ROBERT PLANT

Carry Fire

2017 - Nonesuch Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
07/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Carry Fire è l'ultimo album solista di una leggenda vivente, un uomo che quarant'anni fa, assieme a tre compagni altrettanto leggendari, ha rivoluzionato per sempre la percezione non solo dell'hard rock, ma della musica in generale: sto parlando di Robert Plant, noto a livello planetario per essere stato il cantante dei Led Zeppelin. Del vecchio Dirigibile ho scritto oltre cento pagine di materiale, cercando di sviscerare, da quella manciata di album storici, non solo l'eredità immane che ci hanno lasciato, ma anche l'umanità che vi è racchiusa dentro, dalla giovanile sensualità, l'arroganza e la fascinazione mistica, fino al dolore, il rimpianto e l'intima fragilità. E dico davvero: ho cercato di farlo sempre col massimo dell'oggettività. Tuttavia, non ho certo la pretesa di considerarmi un "biografo" dei Led Zeppelin, ma ancora e nonostante tutto un appassionato, un fan, e da vecchio fan incallito, recensire con riguardo oggettivo un'opera del genere, potrebbe essere cosa tutt'altro che facile. Il problema non è l'album in sé, e nemmeno l'artista che c'è dietro; il problema sono io. Noi. Noi e la nostalgia. E la nostalgia - almeno secondo me - funziona in due modi: ci tiene ancorati al passato, incapaci non dico d'apprezzare, ma anche solo di interpretare il presente, oppure ci annebbia la mente, lasciando che l'entusiasmo di ritrovare un antico idolo oscuri la nostra oggettività. Da quando Robert Plant ha presentato al mondo la sua nuova opera, tra i fans, non s'è vista via di mezzo: chi si è acriticamente innamorato del suo lavoro, e chi ne ha immediatamente sminuito lo spessore. Fin qui nulla di strano, sembra infatti sia questo l'andazzo contemporaneo riguardo l'opinione su, tipo, qualsiasi cosa; dai film alla musica, dai libri ai videogiochi, ci si divide tra "schifezza" e "capolavoro", senza sfumature di sorta. Qui la questione però è un pelo diversa, e ancora più complessa, perché alla nostalgia si unisce l'inevitabile, maledettissimo confronto. Ho letto le opinioni di molti, moltissimi fan lamentarsi della generale morbidezza delle tracce, ad esempio, descrivendo Carry Fire come un album "composto di sole ballad"; trattandolo, cioè, come un qualsiasi disco dei Led Zeppelin, e non come un'opera di Robert Plant. A questi signori e a queste signore posso dire soltanto due cose: la prima, perdonate la supponenza, è che gli anni '70 sono finiti, e i Led Zeppelin con loro. Da un pezzo. La seconda, per quanto difficile da accettare, è che se c'è qualcuno che ha cercato di lasciarsi alle spalle tutta quella storia, quello è proprio Robert Plant. Inutilmente, questo è chiaro. Fin dallo scioglimento degli Zeps, il cantante ha intrapreso una strada che è sua e solo sua, incurante delle critiche, delle aspettative e, in qualche caso, perfino degli insulti: ad una sterile riproposizione del passato, Plant ha sempre preferito rivolgere lo sguardo verso il futuro, anche ora, che di candeline ne spegne 70. Chiariamoci, lui ama quel che ha fatto con i Led Zeppelin, è orgoglioso della sua carriera e forse, intimamente, sa che non potrà mai superare quanto fatto a vent'anni. Il suo amore per l'antico repertorio penso sia ben documentato in ogni istante di "Celebration", in quella reunion a dir poco splendida del 2007 (incredibile, già dieni anni), nonché in una pur limitata quantità di iniziative che, in quattro decadi, lo hanno visto riprendere in mano i suoi vecchi brani, spesso assieme all'ex collega e amico Jimmy Page. Ma fin dal 1982, anno in cui sono usciti contemporaneamente l'ultimo album dei Led Zeppelin e il debutto solista del cantante, "Pictures at Eleven", Robert Plant ha cercato di trovare un cammino umano e artistico unico, rifiutando qualsiasi genere di etichetta, a partire da quella di "metallaro", o peggio, di diventare un prodotto derivativo di sé stesso, destino di tante antiche glorie dell'hard rock. Mentre il suo vecchio pubblico ancora piangeva la scomparsa della "più grande rock band del mondo", Robert Plant cambiava volto a suo piacimento, pur rimanendo sempre sé stesso: hard rock, arena rock, sinth pop, post punk, new wave, e dagli anni '90 di nuovo blues, country e infine folk, fino a quel fugace ritorno al passato nel 2010, assieme al gruppo in cui cantava da adolescente, la Band of Joy. La cosa meravigliosa, riguardo le sue collaborazioni, è la leggerezza con le quali nascono e poi finiscono, senza risentimenti né forzature, con la naturalezza e la cortesia di chi sa fin dall'inizio fin dove vuole arrivare. Poi, dopo la Band of Joy, ancora la fuga verso nuove avventure, nuovi stimoli e nuove sonorità, ma sempre entro gli immaginifici ed eterei confini di Bron Yr Aur, trasformatosi da luogo reale a luogo della mente, come se le verdi colline del Seno D'oro rappresentino il suo porto sicuro, il faro da seguire nei momenti di smarrimento. Ecco, forse Carry Fire è l'album dello smarrimento, come smarrito mi sono sentito io stesso tra le sue note, ma non è un limite o un difetto, anzi: lo "smarrimento" è proprio ciò che rende questo disco un gioiellino. Sì, esatto, tanto vale dirlo subito: quest'album è proprio bello. Non un "capolavoro", capiamoci, questo è un titolo che spetta a una manciata di dischi irrinunciabili, ma bello, quello sì. Davvero. Le singole canzoni sono gradevoli, spesso intriganti e suggestive, ma prese da sole non rendono l'idea, anzi, possono persino stuccare; è solo nel suo insieme che l'opera diviene una sorta di Esperienza, umana e mistica, intellettuale ed emotiva. Perdersi fra i suoi brani è come perdersi in una foresta vergine ricca di sussurri, o magari, forse, tra certe colline gallesi in cui è ancora possibile percepire la magia sopita di tempi perduti. Carry Fire è il più diretto erede di quella perla che fu "Led Zeppelin III", o almeno, di quello che fu il contributo di Robert Plant nei confronti di quel disco. Ma Carry Fire non è un album dei Led Zeppelin; Carry Fire è l'opera insieme matura e di passaggio di un artista neo-folk, un monile dall'eleganza discreta e raffinata che mai, e sottolineo mai, andrebbe messo a paragone con altri lavori. E tutto questo, vi assicuro, lo dico nel tentativo di essere il più oggettivo possibile, giacché anch'io, come tutti voi, sbavo al solo pensiero di un'altra reunion del Dirigibile. Eppure non solo tutto questo mi sta bene, ma sono addirittura contento che sia così, e il perché lo spiegherò alla fine. Ora, vediamo di addentrarci nell'opera. Carry Fire si presenta col suo primo singolo, "The May Queen", il 18 agosto 2017, seguito il primo settembre da "Bones of Saints" e infine, il 26 settembre, da "Bluebirds Over the Mountain", in collaborazione con Chrissie Hynde. Ad accompagnare Robert Plant sono i The Sensational Space Shifters, la band formata dal cantante nel 2012, in concomitanza con una lunga serie di live e in linea coi suoi progetti futuri. Tra questi musicisti, ovviamente, non ce n'è uno che non s'attesti almeno oltre l'eccellenza, e così abbiamo: il chitarrista Justin Adams, già collaboratore di Plant nel 2005 per l'album "Mighty Rearranger", e come lui vicino a sonorità Blues e World Music; Liam Sean "Skin" Tyson, famoso per la sua militanza nei Cast e anch'egli già collaboratore di Robert Plant dal 2001, con gli Strange Sensation; John Baggott, polistrumentista e produttore, compositore e asso delle tastiere, noto per le sue collaborazioni con i Massive Attack e i Portishead... insomma, una sorta di John Paul Jones, forse anche più poliedrico; Billy Fuller, giovane bassista già noto per la sua militanza con i Mogwai... be', giovane rispetto al singer dei Led Zeppelin, ovviamente; Dave Smith, batterista, uno dei più richiesti session man della scena alternative britannica, forte di un bagaglio che va dal jazz alle percussioni dell'Africa occidentale, e quindi dotato della necessaria versatilità richiesta dai progetti di Plant; Juldeh Camara, musicista originario del Gambia con un curriculum più lungo di quello dello stesso Plant, definito al suo paese un "griot", ovvero una sorta di fusione tra uno storico, un cantastorie, un poeta e un oratore, depositario dell'antica tradizione orale della sua cultura. Non sembra avere un ruolo, su Carry Fire, ma è comunque parte integrante degli Space Shifters. E infine, le guest star del disco: Seth Lakeman, contemporaneo guru del folk britannico, professionista dalle mille sfaccettature che presta all'opera la sua maestria nella viola e nel violino, e Redi Hasa, violoncellista originario di Tirana la cui reputazione è nata tra l'Albania e l'Italia, proseguendo tra il folk balcanico e Ludovico Einaudi, tra la sua città natale e il conservatorio di Lecce. Questa, in sintesi, l'eccezionale squadra reclutata da Robert Plant nel corso degli anni e degli eventi, un gruppo - credetemi - che non si mette in piedi solo attraverso la reputazione, ma anche e soprattutto attraverso la fiducia, umana e professionale, che l'anziano singer s'è guadagnato in anni di iniziative, album e concerti, ognuno dei quali ai massimi livelli cui un musicista possa aspirare. Rinnovando il consiglio di ascoltare l'album tutto d'un fiato e nella sua interezza, addentriamoci tra queste radure che sanno insieme di reale e di Terra di Mezzo, di anglosassone e mediterraneo, spazzati a tratti da un vento che profuma d'oriente. 

The May Queen

Carry Fire si apre con quello che fu il primo singolo estratto dall'opera, una sorta di ideale apripista, ovvero The May Queen (La Regina di Maggio). L'uscita per così dire... "in avanscoperta" di questa canzone, potrebbe non essere casuale: dopotutto, è quella che più ricorda alcuni degli antichi voli del Dirigibile, e il fatto che Robert Plant voglia lasciarsi alle spalle il passato non vuol dire che sia stupido, o che non sappia intercettare il mercato, e specialmente il suo mercato, composto il larga parte da fans dei Led Zeppelin. Ebbene, l'andamento acustico di questa Regina di Maggio, il suo incedere su intrecci chitarristici sinuosi e squillanti, così come il suo ballare su percussioni dal passo tribale, mi ricordano smaccatamente i modi e le atmosfere di "Friends", il brano che seguiva "The Immigrant Song" sul terzo gioiello del Dirigibile, e che in un certo senso l'apriva veramente. Il gemellaggio pare ancora più perfetto se si pensa alla filosofia dietro il sound di quella canzone: l'idea che la musica non abbia luogo o nazione ma che sia una. Questo concetto fondamentale, oggi tanto spesso rinnegato da certi musicisti, Robert Plant lo fa suo dall'inizio alla fine dell'album, proponendo visioni e suoni dai quattro angoli del mondo, offrendo all'ascoltatore non già l'opera posticcia di un musicista affascinato da sonorità esotiche, ma l'esperienza diretta di un artista che quei luoghi li ha visitati, in quei luoghi ha studiato e talvolta, in quei luoghi ha anche vissuto, collaborando per decenni con musicisti d'ogni etnia e formazione. In tal senso, la world music di Robert Plant è quanto di più sincero e reale troverete mai in giro. Testo e melodia lavorano in perfetta simbiosi, andando a proporre all'ascoltatore un soave e mistico abbandono. Plant parla di "sweet surrender", una dolce resa in cui ritrovare la propria luce, la propria "salvezza", facendo ampio uso di figure retoriche dall'eterea morbidezza. Melodie celtiche sopravvivono su ritmiche tribali, sfociando in qualcosa di vagamente indefinito, come di balli hawaiani, o almeno ciò che l'immaginario collettivo ha consacrato come tale. Su queste insolite sponde sonore le "onde si infrangono", canta l'anziano druido, e "la dolce salvezza è ora". The May Queen non è altro che la suggestione dell'abbandono, l'ode al ritrovamento di sé stessi nella pace e nella serenità, da cui lo stesso titolo del brano, dall'evocativo riferimento primaverile: "un periodo così gradevole e ottimistico anche per le persone più vecchie", accennava Robert Plant in una recente intervista. Certo, il fan più attento potrebbe notare il possibile riferimento a una delle strofe più misteriose di "Stairway to Heaven", in cui si parlava proprio della Regina di Maggio e delle sue "pulizie di primavera", ma il singer assicura che si tratti solo d'un caso e che l'ispirazione sia venuta, semplicemente, osservando la dolce stagione dare i primi segnali di vita. L'esecuzione vocale è perfetta, il sottofondo corale asciutto ed evocativo, e l'atmosfera, così variopinta eppure incredibilmente omogenea, impreziosita da poche ma intelligenti sfumature elettroniche. Ma la cosa più meravigliosa, forse, è rappresentata dalle parole di Robert Plant, a quel "fuoco che ancora brucia", a quel "cuore che ancora batte" e a quell'amore che "non muore mai", nonostante la luce vada oramai spegnendosi: the dimming of my light

New World...

Lo scopo di The May Queen è soprattutto quello di calare l'ascoltatore nel mood più consono al godimento dell'opera, ma è con New World..., "Nuovo Mondo...", che Carry Fire si apre per davvero. Stavolta, Robert Plant vira su sonorità che ricordano alcuni dei suoi lavori a metà degli anni '80, conservando però intatte le influenze raccolte lungo un cammino musicale durato trent'anni. L'intero brano vive nel main riff di chitarra e nelle essenziali linee di basso, ma trova la sua vera anima nelle soluzioni creative di un meraviglioso Liam Tyson, le cui sinuose acrobazie elettriche permeano l'intera seconda metà della canzone. Fra le righe, Robert Plant usa una parola divenuta scomoda, al giorno d'oggi: "migrante". Il cantante, tuttavia, ribalta il termine e lo usa contro chi oggi se ne riempie la bocca parlando di africani, messicani e quant'altro, descrivendo in poche ma esemplari strofe l'attitudine dell'uomo bianco di fronte al "nuovo mondo", l'America, e il quasi totale annientamento dei popoli nativi. Ogni cosa di cui Plant scriva è figlia di sincero sentimento, e il sentimento dell'esperienza diretta: in questo caso, la visita del singer a Fort Sill, una base militare a 85 miglia da Oklahoma City, in un'area famosa per aver visto la morte di Geronimo, Lupo Solitario e il capo degli indiani Comanche, Dieci Orsi. Qui, Robert Plant apprese della cosiddetta guerra del fiume rosso (Red River War), e dello scontro tra il governo federale e le tribù unite di Comanche e Cheyenne. Quanah Parker, leader dei Kwahadi, fu l'ultimo ad arrendersi, e il suo arrivo a Fort Sill rappresentò la fine della resistenza indiana in tutto il Texas occidentale. Il cantante preme sull'egoismo e sulla violenza dei conquistatori, convinti che il nemico che hanno di fronte sia "a malapena umano", intenti a "diseducare il nobile selvaggio" imponendo il loro retaggio con la spada. Nonostante i riferimenti storici e l'uso di espressioni guerresche crude e dirette, tuttavia, questa canzone non suggerisce né violenza, né tantomeno impressioni oscure o negative, sebbene una sorta di velata malinconia, simile a una stanca e sconsolata constatazione, riempia l'intera atmosfera dell'opera. Mi piace pensare che il senso di questo "Nuovo Mondo" sia in quei tre puntini di sospensione che accompagnano il titolo, ma non solo come per dire, amaramente, "eccolo, il sanguinoso nuovo mondo, il sogno americano", ma piuttosto come per suggerire che l'intera storia umana, anche nei suoi momenti più cupi, sia sempre e comunque un discorso lasciato in sospeso, un ricordo da cui imparare anche attraverso il dolore.  Forse è questo, il senso che trapela dal velato ottimismo sussurrato dalla chitarra ritmica, nella sua ciclica ricerca della catarsi, o negli interventi corali dello stesso Robert Plant, insieme sconsolati ma vitali, privi di rabbia o di dolore, pieni solo della gioia di cantare e basta. "New World..." vive nelle suggestioni di una ritmica a sei mani assolutamente permeante e in poche, incisive soluzioni atmosferiche, delineate unicamente da un chitarrista e un cantante in perfetta sintonia, anticipando la vera e propria immersione in quelle foreste immaginifiche care a Robert Plant. 

Season's Song

La ritmica si fa quasi impercettibile e l'atmosfera sempre più eterea, man mano che entra nel vivo il terzo brano in scaletta: Season's Song (Canzone della Stagione). Sia nel titolo che in alcuni momenti della composizione, oltre che nella sua delicata natura, questa traccia ricorda vagamente "The Rain Song", memorabile perla di "Houses of the Holy", senza tuttavia possedere le fin troppo marcate velleità sentimentali di quella canzone. Rispetto a certo materiale Zeps, l'attuale repertorio di Robert Plant rifugge il sensazionalismo emotivo, l'esasperazione del dramma, puntando su sonorità e sensazioni da un lato meno dirompenti, ma dall'altro più mature e intellettuali; una musica cerebrale, emotivamente pregna ma sempre in termini contemplativi, mai passionali. Una deriva antitetica all'essenza del blues abbastanza curiosa, per un bluesman d'eccezione come Robert Plant, ma decisamente britannica, non c'è che dire, e senz'altro in linea con la rispettabile età del vocalist. Dal punto di vista testuale, Plant fa uso dei cliché meno ingombranti e vistosi che il suo sound possa permettersi, dedicando le proprie strofe non più, com'era prevedibile, a una procace baby o una temibile femme fatale, ma a un più innocuo e soave amore, "oh my love", come ripete più e più volte il singer tra le righe. In realtà, ho il facile sospetto che non sia a una donna, che si rivolge la canzone, ma a un'entità più astratta e vagheggiata, decisamente impalpabile. I pochi archi a disposizione, uniti a sonorità elettroniche tutt'altro che "sintetiche", concorrono a dar vita a una piccola e celestiale orchestra, ma è la voce del Nostro a sorreggere su di sé il grosso del lavoro, dando corpo e sostanza al senso intimo delle parole, in accurata sintonia con arpeggi di chitarra sapientemente piazzati, e soprattutto mai abusati. È stato quell'amore ad aver cancellato la "gioventù che dormiva dentro di me", recita il cantante quasi sussurrando, aggiungendo a strofe dalla non facile lettura metafore e allegorie, dando così forma a un testo difficile e intimista, ancora una volta permeato da un fondo di malinconia ma in qualche modo solare, come se il tramonto della vita cui sembra alludere non lo spaventi minimamente, come se le stagioni della vita siano tutto fuorché qualcosa contro cui lottare, peraltro, inevitabilmente invano. L'interludio strumentale porta il brano alla catarsi, tra echi di flauti, arpeggi più marcati e raffinatezze canore, portando l'opera alla sua sfumata conclusione, serena, riflessiva, ma anche triste d'una tristezza strana, piacevole da contemplare. Perfino bella. To dream my love, The desert in my soul, I'll piece alongside the wayside, On the solitary road.

Dance With You Tonight

Carry Fire resta ancora un po' su sonorità morbide e cadenzate, ma se "Season's Song" era in qualche modo un brano diurno, quello che segue è senz'altro un pezzo notturno; parliamo di Dance With You Tonight (Danzare con te Stanotte). Siamo ancora nel fitto di una foresta etera e fatata, irreale e reale al tempo stesso, sorretti da archi e soluzioni elettroniche orchestrali, portati alla catarsi da improvvise interpretazioni elettriche del chitarrista e da intense sovrapposizioni corali, ma soprattutto cullati dalla calda e rassicurante voce di Robert Plant, non più il lacerante seduttore di un tempo, ma un signore dal fascino discreto e penetrante, familiare eppure sconosciuto. Il testo, nella sua scorrevole semplicità, è meraviglioso: una storia d'amore insieme biografica e trascendentale, fatta di suoni e di odori, di lampi di ricordi. I suoni, quelli dei balli passati e di quelli a venire, finché ancora c'è tempo; gli odori, quelli delle fronde e del fuoco che arde nella notte, della legna annerita dal fumo; e intorno a quel fuoco, i ricordi di un vecchio che ancora vive e respira aria di magia, animato da una luce più intensa di quella di tanti giovani. "Dancing Days are here again", cantava lo stesso Robert Plant nel fiore dei suoi anni, in una vecchia canzone che conosciamo bene, ma all'epoca era mera prefigurazione, ora è reale, tangibile in ogni singola ruga del viso. Penso che l'amore cui si rivolge il cantante sia lo stesso che vagheggiava su "Season's Song", e mi ritorna in mente una sua affermazione riguardo Carry Fire: "è un album che parla di musica". A Plant non è mai bastata la luce dei riflettori, la fama e l'esaltazione del pubblico. Ha amato tutto questo e tutto questo ha amato lui, che è nato per essere una rockstar, ma da quando il Dirigibile è atterrato, il cantante si è dimostrato prima di tutto un Artista vero, completo, incapace di compromessi e intenzionato a non vendersi, anche perché - beato lui - non ne ha minimamente bisogno. Per lui la "musica" non è cantare o ricevere il plauso dei fans, è un'attitudine, una missione, una filosofia di vita. È Arte. E credo che sia forse il suo unico, vero, grande amore. E allora eccoci lì, in questa notte oscura, ad ammirare una fiamma che arde ancora, a implorare un ultimo ballo e a ricordare quelli passati, quando "il tempo cospirò per rubare la nostra corona", e possiamo immaginare a chi si riferisca, quel plurale. Col suo grande amore, Robert Plant ha condiviso un "mondo in eterno cambiamento", offrendogli "luoghi segreti", rivelando "la magia della terra", cosparsa "di sangue e di tracce di rossetto": eros e thanatos definiscono quella "magia" a cui sia Plant che Jimmy Page credevano fermamente, e che riempie della sua energia ogni angolo del creato. A prendersi la responsabilità di un simile background è soprattutto John Baggot, ma è un sereno equilibrio - compositivo e strumentale - a descrivere l'essenza dell'intera canzone, perfino nei suoi momenti culminanti. "Lasciami danzare con te stanotte, Forse l'ultima chance per i nostri cuori, Di ballare nella notte degli amanti"... "la fiamma ancora brilla luminosa, Attraverso i giorni, Attraverso gli anni". Spero, un giorno, di poter dedicare questa canzone all'amore di una vita, che sia una persona o un sogno per cui vivere.

Carving Up the World Again... A Wall and Not a Fence

Dopo la notte del brano precedente, usciamo dal fitto dell'eterea foresta dei ricordi e torniamo alla civiltà, e soprattutto al presente, con un brano dal titolo insolitamente lungo: Carving Up the World Again... A Wall and Not a Fence (Scolpire Nuovamente il Mondo... Un Muro e non un Recinto). Il ritorno a ritmiche tribali mette in luce le competenze di Dave Smith, oltre a ricordare, in certi momenti, alcune derive avanguardistiche del jazz anni '90. I due chitarristi danno luogo a sonorità particolarmente groovie, mentre Baggot e lo stesso Robert Plant collaborano a creare un'atmosfera ibrida, a metà tra suggestioni urbane e medievali, cosmopolite e tradizionali, antiche eppure modernissime. Senza mascherare una sorta di amaro sarcasmo, il cantante recita le sue strofe come una filastrocca, come farebbe un menestrello alla corte di un sovrano qualsiasi. Ma Robert Plant è un menestrello sopra le righe, e la sua canzone è l'esatto contrario di un elogio alla corona, anzi: è una lunga, articolata e ironica messa in scena dell'umanità contemporanea, delle sue paure e delle sue miserie, della sua insensatezza ma anche, paradossalmente, della sua meraviglia. Ecco un brano che saprà spiazzare tanti vecchi fans, disabituati e talvolta persino spaventati dalle tematiche politiche. Non v'è infatti nessun dubbio: siamo di fronte a una canzone politica di Robert Plant, tanto rara quanto ferma, nei suoi presupposti. Americani, russi, inglesi, francesi, cinesi... sembra che ogni popolo costruisca nuove barriere, ostacoli che fino a ieri sembravano inconcepibili, pur di proteggersi non tanto da un nemico reale, ma da paure insieme nuove ed antiche. Robert Plant, credetemi, non affronta una tematica del genere come un qualsiasi "radical chic", da agiato benpensante, ma come un artista che dello scambio culturale e della curiosità per il diverso ha fatto la sua forza, viaggiando, imparando, collaborando con altri artisti di ogni etnia e provenienza sociale, aborrendo il pregiudizio come ciò che di più deleterio possa esistere per l'arte, e quindi, anche per l'intelletto. Disse: "...non abbiamo fiducia nell'umanità. Noi (umani) siamo strani animali, perché potremmo fare tanto di quel bene". È proprio dietro questa consapevolezza, che si cela quel velato ottimismo che traspare fra le note, un'intrinseca solarità che, altrimenti, sarebbe in aperta contrapposizione ad un testo duro, acidulo, pressoché privo di speranza. Non è che Plant parli di terrorismo, o di Trump, o di barconi; non è quello il suo punto. Il punto è la resa dinanzi alla paura, la perdita di una visione del mondo aperta e vitale, suggellata da muri innalzati a protezione non del popolo, ma degli interessi dei soliti, pochissimi privilegiati, occupati da sempre a proteggere i loro feudi, le loro dinastie, le loro cariche istituzionali e le loro ricchezze. Costruiamo muri, non più recinti. Chiamatela, se volete, la retorica di un vecchio hippie, e non v'è dubbio che Plant abbia bazzicato quella realtà, a suo tempo, prima che i media ne abbattessero l'immagine. Ma su queste idee l'anziano singer ha costruito la sua filosofia e la sua fortuna personale, s'è circondato di talenti straordinari e si è tenuto attivo, intellettualmente e artisticamente, come la gran parte di noi non sarà mai. Ma più profondamente, il cantante sta parlando del vero tema di quest'album: la musica. E se ricordate lo spirito di fondo di tanti pezzi dei Led Zeppelin, soprattutto quelli in cui la presenza del singer era più forte, ritroverete la stessa attitudine e soprattutto l'idea, fondamentale, che la musica è da sempre una, e una soltanto: un'unica entità in perenne mutazione, come l'umanità stessa, costantemente ibridata, rimescolata ed arricchita, dal dialogo o dal conflitto, mai dalle barriere.

A Way With Words

Arrivati a metà dell'opera, si apre una parentesi che si concluderà con la settima canzone, la title track, ma che inizia da questa: A Way With Words (Bravo con le Parole). Il cupo rintocco della grancassa pone le fondamenta su cui poggiano sonorità elettroniche profondamente evocative, notturne, aprendo a poche, essenziali note di pianoforte. Robert Plant, assoluto protagonista, costruisce l'andamento del brano attraverso le consuete soluzioni corali e il lento crescendo degli archi. Asce e sezione ritmica rimangono in disparte, operando una sintesi tanto invisibile quanto indispensabile, lasciando al cantante il pieno controllo della sua opera, mentre Lakeman e Hasa ammantano tutto di un sound distorto, un po' orientale, un po' suburbano, senz'altro unico. Il testo, piuttosto criptico, appare anche particolarmente intimista, chiaramente autobiografico. Dopotutto, che sia lui quello "bravo con le parole", non ci sono davvero dubbi. Come diverrà ancor più evidente, quello politico non è stato solo un intermezzo, tuttavia adesso si torna a parlare di amore, il Grande Amore di Robert Plant, assoluto protagonista di quest'album: la musica. E la sua, di musica, è fatta di parole. Ancora una volta il cantante fa i conti col susseguirsi delle stagioni, ma non in chiave malinconica, né in relazione alla vecchiaia, quanto piuttosto in termini di ciclicità, di un continuo ripetersi di riti fatti di gesti, idee e parole. La malinconia, che pure traspare dalla cupa sintonia fra ritmica e tastiere, nasce invece dall'inevitabile solitudine che l'artista porta con sé, avendo "lasciato tutto alle spalle" del suo amore, il senso della sua vita. Ho di fronte a me l'immagine di un Robert Plant giovanissimo, arrogante e sensuale, capace nemmeno ventenne di trasformare le parole in musica, da vero bluesman, dando totale priorità al suono, piuttosto che al significato delle sue strofe, e ora mi ritrovo dinanzi un uomo capace di unire armoniosamente le due cose non solo nelle canzoni, ma persino nelle interviste, nel dialogo col pubblico, nelle comparsate radiofoniche. Plant ha fatto di se stesso un'ideale espressivo, uno strumento di comunicazione che trascende il contenuto per divenire pura forma e pura sostanza. E tuttavia il dolore, il rimpianto e la costernazione descrivono il momento culminante di questo brano, recitato ancora una volta con una serenità contemplativa, come di chi abbia vissuto ciò di cui parla con totale intensità ma tanto, tanto tempo fa. I'm back again, I know, "sono tornato, lo so", afferma l'anziano vocalist, e lo ripete ancora e ancora: I'm back, I'm back, I'm back, I'm back. Un mantra che supera la solitudine, le lacrime, i sogni realizzati e quelli perduti per sempre, per gridare la propria esistenza all'unica cosa che conti veramente: il Presente.

Carry Fire

Le canzoni di quest'album sembrano scollegate, a sé stanti, ma è tutto il contrario di così. Non dico di essere di fronte a un concept, ma c'è un filo neanche troppo sottile che lega ogni singola traccia di quest'opera, un elemento conduttore determinato da un inizio e una fine, un tempo - il presente - e un luogo: ovunque. Questo filo conduttore si chiama "missione", e la missione è quella di "Portare il Fuoco": Carry Fire, appunto. La title track, posta strategicamente al centro del'intero album, non è la fine del discorso portato avanti finora, ma ne rappresenta il culmine, e in un certo senso, mette definitivamente le carte in tavola. Tutte. Oltre che dal punto di vista concettuale, il brano si distingue anche da quello strettamente sonoro e compositivo: il suo sound smaccatamente mediorientale non è paragonabile a nessuno dei vecchi lavori di Robert Plant, né quelli più recenti, che pure tanto spesso hanno ricercato sonorità esotiche e di matrice araba, né tantomeno quelli dei Led Zeppelin. Cercare di paragonare "Carry Fire" a vecchie glorie come "Kashmir" o "Friends", infatti, sarebbe solo un puerile riempirsi la bocca di grossolane facilonerie, citazionismo gratuito e finto-colto. Questo brano, semplicemente, è figlio di quest'album e del nostro tempo, del suo autore e dei suoi musicisti, ma più di ogni altra cosa, è figlio di un'attitudine. Pensateci: artisti britannici, mediterranei, africani e collaboratori di ogni etnia, e poi suoni celtici, new wave, elettronica, rock 'n roll, danze arabe, tutto magnificamente unito a creare un sound a suo modo semplice, diretto e conciso, pur tra impercettibili virtuosismi d'altissimo livello. L'attitudine, ancora una volta, è dimostrare l'ampio respiro di cui la musica dovrebbe vivere, l'inconsistenza delle barriere, dei muri e delle paure. "Carry Fire" porta il fuoco di una conoscenza che vorrebbe far aprire gli occhi al mondo, mostrando a tutti il vero significato della parola "magia". Forse ci riesce solo in parte, almeno finché non si ascolta una qualsiasi delle versioni live, ma il risultato è comunque stupendo. Grancassa e tamburello bastano da soli a delineare l'inizio della canzone, testimoniando perché Dave Smith sia uno dei batteristi più richiesti d'Inghilterra. Poi è il turno di Justin Adams, che col suo strumento delinea il sapore mediorientale di questa canzone, seguito e completato ben presto dagli interventi di Liam Tyson. Le due asce vivono in totale simbiosi, suonando come un solo strumento, mentre i minimali interventi elettronici di Baggot, la viola di Redi Hasa e il sottile ma incisivo lavoro di Fuller, descrivono ed evolvono l'andamento del sound. Seth Lakeman, dal canto suo, apporta tutte quelle sfumature apparentemente superficiali, ma capaci di fare la differenza, e a tal proposito consiglio vivamente l'ascolto della versione live immortalata alla BBC radio, in cui il violinista britannico si esibisce in un solo strepitoso, e in cui a tutti gli altri musicisti è permessa una digressione su sonorità decisamente hard rock, completamente assenti in questa versione in studio. Robert Plant si rivolge direttamente a me e a te, non genericamente al suo pubblico, ma a ogni singolo ascoltatore nella sua individualità, ed è questa netta sensazione a rendere speciali le sue parole. Egli ci farà dono del fuoco dalle sue mani nude, ci consegnerà il suo cuore, se solo sapremo comprenderlo. Un fuoco, quello di cui parla il cantante, che non è certo semplice effetto di una combustione, né semplicistica metafora, ma un elemento di portata insieme intima e sociale che affonda le sue radici nel mito di Prometeo, nel significato più antico e più profondo del concetto di luce. Il fuoco di Robert Plant è un dono, un regalo che egli ha ricevuto e che adesso vuole donare a noi, ma è anche qualcosa di spaventoso, difficile da gestire, proprio come lo era la musica con cui il singer fece tremare il mondo tanti decenni fa. All'epoca, egli era uno "straniero" nella Terra Promessa chiamata Musica, oggi è un maestro che cerca di insegnare a noi ciò che a suo tempo ha imparato da altri maestri. Il fuoco di "Carry Fire" è lo stesso che supera le barriere, i muri politici e umani, una brace dall'odore intenso e penetrante che vive di mille suggestioni, mille contaminazioni, lasciando un messaggio che è insieme intimista e sociale, eterno e d'attualità. Robert Plant riesce a comunicare tutto questo in poche strofe, lasciando parlare i suoi musicisti al posto suo, lasciando che il suono balcanico della viola di Hasa si sposi con il violino inglese di Lakeman, che il groove afroamericano di Fuller si lasci contaminare dagli influssi trip hop di Baggot, mentre la sua voce ricama un lenzuolo capace d'ammantare l'intera opera di un sound ipnotico, vicino alla solennità di un rituale pagano. Ancora una volta è un Giorno di Celebrazione, ancora una volta siamo ai piedi di un tempio chiamato House of the Holy, o bambini su di un sentiero tracciato da un gigante, in attesa del Sacrificio. E ancora una volta, Robert Plant è il nostro sacerdote, intermediario tra noi e il più proibito fra i frutti degli Dei: il fuoco della Conoscenza.

Bones of Saints

Bones of Saints (Ossa dei Santi) cambia improvvisamente e completamente l'andamento dell'album, dando inizio alla fase conclusiva di Carry Fire. Questa canzone, dinamica e ritmata, vive nella simbiosi tra i due chitarristi della band, uno a definirne il passo e l'altro la personalità. A dare ampio respiro a una traccia altrimenti parecchio serrata, in termini di sound, sono gli interventi corali che accompagnano la voce di Plant, le divagazioni chitarristiche di Tyson e, curiosamente, l'ottimo lavoro di Fills del batterista. Il brano uscì come singolo il primo di settembre, più di un mese prima il rilascio del disco, accompagnato da un video semplice e diretto, composto da illustrazioni dal gusto vintage poste su riviste immaginarie, sulle quali i titoli sono in realtà le strofe del testo. Sul piano testuale, torniamo a tematiche d'attualità che, come affermato dal singer, "non possono essere ignorate". Così, navi e aerei si riempiono, o meglio vengono riempiti, mentre la follia aleggia in cielo sopra le "ossa dei santi". Cieli in fiamme, pianti di bambini, e un coro che canta "no, no, no", ma c'è una sorta di sarcasmo neanche tanto velato, nelle strofe di Robert Plant. Non è chiaro cosa intenda con le ossa dei santi, o se il soggetto iniziale sia l'immigrazione o qualche altro, più generico evento, quel che conta è il "collasso dei muri", il momento di rottura rappresentato dall'epoca moderna, e la domanda fondamentale nata da una bruciante ironia: "da dove arriva il denaro?", e ancora, sempre più sprezzante: "ti dirò chi fa i proiettili, se mi dirai chi vende le armi". Ritornano ancora una volta i termini fence "recinto", e wall, "muro": disprezziamo e diamo contro i primi, mentre osserviamo i secondi cadere, in una generale danza dell'ipocrisia, incapaci di guardare al vero nemico, alla reale causa di tutto questo. Robert Plant è uno spettatore attento del mondo che lo circonda, e sereno, perché oramai non è lui che ne vivrà le conseguenze; per lui è una "canzone", chiamiamola così, che si ripete di era in era, un momento storico parte di un ciclo eterno, inevitabile. C'è tanto del cantante, in questo pezzo, dal blues che lo ha sempre caratterizzato a qualche strana perla degli Zeps, passando per tutte le sue esperienze più moderne fino ad arrivare, con grande naturalezza, all'arricchimento ottenuto dagli Space Shifters. Senza la personalità della sua nuova band, infatti, quest'album sarebbe completamente diverso, ed è un piacere constatare come un nome leggendario, com'è quello di Robert Plant, lasci enorme spazio ai musicisti con i quali collabora. Umiltà e professionalità sono i caratteri fondamentali di Carry Fire, oltre a un marcato e percepibile divertimento.

Keep It Hid

Per tutto l'album, l'estro del tastierista e polistrumentista John Baggot rimane come subliminale, onnipresente ma non dominante, almeno fino a Keep It Hid (Tienilo Nascosto). Qui, le pur intriganti sfumature di chitarra, le finezze vocali, perfino la ritmica di basso e batteria, rimangono in secondo piano rispetto alle sonorità adottate da Baggot, fra root music e post-punk, fra psichedelia e Massive Attack. Per tanti versi sembra un brano dei Doors, o di qualche prodotto a loro derivativo, ma al tempo stesso "Keep It Hid" è perfetto per Carry Fire, assolutamente in linea con la personalità dell'opera. L'unico elemento davvero determinante, oltre alle tastiere, è rappresentato dalla poetica del singer: non dal canto in sé, ma dal suono e dal significato delle parole. Siamo letteralmente di fronte a una base musicale sulla quale Plant appoggia, candidamente e discretamente, la sua personale interpretazione e il suo carattere. Lo stesso cantante ha avuto parole di elogio e profondo rispetto, per il polistrumentista, indicando proprio questo come pezzo di riferimento, così ricolmo di quelle oscure influenze tipiche del panorama di Bristol, caratterizzato da un loop dark-techno intenso e permeante. Fra le righe, il cantante torna a riferirsi a una "bambina", la proverbiale baby di tante canzoni dei Led Zeppelin, solo che stavola il piglio è più paterno che non sensuale, almeno fra le prime strofe. Ben presto, man mano che Baggot delinea le suggestioni urbane della canzone, il testo si fa sempre più criptico, tornando su elementi più caratteristici del Plant simbolista, che non di quello di scuola blues. Insomma, siamo più dalle parti di "No Quarter", che di "Dazed and Confused". Il paragone, tuttavia, funziona fino a un certo punto, perché la maturità e l'estro raggiunti in anni e anni di scrittura hanno valso a Robert Plant un'invidiabile capacità di sintesi, il dono di esprimere almpie suggestioni in poche, immaginifiche parole, e per giunta con una leggerezza disarmante, come se dar voce alle più intime sensazioni e alle idee più articolate sia, per Plant, la cosa più facile del mondo. Così, ai dubbi essenziali di una giovane donna si alternano frasi apparentemente prive di senso, poco intellegibili, eppure dal catartico richiamo evocativo. Il cantante passa con abilità dalla prima alla terza persona, da una poetica leggera e disarmante a momenti quasi inquietanti, in cui la notte viene evocata metaforicamente come elemento intimista, e alla protagonista viene detto di "tenerlo per sé", di "tenerlo nascosto", senza chiarire esattamente cosa. "Alla fine del mondo", recita il cantante, "Quando s'alza il sole, C'è una chiave d'argento e una coppa d'oro"; misticismo e magia riempiono nuovamente le parole di Robert Plant, che ripete ancora e ancora: Silver Key and a golden cup. Mi torna allora in mente lo stralcio di un'intervista, in cui al cantante veniva detto: "tutte le altre rockstar scrivono le loro memorie, lo farai anche tu?", e Plant rispondeva, grossomodo: "mai. So che ciò che si trova fra le mie orecchie, qui, è sacro.", affermava, parlando dei suoi ricordi, delle sue esperienze e delle sue impressioni sul presente, per poi aggiungere: "Ed è magnifico, a volte triste, ma il più delle volte stupendo. Ci sono stati alti e bassi, e tanta avventura, e lo tengo per me, nascosto"... and I keep it Hid. E così, mi è chiaro ancora una volta che l'interlocutrice non è una donna in carne ed ossa, così come mi è più chiaro il peso della musica nella sua accezione più spirituale, nonché il vero, unico fulcro di questa canzone: il cantante stesso e la sua percezione di sé, in quella corsa che chiamiamo vita.

Bluebirds Over the Mountain

Robert Plant ha un curriculum stracolmo sia di collaborazioni d'eccezione, sia di cover e reinterpretazioni in generale. Riguardo a queste ultime non c'è bisogno certo di stilare un elenco, visto che molti dei primissimi capolavori Zeppelin sono uno stravolgimento insieme rispettoso e dissacrante di pezzi più o meno famosi, ma riguardo le collaborazioni mi pare giusto ricordarne alcune, tra cui quelle successive al 1980 con Jimmy Page, Jeff Beck, e quella a dir poco magnifica del 2007 con Alison Krauss, solo per citare quelle immortalate su CD e DVD. E poi Roy Harper, Ian Stewart, Sandy Danny, musicisti e orchestre varie da tutto il mondo. Su "Carry Fire", l'unica cover incontra l'ennesima, magnifica collaborazione: quella con Chrissie Hynde, sulle note di Bluebirds Over the Mountain (Uccelli Blu Sulla Montagna). Come vedremo, non è un caso che Plant abbia scelto di accompagnarsi a una cantante famosa per il suo repertorio punk-rock e new wave, maturato soprattutto negli anni passati come voce dei The Pretenders, una band che era già post-punk ancor prima che si esaurisse la prima ondata di punk, ed estremamente importante per un'infinità di band anni '80 e '90. Parliamo, in ogni caso, di un artista che ha già collaborato con figure del calibro di Cher, Frank Sinatra, Eric Clepton, Ringo Starr, Incubus, John Cale e Nick Cave, per la quale il duetto con Robert Plant è solo l'ultimo trofeo su di una bacheca straripante di coppe. Quanto al brano scelto, parliamo di un classico: scritto nel 1958 da Ersel Hickey, "Bluebirds Over the Mountain" è famosa soprattutto per l'interpretazione che ne diedero Ritchie Valens e, in seguito, i Beach Boys. Una curiosità: il B-side del singolo di Brian Wilson e compagni, "Never Learn Not to Love", è opera nientemeno che della penna di Charles Manson. La canzone di Hickey parlava sostanzialmente di amore, un amore prima idealizzato e poi negato, un richiamo emotivamente straziante espresso con allegorie ed immagini retoriche. Ora, c'è una differenza fondamentale, tra la cover di Robert Plant e le altre interpretazioni di questo brano, ed è la durata. "Bluebirds..." è una canzone pensata originariamente per durare poco, una veloce lettura poetica messa in musica alla maniera più classica, e soprattutto più innocua. I Beach Boys ne stravolsero quest'ultima caratteristica, ma ne lasciarono intatta l'essenza leggera e sbarazzina, ben evidente anche nei due minuti scarsi di durata. La versione di Plant e Chrissie Hynde dura quasi cinque minuti, e ne modifica radicalmente non solo le sonorità, ma soprattutto l'impatto emotivo e intellettuale. Lo stacco con la traccia precedente non è traumatico, perché ancora una volta la personalità dell'opera sta tutta nel lavoro di John Baggot, più che nella dualità fra i due grandi vocalist. L'estroso musicista conferisce al brano una personalità ambigua, a metà tra sensualità ed inquietudine, un'atmosfera trip hop morbosa e trascinante, sintetizzata in poche note essenziali. A ricamare il "tessuto" della composizione è soprattutto la sinergia tra le chitarre, portata a compimento da un lavoro corale d'ampio respiro e dagli interventi dell'armonica di Plant. La catarsi finale, positiva e liberatoria, pur nella sua velata malinconia, appartiene invece agli archi di Lakeman e Hasa. Un lavoro collettivo in cui ogni singolo elemento gode dello spazio necessario, e che dimostra come Robert Plant non solo si diverta, a fare musica, ma cosa più importante, lasci divertire anche i musicisti con i quali collabora. Stavolta niente letture subliminali, nessuna introspezione di sorta: solo l'amore puro e quel richiamo tanto elementare quanto assoluto, semplicemente e magnificamente umano: "Da quando sei andata via sono completamente solo, ti prego baby, torna a casa", e poi, la contemplazione di quell'immaginifico volo d'uccelli blu sulle montagne, e di gabbiani sopra le onde del mare.

Heaven Sent

"Carry Fire" cala degnamente il sipario con un pezzo cupo, intimo, suggestivo e bellissimo: Heaven Sent (Mandato dal Cielo). Nel 2017, Robert Plant ha la stessa età che aveva David Bowie il giorno della sua morte, appena l'anno precedente. Il Duca Bianco lasciò a tutti noi un'ultima eredità, prima d'andarsene, e se questa canzone mi ricorda qualcosa, è proprio l'essenza rarefatta e ombrosa che definisce "Blackstar", sia nel sound che nella personalità, così magnificamente priva di qualsiasi compromesso, spietata. C'è tuttavia una differenza fondamentale: "Blackstar" era l'opera di un uomo gravemente malato, consapevole che quella sarebbe potuta essere l'ultima possibilità di lasciare il segno - e per quel che mi riguarda, l'ha lasciato eccome; "Heaven Sent", ma in generale l'intero album di Robert Plant, è invece l'opera di un uomo che fa serenamente i conti con l'età, malinconicamente seduto a contemplare il suo tramonto ma, al tempo stesso, ancora sensibile al richiamo della curiosità, incapace di ignorare il desiderio di mettersi in gioco ancora una volta, "solo un'altra", come implorava su "Dance With You Tonight". Il brano, dal sapore post-rock e alternativo, lento e oscuro come una marcia funebre, è definito ancora una volta da una sinergia incredibile tra ogni elemento del gruppo, ma è l'accoppiata delle due chitarre a descriverne sia l'andamento riflessivo che la catarsi emotiva, mentre John Baggot ricama l'atmosfera crepuscolare che avvolge ogni altra sonorità, ogni sensazione, ogni parola. La grancassa di Dave Smith segna il tempo con rintocchi vibranti e lugubri, sui quali il tastierista pone il suo intervento elettrico, dissonante, perfino disturbante. Gli archi e le chitarre innalzano melodie terribili, annichilenti, e ci sono momenti in cui il vuoto e il silenzio diventano pura e forma e pura sostanza, mettendo in luce un deserto che ricorda la "strada solitaria" di cui parlava "Season's Song". L'unico elemento contrastante, in questo scenario oscuro e mortuario, è proprio la voce di Robert Plant. E sia chiaro: non è una carenza a livello interpretativo, è esattamente come dovrebbe essere. Non è il cantante a incarnare le sonorità della canzone, ma solo un particolare momento della vita di ogni uomo e donna, né buono né cattivo, semplicemente inevitabile. L'anziana leggenda è come circondata, anzi, immersa in quest'oscurità, ma non ne fa parte; si limita ad osservarla, a contemplarla con la serenità di chi ormai non ha più paura del tempo che scorre, forse nemmeno della morte, ma il cui animo calmo e saggio è disturbato da un unico tormento, un'ansia bruciante, una fame che va soddisfatta al più presto, finché c'è ancora tempo. Questa fame si chiama ovviamente "musica", e l'angelo di cui parla la canzone è lo stesso Robert Plant. Sua la caduta dalla grazia, suo l'impero caduto di cui parla il brano, i baci rubati e le canzoni d'addio; è lui a nutrire la fiamma dell'amore eterno, lui a cavalcare le dorate onde della libertà. Ma ora che "le ombre calano", continua il cantante, "l'ora si fa tarda". Non è un'ammissione di sconfitta, quella di Plant, ma una fredda constatazione dei fatti. "Tutto ciò che vale la pena fare", osserva ancora, "non è mai realizzato facilmente". Eccola là, la fiamma che continua ad ardere, la voglia di provare ancora a fare qualcosa di buono, qualcosa che racconti di sé e del presente. No, Robert non sta scrivendo la parola fine, sa che finché avrà voce e si reggerà sulle gambe, cercherà sempre di realizzare ciò per cui è nato, e canta: all the love for giving, Never really gone. L'amore nell'offrire se stesso, non se n'è mai andato.

Conclusioni

E allora che dire, di quest'album? Com'è Carry Fire? Meraviglioso. Non un capolavoro, come s'è detto, perché di certo non cambia le carte in tavola, non irrompe sul mercato, non abbatte le convenzioni, né vuole provarci. Ma stupendo sul piano poetico, ineccepibile su quello compositivo, meravigliosamente autoriale, ricco nel background e fenomenale in ogni singola performance, questo sì. D'altronde, il suo valore è stato riconosciuto da tutta la critica degna di questo nome. E cosa rispondere, dunque, ai tanti fans delusi, a tutti quelli che da Robert Plant vorrebbero prima di tutto qualcosa di familiare, qualcosa che li riporti ai tempi della loro giovinezza, quando ascoltavano "Whole Lotta Love", o "Communication Breakdown", e tutto sembrava avere un sapore migliore, tutto pareva essere più luminoso? Personalmente, come fan dei Led Zeppelin, posso rispondere di essere uno di loro, di capirli. Ma come amante dell'arte, non solo comprendo perfettamente la riluttanza di Plant, ma ne gioisco, perfino. È giunto il momento di concludere il discorso aperto sull'introduzione, di firmare il mio personale armistizio tra il nostalgico e il crudo realista, tra l'amore per gli Zeps e quello per l'arte, sperando possa divenire anche il vostro. Sì, perché anche se io non lo conosco, a Robert Anthony Plant, anche se non so che genere di persona sia realmente, la sua è stata una presenza fondamentale e assidua per gran parte della mia vita, più determinante di quella di tante persone ben più vicine, ben più "reali". E per tutto questo, in virtù di quelle emozioni e del conforto che mi hanno dato, vederlo ora che ha quasi settant'anni fare musica nuova, sperimentare sonorità e conoscere nuovi e fenomenali artisti, è per me una soddisfazione più intima di qualsiasi reunion. Più profondamente, poi, vedere un uomo anziano che ha ancora voglia di crescere, ancora curioso e capace di offrire se stesso al mondo, mi fa sperare che invecchiare non sia, in fondo, quella cosa terribile che tutti dicono, quell'inerme e sconsolata attesa della morte di cui Chris Cornell cantava su "Like a Stone". Robert Plant, col suo "Carry Fire", mi suggerisce che quella fiamma posso tenerla accesa quanto voglio, che dipende solo da me, e che se anche è vero che il tempo ci toglie molto, moltissimo, e che ciò che ci toglie non tornerà mai più, è anche vero che gli orizzonti sono troppo vasti, e il mondo troppo ricco di orrori e di meraviglie, per non riuscire ad alimentare il fuoco, se solo lo si desidera. In fondo è questo, buona parte del messaggio che Carry Fire cerca di trasmettere. Un artista ancora desideroso d'inventare, crescere e dare il proprio irripetibile contributo, anche in virtù dei tanti anni d'esperienza... ecco, quello è un artista ancora vivo. E io voglio che i miei idoli vivano. C'è poi da fare un discorso a parte sulla voce del cantante, discorso che interessa sia Carry Fire, sia chi per tutto questo tempo ha sognato la reunion. La voce di Robert Plant non è più quella di una volta: è meglio. Perdonatemi, lo so che esagero, ma mi è capitato di sentire e di leggere veri e propri "mostri" sull'argomento, a demolizione dell'attuale resa canora del singer. Che il tono e l'estensione non siano più quelli di una volta è risaputo, anzi, pare non si perda occasione di ribadirlo. Dopotutto, l'ugola di Plant subì abbassamenti e soffrì infortuni già dalla seconda metà degli anni '70, tanto erano stati intensi i primi anni coi Led Zeppelin. Ma credetemi, tutti gli artisti migliori, da Leonardo ad Elvis, hanno dovuto fare i conti con i propri limiti, e da questi hanno saputo tirar fuori il genio. Robert Plant ha saputo assimilare i suoi, di limiti, trasformando una voce spesso sul filo del sussurro in uno strumento tanto delicato quanto raffinato, espressivo ma in una maniera totalmente diversa da prima; se il blues era slancio emotivo e vocale al limite del parossismo, e di questo faceva il suo punto di forza, l'attuale musica del cantante gioca sulle sfumature, sulle suggestioni contemplative e su di un'emotività intimista, astratta ed evocativa. Questa sottile raffinatezza, sconosciuta al repertorio del Dirigibile, Plant l'ha ottenuta grazie a decenni di lavoro su se stesso, e mai e poi mai avrebbe potuto sperare di crescere ancora, lui che è una delle più grandi voci della nostra epoca, senza andare a esplorare suoni sconosciuti, senza ricercare in continuazione strade nuove. Ritengo che sia proprio da queste considerazioni che nasca la sua riluttanza a suonare ancora il vecchio repertorio, di cui, per inciso, va più che fiero. Da una parte, le vecchie canzoni richiedono uno sforzo che il cantante non è più in grado di soddisfare, se non deformando largamente la composizione originale; dall'altra, quel genere di sonorità non è adatta a mettere in luce la crescita e le competenze acquisite nel corso degli anni, risultando in una performance insoddisfacente su tutti i fronti. Be', insoddisfacente per lui, ovviamente, non per noi, ma dopotutto è la sua musica. Ripensare da capo una quantità di brani sufficiente ad un concerto, adattarli e infine fare le prove, richiederebbe il tempo necessario a incidere un disco ex novo, e quando hai settant'anni e vuoi fare cose nuove, finché sei in tempo, perdere mesi e mesi di tempo prezioso su vecchio materiale non è certo uno scenario allettante. Carry Fire guarda avanti in tutti i sensi, scontentando molti fans di vecchia data ma riuscendo nell'incredibile: appassionare nuove leve, grazie ad un sound capace di accarezzare le più varie derive contemporanee, grazie a musicisti noti e apprezzati in Gran Bretagna come Seth Lakeman, o veterani del post-modernismo come John Baggot. Il cammino intrapreso da "Pictures at Eleven" in poi è stato fondamentale, fino ad arrivare all'album che precede Carry Fire, "Lullaby and... The Ceaseless Roar", in cui Plant aveva avuto modo di esprimere il potenziale della sua nuova band per la prima volta, esplorando molte delle soluzioni che avrebbero caratterizzato l'opera seguente. L'unico difetto di Carry Fire potrebbe essere la mancanza di un brano capace di spiccare veramente, di rappresentare, da solo, l'intero percorso intrapreso fino ad ora, magari rompendo almeno in parte l'atmosfera contemplativa che percorre il disco dall'inizio alla fine. Ma è una critica che rimane comunque marginale, dal momento che la qualità è alta e che i singoli pezzi, tutti di gran pregio, rimangono unici grazie ad uno stile che non si ripete mai più d'una volta, pur restando fedele a un percorso iniziato nel 1970, autoriale e riconoscibile. E non è finita: Robert Plant prosegue il suo percorso personale non solo sul piano stilistico e immaginifico, ma anche concettuale. Passati i tempi delle femmine fatali e delle seducenti babies, il singer si è concentrato sempre di più su di una poetica che unisce, all'intimismo che lo caratterizza, uno sguardo insieme impietoso e leggero del mondo che lo circonda. Il cantante non è mai "indignato", o arrabbiato, o depresso, quando parla di tematiche sociali di un certo rilievo come l'immigrazione, le barriere, le ingiustizie, la guerra, come se per lui l'orrore sia parte integrante di quell'incredibile contraddizione che chiamiamo "umanità", inevitabile e destinato a ripetersi ciclicamente. Nondimeno, parte del suo lavoro è indubbiamente "di denuncia", come dimostra la serie di concerti acustici denominata "Lampedusa Concerts for Refugees tour", assieme a numerosi altri artisti. Plant guarda al mondo che lo circonda con interesse e meraviglia, talvolta con pessimismo e malinconia, ma sempre con un velato sarcasmo tutto britannico, naturale evoluzione di una filosofia di vita che egli non ha mai abbandonato, fatta non certo soltanto di "pace e amore" - concetti deformati sia dagli stessi hippies che dai loro detrattori, e che il tempo ha tradito e trasformato in superficiali stereotipi - ma in un macrocosmo permeato di "magia", di essenza che traspare da ogni cosa, ogni azione, sia le più delicate che le più violente. La stessa magia dal piglio pagano e precristiano che traspariva da alcune vecchie strofe, dalla passione di Plant e Page per figure come quella di Aleister Crowley, o dall'angelo caduto diventato prima logo della Swan Songs Records, e poi dei Led Zeppelin in generale. Carry Fire è l'ultima resistenza di Achille, è sia la strada dell'amore che Plant cantava su "The Rain Song", sia quella oscura e guerriera di "No Quarter"; è Eva, astratta figura di donna portatrice di caos, consapevolezza e rottura degli schemi; è insieme l'Eremita dei tarocchi e Lucifero, portatori di una luce trasfigurata in peccato dal cristianesimo: la conoscenza. Carry Fire è il fuoco di una saggezza antica, e Robert Plant è Prometeo, Lucifero, Eva e tutte queste cose insieme, ma al tempo stesso è solo un uomo che ama fare buona musica e divertirsi, finché l'età glielo concede, finché la fiamma è ancora viva.

1) The May Queen
2) New World...
3) Season's Song
4) Dance With You Tonight
5) Carving Up the World Again... A Wall and Not a Fence
6) A Way With Words
7) Carry Fire
8) Bones of Saints
9) Keep It Hid
10) Bluebirds Over the Mountain
11) Heaven Sent