ROTTING CHRIST

A Dead Poem

1997 - Century Media Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
23/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ad un solo anno di distanza dall'uscita di "Triarchy of the Lost Lovers", i Rotting Christ, ormai entrati a pieno titolo tra i massimi esponenti della scena Black Metal europea, si ripresentano sulle scene con un nuovo album, il quarto della loro carriera e il secondo della loro nuova svolta artistica. Facciamo un salto nel passato di ventuno anni.. Siamo nel 1997 e la band ellenica è attiva da soli dieci anni, ma in questo lasso di tempo ha già fatto capire quale fosse la stoffa dei suoi componenti, cercando un'identità propria che possa renderli distinguibili all'interno del vasto panorama Metal. Una ricerca che ha visto i primi successi con i primi full ufficiali ma che è iniziata a crescere proprio col precedente parto discografico dei Nostri, album differente dalle prime due registrazioni in studio, "Thy Mighty Contract" e "Non Serviam", ormai innalzati nell'Olimpo dei capolavori del Black Metal. Avevamo già visto fin dai primi articoli come la carriera del gruppo abbia attraversato già due importanti cambiamenti, dalle origini ai primi successi, ovvero da band dedita al Grind più feroce a band seguace del Black più embrionale e portatrice di una nuova Nera Luce all'interno del Movimento. Dopo questo primo cambio di pelle, avviene una seconda mutazione che ha visto il combo greco passare dal Black al Gothic, mantenendo però gli elementi della prima evoluzione, come abbiamo già potuto vedere. Si prosegue quindi su un nuovo percorso artistico che vede i Nostri sempre più impegnati nella ricerca di tratti sempre più votati all'atmosfera e alla narrazione nella maniera più completa possibile, accantonando, seppur in parte, la violenza "giovanile". La somma dà dunque come risultato che alle iniziali sonorità esclusivamente fredde, oscure, marce, imprecise, istintive e brutali si sono pian piano accostate melodie e atmosfere sempre più vicine ad uno stile tra il Dark e il Gothic, che già erano trapelate nei due album d'esordio ma che ora si arricchiscono con ritmiche più contenute e spezzate, certamente più studiate e curate, non che nei primi lavori non ci fosse questo studio, ma di certo l'immediatezza e l'istintività del suono erano ben diversi, specie se paragonati al precedente  "Triarchy of the Lost Lovers". Dal punto di vista strutturale dei brani, come vedremo tra poco, a partire dalle linee di chitarra vedremo subito come già queste siano sempre più melodiche con una decisa propensione al trasmettere una più ampia gamma di sensazioni ed emozioni, ma anche vocalmente troveremo dei cambiamenti, più che altro interpretativi e non propriamente stilistici. Il secondo parto di questa ricerca, viene intitolato "A Dead Poem" ("Un Poema Morto"), un album che segna in modo ancora più marcato il percorso iniziato nel disco precedente che abbiamo appena citato. Come andremo a vedere, gli elementi compositivi dei singoli brani marcheranno ancora di più il passaggio dal Black alle nuove vesti Gothic dei Nostri, riuscendo in quello che all'album precedente un po' mancava: la compattezza e la personalità. Infatti, per quanto possa far storcere il naso, è necessario ribadire le parole con cui la nostra ultima analisi si concludeva: «Un album ricco di pathos ed epicità che però leviga ed ammorbidisce il sound dei Nostri, confermandone sì il talento ma dimostrando che, almeno per il momento, il percorso qui iniziato non rende alla band il giusto merito rispetto ai due capolavori precedenti. Brani strutturati in maniera eccessivamente ripetitiva e lineare, con pochi sfoghi che fa perno su tre sole canzoni convincenti e sei riempitivi che ne minano le sorti in maniera irreversibile.». Ma perché ribadire queste parole? Semplicemente per delineare fin da subito una linea guida sulla quale si baseranno poi le conclusioni che nasceranno dall'ascolto di questo album, così da comprendere se quello che era avvenuto in precedenza trova una svolta positiva o verte sempre di più verso il declino più buio. Ma visto quello che le nostre orecchie hanno sentito, seppur non con la totale attenzione dovuta, sembra sconfiggere questa sensazione nell'immediato. Prima di procedere però, volevamo rendervi partecipi di un paio di curiosità su questo disco. La prima riuguarda la line-up ufficiale. Da notare come all'interno dei credits di questo disco (in alcune fonti, nonché nei credits ufficiali dell'album), nella line-up vengono menzionati anche Costas Vassilakopoulos e Panayiotis nei rispettivi ruoli di secondo chitarrista e di tastierista, ma stando a voci di corridoio, nessuno dei due pare abbia realmente suonato all'interno di questo disco anche se membri della band. Mentre invece secondo fonti più accreditabili (e dopo alcune ricerche che ne confermassero la veridicità) le guests principali di questo album sono state Fernando Ribeiro dei Moonspell come seconda voce e Xy (Xytras - Alexandre Locher) dei Samael alle tastiere. La seconda riguarda invece una chicca sulle prime edizioni dell'album. Alla sua uscita, quindi nella sua prima stampa ufficiale, insieme all'album veniva abbinato un free bonus disc contenente la compilation "Darkness We Feel"; compilation con una tracklist di tutto rispetto nella quale compariva anche uno dei brani (l'open-track) di "A Dead Poem" alla nona posizione:

  1. Sentenced - Shadegrown
  2. Old Man's Child - The Millennium King
  3. Moonspell - Ruin & Misery
  4. Sacramentum - Dreamdeath
  5. Alastis - In Darkness
  6. Sundown - 19
  7. Samael - Rain
  8. Vasaria - Luna
  9. Rotting Christ - A Sorrowfull Farewell
  10. Orphaned Land - Of Temptation Born
  11. Borknagar - The Quest
  12. Tiamat - Atlantis as a Lover
  13. Lacuna Coil - Shallow End
  14. Ulver - Wolf & Passion
  15. Unleashed - Ragnarok
  16. The Gathering - Nighttime Birds

Assimilati questi elementi, possiamo procedere.

A Sorrowful Farewell

Iniziamo il nostro cammino con "A Sorrowful Farewell (Un Triste Addio)". La partenza di questo primo brano ricorda molto "Gothic", album del 1991 dei Paradise Lost per la graniticità e la pesantezza del riffing iniziale e per l'incedere scandito ed energico delle ritmiche nonché delle linee di basso. Va puntualizzata però la netta superiorità nella velocità di esecuzione tra l'album del gruppo inglese citato e il combo ellenico.  La struttura di questo pezzo, almeno per i primi secondi, presenta un'impronta orientata ad un Rock duro che si rifà al Rock duro di fine anni '70 o ai primi vagiti dell'Heavy Metal della stessa epoca. Quindi abbiamo sì un riferimento rivolto all'ispirazione ma vediamo subito come sia forte l'impronta personale della band che si difende subito dal pericolo di scadere nella copia di un sound già rodato. I primi 30 secondi ruotano attorno a questo stile che abbiamo provato a descrivere a parole, quindi riffs affilati e leggermente distorti (ma giusto un poco verso i 20 secondi) dall'ottimo coinvolgimento e una sezione ritmica decisa e potente. Allo scoccare del trentesimo secondo dall'attacco iniziale degli strumenti, assistiamo ad un primo cambio nell'atmosfera della traccia: un giro di chitarra molto aperto dotato sempre di una certa carica energica apre ad un movimento melodico che cambia il mood della canzone e spiana la strada all'ingresso dello scream acido di Sakis Tolis. Un cambiamento che non è esponenziale ma che con un sottile cambio dell'andamento della chitarra e della ritmica (che mantiene qualcosa della prima sezione della canzone adattandola agli ordini del guitar-working) dando vita ad un paesaggio diverso, dove lo stile rimane il medesimo ma che ci immerge in una tavolozza di colori più variegata con poche semplici mosse. E siamo solo all'inizio, il primo minuto non è ancora scoccato. L'attacco delle vocals al minuto 0:44 immettono sulla strada intrapresa da questa opener il loro carico di oscurità e cattiveria che però a differenza degli album precedenti, si dimostrano fin da subito più propense alla narrazione che le rendono molto più tetre e acide rispetto alle prime prove vocali del cantante e chitarrista, che erano sempre maiuscole ma differenti nel modo di interpretare. Un nuovo cambio nell'arrangiamento giunge al minuto 1:14 quando l'apertura melodica intrisa di Hard Rock (dove la vena Gothic di questa mutazione nella carriera dei Rotting Christ rimane ancora solo un contorno e un'ispirazione (già più sentita rispetto a "Triarchy Of The Lost Lovers" che però sta affondando radici molto profonde trasportando il livello musicale e culturale della band su livelli ancora più alti) lascia spazio ad un ritorno alla velocità iniziale senza però che il trasporto emotivo dato dalle melodie venga meno. In questo passaggio, differentemente da quanto sentito da 0:30 a 1:14, la ricerca di un suono tra il gotico e il Dark inizia a farsi nuovamente strada gettando nuova luce su ciò che stiamo ascoltando. Questo terzo cambiamento all'interno della struttura del pezzo ci permette di gustare un primo e quasi nascosto apporto delle tastiere che aggiungono calore al lavoro chitarristico.  Avvicinandoci al secondo minuto (precisamente a 1:48), il tiro del gruppo si abbassa verso sonorità più "tranquille" regalando una nuova apertura melodica e ariosa che placa la scarica di adrenalina del quadro precedente, nonostante la cavernosità della voce mantenga alto il livello aggressivo della traccia. Al minuto 2:22 (e qui bisogna fare moltissima attenzione per sentirlo fin dall'inizio) quasi completamente coperto da batteria, basso e riff principale, si può sentire un primo timido assolo doppiato dalle tastiere che mano a mano che il tempo scorre cresce fino a farsi sentire nella sua interezza. Siamo al minuto 2:50 quando le carte in tavola vengono mescolate ancora una volta e quello che ne esce e un mix serrato di ritmi e riffs molto secchi e taglienti che si discostano dall'approccio melodico sentito fino ad ora e rimettono in campo quei connotati Hard&Heavy che avevamo sentito all'inizio, ai quali però al minuto 3:46 vengono inserite, con una abilità invidiabile, le tematiche musicali melodiche e aperte che hanno dominato tutta la parte centrale del brano (fatta eccezione per dove evidenziato), da questa unione scaturisce l'altalena tra velocità, ritmi serrati, chitarre affilate e ritmi scanditi, chitarre sognanti, tastiere quasi sfuggenti che accompagnerà alla conclusione di questa opener al minuto 4:50. "Contando il tempo, aspettando il crimine, la perdita dell'innocenza una debole reminiscenza." Come per il terzo album, anche questa volta (ma questo è un dato di fatto), le liriche restano sempre molto mature, maiuscole e cariche e anche questa volta oltre a trovarci davanti (le tracce successive lo confermeranno) a dei testi che sembrano costituiti da parole che paiono ispirate agli scritti del poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats o comunque ispirati ai Poeti Maledetti. E come ci si aspetta, il testo oltre che attestarsi su un ottimo livello di ricercatezza delle parole e dei significati, ma come sappiamo sono proprio queste due componenti a rendere complicato il compito di dare un'interpretazione del testo. Quello che traspare ad una prima lettura potrebbe fuorviare e ricondurre alle tematiche più classiche dei Nostri ma sarebbe una via troppo facile verso una soluzione. Stando attenti alle parole traspare subito come i testi siano più profondi e meno scontati. La prima cosa che può fuorviare la troviamo nella terza strofa di quella che è in tutto e per tutto una poesia: "Il tempo è vicino / Il messaggio è chiaro / La battaglia verrà combattuta /Combattere ora. Niente paura." dove potremmo ritornare a parole già usate e spiegazione già scritte, ma l'abbiamo appena detto, sarebbe troppo facile. Andando a guardare si parla di innocenza persa, vittorie mancate, violenza, silenzio, odio, sbagli, salvezza, tristezza, addio... Parole di un certo peso che non sono per niente facili da riunire in un solo significato. Quello che si potrebbe pensare è di trovarsi di fronte ad un testo che partendo dal compimento di un errore che ha segnato la vita di chi ipoteticamente ha steso questi versi e che attraverso le parole citate abbia iniziato una battaglia contro i suoi stessi errori ma che lo mettono a dura prova portandolo sempre più verso la resa ("Io sono al crepuscolo.")come se una forza più alta lo schiacciasse sul fondo senza permettergli di risalire la china e riconquistare la sua salvezza che egli stesso si domanda dove viva. Probabilmente questa interpretazione è troppo cervellotica e ne esiste una più semplice e diretta ma le parole non ci conducono tutti per la stessa strada. "Lodo la canzone della sconfitta Io sono sul fondo e lui è il vertice. Un triste addio... dove abita la salvezza?"

Among Two Storms

Il secondo brano s'intitola "Among Two Storms (Tra Due Tempeste)" e dopo un primo ascolto del tutto sommario, risulta subito molto simile all'open-track dal punto visto dell'uso delle melodie di chitarra e tastiere nonché dell'approccio verso la ritmica. Ma esiste una diversa articolazione nei passaggi del brano che lo allontana subito dall'essere una prosecuzione del suo predecessore, regalandogli subito una sua natura e una sua personalità. Infatti, dopo un primo ascolto della traccia, ripartendo nuovamente dall'inizio notiamo subito come già lo start del pezzo sia differente; c'è una vena Rock più marcata nell'attacco di chitarra prima e basso e batteria subito dopo che proietta dalle atmosfere di apertura ad una canzone che suona quasi più radiofonica, in grado quindi di catturare con molta più facilità e immediatezza. Si mantiene però intatto lo scambio tra arrangiamenti docili e dosati e linee vocali aggressive attraverso il quale vediamo subito delinearsi il punto di forza di questo disco che speriamo prosegua anche nei brani successivi dato che è una ottima soluzione che ben si sposa con questo cambio di registro e (in parte) di stile. Tornando quindi ai secondi iniziali, abbiamo una partenza di stampo Rock-oriented alla quale si aggiungono vocals puramente Black-oriented e l'impatto globale su chi ascolta è subito dei migliori. Il primo minuto scorre in maniera lineare senza particolari soluzioni o cambiamenti che necessitino di parole in più, mentre al minuto 1:00 arrivo il primo cambio che ammorbidisce il suono e lo sposta verso un Hard Rock più melodico che però non lascia trapelare nessun elemento sonoro riconducibile al gotico, ma sinceramente il livello di coinvolgimento resta comunque alto e questa mancanza (se ci si rifà alla proposta musicale) non si sente e passa totalmente in secondo piano. Un ammorbidimento che però non intacca minimamente la verve e l'energia dirompente del gruppo che resta di ottimo livello e lo scambio tra la melodia dominante e il cantato acido ma pieno di pathos diventa molto più netto. L'apporto delle tastiere, che rimangono lievemente nascoste dietro al . Al minuto 1:30, il brano rientra nel percorso iniziale con una fluidità che inizialmente spiazza e coglie impreparati. Questo ritorno, che andrà poi a confluire in una ripetizione del segmento appena ascoltato, che passa con molta scioltezza senza creare nessun tipo di ripetitività e senza annoiare chi ascolta ma mantenendone il coinvolgimento, continua, con un crescendo sempre maggiore fino a dare la sensazione che voce e strumenti possano esplodere da un momento all'altro, fino al minuto 2:25, quando veniamo ancora una volta colti in fallo da un nuovo cambio a cui non eravamo preparati nonostante la band ci abbia già preparati a brani articolati e sfaccettati, ma il livello musicale e atmosferico differente per stile e proposta ci trova ancora disarmati e poco attenti. Ritmi e riffs rallentano la loro corsa e si fanno più spezzati e delineati. Si mantiene intatta la formula dell'arrangiamento ascoltato fino a questo punto ma il cambio di velocità lo fa subito apparire come una variazione precisa all'interno della trama sonora. Ma come la band ci ha insegnato nei lavori precedenti, nessun cambio è fatto per durare. Al minuto 2:42 (dunque dopo appena 17 secondi) la traccia rientra sul suo percorso ma lo fa con un carico maggiore di pathos sia strumentale che vocale che riesce a toccare nel profondo chi ascolta liberandone le emozioni meno conosciute in un turbinio crescente. Al minuto 3:39, ad aumentare questo tornando emozionale giunge come un fulmine a ciel sereno (anche se un po' lo si aspettava con ansia) un assolo di chitarra aperto e quasi sognante che ben si inserisce nel leitmotiv della canzone aumentandone pure il carico energico ed atmosferico. Un solo molto tecnico con sprazzi di virtuosismo non fine a se stesso. Cavalcando l'onda di questo assolo finale il brano raggiunge la sua chiusura lasciandoci addosso una carica energica indescrivibile. Nel complesso, se paragoniamo questa seconda traccia della scaletta con l'opener vediamo subito come l'articolazione, a conti fatti, sia minore e come il brano abbia meno varianti o rimandi, ma la forza intrinseca di  "Among Two Storms" è da ricercarsi proprio in questa sua semplicità che infonde energia e atmosfera nel suo susseguirsi di melodie, chitarre graffianti e ritmiche decise. Ottima la prova vocale di Fernando Ribeiro all'interno dei cori di questa canzone."Due tuoni minacciano l'umanità tra due tempeste". Anche questo secondo testo, anzi, anche questa seconda poesia, si rivela subito criptica e non troppo incline alla spiegazione. Come in precedenza, cioè con la canzone iniziale, le parole sembrano dare una spiegazione per poi darne una seconda, poi una terza, una quarta e via di questo passo tante sono le volte che il testo viene letto e riletto finché gli occhi non distinguono più le parole che diventano un'unica macchia di colore su un foglio. Chi sono queste due madri che portano due figli? Perché questi due figli muoiono poco dopo le madri? Padre arcobaleno? Il tuono? La luna piena, gli esperti del male, il tempo promesso, tutti girano nella stessa dimensione del sole... Cosa c'entrano queste parole l'una con l'altra? Cosa stanno cercando di dire? La confusione nella mente di chi sta cercando il bandolo della matassa in queste liriche è totale. C'è una vena astratta che va ad unirsi ad una vena mistica che a sua volta va ad unirsi a riferimenti che sono sia poetici che realistici. Insomma, anche se può sembrare una scappatoia facile, vi lascio la libertà di trarre le vostre conclusioni liberamente senza alcun tipo di influenza esterna.

A Dead Poem

Al terzo posto nella tracklist, troviamo la title-track dell'abum: "A Dead Poem (Un Poema Morto)". L'inizio di questa nuova canzone ci proietta all'istante in un paesaggio differente. L'apertura è affidata ad un arpeggio di chitarra semi-acustico molto incisivo doppiata da un giro di basso profondo e ben delineato, dove lo strumento si sente molto più nettamente rispetto alle due canzoni iniziali, grazie a questa soluzione introduttiva della band. Un'aura iniziale che non è facilmente definibile a parole senza avere la musica che esce dalle casse e riempie la stanza; aura che ricorda, lontanamente e almeno dal punto di vista atmosferico (ovviamente per stile e genere quello che stiamo ascoltando e quello che stiamo per citare non c'entrano niente l'uno con l'altro, precisiamolo a scanso di equivoci), "Blues For The Red Sun" album del 1992 dei californiani Kyuss. Anche la carica emotiva sembra assomigliare. Questa introduzione in chiave semi-acustica, se vogliamo vedere questa è una novità nel sound della band ellenica e l'attacco delle vocals (minuto 0:30) con il loro mood acido e aggressivo in uno stile sussurrato tra lo spettrale e l'infernale unito all'ingresso della batteria riescono a creare una combinazione tra due elementi che in altri casi risulterebbero dissonanti e inadatti a coesistere all'interno della stessa traccia, specialmente nello stesso momento e invece in questo caso la luce sognante della chitarra e del basso mista all'oscurità profonda della voce il tutto sostenuto dalla batteria è perfettamente riuscito. Ma è solo il principio. Allo scadere del primo minuto, siamo circa a 0:56, l'andamento del brano subisce un cambio di percorso netto e preciso che lo lancia verso un groove più secco e ritmato dove la chitarra abbandona subito il passo iniziale per sprigionare un riffing più granitico su una ritmica cadenzata che rende entrambi gli elementi scanditi e distinguibili. Anche l'apporto vocale si adegua immediatamente all'impronta strumentale passando dal sussurro demoniaco alla cattiveria più marcata, senza però arrivare all'eccesso o remando contro all'arrangiamento, ma seguendone i contorni. Abbiamo quindi un primo solido cambiamento all'interno della traccia che non ne muta l'intensità ma con un tocco sempre più personale riesce a modificarne il registro delle emozioni che vengono trasmesse. Al minuto 1:40 i Nostri ci spiazzano con una seconda inversione di marcia che fino al minuto 2:07 ci riporta al tema iniziale con chitarre semi-acustiche, ritmiche cadenzate e voci sussurrate. Al minuto 2:07 una nuova sterzata ci proietta istantaneamente in ciò che abbiamo ascoltato prima da 0:56 a 1:40 dove però sembra quasi che il gruppo affondi ancora di più il piede sull'acceleratore, complici da un lato l'impressione che le vocals diventino più taglienti e aggressive e dall'altro l'inserimento (in sottofondo) delle tastiere che danno corpo alla struttura del brano ma amplificano l'idea che l'esecuzione abbia subito un incremento della sua velocità. L'inserimento di un assolo penetrante al minuto 2:40 completa l'opera e la forma di questa canzone sprigionandone tutta la sua carica emozionale per un perfetto coinvolgimento. Un assolo che muta forma al minuto 3:10 (quando manca un minuto al termine del brano) diventando quasi più aggressivo rispetto al passaggio precedente trascinando la traccia verso una vera e propria esplosione sonora. Tecnicismo, riffs affilati e ritmiche cadenzate che si amalgamano in un tripudio di melodia e cattiveria (sia sonora che vocale) che chiudono il brano e lasciano una scarica di adrenalina in chi ascolta.

 "È la stagione della morte degli alberi
Gli uccelli non cantano più
I fiumi non tornano più
La natura si estingue.

È la stagione della morte degli alberi
Gli uccelli non cantano più
I fiumi non tornano più
La natura si estingue.

Concentrarsi sull'orizzonte del domani.
Dolore non significa nessun futuro.
Copro il mio viso,
con le mie mani colpevoli

In questo tragico futuro,
il male è destinato a non guarire.
Quale fine può salvarmi?
Che bene mi dà una fine?

È la stagione della morte degli alberi
Gli uccelli non cantano più
I fiumi non tornano più
La natura si estingue.

È la stagione della morte degli alberi
Gli uccelli non cantano più
I fiumi non tornano più
Natura si estingue.

Prima era passione
Ora è perduto
Una drammatica storia morta
Ho ucciso tutto quello che ho

La mia tristezza si è tramutata in pazzia
Scrive parole senza senso

Una poesia per il dolore e la morte

Non c'è niente di innocente
Niente è giusto
Continuo a chiedermi,
continuo a chiedermi
Come ha fatto a finire così?

Concentrarsi sull'orizzonte del domani.
Dolore non significa nessun futuro.
Copro il mio viso,
con le mie mani colpevoli

In questo tragico futuro,
il male è destinato a non guarire.
Quale fine può salvarmi?
Che bene mi dà una fine?"

Un testo mesto e intenso che stringe la gola e colpisce in pieno petto. Nel leggerlo salta subito all'occhio una vaga somiglianza con le liriche della prima canzone, più che altro per i riferimenti alla perdita dell'innocenza e alla ricerca della salvezza. Nonostante la cupa poesia che lo confeziona il testo in sé non è così cupo e qualche sprazzo di luce lo lascia intravedere seppur verso la fine anche se nascosto dietro parole pesanti come macigni. Vediamo come si parla della consapevolezza di aver compiuto degli errori e di rendersi conto che non è la via giusta e lo si capisce mentre tutto intorno sembra morire, estinguersi, scomparire, come ripetono i primi due versi. Ma come si nota subito dopo la domanda "Come ha fatto a finire così?" il protagonista di questi versi sembra trovare un appiglio attraverso cui rialzarsi e lanciare il suo sguardo oltre quella siepe, oltre quella roccia che aggiungiamo liberamente adesso per dare l'idea di un ostacolo oltre il quale "Concentrarsi sull'orizzonte del domani." perché niente è perduto finché non lo permettiamo anche se tutto intorno non cambia e il un fitto velo nero continuerà a stendersi più e più volte non bisogna arrendersi e non bisogna che due domande come "Quale fine può salvarmi? / Che bene mi dà una fine?" si facciano portatrice dei nostri pensieri. Ecco questa potrebbe essere una spiegazione, magari solo dettata dal contrasto emotivo della canzone nella sua totalità che può anche averci preso la mano portandoci fuori strada ma questa versione non sembra così assurda.

Out Of Spirits

"Out Of Spirits (Malumore)", quarta traccia. Inizio diretto e senza troppe cerimonie con chitarra, basso e batteria subito in primo piano. Basso e chitarra si lanciano in un duello tra riffs serrati e distorti mentre la batteria inanella una serie di patterns rapidi che sostengono e coadiuvano nel migliore dei modi lo scambio di battute tra gli altri due strumenti. Una partenza che getta subito una luce mistica sul pezzo che va a evidenziarsi maggiormente al minuto 0:26 con l'attacco delle linee vocali e l'inserimento delle tastiere che assomigliano ad un coro ieratico (elemento che avevamo già trovato in precedenza ma che riesce a sorprendere ogni volta) che fanno ritornare i Nostri verso quegli scenari Black Metal che li hanno elevati agli altari più alti. Lentamente, il brano subisce un crescendo lento e pieno di pathos strumentale e vocale in questo susseguirsi di sprazzi quasi sinfonici dati dalle tastiere e Metal puro e semplice fino al minuto 1:30 quando l'atmosfera fin qui respirata viene schiacciata verso il basso da una trasformazione dei suoni che si fanno improvvisamente pesanti, quasi lenti, maligni, oscuri, ancora più oscuri di quanto i Nostri abbiano fatto sino ad ora. Una discesa verso gli Abissi più profondi che assume connotati tra il Doom e il Gothic più embrionale che all'interno del possente guitar-working di questo brano brillano di quella Fiamma Nera che ipnotizza all'istante con la sua danza. Il ritorno del cantato al minuto 1:50 (dopo lo stop avvenuto a 1:30) incrementa ancor di più questa sensazione sulfurea e maligna. Un rallentamento sempre maggiore che lancia chi ascolta in un vortice infinito, una caduta senza fine che solo nei due libri più noti di Lewis Carroll è possibile trovare. Un turbine che trova il suo acme al minuto 2:15 con uno degli assoli più intriganti della storia del Metal in generale, a metà tra una apertura melodica e un moto perpetuo all'interno dello stesso box di scale che diventa subito ipnotico e quasi alienante. Al minuto 3:00 avviene qualcosa che non ci si può minimamente aspettare, mentre l'assolo prosegue la sua corsa fino a spegnersi il brano diventa improvvisamente belligerante con voci (cantato principale e tastiere in sottofondo che ancora una volta sembrano dei cori) che sembrano incitare alla lotta, una batteria che detta il tempo alle parole e una chitarra che ne imita l'andamento fino al boato (che chi ascolta è portato ad immaginarsi) dove lo scream riprende il possesso del testo e sprona all'attacco mentre l'incedere bellicoso e cadenzato di ritmica e chitarra prosegue senza freni creando un sound che nei lavori della band visti fino ad ora ancora mancava e che si rivela una novità altamente gradita.  Questo segmento finale conduce fino alla conclusione del pezzo che anche se non presenta un arrangiamento della stessa articolazione delle prime tre canzoni e magari non presenta cospicui elementi per la disamina, ma si rivela una perla all'interno del disco guadagnandosi, dopo la title-track, il titolo di "seconda migliore canzone dell'album". "Vita e morte stanno lottando. L'esito è incerto. La decisione è nostra... ma la verità mi sfugge". Come un ritornello anche questo testo riprende parole e concetti della prima e della terza canzone creando una sorta di concept che ruota attorno a questa «Poesia per il Dolore e la Morte» come recita uno dei passaggi della title-track. Troviamo quindi ancora parole come dolore, lutto, perdita dell'innocenza, odio, paura, ma troviamo anche parole come dilemmi, dono, coscienza, essere vivo, destino... Una terza poesia dove luce e ombra diventano tutt'uno creando una storia che parte dal buio, si avvicina alla luce ma quel buio dove è nata non riesce ad abbandonarlo del tutto tenendolo legato a filo doppio con quell'anima addormentata che viene citata contro la quale si deve combattere ma senza svegliarla per avere la meglio su se stessi ("Io cammino lievemente / Cercando di non svegliare / La mia coscienza addormentata / Cercando di resistere a me stesso") senza paura con il solo desiderio di essere vivi anche se la propria anima resta assopita ("Voglio essere vivo / Ma la mia anima è addormentata."). Anche qui c'è una vena positiva che contrasta con la parte dominante delle liriche che tendono a non dare segni di positività ma infondono solo tristezza e malinconia ad ogni frase.

As If By Magic

Giro di boa, "As If By Magic (Come Per Magia)", quinta traccia. L'impronta iniziale riprende lo stile della traccia precedente con gli strumenti subito in primo piano senza ricorrere a soluzioni introduttive di sorta. La partenza inizia quindi con un riff greve e lento, molto distorto, seguito da una ritmica pesante e marziale ai quali si aggiunge una tastiera dal gusto orchestrale e sinfonico che mantiene inalterata l'idea di trovarsi di fronte ad un ritorno a quel sound Black che ha ammaliato nei primi album, spostando la proposta del combo ellenico dalla svolta artistica che stiamo trattando, anche se l'apporto delle tastiere curato da Xy (Xytras) infonde quell'aura gotica embrionale di grande impatto, ma non fa diventare questa parte dominante rispetto al resto del sound generale, si crea quindi un connubio tra l'oscurità Black, la malinconia e l'intensità del Gothic e il Metal più sanguigno, un giusto compromesso tra il passato e il presente della band che si dimostra sempre più matura nella ricerca della propria identità musicale. Troviamo anche una vena cinematografica nell'inizio di questa traccia, decisamente epica che lentamente si fa strada nell'oscurità che descrivevamo sopra. Tratto che viene amplificato dall'attacco delle vocals al minuto 1:25 dopo un rapidissimo start&stop alla fine di un assolo di ottima fattura che si imponeva sul tema principale. Star&stop che funge solo da gancio per le linee vocali dopo il quale (parliamo di una interruzione di 2 secondi) l'arrangiamento riprende nel medesimo modo con cui era iniziato a 0:42 in questo suo crescendo epico e sinfonico. Siamo al minuto 1:25 e sul tappeto melodico già descritto vengono cucite vocals aggressive, decise e scure che contrastano con la musica, un contrasto piacevole e godibile. Al minuto 2:20 il brano subisce un cambiamento radicale che spegne l'armonia che si era creata tra Luce e Ombra e lascia il posto all'impronta iniziale del pezzo, quindi tornano in primo piano un riffing lento e greve su una ritmica marziale e pesante, con una nota vagamente più affilata rispetto alla partenza, dove il basso (per un istante) prende il controllo del pezzo spiccando con la sua voce sopra alla chitarra. Al minuto 2:35 le linee melodiche di un nuovo assolo di chitarra riportano in primo piano che duello tra melodia e aggressività che ha pervaso l'album fino a questo punto, senza però riportare il pezzo all'interno di quello stampo epico e "passionale" ascoltato prima ma lasciando il cambiamento avvenuto nell'arrangiamento al comando, il quale, al minuto 3:00 diventa ancora più affilato in concomitanza con un cambio delle linee vocali che per pochi secondi diventano sussurrate e recitate incrementando fortemente l'aspetto più nero della band. L'aggressività generale, anche trattandosi di un riff portante dal passo lento e pesante con una ritmica cadenzata e scandita, viene ammorbidita dal medesimo gioco di chitarra che hanno dato vita al duello tra Luce e Ombra che ha imperversato fino a questo punto. Un ciclo continuo che in altri ambiti avrebbe annoiato e sarebbe sembrato subito ripetitivo e sintomo di mancanza di idee, ma in questo caso si rivela una soluzione perfetta per questo brano. Al minuto 4:11 il solo s'interrompe e il tema iniziale riprende il comando in solitaria fino al minuto 4:25 (da notare come il basso si senta molto nitidamente al fianco della chitarra) quando il guitar-working si divide nuovamente sul binario già descritto arrivando addirittura a sdoppiarsi nella sua componente melodica dando l'impressione che le chitarre siano tre invece che una sola che gioca sia come chitarra ritmica che come solista. Tutto questo fino al minuto 4:50 quando ritroviamo ciò che avevamo sentito al minuto 3:00, arrangiamento affilato e linee vocali parlate che aprono ad un crescendo rossiniano che sfocia su un nuovo assolo altamente melodico e di gran classe che allo stesso modo di prima fa nascere la sensazione dell'entrata in partita di una seconda chitarra che fa nascere l'idea che le chitarre siano tre (detta così può apparire un po' contorta ma ascoltando il disco e la traccia diventa subito chiaro il concetto) e che l'assolo venga doppiato. Quest'ultima sezione ci accompagna fino alla fine della traccia lasciando una serie di emozioni contrastanti nell'ascoltatore. "La notte assorbe la realtà e libera la  fantasia, solletica la mia vanità e mi butta in estasi". Questa volta sì che si può parlare di riscatto e rinascita senza che nessuna ombra spadroneggi senza freni sulle parole. Magia, fate, streghe, luna, nemici battuti, elevazione spirituale e di forza, estasi, confusione, saggezza. Parole che danno vita ad un racconto che parla di un sogno, quando la notte ti fa cadere addormentato e ti ritrovi proiettato in un mondo fatato dove le fate della notte tenteranno di prendere la tua anima mentre le streghe ti daranno forza anche se cercheranno di prenderti a loro volta, una forza che ti trasforma in aria e fuoco per annientare quei nemici che si ergono sul tuo cammino. Una serie di incantesimi che se onorati e rispettati ti daranno la saggezza necessaria per diventare qualcuno e sconfiggere anche la notte. Al risveglio, quando le creature cadranno lasciandoti solo, sarai pronto ad affrontare davvero la notte. Un testo quasi fiabesco che alimenta la speranza nel leggerlo, la speranza che la forza per essere se stessi esiste dentro il nostro inconscio e che ha solo bisogno di essere scoperta e liberata. Sta a noi scegliere come, attraverso i sogni della notte.

Full Colour Is The Night

Proseguiamo con "Full Colour Is The Night (Piena Di Colore è La Notte)". I tratti gotici della nuova svolta della band tornano a farsi sentire pienamente e l'influenza dei primi Paradise Lost in un modo o nell'altro tornano a farsi strada nella proposta come era avvenuto nell'opener dell'album. L'inizio, come in precedenza, è diretto e senza cerimonie. Se non fosse per il cantato in scream (e venissero usate vocals pulite) stilisticamente, questa traccia, per quello che concerne la sua partenza potrebbe tranquillamente rientrare nel Metal ottantiano di stampo melodico. Nei primi secondi notiamo come questa sesta canzone riprenda il percorso segnato dalla traccia iniziale recuperandone lo stile compositivo rendendolo decisamente più aggressivo nonostante l'approccio melodico. La nota negativa traspare però immediatamente. Nonostante la scelta stilistica che riesce subito a far stampare in maniera indelebile questa canzone nella testa, si rivela subito schiava di un andamento eccessivamente lineare, andamento ben diverso da quanto sentito fino a questo punto e questo è un vero peccato se lo si paragona all'ottima base su cui l'arrangiamento è stato costruito, ma per tutti i primi due minuti, per la precisione fino a 2:19 (più o meno verso la metà del brano) scorre tutto su un unico binario senza variazioni di alcun genere anche se, ripetiamo, viene recuperata l'impronta con cui il disco è iniziato e il brano è immediato. Questo ci dà ben pochi elementi su cui discutere che vadano in qualche modo ad aggiungersi a quel poco che abbiamo detto. Ma arriviamo al minuto 2:19 e vediamo come la tanto agognata variante giunge a risollevare le sorti della canzone. Quello che ci troviamo davanti è una riduzione netta della velocità in favore di un riffing più grezzo ma rifinito sostenuto da patterns di batteria lenti e scanditi che dettano il tempo con precisione millimetrica e con un giro di basso che si staglia sopra ad un secondo riff di chitarra dall'aria distorta e vagamente sincopata che getta nuova luce sul pezzo, questo frangente dura pochi secondi (minuto 2:33) prima che la traccia ritorni al suo groove di partenza, ma questo ritorno non è fatto per durare e al minuto 2:50 queste due sezioni finiscono per mescolarsi fino a lasciar emergere solo la componente dal riffing sincopato e dalle ritmiche spezzate in cui traspare un certo approccio moderno al suono, un approccio abbastanza insolito se pensiamo ai primi lavori del gruppo. Un sound sempre più anni '80 che però abbandona lentamente quello che abbiamo sottolineato inizialmente: «I tratti gotici della nuova svolta della band tornano a farsi sentire pienamente», proiettandoci in un universo differente. L'unione tra le due caratteristiche fondamentali della traccia tornano ad unirsi al minuto 3:00, ma contrariamente a primi, la parte melodica emerge meno e "l'aggressività" della soluzione scoperta a metà brano si dimostra altamente superiore. Non mancano certo i pregi all'interno di questa soluzioni di stampo più moderno anche se carica di rimandi agli anni '80, primo tra tutti il guitar-working che riesce ad essere solido ma ispirato e traghetta facilmente l'ascoltatore nel suo vortice, seconda cosa la ritmica che riesce a coadiuvare la chitarra nel migliore dei modi ma che riesce a infondere la sua personalità al pezzo.  Ma nonostante ciò, il brano finisce per rimanere intrappolato nella morsa della linearità e della ripetitività che anche se interviene una soluzione musicale che ne inasprisce i toni non aiuta la traccia ad emergere. Si ha come l'impressione di aver ascoltato soltanto un riempitivo che nulla aggiunge al disco a livello musicale. "Devo dirti la leggenda? Su un giardino che veste di nero, ti dirò dei sussurri... gli occhi scuri della notte". Con la canzone precedente (se non calcoliamo il secondo "caotico" brano, per il suo testo ovviamente) si è chiusa una parte del concept (ipotizzato) di questo album e se ne è aperta una seconda che vede come protagonista la notte, con i suoi mondi, i suoi colori, le sue luci e le sue ombre. Ma ancora una volta, vuoi per la traduzione non proprio corretta, vuoi per un errore di lettura, vuoi per mancata comprensione o altro il tutto si rivela quantomeno criptico e complesso ma ad una possibile via interpretativa ci possiamo arrivare con un po' di impegno arrivando però all'ovvietà più smaccata: Ancora una volta si parla di come la notte sia portatrice di sogni e magie che ci fanno scoprire qualcosa della nostra esistenza, la notte è fatta per ricordare, per pensare e la notte lo sa e fa in modo che questo accada, sia per guidare che per ingannare. Anche questo testo, alla fine, non può essere spiegato con una sola visione delle parole, perché come abbiamo già detto  le parole non ci conducono tutti per la stessa strada. Si dovrà aspettare che sia la voce della Notte ad esprimersi e a indirizzare verso una possibile via.

Semigod

Passiamo ora a "Semigod (Semidio)". Questa canzone, ascoltata la prima volta, con poca attenzione, tende a risultare molto semplice nella sua struttura specie nella prima parte, senza nulla di particolare che giunga all'orecchio. Ma stiamo parlando di un ascolto sommario. Lasciando terminare la traccia e facendola ripartire da capo e questa volta focalizzando bene l'attenzione su cosa esce dalle casse del proprio stereo subito dopo l'attacco iniziale si possono captare le diverse componenti del brano. Partiamo da un inizio ancora una volta immediato e senza invenzioni introduttive  dove ritroviamo le tastiere che nell'ultimo brano erano scomparse. Il muro sonoro eretto da chitarra, basso e batteria e dirompente e domina totalmente il pezzo rendendo quasi impossibile distinguere al suo interno l'intervento atmosferico operato da Xy. Questo primo quadro mantiene saldo il comando per i primi 45 secondi prima di lasciare il posto alla prima variazione del pezzo. Un cambio che porta il muro sonoro di cui parlavamo prima a diminuire di intensità lasciando trasparire un riffing più sfaccettato basato su due lavori di chitarra differenti, ovvero il riff portante e un secondo riff dalla tonalità più acuta cucito sopra, tutto condito da una ritmica ancora una volta cadenzata ed incisiva. Questo secondo quadro si interrompe al minuto 1:09 quando a prendere il controllo della situazione è un rientro delle melodie gotiche sprigionate dalle linee melodiche della chitarra messe in contrasto con l'uso (tecnica già vista e apprezzata in questo album) di vocals parlate e non in scream come per la sezione iniziale della traccia. Linee vocali che creano un ipotetico ponte tra le strofe della canzone. Al minuto 1:50 ritroviamo ad attenderci il cambio di registro ascoltato da 0:45 a 1:09 e qui notiamo come il tema portante del pezzo diventi completamente distinguibile all'interno del suono (la sua presenza è individuabile anche nel segmento iniziale ma non è subito così facile da separare dal muro sonoro); passano appena 10 secondi e al minuto 2:00 ecco ritornare le decise melodie della chitarra che si stagliano sopra al riff principale unite alle linee vocali parlate a cui si unisce la tastiere completando l'atmosfera. A partire dal minuto 2:56 veniamo investiti da un nuovo cambio che pone fine all'alternarsi delle due parti ascoltate e sposta la traccia su un nuovo binario semplicemente inserendo prima un assolo di chitarra ad alto tasso emozionale facendolo poi seguire da un raffinato lavoro di tastiera entrambi cuciti sopra al leitmotiv del brano che si mantiene fermo sulla sua natura dirompente. Questa minima variazione, come abbiamo appena detto, cambia il mood della traccia senza sforzi e senza ricorrere a nessun espediente particolare. Un cambio che resiste al timone fino al minuto 3:37 quando il passo viene nuovamente dettato dal secondo movimento della canzone ( 0:45 - 1:09). Al minuto 4:09 torna al comando il carico enfatico ed emozionale del nuovo aspetto melodico dei Nostri senza però che si presentino cali di energia. Quest'ultimo cambio segna l'ultimo passaggio del brano che lentamente va a chiudersi accompagnato dall'ottimo lavoro di chitarra di Sakis Tolis. Una canzone che appare semplice nella sua struttura, come dicevamo prima ma che presenta diversi elementi, a loro volta semplici e inanellati secondo uno schema preciso che li ripropone in rapida successione, ma che rimette in gioco la nuova proposta del gruppo dato che (almeno nel pezzo precedente) quest'ultima si stava perdendo. "Semigod", può benissimo essere catalogata come il capitolo più maligno di "A Dead Poem" nonostante il fortissimo apporto melodico. "Mi apre un cancello, attraverso il cielo rosso. Mi dona il potere di due leoni. L'occhio del falco. Il tuo sangue nelle mie vene." Terzo capitolo, terza parte di questo libro di poesie. Finiti i riferimenti alla notte (anche se ritroveremo qualche riferimento alla stessa successivamente) torniamo su lidi già più conosciuti nel modo di scrivere della band, dove vengono riportati in gioco riferimenti ad antiche divinità che spostano le liriche da quanto visto fino ad ora e le riportano alle tematiche più classiche dei Nostri. Viene quindi automatico lasciarsi guidare dalle parole così come sono scritte senza lanciarsi alla ricerca spasmodica di seconde o terze vie che magari si nascondo dietro a questa o quella parola. Quello che risulta (ipoteticamente ovviamente) è il racconto di un guerriero (potrebbe benissimo essere colui che parla attraverso queste strofe) a cui le divinità aprono i cancelli dei Regni più Alti e dove una di queste divinità dona il suo sangue al nuovo arrivato che si ritrova premiato della forza di due leoni e dello sguardo di un falco. Ora è più forte e anche se inconsapevole di quale sia il suo destino è pronto a lanciarsi anima e cuore nella terra dei valorosi, metà uomo e metà divinità, con la magia e la saggezza al suo fianco.

"Niente mi può spaventare
Niente mi emoziona
Niente mi brucia
Niente mi uccide
Niente è meglio di me"

Ten Miles High

Ad attenderci all'ottavo posto in scaletta troviamo la strumentale "Ten Miles High (Dieci Miglia Di Altezza)". Un brano totalmente strumentale come appena detto, che si configura allo stesso modo di "Semigod", ovvero all'apparenza semplice nella struttura al primo ascolto ma che basta ascoltarlo una seconda volta per trovare più di un elemento al suo interno. Andiamo per ordine. L'inizio risente ancora molto dell'influenza della già citata Gothic Metal band albionica dei Paradise Lost, ma fortunatamente l'impronta personale dei Nostri è riuscita a non scadere nella copia e di trasportare quello stile ben preciso all'interno del loro sound. Siamo sempre all'insegna dell'immediatezza scevra di orpelli decorativi inutili o infarcita di tecnicismi fini a se stessi. Il primo segmento vede l'utilizzo di riffs spezzati e distribuiti attentamente al pari della sezione ritmica e questa soluzione dura fino al minuto 0:24 quando la chitarra inserisce all'interno di questo schema elementi semi-acustici vicini a quelli che avevano aperto "A Dead Poem" ma con una venatura prossima al Folk. Queste due componenti fungono da apripista per quello che avviene al minuto 0:50 quando l'apporto arioso della chitarra lascia il comando ad un quadro dai tratti suddivisibili in tre parti unite tra loro: la prima granitica affidata a chitarra, basso e batteria; la seconda dai tratti operistici affidata alla tastiera e una terza più melodica affidata alla chitarra che unisce al tema principale un secondo riff per l'appunto più aperto e melodico. Questa nuova componente lascia poi il posto al minuto 1:23 ad un nuovo ritorno di quegli echi Folk creati dalla chitarra che però a questo giro sono meno ariosi e aperti e hanno una matrice più "scura", più grave grazie anche al continuo apporto delle tastiere che tengono alta questa atmosfera specifica. Una parte del brano che diventa subito molto malinconica, fredda, emotiva ma anche carica a livello di energia. Al minuto 1:53 questa parentesi mista tra semi-acustico ed elettrico termina lasciando spazio solo alle parte elettrica del sound ma senza lasciar scappare il carico emozionale appena guadagnato anzi prosegue il carico malinconico che si fa più accentuato dall'interruzione della componente acustica. Mano a mano che il brano scorre il tutto diventa sempre più freddo, crudo, soffocante, assordante, estraniante, tetro, funereo, triste il cui culmine arriva a squarciare l'aria al minuto 2:46 dopo un lento crescendo della chitarra che inanella una serrata serie di assoli (più verosimilmente lo stesso assolo che cresce lentamente fino a trovare il suo apice) fino ad esplodere in uno dei più bei momenti che il Metal abbia regalato. Anche l'anima più dura si piega di fronte a quanto appena sentito, non si può rimanere impassibili. Al minuto 3:32 riprende il bastone del comando il frangente che abbiamo ascoltato dal minuto 1:23 al minuto 1:53 andando poi a concludersi senza ulteriori cambi.

Between Times

Siamo prossimi alle battute finali ma prima di giungere al brano conclusivo veniamo accolti dalla seconda traccia che si rivelerà (piccola anticipazione) come la seconda traccia dal gusto malinconico dell'intero album: "Between Times (Attraverso I Tempi)". La somiglianza con la traccia precedente è innegabile, sopratutto per lo scambio tra chitarra e tastiere che prende subito il controllo del tema principale con il perfetto supporto della sezione ritmica. L'atmosfera che si respira è immediatamente votata all'oscurità, ma non nella sua forma più aggressiva, bensì nella sua forma più impegnata alla stimolazione delle emozioni più scure che si possano provare.  Il passo è molto cinematografico ed epico in questo primo minuto della traccia e questo elemento catalizza subito l'attenzione convincendo nel giro di pochi secondi. Un connubio tra l'elemento sinfonico dato dalla tastiera e la cattiveria data batteria, basso e chitarra che a sua volta infonde anche la controparte melodica al tutto. Al minuto 1:00 fanno il loro ingresso le vocals e il suono raggiunge la sua completezza. Anticipavamo prima il fatto che questa canzone sia la seconda più malinconica dell'album subito dopo "Ten Miles High" ma a differenza della precedente traccia strumentale dove era proprio la Musica a creare questo mood malinconico in questa canzone a dare questa scarica emotiva ci pensano da un lato le linee vocali e dall'altro il tono enfatico delle tastiere che a tratti assomigliano nuovamente ad un coro solenne e mistico allo stesso tempo. Questo tappeto sonoro prosegue senza alterazioni in un crescendo continuo fino allo scoccare del minuto 2:39 quando l'epicità si ferma in favore di toni meno enfatici ma ugualmente carichi di pathos composti da riffs granitici, ritmiche cadenzate ma dall'incedere marziale e linee di basso ben definite, dove chitarra e basso vengono distorti in maniera tale (senza eccessi ovviamente) da incrementare la loro affilatura. Questo frangente funge da pausa, un ponte tra la prima parte del brano e la seconda. Un attimo di respiro per prepararsi alla tempesta in avvicinamento. Al minuto 3:07 quando con il ritorno del cantato rientrano in scena le tastiere e il tutto ritorna all'epicità intrisa di malinconia che traspare sotto al taglio acido e cavernoso della voce. Si viene quindi nuovamente lanciati nel tornado emotivo che ci aveva investiti nella prima parte. Questa ripresa prosegue linearmente e senza influenze esterne o interne fino al minuto 4:10 quando la partita torna in mano all'impronta sonora vista prima al minuto 2:39 che questa volta va a mescolarsi con il leitmotiv della canzone portandola a conclusione. Una traccia che probabilmente non presenterà le stesse sfaccettature delle precedenti e sarà meno articolata ma possiede una carica energica ed emozionale che coinvolgono subito e lasciano questo aspetto puramente tecnico in secondo piano. "In questa vastità posso sentire la tua presenza, ma non riesco a capire le tue parole fuorvianti". Terminata la parentesi più "classica" per ciò che concerne i testi, dopo la parentesi strumentale, rientriamo totalmente nelle tematiche della prima parte del disco andando così a chiudere un cerchio. Mentre il tempo scorre e batte il tempo sui suoi tamburi, paure e desideri vengono risucchiati dalla quiete che si è creata ("L'estatica quiete / Risucchia ogni paura / E ogni desiderio"). É giunto il momento di purificarsi dopo aver corso contro le proprie ombre, attraverso le illusioni mentre sopra la propria testa, nell'ombra della notte, si staglia un'ombra che parla con parole incomprensibili e fuorvianti. Ritorniamo quindi alla cripticità iniziale dove luce e ombra continuano a mescolarsi senza curarsi della difficoltà di seguire il loro percorso attraverso le parole a riprova ancora una volta del fatto dell'elevato livello culturale dei Rotting Christ. Livello culturale difficile da eguagliare a cuor leggero. Le parole possono ingannare così come possono dire la verità e ancora una volta non ci permettono di arrivare ad una conclusione che possa soddisfare chiunque legga queste pagine.

Ira Incensus

Questo quarto album dei Rotting Christ si chiude con "Ira Incensus (Furioso)". Intro atmosferica che subito differenzia quest'ultimo brano dal resto della scaletta; introduzione che non supera i 3 secondi passando subito la palla alla chitarra che apre ufficialmente le danze prontamente raggiunta dalla sezione ritmica alle quali si aggiungono subito le vocals con il loro nuovo stile recitativo sempre e comunque oscuro e tetro. In quest'ultima canzone troviamo la somma degli elementi che hanno costruito i brani precedenti. Dopo l'intro citata veniamo introdotti in un passaggio epico e finemente orchestrale arricchito da un riffing lento e da una ritmica cadenzata, il tutto fino al minuto 0:33 quando l'epicità nera che ci ha appena accolti viene impreziosita e variegata da una chitarra acustica dai colori mediterranei che infonde quell'aria folkloristica al possente muro sonoro dei Nostri. Questo terzo passaggio conduce l'ascoltatore fino al primo minuto del pezzo, quando questo elemento acustico appena trovato si congeda lasciando la scena allo sfogo totale della parte più elettrica della band che si lanciano in una cavalcata metallica che non fa prigionieri e riesce a miscelare il recente passato del gruppo con questo suo nuovo percorso, echi Black che vanno ad unirsi a soluzioni Gothic divenendo subito di grande impatto. Al minuto 2:17 torna in pista la parte acustica della traccia mentre il tappeto melodico non subisce variazioni di nessun tipo mentre in sottofondo si fa strada una strana atmosfera che sembra preannunciare un temporale sempre più vicino. Temporale che si scatena al minuto 2:29 quando gli strumenti affossano la parte acustica riprendendosi il loro territorio e scatenando tutta la potenza possibile anche se le ritmiche rimangono vicine ad un andamento scandito e cadenzato appena coperte da voce e chitarra che diventano padrone della scena. Al minuto 2:57, senza aver nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa sta succedendo, la traccia cambia ancora strada e porta il connubio tra Gothic e Black su un piano ancora più alto giocando su una riduzione della velocità sia della chitarra (qui alle prese con due riffing ben distinti) che della sezione ritmica basso-batteria. L'atmosfera che è andata creandosi in questo nuovo passaggio viene arricchita e completata, al minuto 3:34 dall'ingresso di un assolo di chitarra molto melodico e aperto che tiene banco fino al minuto 3:55 quando sulla dissolvenza dell'assolo riparte il segmento acustico nella sua veste più recente all'interno del brano, ovvero quella ascoltata dal minuto 2:17 a 2:29, elemento che con disinvoltura e scioltezza va ad unirsi con la componente più aggressiva ed elettrica del pezzo, il tutto sostenuto da quei connotati epici, sinfonici, emotivi dati dalla tastiera che lentamente si trasforma nella guida che porterà alla fine della canzone e quindi alla chiusura dell'album, in maniera totalmente strumentale senza altri interventi vocali (i quali si erano conclusi prima dell'assolo di chitarra). Una chiusura eccellente che riesce ad ammaliare, ipnotizzare e confondere con intelligenza e classe. "Lascia che il silenzio parli. Lascia che il mio fuoco cammini. Il percorso della disperazione. Confessate i vostri peccati se avete il coraggio". Quest'ultimo testo si presenta come la mesta conclusione di ciò che abbiamo letto all'inizio. La ricerca di una via di salvezza, di un riscatto, di una soluzione ai propri errori, lentamente si sta lasciando rapire da quello sconforto che cercavamo di evitare: "Tutti gli sforzi sono vani / La mia vita è dolore / Sto raggiungendo la verità / E la morte è la prova". La consapevolezza di non essere riusciti a trovare una via, pur rimanendo invincibili e pieni di orgoglio di fronte alla sconfitta ("L'albero del mio orgoglio / È cresciuto così selvaggio / Io sono colui che resiste") mentre ormai la notte incombe e la vita sembra scivolare dalle mani senza che il proprio obbiettivo sia stato raggiunto ("La notte si sta diffondendo / La mia vita sta per terminare").  «Poesia per il Dolore e la Morte» abbiamo visto che è ancora una volta questo il tema, lo ripetiamo ancora. Se fino a poco fa la paura veniva lasciata alle spalle, si cercava di guardare al domani, si prendeva coscienza dei propri sbagli e si cercava di risollevarsi dall'oblio, la follia è riuscita ad impossessarsi della mente, si resta da soli con se stessi senza più nessuno accanto che possa tendere una mano, con il volto rigato dalle lacrime, consci della propria inferiorità.

Conclusioni

Potremmo definire "A Dead Poem" come il primo vero album della grande svolta sonora dei Rotting Christ, oppure potremmo affidarci alla carta sempre giocabile della maturazione artistica e quindi intenderlo come la naturale prosecuzione di un percorso di crescita che tutte le band intraprendono nella loro carriera. Un album che si lascia ascoltare senza intoppi, godibilissimo e portatore di una certa atmosfera. Un passo in avanti per la band dopo l'incerto "Triarchy Of The Lost Lovers". Il quale, lo ricordiamo, non era riuscito a convincere appieno per diversi fattori: vogliamo per una sorta di incertezza di fondo, vogliamo perché effettivamente giunto dopo due autentici capolavori della "prima era" ("Thy..." e l'immenso "Non Serviam")... in sostanza, un disco che non era stato capace di dire ciò che avrebbe dovuto, peccando forse di eccessiva timidezza. Brani troppo lineari e per alcuni versi ripetitivi, denso sì di pathos ma anche in grado di "stancare" leggermente, dopo qualche ascolto. Sentimenti e sensazioni che, fortunatamente, non aleggiano neanche per un po' lungo l'ascolto di questo poema. Una "lettura" decisamente piacevole ed avvincente, in grado di mostrare qualcosa di nuovo e di appassionante, un disco che con coraggio riesce ad affermarsi, ergendo la sua stazza in maniera fiera e possente. Insomma, quel che sarebbe dovuto essere "un disco fa" lo abbiamo - a conti fatti - proprio ora: finalmente i Rotting Christ iniziano ad uscire allo scoperto, mostrando nuovi talenti e nuove abilità. Un gruppo che ha fatto dell'estremo il suo credo e che si ritrova, ora come ora, a fronteggiare nuovi emisferi, nuovi orizzonti, nuovi sentieri da battere. Lo abbiamo udito, dopo tutto, non possiamo certo far finta di niente, consegnando "A Dead Poem" agli archivi senza aver provato neanche un po' di meraviglia o sorpresa. E' un platter che si lascia apprezzare ed ascoltare, un disco che si fa sentire e percepire, incapace di lasciar indifferente chi che sia. Il primo importante gradino per la costruzione di una scala che porterà gli ellenici sempre più in alto. Proprio in cima troveremo il meglio; eppure non possiamo dimenticarci neanche per sbaglio di un primo passo così importante, lo step sul quale il piede ha dovuto posarsi per dare al resto del corpo lo slancio necessario, per proseguire. Da questo momento in poi tutto sarebbe stato fondamentalmente "da scoprire" nonché da elaborare. I Rotting Christ avevano da vagliare numerose possibilità, imboccare numerose vie. Tutto questo è stato di fatto possibile grazie al rilascio di "A Dead Poem", non dobbiamo dimenticarlo nemmeno per un momento. Un lavoro il quale ci mostra un gruppo perfettamente a proprio agio con un genere tutto sommato ancora nuovo da scoprire e da apprezzare appieno all'epoca in cui questo disco uscì. . L'approccio ai singoli brani è meno istintivo che in precedenza e più attento ai dettagli, di conseguenza parte della ruvidezza a cui la band greca ci aveva abituati risulta levigata e ammorbidita. Le varie canzoni, salvo nei punti evidenziati, potrebbero apparire bloccate nella ripetitività così come il cantato che non esce da un determinato stile che si ripresenta in più occasioni. Ma queste sono sottigliezze su cui si può anche sorvolare lasciandosi trasportare dall'enorme carico di emozioni che si scatenano ad ogni solco e dalle parole utilizzate lo potete notare tranquillamente. Non possiamo gridare al capolavoro questo è certo ma che questo nuovo album sia una delle maggiori perle all'interno della carriera della band greca è innegabile e tranne qualche passaggio non proprio riuscito quest'album è ottimo sotto tutti gli aspetti, segnando il primo vero passo verso la svolta musicale della band che solo attraverso gli album successivi, ma questo lo abbiamo già detto, potrà essere valutata in maniera più completa, positivamente o negativamente solo ascoltando si potrà decidere.

1) A Sorrowful Farewell
2) Among Two Storms
3) A Dead Poem
4) Out Of Spirits
5) As If By Magic
6) Full Colour Is The Night
7) Semigod
8) Ten Miles High
9) Between Times
10) Ira Incensus
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