava l'esistenza dei figli da lui generati, imprigionandoli in tetre grotte, e ne prese il posto come Re dei Cieli, dopo averlo evirato per impedirgli di proseguire la progenie e di imprigionare altri figli, e scelse la sorella Rea (Dea della terra come la madre Gea) come sua sposa e da lei ebbe i figli Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone e in ultimo Zeus. Ma un giorno, una veggente predisse a Crono (Saturno) lo stesso destino del padre Urano ed egli per paura divorò tutti i suoi figli ad esclusione di Zeus che grazie alla madre Rea e ad Urano e Gea, venne nascosto sulla terra e al suo posto, in pasto a Saturno venne data una pietra che egli credette essere l'ultimo genito. Una volta adulto, Zeus, tornò per riprendersi il suo posto riuscendo anche a liberare i suoi fratelli, ingurgitati da Saturno e con loro diede vita all'Olimpo. Da questo gesto, nacque una sanguinosa lotta tra Zeus e i Titani fratelli di Saturno che persero e vennero imprigionati e incatenati nel Tartaro». Vediamo dunque come alcune delle parole del mito greco si ritrovano all'interno delle liriche, seppur in una veste diversa, come "imprigionato nella pietra" oppure "figlio del Tartaro". Cosa risulta dalla lettura di questa storia in unione al testo di questa canzone conclusiva? Potrebbe risultare alquanto banale, ma se ci pensiamo e rileggiamo ogni singolo testo (compreso il primo) saltare alla conclusione che queste ultime parole siano una somma di quanto affrontato viene naturale. Specie se guardiamo all'aspetto inerente alla lotta, d'accordo che non vi sono termini precisi che conducono a questo... ma se facciamo attenzione a dove alcune parole hanno portato, quindi al collegamento con un mito preciso all'interno della Mitologia greca e a cosa narra, unito ad una parte precisa dei brani di questo disco, ne consegue di come in conclusione si sia tornati agli argomenti iniziali, seppur partendo da una base culturale ancor più profonda e radicata, dove si parlava di lotta e ribellione e della lode e una promessa di mettersi al suo servizio, verso chi era stato designato, prima di essere ripudiato e cacciato, come Custode della ragione e della conoscenza.  Si parla anche, proprio nel finale, di come la sua voce chiami colui che vuole servirlo a liberarlo dalla sua prigione. Da alcune parole, sempre nella parte finale, viene naturale leggere quest'ultimo lirica come il giusto proseguimento delle canzoni precedenti.

Conclusioni

Questo è senza dubbio il miglior album che i Rotting Christ abbiano mai registrato (per quanto riguarda i loro esordi) e, purtroppo, il "peggiore" promosso da "Unisound" almeno dal punto di vista del trattamento ricevuto, in fase di distribuzione e promozione. Aggiungiamoci poi l'intrinseca complessità della quale "Non Serviam" dopo tutto si fregia, innalzandosi certo ad album di culto ma non certo proponendosi come un lavoro Black Metal minimale e di sicuro impatto. Tutto il contrario, un titolo che alla fin fine si è tramutato in un nomen omen, proprio per la particolarità della musica proposta, della profondità posta alla base di arrangiamenti e soprattutto liriche. Non volendo girare troppo attorno al discorso, si può ammettere senza problemi il fatto che "Non Serviam" sia - alla fine dei conti - uno di quegli album che all'inizio rischiano di diventare dei dischi "disgraziati", magari non immediatamente capiti e per questo lasciati "indietro"; contemporaneamente, album che hanno bisogno di anni per guadagnare una certa popolarità, alla fine raggiunta e di seguito goduta appieno, al 100%. Un ballare sul filo che si sarebbe potuto evitare tranquillissimamente se chi di dovere avesse spinto circa la diffusione e provato ad investire maggiormente sul contenuto di questo pilastro. Per un motivo semplicissimo, come abbiamo detto, un rischio che "Non..." avrebbe corso in maniera ancora peggiore a causa della stessa Unisound, che fece pochi sforzi per la promozione dell'album facendolo passare, all'epoca, quasi inosservato; almeno stando alle cronache di quegli anni, maggiormente improntate verso altre release di stampo prettamente scandinavo. Fortunatamente, non troppo tempo dopo, qualcuno si accorse che anche dalla calda Grecia sarebbe potuto fluire come lava dell'incandescente metallo nero, il quale non avrebbe dunque avuto bisogno dei freddi ghiacci vichinghi per risultare credibile. Ascoltando e riascoltando questo platter, non si può decisamente dire altro: l'album è un capolavoro, pilastro del Nero Metallo "made in Greece" e non solo, pieno di melodia, atmosfera, parti veloci e lente, l'utilizzo accurato di tastiere (che donano un'atmosfera maestosa all'aria generale) e pesanti chitarre. È un'evoluzione naturale di "Thy Mighty Contract", la definitiva maturazione di un sound i cui germi erano stati seminati sapientemente lungo gli esordi e che ora si ritrovano a sbocciare in maniera prepotente, mostrandoci in tutta la sua fierezza un gruppo ormai deciso circa il genere musicale da proporre. Un miscuglio personalissimo, di gusto ricercato e particolare, Black Metal certo canonico (sotto molti aspetti) ma non proprio legato in maniera indissolubile a stilemi troppo cristallizzati. Tutte le canzoni sono di pari valore (difficile sceglierne una che superi le altre), compresa la strumentale "Fethroesforia". Oltre a questo, anche se già ribadito più e più volte, tra i veri punti di forza di "Non Serviam" ha una certa rilevanza il guitarworking; sappiamo che Sakis era l'unico chitarrista della band in questo periodo e in questo album, ma l'intelligenza nel confezionare più livelli nelle tracce di chitarra ha dato vita ad armonie molto accattivanti. Un buon inizio di una lunga carriera e concludendo, tenendo conto di eventuali difetti o mancanze, il terzo album dei blackster ellenici è un ottimo disco che merita di essere esplorato da chiunque sia interessato alla scena Black greca ma anche per coloro che pensano che il Black Metal sia qualcosa di limitato alla Scandinavia o alla Vecchia Europa. Decisamente no, dato che i Rotting Christ avrebbero, grazie alla loro scelta di "non servire", sdoganato il Black dai suoi confini geografici, rendendolo agli occhi del grande pubblico un fenomeno globale e decisamente privo di limiti o barriere. I puristi, fedeli alla vecchia scuola "ghiacciata", sarebbero di certo rimasti... come esistono tutt'ora. In larga parte, però, tutti ormai siamo abituati a cercare il Metallo Nero in ogni dove, sempre curiosi di scoprire magari il nuovo "Non Serviam". Chi lo avrebbe mai detto, dopo tutto, che nel 1994 dei ragazzi greci avrebbero potuto rilasciare un disco così importante, per tutta la corrente estrema?

1) The Fifth Illusion
2) Wolfera The Chacal (Neoplasia)
3) Non Serviam
4) Morality Of A Dark Age
5) Where Mortals Have No Pride
6) Fethroesphoria
7) Mephesis Of Black Crystal
8) Ice Shaped God
9) Saturn Unlock Avey's Son
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